Anno XXXV, 1993, Numero 1, Pagina 21

 

 

IL FEDERALISMO LATINO-AMERICANO
 
 
L’appello all’unificazione dei paesi latino-americani risale all’epoca dei padri della loro indipendenza. Il primo di essi, Simón Bolívar, scrisse: «Questo nuovo mondo ha una stessa origine, una stessa lingua e religione; dovrebbe quindi avere un solo governo che riunisca in una confederazione i vari Stati che stanno per nascere».
Purtroppo, a differenza di ciò che avvenne nelle 13 colonie dell’ America del Nord dopo l’acquisizione dell’indipendenza, la federazione latino-americana è rimasta finora un sogno. Nell’introduzione allibro Le système politique de l’Amérique latine, Jacques Lambert e Alain Gandolfi spiegano questo fatto «con gli insormontabili ostacoli di tipo geografico» che, durante le lotte per l’indipendenza, obbligarono «i centri di colonizzazione ispano-americani… a ottenere con la forza, da una Spagna indebolita, una indipendenza separata attraverso operazioni militari isolate e distribuite nel tempo, fra il 1811 e il 1825». Essi hanno anche sottolineato che «in America latina, laddove le circostanze che hanno portato all’indipendenza offrivano delle possibilità di unione analoghe a quelle dell’America anglosassone, il temperamento latino non ha impedito al vasto impero portoghese-brasiliano di consolidare la propria unità fino a formare gli Stati Uniti del Brasile».
 
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Il sistema politico del potente e preoccupante vicino del Nord ha tuttavia influenzato le strutture politiche dell’America latina e una prova di ciò, seppure solo sul piano del federalismo interno, sono le costituzioni federali adottate nel corso del XIX secolo da alcuni dei maggiori paesi del sub-continente americano: il Venezuela (1818, dopo un primo fallimento nel 1811), il Messico (1824), il Brasile (1834) e l’Argentina (1853).[1] Ma non si possono dimenticare molti altri tentativi che non hanno dato frutti in Cile (1828-30), in Perù e in Nuova Granada, divenuta Colombia dopo l’indipendenza (con parecchi esperimenti compiuti dal 1853 al 1866 e il fallimento del progetto di creare una Grande Colombia nel corso degli anni dal 1822 al 1830), e nelle Province unite dell’America centrale (1821-1838), che, dopo l’esecuzione dell’onduregno Francisco Morazan nel 1842, sono tuttora alla ricerca della perduta unità.[2] Bisogna tuttavia sottolineare il carattere per lo più formale del federalismo che ha ispirato questi tentativi, definito «federalismo centralizzatore» da Jacques Lambert e Alain Gandolfi e che ha portato K.C. Wheare a scrivere nel suo libro Federal Government che «in sostanza, il sistema federale non ha trovato nelle Repubbliche dell’America latina le condizioni necessarie per affermarsi solidamente».
Nella prima metà del XIX secolo sono falliti diversi tentativi di dar vita all’unità latino-americana. Il venezuelano Francisco de Miranda l’aveva propugnata fin dalla fine del secolo precedente. Nel 1823, Bolívar invitò il Messico a far parte di una Confederazione di Stati americani; questa proposta diede luogo al Congresso di Panama del 1846, durante il quale la discussione fu incentrata su come «creare una Confederazione di Stati americani che garantisse una difesa efficace» nei confronti sia dell’Europa sia degli Stati Uniti, dove il principio di Monroe, del dicembre 1823, con il pretesto di assicurare «l’America agli Americani», nascondeva malcelate velleità imperialistiche.[3] Fin da principio Bolívar aveva colto — così come il cubano José Martí o altri pensatori latino-americani — il pericolo di una ingerenza da parte del «colosso del Nord» negli affari del sub-continente. Nel 1829 infatti egli scrisse che «gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a produrre in America una dilagante miseria in nome della libertà».
E’ chiaro che, nel corso di tutto il secolo XIX, i molteplici progetti e le azioni espansionistiche o colonialiste degli Europei o dei Nord-americani ebbero molta influenza sul pensiero unionista latino-americano. E in effetti l’invasione del Messico da parte della Francia, l’ultima di una lunga serie di aggressioni, ebbe come conseguenza la creazione in Cile, nel 1862, della Sociedad de la Unión Americana de Santiago, che può essere considerata la prima organizzazione federalista su base popolare del continente. Essa ebbe degli omologhi in città come Lima, Valparaiso, La Serena, Quillota, ecc., ebbe contatti o corrispondenti in altri paesi come Stati Uniti, Ecuador, Perù, Bolivia, ecc., e contava fra i suoi membri gli eroi dell’indipendenza cilena e parecchi famosi intellettuali legati a Benjamín Vicuña Mackenna.
Oltre a dare sostegno, anche finanziario, alla Repubblica messicana contro la Francia del Secondo Impero, l’Unión Americana di Santiago pubblicò due importanti raccolte di testi e documenti nel 1862 e nel 1867. In una lettera del giugno 1862 indirizzata al suo omologo di Santiago dall’Unión Americana di Valparaiso leggiamo: «E’ compito non tanto dei governi ma dei popoli intraprendere e portare a termine il compito di abbattere i confini e colmare gli abissi che oggi separano le differenti nazionalità che popolano le terre americane, con lo scopo di unirle in un tutto unico».[4] Francisco Bilbao, membro dell’Unión di Santiago e conosciuto dai suoi contemporanei come l’ «apostolo della libertà dell’America», pubblicò nel 1865 Iniciativa de la América. Idea de un congreso federal de Las Repúblicas, che così concludeva: «Che cosa vogliamo? La libertà e l’unione. La libertà senza l’unione significa anarchia. L’unione senza la libertà significa dispotismo. Libertà e unione, questo sarà la confederazione delle Repubbliche».[5]
Nel corso del XX secolo la prospettiva unitaria, sia pure non sempre in forma federale, è stata costantemente alla base — per lo meno da un punto di vista formale — delle idee politiche di tutti coloro, uomini comuni o studiosi di problemi politico-sociali, che hanno affrontato la questione dello sviluppo e dell’emancipazione dell’America latina. Ciò è particolarmente evidente nelle nuove ideologie politiche, talvolta populiste, che diedero impulso al «nazionalismo rivoluzionario», comune, a seconda dei momenti, a regimi diversi e che tendevano tutte (dal radicalismo e peronismo argentini all’«aprismo» peruviano, dal socialismo cileno al «cardenismo» messicano o al «varghismo» brasiliano) ad affermarsi prima o poi come modello per tutto il continente. L’esempio migliore è la peruviana Alianza Popular Revolucionaria Americana (APRA), il cui leader e fondatore Raul Haya de la Torre fece dell’unione politica uno dei cinque postulati del suo programma e, a Parigi, nel giugno del 1925, dichiarò che «uno degli scopi principali dell’imperialismo è mantenere divisa la nostra America. L’America latina unita, federata, sarebbe uno dei paesi più potenti del mondo e sarebbe percepita come un pericolo per gli imperialisti yankees».
Fra gli intellettuali latino-americani si sviluppò un intenso dibattito sul tema dell’anti-imperialismo e dell’unione continentale, come dimostra l’adesione all’APRA (1927) dell’argentino José Ingenieros, fondatore nel suo paese del partito socialista e del movimento dell’Unión Latinoamericana.
E’ in questo clima che la crisi del ‘29 mostrerà la necessità di un diverso modello di sviluppo economico basato sull’integrazione continentale; che il Brasile instaurerà dei rapporti, per la prima volta e durevolmente, con i propri vicini di lingua spagnola; e che voci rimaste a lungo isolate, come quella del cileno Eugenio Orrego Vicuña, ricominceranno a farsi sentire.
Nel secondo dopoguerra, e nel quadro dell’ONU, la volontà unitaria incominciò a manifestarsi in modo più concreto, abbandonando la pura teoria e avviandosi verso prime forme di realizzazione pratica, sia pure limitate al campo economico. Nel settembre del 1957, la Comisión económica para América Latina (CEPAL) — creata in seno all’ ONU nel 1947 e presieduta per lungo tempo dall’economista argentino Raul Prebisch (di cui è noto l’interesse per l’azione europea di Jean Monnet) — riunita a Buenos Aires giunse alla conclusione che era opportuno «creare gradualmente e progressivamente un mercato comune latinoa-mericano, con una struttura multinazionale e basata sulla concorrenza, aperto a tutti i paesi dell’ America latina». Da allora si sono tentati numerosi esperimenti di libero scambio o di integrazione economica.[6] Durante i primi anni i responsabili della CEPAL e del Banco Interamericano de Desarrollo (BID) — creato nel maggio del 1958 malgrado le iniziali esitazioni degli USA — hanno lavorato sotto la direzione di Raul Prebisch e del cileno Felipe Herrera con una chiara prospettiva di integrazione.
Parallelamente dei movimenti politici, più o meno organizzati a livello continentale, si impegnarono nella lotta per l’unione o per la federazione fin da prima della seconda guerra mondiale. Ne citeremo brevemente alcuni di cui siamo venuti a conoscenza e che hanno agito da allora fino alla metà degli anni ‘70 (gli ultimi sembra siano scomparsi): l’Unión Federal argentina che, prima di essere messa fuori legge da un regime militare filonazista, ha creato un intergruppo parlamentare, ha curato pubblicazioni e ha giocato un ruolo importante nella formulazione di un Trattato di unione doganale con il Cile mai ratificato a causa del cambiamento di regime a Buenos Aires; i diversi gruppi di esiliati antifascisti europei riuniti in Italia Libera o gli antinazisti di diversi paesi riuniti attorno alla pubblicazione Das andere Deutschland; il Movimiento de Integración Latinoamericana (MILA) che per un certo periodo raccolse democratici cristiani e socialisti cileni a Valparaiso nel corso degli anni ‘60; o ancora il Movimiento Acción para la Unidad Latinoamericana (MAPLA) creato a Buenos Aires nel 1963 e che nominalmente contava dei comitati nazionali in 18 paesi.
Il più interessante, e il meglio conosciuto, di questi movimenti è stato il Movimiento Pro-Federación Americana (MPFA), fondato nel 1948 a Bogotá in occasione della creazione dell’Organizzazione degli Stati americani da parte del federalista e mondialista colombiano Santiago Gutiérrez. Esso curò la pubblicazione della rivista Nuevo Mundo, prima a Bogotá e poi a Buenos Aires, dal 1953 fino all’inizio degli anni ‘70, e rimase in costante contatto con il Movimento universale per la confederazione mondiale (MUCM). A questo Il MPFA fu affiliato per qualche anno, dopo che l’Asociación Pacifista Argentina (APA) era stato l’unico contatto del MUCM a livello continentale dalla sua creazione fino all’ immediato dopoguerra.
Le difficoltà economiche incontrate dall’America latina dopo gli anni ‘60 (deterioramento delle ragioni di scambio, aumento del debito con l’estero, ecc.), insieme al ruolo negativo svolto dalle dittature militari e nazionaliste che si sono opposte a qualsiasi sviluppo dell’integrazione,[7] non hanno permesso né di raggiungere efficaci risultati economici, né di condurre in porto l’integrazione politica. Il decennio degli anni ‘90 sembrerebbe iniziare sotto più favorevoli auspici. Nuove prospettive si sono aperte per quanto riguarda alcuni progetti di integrazione già sul tappeto, come quello contenuto nel Programa de Integración Argentino-Brasileña, sottoscritto, nel luglio del 1986, dai presidenti del Brasile e dell’ Argentina. Questo progetto (relativo a svariati campi come l’agricoltura, i sistemi di pagamento, la tecnologia d’avanguardia, il commercio, la cultura, l’energia, e in particolare l’energia nucleare, e la cooperazione militare) era inizialmente bilaterale, ma è stato poi esteso prima all’Uruguay e poi al Paraguay, con la firma, nel marzo del 1991, del Trattato di Asunción, che ha definito a grandi linee il Mercado Común Austral (MERCOSUR).
A loro volta altri tre paesi latino-americani, Colombia, Messico e Venezuela (il cosiddetto «gruppo dei Tre»), hanno espresso l’intenzione di creare entro il 1994 una zona di libero scambio. Parallelamente il Messico iniziava i negoziati relativi al Trattato di libero scambio di Alena (firmato con grande risonanza il 12 agosto 1992 e al quale anche il Cile ha intenzione di aderire) con Stati Uniti e Canada, con l’intento di giocare un ruolo di rilancio, a livello sub-regionale, dell’integrazione dei vicini centro-americani.
Infine, tra le ultime iniziative in ordine di tempo è doveroso puntare l’attenzione, soprattutto per le implicazioni democratiche, sulla decisione dei paesi del Patto andino di creare un mercato comune entro il 1995, prevedendo — sulla base dell’esempio europeo a cui è fatto esplicito riferimento — l’elezione a suffragio universale diretto di un Parlamento andino. Questa decisione è stata presa nonostante le gravi difficoltà che devono essere affrontate dopo il fallimento dell’ incontro di Quito che in giugno avrebbe dovuto giungere a una conclusione sull’unione doganale; fallimento che ha fatto scrivere a Marcel Niedergang sul Monde che il Patto andino è «in decomposizione», è «in agonia», condizionato da logiche diverse che contrappongono gli altri membri del Patto a Colombia e Venezuela, desiderosi di stabilire rapporti sempre più stretti con l’economia messicana.
 
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Queste nuove prospettive possono e devono essere sfruttate a fronte dell’impotenza e dell’inadeguatezza sempre più evidenti dello Stato nazionale come quadro esclusivo della vita economica e politica moderna, come d’altra parte è dimostrato dalle più recenti analisi dei responsabili dell’Instituto para la integración de América latina (INTAL) e della BID.
Bisogna certo compiacersi, come ha fatto l’INTAL nell’89, che, con il ritorno della democrazia, si sia rinvigorita l’attività dei parlamenti nazionali, ma per condurre a buon fine l’unificazione democratica e federale dell’ America latina — che sola le permetterà di entrare senza difficoltà nel XXI secolo — è indispensabile che si imponga una nuova generazione di militanti federalisti organizzati politicamente a livello sovranazionale. Essi dovranno richiamarsi ai principi di base predicati dai militanti che li hanno preceduti, come quelli delle Uniones Americanas del secolo scorso, che hanno indicato come priorità il principio del potere costituente del popolo, o come quelli che più recentemente hanno dato vita al Movimiento Pro-Federación Americana, i quali giustamente hanno insistito a più riprese sulla necessità di un Movimento federalista autonomo dagli Stati e dalla classe politica nazionale.
 
Jean-Francis Billion


[1] E’ stata intenzionalmente citata tra parentesi solo la data della prima costituzione a carattere federale adottata da ciascun paese.
[2] Le costituzioni centro-americane attualmente in vigore prevedono, come quelle post-belliche dei paesi membri della CEE, la possibilità di rinuncia alla sovranità sulla base del principio della reciprocità (fa eccezione quella del Costa Rica). Anche la costituzione dell’Honduras riconosce che il paese è «uno Stato separato della Repubblica federale del Centro-America», mentre la costituzione della Repubblica orientale dell’Uruguay del 1967 contiene una clausola che ammette ampiamente la possibilità dell’integrazione latino-americana.
[3] Non bisogna confondere il panamericanismo con il federalismo latino-americano. Per quanto riguarda il primo, che comprende sia gli Stati dell’America centrale e meridionale sia i vicini del Nord, esso è sfociato, attraverso molte tappe, nella creazione (a Washington nel 1889) di una Oficina Comercial de las Repúblicas Americanas; nella conferenza del 1938 che ha avuto come sbocco la partecipazione della maggior parte dei paesi dell’America latina alla seconda guerra mondiale a fianco degli Alleati; nella conferenza di Chapultepec del 1945 sui problemi della guerra e della pace; e infine nella nona conferenza interamericana (Bogota 1948), nella quale fu approvata la Carta dell’Organizzazione degli Stati americani. Con riferimento alla conferenza di Chapultepec, che ha preceduto quella di San Francisco nella quale fu creata l’ONU, è utile sottolineare la posizione degli Stati latino-americani, forse i soli del Terzo mondo ad essere allora indipendenti, per quanto riguarda la nuova organizzazione che stava per vedere la luce: rifiuto del diritto di veto, richiesta di un seggio permanente per l’America latina al Consiglio di Sicurezza, struttura federale, e non confederale, dell’ONU come sola garanzia per la pace (richiesta appoggiata da numerosi uomini di Stato o diplomatici, fra cui Ezequiel Padilla, allora ministro messicano degli Affari esteri).
[4] Vedi Ricaurte Soler, Introduzioni alle riedizioni panamense e messicana (1976 e 1978), di Unión y confederación de los pueblos hispanoamericanos, la prima delle due raccolte (sfortunatamente la seconda, del 1867, non è stata finora ripubblicata). Oltre a importanti documenti relativi al Congresso di Panama del 1826 e a quello interparlamentare di Lima del 1848 (che ha adottato un Trattato confederale fra la Nuova Granada, l’Ecuador, il Perù, la Bolivia e il Cile, alla fine arenatosi al momento delle ratifiche nazionali) questi due volumi, nonostante alcuni difetti dovuti alle difficoltà di comunicazione dell’epoca, riprendono numerosi testi e saggi di Bernardo Monteagudo, Pedro Félix Vicuña, Juan Bautista Alberti (padre), Benjamín Vicuña Maquenna, Manuel Carrasco Albano, Francisco Bilbao, Francisco de Paula Virgil e José Mariá Semper.
[5] Vedi la Historia de la ideas de integración de América latina dello storico colombiano Javier Ocampo López, in cui, oltre a questo testo, è citato, tra gli altri pensatori federalisti della seconda metà del XIX secolo, il suo compatriota José Mariá Torres Caicedo, autore nel 1865 di un libro su l’Unión Américana para la defensa comun.
[6] Asociación Latinoamericana de Libre Comercio (ALALC) nel 1960 (trasformata in Asociación Latinoamericana de Integración - ALADI nel 1980), Mercado común centroamericano (MCCA) nel 1961, Asociación de Libre Comercio del Caribe (CARIFTA) nel 1965, Mercado Común del Caribe Oriental (MCCO) nel 1968, Grupo Andino (GRAN) nel 1969 e Comunidad del Caribe (CARICOM) nel 1973.
[7] Si ricordi l’abbandono da parte del Cile di Pinochet del Patto andino, e, in un’ottica opposta, il ruolo di quest’ultimo nel ripristino e nel consolidamento della democrazia boliviana.

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