Anno XXVI, 1984, Numero 2, Pagina 146

 

 

LA III CONVENZIONE EUROPEA PER IL DISARMO NUCLEARE
 
 
Dal 17 al 21 luglio si è riunita a Perugia la III Convenzione europea per il disarmo nucleare.
Anche per chi ha partecipato ai lavori, è difficile offrire un resoconto completo del dibattito, sia per la quantità dei partecipanti a titolo individuale o in rappresentanza di una miriade di movimenti, organizzazioni, gruppi, sia per la scarsità di documenti di lavoro e di mozioni scritte.
Tuttavia sono emerse con chiarezza alcune caratteristiche che hanno contrassegnato il Movimento per la pace fin dalla sua nascita.
Una caratteristica è costituita dalla consapevolezza che il problema della pace è un problema mondiale, e che il destino dell’umanità è ormai diventato un destino comune. Ma a questa consapevolezza non corrispondono né un’analisi adeguata né una risposta efficace.
La premessa fondamentale per chi si pone come obiettivo politico l’affermazione di un valore è la chiara definizione di esso.
Ora, solo con il federalismo si è iniziata l’elaborazione di un pensiero autonomo sul valore della pace e sui mezzi per affermarla, basandosi sulla filosofia della storia di Kant e sul pensiero costituzionale di Hamilton.
La pace, secondo il pensiero federalista, coincide con la creazione di uno Stato mondiale che, sottraendo ai singoli Stati il monopolio della forza fisica, li costringa a regolare pacificamente i loro rapporti sulla base del diritto.
All’interno del Movimento per la pace questo fatto non è ancora stato percepito con chiarezza. E ciò comporta due conseguenze: da una parte l’incapacità di considerare la pace come un valore autonomo, dall’altra quella di superare i limiti nazionali.
Per quanto riguarda la prima conseguenza, il Movimento per la pace si limita a riflettere le posizioni delle ideologie tradizionali, secondo le quali la guerra dipende dalla mancanza di libertà, di uguaglianza e di giustizia, e basta realizzare questi valori per ottenere nel contempo la pace.
Così, ad esempio, le componenti religiose del Movimento pongono l’accento sulla necessità di affermare il principio evangelico dell’amore verso il prossimo come presupposto della pacifica convivenza fra gli uomini. Altre componenti ritengono invece che tale presupposto sia il rispetto dei diritti umani.
Va però rilevato che la parte più consistente del Movimento per la pace fa risalire all’assenza di giustizia e di uguaglianza fra i popoli le cause della guerra e propugna pertanto la creazione di un nuovo ordine mondiale fondato su tali valori. Se è vero che il profondo divario esistente fra i Paesi ricchi e poveri costituisce uno dei problemi più gravi del nostro tempo, è pur vero che un « nuovo ordine mondiale » resta una formula vuota se non si precisa il quadro politico in cui esso possa prendere forma, in cui cioè sia possibile risolvere pacificamente le dispute internazionali.
Non ponendosi in questa prospettiva, il Movimento per la pace rischia di essere il riflesso passivo della situazione di potere esistente, in cui ogni tentativo di sottrarsi ad un imperialismo si traduce nell’accettazione dell’imperialismo opposto. D’altra parte, non mettendo in discussione l’equilibrio mondiale esistente, non pone neppure le premesse per un allentamento della tensione internazionale e del pericolo di guerra.
Una frazione del Movimento per la pace che propugna l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale non esclude, per raggiungere questo scopo, il ricorso alla guerra. In un documento presentato alla Convenzione di Perugia si legge: « Un modo per aiutare le potenziali vittime di una guerra nucleare in Europa è di sconfiggere le forze imperialiste che oggi vittimizzano le popolazioni del Terzo mondo » e per far ciò « dobbiamo appoggiare la lotta armata di coloro che sono stati costretti dalla fame e dall’ingiustizia a prendere le armi ».
Se nel passato l’uso della violenza e della guerra per l’affermazione dei valori di libertà e uguaglianza era considerato inevitabile, nell’era nucleare, e soprattutto dopo l’introduzione delle armi nucleari tattiche, il pericolo che un conflitto limitato degeneri in conflitto nucleare totale mette in discussione la scelta della lotta armata come strumento contro l’oppressione. Oggi non ha più senso porsi il problema di definire la « guerra giusta ». Bisogna piuttosto chiedersi se una « guerra giusta », quale che sia la sua definizione, è possibile.
Il Movimento per la pace non si pone questa domanda decisiva perché non si colloca nella prospettiva di eliminare definitivamente la guerra attraverso istituzioni politiche che la rendano impossibile e che garantiscano nel contempo la giustizia e la democrazia internazionali.
La democrazia internazionale implica la partecipazione diretta dei cittadini, riuniti in una federazione mondiale, al governo del mondo. Ponendo l’accento sui negoziati fra Stati che conservano la loro piena sovranità, il Movimento per la pace si illude che sia possibile sconfiggere per sempre la guerra mediante una « buona politica estera », mentre l’obiettivo prioritario deve essere, sia pure a lungo termine, quello dell’eliminazione della politica estera.
È certamente vero che nell’attuale situazione internazionale, è necessario invertire la tendenza all’esasperazione del confronto fra le due superpotenze e che l’instaurarsi di un clima di distensione fra di esse passa anche attraverso i negoziati e gli accordi. Ma il presupposto perché ciò sia possibile è la modificazione della distribuzione del potere nel mondo. Solo la creazione di un equilibrio multipolare stabile, essendo più flessibile dell’attuale equilibrio bipolare, darebbe maggior spazio alla diplomazia e frenerebbe, quindi, la tendenza di USA e URSS a dare risposte armate o riarmiste ad ogni conflitto emergente.
Per questo il Movimento per la pace dovrebbe puntare la sua attenzione e impiegare le proprie energie per far avanzare quei processi di unificazione in atto in varie parti del mondo, fra i quali il più avanzato è il processo di unificazione europea, nella prospettiva a lungo termine della creazione di un governo mondiale.
Se il Movimento per la pace rimarrà ancorato alla deviante ottica nazionale, mo1te delle sue parole d’ordine rimarranno pure affermazioni di principio. Chiedere il disarmo nucleare totale, senza porre ciò in relazione a mutamenti sostanziali dell’ordine internazionale, è pura utopia, perché, come scrive Jonathan Schell, « fino a che le nazioni potranno difendersi con le armi, di qualsiasi tipo esse siano, rimarranno nazioni pienamente sovrane, e sino a che rimarranno pienamente sovrane, saranno libere di ricostituire gli arsenali nucleari in qualsiasi momento ».
Le stesse tappe intermedie che il Movimento propone per avviarsi verso il disarmo totale denunciano la sua difficoltà ad affrontare il problema della pace in termini politici. Le proposte di disarmo unilaterale e di creazione di zone denuclearizzate, oltre ad implicare l’accettazione implicita del dominio da parte di chi alle armi non ha rinunciato, sono basate su una illusione, l’illusione che bastino la buona volontà e l’esempio per scatenare un processo di progressivo disarmo, fino a quello universale.
Si può dunque concludere che il Movimento per la pace è certamente un tentativo di risposta alla nuova fase storica che stiamo vivendo, caratterizzata dalla crescente incapacità delle attuali istituzioni di organizzare pacificamente una società che, nella sua continua evoluzione, ha creato forme di convivenza incompatibili con la struttura e le dimensioni dei poteri esistenti e ha nello stesso tempo messo in discussione la propria sopravvivenza con l’invenzione delle armi nucleari.
Ma questo tentativo di risposta è tuttora ancorato a categorie di interpretazione della storia e della realtà superate, la cui inadeguatezza si manifesta sia sul piano teorico che sul piano delle proposte concrete.
Come ha affermato Albert Einstein: « La liberazione della potenza dell’atomo ha cambiato tutto, tranne il nostro modo di pensare ».
Chiunque oggi voglia diventare soggetto attivo della storia deve prendere le mosse da questa affermazione. È necessario avviarsi verso l’elaborazione di una cultura della pace che non sia un mero riflesso dell’esistente, ma indichi strumenti di pensiero e di azione che possano concretamente incidere sulla realtà.
 
Nicoletta Mosconi

 

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