Anno XLVII, 2005, Numero 1, Pagina 37

 

 

L’ECONOMIA EUROPEA DI FRONTE ALLA SFIDA ASIATICA 
 
 
1. Le forze emergenti dell’economia mondiale.
 
L’importanza che ha ricoperto l’Europa negli ultimi secoli nella promozione dello sviluppo economico, i contributi che essa ha dato per l’emancipazione dell’umanità dalla povertà e da condizioni di vita al limite della sussistenza, i successi che ha conseguito sul piano dell’affermazione di un modello di protezione sociale che tuttora non ha eguali nel mondo e dell’integrazione economica e monetaria in un’area coperta da più Stati, non può e non deve farci perdere di vista il fatto che nuovi soggetti, più dinamici e potenti, stanno emergendo a livello internazionale. E’ sotto gli occhi di tutti che il fatto nuovo della nostra epoca, nei prossimi decenni, rischia di non essere la creazione di un polo economico, monetario e politico europeo, ma l’ascesa di due giganti asiatici: la Cina e l’India. Se la crescita economica di questi due Stati si manterrà ai ritmi del recente passato, essa porterà al definitivo superamento entro qualche lustro di quasi cinque secoli di dominazione europea e coloniale in Asia. Non si tratta di un trend iscritto solo nell’affacciarsi e nell’aprirsi dell’enorme potenziale demografico di questi due paesi alle opportunità offerte dal commercio internazionale e dall’innovazione tecnologica, ma si tratta anche e soprattutto, in modo particolare per la Cina, del progressivo manifestarsi della puissance, attraverso scelte politiche consapevoli, di due grandi Stati continentali sulla scena mondiale.
La Cina e l’India, dopo aver conquistato la loro indipendenza nella metà del secolo scorso, hanno avviato la loro lenta rincorsa nei confronti del mondo occidentale. Nella metà degli anni Settanta del secolo scorso i Pil pro-capite di cinesi ed indiani erano all’incirca un ventesimo di quello degli americani. Agli inizi del Novecento il reddito pro-capite in Cina era il 15% di quello degli USA e quello in India era la metà di quello cinese. Se entrambi questi grandi Stati asiatici hanno fatto molto per colmare il divario in termini di benessere, capacità produttive e di innovazione tecnologica rispetto agli USA e all’Europa, è indubbio che la Cina, tra i due, ha saputo fare meglio. Tra il 1980 e il 2003 l’economia cinese è cresciuta ad un ritmo medio del 9,5% all’anno (contro il 5,7% dell’India), mentre nello stesso periodo il reddito pro-capite cinese è cresciuto del 300% (contro il 125% di quello indiano). Si tratta di fenomeni già verificatisi in passato in alcuni paesi asiatici che, nell’arco temporale di una generazione, hanno saputo colmare enormi divari rispetto alle economie occidentali. La crescita della Cina dal 1978 ad oggi è paragonabile a quella vissuta dal Giappone tra il 1950 e il 1970, a quella di Taiwan tra il 1958 e la fine degli anni Ottanta, a quella della Corea del Sud tra il 1960 e i primi anni Novanta.
Il fatto che il prodotto pro-capite in Cina rispetto a quello negli USA sia oggi paragonabile a quello della Corea del Sud nel 1972, di Taiwan nel 1966, del Giappone nel 1950, testimonia da un lato gli enormi sforzi fatti da quel paese per elevare il benessere dei propri cittadini partendo da uno stadio di sviluppo più basso rispetto a quello dei suoi vicini asiatici, e dall’altro deve far riflettere sull’enorme potenziale produttivo, economico e commerciale che può ancora esprimere. L’India, rispetto a questi indicatori, è tuttora indietro rispetto alla Cina, essendo il suo reddito pro-capite rispetto agli USA pari a quello che la Cina aveva raggiunto nella metà degli anni Ottanta (ed in termini assoluti pari a quello della Cina agli inizi degli anni Novanta). In termini temporali si tratta di un ritardo di circa un decennio o poco più, che conta nei rapporti bilaterali tra India e Cina, ma che non diminuisce il peso che entrambi questi paesi stanno assumendo su scala internazionale. Non a caso le varie proiezioni sulla crescita del Pil di questi due paesi dimostrano che sono entrambi in procinto di superare il Pil dei singoli paesi europei entro il 2015 e di raggiungere quello dell’Unione europea e degli USA entro la metà del secolo. Già nel 2003 la Cina era il quarto esportatore mondiale in generale e il nono nel settore dei servizi commerciali (nello stesso anno l’India occupava rispettivamente il trentunesimo ed il ventunesimo posto). In questa gara lo Stato cinese si è rivelato più efficace e pronto ad investire nelle risorse umane (nel 2000 la Cina contava il 6% di analfabeti, contro il 35% dell’India), nell’incanalare e incoraggiare i risparmi interni (che rappresentano il 44% del Pil, contro il 22% in India), negli investimenti interni (la Cina investe in termini assoluti otto volte più dell’India in infrastrutture interne, che corrispondono a tre volte di più in termini percentuali del Pil). Ma il balzo in avanti fatto dalla Cina, che le ha consentito di agganciarsi alle economie industriali, è ben rappresentato da un altro dato: la popolazione cinese impiegata nell’agricoltura è passata dal 68% del totale nel 1981 al 45% nel 2001 (contro il passaggio dal 67% al 59% nello stesso periodo in India).
Che cosa questo abbia significato e significhi non solo per l’economia cinese, ma per l’intera economia mondiale, lo analizzeremo schematicamente tra breve. Questi dati sono per il momento sufficienti per mostrare che l’ingresso di questi due nuovi soggetti nel mercato e negli equilibri di potere mondiali non può essere trascurato quando si considera il futuro dell’economia europea e il problema di come governarla.
 
2. L’instabile equilibrio dollaro-renmimbi.
 
Fino a circa vent’anni fa i paesi periferici ed i mercati emergenti asiatici (eccetto il Giappone) avevano poco peso a livello mondiale. Oggi non solo essi sono diventati molto importanti, ma proprio nella misura in cui hanno dimensioni continentali quali quelle della Cina e dell’India, rappresentano delle forze capaci di produrre grandi squilibri nel movimento dei capitali e nel commercio internazionale. Quali sono le basi materiali di questo cambiamento?
In primo luogo regioni che fino a vent’anni fa erano dei pianeti isolati fra loro — il pianeta delle regioni ricche di Europa, Usa e Giappone da un lato e quello del mondo comunista cinese-sovietico dall’altro — per effetto del crollo dell’URSS e della scelta strategica fatta dalla Cina di promuovere il proprio sviluppo basandosi sull’incentivazione delle esportazioni — soprattutto inizialmente verso gli USA — hanno incominciato ad interagire in un unico mercato globale. Questa scelta ha fatto da battistrada alle politiche imboccate dagli altri paesi asiatici. La strategia alternativa avrebbe potuto consistere nell’attirare capitali dalle regioni più ricche e industrializzate per promuovere la domanda interna e l’assorbimento della manodopera in eccesso grazie ad una rivoluzione dei consumi. Ma questa strada, per diversi motivi, non è stata imboccata. Da un lato lo stesso governo cinese ha avuto difficoltà nel promuovere politiche economiche e finanziarie, il cui successo sarebbe comunque dipeso in larga parte da aiuti esterni, adeguate alle dimensioni dei problemi da risolvere. Dall’altro lato il distacco dalla tutela politica ed economica dell’ex-URSS prima e l’avvio del confronto su scala regionale con l’America poi, hanno fortemente condizionato le scelte produttive del governo di Pechino. Infine lo stato di impotenza politica e finanziaria in cui si trovavano gli europei aveva lasciato la Cina senza interlocutori occidentali credibili alternativi rispetto agli USA sul terreno finanziario, commerciale e militare.
Una volta scelta la strada dello sviluppo, e quindi dell’uscita dallo stadio pre-industriale, per la Cina diventava una questione di vita o di morte riuscire a re-impiegare in attività produttive industriali la manodopera che progressivamente si sarebbe resa disponibile in seguito all’abbandono dell’agricoltura. Gli squilibri nei tassi di cambio che vediamo oggi tra dollaro/euro ed altre monete dei paesi più industrializzati, a cui fa da contraltare una relativa stabilità nei cambi dollaro/renmimbi e le altre monete asiatiche, è dunque il riflesso di uno squilibrio materiale che si è venuto a creare in campo internazionale, dovuto all’enorme massa di forza lavoro che la regione asiatica sta immettendo nel circuito produttivo industriale mondiale.[1] Per avere un’idea delle dimensioni di questo eccesso, e riferendosi alla sola Cina, bisogna tenere presente che il sistema economico e politico cinese, per sopravvivere, deve far fronte nel prossimo futuro al problema di impiegare nell’industria e nel settore dei servizi, nei prossimi due decenni, almeno duecento milioni di persone, almeno un quarto delle quali contribuirà a sostenere le esportazioni. Stiamo parlando di una forza lavoro aggiuntiva equivalente a quella già impiegata in Europa e nel Nord America e ben superiore a quella impiegata in Giappone. Saranno dunque la velocità e la capacità di assorbimento nel mercato del lavoro cinese di questa nuova forza (a cui vanno aggiunti i serbatoi di forza lavoro che si stanno creando negli altri paesi asiatici e in India soprattutto) a determinare i prossimi equilibri e squilibri commerciali e monetari internazionali nei prossimi anni. Ma la velocità e la capacità di assorbimento della forza lavoro cinese dipenderanno inevitabilmente, oltre che dalle scelte che attuerà il governo cinese, dalle politiche di cooperazione o di confronto commerciale ed economico che gli altri attori mondiali, in particolare gli USA, decideranno di mettere in atto.
Per il momento, al di là delle proteste di facciata, gli USA beneficiano di questa situazione, essendo i detentori della moneta di riferimento della cosiddetta nuova area di Bretton Woods asiatica che si è ormai costituita attorno al rapporto dollaro-renmimbi: è proprio grazie al flusso di investimenti asiatici in America — soprattutto sotto forma di acquisto di bond del Tesoro americano — che gli USA hanno potuto permettersi di finanziare il loro colossale deficit commerciale e i costi del mantenimento del loro apparato militare. Al tempo stesso, proprio perché gli USA sono ben consapevoli delle potenzialità dello sviluppo cinese e del fatto che la Cina rappresenta un polo di potere concorrente a livello regionale e in prospettiva mondiale, non hanno interesse a sviluppare una sincera politica di cooperazione con il governo cinese, e non perdono occasione per cercare di contenerne l’espansione in campo tecnologico e militare. Come il confronto russo-americano del secolo scorso fu caratterizzato da un equilibrio del terrore nucleare, oggi il confronto sino-americano si presenta sotto le forme di un inedito precario «equilibrio del terrore finanziario». Da un lato la Banca centrale cinese cerca di scongiurare una repentina svalutazione del dollaro che si tradurrebbe in una colossale perdita di valore delle sue ingenti riserve e dei suoi investimenti nella valuta USA: è stato calcolato che una rivalutazione del renmimbi rispetto al dollaro del 30% implicherebbe per la Cina una perdita di capitali pari al 10% del suo Pil. Dall’altro lato, il Tesoro americano conta sulla possibilità di continuare a vendere i suoi bond ai paesi asiatici, per poter coprire il preoccupante e crescente twin deficit federale (commerciale e fiscale) senza dover ricorrere a misure impopolari e draconiane.
Quanto all’Europa, non avendo alcuna strategia continentale e non potendo certo attuare nei confronti del mondo asiatico una politica estera basata semplicemente sull’allargamento dell’Unione europea, è destinata a rimanere in balia dell’esito del confronto USA-Cina. Basti pensare che se il governo cinese proseguirà nella sua strategia di diluire in un ventennio circa l’assorbimento nella produzione industriale della manodopera attualmente sottoccupata principalmente nelle campagne, ciò comporterà l’ingresso ogni due anni nel mercato del lavoro di una nuova forza lavoro equivalente a quella già impiegata in paesi come la Francia o l’Italia. Si tratta di un processo di dimensioni inedite, ma la cui natura, a ben vedere, dovrebbe essere nota agli europei, in quanto qualcosa di analogo ha loro consentito nel dopoguerra di promuovere la ricostruzione post-bellica e lo sviluppo sotto l’ombrello del dollaro.
Negli anni Sessanta, Jacques Rueff, già vice-governatore della Banca di Francia, così riassumeva i rapporti finanziari tra europei ed americani: «Quando un paese che controlla una moneta di riferimento ha un deficit — per esempio gli USA — questo paga i suoi creditori in dollari che tornano il giorno stesso sul mercato finanziario di New York: in questo modo tornano da dove sono venuti. Così il paese debitore non perde ciò che il paese creditore ha guadagnato… Per essere più chiari, se mi mettessi d’accordo con il mio sarto in modo che qualunque somma gli dovessi questa mi ritornerebbe lo stesso giorno sotto forma di prestito, troverei conveniente ordinargli sempre più vestiti».[2] In sintesi è quanto sta succedendo ora tra USA ed Asia. Negli anni Sessanta Rueff, consigliere del generale de Gaulle, non vedendo alcuna via d’uscita a livello europeo, e volendo mantenere la sovranità nazionale francese, proponeva un irrealistico ritorno al gold standard per svincolare le economie europee dal dollaro. Oggi gli europei uno strumento lo avrebbero e, secondo alcuni, sarebbe già operante. L’euro sta infatti aumentando il suo peso nelle riserve delle Banche centrali e la Russia sarebbe disposta a farsi pagare il petrolio in euro. Tuttavia la timida ascesa dell’euro non dipende dalla sua forza e credibilità come moneta di riserva, bensì dal fatto che le ingenti riserve in dollari accumulate dalle Banche centrali asiatiche (stimate nel 2004 in circa 1800 miliardi di dollari, di cui quasi un terzo detenuti dalla Banca centrale cinese) cominciano ad essere fonte di crescenti preoccupazioni in vista di una temuta svalutazione del dollaro. Va interpretata in questo senso la decisione presa dalla Banca centrale cinese di ridurre l’anno scorso dall’80 al 75% l’ammontare delle sue riserve in dollari, diversificando la restante quota in euro, franchi svizzeri, sterline e yen. In ogni caso l’assetto della cosiddetta Bretton Woods 2 centrata sul rapporto dollaro-renmimbi, non sarà influenzato dall’euro perché dietro alla moneta europea non c’è alcun potere. Tutti si aspettano una rottura del fragile equilibrio monetario che si è stabilito tra dollaro e renmimbi, vuoi per l’esplosione di incontrollabili rivendicazioni sociali ed economiche innescate dal tumultuoso e contraddittorio sviluppo interno che costringerebbero il governo di Pechino a modificare la sua politica internazionale, vuoi a causa di una crisi di fiducia nei confronti del dollaro e della politica americana.[3] Nello stesso tempo tutti sperano in un atterraggio morbido della prossima crisi monetaria e auspicano l’avvio di politiche internazionali spontanee e coordinate nella fissazione di rapporti di cambio più sicuri e stabili fra le monete.
Ma in questo quadro l’Unione europea non sembra avere alcun potere di influenzare il corso degli avvenimenti, e deve limitarsi a stare alla finestra a guardare e ad aspettare. Questo è il risultato della mancanza di un governo credibile della moneta e dell’economia europee.
 
3. Come rimettere in gioco l’Europa?
 
Che credibilità ha una unione monetaria senza Stato? Quanto può durare? Possiamo limitarci a governare l’esistente chiedendo di aumentare un po’ il bilancio dell’Unione e cercando di far leva sull’applicazione di strategie nate in un ottica di cooperazione fra più Stati (come quella del piano Delors e dello stesso Patto di stabilità negli anni Novanta, o come la strategia di Lisbona negli anni Duemila)? E’ possibile trasformare la Commissione europea in un vero governo europeo attraverso una semplice riforma dei Trattati? Oppure dobbiamo ancora affrontare e risolvere il problema di creare un nuovo quadro di potere dal quale far dipendere bilancio, politiche fiscali, piani di sviluppo e definizione delle regole?
Si tratta di domande che, a ben guardare, finora si sono posti più seriamente gli euroscettici e gli antifederalisti europei, ma che dovrebbero incominciare a porsi seriamente anche coloro i quali chiedono più Europa.
Basta una rapida analisi dello stato dell’Unione economica e monetaria europea per rendersi conto che la sua sopravvivenza è legata ad un filo. Del resto, l’unico esempio di unione monetaria di successo che si conosca — come ironicamente ha ricordato il rapporto del Tesoro britannico stilato nel 2003 per fornire un parere sull’esistenza o meno delle condizioni per l’adesione della Gran Bretagna all’euro — è quella avviata e consolidata nell’ambito degli Stati Uniti d’America.[4] Non si tratta di fare un meccanico parallelismo tra i tempi di evoluzione delle istituzioni monetarie ed economiche degli USA e quelli dell’Europa. E’ difficile stabilire una data precisa dell’avvio dell’unione monetaria negli USA ricorrendo a criteri puramente descrittivi delle singole istituzioni e politiche. Molte delle caratteristiche dell’Unione monetaria europea attuale non erano addirittura neppure presenti in America prima della riforma della Federal Reserve del 1935. Ma nessuno può affermare che l’America non abbia avuto una politica monetaria, fiscale ed economica prima di quell’anno. L’evoluzione degli strumenti di gestione di una politica monetaria, fiscale ed economica (cioè del governo dell’economia) in Nord America, è avvenuta sì gradualmente e in risposta a delle esigenze e crisi specifiche, ma è nata e si è sviluppata in un quadro statuale federale continentale che ha consentito la formazione e l’espressione di una volontà politica adeguate per instaurare prima, consolidare poi e proiettare in campo internazionale nel corso dell’ultimo secolo tutti gli strumenti di governo di un’unione monetaria ed economica. E il segreto di questo successo risiede in ultima analisi nel fatto che l’azione di un simile governo, grazie al sistema federale, è nata ed è rimasta collegata direttamente ai cittadini e non agli Stati membri della Federazione. Il dollaro, la Federal Reserve, la politica fiscale e di bilancio, quella dello sviluppo e dell’innovazione, sono, nel bene e nel male, tuttora percepiti come espressione della volontà dei cittadini americani e non degli Stati membri della Federazione americana.
Un simile quadro di potere ed un simile collegamento diretto tra governo federale continentale e cittadini è ben lungi dall’essere realtà in Europa.
Tutto ciò dovrebbe indurre a riflettere sull’impossibilità di scindere il problema della creazione di un governo federale continentale dell’economia da quello della creazione di uno Stato federale europeo: più precisamente non si può instaurare il primo senza aver prima creato il secondo.
Costruire lo Stato federale europeo è dunque il primo obiettivo da perseguire da parte di tutti quegli europei che da un lato stanno prendendo coscienza dei grandi mutamenti che sono in atto per effetto dell’ingresso nella storia mondiale delle forze sprigionate dall’Asia, e che dall’altro sono sempre più consapevoli della necessità di creare un mondo multipolare più equilibrato e giusto. Ma per imboccare questa strada, essi dovranno innanzitutto e al più presto decidere perché (cioè per promuovere quali valori), e con chi (cioè tra quali paesi dell’Unione europea) incominciare a costruirlo.
 
Franco Spoltore


[1] Si vedano in proposito gli studi di Dooley, Folkerts-Landau, Garber, apparsi in An Essay on the Revived Bretton Woods System, National Bureau of Economie Research, Working Paper 9971, settembre 2003, Cambridge MA 02138. Gli stessi autori hanno successivamente aggiornato le loro analisi in The revived Bretton Woods System: The Effects of Periphery Intervention and Reserve Management on Interest Rates and Exchange Rates in Center Countries, National Bureau of Economic Research, Working Paper 10332, marzo 2004, Cambridge MA.
[2] Jacques Rueff, Fred Hirsch, The Role and the Rule of Gold: An Argument, Princeton, UP, 1965.
[3] Su questi aspetti si vedano in proposito l’intervento dell’ex Segretario al Tesoro USA, Lawrence H. Summers, The U.S. Current Account Deficit and the Global Economy, Peer Jacobsson Lecture, 3 ottobre 2004, Washington, DC e di Roubini, Setser, Will the Bretton Woods 2 Regime Unravel Soon? The Risk of a Hard Landing in 2005-2006, National Bureau of Economic Research, Working Paper, First Draft, febbraio 2005, Cambridge MA.
[4] In proposito si può vedere lo studio effettuato dal Tesoro britannico su The United States as a Monetary Union, Stationery Office, Norwich, 2003.

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