Anno XXIX, 1987, Numero 1, Pagina 66

 

 

REYKJAVIK
 
 
L’incontro di Reykjavik si è concluso con un nulla di fatto. Ma la disponibilità alla trattativa non è caduta. Restano dunque sul tappeto due ipotesi: una, a più lungo termine, che riguarda addirittura l’eventuale abolizione delle armi nucleari prima del 2000, e l’altra, a breve termine, che riguarda l’opzione zero per gli euromissili e una riduzione del 50% degli ICBM. Sono prospettive serie? Si profila davvero la possibilità di abolire le armi nucleari? Ciò significa che potrebbe finire l’incubo nucleare? Il giudizio non è facile. In ogni caso, esso è impossibile se si usano criteri di analisi non pertinenti, che hanno il difetto di privare i fatti del loro vero significato, e se non si tengono presenti tutti gli aspetti del problema nei loro diversi possibili sviluppi. Si tratta dunque, in primo luogo, di fare una riflessione nella forma di un elenco di criteri e di dati di fatto. Le poche annotazioni che seguono vorrebbero essere un passo in questa direzione.
1. Si esaminano spesso i problemi in questione chiedendosi quale delle parti ha ragione e quale torto (come se nella politica internazionale valessero il diritto e la morale), oppure chi ha vinto o chi ha perso sul tavolo dei negoziati (come se il vincere o il perdere dipendessero dalla scelta di tattiche negoziali astute), oppure chi ha messo in trappola l’altro, ecc. Tutto ciò è privo di senso. Al fondo di questi modi di argomentare c’è l’idea che la politica internazionale dipenderebbe solo dalla libera scelta delle parti, cioè solo dalla loro volontà.
Questa opinione mitica trova la sua contropartita nello stravolgimento della nozione di ragion di Stato, che invece di essere considerata per quel che è (una necessità alla quale gli Stati si devono piegare armandosi e osservando le leggi della forza) viene usata come un’espressione che designerebbe una preferenza spregevole, come ad esempio quella implicata nella scelta di una «azione moralmente riprovevole giustificandola col vantaggio del proprio paese» (Giuliano Toraldo di Francia, «Quando scoppia la pace», La Repubblica, 2.1.87).
2. Quali che siano il giusto o l’ingiusto, essi passano comunque, nella sfera politica, attraverso la coincidenza di interesse e dovere. Ogni soluzione «giusta», che non coincida con l’interesse degli attori, è per definizione fuori gioco. Nella politica internazionale l’interesse è la salvaguardia della propria potenza (in concreto, per quanto riguarda gli USA e l’URSS, il rifiuto di essere messi in situazione di inferiorità militare di dover subire minacce, ricatti, ecc.). Ciò implica che sono possibili solo le soluzioni che consentono la piena espressione delle risorse di potenza di ciascun paese. Se ciò non è immediatamente visibile, è solo perché spesso si riduce la potenza alla sola quantità delle armi in questo o quel momento determinato, senza tener presente che essa dipende anche dal contesto nel quale si esplica, dallo sviluppo economico e tecnologico, dallo stile di vita dei popoli, dal grado di attaccamento dei cittadini al loro Stato, dalla fiducia nel suo avvenire, ecc. (già Kant aveva osservato la relazione che esiste tra «forza dello Stato nei suoi rapporti esterni» e sviluppo della cultura, del commercio, ecc., e quindi anche della stessa «libertà civile»).
3. In questo quadro classico della politica internazionale (piena espressione delle risorse di potenza di ogni Stato) le armi nucleari hanno introdotto un fatto radicalmente nuovo. Le armi sono sempre state concepite in funzione della guerra, e la guerra, a sua volta, in funzione della politica. Ciò consentiva un vero e proprio calcolo: data una politica, cioè dato un insieme di relazioni con gli altri Stati, era entro certi limiti data anche la quantità delle armi necessaria. Ciò riposava, naturalmente, sul fatto che gli Stati erano sempre pronti a usare le armi e ad entrare in guerra contro ogni Stato che, avendo fatto un errore di calcolo, manifestasse pretese non giustificate dalla sua forza effettiva. La guerra dipendeva pertanto dagli errori di calcolo, aveva la funzione di correggerli, ed era — come è ancora — inevitabile perché gli errori sono sempre possibili.
Orbene, le armi nucleari hanno alterato questo quadro, e minato la razionalità (strumentale) della politica estera, perché la loro quantità, qualità ed evoluzione non è più un mezzo (ben calcolabile) per il vecchio scopo (guerra come correzione di un errore di calcolo), ma un mezzo (mal calcolabile e senza una precisa relazione con qualunque piano politico) per uno scopo del tutto nuovo: quello di ridurre al minimo il rischio della guerra nucleare, e perciò anche di tutte le guerre che potrebbero sfociare in una guerra di questo genere. Caduto il nesso razionale con la politica, è caduta anche la possibilità di fissare limiti precisi circa la quantità e la qualità delle armi di cui bisogna disporre, con conseguenze negative sia circa il modo di condurre la gara degli armamenti, sia sull’equilibrio da conseguire tra spese per le armi e spese per lo sviluppo economico e sociale. Questo stato di cose non ha tolto alla forza il suo vecchio carattere di mezzo per il governo del mondo e per la soluzione dei problemi politici, economici e sociali che interferiscono con l’equilibrio internazionale, ma ha dato vita a una logica nuova che si sviluppa accanto alla vecchia complicandola, e rendendola meno efficace (compresenza di un massimo di forza e di debolezza nelle potenze vere e proprie: USA e URSS), o addirittura folle (stocks di armi nucleari sufficienti per distruggere molte volte l’intero genere umano).
4. La logica nucleare. Di solito si dimentica che da quando si è posto il problema delle armi nucleari si è visto subito, almeno da parte di alcuni (tra i quali Einstein), che la sola soluzione efficace sta in un governo mondiale capace di controllare gli aspetti militari dell’evoluzione tecnologica, e si è pensato alla deterrenza solo come a un mezzo per ridurre al minimo il rischio di una guerra nucleare, e guadagnare tempo in attesa di una soluzione capace di garantire la certezza della sua impossibilità. Questo nodo, la mancanza di certezza, è venuto subito al pettine con la prima forma di deterrenza, la mutua distruzione assicurata (MAD, una cosa da pazzi, non da savi).
Il fatto è questo: è vero che si possono costruire tante armi da raggiungere la certezza di poter lanciare il secondo colpo dopo aver subito un attacco nucleare (deterrenza), ma è anche vero che, per la sua stessa natura, il secondo colpo è in realtà incerto perché comporta non solo la distruzione dell’avversario, ma anche la propria. Per questa ragione non c’è alcuna certezza assoluta circa il funzionamento della deterrenza. In ultima istanza le cose arrivano sempre sino a questo punto. E ciò non può non provocare la ripetizione all’infinito del tentativo di ridurre l’incertezza, anche perché la macchina della politica estera, della guerra, e della preparazione dei piani degli stati maggiori è sempre in funzione.
Questo è, in effetti, ciò che è accaduto. Questa tendenza — accelerata, per quanto riguarda gli USA, dalla extended deterrence (garanzia nucleare per l’Europa occidentale, resa però assurda dal fatto che gli USA dovrebbero decretare, con l’impegno del secondo colpo, la propria autodistruzione per proteggere l’Europa da un attacco nucleare) — si è manifestata con la sequenza nota a tutti: risposta flessibile, armi nucleari tattiche, guerra nucleare limitata, scudo spaziale (che restituirebbe agli USA il monopolio delle armi nucleari come monopolio del loro uso efficace). E’ a questo punto che l’idea della vittoria in una guerra nucleare limitata potrebbe prendere corpo. Ma ci vorrebbe uno scudo spaziale assoluto, e ciò è impossibile per definizione a causa dell’evoluzione incessante della scienza e della tecnica. Si deve dunque constatare che nessuna di queste fasi della strategia della deterrenza ha potuto togliere di mezzo il suo difetto radicale e intrinseco: la mancanza di certezza. Il processo resta dunque ancora aperto, sempre con le due posizioni di partenza (governo mondiale e deterrenza).
Per quanto riguarda l’abolizione delle armi nucleari — che comporta per un verso anche l’impossibilità di costruirne di nuove, e per l’altro, la non proliferazione — va detto che essa è impossibile fino a che non si potrà governare il mondo col diritto (sistema federale mondiale) invece che con la forza (sistema di Stati con sovranità esclusiva, e nessun mezzo giuridico efficace per il riconoscimento dei diritti dei popoli). Tuttavia, il fatto che ci sia una proposta di abolizione delle armi nucleari da parte di Gorbaciov, e una presentazione da parte di Reagan dello scudo spaziale come un mezzo per renderle inutili, mostra che ormai le grandi potenze non possono non proporre all’opinione pubblica mondiale la visione di un mondo liberato dall’incubo dell’estinzione del genere umano. Sono i primi segni dello sviluppo di una forza che potrà in futuro diventare decisiva.
6. Ciò di cui il mondo ha bisogno sin da ora è una transizione ordinata dal bipolarismo al multipolarismo. Solo in questo caso la distensione USA-URSS potrà durare, estendersi gradualmente a tutti i paesi, e rendere possibile un minore impegno sul fronte delle armi e un maggiore impegno sul fronte dello sviluppo dei paesi del Terzo mondo. Bisogna dunque tener presente che questa transizione ordinata è impossibile senza le integrazioni regionali (prima fra tutte quella europea, che, essendo la più avanzata, può costituire un esempio), senza il rafforzamento delle prime politiche mondiali nel quadro dell’ONU e, in ultima istanza, senza la formazione di una coscienza mondiale dell’unità del genere umano, che è già in atto, ma solo oggettivamente e non ancora soggettivamente.
 
Mario Albertini

 

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