Anno II, 1960, Numero 3, Pagina 137

   

 

La fine del “Periodo Marshall”
 
ANDRÉ THIÉRY
 
 
I
Una dozzina d’anni fa i paesi europei si trovavano di fronte a difficoltà insormontabili per ricostruire le loro economie distrutte dalla guerra. Il colpo di frusta che ci si poteva attendere dalla ricostruzione non veniva, tanto le risorse erano insufficienti rispetto ai bisogni, tanto numerose erano le strozzature strutturali, tanto bassi erano i livelli di produzione. Il colpo di frusta dovette giungere dall’esterno.
Gli Stati Uniti, che allora costituivano l’economia dominante del mondo, intuirono immediatamente il rischio che il marasma economico dell’Europa rappresentava per la pace e l’equilibrio internazionale. Il lancio del Piano Marshall fu la formula che salvò i nostri paesi dal caos. Fu un atto di solidarietà o di chiaroveggenza politica? O di entrambe le cose? Comunque, ciò che conta è il risultato. Il governo americano avrebbe potuto (anzi forse avrebbe dovuto) accompagnare il Piano Marshall con delle condizioni che ne assicurassero una realizzazione efficace. A parte alcuni controlli che furono richiesti dagli elementi del Congresso meno favorevoli al Piano, e imposti dalla necessità di trovare i mezzi tecnici di applicazione più consoni ad evitare una dispersione di sforzi, gli americani vollero evitare tutto ciò che potesse apparire intromissione negli affari interni degli Stati europei, fidando che questi avrebbero poi per sempre seguito la via della più stretta collaborazione.
Sono trascorsi dodici anni. La rinascita economica è un fatto incontestabile. Si è spesso parlato del «miracolo tedesco», ma i tedeschi si compiacciono di riconoscere che ciò non è una particolarità della Marktwirtschaft (economia di mercato); i metodi libero-scambistici cari al Benelux hanno dato risultati pari a quelli ottenuti in Francia con la pianificazione souple di Monnet e in Italia col dirigismo finanziario dell’I.R.I. Dappertutto l’attività economica è aumentata, gli scambi si sono sviluppati, la via dell’espansione è rimasta aperta. Dopo la piccola recessione del 1958, la produzione industriale nei sei paesi del M.E.C. ha compiuto nel 1959 un nuovo balzo in avanti, con un progresso medio del 5,5%. La tabella seguente riassume i termini della situazione attuale, fornendo sulla base 1953 = 100 l’indice della produzione industriale della Comunità dei Sei dal 1956 al 1959 (dopo il varo della C.E.E.):
 
Anno
 
Industria trasformatrice dei metalli
Insieme dell’industria
1956
 
147
135
1957
 
155
143
1958
1° trim.
164
147
 
2° trim.
172
152
 
3° trim.
148
138
 
4° trim.
170
154
1959
1° trim.
167
151
 
2° trim.
182
161
 
3° trim.
157
149
 
4° trim.
184 / 187
169 / 172
 
Senza dubbio questa situazione comporta degli elementi di squilibrio: accanto a settori industriali fiorenti, ve ne sono altri in profondo disagio, come per esempio quello delle costruzioni navali;[1] accanto a regioni in espansione, se ne trovano altre che a stento riescono a superare la fase di stagnazione economica: tale il caso della Bretagna, del Sud Ovest della Francia e soprattutto del Mezzogiorno d’Italia. Ma nell’insieme la prosperità economica è un fatto acquisito e non v’è dubbio che il Piano Marshall ne è stato il catalizzatore e la cooperazione economica europea uno degli elementi motori determinanti; cosa che nulla toglie al dinamismo degli uomini d’affari, dei commercianti e dei tecnici che lo hanno concretizzato.
 
II
Per contro è giocoforza constatare che nulla è stato fatto sul piano politico per armonizzare l’evoluzione delle strutture fondamentali con quella delle possibilità economiche. Gli Stati, profittando della ripresa economica si sono buttati invece a capofitto a ricostruire delle sovranità nazionali che nel 1948 non esistevano più o che, comunque, erano ridotte a larve, dacché allora nessuno Stato poteva assicurarsi in proprio né la difesa né il minimo di condizioni per risollevarsi economicamente.
Questo pericolo era prevedibile. Ed è perciò che al metodo funzionalista, mirante a creare delle solidarietà di fatto, per poi concretizzarle sul piano politico, s’è opposto il metodo federalista, consistente a assicurare le condizioni dell’unificazione col préalable della Federazione politica. In effetti, malgrado la sua apparenza realistica, il funzionalismo si è trovato disarmato di fronte alla tendenza degli Stati di servirsi di tutti gli appigli per riaffermare la propria sovranità. Per questo l’economia e la politica hanno seguito due vie divergenti: la prima avanzando nel senso dell’integrazione, la seconda cristallizzandosi vieppiù nelle vecchie strutture antiquate. E’ questo divorzio che è all’origine delle nostre più gravi difficoltà d’oggigiorno.
Durante la prima fase della cooperazione economica che attualmente si sta concludendo, l’assenza di una politica europea è stata spesso spiacevolmente rimarcata; ma ora che i mercati si sono progressivamente interpenetrati, che si sono stabilite abitudini commerciali continentali e che si sono investiti capitali in quel senso, tale assenza si rivela gravissima. Numerose imprese hanno ormai concluso accordi con altre aziende del mercato comune per gli scopi più vari: aumento delle licenze, utilizzazione reciproca dei servizi commerciali, ecc. Altre imprese hanno provveduto direttamente a creare impianti negli altri paesi dell’area del M.E.C. Dopo la fase dei contatti, delle informazioni e degli accostamenti sul piano privato, si giunge a quella in cui tutte le articolazioni devono funzionare senza difficoltà; e noi sappiamo che ciò significa che sono indispensabili degli arbitrati politici. Un esempio: il petrolio. L’arbitrato è necessario già sul piano nazionale francese per la distribuzione del petrolio sahariano; che succederà sul piano europeo quando si tratterà di mettere d’accordo l’AGIP con le Società internazionali?
Ma senza voler minimizzare i rischi di dissociazione sul piano dei Sei, è probabile, almeno nella fase attuale, che le peggiori conseguenze della loro mancanza di coesione politica si abbiano nei rapporti con i paesi terzi. Vi è innanzitutto il problema delle relazioni tra gli Stati Uniti e i paesi europei. La ripresa europea, sostenuta con gli aiuti del Piano Marshall, ha sorpreso e anche irritato l’America, sollevando forse anche qualche inquietudine. Effettivamente la situazione si è finalmente rovesciata. Alla penuria di dollari, che sembrava caratterizzare irrimediabilmente l’Europa, è succeduta l’abbondanza: l’avanzo della bilancia dei pagamenti dei paesi dell’Europa continentale traduce il miglioramento della sua posizione proprio quando la bilancia degli Stati Uniti si è sensibilmente deteriorata nel corso degli ultimi tempi. Non bisognerebbe dedurne che gli Stati Uniti siano passati dalla posizione di economia «dominante» a quella contraria; lo squilibrio della bilancia americana dei pagamenti deriva in gran parte dall’uscita di capitali, sia sotto la forma di aiuti all’estero, che sono tuttora massicci, sia sotto la forma di investimenti extra-continentali, attuati specialmente nell’Europa occidentale. E’ ciò che mostra l’evoluzione della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti (in milioni di dollari), come è stata recentemente pubblicata (v. «Le Monde» del 6-12-1959).
  
 
  1957 1958 1959
(1° sem.)
Esport. f.o.b. 19.390 16.227 7.367
Import. f.o.b. 13.291 12.946 7.489
Bilancia comm. +6.099 +3.281 +378
Transaz. invisibili Tot. +2.174 +1.676 +668
Bilancia delle operaz. corr., senza le spese militari +8.273 +4.957 +1.046
Spese militari –3.165 –3.416 –1.622
Aiuto degli USA sotto forma di doni e
prestiti
–2.609 –2.883 –2.700
Movimento dei capitali a corta scadenza del settore pubblico degli USA
–624
–341
–246
Movimento dei capitali USA
 
 
 
a lungo termine
–2.917
–2.538
–1.139
a breve termine
–258
–306
–145
Errori e omissioni
+748
+441
+514
Vendite nette d’oro e aumento degli impegni in dollari presso banche e istituz. ufficiali straniere
–866
+3.133
+3.129
 
Per rimediare rapidamente alla loro emorragia finanziaria, basterebbe che gli Stati Uniti adottassero un atteggiamento restrittivo rispetto ai programmi di aiuto e alle uscite di capitali. Questa, visibilmente, non è la via presa dagli americani, il che significa che essi pensano al futuro, ma allora si pone immediatamente una domanda fondamentale: come mai investimenti americani tanto abbondanti in Europa? Sono attirati dal Mercato Comune e dalle sue possibilità, o semplicemente da certi fattori ambientali vantaggiosi, in particolare la relatività dei salari? Gli americani ritengono che l’impiego del loro denaro darà buoni frutti a lungo termine, o compiono un atto d’ottimismo sui destini politici dell’Europa? Questi problemi meriterebbero uno studio approfondito, che oggi può essere forse prematuro, ma che spiegherebbe in ogni modo il grande interesse degli uomini della finanza rispetto all’Europa.
Occorre osservare che le relazioni commerciali si presentano sotto un aspetto molto meno favorevole. La tabella precedente mostra che la bilancia delle esportazioni e delle importazioni degli Stati Uniti non è migliorata poiché, da una eccedenza di oltre 6 miliardi di dollari nel 1957 è scesa a meno di 3,3 nel 1958, ed è divenuta deficitaria all’inizio del 1959. In tale settore i prodotti finiti di provenienza europea venduti nel mercato americano hanno giocato un ruolo certo nel determinare la situazione illustrata. Sotto questo aspetto l’Europa è nei confronti degli Stati Uniti ciò che il Giappone è per l’Europa: un concorrente che dispone di mano d’opera a più buon mercato e che offre merci di qualità inferiore e soprattutto di minor pregio. Il caso dell’automobile è particolarmente tipico: già da parecchi anni gli americani si preoccupano della moltiplicazione delle vendite sul loro mercato delle piccole vetture Fiat, Volkswagen, Renault, ecc., e i loro costruttori hanno dovuto lanciare speciali modelli (compact cars) per sostenere la concorrenza.
 
III
Questa situazione, che causa, a dire il vero, delle preoccupazioni agli americani, non dovrebbe rallegrare gli europei? Ci proponiamo di dimostrare qui che, sinché l’Europa non costituirà un’entità politica, i rischi sono per essa molto più gravi che per gli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti potrebbero innanzitutto richiedere la abolizione delle discriminazioni commerciali praticate nei loro confronti, e sentirsi autorizzati in mancanza di ciò ad adottare misure protezionistiche in tutte le forme possibili. La più semplice sarebbe una svalutazione del dollaro: e specialmente una revisione del suo rapporto con l’oro. Tale misura soddisferebbe coloro che vorrebbero ridare all’oro le sue prerogative dimezzo universale di scambio, non per nostalgia di una epoca trascorsa ma per «depolarizzare» l’economia mondiale. Ma questa polarizzazione è l’espressione di una realtà in quanto rispecchia il carattere dominante dell’economia americana; ed è proprio delle realtà il non piegarsi di fronte ai desideri, per quanto questi siano logici ed intellettualmente soddisfacenti. Così nulla ci consente di attenderci che, nelle attuali circostanze, gli Stati Uniti si sentano spinti a rivedere radicalmente la loro politica monetaria. Essi vi si risolverebbero soltanto se vi vedessero un maggior vantaggio, ma, a prescindere da misure monetarie, essi possono agire sulle barriere doganali classiche o moltiplicare le diverse misure amministrative d’ostacolo.
Non si è mancato di ricollegare a questa forma di protezionismo mascherato, l’azione recentemente intentata, in nome della legislazione anti-trust, contro la Peugeot e la Renault, ritenute colpevoli di avere dei concessionari esclusivi. Può darsi che si tratti di una semplice coincidenza nel tempo, dato che i governi americani sono abbastanza abituati a tale modo d’agire e quindi non è detto che ci sia un legame tra i due ordini d’idee; può anche darsi che, essendo le imprese in questione francesi, esse siano oggetto d’un certo qual cattivo umore del governo americano, in ragione delle attuali difficoltà della N.A.T.O.; a meno che non siano proprio queste difficoltà che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica sulle misure in questione (la Volkswagen era già stata oggetto di siffatti provvedimenti). Ma, comunque sia, si deve ben osservare la differenza che passa tra ciò che accade con l’Europa divisa e ciò che accadrebbe con un’Europa unificata. La Francia, che non acquista vetture americane, non ha praticamente mezzi di ritorsione e non può che subire. L’Europa unita, al contrario, immaginata nella medesima situazione, si troverebbe in una posizione molto più equilibrata per il fatto che importanti contingenti di automobili americane sono smerciati in Svizzera e nel Benelux.
Un’altra forma del protezionismo americano, che non bisogna escludere, e che mette ancora in evidenza lo squilibrio dei rapporti di forza, si è manifestata recentemente in occasione della scelta dei modelli di caccia da intercettazione da parte dell’Olanda, del Belgio e della Germania occidentale, scelta nella quale aereoplani di fabbricazione francese (Mirage III) erano in competizione con quelli americani (F/104 Starfighter della Lockeed). Ci sono mille e una maniera per un paese di affermare delle esigenze economiche e, in generale, è chiaro che ciascun paese europeo, preso isolatamente, presenterà rispetto ai suoi partners mondiali, e specialmente rispetto agli Stati Uniti, delle debolezze che non sussisterebbero nel caso di una comunità veramente integrata.
Naturalmente, se la posizione americana resta preponderante, è fuori di dubbio che per gli Stati Uniti ed i paesi europei resterà anche la ormai esistente rivalità, certa sul piano commerciale, più contestabile sul piano tecnico e su quello finanziario.
Si possono concludere le osservazioni precedenti dicendo che l’epoca nella quale gli Stati Uniti dovevano tenere l’Europa sotto la loro tutela è ormai passata. L’epoca «Marshall» non poteva sopravvivere al suo promotore, il generale. Marshall, morto nell’ottobre 1959, perché essa era già allora decisamente sorpassata. Dopo aver denunciato le difficoltà americane in materia di bilancia dei pagamenti, la stampa ha generalmente ricordato come manifestazione di questa nuova situazione la visita del Sottosegretario di Stato Dillon in Europa nel dicembre 1959. La conferenza detta del Majestic di Parigi del 12 e 13 gennaio scorsi si imperniò sulle nuove preoccupazioni americane nei suoi rapporti con l’Europa. Tuttavia, dal momento che l’Europa non si presentava come un tutto ma nella forma di diverse pleiadi di Stati più o meno raggruppati secondo affinità varie, la difficoltà fondamentale per gli Stati Uniti — come per il Canada, sebbene in minor misura — era di trovare gli «interlocutori validi», o almeno il senso di queste affinità. In tali condizioni era inevitabile che la questione più spinosa fosse quella dell’esistenza dei Sei da una parte, e dei Sette dall’altra.
 
IV
Questo problema è diventato il punto cruciale della relazioni intereuropee e Europa-Paesi terzi. Lo si voglia o no, gli Stati Uniti, come tutti i paesi del G.A.T.T. sono in presenza di due gruppi, e anche se si impongono di non voler fare un arbitraggio, il problema resta insoluto. I motivi di confusione in questo dominio si sono disgraziatamente moltiplicati a partire dal 1956 a tal punto che è difficile trovare un filo conduttore. Bisogna tuttavia fare qualche osservazione che sgombri il terreno, e serva anzitutto per ripulirlo dei miti.
Il protestare sulla divisione dell’Europa a causa dei Sei, dei Sette e via dicendo non ha assolutamente alcun senso. L’Europa è sempre stata divisa, e non diventa più divisa perché si fanno dei tentativi di raggruppamenti economici. Non è affatto più grave che inglesi e francesi contendano a proposito delle tariffe esterne che a proposito di Calais, Damasco e Fascioda; come non è più grave — e in realtà lo è meno — che francesi e tedeschi divergano su questa o quella posizione doganale piuttosto che sull’Alsazia o la Sarre. Si rimprovererebbe a qualcuno di dividere uno specchio già ridotto in frantumi se costui cercasse di mettere insieme sia bene che male i pezzi che riflettono un paesaggio terrestre e quelli che riflettono un paesaggio marino? E’ chiaro in ogni modo che un tale rimprovero non sarebbe neppure venuto in mente se si fosse realizzata la Federazione: perché mai italiani e francesi non avrebbero il diritto di appartenere ad una medesima unità politica così come vi appartengono inglesi e scozzesi? Per contro, è indubbio che il Mercato Comune non ha lo stesso significato se rappresenta una vera unione economica oppure una zona un po’ allargata di protezione di interessi e di politiche nazionali. C’è un rischio di confusione che solo la Federazione, disponendo di un’unità di vedute e di decisione in materia di politica commerciale, avrebbe potuto eliminare.
Le divergenze fra i Sei e i Sette si spiegano d’altronde molto meglio se ci si vedono due modi di concepire le relazioni intereuropee piuttosto che due concezioni di avviamento verso l’unificazione: a) un modo totalmente negativo, quello dei Sette, che si intendono su un minimo di libero scambio, ma che rigettano ogni contenuto politico e strutturale; l’aver stabilita la loro sede a Parigi, proprio nella capitale d’un paese del campo avverso, è caratteristico;[2] b) un modo forse più positivo, più costruttivo sul piano economico e anche istituzionale, ma che salvaguarda ferocemente le responsabilità nazionali, e perciò comporta il rigetto delle responsabilità europee in quanto tali.
In entrambi i casi, è facile comprendere le preoccupazioni degli americani. Essi hanno aiutata e protetta l’Europa: l’hanno difesa perché era economicamente troppo fragile ed ecco che nel momento in cui ha ritrovato le sue forze e persino una posizione favorevole, essa seguita a sottrarsi in quanto Europa col pretesto che le obbligazioni nazionali esigono delle responsabilità specifiche.
E’ per questo che l’unione dei Sei, se non sarà altro che una messa in comune degli egoismi nazionali verrà ovviamente giudicata con antipatia; mentre sarà senza dubbio oggetto della più favorevole attenzione se costituirà una tappa verso una seria presa di coscienza europea. Sembra che gli Stati Uniti, non senza reticenze e esitazioni, nella conferenza del Majestic abbiano espresso la loro fiducia nella seconda ipotesi, mostrando di tenere alla presenza della Comunità Economica Europea, che era stata energicamente rifiutata dalla Gran Bretagna, dal Portogallo e dalla Svizzera. Ma sappiamo che, se la confidenza riposta dagli USA nella Comunità dei Sei non sarà rapidamente giustificata dai fatti, i rapporti economici atlantici saranno rivisti in un senso che non lascia alcun dubbio: una grande Comunità Atlantica, basata sul libero scambio, ma necessariamente sotto la forma di un’orchestra di nazioni il cui direttore è designato in anticipo perché, anche se non volessero accettare tale ruolo, gli Stati Uniti vi sarebbero costretti dagli attuali rapporti di forza sinché non ci fosse un altro polo d’attrazione equivalente, che potrebbe essere dato solo da un’Europa continentale unita. Non si dimentichi che, riferendosi ai dati del 1956, il reddito nazionale lordo U.S.A. fu di 380 miliardi di dollari contro 140 per l’insieme della Comunità dei Sei!
E’ alla luce di queste considerazioni che si rileva quanto sia stata male impostata la questione; non si sarebbero dovute produrre confusioni così spesso inestricabili tra organizzazioni ed intese a Sei, a Sette, a Tredici… o tra concezioni come l’integrazione e il libero scambismo.
 
V
In realtà, il problema che si presentò all’Europa alla fine della guerra fu d’assicurare al medesimo tempo la sua espansione economica e la sua unità politica, e l’una cosa condizionò l’altra. Uno dei più eminenti specialisti di questioni economiche, il professor Maurice Allais, durante una serie di conferenze tenute all’Università della Virginia,[3] non esitò a concludere che «l’integrazione economica dell’Europa potrebbe certamente assicurarle un raddoppio del suo tenore di vita». In effetti, se le risorse naturali degli Stati Uniti permettono loro di avvalersi di un vantaggio del 20% rispetto all’Europa, il rapporto di produttività globale essendo di 2,7 a 1, si può dare per scontato un accrescimento di produttività di
(270 / 1,2) -100 = 125%

che il prof. Allais riduce leggermente per tener conto delle alee demografiche (v. l’articolo citato). Ma lo stesso Allais pone, tra le condizioni prime per una effettiva unione economica, una certa integrazione politica: «La realizzazione di una effettiva unione economica suppone la preventiva messa in opera d’una certa integrazione politica. Senza un minimo d’integrazione politica è vano sperare alcunché d’efficace nella realizzazione di una libertà di circolazione effettiva dei fattori di produzione». L’autore insiste per evitare qualsiasi confusione: «In realtà, l’unione politica deve precedere l’unione economica. E’ una condizione fondamentale. Occorre assolutamente togliere dalla testa dell’opinione pubblica la pericolosa illusione secondo la quale l’unione economica prepara la via all’unione politica».
E’ la condanna senza appello del metodo cosiddetto «funzionale», e insieme il riconoscimento del metodo federalista, in altri termini il riconoscimento della necessità pregiudiziale della creazione di un potere politico europeo. Ma gli Stati l’hanno rifiutato e lo rifiutano. Essi hanno creduto di poter beneficiare della legge dei grandi mercati pur conservando il principio della sovranità nazionale. Essi hanno sacrificato alla finalità dell’integrazione europea il minimo di concessioni necessarie per promuovere una certa espansione economica. Ci sono relativamente riusciti per ciò che riguarda l’aumento della prosperità, ma hanno totalmente mancato l’obiettivo che li interessava di più: il miglioramento della loro posizione politica, del loro prestigio, del loro rayonnement. Proprio mentre la storia mostra che lo sviluppo economico va generalmente di pari passo con l’influenza politica noi vediamo gli europei perdere a poco a poco, ma inesorabilmente, le loro posizioni nel mondo, non solo a seguito della decolonizzazione, ma negli stessi settori dove avevano conservato degli amici, e li vediamo superati nel campo scientifico in proporzioni inquietanti.
Appare dunque chiaro che la costruzione europea non si presenta come una fuga in avanti per eludere le scelte e le responsabilità, ma al contrario come una condizione per situarle in un quadro e in un clima che permetterebbe di affrontarle validamente. Ed è altrettanto chiaro che è la divisione politica dell’Europa che ha permesso e permette di sottrarsi, almeno parzialmente, ai grandi compiti che costituiscono degli imperativi: la difesa del paese, l’aménagement del territorio, lo sviluppo della scienza e della tecnica (specialmente per mezzo dell’automazione), la formazione dei tecnici, l’aiuto ai paesi sottosviluppati e l’assistenza tecnica agli stessi. Tutto ciò implica delle scelte, delle priorità da stabilire e degli arbitrati da rendere che non potranno risultare da un cieco empirismo, ma dovranno invece ricollegarsi ad una linea generale d’azione. Il che implica a sua volta che le strutture siano fondamentalmente revisionate nel senso dell’efficienza, e di conseguenza che esse non barino con la geografia come spesso è accaduto con i nazionalismi. E’ assolutamente indispensabile impiantare un diritto economico che tenga conto innanzitutto della realtà e dei suoi imperativi fondamentali, invece di voler conservare dei quadri d’azione che non sono più adatti, o di ostinarsi in considerazioni di prestigio.
Si è molto parlato, e ancora recentemente alla già citata conferenza di Parigi, dell’aiuto ai paesi sottosviluppati: ma si è riflettuto sul fatto che, se si vuole uscire dal verbalismo inutile e dare al problema la sua effettiva ampiezza, per concretizzarlo sul piano economico è indispensabile che le operazioni implicate siano organizzate a partire da un centro direttivo? Se si pensa che la prosperità europea le permetterebbe di fare uno sforzo in questo senso, questo sforzo non sarebbe efficace che evitando la dispersione; altrimenti non sarà che un modesto contributo all’opera americana, con scarsa risonanza nei paesi beneficiari. Così, invece di riguadagnare il prestigio e l’influenza perduti in questi paesi per la decolonizzazione o l’assenza dell’Europa, i nostri Stati rischiano di essere giudicati come facenti senza convinzione profonda un gesto parsimonioso, mentre sarebbe così semplice concepire tra l’Europa e i paesi interessati delle formule contrattuali accompagnate da impegni, solidamente concepiti, di assistenza tecnica e di larghi scambi culturali. Tutte le parti vi troverebbero il loro tornaconto, al di fuori di ogni soggezione coloniale o para-coloniale, gli uni guadagnandoci in arricchimento scientifico, culturale e materiale, gli altri in influenza e utilità. E tutti questi problemi si ripresentano tutti i giorni, sempre nelle medesime condizioni.
 
VI
La pregiudiziale politica si dovrà senza alcun dubbio concretizzare sul piano economico con la definizione di una zona monetaria europea, dato che è fondamentale che l’Europa sia vista dall’esterno come un tutto unico. Quale che sia la formula adatta per giungere senza perturbazioni alla moneta unica, essa dovrà essere applicata da un governo federale europeo, cioè diventare un problema di gestione interna; ma se vi è una prerogativa che deve subito subire una trasposizione sul piano europeo, questa è il diritto régalien, attualmente detenuto dagli Stati, di battere moneta e regolarne il valore. Questo diritto fu in altri tempi sacrificato sull’altare degli scambi mondiali, o almeno gli Stati riconobbero che subisse delle parziali limitazioni. Giacché la realizzazione di un insieme economico europeo è attualmente l’imperativo per assicurare lo sviluppo dell’economia — più ancora del libero scambio del XIX secolo e, lo si è visto, dall’uno al due — non è il caso d’aver alcun dubbio circa una zona monetaria europea. Anche se si volessero conservare le «diversità» in seno all’Europa, e bisognerebbe dire «per poter mantenere le diversità» senza rischio di confusione, è indispensabile presentarsi nei confronti dell’esterno con una moneta unica, una bilancia dei pagamenti, una sola politica commerciale, una sola rappresentanza politica. La Comunità non dovrebbe più essere l’«invitato», come alla conferenza del Majestic di Parigi, ma il partner fondamentale che rappresenta 160 milioni di abitanti e 140 miliardi di dollari di produzione annua.
Tale avrebbe dovuto essere il compimento definitivo dell’evoluzione avviata dalla presa di coscienza europea come dalla messa in azione del Piano Marshall. Purtroppo tale non è la situazione attuale; tanto è vero che, nel momento stesso in cui ci lasciamo definitivamente alle spalle il Periodo Marshall, in condizioni economiche incoraggianti, dobbiamo constatare che l’orizzonte è tutt’altro che sereno e che vi sono ancora pesanti ipoteche da liquidare.
Riassumiamo rapidamente i rischi che abbiamo messo in evidenza nel corso delle precedenti osservazioni: la difficoltà di realizzare arbitrati nell’organizzazione dell’economia europea — la sterile querela tra i Sei ed i Sette, ed eventualmente anche con altri paesi — la tentazione di uscirne sostituendo alle formule d’integrazione dei semplici metodi libero-scambistici tipo GATT — l’inconveniente inverso, cioè che i raggruppamenti parziali assumano degli atteggiamenti protezionistici o discriminatori in luogo di concretizzarsi in strutture politiche — in tal caso il pericolo di una opposizione americana, e persino di misure di ritorsione e isolazionismo, tenuto conto del prossimo cambio della guardia alla Casa Bianca — in ogni caso un impianto finanziario americano in Europa con pericoli, a lungo termine, d’assoggettamento oppure di maldirette reazioni — eventualmente dei rischi di rottura, tra i Sei paesi per esempio.
Le preoccupazioni elencate non esauriscono la questione, ma sono sufficienti a dare un’ idea di quello che potrebbe accadere. Se non è certo che tutto ciò possa profondamente incrinare la coesione occidentale, non è neppure certo che non si finisca in un vero e proprio clima di tensione. I marxisti leninisti diranno che si tratta delle inevitabili contraddizioni interne del mondo capitalista, che preparano la sua caduta, e di conseguenza il suo irrimediabile passaggio al mondo comunista. Il grave è invece che queste contraddizioni non sono affatto inevitabili, e la prova migliore sta nel fatto che tutti ne conoscono il rimedio, anche se si rifiutano, contro l’evidenza, di applicarlo. Il problema fondamentale per l’Europa, nel 1960 come nel 1948, nella prosperità come nell’avversità, è pur sempre quello di «essere o non essere». O consacrarsi allo sviluppo economico e sociale accettando la pregiudiziale dell’unità politica, o rassegnarsi a un mondo polarizzato dalle superpotenze detentrici della superiorità tecnica ed economica, vivendo in quella che Machiavelli definì una repubblica spezzettata quando osservava con amarezza: «Non so che disse Aristotele delle repubbliche sbocconcellate, ma so bene ciò che ne può essere ragionevolmente, ciò che ne è e ciò che ne sarà ».


[1] La seguente tabella, che indica il tonnellaggio delle navi in corso di costruzione nella Comunità, mostra che la recessione in questo campo si è prodotta più tardi che nelle altre industrie e disgraziatamente ha assunto proporzioni più preoccupanti:
 
                          Anno                               Migliaia di tonn. grezze
                          1956                                           2587
                          1957                                           2997
                          1958 1° trimestre                         3348
                                  2°      »                               3440
                                  3°      »                               3577
                                  4°      »                               3510
                          1959 1°      »                               3405
                                  2°      »                               3436
                                  3°      »                               3367
                                  4°      »                           3150 / 3350
 
[2] A dir il vero, la Comunità dei Sette non risponde ad una necessità commerciale, poiché la posizione commerciale della sua più forte promotrice, la Gran Bretagna, è migliorata di più rispetto ai Sei paesi del Mercato Comune che rispetto a quelli alla piccola zona, come dimostrano i seguenti dati (in milioni di lire sterline).
 
 
1958
1959
Importazioni della Gran Bretagna, di provenienza:
 
 
  1) dalla C.E.E
532,7
559,7
  2) dalla piccola zona
364,4
389,9
Esportaz. della Gran Bretagna:
 
 
  1) verso la C.E.E
458,2
507,8
  2) verso la piccola zona
328,4
358,1
Deficit rispetto alla C.E.E.
74,5
51,9
Deficit rispetto alla piccola zona
35,9
31,8
 
La piccola zona è essenzialmente una macchina per scongiurare gli eventuali sviluppi politici della Comunità continentale. Se ha potuto rivestire una forma tecnica tanto insufficiente, è solo perché il «rischio» d’integrazione politica dei Sei è rimasto, se si può dirlo, sfortunatamente molto debole. Ma non è dubbio che, se le prospettive si modificassero, la piccola zona dovrebbe seriamente rivedere il suo dispositivo. Si ha comunque il diritto di sperare che i popoli di questi paesi comprenderebbero allora dove stanno i loro veri interessi.
[3] Pubblicate dalla rivista «Annales des Mines», Paris, maggio 1959.

 

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