Anno XLV, 2003, Numero 1, Pagina 30

 

 

NOTA SUL COMPORTAMENTO POLITICO
E SUL FEDERALISMO MILITANTE
 
 
L’esistenza di un Movimento fondato sull’impegno volontario dei militanti è una sfida permanente ai comportamenti politici tradizionali. Hamilton sosteneva che le istituzioni politiche sono efficienti (consentono dunque il buongoverno) quando riescono a coniugare interesse e dovere. Ciò non vale per il Movimento federalista europeo, che vive al di fuori di ogni quadro di potere consolidato e non lotta per conquistare un potere o difendere interessi. Il federalismo militante rischierebbe la scomparsa se accettasse passivamente i canoni tradizionali della lotta per il potere. Se vuole avere un futuro, il MFE deve individuare le regole che possono consentire ai propri militanti di andare al di là del vecchio modo di fare politica.
L’indagine è suddivisa in due parti. Nella prima si tenterà di delineare due tipologie alternative del comportamento politico. Nella seconda si traccerà un profilo storico dell’evoluzione del comportamento politico, nella speranza che il passato consenta di individuare con maggiore chiarezza la relazione tra il nuovo modo di fare politica e il destino della specie umana che, nell’epoca del trionfo della scienza e della tecnologia, rischia l’autodistruzione.
 
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Qualsiasi analisi del comportamento politico nell’età moderna deve prendere come necessario punto di riferimento Il Principe di Machiavelli, dove si trova un’ampia descrizione, priva di veli moralistici, dei comportamenti necessari al Principe per conquistare il potere, conservarlo ed accrescerlo. Il politico deve saper essere, secondo Machiavelli, «golpe e lione», cioè astuto nell’ingannare l’avversario e deciso ad usare la forza, quando necessario. Astuzia e forza, tuttavia, non sono qualità del carattere che l’individuo può esercitare a suo piacimento, indipendentemente dall’evoluzione delle istituzioni politiche e della civiltà. Ad esempio, nei regimi democratici contemporanei, gli sbrigativi mezzi utilizzati da Cesare Borgia in Romagna per garantire l’ordine e la pace civile non sarebbero più tollerati. Il modo di fare politica, pur presentando alcuni stabili caratteri di fondo, evolve nel tempo e viene condizionato dalle istituzioni politiche — lo Stato, come supremo organizzatore della vita politica — che si sono affermate nel corso della storia. Si tratta di uno dei presupposti, non sempre esplicitati, dell’azione federalista. Lo ha affermato, con molta chiarezza e semplicità, Jean Monnet: «Non ho mai pensato che possiamo cambiare la natura umana. Possiamo però modificare il contesto in cui le persone operano. Dando le stesse regole e le stesse istituzioni democratiche, possiamo indurre gli uomini a comportarsi diversamente fra di loro. Nella Comunità, gli europei imparano così a vivere insieme come un solo popolo. Noi non coalizziamo degli Stati, noi uniamo degli uomini».[1]
Il problema che ora ci interessa prendere in considerazione è il comportamento politico tipico dell’epoca dello Stato nazionale sovrano. A questo proposito, può essere utile confrontare l’analisi del comportamento politico sviluppata da Carl Schmitt e da Hannah Arendt, due testimoni degli anni bui della storia europea e mondiale. Schmitt teorizza il comportamento politico generato dall’esistenza dello Stato nazionale sovrano come se fosse l’essenza stessa della politica. La Arendt, al contrario, ricerca i caratteri originari dell’agire politico in un’età particolarmente felice dell’esperienza umana, quella della polis greca, quando, con altre forme di governo, nacque la democrazia. In entrambi i casi, la loro indagine può considerarsi fondata su osservazioni empiriche, perché l’umanità è stata capace di concepire sia una politica che ha generato l’odio razziale e i campi di sterminio, sia una politica che, con Pericle, Platone ed Aristotele, ha gettato le fondamenta di ciò che oggi consideriamo civiltà.
Schmitt sostiene che «la specifica distinzione politica, alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico e nemico».[2] Per nemico, si deve intendere l’altro, cioè lo straniero. Si tratta naturalmente di una concezione estrema. Non sempre compare esplicitamente nell’agire politico il riferimento allo straniero. Ma vi sono casi in cui si manifesta chiaramente la contrapposizione amico-nemico: questo è il segno, secondo Schmitt, che siamo di fronte ad un agire politico genuino. Non va pertanto confuso il nemico con l’avversario in una disputa. «Nemico è solo un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere».[3] La contrapposizione tra forze opposte, ma rispettose di un ordinamento giuridico statuale, normalmente non può entrare in questa classificazione, a meno che non si giunga sino alla dichiarazione di una guerra civile. L’identificazione del nemico dipende dalla possibilità reale di un conflitto armato. «I concetti di amico, nemico e lotta acquistano il loro significato reale dal fatto che si riferiscono in modo specifico alla possibilità reale dell’uccisione fisica. La guerra consegue dall’ostilità poiché questa è negazione assoluta di ogni altro essere. La guerra è solo la realizzazione estrema dell’ostilità». Non è ovviamente necessario che la guerra venga dichiarata, perché condizioni il comportamento politico. «La guerra non è lo scopo e meta o anche solo contenuto della politica, ma ne è il presupposto sempre presente come possibilità reale, che determina in modo particolare il pensiero e l’azione dell’uomo provocando così uno specifico comportamento politico».[4]
Va ora osservato che la dicotomia amico-nemico è utile per analizzare situazioni politiche estreme e per tenere presente che, in un mondo di Stati nazionali sovrani, la politica, anche la politica interna che normalmente sembra lontana dalla eventualità della guerra, può generare la figura del nemico, nel senso di Schmitt, cioè di un gruppo di uomini che deve essere combattuto, sino al suo annientamento fisico. L’analisi di Schmitt si applica alla politica estera come a quella interna. La situazione dell’Italia fascista e della Germania nazista testimoniano che, nell’Europa dei nazionalismi, il partito che ha avuto l’audacia e la determinazione di ricorrere, per primo, alla lotta politica armata è riuscito ad impadronirsi del potere, annientando e sottomettendo tutte le altre forze politiche. Ogni volta che viene messo in discussione, da un gruppo politico, il principio di legittimità di uno Stato si presenta la dicotomia amico-nemico, come dimostrano i casi di terrorismo (le Brigate Rosse in Italia, l’Eta in Spagna, Hamas nei confronti di Israele). Ma, ovviamente, la più esplicita applicazione della dicotomia amico-nemico riguarda il campo della politica internazionale. La diplomazia, Schmitt ha ragione, non è altro che guerra non dichiarata, guerra in potenza. Nella politica internazionale, in effetti, la nozione di nemico è essenziale per orientare la politica delle alleanze di uno Stato e la sua strategia militare.
Tuttavia, la dicotomia amico-nemico non sembra in grado di descrivere interamente ciò che nel linguaggio comune si intende per politica. L’esperienza degli Stati liberaldemocratici dimostra che all’interno dello Stato i rapporti tra i partiti sono regolati da norme e procedure costituzionali che, escludendo il ricorso alla guerra, incanalano la lotta per la conquista del potere nazionale entro modelli pacifici di comportamento. Schmitt esclude esplicitamente che questa esperienza possa essere definita come «politica». Altrettanto esplicitamente esclude che possa sopravvivere la lotta politica all’interno di una Federazione mondiale. Afferma che «un globo terrestre definitivamente pacificato, sarebbe un mondo senza più la distinzione fra amico e nemico e di conseguenza un mondo senza politica».[5] E’ evidente che, in questi casi, Schmitt identifica la politica con il «diritto di uccidere». Se il «diritto di uccidere» viene soppresso, come avviene normalmente nella politica interna, anche la politica, nel senso indicato da Schmitt, scompare. Tuttavia, questa restrizione del campo semantico del «fare politica» sembra arbitraria;[6] occorre pertanto ricercare una concezione più esaustiva del comportamento politico.
In questa prospettiva, l’indagine di Hannah Arendt sull’origine del comportamento politico è illuminante, perché descrive un insieme di comportamenti umani che si sono potuti manifestare solo quando la violenza è stata bandita nei rapporti tra esseri umani appartenenti ad una medesima comunità. La ricerca di Hannah Arendt si pone agli antipodi di quella di Schmitt, escludendo del tutto dal campo dell’attività politica la dicotomia amico-nemico. Essa getta anche un lume sulle potenzialità di sviluppo morale, intellettuale, artistico e scientifico del genere umano in una situazione in cui, nella Federazione mondiale, la guerra venga per sempre bandita. Ciò che è avvenuto nella Grecia classica può avvenire di nuovo, su più ampia scala.
La polis greca non si è formata come semplice aggregazione tra tribù differenti, ma rappresenta una forma di vita comunitaria del tutto nuova, perché grazie all’abolizione del perpetuo stato di rivalità tra differenti tribù e fratrie, diventa possibile una nuova forma di convivenza che, con una terminologia moderna, potremmo definire civile. E’ l’inizio della civiltà. Oltre alla vita privata, nella famiglia, si manifesta negli individui una seconda forma di vita in società, una seconda natura: l’individuo diventa bios politikos, un essere politico. Il carattere nuovo dell’uomo politico è di saper fondare l’azione (praxis) sul dibattito e sul pensiero, una caratteristica che lo rende del tutto differente dagli altri esseri viventi. Racconta Tucidide che Pericle così si rivolse ai suoi concittadini: «Noi ateniesi giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati dalle discussioni prima di entrare in azione».[7] La politica rappresenta una forma di vita comunitaria, sostiene la Arendt, in cui la persuasione prende il sopravvento sul comando e sulla violenza. I rapporti violenti erano considerati dai greci come pre-politici, necessari solo nei confronti dei barbari, cioè popoli che per ragioni differenti non potevano essere considerati parte della polis o dell’Ellade. In definitiva, sostiene la Arendt, «nella esperienza della polis, che non senza giustificazioni può essere considerata la più ciarliera delle comunità politiche, e ancora di più nella filosofia politica da essa generata, l’azione e il discorso si separarono e divennero sempre più attività indipendenti».[8]
Non è qui il caso di seguire ulteriormente le argomentazioni della Arendt. Vale, tuttavia, la pena di notare che alcune caratteristiche della polis si possono riscontrare anche nello Stato moderno. La progressiva centralizzazione del potere e la monopolizzazione della forza fisica hanno consentito di ridurre al minimo il grado di violenza nella società, tra individui, fazioni, feudi, città. Nello Stato moderno, garante della pace civile, hanno potuto svilupparsi le arti e le scienze, in particolare le scienze della natura, che hanno consentito un poderoso sviluppo della tecnologia e delle attività economiche, come mai era stato possibile nell’età antica e nel Medioevo. Il carattere peculiare dello Stato moderno sembra pertanto essere, per riprendere le nozioni di cui si è appena discusso, quello di consentire la formazione di una comunità politica in cui l’azione possa essere fondata sul dibattito e sulla conoscenza scientifica. E’ nello Stato democratico che l’organizzazione della vita politica si approssima maggiormente al modello indicato dalla Arendt.
I due modi di fare politica di cui abbiamo delineato i fondamentali aspetti — per brevità il modello amico-nemico e il modello del dibattito — hanno una relazione evidente con la tradizionale concezione del realismo politico, che concepisce la politica come lotta per il potere. Chi fa politica sa che, se vuole realizzare gli obiettivi o gli ideali per i quali si batte, deve conquistare anche il potere sufficiente alla loro realizzazione. In politica, la ricerca dei mezzi è il compito fondamentale del politico di professione. Se, per realizzare una certa politica (ad esempio, un progetto di esplorazione dello spazio o una guerra) occorre reperire una data quantità di risorse finanziarie, il compito del politico professionale sarà diverso secondo il regime politico in cui agisce. In uno Stato democratico, dove il «diritto di uccidere» è stato bandito, almeno nella politica interna, è necessario ottenere il consenso della popolazione e della maggioranza parlamentare. In un regime autoritario o totalitario, il dittatore può ricorrere anche alla violenza per realizzare i suoi fini. Le risorse necessarie alla sua politica possono essere ottenute con l’intimidazione fisica, con requisizioni forzate, ecc. (si pensi alla politica di Stalin verso i kulaki ai tempi del primo piano quinquennale).
Vale ora la pena di osservare che la massima machiavellica, secondo la quale «il fine giustifica i mezzi», invocata per legittimare azioni politiche che contrastano con la morale, si fonda su due assunti. Il primo è del tutto ovvio: chi vuole il fine, vuole anche il mezzo. A volte, il politico copre con un velo di ipocrisia la necessità di ricorrere a certi mezzi (ad esempio, una nuova tassazione) per la realizzazione di una data politica. L’affermazione che esiste un rapporto di necessità tra mezzi e fini serve a dissipare l’eventuale carattere furbesco o truffaldino della proposta. Nello stesso tempo, la massima machiavellica viene usata anche per giustificare l’uso di mezzi riprovevoli (ad esempio, le attività di spionaggio violano i diritti umani, ma sono necessarie per la sicurezza dello Stato). E’ questo secondo aspetto che va ora reso esplicito e chiarito: non tutti i mezzi sono leciti. Lo sviluppo storico delle istituzioni politiche, in particolare l’affermazione dei regimi democratici, è consistito in gran parte nel regolamentare, dunque limitare, il campo di variabilità dei mezzi utilizzabili per la lotta politica. Il potere presenta sempre degli aspetti coercitivi (il comando) e degli aspetti consensuali (quando è necessario l’accordo di tutti, o quasi, per prendere una decisione). Nei regimi democratici si tende a regolamentare strettamente l’apparato coercitivo dello Stato (forze militari e di polizia) ed affidarlo al potere politico (il governo) mediante procedure (le elezioni) che assicurino il massimo di consenso possibile. Nello Stato autocratico o dittatoriale, il potere è fondato quasi interamente sulla forza, mentre il consenso è minimo (ma non è del tutto assente, perché i cittadini sopportano il tiranno come il male minore quando l’alternativa è una situazione di anarchia o di guerra civile).
Il modo di fare politica nei partiti degli Stati democratici non può fare a meno di fondarsi sul modello amico-nemico, sebbene il modello del dibattito sia attivo e venga, anzi, privilegiato, almeno a parole. Nei regimi democratici la lotta politica viene regolata in modo che la conquista del potere possa avvenire senza l’impiego della violenza, grazie a libere e periodiche elezioni. Si potrebbe dunque pensare che i partiti politici si possano liberare facilmente dal modello amico-nemico, non essendo più implicati direttamente in una lotta politica violenta. Tuttavia, la realtà è più articolata. I leader di partito sanno che in caso di vittoria elettorale, una volta al governo, dovranno utilizzare, se necessario, le forze armate per regolare i conflitti internazionali. In una situazione in cui la sicurezza è minacciata ed esistono concrete minacce di guerra, chi è più determinato a compiere questa scelta avrà anche più possibilità di conquistare il potere. Ma anche la lotta all’interno del partito, per conquistare la maggioranza, non è esente dall’impiego di mezzi coercitivi, sebbene di natura differente dai mezzi militari. Un partito può conquistare il governo, battendo i partiti rivali, a patto di controllare una serie di risorse di potere indispensabili al successo della sua lotta: voti, risorse finanziarie, mezzi di informazione e cariche pubbliche. Un leader ha un potere coercitivo sugli altri membri del partito nella misura in cui può consentire loro o meno l’accesso alle risorse di potere conquistate. Se il partito vince, vi sarà un ricco bottino da spartire per tutti, capi e gregari. Il gregario ha dunque un chiaro interesse ad eseguire diligentemente le direttive del capo. La lotta per il potere unisce e divide. E’ una forma di violenza psicologica. Chi esercita il comando crea un diaframma fra sé e gli altri. Chi accetta di essere comandato rinuncia, in parte, alla sua libertà di critica e alle sue ragioni. Si tratta, tuttavia, di un potere coercitivo relativo. Quando uno Stato ricorre alla forza militare per risolvere una controversia internazionale con un altro Stato (o una coalizione di Stati), esso fa ricorso ad un potere coercitivo assoluto. E’ una lotta mortale. La sconfitta può rappresentare la fine dello Stato e dello stesso capo di governo. Al contrario, il potere coercitivo interno è relativo, perché chi lo subisce può sottrarvisi con vari mezzi, ad esempio uscendo dal partito per fondame uno rivale, cercando altre risorse finanziarie, ecc. In definitiva, il modello amico-nemico, sebbene con modalità differenti da quelle immaginate da Schmitt, può essere applicato anche alla politica interna.
Il modo di fare politica nei partiti può essere adottato anche nel MFE? Si può nutrire qualche ragionevole dubbio sull’applicabilità di questo modello ad un movimento politico che non gestisce alcun potere tradizionale, perché non controlla voti, denaro pubblico, cariche politiche e mass media. Il MFE non gestisce alcun potere perché il suo compito prioritario non è quello di conquistare un potere, ma di costruirne uno nuovo (il governo federale europeo e, in prospettiva, il governo federale mondiale). Nel MFE, non esiste dunque la possibilità di esercitare un potere coercitivo. Il solo potere possibile, nella misura in cui esiste, è quello consensuale, ottenuto attraverso il dibattito, la conoscenza e la convinzione. E’ dunque essenziale — se non si vuole correre il rischio di alterare la natura stessa di un Movimento fondato sul volontariato — la definizione di chiare «regole del gioco» affinché l’azione politica del MFE venga fondata su un processo decisionale trasparente e sulla paritaria partecipazione di tutti i militanti alla definizione della linea strategica.
 
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La concezione della politica come un’azione fondata sul dibattito e sulla conoscenza scientifica consente di comprendere meglio un fenomeno caratteristico dell’epoca moderna, ma ancora poco studiato dalle scienze storico-sociali: i processi di integrazione. In questa breve Nota non possiamo far altro che indicare le connessioni più evidenti tra l’eliminazione della violenza nella lotta politica e il processo di integrazione tra individui nella nazione e tra diversi popoli nazionali, al fine di gettare uno sguardo sul futuro del federalismo organizzato.
In Occidente, il processo di civilizzazione è consistito in un progressivo accentramento del potere politico, con la conseguente monopolizzazione della forza fisica.[9] Questo processo è stato in parte favorito, e in parte provocato, dall’evoluzione dei rapporti di produzione, che, in Europa, hanno consentito di abbattere progressivamente le barriere commerciali tra feudi, di sviluppare l’economia artigianale, incoraggiare lo sviluppo urbano, favorire le grandi scoperte geografiche e allargare i mercati, sia per dimensione territoriale che per la quantità di ricchezza prodotta, sino allo sviluppo della moderna produzione di fabbrica. La formazione dello Stato moderno sembra più il frutto della necessità che di un disegno umano consapevole (in effetti alcuni filosofi, per spiegare questi fenomeni, ricorrono all’immagine della mano invisibile, altri all’astuzia della ragione o al disegno della provvidenza). Ciò che interessa qui sottolineare è che, nel corso di questo processo — costellato da lotte accanite, e sovente mortali, tra diverse fazioni cittadine, casati nobiliari, feudi e ricchi mercanti —, il grado di violenza nella società è progressivamente diminuito. Ad un certo punto, tutti hanno potuto constatare che si era formata una pacifica e dinamica società civile, ricca di numerosi corpi intermedi rispettosi dell’ordine giuridico stabilito dal sovrano, sotto il cui comando erano ormai concentrate le forze militari dello Stato. Nella società civile, la lotta tra le differenti fazioni politiche, sette religiose e interessi economici non era cessata, ma i suoi caratteri erano completamente mutati rispetto al passato. In breve, la fine, o l’attenuazione, della violenza nella società ha consentito lo sviluppo della civiltà contemporanea, potenzialmente cosmopolitica, perché fondata sulla diffusione della conoscenza scientifica come fondamento delle basi materiali della produzione.
Nello Stato moderno, che assunse presto le caratteristiche dello Stato nazionale, la lotta tra gruppi rivali armati si trasformò in antagonismo disarmato grazie all’accettazione tra le parti in causa di regole comuni di condotta, in particolare del rispetto della libertà di parola e di associazione. I parlamenti, una antica istituzione feudale, assunsero un significato del tutto nuovo, divenendo il centro in cui differenti fazioni, interessi e partiti si potevano confrontare senza spargimenti di sangue, acquisendo così un potere consistente nei confronti del sovrano e dell’esecutivo. In questo nuovo clima politico, anche le lotte di religione si attenuarono e si diffuse ovunque uno spirito di tolleranza, il principio su cui venne edificato lo Stato laico, difensore della convivenza tra diverse confessioni religiose, etnie e culture. La sempre più vasta sfera delle attività economiche traeva enormi benefici dalla nuova regolamentazione giuridica della proprietà privata, degli scambi e delle corporazioni. In breve, si sviluppò un processo di integrazione negativa, nel senso che tra individui, etnie, gruppi economici e politici vennero eliminate le maggiori cause di scontro violento. Questo processo produsse, in numerosi paesi, un movimento a favore dell’introduzione di Bill of Rights e di carte costituzionali, che sancirono la nascita dello Stato di diritto.
Grazie al successo della fase liberale della costruzione dello Stato moderno e allo sviluppo della rivoluzione industriale, si avviò una seconda fase di integrazione, che potrebbe essere definita positiva, poiché divenne necessario, e possibile, realizzare le prime forme di solidarietà tra cittadini e classi sociali. In un primo tempo, lo scontro tra la nuova classe del proletariato e la borghesia capitalistica assunse forme violente. Il marxismo-leninismo teorizzò, in effetti, la necessità di uno scontro armato tra classi sociali. Ma, in molti paesi europei, e negli Stati Uniti, progressivamente il movimento per la solidarietà sociale si avviò sui binari della democrazia parlamentare e della costruzione, con mezzi pacifici e legali, dello Stato sociale moderno.
Va ora osservato, che in questo lungo processo storico, nel corso del quale tutti i cittadini si sono integrati nello Stato nazionale, partecipando attivamente al suo governo, la conoscenza scientifica assunse, sebbene contraddittoriamente, un ruolo sempre maggiore. La rivoluzione industriale iniziò a svilupparsi grazie al contributo di numerosissimi artigiani, in gran parte anonimi, che costruirono le prime macchine, rendendo così possibile lo sfruttamento dell’energia fisica in sostituzione del lavoro. Ma la rivoluzione industriale non avrebbe potuto svilupparsi nei secoli XIX e XX, nel modo poderoso che conosciamo, senza l’apporto della ricerca scientifica d’avanguardia e delle sue applicazioni tecnologiche. Lo sviluppo della scienza e della tecnologia è stato, sin dagli inizi dell’età moderna, un compito svolto congiuntamente, in stretta cooperazione, dallo Stato e dal mercato. La scoperta scientifica è il frutto della genialità individuale e la conoscenza, nel lungo periodo, è destinata a diventare un bene comune al genere umano. Ma, nel breve periodo, i governi nazionali e le imprese fanno ogni sforzo per goderne i vantaggi, escludendo gli altri governi e le altre imprese dalla possibilità di accedere al potere politico ed economico derivante dallo sfruttamento del progresso tecnico.
La relazione tra scienza, democrazia e sviluppo economico sembra, a prima vista, evidente, ma sino ad ora è stata oscurata da altri fattori, perché la politica di potenza, la guerra e lo sfruttamento della scienza a fini militari hanno consentito a ogni governo, anche alle dittature, di trarre vantaggi significativi dalla conoscenza scientifica. Un secondo fattore, poco preso in considerazione dalle scienze sociali, riguarda la dimensione dello Stato. L’Europa ha occupato per tutto il secolo XIX la posizione di testa nel campo dell’innovazione scientifica e delle sue applicazioni all’economia. Ma agli inizi del secolo XX ha cominciato a essere distanziata dagli Stati Uniti. E dopo la fine della seconda guerra mondiale, nonostante il ritorno alla democrazia dei paesi dell’Europa occidentale, l’Europa non è più riuscita a colmare il divario tecnologico che la separa dagli USA. Oggi, il divario sembra incolmabile. La ragione del ritardo europeo deve essere cercata nella divisione dell’Europa in Stati nazionali, che le ha impedito sia il pieno sfruttamento economico del mercato europeo sia la promozione della ricerca nel campo delle tecnologie d’avanguardia. Se in Europa il ritardo tecnologico dipende dalla dimensione dello Stato, in altri paesi dipende dalla forma di governo. Paesi di vaste dimensioni e ricchi di risorse naturali, come l’URSS, con regimi non democratici, sono riusciti in alcune fasi a rivaleggiare con gli USA (si pensi al successo dello Sputnik negli anni Cinquanta). Ma non appena le tecnologie informatiche sono state sviluppate sino al punto da poter essere applicate su larga scala dalle imprese e dai singoli consumatori, il divario tecnologico tra USA ed URSS si è accresciuto sino a diventare incolmabile. L’informatica rende del tutto trasparente la relazione tra libertà civili, democrazia e sviluppo scientifico-tecnologico. Anche per questo, in URSS si è messo in moto un processo politico di democratizzazione del comunismo, sebbene con esiti infelici.
Il processo di integrazione internazionale sembra seguire solo in parte la dinamica del processo di integrazione nazionale. L’integrazione internazionale, per quanto sia possibile trarre utili insegnamenti dalla storia contemporanea, ha le sue basi materiali nella diffusione internazionale dei metodi produttivi basati sulla conoscenza scientifica e tecnologica. I paesi più poveri possono sperare di diventare meno poveri, o addirittura ricchi, mediante l’adozione di tecnologie e metodi imprenditoriali più recenti. Essi entrano così in relazione stretta con il sistema mondiale della produzione e degli scambi, i cui ritmi di sviluppo vengono tuttavia regolati dai paesi che occupano la posizione di testa del convoglio. Questo processo di integrazione dell’economia e della società non richiede un potere centralizzato, come era avvenuto nella fase precedente dell’integrazione nazionale. La diffusione, su scala mondiale, delle basi materiali create dal processo di civilizzazione occidentale si fonda solo su un’attenuazione e rarefazione dei conflitti armati. Tuttavia, ne può creare di nuovi, tra diverse culture e civiltà. L’integrazione internazionale distribuisce, anche se in modo non uniforme, benessere e ricchezza in un mondo politicamente frammentato. Si comprende come, a questo stadio iniziale di integrazione, i governi nazionali rappresentino sia un fattore di unificazione, con la promozione della cooperazione intergovernativa, sia un fattore di divisione (quando la cooperazione rischia di mettere in pericolo la sovranità nazionale).
La fase politica dell’integrazione internazionale inizia quando un gruppo di Stati nazionali riconosce esplicitamente la necessità di fondare una comunità di destino su un esplicito patto di pacificazione. Il patto di pacificazione non deve assumere necessariamente subito la forma di un patto federale. Un processo di integrazione negativa sovranazionale può svilupparsi sulla base di istituzioni confederali. Per ora, ciò è quanto è avvenuto in Europa. Dopo la seconda guerra mondiale, l’integrazione europea si è avviata grazie alla pacificazione franco-tedesca, che ha reso possibile la costruzione della Comunità europea. Tuttavia, l’integrazione europea non è ancora riuscita a superare lo stadio negativo, nonostante la creazione dell’Unione monetaria. Una integrazione positiva, per costruire un’Europa della solidarietà, richiederebbe una fiscalità europea, politiche di sviluppo e della ricerca scientifica al livello europeo, una difesa europea e un governo federale europeo.
Allivello mondiale, la distensione tra le due superpotenze, nel corso degli anni Ottanta, sembrava preludere ad una fase di pacificazione e di riforma dell’ONU, sul modello comunitario (Gorbaciov aveva già delineato un progetto per un disarmo controllato e per l’avvio delle prime politiche di cooperazione per lo sviluppo sostenibile). Ma la disgregazione dell’URSS ha bruscamente interrotto questo cammino, che gli Stati Uniti non sono più in grado, da soli, di percorrere. Sembra, al contrario, che la gestione monopolare del mondo stia obbligando il governo degli USA a cercare ad ogni costo un nemico (gli Stati canaglia, il terrorismo internazionale), senza il quale gli USA non riescono a giustificare il loro primato mondiale. Il dilemma della politica estera statunitense riguarda il mondo intero: l’egemonia americana è per ora indispensabile per impedire al mondo di scivolare nell’anarchia di tutti contro tutti, ma l’egemonia americana non raccoglie un consenso sufficiente per orientare la politica mondiale verso un nuovo ordine di pace e di giustizia internazionale. Gli Stati nazionali sembrano i vascelli di un convoglio alla deriva, al seguito della nave ammiraglia statunitense, in un mare in tempesta.
Anche per questo, gli aspetti commerciali, finanziari e sociali della globalizzazione — un processo di integrazione negativa su scala mondiale — hanno preso il sopravvento sulla capacità dei governi (la cosiddetta governance) di dirigere il convoglio. La globalizzazione è il frutto della universale applicabilità della scienza e della tecnologia generate dalla civiltà occidentale. Si tratta, tuttavia, solo di un aspetto della civiltà occidentale, che non può pretendere di diventare essa stessa la civiltà cosmopolitica, perché dal suo seno sono scaturiti l’imperialismo, il razzismo e il totalitarismo. Questi movimenti ideologici, negando alle radici l’eguale dignità di ogni essere umano, hanno minato le basi della convivenza umana. Le due guerre mondiali non sono un’escrescenza della civiltà occidentale, ma il prodotto inevitabile di una cultura che non ha ancora saputo concepire e perseguire l’unità politica del genere umano. La civiltà cosmopolitica si potrà costruire solo dopo un aperto e pacifico dialogo tra diverse civiltà, in cui ciascun popolo attingerà liberamente dagli altri popoli nuovi stili di vita e nuovi modelli culturali.
Le basi attuali della civiltà cosmopolitica in formazione sono, dunque, del tutto insufficienti. Rischiano di produrre non una maggiore integrazione internazionale, ma guerre e disastri irreparabili. La politica mondiale non sa governare il processo di globalizzazione perché non si è ancora posta la questione fondamentale del nostro tempo: ha il genere umano un futuro? Questa è la domanda che alcuni scienziati e filosofi del secolo XX, come Albert Einstein e Bertrand Russell, hanno rivolto alle grandi potenze ed ai loro contemporanei quando gli Stati nazionali cominciarono ad utilizzare l’energia nucleare per finalità belliche. Oggi la scienza mette a disposizione dei governi nazionali — non solo della superpotenza statunitense e di altre potenze minori, ma anche di minuscoli Stati bellicosi — una panoplia di armi di distruzione di massa. E quanto più la ricerca scientifica avanza, tanto più diventano sofisticate, e difficili da prevedere, le tecnologie utilizzabili da forze politiche eversive. Il terrorismo internazionale si può ormai facilmente avvalere di normali tecnologie civili, altrettanto devastanti di quelli militari (come è accaduto l’11 settembre 2001). A ciò si deve aggiungere che la pressione della popolazione mondiale sulle risorse ambientali ha raggiunto livelli aberranti. I paesi ricchi vogliono diventare sempre più ricchi. I paesi poveri non accettano, giustamente, di restare per l’eternità condannati ad una inumana condizione di miseria. La natura viene considerata, da entrambi, nient’altro che un mezzo di produzione gratuito, da sfruttare senza limiti. Ma a quale fine? Oggi, beni che un tempo sembravano disponibili illimitatamente, come l’aria e l’acqua, stanno diventando sempre più scarsi e non è difficile prevedere che, senza una drastica inversione di rotta nello sviluppo industriale, prima o poi il genere umano provocherà una catastrofe ecologica irreversibile. Una crescita infinita in un mondo finito è impossibile. L’uomo (o almeno i primi ominidi) ha iniziato la sua avventura sul Pianeta Terra milioni di anni fa. Ma quanti anni, quanti secoli e quanti millenni potrà il Pianeta Terra sopportare la distruzione forsennata delle sue risorse al ritmo attuale di sviluppo? La domanda di Einstein e di Russell è oggi più attuale che mai: senza un governo federale mondiale, l’umanità ha un futuro?
Se il MFE vuole farsi carico della condizione umana, delle sue tragedie e del suo destino, deve assumersi il compito di elaborare progetti e proposte per costringere politici riluttanti ad occuparsi delle questioni vitali per il futuro dei cittadini del mondo. Divisa in Stati nazionali sovrani, l’umanità è condannata all’autodistruzione. Occorre costruire la Federazione mondiale. Un’azione politica sovranazionale è indispensabile e urgente. Tuttavia, l’azione politica non può fondarsi solo sulla conoscenza scientifica. Un politico che non tenti di diventare saggio, attingendo agli insegnamenti della storia, della filosofia, della religione e della morale, non riuscirà ad indicare la via da percorrere per progettare un uso ragionevole della scienza, della tecnologia e delle risorse economiche e ambientali. Si tratta di un compito collettivo difficilissimo che impegnerà più generazioni. Un movimento d’avanguardia non può fare a meno di concepire la politica come un’azione fondata sul dibattito e sulla conoscenza scientifica.
 
Guido Montani


[1] Il motto «Nous ne coalisons pas des Etats, nous unissons des hommes» compare nel frontespizio delle Mémoires di Jean Monnet (Parigi, Fayard, 1976).
[2] C. Schmitt, Begriff des Politischen, 1927 e 1932; trad.it. «Il concetto di ‘politico’ », in Le categorie del ‘politico’, Bologna, Il Mulino, 1972, p. 108.
[3] Ibidem, p. 111.
[4] Ibidem, p. 116 e p. 117.
[5] Ibidem, p. 118.
[6] Ad esempio, Maurice Duverger sostiene che «Il primo obiettivo della politica è di eliminare la violenza, di sostituire ai conflitti sanguinosi delle forme di lotta meno brutali. La politica comincia al di là della guerra, civile o internazionale». (M. Duverger, Introduction à la politique, Parigi, Gallimard, 1964, p. 209).
[7] Le storie, Libro II, § 40.
[8] H. Arendt, The Human Condition, Chicago, The University of Chicago Press, 1958, p. 26 (trad. it. Vita activa, Milano, Bompiani, 1964).
[9] Uso qui l’espressione «processo di civilizzazione» nel senso coniato da Norbert Elias (Über den Prozess der Zivilisation. Soziogenetische und psychogenetische Untersuchungen, 1936 e 1939; trad. it, Il processo di civilizzazione, Bologna, Il Mulino, 1988).

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