Anno II, 1960, Numero 4, Pagina 191

   

 

Su un nuovo programma
socialdemocratico
 
GEORGES GORIELY
 
  
I
Il partito social-democratico tedesco (S.P.D.) nel congresso che ha tenuto recentemente a Bad-Godesberg, dal 13 al 15 novembre 1959, si è finalmente dato un programma di fondo. Ne aveva infatti uno dopo la sua ricostituzione nel 1945? L’ultimo programma che aveva posseduto, prima di essere liquidato nel 1933 (quello di Heidelberg del 1925), conservava ancora una qualche attualità? Nessun dirigente osò, per quindici anni, né richiamarsi ad esso né proclamarne la decadenza.
E poi, improvviso, il gran salto, la franca confessione. Tutti coloro che hanno qualche consuetudine collo stile socialdemocratico tradizionale ne hanno preso coscienza con sbalordimento. Nemmeno per un istante in questo documento si parla di lotta di classe, di crollo del capitalismo, di abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, di rivoluzione. Niente che possa richiamare, da vicino o da lontano, il marxismo, anche nella sua forma più addomesticata.
Siamo di fronte ad un fatto che di primo acchito sembra costituire una rivoluzione nel modo di pensare di un partito che, fino a questo momento, non solo si richiamava al marxismo, ma se ne presentava come il depositario di diritto. Peggio ancora: già nella social-democrazia tedesca erano apparsi alcuni dei peggiori aspetti del dogmatismo bolscevico, si era manifestato il terrore di qualsiasi eresia riguardo a certi articoli di pretesa fede marxista, in essa nacque, verso il 1900, lo spettro del revisionismo. A dire il vero dopo il 1918 i comunisti disputarono ai «social-traditori» — e con quale veemenza! — la palma dell’ortodossia dottrinale; ma, d’altra parte, proprio in nome della fedeltà alla autentica parola del maestro, i social democratici contestarono la legittimità della rivoluzione comunista.
Ora, ecco che il partito si situa effettivamente ben lontano dal revisionismo — semplicemente perché non ha niente da rivedere. Il marxismo? Esso ci riporta ad un passato altrettanto lontano e brumoso che l’epopea dei nibelunghi. Ma si tratta veramente di una trasformazione radicale — di un tradimento, come dicono gli uni, di un adattamento, come affermano gli altri?
Impostare il problema in questo modo significa attenersi unicamente all’aspetto ideologico di un movimento politico, significa giudicare un partito non per quello che è, ma per quello che ha la pretesa di essere. Infatti, se ricerchiamo non l’immagine che la S.P.D. ha voluto dare di se stessa, ma ciò che essa non ha mai cessato di essere, proviamo uno stupore molto minore nel trovare nel partito così poco ardore rivoluzionario. Dire che non ne ha manifestato nemmeno nel passato equivale a servirsi di una litote. In realtà la S.P.D. si è contraddistinta, durante tutto il corso della sua esistenza, per un sempre uguale torpore, per una costante incapacità di agire. Sebbene sostenuta già sotto il regime imperiale da un terzo del corpo elettorale, non riuscì ad alterare di una virgola la lettera e lo spirito della costituzione del Reich, che restò dal 1867 all’ottobre 1918 semiassolutista e semi-feudale, in tutto conforme alla volontà di Bismarck. Fu totalmente incapace non solo di ostacolare minimamente la guerra, ma anche di influenzarne la condotta, il corso e gli obiettivi. Quando nel 1918 il potere cadde, quasi loro malgrado, interamente nelle mani dei socialisti, essi semplicemente non seppero che uso farne, e restaurarono le forze sociali delle quali si pensava dovessero essere i successori.
Sebbene fosse il partito democratico più importante della repubblica di Weimar, la S.P.D. non seppe creare né le basi sociali, né l’ideologia politica, né l’entusiasmo morale che avrebbero dato qualche solidità all’ordinamento repubblicano, e il regime di Hitler poté eliminarla dalla scena politica senza dover neppure combatterla. Sconfitte? Nemmeno, perché mai, nella sua storia, la S.P.D. si è impegnata in una vera battaglia.
Questa impotenza politica contrasta con l’immensa potenza organizzativa della social-democrazia. Essa era riuscita ad inquadrare la classe operaia, a darle dignità morale, spirito di solidarietà, fede nel suo avvenire, a farle dimenticare le umiliazioni di cui era oggetto in una società in cui tanto contava la gerarchia, e che era caratterizzata da tanti pregiudizi di censo, di nascita, di grado accademico. Era riuscita a costituire una specie di contro-Stato, di Stato-rifugio, o piuttosto di ghetto. Tutto quello che domandava allo Stato ufficiale era che fossero rispettate le sue organizzazioni sindacali, cooperative, mutualistiche, culturali. Aveva finito per adattarsi al regime imperiale, sebbene esso la escludesse totalmente da qualsiasi partecipazione diretta alla direzione dello Stato. A maggior ragione essa si sentiva perfettamente a suo agio nella repubblica di Weimar, che aprì largamente ai Sozi l’accesso alle cariche politiche e amministrative. Che in pari tempo il partito non accedesse alle vere funzioni d’autorità, che continuassero ad esistere un capitalismo tra i più concentrati e per nulla desideroso di condividere con altri il suo potere, un esercito che non accettava nessuna sottomissione, una burocrazia, una magistratura, una diplomazia aventi una base di reclutamento estremamente ristretta e inoltre male adattate alla Repubblica, di tutto questo la S.P.D. si accorgeva appena.
Ma che significato aveva questo attaccamento al marxismo proclamato sempre e dovunque? Non si trattava affatto di quegli aspetti dell’antropologia marxista che hanno suscitato in questi ultimi tempi, in Francia più che altrove, tante ricerche dotte e appassionate. Il marxismo vi era oggetto non di meditazione filosofica, ma di fede politica, grazie alla massa di riassunti e di commenti che ne aveva dato Kautsky. Tutto l’aspetto scientifico, strettamente determinista, che è stato assimilato dal marxismo volgare, e che è così poco conforme al pensiero originale di Marx, è in questi testi costantemente e ingenuamente proclamato. Dato il grado di schematizzazione e di astrazione che aveva raggiunto, il marxismo — o ciò che si spacciava per esso — non arrivava a nessuna presa di coscienza dei problemi reali. Non rappresentava una preparazione alla rivoluzione, ma un’attesa passiva di essa. Sotto l’Impero, si manteneva non per l’azione svolta, ma per l’attaccamento e la fede verso il partito: di fronte ad una società violentemente ostile, il proletariato non poteva far altro che opporre la coscienza della sua dignità, della sua missione storica, cui la scienza stessa sembrava dare un fondamento. Sotto la Repubblica di Weimar bisognava mantenere le apparenze della fedeltà dottrinale davanti agli attacchi dei comunisti: era già abbastanza amaro constatare che il comportamento pratico offriva il fianco all’accusa di tradimento! Bisognava a tutti i costi evitare almeno di passare per traditori anche in ispirito!
Orbene, queste due ragioni sono scomparse nell’attuale Repubblica Federale. I Sozi, i Vaterlandslose Gesellen (compagni senza patria) di un tempo, per quanto siano attualmente esclusi dalla direzione del governo federale, hanno ampiamente modo di consolarsi nella amministrazione dei Ländere delle città, e, d’altra parte, non vi è più ragione di preoccuparsi dell’implacabile concorrenza comunista. Così i vecchi orpelli sono caduti quasi da sé stessi.
Perciò a chi non volge la sua attenzione ai soli principi proclamati a parole, ma guarda alla natura sociologica reale della S.P.D., al suo modo di reclutamento e d’organizzazione, agli atteggiamenti e alle aspirazioni profonde dei suoi militanti e dei suoi elettori, le trasformazioni sancite dal nuovo programma appaiono molto meno profonde. Anzi, fra tutti i partiti, fra tutte le organizzazioni caratteristiche della vita pubblica tedesca, è la S.P.D. che da cinquant’anni in qua ha subito meno trasformazioni: stessa potenza organizzativa, massa d’aderenti inalterata, oscillante intorno al milione, potenza elettorale rappresentante generalmente un terzo dei voti e che solo le spinte comuniste erano riuscite sotto la Repubblica di Weimar a far scendere fino a un quinto. La base di reclutamento non si è affatto allargata: resta soprattutto operaia. E, in fondo, gli obbiettivi ai quali i militanti sono capaci di mirare, al di là dei rivestimenti ideologici, non sono poi tanto cambiati: democrazia, pace, benessere operaio, ecco quello a cui, ora come prima, si è press’a poco sicuri di credere. Che cosa questo significhi ed implichi veramente, si preferisce non chiederselo troppo, perché il partito non ha perso niente delle sue incertezze e della sua indecisione, cioè della sua confusione di pensiero. Anche in questo esso è stranamente, e piuttosto spiacevolmente, fedele al passato.
 
II
Ormai da molto il marxismo non costituiva più che un vecchio abito da cerimonia che si faceva lo sforzo di indossare in circostanze sempre più rare. La lettura del nuovo programma permette di comprendere abbastanza bene perché, nonostante ciò, la direzione abbia tanto esitato prima di relegarlo definitivamente in soffitta. In realtà da moltissimo tempo il re era nudo, ma si aspettava il bambino che lo proclamasse. Il fatto è che questa nudità è abbastanza poco piacevole. Che la S.P.D. voglia manifestarsi come è realmente, è cosa che non può che riuscire gradita a tutti. Ancor più si sarebbe gradito che essa fosse diventata veramente qualche cosa, che in occasione del nuovo programma si fosse assegnata un ruolo politico originale. Orbene è proprio in questo campo che essa ha cambiato di meno. Semplicemente non c’è più la fedeltà dottrinale per mascherare ciò che ha caratterizzato sempre il partito: l’incapacità stessa di pensare in funzione dei problemi politici reali. Sia che si trattasse, sotto l’Impero, per esempio della costruzione della flotta o dell’espansione coloniale, dell’accettazione della guerra, del modo di condurla, del modo di finanziarla, in seguito del riconoscimento della disfatta, sotto Weimar delle nazionalizzazioni, dell’esecuzione delle riparazioni, della ricostituzione dell’esercito, dell’inflazione o dell’entrata nella S.D.N., in breve, in tutte le questioni decisive per il destino del paese, ci furono sempre delle divergenze profonde, ma generalmente dissimulate da una centralizzazione e da una disciplina molto strette. Oggi sotto questo aspetto il partito si trova nelle stesse condizioni di ieri. Se, aumentando del 15% i suoi voti, la S.P.D. si impadronisse del governo, vedremmo quest’ultimo intraprendere delle nazionalizzazioni, rilanciare l’integrazione europea o consacrarne la liquidazione, sviluppare o rallentare il riarmo, mantenere il paese nella N.A.T.O., riconoscere il governo di Pankov o la frontiera dell’Oder-Neisse, mostrarsi più accomodante o più intransigente nei confronti delle esigenze sovietiche su Berlino, optare per il Mercato Comune o per la zona di libero scambio? Ecco una serie di domande semplici e precise alle quali il nuovo programma s’affaccenda con le sue generalità sfumate, a non fornire alcuna risposta. Ma il non pronunciarsi nettamente su questioni che ogni uomo politicamente informato oggi discute è purtuttavia un modo di dar una risposta al problema politico, è dire che non si ha l’intenzione o la capacità di cambiare gran che di ciò che è, che su questioni come il riconoscimento della frontiera dell’Oder-Neisse, la zona di libero scambio, o il ritmo del riarmo, si condividono le incertezze e l’indecisione generali, che sono, d’altra parte, anche quella della maggioranza che governa.
Ma che cosa afferma dunque questo programma tanto innovatore? Una strana professione di fede, e persino di buona fede, democratica, sociale e pacifica. Lunghe dissertazioni scolastiche destinate a far comprendere che cosa siano la democrazia, la pace, la giustizia sociale, l’educazione intellettuale. Nemmeno un’affermazione nuova che indichi una qualche coscienza originale dei problemi dell’ora.
Il capitolo sull’ordinamento dello Stato è il più adatto a stupire il lettore francese, inglese, belga o scandinavo. Esso costituisce una lezione elementare sullo stato democratico e parlamentare. Vi si impara, per esempio, che la S.P.D. si appella a quel tipo di democrazia nella quale il potere statale emana dal popolo, e in cui il governo deve essere in ogni momento responsabile davanti al Parlamento, e cosciente di avere bisogno della sua fiducia; che la democrazia esige molti partiti e che la S.P.D. non aspira a prendere la direzione del governo che dopo aver vinto delle elezioni nelle quali si sia trovata a parità di chances con tutti gli altri partiti; che la radio, la televisione, il cinema devono poter raccogliere e diffondere in piena libertà e indipendenza informazioni ed opinioni, che i giudici devono essere indipendenti e che, in linea generale, la separazione dei poteri è necessaria.
Ecco quello che, proclamato press’a poco negli stessi termini 170 anni fa nella dichiarazione dei diritti dell’uomo, era nuovo e grandioso! Ma oggi questi principi sono a tal punto acquisiti come fondamentali che si capisce a fatica come un partito, le cui intenzioni democratiche non sono contestate da nessuno, metta tanto ardore nel proclamarli. E tuttavia, in un certo senso, resta vero che ciò che è superfluo dire, va ancor meglio quando è detto. Perché non occorre nemmeno sottolineare che questi principi non sono sempre stati così evidenti in Germania… Diciamo meglio: il partito socialista è il solo che, in un’epoca ancora recente, abbia creduto in essi senza alcuna riserva mentale, e quasi ingenuamente. Certo, oggi in Germania non esiste nessuno che li minacci seriamente.
Nessun dubbio che la C.D.U., alla quale sono così bene serviti, ci si accomodi perfettamente, ci trovi oggi confort e sicurezza. Ma il suo attaccamento non è così assoluto e incondizionato come quello della S.P.D.. Il passato di alcuni uomini oggi al potere non ha certamente nulla da guadagnare ad essere guardato troppo da vicino. E la compiacenza di cui il governo fa mostra verso la Spagna franchista indica a sufficienza che esso non prova, verso un simile regime, nessuna ripugnanza di principio, anche se non crede per nulla opportuno cercare di applicarlo ora alla Germania. Orbene non si può accusare la S.P.D. di nutrire, o di aver nutrito, simpatie del genere. Essa crede, ed ha effettivamente sempre creduto nella democrazia. Essa non ha avuto nemmeno i suoi Benito Mussolini e i suoi Pierre Laval, essa non ha conosciuto neanche davanti ad Hitler le esitazioni e le divisioni della S.F.I.O. nei confronti di Pétain.
E tuttavia, nonostante la fedeltà che la grande maggioranza dei militanti le aveva conservato, essa non ha saputo opporre la più piccola resistenza all’avvento di Hitler. Ecco ciò che sarebbe stato interessante capire. Piuttosto che sentire che cosa sia la democrazia parlamentare (un buon scolaro di 15 anni lo sa perfettamente), avremmo preferito sapere perché essa è stata talmente contestata e rischia ancora di esserlo nell’avvenire, quali sono i problemi ai quali essa non ha saputo trovare una risposta. Ma su ciò il partito avrebbe dovuto parlare con minore tranquillità e sarebbe stato condotto a fare un esame di coscienza probabilmente penoso. Esistono oggi dei problemi che la gran massa dei tedeschi, e soprattutto gli uomini politici, preferiscono non affrontare. La S.P.D. crede nella libertà, nelle elezioni e nel parlamento. Essa crede nei suoi bei principi persino quando sensatamente ci sarebbero mille ed una ragioni di dubitarne. Credeva nella realtà del parlamentarismo — ed era veramente la sola a farlo — sotto il regime imperiale. Essa conservò la sua fede nel regime parlamentare anche quando, dopo il 1930, i suoi ingranaggi erano completamente inceppati. La sola battaglia che essa abbia mai pensato di combattere contro Hitler, persino quando costui era già al potere, era una battaglia elettorale. Se l’espressione, tipicamente marxista, di «cretinismo parlamentare» ha mai trovato qualche applicazione nella realtà, tale è certamente il caso dei socialisti tedeschi. Nessuno può accusarli di non aver creduto in tutta sincerità, e diciamo con vera innocenza, nella democrazia. Ma essi sono stati capaci di conferirle efficacia, vigore, e lucidità di propositi? A questa domanda bisogna purtroppo rispondere di no! La democrazia, in questo momento, non sembra affatto minacciata in Germania, ma il merito non ne va in alcun modo ai socialisti.
Ma c’è di peggio. Nessuno nega che il principale alimento di cui si nutrì nel primo dopoguerra la forsennata reazione di cui si conoscono i risultati — fu il nazionalismo: eccitazione sistematica dei risentimenti nati dalla sconfitta, lotte furiose, fra i cui strumenti c’era l’assassinio, contro tutto quanto poteva assomigliare a una accettazione di questa sconfitta, a una esecuzione (Erfüllung) delle clausole presentate come un asservimento del paese. Lo scacco principale della S.P.D. fu in quell’epoca quello di non aver saputo riconciliare la Germania con la sua sconfitta, di non aver saputo ispirarle obbiettivi di pace — di una pace che fosse la pace e non il proseguimento della guerra con altri mezzi. La preoccupazione fondamentale dei dirigenti socialisti fu al contrario quella di non apparire come gli agenti di una politica di capitolazione e di esecuzione dei trattati. Così facendo essi avevano capitolato moralmente davanti ai loro peggiori avversari. Essi avevano ceduto a coloro che pretendevano di rappresentare la causa della resistenza e della rinascita nazionale.
 
III
Ebbene, da questo loro tragico fallimento i socialisti trassero, anche nell’ultimo dopoguerra, la più assurda delle conclusioni: non che bisognasse tener testa risolutamente ad ogni possibile rinascita del nazionalismo, ma invece che bisognasse prendere l’iniziativa di questa rinascita per farne la cosa dei democratici. Tale fu almeno l’alfa e l’omega della politica imposta al partito da Schumacher: dire di no a qualsiasi volontà dell’occupante, ovunque e in ogni circostanza, lottare senza tregua per l’unità, l’integrità, la eguaglianza dei diritti e la sovranità della Germania. Ciò lo condusse a tener testa dopo il 1945, senza dubbio fra i primi nel mondo occidentale, agli arbitrii sovietici, ma per nulla in uno spirito di difesa della libertà. Il partito si opponeva alle imposizioni sovietiche a Berlino esattamente per le stesse ragioni per le quali riteneva che ci si dovesse garantire contro le intenzioni, vere o supposte, dei Francesi a Saarbrücken e dei Danesi a Flensburg. Esso non cessò di attaccare l’idea europea, e tutte le istituzioni che bene o male dovevano rappresentarla, con uno spirito identico a quello con cui venticinque anni prima tutti i nazionalisti avevano denunciato la Società delle Nazioni; e i suoi attacchi contro Adenauer «cancelliere degli alleati» non riescono a non evocare alla mente quelli in seguito ai quali furono uccisi Erzberger e Rathenau. Graziaddio! Adenauer è divenuto glorioso per aver portato sino in fondo la politica che era costata la vita a quelli che la tentarono timidamente all’indomani della prima guerra. Ma, dove avrebbe potuto condurre la linea di Schumacher, se essa avesse corrisposto con inclinazioni profonde nella Germania attuale, lo spirito della lotta irredentista nella Saar, di cui la direzione socialista prese l’iniziativa, lo prova a sufficienza. Lo Heimatbund(Fronte della Patria) saarrese, di cui la S.P.D. fu uno degli animatori, ha costituito una restaurazione di quella stessa funesta politica di unione sacra che, nell’agosto del 1914, mise la Germania nella mani del suo Stato Maggiore e nel 1922, in occasione dell’occupazione della Ruhr, diede libero sfogo alla frenesia e anche al terrorismo nazionalista. La S.P.D. non esitò affatto in quella circostanza, nell’ardore della sua lotta contro i «separatisti», a fare appello a tutti i Tedeschi «fedeli alla patria», e ad allearsi con Heinrich Schneider, uomo che non soltanto era stato nazista, cosa in tal caso banale, ma che non esitava affatto a farsene addirittura titolo di gloria. Che la vittoria dello Heimatbund non abbia portato con sé la realizzazione delle ambizioni nutrite da Schneider; che questi, lungi dall’esser divenuto il restauratore della Germania, sia rimasto un abbastanza modesto politicante di provincia, non è in alcun modo merito dei socialisti, che hanno, al contrario, largamente sostenuto le sue aspirazioni. Il modo con cui furono ribattezzate le vie di Saarbrücken testimonia fino a che punto essi sarebbero stati pronti a spingersi. E’ col loro appoggio infatti che vi si vedono commemorati non solo, come d’altra parte in troppe città tedesche, il Kaiser, il Reich, gli Hohenzollern, Bismarck e Hindenburg, ma perfino il 13 gennaio 1935, data del trionfale plebiscito della Saar, trionfale per Hitler.
Non drammatizziamo! Questa linea nazionalista è stata imposta al partito da Scumacher, e non corrisponde affatto alle aspirazioni in esso dominanti. Quello che il socialista medio pensa in materia di politica internazionale non differisce gran che da ciò che ne pensa il democratico cristiano medio. La stessa confusione di idee, la stessa disposizione di spirito: desiderio di evitare ogni avventura, ogni possibile ritorno alle aberrazioni del passato, e nondimeno assenza di immaginazione per trovare e battere nuove vie; pacifismo e perfino antimilitarismo sinceri e ciononostante accettazione del ruolo di baluardo anticomunista; abbandono di ogni passione collettiva tanto nazionale quanto sociale, ricerca innanzitutto del benessere materiale, della rispettabilità e della sicurezza individuale e tuttavia un vago, senso di cattiva coscienza nei confronti dei concittadini della zona orientale; bisogno di proclamare in ogni circostanza una lealtà di principio alla causa della riunificazione.
Anche la politica di Adenauer non sfugge a queste contraddizioni. Pochi uomini sono stati nella loro azione politica concreta più prudenti, più moderati, meno dubbiosi dell’attuale cancelliere federale, e nonostante ciò pochi hanno messo tanto ardore nel dimostrare una intransigenza anticomunista di principio, e nel richiamarsi all’ortodossia atlantica. Personalmente estraneo a qualsiasi sentimento nazionalista, Adenauer entrerà tuttavia nella storia come il restauratore dello Stato tedesco con le sue vecchie forze, industriali e finanziarie, più che mai concentrate, con la sua burocrazia, la sua diplomazia, e persino il suo esercito. Tutto questo mondo è uscito da una prova che è stata sul punto di distruggerlo notevolmente più saggio, e tuttavia tutti i legami con questo passato atroce sono ben lontani dall’essere completamente spezzati. Poteva esserci occasione più bella e più chiara per la S.P.D. di condurre una politica di opposizione positiva e costruttiva? Mettere in luce queste contraddizioni, far suo tutto quanto c’è di veramente nuovo e costruttivo almeno nelle intenzioni di Adenauer e in primo luogo la sua buona volontà europea, ma mostrare come queste remore conservatrici, il carattere ostinato e urtante del suo anticomunismo, la ristrettezza del suo orizzonte intellettuale e morale contrastino con le sue buone intenzioni. Orbene l’opposizione di Schumacher ha fatto proprio il contrario. Essa non ha osteggiato gli aspetti reazionari della politica di Adenauer ma ha invece combattuto tutto ciò che in tale politica segnava una effettiva rottura col passato: l’assenza totale di qualsiasi rivendicazione nazionalista, il desiderio di cooperazione a ogni costo con la Francia, la volontà, o almeno la velleità, di integrazione federale europea.
 
IV
Senza dubbio questi attacchi avrebbero ben presto mutato di aspetto. Man mano che nella sua realtà la politica di Adenauer dimostrava di perseguire la restaurazione nazionale nel quadro della fedeltà atlantica, tendenze pacifiste si mescolavano, soprattutto dopo la morte di Schumacher, alle tendenze, nazionaliste, e costituivano così delle sintesi logicamente assurde, ma molto rappresentative delle tendenze dominanti nella Germania di oggi. Immaginiamo i nazionalisti francesi che proclamano all’indomani del 1871: giacché lo scopo fondamentale della politica francese deve essere la riconquista dell’Alsazia e Lorena, è necessario anzitutto evitare qualsiasi coalizione antitedesca e qualsiasi corsa agli armamenti.
Ebbene, tale è press’a poco il ragionamento di coloro che credono di recuperare l’unità tedesca grazie ad una politica di buona intesa con l’U.R.S.S., mentre la condizione prima di questa intesa sarebbe precisamente quello di accettare la divisione! Eppure questa strana sintesi — che contrasta con i fatti politici più elementari — è quella alla quale sono giunte non solo una certa sinistra, ma anche una certa destra (quella che rappresenta soprattutto la F.D.P.), cioè una certa estrema destra tedesca. Tutte le polemiche contro Adenauer sono contraddistinte da questa incoerenza. Il Cancelliere è l’uomo della restaurazione nazionale, ed è quasi il traditore di questa restaurazione, è l’uomo che non si cura affatto dell’unità, che era pronto poco tempo fa ad adattarsi al separatismo dei fantocci di Saarbrücken ed oggi di quelli di Pankow. Gli si rimprovera la sua intransigenza nei confronti del Kremlino; ma il solo settore nel quale potrebbe esistere qualche possibilità di manovra, qualche margine per delle concessioni, è Berlino, città per la quale sarebbe possibile escogitare qualche sistemazione giuridica che non muterebbe nulla allo statuto reale della città. Per di più, i socialisti sono padroni di Berlino, e converrebbe loro prendere l’iniziativa. Orbene se la politica di Willy Brandt differisce da quella di Adenauer, ciò sta nella misura in cui il borgomastro di Berlino vuole sopravanzare nell’intransigenza il Cancelliere, o vuole figurare lui quale l’irriducibile difensore della principale posizione avanzata del mondo libero. Ed ecco che tutto ciò, lungi dal mettere Willy Brandt in difficoltà col suo partito, lo mette in vista all’interno di esso e lo destina a divenire perlomeno Ministro degli Esteri, e forse Cancelliere, per il giorno del tutto imprevedibile in cui la S.P.D. conquisterà la maggioranza del corpo elettorale.
Si comprende quanto sia difficile, su sabbie così mobili, formulare obiettivi concreti di politica internazionale. Perciò si cercherebbe invano nel nuovo programma un qualsiasi piano d’azione. Semplici affermazioni di principio, e di ben bassa lega! Quanto può esservi di più sorpassato e di più illusorio in certi principi del 1848 o del 1919 si trova proclamato qui con una ingenuità commovente: uguaglianza di diritti e autodeterminazione per ogni popolo, arbitrato internazionale, fedeltà alla vocazione di pace delle Nazioni Unite, in breve l’idea che la pace e la solidarietà internazionale devono essere basate sulla sovranità e l’uguaglianza degli Stati. Tutto ciò la S.P.D. ha atteso l’anno 1959 per scoprirlo, come se non si fosse abbondantemente compiuta l’esperienza che la pace non può venir fondata sul principio di anarchia che è stato all’origine di tutte le guerre, come se non fossimo nell’età degli imperi e non più in quella delle nazionalità, come se ci fosse principio più deludente di quello dell’eguaglianza dei diritti dei popoli e dell’autodeterminazione, come se infine la sola idea nuove ed originale di questo dopoguerra non fosse l’idea federalista!
Ma non cerchiamo confutazioni: ciò che la S.P.D. cerca di sviluppare non è un programma d’azione, ma dei principi il più possibile astratti, e il meno possibile capaci di avere presa sui problemi reali. Dobbiamo convenire che a tale riguardo il marxismo aveva quanto meno più allure.
Quanto si dice sulla politica militare testimonia lo stesso imbarazzo, e costituisce un rifugio nello stesso vuoto. Chi ha seguito dal 1945 la stampa socialista ha potuto imbattersi in circa tutte le possibili opinioni su tali questioni: 1) la Germania non deve avere più un esercito, 2) non c’è indipendenza senza esercito, 3) la Germania deve avere un esercito solo se esso è al servizio di una politica nazionale, e se è abbastanza forte per portare la guerra fuori dai limiti del territorio (dalla Vistola secondo Schumacher), 4) la Germania deve avere un esercito solo se esso è incapace di ogni guerra di aggressione, 5) la democrazia esige che non vi sia più servizio militare obbligatorio, ma solo un esercito di mestiere, 6) la democrazia esige che vi sia non un esercito separato dalla nazione, ma solo una milizia di cittadini, 7) la Germania non deve possedere un esercito se non quando sarà riunificata e al di fuori di ogni blocco (in mancanza di che i tedeschi rischiano di sparare su altri tedeschi), 8) la Germania deve possedere un esercito solo fintanto che le truppe sovietiche e la Volkspolizei saranno accampate sull’Elba.
Tra tutte queste tendenze, che costituiscono il ventaglio di ciò che si pensa generalmente su questo problema in Germania, un compromesso non era comodo, e il capitolo sulla difesa del territorio è malgrado tutto quello che ha suscitato le maggiori opposizioni. Esso costituisce in effetti ciò che di meno sensato si può dire su questo problema. Sarebbe stato moralmente comprensibile, e perfino in una certa misura politicamente ammissibile, respingere ogni sorta di riarmo: più di uno Stato piccolo o medio si chiede oggi quale sia l’utilità degli eserciti nazionali tradizionali. Non meno ammissibile era l’affermare che nell’età degli imperi la pace del mondo riposa sull’equilibrio nel terrore, e che nello stabilire questo equilibrio la Germania deve avere la sua parte. Ma vi è qualsiasi significato politico nell’affermazione che la Germania ha bisogno di un esercito e, d’altra parte, che questo esercito deve conservare i limiti necessari a che si creino le condizioni per una distensione internazionale, per un disarmo effettivamente controllato e per la riunificazione del paese? Quel che tale preoccupazione può significare in fatto di limitazioni reali, ciascuno è libero di interpretarlo secondo la propria fantasia. Non aspettiamoci dal partito che esso ci indichi l’estensione che dovrà assumere il nuovo esercito, né la politica che esso dovrà seguire. Qui come altrove, si trattava di trovare la conciliazione di principio tra le diverse aspirazioni che oggi dominano il partito: lo spirito di restaurazione e lo spirito di prudenza, la bienséance patriottica e la buona volontà pacifista. Nel 1957 l’intera campagna elettorale di Adenauer fu fatta su un solo slogan: Keine Experimente, nessun esperimento.
Il nuovo programma socialdemocratico sembra dominato da una sola preoccupazione: dimostrare che la S.P.D. su questo punto non deve nulla alla C.D.U., che non c’è nulla da temere: la sua eventuale vittoria non trarrebbe con sé alcuna trasformazione, alcun Experiment.

 

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