Anno III, 1961, Numero 6, Pagina 255

 

 

Una discussione sui concetti di democrazia e di competenza
 
Democrazia e competenza
 
GEORGES GORIELY
 
 
L’uomo non conosce che quel che fa.
 
Indipendentemente dalle ideologie sulle quali si pretende di fondarlo, oggi il principio democratico si è generalmente imposto. Tutto ciò che, in partenza, può distinguere un uomo da un altro, di solito è condannato.
Ogni privilegio legato alla nascita o alla ricchezza non trova alcuna giustificazione morale nella coscienza comune. Ma un privilegio di fronte al quale si prova molto più imbarazzo è quello che deriva dal sapere, dalla competenza. Il fatto che un uomo possegga autorità o prestigio per nascita o per ricchezza non è certamente ancora stato abolito, ma urta il nostro sentimento di uguaglianza e va contro quella che si ritiene la normale evoluzione sociale. Ma che funzione, autorità, prestigio, benessere, siano legati al possesso di un diploma, è cosa che a prima vista sembra normale e per nulla incompatibile col postulato dell’uguaglianza. Dato che gli studi a ogni livello sono accessibili a tutti essi non hanno il compito di stabilire una selezione naturale basata su meriti reali? Non è forse giusto che chi ha acquisito maggior sapere abbia più vantaggi e mezzi d’azione? E tutta la società non ha forse da guadagnare se, in questo modo, vengono sistematicamente selezionati i più adatti e i più meritevoli?
Nasce una prima grave obiezione: ogni selezione non si fa in funzione di un certo sistema culturale, di un preliminare orientamento dello spirito e della sensibilità, che possono essere caratteristici di una classe sociale più che di un’altra? Sappiamo quale grave problema costituisca l’accesso dei fanciulli, non ugualmente distribuiti secondo la loro origine sociale, ai diversi gradi e forme d’insegnamento. Questa eterogeneità non può essere spiegata da una diversità di attitudini naturali, e solo molto imperfettamente da una diversità di situazioni economiche, dato che la diminuzione di essa non cambia fondamentalmente questo stato di cose. Cioè, alla fine, il significato di cultura, di competenza, di merito intellettuale, perde in chiarezza e in evidenza, diventa relativo.
E, seconda obiezione che è in parte corollario della prima: possiamo, sulla base di una superiorità che è lontana dall’avere il carattere naturale e indiscutibile che gli è correntemente attribuito, avallare così un principio gerarchico e una sorgente di privilegi e di potere che sarebbero tanto più temibili in quanto non apparirebbero a prima vista incompatibili col postulato democratico e non susciterebbero nessuna cattiva coscienza?
Non è solo da oggi che l’uomo cerca di fondare la gerarchia sociale sul sapere, la competenza e il merito morale e intellettuale. Nessuno meglio di Platone nella Repubblica ha difeso questo principio. Che ciascuno potesse voler dare il proprio parere su tutto, che il calzolaio potesse avere qualche altra preoccupazione al di fuori della calzatura, o il contadino al di fuori del suo campo, che soprattutto l’uno e l’altro potessero desiderare di pronunciarsi sulle cose della Città, questo era il colmo dell’abominio. Governare, decidere ciò che è giusto o ingiusto, è il compito di coloro che conoscono l’essenza della giustizia, che possiedono su ogni cosa, non un opinione, ma una vera scienza. In teoria ognuno avrebbe accesso a questa scienza. Platone non ha pregiudizi sulla nascita e neppure, cosa eccezionale nell’antichità, sul sesso, e rispetto alla ricchezza ha un atteggiamento piuttosto negativo. Eppure, sulla base di un criterio puramente intellettuale, egli ha stabilito una gerarchia più brutalmente oppressiva, e più radicalmente negatrice di ogni uguaglianza umana, di qualunque forma corrente di aristocrazia o di plutocrazia.
E’ pura utopia questa visione (ripresa d’altra parte quasi integralmente da Auguste Comte) della onnipotenza del sapere? C’è stato, comunque, più di un sistema storico che si è richiamato ad essa. Il mandarinato cinese, col suo sistema generalizzato di concorsi, non pretendeva di avere altro fondamento, come, d’altronde, la gerarchia ecclesiastica, che si presume consacri il sapere e il merito morale e religioso. E tutta l’ideologia ugualitaria del bolscevismo si trovò di colpo in grave contraddizione con la concezione della missione, che questo movimento attribuiva non all’insieme del proletariato ma a ciò che esso considerava la sua élite pensante, alla piccola minoranza di coloro che veramente sapevano che cosa era la rivoluzione e, in seno a questa stessa élite, a coloro che, sapendolo meglio, avevano un ruolo di comando.
Indipendentemente da questa volontà di fondare un ordine sociale globale su di una gerarchia del sapere, si possono anche trovare numerosi esempi di applicazione parziale di questo principio. Ed è qui che interviene l’illusione che certi problemi possano essere depoliticizzati, ridotti alla loro natura tecnica. Piuttosto — si sente dire — di dare un potere di decisione a uomini incompetenti, volentieri demagoghi, spesso sottoposti a pressioni di parti o a coalizioni di interessi, perché non rimettersi a dei tecnici che possiedono il sapere, l’esperienza, l’indipendenza di giudizio, in breve capaci di dare ad ogni problema (stabilità finanziaria, espansione economica, riforma sociale, organizzazione internazionale, decolonizzazione) soluzioni obiettive, scientifiche, libere da ogni illusione, da ogni passione, da ogni considerazione di interessi particolari, elettorali o di altro genere?
E’ un’idea che presenta a prima vista la seduzione della evidenza. Ci rimettiamo al parere del gran numero, ci dice spesso Platone, se si tratta di decidere della cura che conviene dare ai malati? Non è forse del medico, e suo soltanto, il compito di decidere? E non si potrebbe trovare, per guarire i mali sociali, un esperto che sia l’equivalente di quello che dovrebbe essere il medico per la guarigione dei mali individuali?
Che tecnici, che competenze? Che in un governo un generale divenga ministro della guerra, un diplomatico ministro degli affari esteri, un prefetto ministro dell’interno, un finanziere o un governatore della Banca Nazionale ministro delle finanze, ed ecco non più dei politicanti ma dei tecnici al potere!
L’esperienza avrebbe stabilito che tali uomini sono dotati di quella imparzialità, di quell’assenza di pregiudizi e di passioni, di quella larghezza di giudizio di cui sarebbero privi coloro che devono la loro ascesa a intrighi e ad agitazioni politiche?
Immediatamente viene in mente una celebre frase dl Clémenceau: «La guerra è una cosa troppo seria per affidarla a dei militari». Se ci si riflette, questa opinione appare più che una boutade. Nessun paese aveva generali più competenti e più istruiti della Germania ed essi dovettero sopportare meno dei generali di ogni altro paese controlli o interferenze politiche: forse è per questo che la Germania perse la prima guerra mondiale. L’aforisma può essere generalizzato. Si potrebbe dire altrettanto bene che le relazioni internazionali sono una cosa troppo seria per affidarle a dei diplomatici. Quante volte constatiamo che, per far evolvere la società internazionale nel senso, ad esempio, di una integrazione soprannazionale, bisogna far appello all’azione di profani per travolgere gli interessi, le routines affettive, le abitudini mentali, forse la stessa visione del mondo degli specialisti della diplomazia! E si crede forse che, per risolvere il grave problema della decolonizzazione, i più qualificati siano gli specialisti delle questioni di oltremare? La loro conoscenza in materia etnografica, giuridica, economica e sociale dei popoli anticamente colonizzati può anche essere vasta, ma questa stessa esperienza, questa intima conoscenza degli indigeni possono costituire più un ostacolo che un aiuto per certi nuovi compiti. Che dire inoltre dei numerosi economisti di indiscussa competenza, di vasta e dotta attività, che protestavano contro la legislazione sociale in nome della verità economica?
Che possa essere dannoso per la democrazia rimettersi completamente al parere dei tecnici, lo mostra a sufficienza l’esempio della Repubblica di Weimar. La principale debolezza della democrazia di quella Repubblica fu l’estrema debolezza dei dirigenti politici, tradizionalmente esclusi dalle vere responsabilità di governo e che, istallati al potere, non ebbero cura che di coprirsi con la autorità di coloro che, per la loro formazione intellettuale, si presumeva conoscessero la vera natura delle questioni. I nuovi dirigenti nominali concepivano male che si potesse affidare ad altri che a dei generali prima di tutto la smobilitazione e poi la ricostruzione dell’esercito, ad altri che a dei diplomatici i negoziati internazionali, ad altri che a dei finanzieri le discussioni sulle riparazioni di guerra. Risultato pratico: sotto la apparenza di una situazione totalmente nuova, ben poco era cambiato, in effetti, nella realtà del potere interno e nella politica estera. E il peggior disastro che abbia conosciuto la Repubblica di Weimar, l’inflazione del 1923, fu appunto la conseguenza di un governo di tecnici delle finanze…
La conclusione è molto semplice. Saper governare non vuol dire avere una competenza tecnica: non esiste, nel pieno senso della parola, una scienza di governo. In materia di scienza della natura, la vecchia opposizione di Platone tra scienza e opinione ha conservato tutto il suo significato. Esiste la gran massa di profani e il piccolissimo nucleo di coloro che possiedono la vera scienza, ed è una differenza di natura e non di grado che separa la visione del mondo fisico degli uni e degli altri. Per risolvere qualunque problema di fisica nucleare non rimane che affidarsi a uno dei rarissimi esperti in questo campo.
Ma chi, allo stesso titolo, potrebbe vantarsi di essere un esperto in materia sociale o politica? Qui siamo in un campo in cui ognuno sa o può sapere qualcosa e in cui nessuno può vantarsi di possedere un sapere pienamente adeguato, univoco, certo. Se qualche differenza sussiste tra il sapiente e il profano, è di grado e non di natura. Alcuni possono essere più informati di altri, avere una visione più ampia, più critica, più aperta delle cose. Nessuno può arrogarsi il monopolio di una vera scienza, in nome del quale gli sia possibile la decisione in materia politica. Nessuno può infatti pensare che il proprio giudizio sia libero da ogni prevenzione, da ogni arbitraria estrapolazione, da ogni partito preso. Chi potrebbe affermare di avere, una volta per tutte, afferrato la natura profonda e intima del capitalismo o del comunismo, degli Stati Uniti, della Cina, o dell’India, la loro potenzialità, la loro possibilità di evoluzione in avvenire, e quindi di possedere una legittimazione, esclusiva per pronunciarsi sull’atteggiamento giusto che conviene tenere nei loro confronti? I giudizi di valore che noi formuliamo non indicano soltanto il significato dei nostri impegni pratici, ma influenzano la nostra stessa interpretazione dei fatti.
Cioè, ognuno è in certo modo parziale, ognuno ha dei pregiudizi, ognuno ha una visione incompleta dei fatti, poiché l’aver passato il concorso diplomatico o l’aver preso il brevetto alla scuola di guerra, anche se brillantemente, non significa affatto aver vedute totalmente obbiettive e un monopolio di competenze in materia diplomatica o militare. Poiché ogni cittadino è ugualmente interessato dalla politica estera o militare del proprio paese e pertanto ciascuno dovrebbe sentirsi qualificato a pronunciarsi al riguardo.
Infine, è una banalissima professione di fede democratica l’ammettere che ogni essere umano adulto e in grado di ragionare è ugualmente atto a pronunciarsi sulle cose della Città. Questa professione di fede non è affatto basata sulla ingenua fiducia che nel XVIII secolo si aveva nelle capacità dell’uomo di governare completamente la propria vita con la ragione, di fondare su di essa un ordine tale da assicurare definitivamente pace, giustizia, fortuna, ma sull’uguale capacità di errore di ciascuno, sulla fede, certo, nella ragione insita in ogni uomo normale, ma anche sulla fragilità e sulla precarietà di questa stessa ragione, incapace di governare completamente la vita umana, sia individuale che sociale. In questo modo bisogna abbandonare la concezione tradizionale della élite: non esistono uomini che per la superiorità della loro natura o del loro sapere siano elevati alla comprensione totale dei problemi umani. Ogni competenza non è che parziale, una specializzazione utile, necessaria anche per il buon andamento e per l’amministrazione dello Stato, ma che non conferisce mai da sola il diritto di prendere decisioni al massimo livello, cioè a livello governativo.
Ma allora non si pone alcun problema di educazione politica, non esistono uomini politicamente più formati, più al corrente, più perspicaci di altri? Queste differenze esistono, ma esse (soprattutto quando caratterizzano gruppi interi, e di conseguenza agisce la legge dei grandi numeri) non derivano da una ineguaglianza nel grado di istruzione. C’è capacità politica quando esiste una effettiva apertura dello spirito ai problemi politici, cioè in primo luogo una vera possibilità di influenzare l’andamento degli eventi, «mise dans le bain». Poiché l’uomo non può immaginare soluzioni valevoli che per problemi coi quali ha effettivamente occasione di essere confrontato.
Nessuno può negare, per esempio, che le donne in materia politica dimostrino in generale più ignoranza degli uomini. Sarebbe una deficienza della loro natura? Se la sociologia deve insegnarci qualcosa, deve insegnarci proprio ad evitare questo tipo di spiegazioni, a non mettere in causa la natura invece della società. Mancanza d’istruzione? Ma non ci sono poche donne di vaste conoscenze e molte letture, la cui cultura generale tuttavia arrivi a scuoterne l’ingenuità, il rifiuto di formulare qualsiasi giudizio politico. Il fatto è che non era questa la finalità assegnata a tale cultura, il terreno sul quale la intelligenza delle donne era stata chiamata a esercitarsi, il campo che era ordinariamente riservato loro, almeno a quelle che volevano occupare una posizione morale e sociale riconosciuta e non suscitare né ostilità, né ridicolo.
Nello stesso modo si è colpiti dalla incredibile incapacità di esercitare il potere dimostrata dalla socialdemocrazia tedesca quando, nel novembre 1818, esso cadde quasi per caso nelle sue mani. Erano forse dei mediocri questi nuovi venuti? Per nulla: essi costituivano un’autentica élite operaia che doveva alla propria laboriosità, e alla propria abnegazione, la sua ascesa alla direzione di quell’immensa macchina che era il partito. Mancavano forse d’istruzione? Nessuno più di loro si preoccupava della propria elevazione intellettuale e morale. Ma la loro azione non era possibile che nella misura in cui essi confinavano le loro preoccupazioni a ciò che riguardava l’inquadramento, il benessere, l’educazione della classe operaia. Tanto la loro situazione personale che la loro opera potevano essere gravemente compromesse se essi pretendevano di attaccare la burocrazia, l’esercito, i centri dominanti del potere economico, se essi sviluppavano concretamente la loro azione sul terreno della diplomazia, della politica militare, della politica economica (e non si accontentavano di una negazione ideologica ed astratta del capitalismo). Le relazioni internazionali o l’organizzazione militare non presentavano difficoltà maggiori che la legislazione sociale, e occorrevano senza dubbio maggiori risorse di carattere e di intelligenza per creare dal nulla delle istituzioni operaie autonome, sindacali, cooperative, mutualistiche, educative, di quante non ne occorressero per occuparsi della finanza pubblica e della politica estera. Ma nel primo caso vi era per i socialisti una possibilità concreta di impegnare le loro risorse di intelligenza e di volontà, mentre il preoccuparsi, con un impegno effettivo d’azione, del secondo ordine di questioni, avrebbe riservato loro, dato il rapporto di forze esistenti in quel momento, i peggiori disinganni. E’ l’insieme del regime sociale della Germania che spiega la mancanza di preparazione politica di una classe operaia in quanto tale più saldamente organizzata e, sotto certi rispetti, meglio educata ed istruita di qualsiasi altra.
E se consideriamo l’attuale grottesco stato di anarchia del Congo, che cosa si può mettere sotto accusa se non un regime coloniale la cui opera educativa fu peraltro vasta e importante, che apriva indiscutibili prospettive di miglioramento sociale e di benessere agli indigeni, ma che non lasciava posto, non permetteva nessuna apertura dello spirito ai problemi politici?
E non è certo con la lettura di trattati scientifici sul federalismo che il cittadino prenderà coscienza della vera portata dell’idea federalista europea: lo potrà fare soltanto liberandosi concretamente dallo Stato nazionale che lo chiude sempre e da ogni parte, creando un’organizzazione che gli permetta di agire, e di conseguenza di pensare concretamente, in un quadro europeo.
Così dunque, educare politicamente il popolo non significa dargli come prima cosa delle conoscenze nuove, ma delle nuove possibilità d’azione.

 

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