Anno XXXII, 1990, Numero 1 - Pagina 56

 

 

PUO’ IL FEDERALISMO RAPPRESENTARE UN MODELLO PER L’AFRICA?

 

 

E’ possibile parlare di federalismo africano? Tenendo conto degli studi che sono stati dedicati all’argomento – in particolare delle trattazioni giuridiche accademiche a proposito dell’unità africana – ci sarebbe da credere che in proposito tutto sia stato detto.

In realtà, l’esistenza del fenomeno federativo in Africa è stata colta in diversi contributi riguardanti lo studio dei movimenti panafricani, che, sviluppatisi all’indomani della prima guerra mondiale, hanno portato alla decolonizzazione dell’Africa.

Parimenti, numerosi studi storici ed etnologici hanno messo in evidenza, sia pure con qualche esitazione, l’esistenza di fenomeni di tipo federale nei sistemi sociali dell’Africa nera precoloniale.

Infine, la constatazione dei successi e degli insuccessi delle unioni tra Stati africani fin dai primi anni della loro indipendenza, il bilancio delle esperienze federali riuscite o fallite e più particolarmente le politiche d’unità africana rappresentano la base teorica principale di ciò che è stato chiamato federalismo africano.

Tuttavia, quando si cerca di verificare la portata della teoria federalista nel continente africano, tutto o quasi resta da dire, perché non è veramente possibile parlare di federalismo africano, inteso come progetto politico. Né in passato né oggi si può affermare che sia esistito un movimento, sotto forma di associazione, che abbia avuto come obiettivo esclusivo, in forma autonoma, il sostegno dell’idea federalista come progetto politico per l’Africa.

In realtà, quando si cerca di presentare o di proporre il progetto di un nuovo federalismo, costruito sui principi della dottrina federalista moderna, il termine di federalismo africano resta tutto da definire, il progetto federale africano si iscrive nell’avvenire. L’esame delle esperienze di unioni tra Stati, in quest’ultima prospettiva, presenta scarso interesse, anche riguardo a ciò che l’etnofilosofia e l’antropologia politica africana affermano circa la preesistenza del fenomeno nel continente.

L’unico interesse – peraltro non trascurabile – presentato da questo tipo di studi storici[1] sull’esistenza di fenomeni federali nell’Africa precoloniale (a differenza dei lavori di Bernard Voyenne[2] a proposito dell’idea di unificazione europea in Occidente) sta nel fatto che essi tendono a provare che il federalismo non può in alcun modo essere considerato come un’ideologia d’importazione in Africa. Le somiglianze possibili tra i due sistemi politici e sociali africano e greco stanno nel contratto d’alleanza o patto tra i segmenti (clan, stirpi, famiglie) costituenti i sistemi socio-politici, che rappresenterebbe il principio fondamentale che regge l’organizzazione politica delle società negro-africane e greca. Tali verifiche stabiliscono in modo irrefutabile il carattere universale del federalismo in quanto forma di organizzazione e di gestione di una società politica.

L’ideologia giacobina dello Stato, fondata cioè sulla coincidenza necessaria tra Stato e nazione, ha conquistato il mondo intero. E’ entrata in Africa verso la fine del XIX secolo, con la colonizzazione, e vi si è radicata alla fine della conferenza di Berlino più di cent’anni fa.

All’indomani della seconda guerra mondiale sono comparsi tuttavia i segni della contestazione, inizialmente attraverso il rifiuto del colonialismo e la volontà di emancipazione, e successivamente attraverso la volontà di superare i quadri statali artificiali espressa da alcuni africani[3] attraverso la formula di una «federazione con la potenza metropolitana», o, secondo altri,[4] attraverso un «panafricanismo militante», per rendere esplicito l’obiettivo di una rottura totale con il colonialismo. In questa nuova forma, il federalismo africano appariva come una ideologia della decolonizzazione dell’Africa.

Tuttavia, a tale stadio, non possiamo affermare che il federalismo africano si fosse definito come l’ideologia dello Stato federale. Non si era definito ancora in modo autonomo rispetto alle grandi correnti ideologiche e politiche che dominavano il contesto di quel periodo, cioè il colonialismo ed il comunismo.

Effettivamente, quando si esamina il programma del Partito federalista africano (PFA),[5] l’unica organizzazione politica che si sia richiamata al federalismo in Africa, si constata che la Federazione africana era vista unicamente come uno strumento suscettibile di risolvere la crisi coloniale. Questo atteggiamento si spiega con la volontà dei governi colonialisti di quel tempo di contrastare il desiderio di indipendenza delle colonie africane. Tali esperienze d’allora non si possono qualificare come federaliste, in quanto mancavano le condizioni politiche indispensabili, ed in particolare l’indipendenza, per permettere alle entità componenti o «da federare» di disporre della libertà necessaria alla conclusione di un patto – nel senso generico di foedus – destinato a rafforzare ed a garantire la loro indipendenza. Vale infatti la pena di far notare che, dal punto di vista tecnico e giuridico, l’atto che crea le federazioni di Stati è sempre un atto internazionale: una federazione di Stati non può nascere attraverso un «regolamento ministeriale», come nel caso delle vecchie federazioni in Africa nell’epoca coloniale.

Il contesto africano ed internazionale nel quale operavano i federalisti africani che perseguivano uno scopo unitario non permetteva loro in alcun modo di formulare chiaramente l’obiettivo federale africano, nonostante la presenza del Partito federalista africano di Senghor; e soprattutto, gli elementi di federalismo erano insufficienti o quasi assenti – dato lo stato ed il grado di vita istituzionale dell’Africa d’allora – poiché il federalismo per aggregazione presuppone sempre la preesistenza di entità politiche sovrane e separate che si federano attraverso un legame costituzionale. Infatti, da un lato, gli Stati africani non avevano acquisito un grado di indipendenza sufficiente, e dall’altro il processo di costituzionalizzazione interna era troppo poco sviluppato perché si potesse immaginare un legame costituzionale tra gli Stati separati.

Alcuni giuristi[6] sostengono tuttavia che l’utilizzazione del concetto di federalismo africano sia appropriata per descrivere le esperienze politiche di quel periodo. Da parte nostra, pensiamo che una corretta interpretazione del federalismo moderno, inteso come superamento cosciente dello Stato nazionale, impedisca di vedere in queste esperienze delle forme di federalismo autentico. Le prospettive di una vera esperienza federalista in Africa si situano davanti e non dietro a noi.

Si giunge alle stesse conclusioni quando si prendono in esame gli elementi costitutivi del concetto di «panafricanismo militante» alla luce della teoria federalista.

Il «panafricanismo militante» è il movimento che maggiori speranze ha suscitato durante la decolonizzazione dell’Africa. Tuttavia la sua mancanza di chiarezza circa i limiti geografici dello spazio da federare – poiché auspicava l’unità totale dell’Africa,[7] trascurando le aree di civiltà – la sua alleanza con il comunismo internazionale,[8] la sua tendenza centralizzatrice,[9] ma anche l’assenza di una base filosofica e metodologica capace di presentarlo come un corpo di dottrina coerente, l’hanno ridotto al rango di semplice velleità ideologica, preoccupata, come altre, di giustificare una forma di potere.

In definitiva, il federalismo africano, nel senso politico ed ideologico definito finora, serve ad indicare da un lato i tentativi fatti nel corso della decolonizzazione dell’Africa di creare delle «federazioni» tra gli Stati africani e le vecchie metropoli e dall’altro il «Movimento panafricano» per l’indipendenza e la riunificazione nazionale dell’Africa, basato sul «panafricanismo militante» del Dr. K. Krumah.

Tale espressione del federalismo africano, in un contesto storico dominato dalla guerra fredda e dallo scontro delle grandi correnti politiche ed ideologiche del mondo del dopoguerra – il comunismo e la politica di potenza – non poteva sfuggire a queste determinazioni storiche, che lo condannavano a restare privo di reali possibilità di sbocco. Il federalismo africano non poteva, in tale contesto, pretendere di raggiungere il grado di autonomia teorica necessaria a renderlo utilizzabile come base ideologica per la costruzione dell’unità politica dell’Africa.

L’ideologia panafricana è tuttavia servita a creare le basi culturali e storiche che potevano permettere agli Stati africani di prendere in considerazione la loro unità.[10] In realtà il panafricanismo culturale è in grado di svolgere questo ruolo solo a condizione che il federalismo sia formulato come progetto politico per l’Africa. Dal momento che l’africanità non è oggi in grado di condizionare l’unione degli Stati africani, questa non può ormai che essere fondata su basi federali.

In realtà, uno dei principali fatti nella storia dell’Africa, da quando gli Stati africani hanno avuto accesso alla sovranità, è stato il trionfo del nazionalismo in tutto il continente. Il mito della «via nazionale allo sviluppo», come sottolineato dal Professor Guido Montani,[11] è servito da motore ideologico alla costruzione economica e politica dei giovani Stati africani da poco indipendenti e si è sostituito al panafricanismo, che pure era servito da motore ideologico per la decolonizzazione. Il «nazionalismo statale», che imperversa in Africa da più di un quarto di secolo, ha dato come risultato la creazione di nuovi lealismi nazionali all’interno degli spazi territoriali fissati dalla colonizzazione.

Vale la pena di precisare il senso che attribuisco al concetto di «nazionalismo statale». Di fatto, al di là della distinzione classica tra le definizioni soggettiva ed oggettiva della nazione, si può ritenere che la nazione si definisca come una comunità i cui membri, uniti da legami di solidarietà materiali e spirituali, hanno preso coscienza di costituire una entità distinta dalle altre comunità umane. Ma il tema della nazione, nell’esperienza europea, fu rapidamente associato a quello dello Stato, come giustificazione dell’indipendenza di quest’ultimo: è l’emergenza del nazionalismo come fenomeno ideologico diverso dalle «nazioni culturali». Nel contesto africano, il ruolo dello Stato è stato preponderante nella formazione della nazione, per il fatto che l’evoluzione storica della formazione nazionale in Africa è stata interrotta dall’intervento del colonialismo. Lo Stato africano attuale è stato, di conseguenza, condannato a cercare una nuova forma di aggregazione nazionale, che non poteva essere fondata se non sull’idea di nazione come l’aveva sviluppata la concezione occidentale.

Una delle prime difficoltà incontrate dallo Stato africano fin dall’inizio della sua indipendenza, è stata (come ha sottolineato con molta appropriatezza il giurista francese Georges Burdeau) «quella relativa alla struttura e alla delimitazione del quadro nazionale».[12] Così, partendo dal quadro territoriale ereditato dal colonialismo ed arbitrariamente delimitato, inglobando diversi raggruppamenti etnici, lo Stato africano si è impegnato, nel corso degli ultimi trent’anni, a creare un nuovo tipo di solidarietà globale e nazionale. E si è impegnato bene. In altri termini, la ricerca del quadro nazionale – a causa della natura plurietnica dello Stato africano, ad eccezione della Somalia e del Lesotho, che formano nazioni monoetniche – è stata possibile solo attraverso strumenti coercitivi ed etnocidi. La creazione della nazione si è verificata senza problemi solo nei casi eccezionali in cui lo Stato ha valorizzato i sentimenti esclusivi di un gruppo etnico maggioritario, che ha saputo raccogliere attorno alla sua causa apporti eterogenei. Tuttavia le nazioni africane restano ancora, contemporaneamente, sia una aspirazione e un obiettivo da raggiungere, sia una realtà operante, le diverse tappe della cui costruzione si articolano attorno ad avvenimenti precisi ed a diverse strutture di integrazione repressive ed inclusive ben percettibili ed individuabili. Questo processo ha raggiunto oggi una fase di irreversibilità. E’ ciò che Mouflou[13] qualifica, a giusta ragione, in un originale saggio sull’unità africana, come «trionfo dei nazionalisti»; l’autore conclude, al termine di un’analisi sociologica dell’Organizzazione per l’unità africana (OUA), che questa organizzazione è servita più a consolidare gli Stati nazionali che a costruire l’unità africana.

La creazione dell’OUA, ispirata al modello confederale, apre in effetti un nuovo capitolo della storia africana. Tale atto è fondato sull’accettazione delle entità statali derivate da «Berlino». Per la prima volta è oggi presente la condizione indispensabile per la federazione – che mancava all’indomani dell’indipendenza –, e cioè l’esistenza di Stati sovrani indipendenti e separati. La decolonizzazione dell’Africa e successivamente il trionfo del «mito della via nazionale allo sviluppo» hanno considerevolmente ridotto la forza di ciò che costituiva fondamentalmente lo zoccolo dell’unità panafricana, il ricordo cioè dell’esperienza comune della schiavitù e della colonizzazione. Questa evoluzione ha avuto come esito l’emergere del sentimento della diversità tra le nuove nazionalità, sentimento che è quasi riuscito a relegare in secondo piano l’identità culturale ed originaria degli Africani. Così Maryse Condé non ha torto quando si interroga sul carattere operativo dell’identità culturale. «Da po’ di tempo – dice – si parla molto di identità culturale. Il termine indicherebbe la nozione di una identità originale e nettamente definita che si manifesta a tutti i livelli dell’espressione collettiva di un paese o di un popolo e che gli permette di affermarsi nei confronti degli altri. La paura ed il senso di minaccia possono generare sentimenti molto contestabili. Ora, di miti, i popoli africani hanno già troppo sofferto. Così, vediamo i tristi effetti della «negritudine» portata ed eretta a sistema di governo. La prima domanda è la seguente: chi parla di identità culturale?».[14] L’autrice ha voluto esprimere in modo un po’ confuso il fatto che lo sviluppo del «nazionalismo statale» in Africa tende a mettere in iscacco tutte le elaborazioni del movimento panafricano.

Il fatto che il processo di emergenza del «nazionalismo statale» sia giunto a maturazione si constata dai numerosi conflitti che hanno opposto gli Stati africani indipendenti, tutti membri dell’Organizzazione per l’unità africana: almeno una quarantina di conflitti,[15] che hanno assunto in gran parte la forma di guerra in armi. E’ lo sbocco della politica dell’interesse nazionale, dell’applicazione della dottrina della «ragion di  Stato» nelle relazioni interafricane. E’ chiaro che il sistema panafricano è ormai entrato nell’era dello Stato nazionale. Il modello dello Stato nazionale, fondato sulla coincidenza necessaria tra Stato e nazione, è il sistema su cui si basano gli Stati africani che hanno raggiunto la piena maturità.

Scriveva Alexander Hamilton in The Federalist: «Sperare in una permanenza di armonia tra molti Stati indipendenti e slegati sarebbe trascurare il corso uniforme degli avvenimenti umani ed andare contro l’esperienza accumulata dal tempo».[16] Ciò significa che è impossibile mantenere la pace tra Stati sovrani senza un legame federale. Il problema sta dunque nella difficoltà di conciliare l’idea di sovranità e l’esigenza di pace. Quest’ultima non può essere ottenuta che a condizione di estendere delle istituzioni democratiche ai governi dei diversi Stati presi in considerazione. Sono queste le prime premesse della problematica del federalismo, che dopo Kant e l’esperienza americana, rappresenta lo strumento essenziale dell’associazione di Stati per il mantenimento della pace. Non si tratta della «confederazione» proposta da Rousseau,[17] ossia una associazione tra Stati sovrani per fini puramente difensivi; ma, secondo la definizione di Wheare,[18] di due ordini di governo al tempo stesso coordinati ed indipendenti, ciascuno nella propria sfera.

Sembra che questi due elementi, presi congiuntamente, pongano in termini nuovi il problema dell’unità africana. L’utilizzazione del concetto di federalismo africano di cui parlavamo prima trova così il suo senso pieno, contrariamente al suo uso precedente. In effetti, questi elementi rendono pensabile una articolazione istituzionale nella quale il governo locale – lo Stato africano indipendente – potrà esprimere forme avanzate di autogoverno senza subire ingerenze da parte di un’autorità africana centrale o straniera; ma nella quale, allo stesso tempo, grazie alla coordinazione esistente tra i due livelli di governo, la formazione della volontà politica africana e le decisioni prese a tale livello potranno essere applicate a livello generale.

Così, dunque, il modello federale è divenuto una necessità in Africa. L’unità africana non può più essere concepita che in termini di federalismo, dal momento che la politica praticata oggi in Africa dai nostri governi nazionali segue quasi esclusivamente il principio classico di ogni politica estera, che consiste nell’ottenere vantaggi per il proprio Stato ed i propri cittadini, donde i numerosi conflitti che hanno opposto gli Stati africani. E ciò assegna al federalismo africano una finalità fondamentale, in quanto progetto politico e soluzione agli inestricabili conflitti, per la conservazione della pace.

Dunque il federalismo, in quanto «critica scientifica dello Stato nazionale», nel senso datogli da Mario Albertini,[19] trova in Africa le condizioni per la sua piena applicazione. Bisogna confutare le idee erronee, ma sfortunatamente riprese in molti scritti federalisti, secondo le quali «il nazionalismo, l’ideologia dello Stato nazionale, ha ancora un ruolo da svolgere in Africa, visto il numero di tribù e di clan», e «l’Africa può solo cominciare a costruire delle confederazioni regionali, perché il processo di integrazione dei popoli africani non è ancora compiuto...» Questa affermazione non è solamente una pericolosa attenuazione della portata universale del federalismo, ma tende a perdere di vista che il federalismo non sta solo nel suo carattere sovrannazionale, ma anche e soprattutto nella sua finalità fondamentale di preservare la pace tra i gruppi umani indipendentemente dalle forme di organizzazione politica. Certo, il senso dell’unificazione africana, concepita alla luce della teoria federalista, non può essere una piatta uniformità. E’ ben evidente che si tratta di limitare l’unificazione ai soli campi le cui dimensioni superano chiaramente le capacità della politica locale e che non possono essere controllati con la semplice cooperazione intergovernativa. Tutte le altre questioni devono essere lasciate alla competenza delle autorità locali. E’ così enunciato il principio di «sussidiarietà», secondo il quale la collettività inglobante – la federazione – interviene solo a partire dal momento in cui le collettività di base – i federati – sono inadeguati alla dimensione dei problemi da risolvere. Il principio di sussidiarietà[20] è il fondamento stesso del federalismo, che è stato spesso definito come «l’unità nella diversità».

Unità e diversità caratterizzano sia la storia sia la cultura africana. Le grandi correnti religiose e filosofiche, i principali stili dell’architettura, dell’arte e della musica non hanno mai conosciuto frontiere in Africa, così come la moltitudine delle nostre lingue, la diversità delle nostre identità regionali e nazionali appartengono all’eredità culturale dell’Africa. La storia politica dell’Africa è stata dominata, per lunghi periodi, da un’alternanza costante tra forze centripete e forze centrifughe.[21] Se, nei fatti, si può constatare il predominio delle forze centrifughe su quelle centripete – i grandi imperi africani hanno avuto durata più breve dei periodi di anarchia e di spezzettamento politico – ciò è da attribuire nella maggior parte dei casi al fenomeno dell’invasione esterna, che ha anch’esso rappresentato una costante della storia del1’Africa. In questo contesto, l’unificazione africana non può che significare la ricerca di un’unità che non distrugga la diversità. Così la federazione africana sarà necessariamente, nelle prime fasi della sua costituzione, una federazione multinazionale e multilingue.

Vale la pena di far notare, per eliminare ogni dubbio sull’attualità del federalismo africano, che il «quadro nazionale» in Africa[22] –più che altrove nel mondo – è insufficiente a garantire uno sviluppo armonioso e una indipendenza effettiva dei nostri popoli. L’esiguità del territorio, la debolezza del mercato nazionale, la precarietà delle risorse economiche condannano ogni Stato africano, preso isolatamente, a non acquisire mai la dignità di un vero Stato né ad elevarsi al rango di una nazione moderna. Così è utile affermare che il modello federalista non è un ideale metafisico, ma corrisponde alla necessità di creare delle strutture comuni capaci di rispondere alle sfide della dimensione transnazionale. Il modello federalista, e su questo non c’è alcun dubbio, è la formula più efficace per organizzare l’unità africana al fine di risolvere i problemi di sviluppo economico dell’Africa.

Mi sembra opportuno, prima di proseguire, fare una precisazione sul significato che do alla parola modello: non si tratta affatto di una scelta arbitraria paragonabile al «tipo ideale» di Max Weber,[23] ma il modello federalista, nel senso in cui lo uso, è in Africa una necessità storica, che affonda le sue radici nelle nostre realtà concrete: è un’esigenza della ragione. Inoltre, la concezione bismarckiana della politica come «arte del possibile» ci ha spesso guidato nelle nostre scelte politiche in Africa, mentre oggi si tratta soprattutto di rendere possibile ciò che è necessario.

La maggioranza dei nostri popoli è preoccupata e cerca una risposta a molti problemi, quali la disoccupazione, le carestie, l’educazione, la formazione, la sanità, le condizioni di lavoro. Il federalismo dà una risposta a queste sfide. Solo un governo africano, infatti, può disporre dei mezzi e mobilitare le risorse necessarie ad approntare le risposte che si impongono a queste questioni fondamentali e prioritarie.

Ma, infine, che cosa intendiamo per federalismo, al di là della formula «unità nella diversità»?

Una prima definizione classica è data da quella che viene comunemente indicata la scuola americana o hamiltoniana,[24] che vede nel federalismo la teoria dello Stato federale, caratterizzato dalla divisione verticale dei poteri tra la Federazione e gli Stati membri: è il federalismo istituzionale. Lo Stato federale, in questa concezione, non è altro che un quadro che non implica in sé una scelta di società, dal momento che può esistere in regimi e sistemi così diversi come quelli degli Stati Uniti, dell’URSS, della Repubblica Federale di Germania, del Messico, dell’India, del Brasile, della Jugoslavia, dell’Australia o della Svizzera.

Al di là dell’esperienza giuridica e istituzionale dello Stato federale, il federalismo appare anche come un principio di organizzazione applicabile a vari aspetti della vita sociale. Sindacati, partiti politici, associazioni più diverse, imprese industriali hanno spesso strutture di tipo federale. A partire da queste constatazioni, alcuni autori considerano il federalismo come un modo di organizzazione della società: è il federalismo integrale,[25] rappresentato dalla scuola francese di ispirazione proudhoniana.

Al di là di queste definizioni esclusive, sembra legittimo parlare di federalismo, come propone il tedesco Ferdinand Kinski, «quando un’organizzazione politica, economica, culturale comprende diverse collettività autonome legate le une alle altre da strutture ed istituzioni comuni alle quali hanno delegato dei poteri e delle competenze per la gestione degli affari comuni e per la difesa dei loro interessi esterni; quando l’unità e la diversità, in un’organizzazione complessa, sono egualmente rispettate; quando la distribuzione dei poteri obbedisce all’esigenza del loro esatto adeguamento ai problemi da risolvere e, infine, quando i gruppi membri e le parti autonome possono partecipare alle decisioni dell’organizzazione inglobante e controllarla».[26]

E’ possibile, allora, a partire da questa esperienza parziale degli Stati federali e delle strutture federali già esistenti in campo non-statale, erigere il federalismo a modello per l’Africa?

Noi rimaniamo convinti che l’Africa ha bisogno di progredire verso il federalismo, se vuole sopravvivere come civiltà.

Quest’esigenza non può essere soddisfatta se non superando gli ostacoli che vi si oppongono. Il modello federalista avrà probabilità di successo in Africa solo se forze e tendenze favorevoli alla sua realizzazione esistono già e se i federalisti prendono l’iniziativa di questo processo e vi si impegnano a fondo.

Ci sono oggi in Africa numerosi fattori economici e istituzionali, la cui presenza tende a provare che il continente evolve verso la sua unificazione. La presenza di meccanismi prefederalisti, certo insufficienti, ma reali, nella politica d’unità africana, rappresenta un progresso considerevole nell’opera di unificazione. In definitiva, l’attuale crisi dell’unità africana non è altro che il risultato della mancanza di federalismo nelle istituzioni panafricane.

Tuttavia il federalismo potrà servire da base all’unità africana solo alla condizione che – come sottolineato da William Riker,[27] che ha tratto la lezione dalle esperienze federaliste della storia – esista un soggetto politico cosciente che lo proponga. Non c’è mai stato veramente in Africa un movimento che abbia sostenuto davanti all’opinione pubblica in maniera autonoma l’idea dell’unità africana. La costituzione di una forza federalista diviene una condizione indispensabile per la federazione dell’Africa.

Se per molte ragioni il federalismo è un modello necessario per l’Africa di oggi, tuttavia la sua realizzazione dipende dalla mobilitazione della gioventù africana come forza federalista dell’avvenire.

 

Fall Cheikh Bamba

 


[1] Diop Cheikh Anta, Etude comparée des systèmes politiques et sociaux de l’Europe et de l’Afrique de l’antiquité à la formation des Etats modernes, Parigi, Lettres, 1960.

[2] B. Voyenne, Histoire de l’idée européenne, Parigi, Payot, 1984.

[3] L. Senghor, Liberté 2 et 4, Parigi, Seuil,1978.

[4] K. Krumah, I Speak of Freedom, Londra, Mercury Books, 1961; vedi anche Sékou Toure, L’expérience Guinéenne et l’unité africaine, Parigi, Plon.

[5] Parti Fédéraliste Africain fondato da Léopold Senghor, 1-3 luglio 1959, Dakar. Vedi Guédel Ndiaye, L’échec de la fédération du Mali, Dakar, ed. NDA.

[6] D. Ihiam, La politique étrangère des Etats Africains, Parigi, PUF, 1963.

[7] K. Krumah, Africa Must Unite, Parigi, Maspero, 1963.

[8] G. Padmore, Panafricanisme ou communisme, Parigi, PA.

[9] C.A. Diop, L’unité culturelle de l’Afrique Noire, PA, 1959.

[10] C.A. Diop, ibidem.

[11] G. Montani, L’unité européenne et le tiers-monde, Lione, Fédérop, 1982.

[12] G. Burdeau, L’Etat, Parigi, Seuil, p. 37.

[13] Mouflou, Sociologie de l’OUA: unité ou triomphe des nationalités, Parigi, L’Harmattan, 1986.

[14] Maryse Condé, «Propos sur l’identité culturelle», in Des africains en France, Parigi, L’Harmattan, 1987.

[15] Vedi il mio testo su questo argomento pubblicato dall’Institut d’Etudes Mondialistes (IEM), luglio 1985, La Lambertie.

[16] A. Hamilton, J. Madison e J. Jay, The Federalist, Parigi, Librairie Générale de Droit et de Jurisprudence, 1957, p. 50.

[17] J.J. Rousseau, Du contrat social (oeuvres complètes), Parigi, Gallimard, 1964, vol. III, p. 431.

[18] K.C. Wheare, Federal Government, Oxford, Oxford University Press, 1974, p. 10.

[19] M. Albertini, L’Etat national, Lione, Fédérop, 1982.

[20] G. Héraud, Le fédéralisme, Parigi, Presse d’Europe, 1986.

[21] J.Ki. Zerbo, Histoire de l’Afrique Noire, Parigi, ed. Hatier, 1978.

[22] B.Y. Ioure, L’Afrique à l’épreuve des indépendances, Parigi, PUF, 1984.

[23] M. Weber, Essai sur la théorie de la science, Parigi, Plon, 1965, p. 181.

[24] G. Heraud, «L’état actuel de la recherche fédéraliste», in L’Europe en formation, n. 190-192.

[25] Il filosofo francese Alexandre Marc è considerato il padre del federalismo integrale.

[26] F. Kinski, in L’Europe en formation, n. 226, pp. 12-13.

[27] F. Laursen, «Etudes fédéralistes aux Etats-Unis», in L’Europe en formation, n. 190, 192, 1986.

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