Anno XLVII, 2005, Numero 1, Pagina 31

 

 

L’UCRAINA E L’EQUILIBRIO MONDIALE
 
 
L’importanza del destino dell’Ucraina deriva dal fatto che essa è situata in un punto particolarmente delicato dello scacchiere internazionale, alla giunzione tra due sfere di influenza. La crisi che ha scosso la sua società, in cui era messa in gioco la sua appartenenza all’area russa o a quella occidentale, o più propriamente a quella della NATO, è solo apparentemente risolta con l’elezione di Viktor Yushenko, candidato filo-occidentale, a Presidente.
L’esito delle travagliate votazioni è da imputare a molti fattori: la corruzione dilagante sotto il regime di Kuchma, le rivendicazioni della maggioranza della parte occidentale del popolo ucraino a un più elevato grado di benessere e di sviluppo economico, così come le indubbie, molteplici e pesanti interferenze, sia politiche che finanziarie, esercitate dagli Stati Uniti, dalla NATO, dall’Unione europea e dall’OSCE (oltre che da alcuni Stati della regione che già si trovano, per un verso o per l’altro, nell’orbita degli Stati Uniti, come la Georgia, la Polonia e la Lituania). A ciò va aggiunto che molte agenzie occidentali di vario genere erano già presenti a vario titolo sul territorio ucraino, ed hanno elargito consistenti servizi ed aiuti, accompagnati da una corrispondente dose di propaganda occidentale. Ma al di là delle ragioni della scelta del popolo ucraino, ciò che comunque è più importante mettere in rilievo sono le probabili conseguenze di un cambiamento di campo sul destino dell’Ucraina nel suo complesso e sulla stessa configurazione dell’ordine mondiale.
Ciò che è in gioco è in primo luogo la vocazione geopolitica dell’Ucraina. Si deve premettere che l’interdipendenza economica della Repubblica ucraina e della Repubblica russa è di assoluta evidenza. La Russia fornisce il 35,8% delle importazioni dell’Ucraina, che del resto appartiene alla Comunità di Stati Indipendenti. La stessa Russia esercita un ampio controllo sulla rete di trasporto dell’energia che attraversa il territorio ucraino. Non solo: l’Ucraina si trova in un rapporto di stretta collaborazione con la Russia per quanto riguarda l’industria degli armamenti, l’industria aeronautica e l’industria spaziale rispetto alle quali il suo sistema industriale è un fornitore decisivo dell’armata russa.
Tra le due aree esiste quindi uno stretto legame economico che non può certo essere annullato da un giorno all’altro. Il problema è di altra natura. Si tratta di vedere come questa interdipendenza possa essere gestita politicamente, e in particolare come potrà essere governata la collaborazione tra i due paesi nel campo delle informazioni sensibili legate al settore militare, e come l’Ucraina potrà essere inserita nell’integrazione regionale che la Russia conta di realizzare con la Bielorussia, il Kazakhstan e l’Armenia. Si tratta in una parola, per la Russia, di evitare che l’Ucraina si trasformi da solido alleato a partner inaffidabile, pronto a usare la sua situazione di interdipendenza con la Russia come permanente arma di ricatto nell’interesse degli Stati Uniti.
 
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Il problema riguarda lo stesso sviluppo economico dell’Ucraina. È infatti legittimo chiedersi se un’area profondamente inserita in un tessuto economico unitario sia destinata a svilupparsi in modo più ricco ed armonico se si trova in condizioni di sfruttare tutte le sinergie economiche e politiche che dipendono dalla sua situazione di interdipendenza con esso: o se, al contrario, essa trarrebbe vantaggio da una sua nuova posizione di cavallo di Troia degli Stati Uniti nei confronti della Russia, di membro della NATO ed eventualmente di lontanissima, estrema marca orientale dell’Unione europea (destinata peraltro a diventare tale in tempi assai remoti), con tutte le ambiguità, i reciproci ricatti e le tensioni che ne deriverebbero.
Ma non è certo il solo sviluppo economico dell’Ucraina ad essere in gioco. Ciò che è in discussione è l’intero equilibrio politico dell’Europa orientale, e, al di là di esso, gli interessi vitali della Russia. La Russia è un grande paese, dotato di enormi risorse, ma che sta ricostruendo faticosamente e lentamente il proprio potere, la propria amministrazione e la propria economia dopo la catastrofe del crollo dell’Unione Sovietica. Esso è ancora un paese debole, assediato da vicini ostili e da minacce secessionistiche di alcune repubbliche che ne fanno parte, e che si trova di fronte a un bivio tra il ricupero del ruolo di grande potenza, con immense prospettive di sviluppo, e un oscuro futuro di caos, di disgregazione e di caduta nell’arretratezza. Per questo, per la Russia, impedire la secessione di una Repubblica assai piccola come la Cecenia, ma situata in un’area sensibilissima come il Caucaso, acquista un’importanza vitale per la sua stessa sopravvivenza, così come ne acquista una evitare che un alleato, peraltro ben più grande, come l’Ucraina, situato in un’altra area sensibile, possa passare nel campo occidentale.
 
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Nel mondo occidentale si sono distinti due diversi atteggiamenti. Il primo è stato quello degli Stati Uniti. Essi si sono ispirati alla tradizionale teoria del realismo politico, secondo la quale ogni potere deve proporsi innanzitutto il problema di indebolire il più possibile i poteri che possono costituire una minaccia al suo mantenimento e alla sua crescita. Non per nulla, fin dal crollo dell’Unione Sovietica, e malgrado le inevitabili concessioni dovute alle dimensioni e alle ricchezze della Repubblica russa, questo è stato l’orientamento costante della politica americana, anche se esso è sempre stato ricoperto dal trasparentissimo velo ipocrita dell’ideologia dell’esportazione della democrazia. Su questa base il governo di Washington ha appoggiato attivamente e senza riserve il candidato Yuschenko ed ha costantemente operato per indebolire in Ucraina l’influenza russa.
Si tratta di vedere se questa politica ha costituito una corretta applicazione della teoria della ragion di Stato e quindi ha favorito un corretto perseguimento degli interessi americani di consolidamento del potere degli Stati Uniti nel mondo. Non è così. Il potere di qualunque Stato egemone è comunque una risorsa limitata, che dipende dalle sue capacità produttive, dalla sua forza militare e tecnologica e dal consenso di cui dispone tra i propri cittadini, nonché dal sostegno che esso è in grado di assicurarsi all’interno e al di fuori della propria sfera d’influenza. Si tratta di una risorsa che non può essere impiegata indiscriminatamente in tutti i punti del globo in cui la potenza egemone si confronta, in un’area di crisi, con un antagonista reale o potenziale, tenendo conto del fatto che il più grande dei pericoli che una grande potenza può trovarsi ad affrontare è quello dell’overstretching: cioè di un’estensione delle proprie responsabilità internazionali che vada al di là delle proprie risorse e le logori nel tentativo, destinato inevitabilmente all’insuccesso, di governare disordinatamente, senza una politica, una parte del mondo dalle dimensioni eccessive e dai problemi troppo numerosi e complessi.
In verità una Realpolitik bene intesa non deve certo essere interpretata come il tentativo di accrescere indiscriminatamente il proprio potere in ogni occasione in cui se ne presenti l’opportunità, ma come lavoro paziente e razionale inteso a creare e mantenere un equilibrio internazionale stabile e duraturo, che consenta di distribuire razionalmente le risorse di potere della potenza egemone tra le diverse aree della sua sfera d’influenza, a seconda della loro importanza strategica, e di ricostruirle di mano in mano che esse si logorano, in modo da mantenere la propria leadership intatta e di fare in modo che essa sia accettata dagli alleati.
Ciò che invece stanno facendo oggi gli Stati Uniti è tentare di distruggere qualsiasi equilibrio, circondando, come nel caso dell’Ucraina, la Repubblica russa con una cintura di paesi deboli, instabili e infidi al fine di destabilizzare la stessa Russia, senza peraltro perseguire alcun disegno preciso, e quindi aumentando, anziché diminuendo, i punti dello scacchiere internazionale in preda al caos e alla disgregazione, e diminuendo, anziché aumentando, le capacità di leadership degli stessi Stati Uniti su di un mondo sempre più anarchico e instabile.
 
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Simile nell’orientamento, ma profondamente diversa nelle motivazioni, è invece la politica dell’Unione europea. Essa si rapporta alla politica americana come la politica (se così la si vuole chiamare) di una nebulosa di Stati impotenti e servili si può rapportare alla politica di uno Stato che sta bensì mostrando le sue pericolose e gravi insufficienze in politica estera, ma che rimane pur sempre il più importante centro di potere del mondo. Di fatto l’Unione europea ha oggi, nella crisi ucraina, l’ipocrita e ambigua funzione di fare da avanguardia e da copertura dell’operazione della NATO di accerchiamento della Federazione russa lungo la sue frontiere europee e caucasiche.
L’Unione europea non è comunque certo mossa da obiettivi di politica di potere, ma piuttosto da un’ideologia che potremmo chiamare angelismo democratico, che posa sulla erronea e pericolosa convinzione secondo la quale il godimento relativamente pacifico della democrazia da parte dell’Europa occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale è stato dovuto non certo alla peculiarità della situazione internazionale in cui l’Europa si è trovata, fino alla fine della guerra fredda ma anche oltre, grazie alla tutela della NATO e al dominio del dollaro, ma al fatto stesso della sua impotenza. Questa le avrebbe consentito di abbandonare i canoni della Realpolitik e di concentrarsi sul perfezionamento delle istituzioni dello Stato di diritto, sulla collaborazione internazionale e sul miglioramento della qualità della vita sottraendo risorse agli impieghi militari e destinandole ad usi pacifici, all’innalzamento del livello dei servizi sociali, allo sviluppo e alla diffusione della cultura e all’arricchimento della qualità della convivenza.
Si noti che, paradossalmente, questa ideologia ha incominciato a radicarsi saldamente in Europa, grazie anche ad una pubblicistica — europea e americana — ossequiosa ai richiami del potere e alle suggestioni della moda, proprio all’inizio degli anni ‘90 dello scorso secolo, cioè quando l’incapacità dei valori europei di sostenere l’impatto di quelli anglosassoni, ispirati all’efficienza economica e al darwinismo sociale, diventava macroscopicamente evidente proprio grazie alla crescente divergenza di interessi tra Europa e Stati Uniti, che sta sfociando nell’allarmante ritardo politico, economico e tecnologico che separa le due aree. Ma questa inoppugnabile constatazione non sembra avere minimamente alterato l’errata percezione della realtà di buona parte dei politici e degli intellettuali europei, convinti che i continui allargamenti dell’Unione siano un segnale della superiorità politica e morale del soft power europeo rispetto al hard power degli Stati Uniti, come se quello avrebbe mai potuto esistere senza questo. I termini «Stato», «sovranità» e «potere» sono stati sostanzialmente espunti dal vocabolario politico europeo come appartenenti ai rapporti internazionali e interni del diciannovesimo secolo e della prima metà del ventesimo; mentre l’Europa starebbe vivendo oggi una fase «postmoderna», sostanzialmente libera dai legami costituiti dal potere, che sarebbero stati sostituiti da una rete di rapporti fondati su di un diritto fatto valere a sua volta non grazie all’esercizio della sovranità dello Stato ma al libero accordo contrattuale tra le parti. E’ evidente che, a partire da ciò, l’allargamento dell’Unione europea a 25, e in prospettiva a 27, 28 o più membri, e la sua conseguente trasformazione in un’area di libero scambio, priva di ogni potere vincolante sulla politica dei suoi membri, venga considerato un indiscusso successo di questa filosofia e che per contro l’unificazione politica dell’Europa venga vista come un fatto ormai storicamente superato e comunque di trascurabile importanza sia per il benessere degli europei di oggi e dei loro discendenti che per la stabilità dell’equilibrio mondiale.
 
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Il caso ucraino aiuta a mettere in vista una scelta drammatica di fronte alla quale il mondo si trova oggi. Il confronto delle forze sul campo farà emergere, se verrà gestito con la saggezza e la moderazione imposte da un uso corretto dei canoni della Realpolitik, un equilibrio mondiale più stabile dell’attuale, che evolverà verso più strette collaborazioni e più larghe integrazioni; o, in caso contrario, accrescerà gravemente la sua instabilità e la sua frammentazione. Questo secondo esito si manifesterebbe evidentemente in pregiudizio degli interessi della Federazione russa ed esso non potrebbe avere che due sbocchi alternativi. Il primo, che si verificherebbe qualora la Federazione russa non trovasse in sé le forze per reagire adeguatamente alla dissennata politica americana e della NATO nei suoi confronti, non potrà che essere una seconda disgregazione della Russia dopo la catastrofe del crollo dell’Unione Sovietica. Si tratterebbe di una vera e propria tragedia che la trasformerebbe in un’immensa area di permanente turbolenza politica, di predazione economica internazionale, di instabilità sociale e di imbarbarimento civile. Ma si tratta di un esito improbabile. La Russia è un grande paese che dispone di immense risorse economiche, di un governo che, malgrado l’indubbio persistere di un elevato grado di corruzione e di un forte deficit di democrazia, si sta radicando solidamente nell’opinione pubblica, di un esercito e di una amministrazione in via di ricostruzione. Essa non crollerà. Ma se si sentirà sempre più fortemente minacciata alle sue frontiere, reagirà intensificando la mobilitazione delle risorse politiche, economiche e militari di cui dispone, al fine di difendersi. E ciò da una parte potrebbe interrompere, o rallentare il faticoso processo di democratizzazione delle istituzioni e del costume in corso nel paese, e, dall’altra, per quanto riguarda i rapporti internazionali, influirebbe in senso negativo sul già precario equilibrio mondiale, facendo rinascere, sia pure in forme diverse, le contrapposizioni del passato. E l’Unione europea, cullandosi nell’ipocrita illusione della sua superiorità morale, starà passivamente a guardare, priva di un ruolo, di una politica e della stessa dignità di attore, anche secondario, del dramma mondiale.
 
Francesco Rossolillo

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