Anno XLVIII, 2006, Numero 1, Pagina 50

 

 

LA CINA, IL MERCOSUR E UN ASSENTE: L’EUROPA
 
 
I drammatici eventi che sconvolsero l’Argentina nel corso degli anni 2001-2002 avevano creato gravi fratture in seno ai paesi membri del Mercosur.[1] Il crollo finanziario dell’Argentina aveva spinto il Brasile ad intraprendere una serie di iniziative di ritorsione contro i vicini platensi. Erano così sorte dispute tra tutti e quattro i paesi membri del Mercosur sui dazi doganali, con reciproci blocchi di forniture di materie prime e di beni di prima necessità, nel disperato tentativo di salvaguardare le rispettive economie.
A queste ritorsioni era poi seguita una crisi politica tra Brasile e Argentina, con il risultato che il lento processo di integrazione sembrava essersi definitivamente arrestato. Inoltre il succedersi in Argentina di tre Presidenti in pochi mesi non aveva di certo aiutato il paese ad uscire dalla crisi e a riavvicinarlo ai paesi del Mercosur.
L’elezione, infine, del Presidente Kirchner, e la sua scelta di abbandonare il cambio fisso peso-dollaro (che aveva portato alla dollarizzazione del paese negli anni ‘90), aveva ottenuto l’effetto di favorire un riavvicinamento tra i due colossi del Sudamerica, i veri motori della politica e della economia del sub-continente e in particolare dell’area del Mercosur.
Il rilancio dell’economia dell’Argentina, dopo un’aspra trattativa con il Fondo Monetario che inizialmente non aveva apprezzato il processo di de-dollarizzazione e il ritorno ad una maggior stabilità monetaria, anche da parte del Brasile, vanno però inquadrati in un contesto più ampio che coinvolge gli Stati Uniti e un nuovo protagonista dell’area: la Cina.
L’attacco terroristico agli Stati Uniti, nel settembre 2001, ha portato la superpotenza ad attenuare l’attenzione politica nel proprio continente, tradizionalmente considerato come «il cortile di casa», favorendo, così, da una parte il nascere di nuovi protagonismi su scala continentale (Chavez in Venezuela e Lula in Brasile) e, dall’altra, dando via libera ad una politica commerciale e finanziaria molto aggressiva da parte della Cina.
Una delle conseguenze della scelta statunitense di concentrare la propria attenzione nell’area del Medio Oriente riducendo la pressione sui vicini paesi latini, è stato il recente insuccesso del Presidente Bush nel corso del vertice dei capi di Stato del continente americano tenutosi a Buenos Aires nel novembre del 2005. Durante il vertice il presidente USA ha tentato con scarso entusiasmo e inutilmente di riproporre il progetto ALCA (l’area di libero scambio lanciato negli anni ‘90 da Bush padre), scontrandosi con una netta opposizione da parte di Brasile e Venezuela e con una sostanziale indifferenza dei restanti paesi, con la sola eccezione del Messico, il cui Presidente Fox (già ex-presidente della Coca Cola messicana) è stato accusato da Chavez e Lula di essersi venduto agli USA — un’accusa peraltro già sostenuta all’epoca della adesione del Messico al NAFTA, il progetto di libero scambio che lega il paese agli USA e al Canada.[2] In risposta a questo attacco, gli USA hanno deciso di contrastare il Venezuela per quanto riguarda la sua candidatura ad un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, considerando il Presidente Chavez un ostacolo alla «cooperazione internazionale».[3]
Con l’accantonamento del progetto ALCA, agli Stati Uniti manca di fatto una strategia per il continente nel suo complesso, come dimostrano i tentativi di stringere accordi bilaterali con singoli paesi (ad es. con Cile e Colombia). Anche le pressioni che da sempre gli USA hanno esercitato nell’area tramite il Fondo Monetario non sembrano più essere efficaci al punto che Brasile e Argentina, dopo aver respinto i piani di rientro loro proposti dal Fondo, hanno deciso addirittura di anticipare il saldo del proprio debito.
Tale decisione è dovuta da una parte ad una ripresa delle economie di Brasile ed Argentina, ma anche a sostanziali aiuti economici e finanziari provenienti dalla Cina. Il governo cinese ha infatti in programma di investire in America latina, nel decennio 2005-2015, oltre 100 miliardi di dollari.[4] Pur tenendo in debita considerazione la svalutazione, se pensiamo che il Piano Marshall portò gli USA a stanziare per l’Europa, in quattro anni, 12,5 miliardi di dollari, possiamo farci un’idea dell’importanza dell’investimento cinese.
È ormai nota la forte domanda di energia da parte della Cina per sostenere la propria produzione industriale. Non stupiscono quindi gli investimenti cinesi in Ecuador nel settore petrolifero.[5] La Cina ha però in programma investimenti anche nell’industria mineraria e in settori strategici quali quello dei sistemi satellitari e degli impianti nucleari, in particolare in Brasile. Nel corso del 2006, nel settore satellitare, essa investirà 89 milioni di dollari in Brasile,[6] dove verrà inoltre costruita una nuova centrale nucleare con tecnologia cinese, mentre il paese asiatico importerà uranio arricchito di cui il Brasile è il terzo produttore mondiale.
Che qualcosa sia cambiato in America latina è dimostrato anche dal fatto che Panamà, paese tradizionalmente filostatunitense, da sempre considerato un satellite degli USA e primo paese a introdurre la dollarizzazione, veda oggi la Cina come primo paese finanziatore del progetto di allargamento del canale con uno stanziamento di 6 miliardi di dollari. Inoltre è la società cinese Hutchison Whampoa che gestisce il traffico dello stretto, attraverso il quale passa oggi il 5% di tutto il traffico marittimo mondiale con pedaggi sino a 200 mila dollari.[7]
Questi aiuti finanziari che provengono dalla Cina avranno nel breve-medio periodo degli effetti anche in campo politico? Sembrerebbe proprio di sì, visto l’esito fallimentare registrato dal progetto ALCA. Alcuni paesi latino-americani manifestano oggi con orgoglio il proprio distacco dalla politica statunitense, sino al punto di irriderla, come ripetutamente fa il presidente del Venezuela Chavez, o, più di recente, il neo presidente della Bolivia Morales, che come primo atto dopo la propria elezione (dicembre 2005) ha fatto visita al presidente cubano Castro.
Questo ritrovato spirito «autonomista» che si registra in America latina ha favorito nel corso del 2005 un riavvicinamento tra Brasile ed Argentina, che hanno così ripreso il dialogo per favorire il rilancio del Mercosur, anche se permangono molte divergenze.
Infatti, mentre il presidente del Brasile Lula ha manifestato apertamente la volontà di favorire un progetto di integrazione politica, monetaria ed istituzionale non solo del Mercosur, ma addirittura dell’intero sub-continente, come ha dichiarato a Cuzco in occasione del vertice dei paesi latino-americani,[8] il presidente Argentino Kirchner (sostenuto in questo anche da Uruguay e Paraguay) mostra maggiore prudenza. La prospettiva di una più stretta integrazione con il Brasile suscita infatti non poche paure proprio per le dimensioni e il «peso» politico che questa nazione gioca nel sub-continente. L’Argentina, insieme all’Uruguay, ha così deciso di non partecipare al vertice di Cuzco, avendo saputo in anticipo che Lula avrebbe avanzato la proposta di una moneta unica per l’intero continente, senza aver concordato questa iniziativa con gli altri membri del Mercosur. È da ricordare che già nel 1997 la Banca centrale del Brasile aveva studiato l’ipotesi di una moneta unica per il Mercosur nel 2012, rigettata all’epoca dal Presidente argentino Menem che vedeva nel dollaro la moneta unica della regione.[9]
Di recente in seno ai paesi del Mercosur è sorta quindi una particolare alleanza Argentina-Uruguay-Paraguay al fine di contrastare la proposta brasiliana di creare un Parlamento del Mercosur con una ripartizione dei seggi in base alla popolazione dei singoli paesi. Una ripartizione di questo tipo favorirebbe nettamente il Brasile, di gran lunga il paese più popoloso dell’area (oltre 180 milioni di abitanti contro i circa 40 dell’Argentina, i 6 del Paraguay e i 3 dell’Uruguay).
Nel recente vertice di Montevideo (dicembre 2005) non è stato raggiunto un accordo su questo specifico punto, rimandando la discussione in sede di commissione tecnica mista, la quale dovrà formulare delle proposte che un vertice dei capi di Stato dovrà approvare. In ogni caso è stata rinviata al 2011 la data di insediamento del futuro Parlamento quando, nelle ipotesi iniziali, si sarebbe dovuto insediare già nel corso del 2006.[10]
Questi ritardi non faciliteranno il processo di integrazione nell’area, che trova ostacoli anche nell’ingerenza statunitense: in un recente vertice argentino-brasiliano, è stato affrontato il problema del possibile accordo bilaterale che gli Stati Uniti hanno proposto all’Uruguay, nel tentativo di creare tensioni e divisioni in seno al Mercosur.[11]
Va poi aggiunto il fatto che, dopo 15 anni dalla sua nascita, il Mercosur conoscerà presto il primo allargamento dal momento che il Venezuela diverrà paese membro effettivo nel 2007.[12] Cile e Bolivia risultano ad oggi ancora paesi associati, ma danno al Mercosur un ulteriore impulso economico verso il Pacifico a scapito degli scambi commerciali verso l’Atlantico che storicamente hanno privilegiato l’Europa.
In un momento di debolezza nella politica estera degli USA nel proprio continente, risulta evidente che gli europei hanno preferito «fuggire», abbandonando importanti possibilità di investimento in settori strategici. Spagna, Italia e Francia, ad esempio, hanno abbandonato attività nei settori minerari (Bolivia, Ecuador), della meccanica e delle telecomunicazioni (Argentina, Brasile, Cile).[13] Nel solo biennio 2000-2001 Italia, Spagna e Germania hanno ridotto i propri investimenti per un valore di 118 miliardi di dollari.[14] Gli investimenti europei si sono per converso indirizzati in prevalenza verso i paesi dell’Est europeo, in settori non certamente strategici, per privilegiare produzioni a minor costo di manodopera, come per esempio nel settore metalmeccanico.[15] È questa una ulteriore dimostrazione della scarsa propensione dell’Europa ad investire in ricerca e sviluppo: una scelta che la indebolisce sia al suo interno che a livello internazionale. Anche per la debolezza e assenza dell’Unione europea, la Cina ha potuto così garantirsi oggi un mercato dalle grandi potenzialità ed è facile prevedere che, oltre ai vantaggi economici, essa, nel prossimo futuro, acquisirà vantaggi anche in campo politico, che sposteranno ulteriormente l’asse politico-economico del mondo verso l’area del Pacifico, indebolendo così ulteriormente il ruolo di una Europa sempre più assente negli scenari geopolitici.
L’attivismo economico e commerciale cinese in America latina che, peraltro, si sta manifestando anche in Africa,[16] dovrebbe indurre l’Unione europea ad una profonda riflessione sulla propria emarginazione nel contesto internazionale. Nel passato l’Europa, nei momenti di crisi, ha saputo trovare la forza per un proprio rilancio, ma oggi appare come smarrita, e non riesce a reagire a un declino manifestatosi nel giro di un solo decennio e all’apparenza inarrestabile.
Occorre dunque una scelta politica radicale, almeno da parte di un nucleo di paesi, che sappia rompere con gli indugi e le titubanze e invertire la rotta superando la paralizzante divisione. Il fattore tempo sta diventando essenziale tanto è rapido il processo di decadenza che l’Europa sta conoscendo. Se non interverrà un elemento di rottura rispetto al gradualismo politico che caratterizza il processo di integrazione europea, l’Unione europea rischia di vivere la stessa crisi che conobbe la Repubblica di Venezia all’indomani della scoperta delle Americhe: prima l’emarginazione, poi il declino e infine il crollo.
 
Stefano Spoltore


[1] Creato nel 1991 grazie ad un accordo tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay con l’obiettivo di integrare economicamente e politicamente i paesi membri.
[2] L’accordo di libero scambio nordamericano è entrato in vigore il 1° gennaio 1994.
[3] Ansalatina, 16 febbraio 2006. Questa posizione, sostenuta dall’ambasciatore all’ONU John Bolton, rientra in un giudizio più generale del governo statunitense che considera il Venezuela una nazione «amica dei paesi canaglia», specie dopo l’accordo commerciale che ha siglato con l’Iran.
[4] Clarin, Buenos Aires, 13 novembre 2004. Si veda inoltre in Foreign Affairs, n. l/2006 l’articolo «Is Washington Losing Latin America?».
[5] Corriere della Sera, Milano, 8 gennaio 2006; Il Sole 24 Ore, Milano, 15 gennaio 2006; La Repubblica, Roma, 18 febbraio 2006.
[6] Jornal do Brasil, S. Paolo, 13 novembre 2004.
[7] Ventiquattro magazine, Milano, novembre 2005.
[8] El Commercio, Lima, 9 dicembre 2004.
[9] Si veda Il Federalista, XLIII (2001), p. 132 e L’Espresso, Roma, 29 maggio 1997.
[10] El Pais, Montevideo, 9 dicembre 2005.
[11] Ansalatina, Brasilia, 16 gennaio 2006. È da notare come dal 2001 ad oggi i presidenti di Argentina Kirchner e del Brasile Lula, abbiano introdotto l’abitudine di incontri bilaterali con frequenza semestrale, per affrontare i temi politici più significativi, anche se non mancano, come abbiamo visto, alcune divergenze. Questo tipo di incontri ricorda quelli bilaterali franco-tedeschi.
[12] Granma Internacional, Habana, 12 dicembre 2005.
[13] Il Sole 24 Ore, Milano, 17 gennaio 2006 e Avvenire, Milano, 21 gennaio 2006.
[14] Limes, n. 4/2003, p. 61. Per la precisione sono passati da investimenti per 293 miliardi di dollari a 175 miliardi. Nello stesso biennio il Giappone ha invece aumentato di 6 miliardi di dollari i suoi investimenti nella regione: un altro segnale di come si stia spostando sempre più verso l’area del Pacifico il flusso degli scambi commerciali.
[15] tutto.ilsole24ore.com, 20 febbraio 2006; Liberazione, Roma, 13 luglio 2004 e Alternativaeuropea, Pavia, n. 15, gennaio 2006.
[16] Financial Times, Londra, 22 febbraio 2006.

 

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