Anno II, 1960, Numero 1, Pagina 23

   

 

La politica*
 
MARIO ALBERTINI
 
 
NOZIONI PRELIMINARI
Nel linguaggio ordinario la parola «politica» ha due significati, e più precisamente un significato generico e un significato specifico. Il significato generico è all’incirca quello di linea di condotta. Noi diciamo abitualmente: «la politica di una banca, dei coltivatori diretti, del presidente di una associazione, di un padre di famiglia, di un dirigente d’azienda» e così via. In questi casi noi ci riferiamo esclusivamente al modo di condursi, indipendentemente dal carattere specifico dell’attività considerata, e lo giudichiamo buono se raggiunge il suo fine, cattivo se non lo raggiunge (una buona politica, una cattiva politica). In sostanza con tale idea noi prendiamo in esame l’azione umana dal solo punto di vista della sua idoneità a raggiungere qualunque risultato, e pertanto accostiamo l’idea della politica a quella dell’abilità, dell’efficacia, della furberia. Si deve tener presente che l’idea in questione si esprime tanto con la parola «politica» quanto con le parole «condotta», «comportamento», «scelta», «decisione» e molte altre.
Il significato specifico riguarda invece una particolare attività umana ben distinta dal senso comune. Qualunque persona, se sente parlare della politica di un dirigente d’azienda, pensa alla sua linea di condotta; se legge sulla copertina di un libro «Trattato di politica» si aspetta invece di trovare descrizioni e ragionamenti relativi allo Stato, ai partiti, ai diritti dei cittadini e via dicendo. Naturalmente il primo significato, stante la sua generalità, non ha dato luogo a particolari teorizzazioni (salvo certi tentativi recenti di elaborare una teoria generale delle decisioni umane) perché rimanda, per una comprensione approfondita, alle diverse attività a volta a volta considerate: noi potremo giudicare buona la politica di una banca mediante certe conoscenze economiche, buona quella di un allenatore di football mediante la conoscenza di questo gioco e così via. Il secondo significato invece, stante la sua specificità, ha dato luogo a una teoria ben distinta dalle altre: la teoria della politica.
Tuttavia, mentre c’è un accordo generale nel considerare la politica distinta dall’economia, dal diritto e dalle altre attività umane teorizzate, c’è un disaccordo altrettanto generale intorno al carattere, al metodo e al contenuto di tale teoria. Alcuni l’intendono come una teoria filosofica, altri come una teoria scientifica, altri ancora come una disciplina esclusivamente storica. La diversità dei punti di vista con i quali si esamina l’attività politica spiega l’incertezza riguardo al suo contenuto. Chi sceglie il punto di vista filosofico (tradizionale) sarà indotto al tentativo di comprendere l’origine prima e il fine ultimo della politica. Chi sceglie il punto di vista scientifico sarà indotto a escludere tali considerazioni e di conseguenza i fatti relativi, e a limitarsi all’osservabile e, entro certi limiti, al verificabile. Chi sceglie il punto di vista storico si rifiuterà di accettare il concetto o le schematizzazioni concettuali della politica, e sarà indotto a considerare la politica come un’attività diversa secondo i tempi.
In tale situazione il più solido punto di partenza è dato proprio dal fatto che sia gli studiosi, sia le persone comuni, distinguono la politica dalle altre attività. Qualunque persona, interrogata rispetto a un fatto umano, sa dire se è politico (in senso specifico) oppure no. Ciò comporta un certo accordo spontaneo rispetto al carattere politico di certi fatti e ci dà la possibilità di descriverli. Nel descriverli non si potrà fare a meno di schemi e di concetti, ma essi dovranno servirci per interpretare i fatti messi in vista dal senso comune, e non per delimitarli arbitrariamente sin dalla partenza.
Se osserviamo in questo modo la scena della politica noi costatiamo che possiamo distinguere facilmente tre tipi di comportamento politico. In primo luogo troviamo pochi uomini che fanno della politica il fine principale della loro vita. Tra costoro taluni vivono di politica e per la politica (come i medici vivono di medicina e per la medicina), vale a dire sono compensati per la loro attività politica e vivono esclusivamente con questo compenso; altri vivono solo per la politica e traggono dalla ricchezza o da un lavoro esercitato in via subordinata i mezzi per vivere. Naturalmente la stessa persona, in diverse circostanze, può passare dall’uno all’altro caso. In secondo luogo troviamo delle persone che non fanno della politica il fine principale della loro vita ma che, pur dedicandosi fondamentalmente a un’attività diversa (della quale vivono e per la quale vivono), considerano con una certa continuità i fatti politici, cercano di conoscerli seriamente e di influire sulla loro evoluzione. In terzo luogo troviamo degli uomini politicamente poco attivi che normalmente non superano il semplice livello del chiacchierare politico, e che fanno un certo sforzo di comprensione e di partecipazione solo in grandi occasioni come le elezioni, le crisi gravi della vita di un paese, o in genere gli avvenimenti che suscitano grandi emozioni collettive. Questa classificazione, corrispondente a una esperienza di senso comune, è basata su differenze reali del modo di pensare e di agire politicamente. Essa ci dà pertanto la possibilità di riferire i concetti della politica all’effettivo agire umano, cioè agli individui. A questo scopo dobbiamo esaminare più a fondo i tre tipi generali di comportamento politico. Vediamoli partitamente.
 
I «TIPI IDEALI» DI COMPORTAMENTO POLITICO
La classe politica e il potere. — Il primo comportamento è quello di coloro che fanno della politica il fine principale della loro vita. Li chiameremo, con un termine noto che risale a Gaetano Mosca, i membri della «classe politica». Sappiamo che la loro azione è mossa dal fine politico. Si tratta di vedere che cosa fanno in realtà per conseguirlo, e con quale angolo visuale conoscono i fatti della politica. Con le considerazioni che seguono possiamo chiarire il carattere essenziale della loro azione. Generalmente nelle attività umane il potere di fare una cosa, e il farla, non si distinguono radicalmente. Ciò che conta per un medico, un commerciante, un pittore è rispettivamente diagnosticare e curare le malattie, offrire della merce effettivamente domandata, disegnare e dipingere. Entro certi limiti il loro potere di fare queste cose dipende dall’abilità di farle. Nella politica invece il potere di fare una cosa, e il farla, si distinguono radicalmente. In questo caso ciò che conta è il potere di farla, mentre il farla effettivamente è secondario. Si può dichiarare la guerra, fare una legge, una politica estera, una politica economica soltanto se si dispone della maggioranza parlamentare, o della dittatura. A volta a volta queste azioni si risolvono in certi compiti tecnici: un giurista formulerà la legge, un capo di stato maggiore i piani militari, un economista il piano economico. Ma queste formulazioni resterebbero sulla carta, e non si trasformerebbero mai in progetti realmente eseguiti, se a volta a volta non ci fosse una maggioranza parlamentare o un dittatore che può e vuole farli eseguire. In ogni situazione data ci saranno molti giuristi, molti militari e molti economisti capaci di formulare la soluzione di certi problemi, ma una sola maggioranza, o un solo dittatore in grado di imporla. Il carattere tipico della politica è pertanto il potere come attività autonoma.
Di per sé il potere non è un fatto politico. Normalmente il potere è un aspetto di tutte le azioni umane che richiedono il concorso di più individui e la necessità che la condotta dell’uno si accordi a quella dell’altro. Tuttavia il caso del medico che prescrive una cura al malato, del ragazzo che impone agli amici il gioco preferito, e tutti i casi analoghi, implicano un potere ma non si risolvono nel potere. In questi casi il potere è semplicemente un mezzo dell’esercizio della medicina, di un gioco e via dicendo, e non esiste senza la medicina o senza il gioco. Il carattere politico dell’azione umana emerge quando il potere diventa un fine, viene ricercato in un certo senso per se stesso, e costituisce l’oggetto di un’attività specifica. Tale attività corrisponde a una necessità sociale. Le società umane, contrariamente ad alcune società animali, non dipendono dai soli comportamenti spontanei dei loro membri. Una società non è possibile senza alcune regole generali di condotta e senza condotte comuni di tutti i membri in certi settori. Ciò richiede il potere di assicurare le regole e quello di decidere le condotte, e di conseguenza una specifica attività umana che si occupi del potere.
L’osservazione del primo comportamento politico ci consente di affermare che il potere cercato per sé stesso è il carattere essenziale della vita politica. In tutti i livelli della vita sociale, dal comune allo Stato, c’è politica ogni volta che sì manifesta il fenomeno della ricerca del potere per se stesso. Le persone che si dedicano a questa attività sono pertanto sottoposte alle leggi che regolano l’acquisto e il mantenimento del potere. In questo senso, come la medicina è la scienza del medico, così la ragion di Stato è la scienza del politico. Diciamo «ragion di Stato» perché nell’era moderna lo Stato è la forma suprema del potere; e perché questa locuzione identifica una tradizione di pensiero che, sulla scia di Machiavelli, si è occupata di questo problema. Col mutare delle società mutano i mezzi per la creazione e il mantenimento del potere, e perciò muta il contenuto della ragion di Stato. Ma si tratta sempre della stessa «ragione», perché si tratta sempre di conoscere i fatti sociali dal punto di vista della loro possibilità di essere o divenire mezzi per il potere. Questo criterio costante è il principio della ragion di Stato e dell’azione dei politici. Nel XVII secolo Federico Bonaventura lo illustrò efficacemente dicendo che la ragion di Stato è il vero monarca, «il principe del principe e la vera e propria sua legge».
Molti studiosi delle correnti marxistiche e di alcune correnti democratiche hanno negato che il carattere essenziale della politica sia la lotta per il potere guidata dalla ragion di Stato, cioè dal criterio che prevalgono le condotte che aumentano la sicurezza e la forza del potere. Ciò si deve anche al fatto che la teoria fu coltivata soprattutto in un’epoca che non conosceva i partiti moderni e nella quale la società presentava un solo centro di potere bene sviluppato, lo Stato. Nella nostra epoca le società sono più complesse, hanno diversi centri di potere bene sviluppati e presentano perciò, accanto alla ragion di Stato, le «ragioni» di questi minori centri di potere, soprattutto dei partiti. Tuttavia anche a questo livello la condotta dei politici è guidata dallo stesso criterio. Come nel XVII secolo ci si lamentava della ragion di Stato, così oggi ci si lamenta della «ragion di partito», e si accusano i partiti di ispirare la loro azione al criterio della potenza piuttosto che a quelli tratti dalle ideologie professate. Ma il fatto ha radice obiettiva nella necessità della ricerca del potere. Noi possiamo immaginare un politico del tutto immorale, disposto a tutto per conquistare il potere e a qualunque azione per mantenerlo; e un politico assolutamente morale, intenzionato a subordinare la conquista e l’uso del potere a certi valori. Tuttavia anche quest’ultimo dovrà dedicare la sua attività alla ricerca del potere, allo scopo di impedire decisioni politiche opportunistiche e di permettere decisioni politiche buone. Del resto il nostro secolo ha visto la creazione di un grande Stato comunista che, secondo la dottrina marxista, dovrebbe essere controllato dai lavoratori. Ebbene, anche questo Stato presenta il fenomeno di una classe politica che lotta per il potere, di diverse «ragioni» di potere nelle diverse articolazioni di tale classe, e della ragion di Stato al vertice della scala del potere. In generale, sia negli Stati comunisti, sia in quelli democratici, la ragion di Stato ha mantenuto la supremazia su tutte le minori ragioni di potere. Proprio la Russia ha mostrato uno degli usi più spregiudicati che la storia conosca dell’impiego dei criteri della ragion di Stato sia nei rapporti interni, sia nei rapporti internazionali. D’altro canto dobbiamo al più grande Stato democratico l’invenzione e l’uso del più terribile mezzo di potere bruto usato dall’uomo, la bomba atomica.
In conclusione noi possiamo affermare che l’esistenza di individui costituenti la classe politica è un aspetto reale della politica, e che l’analisi della condotta di questi individui mette in evidenza la lotta per il potere come l’aspetto essenziale della politica.
I comportamenti prepolitici e i problemi politici. — Il secondo comportamento è quello di coloro che non fanno della politica il fine principale della loro vita ma che, pur dedicandosi a una attività diversa, considerano con una certa continuità i fatti politici, cercano di conoscerli seriamente e di influire sulla loro evoluzione. Si tratta di uno strato intermedio tra la classe politica e la popolazione generica. Molti teorici hanno rivolto la loro attenzione a qualche cosa di analogo. La concezione prevalente è quella di Vilfredo Pareto, che ha chiamato élite questo strato. Egli lo individua nel modo seguente: «Supponiamo che in ogni ramo dell’attività umana si assegni a ciascun individuo un indice che indichi la sua capacità, all’incirca come si danno i punti negli esami delle varie materie in una scuola. Per es., all’ottimo professionista, si darà dieci, a quello a cui non riesce d’avere un cliente daremo uno, per poter dare zero a chi è proprio cretino. A chi ha saputo guadagnare milioni, bene o male che sia, daremo dieci, a chi guadagna le migliaia di lire daremo sei, a chi riesca appena a non morire di fame daremo uno, a chi sta in ricovero di mendicità daremo zero. Alla donna «politica» che, come l’Aspasia di Pericle, la Maintenon di Luigi XIV, la Pompadour di Luigi XV, ha saputo cattivarsi un uomo potente e ha parte nel governo che egli fa della cosa pubblica, daremo qualche numero alto come otto o nove; alla sgualdrina che soddisfa solo i sensi di tali uomini e non opera per niente sulla cosa pubblica, daremo zero. Al valente scroccone che mette in mezzo la gente e sa sfuggire al codice penale, assegneremo otto, nove o dieci, secondo il numero di gonzi che avrà preso nella rete e i denari che avrà saputo cavarne; al povero scrocconcello che ruba una posata al trattore e per giunta si fa agguantare dai carabinieri, daremo uno. A un poeta come il Carducci, daremo otto o nove secondo i gusti; al guastamestieri che fa fuggire la gente, recitando i suoi sonetti, daremo zero. Pel giocatore di scacchi, potremo avere indici più precisi, badando a quante e quali partite ha vinto. E via di seguito, per tutti i rami dell’attività umana… Facciamo dunque una classe di coloro che hanno gli indici più elevati nel ramo della loro attività, alla quale daremo il nome di classe eletta (élite)… Abbiamo dunque due strati della popolazione, cioè: 1° lo strato inferiore, la classe non eletta…; 2° lo strato superiore, la classe eletta, che si partisce in due, cioè: a) la classe eletta di governo; b) la classe eletta non di governo».
Questa classificazione è più empirica e più precisa di quella marxista, che divide la popolazione in due classi, i capitalisti e i lavoratori, caccia a forza tutte le frange intermedie in queste classi, e implica che soltanto la condizione di capitalista e quella di lavoratore producano risultati politico-sociali. Tuttavia il grave difetto della classificazione paretiana come di quelle analoghe sta nel fatto che divide gli individui in classi, non sulla base di atteggiamenti politici diversi ma su un’altra base, e poi usa queste classi nel tentativo di spiegare i fatti politici. Orbene, il sapere che un individuo appartiene alla classe eletta non di governo non ci informa sul tipo del suo comportamento politico. Se diamo otto o nove a Carducci daremo dieci a Leopardi, e collocheremo i due poeti nella élite. Però sappiamo che Carducci fu attivo politicamente, mentre Leopardi non lo fu affatto. Questo fatto mostra che la classe eletta non di governo non corrisponde a un aspetto della politica. Il secondo strato politico di cui noi parliamo individua invece un tipo di comportamento politico. La nostra classificazione può rammentare quella di Pareto perché tripartisce anch’essa la popolazione. Ma essa si basa su differenze reali di carattere politico, e distingue gli individui secondo tipi di comportamento politico, e non secondo generici dati sociali.
Dobbiamo ora analizzare il comportamento del secondo strato politico per vedere quale aspetto della politica ne deriva, e quali persone vi appartengono. Si tratta di persone la cui attività principale non è politica. Se ammettiamo il principio, comune ad alcune scuole filosofiche e condiviso dal buon senso, secondo il quale «si conosce quel che si fa», dobbiamo concludere che queste persone, che non partecipano alla lotta per il potere, non conoscono il processo politico nel suo carattere essenziale. Bisogna pertanto esaminare che carattere hanno la loro conoscenza e la loro azione politica. La politica da un canto è lotta per il potere, dall’altro è uso del potere, cioè amministrazione, elaborazione di leggi, creazione di strutture, esecuzione di programmi nei rapporti interni e internazionali e così via. Per questo la politica interferisce con diverse attività sociali. Se il potere fissa il valore della moneta, introduce tariffe doganali e via dicendo, stabilisce certe condizioni dell’attività economica. Queste condizioni diventano pertanto un dato dell’attività dell’operatore economico, che conoscerà così, concretamente, un aspetto della politica. Se il potere governa la scuola, elabora i programmi scolastici e così via, stabilisce certe condizioni dell’attività educativa. Queste condizioni diventano pertanto un dato dell’attività dell’educatore, che conoscerà così a sua volta un aspetto della politica. La stessa osservazione si può fare per tutte le attività umane regolate dal potere. D’altro canto ogni persona la cui attività presenta un aspetto materiale o ideale che comporta l’intervento del potere, conoscerà questo aspetto della politica e cercherà di ottenere questo intervento. In sostanza in questa fase c’è uno scambio continuo tra società e potere e tra potere e società, nel senso che il potere interferisce con certe attività sociali, e certe attività sociali possono richiedere al potere certi interventi.
Il secondo strato politico precisa dunque una sfera dei contenuti della ragion di Stato e delle minori ragioni di potere. Per il carattere stesso della sua attività il politico tende all’acquisto o al mantenimento del potere. Ciò equivale a dire che egli deve utilizzare le attività sociali come mezzo per il potere. Questa utilizzazione è possibile perché le attività sociali hanno, o possono acquisire, l’aspetto politico sopra descritto; e riesce ogni volta che certi individui prendono coscienza del fatto che un aspetto della loro azione dipende da un certo potere. La relazione tra il primo e il secondo comportamento politico mette pertanto in evidenza i problemi che si sogliono chiamare politici. Il tale operatore economico si gioverà di una politica liberistica o di una politica protezionistica, il tale moralista penserà che la società debba realizzare il valore della responsabilità individuale e della libertà di scelta oppure quello della solidarietà sociale, il tale cittadino chiederà che siano migliorate le condizioni degli abitanti delle aree depresse. Se tali pretese sono o divengono abbastanza forti, ed entrano in relazione col processo del potere, si trasformano in un problema di politica economica, nel problema della garanzia delle libertà individuali o del raggiungimento della giustizia sociale, in quello delle aree depresse. I problemi politici provengono in effetti da situazioni sociali. Ma l’esistenza di situazioni sociali non basta per determinare problemi politici. Le situazioni sociali si trasformano in problemi politici solo quando da una parte un potere le fa proprie, e dall’altra gli uomini interessati prendono coscienza dell’aspetto politico della loro situazione. Ad es., l’esistenza di disoccupati ha preceduto di gran lunga la comparsa del problema politico della piena occupazione.
Naturalmente la trasformazione di una situazione sociale in un problema politico non comporta sempre la sua soluzione al cento per cento, in altri termini la piena soddisfazione delle pretese di certi individui o gruppi. Normalmente le soluzioni sono parziali. Lo scarto tra pretese e soluzioni può avere una causa materiale: ad es., l’insufficienza delle risorse di una società rispetto al problema della disoccupazione. Ma, indipendentemente da cause materiali, giocano cause politiche. La soluzione dipende dalla decisione del potere, e il potere non regge sulle pretese accampate da un solo gruppo ma sul compromesso fra le pretese accampate da diversi gruppi, che devono perciò essere ridotte a un minimo denominatore comune. Questo scarto spiega sia le tensioni sociali e il dinamismo politico, sia il carattere differenziale tra il primo e il secondo comportamento politico. L’obiettivo del primo comportamento politico è la riduzione delle pretese di certi gruppi a un minimo denominatore comune, fatto che si riscontra nell’uso del termine «linea politica». L’obiettivo del secondo comportamento è la soluzione di un problema particolare al cento per cento. Il grado reale di soluzione sta però nella coscienza e nell’azione del primo e non in quelle del secondo, perché la soluzione sarà parziale, ed equivalente al compromesso del potere. Questo carattere differenziale si manifesta ovviamente non solo nel modo di fare, ma anche in quello di conoscere. Possiamo formulare nel modo seguente i due criteri di conoscenza. Chi usa il primo, di fronte a ogni problema politico, ivi compreso quello della forma stessa dello Stato, cercherà di comprendere la possibilità della creazione di una situazione di potere concepita come mezzo per certi fini, e li giudicherà possibili o no da questo punto di vista. Chi usa il secondo, di fronte agli stessi problemi, cercherà piuttosto di comprendere le conseguenze giuridiche, economiche e morali di una soluzione al cento per cento, senza rendersi conto del compromesso di potere entro il quale avranno una soluzione solitamente parziale. La comprensione della politica pertanto pareggia la realtà nel primo caso, si discosta dalla realtà nel secondo. In questo senso alcuni teorici della ragion di Stato criticarono la teoria aristotelica delle tre forme di governo, affermando che le forme del governo sono l’effetto e non la causa della ragion di Stato, perché le forme dello Stato dipendono dal carattere della lotta per il potere e non viceversa.
In sostanza il criterio della ragion di Stato è realistico, il secondo criterio invece è ideologico, se con questo termine si intende, come vuole la sociologia della conoscenza, una rappresentazione della società che comprende tanto aspetti reali quanto aspetti ideali e non li discrimina. In effetti si ha conoscenza ideologica ogni volta che la politica viene esaminata con l’esperienza del secondo comportamento politico, che per la sua stessa natura trasforma le proprie pretese in una concezione della politica. La pretesa può essere di una persona isolata, e allora la conoscenza ideologica produrrà una utopia, un progetto irrealizzabile. La pretesa può essere invece di molte persone, cioè può diventare un mezzo per il potere, e allora darà luogo a una vera e propria concezione ideologica, cioè una concezione che in parte si traduce in realtà e la rispecchia, in parte opera come mito o come ideale perché rimane irrealizzata ma corrisponde a esigenze profondamente sentite.
Abbiamo così precisato quale aspetto della politica deriva dal secondo comportamento politico. Questo comportamento non individua una parte fissa della popolazione, ma tutti quegli individui che di volta involta si fanno portatori di un problema politico, siano essi capitani d’industria, sindacalisti, studiosi di politica o semplici cittadini. E abbiamo anche messo in evidenza una discriminante fra le teorie politiche, che hanno sempre carattere ideologico quando si discostano dalla ragion di Stato. Le dottrine correnti della nazione, della democrazia, del comunismo e via dicendo sono tutte, in diverso modo, dottrine ideologiche, perché trasformano un solo elemento della politica nella totalità della politica. Esse hanno il merito di illustrare alcuni aspetti generici della politica (negli esempi citati rispettivamente il rapporto fra il potere e il carattere etnico o la spontaneità sociale o i rapporti della produzione), ma hanno il grave torto di renderli mitici, esagerandone la portata.
Il popolo e il consenso. — Il terzo comportamento politico, è quello di coloro che non superano normalmente il semplice livello del chiacchierate politico, e che fanno invece un certo sforzo di comprensione e di partecipazione solo in grandi occasioni come le elezioni, le crisi gravi della vita di un paese, o in genere gli avvenimenti che suscitano grandi emozioni collettive. Si tratta della enorme maggioranza della popolazione delle società moderne. Per descrivere il loro comportamento bisogna armarsi di un freddo spirito realistico, e respingere l’angolo visuale della mitologia politica corrente che li esalta come «i figli della nazione», «i custodi della democrazia», o «l’armata della rivoluzione proletaria». Schumpeter, riflettendo sul comportamento del cittadino comune nel regime democratico, è giunto a descriverlo in tal modo: «Membro di un comitato inefficiente — il comitato dell’intera nazione —, egli spende nello sforzo disciplinato di tentar di capire e di risolvere un problema politico meno energia che nel giocare a bridge».
L’osservazione è per molti aspetti vera, e bisogna tenerne conto. Del resto noi possiamo anche spiegarla. Basta tener presente che il cittadino comune non partecipa né alla elaborazione della linea politica, tipica dei politici rivolti alla conquista o al mantenimento del potere, né alla formulazione dei grandi problemi politici, tipica del secondo strato politico. In tale situazione è fatale che normalmente il suo interesse sia superficiale, e che la sua conoscenza, tanto lontana dall’esperienza, sia estremamente imprecisa. Tuttavia lo stesso cittadino comune si dimostra a volte capace di una intuizione politica efficace, e di una partecipazione morale molto alta, in taluni casi persino eroica, al processo politico. Anche questa constatazione riguarda fatti di esperienza comune.
Questi fatti accadono perché una fase del processo politico riguarda direttamente l’individuo comune. Sinora abbiamo costatato che i politici elaborano le linee politiche riducendo a un minimo comune denominatore un certo numero di problemi che corrispondono alle pretese del secondo strato. Ciò dà luogo continuamente a una serie di scelte. Nei periodi normali — in altri termini, quando il potere è stabile — queste scelte si compiono nell’ambito della classe politica sulla base delle pressioni del secondo strato. Ma talvolta queste scelte risultano impossibili perché non riesce il compromesso del potere o per i limiti materiali delle possibilità di una società. Allora il potere vacilla, e tutti gli elementi sociali che possono trasformarsi in mezzi per il potere entrano direttamente in gioco. In tale situazione i politici possono solo formulare le scelte, ma non possono compierle. Questa facoltà passa all’individuo comune. Bisogna osservare che in questi casi la questione diventa estremamente semplice e dipende da tutti: si tratta infatti di scegliere tra pochissime alternative. Nel suo carattere essenziale questa scelta riguarda il potere, e non le ideologie o i programmi. Per rendersi conto del carattere di questa fase della politica bisogna tener presente che quando un potere vacilla, e un altro potere sta formandosi, l’ambiente sociale si desta dal normale letargo politico. Da una parte tutti si interessano di politica, aprendo un enorme numero di canali spontanei di informazione e di comunicazione; dall’altra il processo politico si riduce a una scelta elementare: o gli uni o gli altri. I regimi democratici hanno istituzionalizzato queste fasi cicliche della politica col mezzo elettorale. Tuttavia esse sono tipiche di tutti i regimi politici, e si manifestano in diversi modi, che vanno dalla rivoluzione di piazza, nei casi forti, a certi moti d’opinione che non sono numerabili come le elezioni né violenti come le rivoluzioni, ma sono tuttavia chiaramente percepibili per il carattere eccezionale e aperto che assume il processo politico.
La descrizione del comportamento politico del terzo strato ci mostra dunque due momenti tipici del processo politico: quello della stabilità del potere e quello della crisi del potere. L’individuo comune è passivo durante gli intervalli di stabilità, e diventa attivo nei momenti di crisi. Ciò equivale a dire che, quando il potere è stabile, l’individuo comune è piuttosto un suddito che un cittadino. Persino quando il potere prende decisioni che riguardano la vita e la morte dell’individuo comune, come quella di fare la guerra, egli non ha alcuna voce in capitolo. Questo aspetto del comportamento dell’individuo comune spiega il fatto, altrimenti misterioso, della grande diffusione di alcune concezioni ideologiche della politica. L’individuo comune deve fornire, senza partecipare al processo delle decisioni, prestazioni che hanno un rilievo enorme, talvolta tragico, per la sua vita personale. Egli può pertanto mantenere il suo equilibrio psichico soltanto mediante rappresentazioni del processo politico che da una parte contengano chiaramente l’idea della prestazione, e dall’altra giustifichino la passività trasformando l’obbligazione in un valore assoluto e la stessa comunità politica in una specie di entità collettiva esistente al di sopra degli individui. Di tal genere è soprattutto l’ideologia della nazione, che trasfigura il moderno Stato burocratico rappresentativo in una entità mistica alla quale gli uomini dovrebbero tutto; e di tal genere sono anche le ideologie dei partiti, quando producono l’immagine di gruppi esistenti quasi indipendentemente dagli individui che li formano.
In conclusione l’analisi del terzo comportamento politico mette in evidenza il problema del consenso e illustra realisticamente i problemi che vengono discussi nella problematica della legittimità del potere politico, mostrando quale sia l’effettiva partecipazione dell’enorme maggioranza dei membri delle comunità politiche al processo del potere. Può essere sgradevole costatare che questa partecipazione normalmente si riduce alla credenza in enti a metà reali e a metà fantastici, come può essere consolante costatare che quando il processo del potere interrompe la sua marcia normale l’uomo comune acquista davvero i poteri descritti nel diritto costituzionale e trasfigurati nelle ideologie. Bisogna a ogni modo tener presente che la partecipazione diretta delle grandi masse al processo del potere è un evento storico molto recente. Da un certo punto di vista, si tratta soltanto dell’inizio di un grandioso processo di umanizzazione della politica che presenta, come tutte le cose nuove, le sue ombre e le sue luci.
Abbiamo iniziato dalla costatazione dell’esistenza di tre comportamenti politici ben distinguibili dal senso comune. Allo scopo di esaminarli li abbiamo tipizzati, con ciò discostandoci in parte dalla realtà, che non li presenta quasi mai allo stato puro, perché, in modi diversi, negli individui reali i diversi aspetti possono coesistere. E’ vero che il politico si fa guidare dalla ragion di Stato, ma è anche vero che egli può aver meditato a lungo sulla forma migliore dello Stato indipendentemente dallo studio dei mezzi di potere indispensabili per realizzarlo, ed è altrettanto vero che egli può avere la stessa fiducia ingenua dell’uomo comune nell’ideologia che strumentalmente gli serve per mantenere il consenso. Lenin illustra perfettamente questo caso. Egli scrisse opere di ispirazione marxistica ortodossa sullo Stato, sull’imperialismo e così via, di indubbio carattere ideologico, e mantenne probabilmente per tutta la vita una fede ingenua nell’escatologia comunista. Tuttavia egli si distinse per le concezioni esposte in Che fare?, e le impiegò per realizzare il grande compito della sua vita: la fondazione di un nuovo potere. Orbene, queste concezioni contraddicono la sua filosofia marxista della storia, e sono una inconsapevole ma eccellente applicazione dei criteri della ragion di Stato. Per questo è lecito dire che l’aspetto tipico dell’azione di Lenin fu il comportamento politico guidato dalla ragion di Stato, come è lecito in generale dire che il terzo tipo (consenso politico) e il secondo (problemi politici) hanno il loro epicentro nel primo (ragion di Stato) che deve dirigerli, e quindi conoscerli dal suo punto di vista anche se non li produce direttamente.
Naturalmente i limiti di validità di questa interpretazione della politica sono quelli connessi allo stesso metodo impiegato: la costruzione di «tipi ideali», vale a dire la metodologia introdotta da Max Weber per lo studio delle scienze storico-sociali.
 
CENNI STORICI SULLO SVILUPPO DEL PENSIERO POLITICO
Le prime considerazioni sulla politica risalgono agli antichi imperi orientali. In tali imperi l’attività politica non era separata da altre attività, soprattutto da quella religiosa. Per questa ragione la politica non venne studiata in modo autonomo, e fu presa in esame soltanto per elaborare consigli politici subordinati a finalità morali e religiose. Si possono ricordare in Egitto i consigli sull’arte di regnare attribuiti rispettivamente al re Merekarie (2200 a.C.) e al re Amenemeh’e (1980 a.C.), ma probabilmente posteriori; in Cina le massime morali sui doveri dei sovrani di Confucio (VI secolo a.C.) e del suo discepolo Mencio; in India il trattato sull’arte politica di Kamandaki. In realtà, data la fusione dell’attività politica e di quella religiosa, bisogna tener presenti soprattutto le grandi manifestazioni del pensiero religioso, e in particolare l’Antico Testamento che documenta il pensiero e l’attività politica del popolo ebraico. In queste civiltà nessuno studiò il potere politico in modo autonomo, perché tutti lo ritenevano una emanazione diretta della divinità. Alcuni aspetti del pensiero religioso ebbero pertanto funzione di ideologie politiche, e realizzarono i dati psicologici del consenso politico. Queste ideologie non si limitarono a giustificare il potere mediante il ricorso alla divinità, ma cercarono di spiegare allo stesso modo il carattere delle comunità politiche riconducendole non a fattori storici ma alle divinità nazionali. Di tal genere è la concezione ebraica del popolo eletto che persiste ancora presso gli Ebrei, e si è diffusa in tutte le comunità politiche mediante l’ideologia della nazione.
Con la Grecia classica comincia la grande letteratura politica. Come è noto la stessa parola «politica» deriva da πολις, città, o, meglio, città-Stato, perché ogni città costituiva una organizzazione politica a se stante. Queste città presentarono diverse forme di reggimento politico: monarchico, aristocratico, democratico. Tuttavia il loro governo non si basava su un centro autonomo di potere dotato di propri mezzi burocratici. Questo fatto, unito a quello della fusione di sentimento cittadino e di attività politica, indusse i Greci a considerare la politica come una attività morale piuttosto che come una attività specializzata, e a studiarla più nei suoi effetti che nella sua origine e nel suo carattere differenziale. I Greci indagarono sullo scopo della politica e sulla posizione del cittadino nello Stato, e indirizzarono queste indagini sia verso la descrizione di ciò che accade (Platone nelle Leggi, e soprattutto Aristotele), sia verso la concezione dello Stato ideale (Platone nella Repubblica). In tal modo essi fondarono lo studio del contenuto e del fine della politica e dettero un grande sviluppo alle concezioni ideologiche, creando le moderne ideologie della libertà, della democrazia, della patria e del comunismo; cioè, secondo la nostra tipologia, essi coltivarono lo studio dei problemi politici e del consenso politico. Ma, anche per il fatto che lo sdoppiamento del processo politico in potere di fare e in fare non era evidente come nell’epoca moderna, i Greci non studiarono, se non embrionalmente, la ragion di Stato.
Il mondo romano e quello cristiano non compirono progressi teorici su quello greco nello studio della politica, ma fecero esperienze nuove che prepararono la formazione del mondo moderno. Roma superò il mondo limitato della città-Stato, e unificò nella stessa organizzazione politica gente di origine diversa. Questa organizzazione perse, per la sua estensione, l’unica base che allora permetteva la partecipazione collettiva al processo politico, la città; ma dovette creare le regole della vita comune su on vasto spazio non unificato dal costume tradizionale, e pertanto attribuire a tutti i membri uno status giuridico. Il processo del potere, in certo senso disumanizzato rispetto alla Grecia, ripresentò dal punto di vista del consenso la vecchia fusione di attività politica e di attività religiosa e trovò una base reale nell’elemento militare impedendo il progresso della teoria politica. Ebbe invece uno sviluppo decisivo lo studio del diritto.
Il Cristianesimo diede agli uomini il senso di una autonomia personale indipendente dallo Stato. Esso spezzò in tal modo la fusione di moralità e politica tipica della città-Stato greca, favorì indirettamente la considerazione della politica come attività specializzata, e trasformò radicalmente il concetto della libertà individuale, che per i Greci significava esclusivamente partecipazione alla vita politica, mentre per i cristiani significò soprattutto libertà morale e religiosa dallo Stato.
L’idea dell’Impero e l’idea della Cristianità dominarono per tutto il Medioevo. Le premesse giuridiche e religiose, e l’esistenza di due centri ben distinti, l’uno riguardante la politica, l’altro la vita spirituale, permisero di approfondire lo studio dei contenuti generali, del limite e del fine della politica. Tuttavia tra la vita ordinaria degli uomini, organizzata soprattutto nelle piccole comunità locali, e il fondamento imperiale della politica, si creò una distanza enorme. Non c’era nessun contatto diretto tra l’individuo comune e il potere imperiale, che veniva pertanto concepito più come un dato naturale che come un dato storico. Questa situazione tenne in evidenza il fare politico, ma tenne in ombra il potere di fare, che non sembrava dipendente dalla volontà umana. Per questa ragione anche il pensiero medievale non vide nel processo umano di creazione del potere il carattere essenziale della politica. A questo risultato non poterono giungere nemmeno i musulmani, dato il carattere teocratico della loro esperienza politica. Va tuttavia ricordato lo scrittore magrebino Ibn Kaldun (XIV secolo), che mise in rapporto la nascita e la decadenza degli Stati con la ‘asahiyyah (consorteria), la minoranza organizzata che conquista il potere e poi si corrompe, ma concepì tale consorteria come un gruppo sociale naturale, non come un gruppo individuabile per il suo comportamento politico.
La politica come attività umana specializzata e il suo carattere esclusivamente umano emersero in piena luce nell’Italia del XV secolo. Il sistema di Stati regionali, indipendenti dall’Impero e dalla religione, che si formò in tale ambito geografico, fu caratterizzato da una vigorosa lotta per il potere sia all’interno di ciascuno Stato, sia nei rapporti fra gli Stati, e prefigurò molti aspetti della politica del futuro sistema europeo. La lotta per il potere non rifuggì né dall’assassinio né dalla frode; e siccome atti di tal genere erano frequenti e consaputi, non si poteva pensare che il comportamento politico fosse dovuto a esigenze morali né a scopi religiosi. Un’altra particolarità dei tempi contribuì alla comprensione della politica: la ferocia del potere non fu spiegata come un intervento del demonio nelle faccende umane, perché le tendenze più radicali dell’umanesimo avevano escluso i criteri religiosi nell’interpretazione dell’azione umana. Nel freddo mondo di Machiavelli il principe è l’uomo che lotta per il potere; lo Stato non dipende né da Dio né dal diavolo, ma dalla lotta degli uomini per il potere, e i dati di questa lotta si riducono a due: la virtù e la fortuna. La virtù è la capacità di sfruttare ogni comportamento e ogni sentimento umano, ivi compreso quello religioso, a scopi politici; la fortuna è semplicemente l’azzardo, il gioco delle circostanze che si presenta talvolta favorevole, talvolta sfavorevole, alla presa e al mantenimento del potere. In sostanza la virtù è la ragion di Stato: il politico giudica qualunque aspetto della vita umana da un solo punto di vista, quello della sua possibilità di essere un mezzo per il proprio o per l’altrui potere. Se egli ha una morale, questa morale è, come dirà quattro secoli dopo Max Weber, la morale della responsabilità.
Con questa visione Machiavelli appuntò lo sguardo sugli aspetti essenziali della politica, e aggiunse allo studio dei problemi politici e allo studio del consenso politico l’osservazione spregiudicata del peculiare comportamento umano rivolto all’acquisto del potere. Questa visione non si convertì però in uno schema concettuale adatto a fondare la scienza politica come una scienza distinta di una specifica attività umana, perché gli strumenti culturali del tempo non contenevano questa possibilità. La scienza storica moderna era ai suoi albori, e mancava del tutto la prospettiva sociologica nell’esame dell’azione umana, che non veniva teoricamente distinta nei suoi diversi aspetti, ma era valutata globalmente secondo gli schemi onnicomprensivi della filosofia. In tale contesto non c’era la base per un trattamento scientifico della politica. Tuttavia il machiavellismo e l’anti-machiavellismo divennero due modi molto diffusi di considerazione dei fatti politici, e la concezione della ragion di Stato non si spense anche se oscillò tra la precettistica e la saggistica non teorica.
Lo sviluppo storico successivo contribuì ulteriormente a lasciare ai margini della scienza lo studio dell’aspetto essenziale della politica. L’esperienza politica di Machiavelli era piuttosto semplice. Negli Stati italiani del Quattrocento il quadro effettivo della lotta per il potere era quello delle città. I dati del processo politico si limitavano alle pretese dei maggiorenti, alla forza degli uomini d’arme, e ai sentimenti di gruppi umani conviventi entro le stesse mura. Ma a partire dal Cinquecento gli Stati italiani persero la loro autonomia, e il predominio politico passò ai grandi Stati europei, cioè ai vecchi poteri feudali che si erano trasformati nelle possenti monarchie di diritto divino. L’esperienza politica divenne più complessa per l’estensione del quadro del potere che, dominando grandi gruppi umani non unificati socialmente, si confuse ancora con le formalità, e per un certo tempo con la sostanza stessa, dell’attività religiosa. Nei secoli seguenti questa fusione si indebolì, sino a scomparire quasi del tutto nei paesi civili. Ma il grande sviluppo della scienza e della tecnica determinò una nuova, e più grande, complicazione dell’esperienza politica.
Le società divennero molto dinamiche. Il continuo progresso della scienza e della tecnica equivale a una continua trasformazione del lavoro umano, e quindi della struttura della società. La rivoluzione industriale trasformò gran parte dei contadini in operai, creò i moderni ceti medi, e avvicinò tra loro gli individui che convivevano politicamente nei grandi spazi statali. Si tratta di un processo che continua sotto i nostri occhi. Dal punto di vista politico, ciò comporta un costante allargamento delle basi sociali del potere. Tuttavia sino a ora questa evoluzione, che si traduce nell’accrescimento costante della quantità di attività umane coinvolte nel processo del potere, ha mantenuto una caratteristica particolare. Il crescente legame tra attività sociali e potere politico cagiona l’ingresso di un numero sempre maggiore di individui nella sfera politica. Ma questo ingresso in un primo tempo comporta esclusivamente l’aumento delle competenze del potere statale, e quindi il rafforzamento del suo carattere autoritario; e solo in un secondo tempo assume un aspetto democratico, cioè comporta qualche forma diretta di partecipazione al controllo del potere da parte degli individui in questione. Per questa ragione, tale evoluzione da una parte ha aumentato enormemente l’incidenza del potere sulla vita comune degli individui; dall’altra, complicando l’organizzazione del potere col moderno Stato burocratico e aggravando l’inerzia del processo politico, ha cagionato un costante ritardo tra estensione del potere e ampliamento della base di reclutamento della classe politica.
Il carattere dell’esperienza corrispondente a tali dati favorì il sorgere di un singolare modo di vedere il potere. Come abbiamo detto, il potere si distaccò dalle pratiche religiose. Ma, per le gravi conseguenze che determinò sulla vita ordinaria di tutti gli individui, esso acquisì alcuni elementi deformati della mentalità religiosa, e divenne per molti uomini l’oggetto di una fede «laica», insofferente di esami razionali e di controlli empirici. Questo aspetto della psicologia politica moderna emerse in modo tipico durante la Rivoluzione francese, che affermò la «religione laica» della nazione. Risale infatti a quel tempo, come ha mostrato Ferdinand Brunot nella sua Histoire de la langue française, il trasferimento della terminologia religiosa nel dominio politico (così, ad es., «gli altari, i santuari, i martiri della patria»). Questo modo di vedere dura tuttora, e ha contrassegnato a volta a volta nelle sue diverse manifestazioni l’ingresso di ceti e di gruppi nella sfera politica, accentuando fortemente gli aspetti ideologici delle dottrine politiche moderne, e particolarmente delle dottrine della democrazia e del socialismo, che corrispondono all’affermazione del suffragio universale e al riconoscimento dei valori sociali. Naturalmente questo atteggiamento psicologico non riguarda soltanto l’individuo comune ma gli stessi pensatori politici, e ha costituito perciò uno degli impedimenti più gravi dello studio scientifico della politica.
Nelle concezioni di questo genere normalmente viene preso in considerazione un solo aspetto del processo politico e, cosa ancor più grave, un aspetto riguardante non la classe politica, ma gli individui che appartengono secondo la nostra tipologia al secondo e al terzo tipo di comportamento politico. Questo aspetto — la libera scelta degli individui secondo l’ideologia democratica, il carattere etnico o linguistico degli individui secondo l’ideologia nazionale, la posizione degli individui nei rapporti della produzione secondo l’ideologia socialista — viene pensato indifferentemente come un fatto e come un valore, cioè descritto sia come una condotta che produce certe conseguenze politiche, sia come una condotta che dovrebbe produrre certe conseguenza politiche se il potere fosse «giusto». Tutti gli altri aspetti della politica vengono trascurati, o ricondotti a quello messo in evidenza come gli effetti alla causa. Impostazioni di tal sorta si riscontrano nelle dottrine di Locke per il liberalismo, di Rousseau per la democrazia, di Herder e dei singoli esponenti in ciascun paese (in Italia Mazzini) per il nazionalismo, di Marx per il socialismo e via dicendo.
Bisogna inoltre tener presente che sino a tutto il sec. XIX è mancata una metodologia soddisfacente delle scienze storicosociali. Il diritto continuò a essere concepito come una scienza riguardante un aspetto speciale dell’azione umana, ma al diritto si affiancò soltanto la scienza economica. Per questa ragione non vennero elaborati schemi concettuali corrispondenti alle altre condotte umane rilevanti; e gli studiosi seguitarono pertanto a considerarle da punti di vista non pertinenti. Nello studio della politica dominarono il metodo giuridico e quello filosofico. Si può mostrare facilmente la manchevolezza di tali metodi accennando a Thomas Hobbes, il filosofo che studiò con estrema spregiudicatezza il potere politico. Partendo da una concezione materialistica, egli concepì l’uomo come un essere assolutamente egoista e pertanto, se lasciato nella libertà di natura, come «lupo» a ogni altro uomo in un consorzio umano perpetuamente sconvolto dalla guerra di tutti contro tutti. Per tali uomini «i patti, senza la forza, sono soltanto parole»; e il potere assoluto, costituito dalla rinuncia di tutti i sudditi a esercitare il proprio diritto naturale di autogoverno, è l’unico mezzo per garantire la sicurezza e la pace sociale. Secondo questa concezione, nella quale apparentemente il potere si presenta al massimo grado di energia, smisurato come il biblico leviathan, nessuno influenza il potere, e in un certo senso nessuno lotta per acquistarlo o mantenerlo, ma semplicemente qualcuno lo possiede. In altri termini nella filosofia di Hobbes la politica è assente; e questo risultato paradossale corrisponde in fondo al metodo impiegato per spiegarla, metodo che mette in evidenza soltanto dati sociali generici, e si limita a dedurre direttamente il potere da tali dati senza considerare ciò che accade effettivamente nel dominio politico. La mancanza di uno schema concettuale esplicativo dei fatti politici, e il tentativo corrispondente di spiegarli mediante concetti metafisici o risultanti dallo studio di altri fatti umani, mantenne sino al XX secolo tutti gli studi sistematici sulla politica entro i limiti messi in evidenza per il pensiero di Hobbes. A ragione Meinecke ha osservato: «La scienza storica moderna ha fatto finora un più largo uso della dottrina della ragion di Stato che non la scienza politica, la quale soggiace ancora, per molti versi, alle conseguenze del vecchio metodo volto all’assoluto, alla ricerca dello Stato migliore».
Tuttavia, anche se il pensiero umano non poté elaborare in modo scientifico l’intuizione di Machiavelli, tra il XVI e il XX secolo si ottennero grandi risultati nell’esplorazione di molti aspetti della politica. In realtà il criterio della ragion di Stato, corrispondente all’utilizzazione a fini politici delle attività sociali, rimarrebbe campato nel vuoto se non possedessimo conoscenze sufficienti di tutte le condotte umane che direttamente o indirettamente fanno parte della sfera politica, e conoscenze altrettanto sufficienti delle strutture organizzative del potere, che influenzano largamente il processo politico. Particolare importanza, per questo secondo punto, ebbe la dottrina della divisione dei poteri di Montesquieu: mediante tale divisione, il potere limitando il potere, si otterrebbe la libertà politica. Ma bisogna osservare che tutte le branche della cultura moderna della società fecero progredire tali conoscenze, alle quali giovarono d’altra parte anche le stesse concezioni ideologiche che ebbero comunque il merito di mettere in evidenza, sia pure esagerandone la portata, i dati nuovi del processo politico.
All’inizio del XX secolo la conoscenza dei vari aspetti della sfera politica progredì ulteriormente per merito degli studi sociologici, svolti finalmente con criteri empirici. Tale patrimonio di conoscenze è ormai sufficiente per una sistemazione scientifica della politica. Il problema, naturalmente, sta nel modo di sistemare i dati, cioè negli schemi concettuali di riferimento e nella metodologia. Anche da questo punto di vista la situazione può essere considerata soddisfacente. Il concetto di ideologia, introdotto unilateralmente da Marx e quindi rielaborato criticamente, ci permette di distinguere sia nel pensare politico comune, sia nelle stesse dottrine politiche, gli elementi che corrispondono ai valori e spiegano il consenso politico dagli elementi che corrispondono agli accadimenti effettivi. La metodologia delle scienze storico-sociali, soprattutto per merito di Max Weber, ci permette di usare gli schemi concettuali riguardanti i vari aspetti della condotta umana con una consapevolezza precisa dei loro limiti di applicazione e delle loro connessioni con lo studio generale della storia. Lo schema della classe politica, elaborato, per quanto in modo non del tutto esauriente, da Gaetano Mosca, ha tradotto in un concetto sociologico la fondamentale intuizione di Machiavelli sul carattere essenziale del processo politico: il comportamento umano rivolto all’acquisto e al mantenimento del potere. La scienza politica, entrata ormai nei paesi più progrediti nei programmi universitari, non è ancora consolidata, e le discussioni sul suo metodo e sul suo oggetto sono attualmente molto aperte. Ma il progresso nella conoscenza dei fatti e nei metodi della loro sistemazione teorica consente di nutrire un ragionevole ottimismo sulle possibilità di affermazione di tale scienza, che potrebbe ristabilire un equilibrio tra le grandi possibilità degli uomini nel campo della produzione materiale e l’insoddisfacente assetto dell’organizzazione dei poteri politici.


* Per gentile concessione della Casa Editrice UTET, pubblichiamo questo saggio sulla politica in corso di stampa nel Grande Dizionario Enciclopedico (vol. X, voce Politica).

 

 

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