Anno II, 1960, Numero 5, Pagina 249

 

 

Riabilitazione del nazionalismo?
 
HERBERT LÜTHY
 
 
 
1 — Il nazionalismo precede la nazione
Il nazionalismo è uno di quei concetti politici che sono allo stesso tempo inutilizzabili ed indispensabili. Ogni discussione sul nazionalismo in generale ha questo carattere sterile, grouillant e scintillante proprio delle discussioni sull’indefinito e sull’indefinibile: come ad esempio sugli archetipi dell’anima nella psicologia di C.G. Jung, che sono in numero illimitato e che hanno un’essenza indescrivibile, ma la cui presenza oscura nel fondo dell’incosciente appare evidente.
Ora il nostro tema ci porta appunto nel campo nebuloso della psicologia collettiva, che agisce precisamente nella misura in cui ogni coscienza razionale rimane esclusa. Ogni auto-interpretazione della «nazione», della «idea nazionale» o del «sentimento nazionale» sfocia nella mistica o nella mistificazione: non si può coglierla se non mediante immagini e simboli — bandiere, miti, animali totemici, evocazioni, culti, riti — che manifestano un «esser-altro» razionalmente inesprimibile.
Secondo la concezione nazionalista, la nazione è una personalità trascendente essenzialmente distinta dal resto dell’umanità, ma interiormente coerente, provvista d’un’anima, d’una coscienza, d’una volontà proprie e d’una missione sua, incomprensibile nella sua essenza a qualunque altra. O anche, con un banale rovesciamento psicologico: la propria nazione è la nazione «universale», o «nazione umana»; tutte le altre sono aberrazioni barbare, ciò che torna a dire che l’anomalia si erige da sola a norma e a principio. (Era questa, a parte le sfumature particolari, la caratteristica tanto del nazionalismo francese come del nazionalismo tedesco, e non vi sarebbe da cercar molto per scoprire la stessa pretesa in altri nazionalismi).
Il nazionalismo non è una nozione generica: si può analizzare un nazionalismo in tutte le sue manifestazioni e i suoi contenuti di coscienza, senza imparare alcunché su di un altro nazionalismo, poiché ciascuno si afferma precisamente come «altro» e unico. Se cerchiamo di astrarre un concetto di «nazionalismo universalmente valido», non ci resta tra le mani che una serie di negazioni. Negazione dell’universalità, negazione dell’uguaglianza e della ragione umana. Dal punto di vista concettuale il «nazionalismo» sembra non possa significare se non l’affermazione — più o meno radicale ed esclusiva — dell’appartenenza a una nazione. Dal punto di vista storico — e si può rendersene esattamente conto appunto dalla storia contemporanea — il processo è inverso: è il nazionalismo a creare la nazione. Quale che sia il modo in cui esso si è costituito, un gruppo di popolazione diviene una nazione esaltando il proprio nazionalismo. Questo è, ricondotto alla sua formula più concisa, un’affermazione di fede. Tutti i tentativi sterili condotti da 150 anni per stabilire i caratteri generali ed obiettivi di ciò che viene designato col nome di nazione — lingua, cultura, costume, tradizione, storia (cioè contenuto di coscienza); oppure razza e territorio (cioè «Blut und Boden») — non sono sfociati se non in una definizione che costituisce un circolo vizioso: è il sentimento nazionale a formare una nazione; cioè non una qualità constatabile, ma un’adesione che appare in ultima istanza irrazionale.
 
2 — «Nazionalismo per tutti»
Che nel XIX secolo il termine di nazione sia stato riservato ad alcuni popoli europei «storici» era conseguenza di una pretesa enorme. Soltanto questi popoli avevano «una storia». Il nazionalismo non poteva nascere che da questa storia particolare; il resto dell’umanità non aveva storia e, perciò, non aveva coscienza. All’alba dei nazionalismi europei, quando i paesi di vecchia civiltà (la Germania e l’Italia) stavano costituendosi in nazioni sul modello dei vecchi Stati omogenei dell’Europa occidentale e altri, che non erano mai completamente scomparsi, come la Grecia, l’Ungheria, la Polonia, lottavano per la loro indipendenza, la parola «nazione» era considerata come il titolo di nobiltà di alcuni popoli privilegiati, che possedevano la loro letteratura, la loro tradizione e la loro storia, e sembrava impensabile che potessero crearsi dei nazionalismi in modo arbitrario, dovunque e per così dire ad libitum.
Oggi questa idea di «popoli senza storia», incapaci di sviluppare una coscienza nazionale, è completamente scomparsa. Tutti i gruppi umani hanno una storia e, se non lo sapevano, i colonizzatori europei si sono incaricati di insegnar loro la storia attraverso la pratica. Le popolazioni del Congo hanno una storia almeno altrettanto vecchia e altrettanto agitata quanto quella del Belgio, ma esse hanno impiegato più tempo ad avere dei nazionalisti e degli storici (e ogni nazionalista è uno storico, anche se soltanto un raccontatore di epopee storiche).
Si può seguire la «democratizzazione» dell’idea nazionale (nazionalismo per tutti) attraverso più di un secolo, come una reazione a catena che agisce successivamente sull’Europa centrale, da questa sull’Europa orientale, quindi sui Balcani, poi, raggiungendo il Medio Oriente, sull’Asia e infine sull’Africa, nello stesso modo in cui si può seguire sociologicamente la democratizzazione dell’appellativo aristocratico «Monsieur» e «Madame». Il fatto che gli abitanti del Congo esigano oggi di esser considerati come una nazione, costituisce un processo altrettanto naturale quanto quello per cui tutti pretendono ormai di esser chiamati «Monsieur» e «Madame», il che costituisce meno l’espressione di un «esser-altro» che di una esigenza di eguaglianza.
Il trionfo del nazionalismo è il trionfo di un concetto che attraverso questo processo stesso si vuota di senso; e poiché il concetto di «nazione» ha ormai perso ogni carattere distintivo, ci è facile proclamare a colazione che l’era del nazionalismo è finita, salvo a dichiarare all’ora di pranzo che il progresso irresistibile del nazionalismo è una delle caratteristiche della nostra epoca. E’ facile presentare documenti innumerevoli e argomenti di peso in favore dell’uno o dell’altro punto di vista: il titolo di «Monsieur» o di «Madame», di cui vengono gratificati il facchino o la domestica, costituisce la vittoria del principio aristocratico o la sua sconfitta? Questa questione non è uno scherzo, e io mi asterrò dal rispondervi alla leggera.
 
3 — «La nazione perfetta»
D’altra parte noi ci siamo da un secolo alquanto familiarizzati con la problematica di questo «nazionalismo per tutti», sì che spiegazioni troppo lunghe appaiono superflue. La nazione perfetta, con la sua unità di territorio alle frontiere naturali, la sua lingua, la sua religione, i suoi costumi, la sua cultura, la sua autosufficienza tanto economica come politica e la sua omogeneità sociale, non esiste e non è mai esistita. Ma almeno le nazioni dell’Europa occidentale si avvicinarono alquanto all’ideale — nazioni di una parte privilegiata della terra, dove, durante un millennio, nessuna grande invasione o migrazione di popoli venne a turbare le strutture lentamente formatisi, e le cui unità relativamente omogenee facevano dell’idea di «nazione perfetta» una idealizzazione abbastanza vicina alla realtà. In ogni altra parte del mondo invece, a cominciare dall’Europa centrale, il nazionalismo dovette appoggiarsi su alcuni frammenti di carattere nazionale, per farne derivare la pretesa all’esistenza nazionale: un gruppo linguistico, degli elementi di storia o di mitologia, una particolarità religiosa, folkloristica o sociale, una disuguaglianza di stato, una tradizione d’ostilità verso gruppi vicini bastano ampiamente a fondare un movimento nazionale. Ma per svilupparsi come nazione sovrana un gruppo così costituito dovrà assimilare après coup le caratteristiche della nazione perfetta che gli mancano, una cultura distinta e una storia comune, se non una lingua nazionale («rinascita» di lingue più o meno morte o scomparse, o metamorfosi artificiale di dialetti in lingue letterarie), un «territorio naturale» militarmente ed economicamente viable, e, ciò che non importa meno, quella «integrazione degli animi» che conferisce efficacia ai simboli ed ai miti nazionali. Perseguendo questo obiettivo conseguentemente i nazionalismi hanno violato tutti i dati della geografia, dell’economia, della ragione, della storia e della coesistenza umana.
 
4 — Carattere indefinitamente «disgregatore» del nazionalismo
Dopo la tragedia dell’Europa orientale, abbiamo esperimentato altresì la legge della reazione a catena dei nazionalismi che scaturiscono dai nazionalismi e che si moltiplicano come infusori per scissione. Parallelamente abbiamo sperimentato la legge della moltiplicazione dei problemi delle minoranze nazionali attraverso la moltiplicazione degli Stati nazionali, problemi finalmente risolti dalle deportazioni in massa, la cui apparizione nella storia moderna data non dalla fine della seconda guerra mondiale, ma dalla decomposizione dell’impero ottomano.
Una dozzina di nazionalismi contro l’Austria-Ungheria, altrettanti contro la Turchia, altrettanti contro l’Impero russo; poi, dopo la formazione degli «Stati nazionali», nazionalismo croato contro la nuova Grande Serbia, slovacco contro la Cecoslovacchia, ucraino contro la Polonia, transilvano e bessarabico contro la Grande Romania, macedonico contro tutti gli Stati nazionali costituitisi nei Balcani, sempre con l’aiuto attivo di qualche grande potenza, che aveva appunto interesse alla mobilitazione di qualche quinta colonna. L’ingenuità o il cinismo con cui tutti gli Stati belligeranti della prima guerra mondiale hanno sostenuto ogni movimento nazionalista o irredentista in campo nemico è stata il preludio delle catastrofi del periodo fra le due guerre.
Su uno stesso angolo di terra i nazionalismi rivali si intrecciano e si sovrappongono, nelle loro pretese contradditorie, a monopolizzare la lealtà e l’entusiasmo delle medesime popolazioni. Il nazionalismo arabo ci è familiare da molto tempo, ma anche quello egiziano, irakeno, druso e curdo. Il nazionalismo africano è un fatto innegabile, ma anche quello del Camerun e, incastrato in questo, quello del Bamilek; il nazionalismo del Gana, ma anche quello ashanti; quello congolese, ma anche quello lulua; ed ognuno di essi porta in sé la possibilità tanto della disgregazione interna quanto dell’imperialismo. Il nazionalismo indiano è un fatto, ma esso deve affermarsi contro duecento nazionalismi in potenza; il nazionalismo pakistano ha raggiunto l’indipendenza di fronte al nazionalismo indiano, ma i Bengalesi si domandano sempre se il loro nazionalismo è pakistano o bengalese, e, al nord del Belucistan, il nazionalismo pouchtou esige il diritto all’autodeterminazione. Si potrebbe continuare questo gioco di bussolotti: nessun criterio di diritto delle genti o di filosofia politica potrebbe proibire che ciascun frammento del mosaico umano, ciascun emirato della Costa dei pirati, ciascuna tribù o clan africano, ciascun frammento amministrativo d’un antico territorio coloniale arbitrariamente ritagliato sulla carta si erga in nazione, se le circostanze e l’equilibrio esterno delle potenze lo favoriscano.
 
5 — Una «elite» organizzabile, condizione unica del nazionalismo
Non si vuol con questo fare una satira superficiale della situazione in cui si trovano le popolazioni rimaste senza vera appartenenza morale e politica in seguito alla decomposizione di vecchi imperi plurinazionali e alla formazione instabile di Stati artificiali. Ma questo basta a togliere ogni romanticismo e ogni mistica al processo di nazionalizzazione e a studiarne la funzione reale. Una nazione non nasce dall’azione istintiva dell’anima popolare, così come non nasce dalla libera decisione di una collettività. Noi sappiamo oggi che un nazionalismo, cioè la fondazione di una nazione, non presuppone altra cosa se non l’esistenza di un gruppo organizzabile, in nome del quale una élite attiva — magnati, kniaz, capi tribù, clero, docenti, rapsodi, capi-banda, intelligentia indigena o dinastia locale — può pretendere al self-government, cioè al diritto di comandare.
«Organizzabile» significa suscettibile di esser rappresentato come un’unità quanto alle rivendicazioni, all’inquadramento politico, o anche solo alla propaganda. L’elemento «inquadramento» potrà essere una sopravvivenza dell’organizzazione tribale, una comunità religiosa, linguistica o di costume, una mafia o anche, come nei nuovi Stati africani, una unità amministrativa creata artificialmente dall’esterno da qualche decina di anni. Simili elementi strutturali implicano sempre una élite rappresentativa, sia essa una vecchia cabila o una intelligentia recente.
Oggi si tende ad attribuire la funzione principale nelle fermentazioni nazionalistiche all’intelligentia o alla semi-intelligentia che, sempre e dovunque, esige il diritto naturale ai posti di comando e d’amministrazione, e vede in ogni amministrazione «non nazionale» al tempo stesso una spoliazione naturale e un affronto alla sua dignità.
E tuttavia sono molto spesso in gioco tradizioni ancestrali e prerogative propriamente dinastiche, oggi in Africa come ieri in Europa orientale: Seku Turé, discendente di un conquistatore sudanese, e Modibo Keita, erede della dinastia medioevale dei Mali, sono rientrati in possesso dei loro diritti dopo una deviazione attraverso il quartiere latino. Non vi è alcuna parte dell’umanità che non disponga di élites pronte a rivendicare tradizioni e legittimazioni storiche per fondare un nazionalismo; la disgrazia è che il suolo di tutti i continenti è letteralmente fumé di titoli storici e di virtualità nazionali sovrapposte e intrecciate alla rinfusa.
Nulla di più ridicolo che contestare sul terreno dei principi la legittimità storica di un movimento nazionalista, una volta che esso si è messo in marcia, dichiarando ad esempio che una nazione algerina non è mai esistita: come ogni movimento, il nazionalismo si prova camminando, e anche se nulla di simile a un sentimento nazionale fosse esistito prima, bastano alcuni anni di agitazione e di lotta per creare una tradizione, una leggenda, una coscienza storica e con ciò una legittimità, non esistendo in proposito alcun altro criterio.
 
6 — Il nazionalismo per un verso è fenomeno identico ai particolarismi medioevali, per l’altro si oppone ad essi 
Questo processo si è sempre rinnovato da quando vi è storia: movimento pendolare fra la formazione e la decomposizione dei grandi complessi politici. Di nuovo non c’è che il nome che noi gli diamo e l’ideologia che gli attribuiamo: il «nazionalismo». Quando i notabili delle piccole valli della Svizzera interna fecero una congiura alla fine del XVI secolo contro l’autorità asburgica, la sola rivendicazione politica che fu iscritta nella loro Carta confederale era: noi non accetteremo giudici stranieri nelle nostre valli. Ciò significa che volevano esercitare essi stessi la funzione nazionale della sovranità, quella di dire il diritto, e in questa rivendicazione essi avevano dietro di sé il sentimento popolare. Non si trattava di ottenere una giustizia più alta e più giusta, ma di non essere giudicabili che dal loro diritto consuetudinario. Non di avere un’amministrazione migliore, ma la loro amministrazione: essi preferivano la propria giustizia grossolana e spiccia, pronunciata secondo i loro usi e nel loro dialetto locale, alla giurisprudenza saggia del bailo, anche se formato a Bologna.
La rivendicazione fondamentale del nazionalismo è quella di tutti i particolarismi del Medio Evo: così come noi parliamo oggi del nazionalismo del Camerun o del Togo, potremmo riscrivere i libri di storia e parlare del nazionalismo di Guglielmo Tell, del nazionalismo valdese, brabanzone, frisone o albigese.
Vivere secondo i propri diritti e costumi è il desiderio naturale di ogni gruppo di popolazione che abbia sviluppato una sua particolarità; il resto è questione di circostanze, di possibilità storiche, d’originalità o di testardaggine.
Nel ridotto alpino o prealpino svizzero, nell’angolo morto della politica delle grandi potenze territoriali europee dei secoli successivi, il particolarismo medioevale che non conosceva né il concetto né l’ideologia della nazione, ha potuto sopravvivere fino all’epoca moderna; nella maggior parte d’Europa è stato schiacciato dagli Stati territoriali e dall’assolutismo unificatore. La caratteristica storica delle nazioni dell’Europa occidentale è infatti quella di esser passate attraverso il crogiuolo dell’assolutismo, cioè dello Stato amministrativo centralizzato, in cui innumerevoli particolarismi del mondo medioevale si sono fusi in grandi masse uniformi di sudditi, per ergersi in nazioni di stile nuovo, durante la rivoluzione sociale della fine del ‘700 e del principio dell’800.
 
7 — Ideologia, nazionalità e democrazia
 
Proprio perché non erano nate spontaneamente, ma sorte da una sintesi spesso violenta e dolorosa, queste nazioni avevano bisogno — o piuttosto ne aveva bisogno la nuova élite dirigente che assunse l’eredità del sistema statale dinastico — di un’ideologia nazionalistica per mantenere la loro coesione. Il concetto di nazione, estraneo al particolarismo medioevale così come allo Stato dinastico dell’epoca successiva, è il prodotto storico del turbamento avvenuto all’inizio dell’era industriale, è il concetto gemello della democrazia.
L’uno e l’altro derivano dallo stesso cambiamento del principio di legittimità. Quando l’autorità pubblica cessa di imporsi in nome del diritto divino, per esser esercitata in nome del popolo (cioè di tutte le popolazioni fino allora riunite sotto la stessa corona), bisogna postulare l’unità di questo popolo. Il nazionalismo è stata l’ideologia «integratrice» dello Stato democratico.
Una democrazia individualista, quale l’avevano sognata i filosofi razionalisti del ‘700 non è una forma di Stato possibile, ma è un’utopia anarchica che si ritrova all’inizio di ogni rivoluzione. (La formula «governo del popolo, per il popolo e attraverso il popolo» proclama l’identità del popolo e dello Stato, cioè a dire la liquidazione dello Stato come istituzione particolare, esattamente come veniva annunziato dalla dottrina marxista).
Questo Rousseau lo sapeva molto bene, suo malgrado, poiché conosceva le guerre civili endemiche della sua città natale (tutta la dottrina politica e morale di Rousseau è nutrita delle passioni del ginevrino calvinista contro l’irruzione corruttrice della civiltà francese mondana nella sua piccola patria — oligarchia libertina che regnava a Ginevra, grazie all’appoggio di Versailles, spettacolo di commedianti tre volte imposto ai ginevrini dall’intervento diplomatico e militare francese — e quella passione è tanto più patetica in quanto Rousseau è anche lui un figliol prodigo che non ha mai ritrovato l’ovile): se egli è il primo «democratico totalitario», ciò è dovuto al fatto che, trasponendo la città di Calvino nella filosofia politica secolare, egli diviene il fondatore della «religione civica».
Una popolazione di sudditi fa a meno del lealismo nazionale, come un esercito di mercenari fa a meno dell’entusiasmo patriottico. La democrazia aveva bisogno dell’ideologia nazionalista come strumento d’integrazione dei suoi cittadini e del suo esercito popolare: la Rivoluzione francese divenne nazionalista nel momento in cui dovette imporre l’unità mediante il terrore.
Il nazionalismo dell’800 non è un istinto spontaneo, ma un’ideologia unificatrice coscientemente coltivata. Dopo la rivoluzione francese tutte le costituzioni formicolano di istituzioni e di riti tendenti all’educazione nazionale: consacrazione di bandiere, feste nazionali, giuramenti civici, cerimonie e manifestazioni pubbliche d’unità nazionale; l’educazione pubblica, la scienza storica, i manuali e le imageries, tutto l’insieme delle attività culturali ufficiali o ben pensanti fu messo al servizio di questa «integrazione degli animi».
Il nazionalismo, nella sua azione interna, è una ideologia terrorista che impone la conformità d’opinione e di sentimento alla popolazione di cui esige la lealtà e che conduce una guerra senza tregua contro ogni gruppo particolare, culturale o etnico che sfugga o resista a questa integrazione. In una nazione di gobbi il dovere di ogni cittadino è di portare la gobba, dice Helvetius: cioè di pensare, sentire e reagire nazionalmente.
Nulla è più caratteristico di questa ideologia di espressioni come «undeutsch» (non tedesco) o «un-american» (non americano) che definiscono l’assenza della gobba nazionale come una mostruosità o un delitto. Al limite, ogni particolarismo, ogni individualismo, ogni cosmopolitismo, ogni lealtà non nazionale, pre-nazionale o sovranazionale, debbono essere estirpate dalla comunità. Durante più di un secolo, il fine educativo supremo dell’istruzione scolastica e della storia nazionale fu di interiorizzare la gobba nazionale e di automatizzare la reazione nazionalistica, trasformandola in un riflesso di Pavlov.
Il successo fu considerevole: dove domina un’ideologia nazionale, la caccia alle streghe è sempre sul punto di manifestarsi. Nelle epoche di crisi e di guerre ogni non-conformismo diventa alto tradimento, e i cittadini di tutte le nazioni europee del nostro secolo hanno potuto sperimentare fino ai limiti del suicidio con quale efficacia questo terrore di opinione può eliminare e schiacciare ogni riflessione razionale.
 
8 — Il nazionalismo britannico
Poiché, per definizione, il nazionalismo è nazionale, è evidentemente difficile intendersi su questo punto, e nella nostra discussione un malinteso potrebbe nascere tra l’uso linguistico del continente e quello dell’Inghilterra. Infatti, fra gli altri vantaggi della ragion politica che si attribuiscono agli inglesi, vi è anche quello d’ignorare il nazionalismo.
Per quanto io so, la parola nationalism viene usata correntemente in inglese come sinonimo di patriottismo o di amore del paese e national significa tutto ciò che costituisce proprietà, utilità o affare pubblico. La terminologia mistica del nazionalismo manca in una lingua che dice this country e Her Majesty’s Government, mentre altrove si invocano la patria ed il popolo. L’assenza di diffidenza con cui gli inglesi considerarono a lungo fenomeni come il nazional-socialismo o il nazionalismo arabo derivano in gran parte dalla loro mancanza di esperienza della patologia nazionalista.
Non vorrei darmi all’esegesi di un «carattere nazionale» particolare; non si tratta di carattere, ma di terminologia particolare nata da un’esperienza storica particolare.
Mi sembra che questa ignoranza di alcune malattie continentali, per quanto simpatica ed invidiabile, ma talvolta pericolosa, sia connessa, come altre virtù inglesi, al dato storico più semplice: l’insularità. L’Inghilterra ha potuto divenire una nazione senza troppe sofferenze e senza chiedersi troppo quali siano i suoi caratteri costitutivi, le sue frontiere e la sua definizione come nazione. Dal 1066 l’unità del Regno inglese non è stata più messa in discussione. Vi furono lotte per il potere e la forma di governo, mai per l’unità del potere e l’unità del governo. E queste lotte poterono svolgersi senza un intervento straniero efficace. Le poche minacce d’invasione provenienti dal Continente, dall’Invincible Armada al Camp de Boulogne, restarono dei buchi nell’acqua. E anche l’unificazione delle isole britanniche fu appena turbata dagli intrighi francesi in Scozia e in Irlanda.
Se, analogamente alla rivoluzione inglese del ‘700, la rivoluzione francese si fosse compiuta in condizioni altrettanto privilegiate e senza una importante ingerenza straniera, forse le sarebbe stato risparmiata l’evoluzione verso il nazionalismo terrorista. Anche senza ideologia di integrazione nazionalista il cittadino inglese, se non era figlio dell’aristocrazia che formava la Grande Tournée d’Europa, restò sempre abbastanza protetto contro le contaminazioni europee anche solo dall’insularità del suo paese. Anche senza il servizio militare obbligatorio l’Inghilterra poteva, sotto la protezione della flotta, sentirsi sufficientemente sicura fino alla nostra epoca, senza aver bisogno di coltivare il militarismo di stile continentale. Essa ha potuto, come nessun altro grande Stato moderno, lasciare i suoi cittadini agire e svilupparsi al di fuori di ogni struttura statale rigida, senza dover temere per il loro lealismo. Gli inglesi sono il solo popolo al mondo i cui membri consentono sempre con fierezza a chiamarsi sudditi, poiché esser suddito britannico è un privilegio più grande che non quello di possedere la cittadinanza sovrana di una qualsiasi repubblica.
Senza dubbio l’Inghilterra ha potuto sviluppare caratteri del nazionalismo e dell’imperialismo altrettanto ripugnanti quanto qualsiasi altra nazione continentale, ma senza la loro problematica: il suo nazionalismo restò un insularismo talvolta arrogante, e il suo imperialismo fu la lotta di una nazione di commercianti e di marinai per la libertà dei mari e l’accesso ai cinque continenti, non per l’integrazione di provincie e di popolazioni limitrofe, rivendicate come membri strappati all’unità nazionale.
L’Inghilterra ha avuto il suo problema di nazionalità, il problema irlandese, che essa ha cercato di risolvere con tutti i mezzi di oppressione, sino al genocidio; ma anche questa restò una questione interna: la storia dell’Irlanda è stata talvolta altrettanto tragica quanto quella della Polonia, ma, diversamente dalla Polonia, l’Irlanda non aveva altro vicino che l’Inghilterra, barriera insormontabile fra la piccola isola e il continente, che impediva a qualsiasi potenza straniera di servirsi di questa quinta colonna in potenza; nessuna coscienza universale si sollevava in lamenti e in accuse; nessun Lord Byron cantava le sofferenze dell’Irlanda. L’Inghilterra non ha risolto il suo problema irlandese meglio di quanto la Francia non abbia risolto il problema algerino; ma l’Irlanda non ebbe mai la fortuna di divenire un punto nevralgico della politica internazionale.
Io non credo di abbassare le qualità del pragmatismo politico inglese e della sua «logica en suspens» se penso che esse derivano in buona parte dall’assenza di certi problemi, e anche da una invidiabile buona coscienza; questa è senza dubbio la ragione per cui l’esempio inglese, «spesso imitato, mai raggiunto», è rimasto sterile sul continente europeo, nonostante tanti sforzi per impararne il segreto: la costituzione inglese è altrettanto poco ripetibile quanto la stessa storia inglese.
Al di fuori dell’Inghilterra l’«appartenenza nazionale» non è stata mai una cosa naturale; dovunque, altrove, l’impiego massiccio dell’ideologia integratrice nazionalista è stato indispensabile per la formazione delle nazioni. Una comunità politica che non sia solo una unione di sudditi non può contentarsi d’un lealismo di circostanza; essa ha bisogno di un lealismo automatico ed incondizionato, e, dove questo non può essere presupposto, deve esser ottenuto attraverso il dressage.
 
9 — Il nazionalismo americano
Quando le colonie della Nuova Inghilterra si separarono dall’Inghilterra, i capi non si preoccuparono di sapere se l’indipendenza era legittimata dalla loro nazionalità: le ragioni pratiche e tecniche per ribellarsi contro la legislazione d’un parlamento lontano, che considerava i loro bisogni e i loro interessi particolari come questioni secondarie, parve loro del tutto sufficiente. Un nazionalismo americano si formò nella persecuzione dei «lealisti», dunque nella misura in cui la guerra d’indipendenza fu anche una guerra civile; ma si sviluppò molto coscientemente, in quanto ideologia integratrice, via via che aumentò il numero degli immigrati di origine sempre più diversa, come negazione di tutte le nazionalità d’origine di coloro che entravano nel crogiuolo. Tuttavia come la forma inglese del nazionalismo senza problemi, la forma americana, — l’integrazione individuale di «displaced persons» e volontariamente tali, in una nuova associazione che sostituisce tutte le nazionalità d’origine — non è ripetibile e neppure comparabile: questo processo non si è verificato in nessun altro luogo.
Il pensiero politico americano ha considerato a lungo come un’evidenza senza problemi il fatto che il nazionalismo e la democrazia siano inseparabili — e non come i termini d’una contraddizione inerente alle società umane frammentarie, ma come due espressioni equivalenti e quasi identiche di un’armonia prestabilita (così ad esempio il prof. Mac Dougall, The American Nation). Con Wilson questa identificazione di nazionalismo e di democrazia si è presentata come messaggio universale che doveva portare la salvezza al mondo, e il mondo non se n’è ancora riavuto. Il pensiero anglo-sassone sembra non aver mai preso coscienza, salvo che all’occasione di eruzioni di follia assassina, considerati come effetti anormali, del fatto che nel vecchio mondo il nazionalismo è l’esempio estremo dell’azione «distruttrice» delle «religiosità secolarizzate» e di «impulsi morali violenti» deviati.
 
10 — Il nazionalismo come mobilitazione di istinti atavici contro lo sradicamento industriale
Anzitutto la caratteristica più profonda del nazionalismo presso popoli stabiliti, che vivono a fianco gli uni degli altri e gli uni in dipendenza degli altri, caratteristica che spingeva non solo i marxisti, ma anche i liberali classici a respingerlo come un’ideologia reazionaria — è rimasta estranea all’esperienza anglo-americana: la mobilitazione di istinti atavici della società agraria autarchica contro lo sradicamento e la disintegrazione sociale della società industriale moderna.
Proprio nella misura in cui l’industrializzazione e l’economia di mercato dissolvevano i vecchi legami che univano l’uomo al clan e alla gleba — razza, simboli totemici, «suolo e sangue», venerazione degli antenati, xenofobia e endogamia — si trasformarono in postulati ideologici del nazionalismo insegnato con zelo religioso. Infatti il nazionalismo ha spesso servito da bastione ideologico contro le correnti rivoluzionarie: nell’800 contro la democrazia egualitaria, nel ‘900 contro il comunismo (diritto delle nazionalità contro rivoluzione mondiale, Versailles contro il bolscevismo, Wilson contro Lenin). Il bastione risultò illusorio e i politici bolscevichi capirono ben presto che in quasi tutte le parti del mondo il nazionalismo è più adatto a far da dinamite che da cemento: per questo il nazionalismo come reazione di difesa atavica contro il turbamento sociale della nostra epoca — che non è altro se non una sfeudalizzazione dell’umanità — si ritorce anzitutto contro le società industriali occidentali, poiché sono queste che hanno gettato gli altri paesi nell’ingranaggio dell’economia mondiale trascurando troppo a lungo, in nome della libera impresa, le ripercussioni sociali di un tale processo (tanto nel loro paese quanto nel resto del mondo), mentre il comunismo proponeva una ricetta universale di reintegrazione sociale.
I tentativi del mondo occidentale, cominciati dopo il 1918 nell’Europa orientale e negli altri territori limitrofi della Russia — di opporre l’ideologia nazionalista contro la rivoluzione — erano la confessione che l’Occidente non disponeva d’una visione del mondo né d’un principio d’organizzazione corrispondenti all’era industriale, e che esso cercava di risolvere i problemi del presente con dei feticci preistorici. Era, nonostante successi tattici effimeri, una battaglia perduta in anticipo. Oggi il mondo occidentale cerca lentamente e controvoglia delle forme di organizzazione che siano insieme pluraliste e sovrannazionali. Non si può ancora parlare di una riuscita certa, ma la mia convinzione profonda è che nessun altra via abbia delle possibilità di successo e che una ricaduta sarebbe catastrofica.
 
11 — Riabilitazione del nazionalismo in funzione antisovietica?
Da qualche anno il titoismo, la rivolta della Germania orientale nel 1953, le rivoluzioni ungherese e polacca del 1956, il sollevamento tibetano e altri avvenimenti e torbidi dell’Est hanno determinato una specie di riabilitazione del nazionalismo nel pensiero occidentale. E’ naturale che si constati con soddisfazione che il sistema sovietico ha anch’esso a che fare con delle reazioni nazionali, e che si simpatizzi spontaneamente con ogni resistenza a una autorità tirannica, brutale e falsa. Ma da questo ad attribuire una caratteristica positiva, non appena si manifesti all’interno del mondo sovietico, al principio che si è rivelato così negativo all’interno del mondo libero, e ciò per il solo fatto che esso turba dei governanti comunisti, corre un passo che non può esser compiuto senza ponderazione. Se fossimo dei tecnici e dei tattici della guerra fredda per i quali, secondo l’esempio del machiavellismo di tutti i tempi, è bene tutto ciò che nuoce all’avversario, potremmo mettere anche l’ideologia nazionalista nel nostro arsenale intellettuale; ma faremmo bene allora a procedere con lo stesso cinismo gelido con cui la propaganda comunista utilizza il nazionalismo nella sua strategia: come un fattore della psicologia collettiva, con cui bisogna fare i conti e che si può giocare contro l’avversario, ma che è inutilizzabile per ogni progetto costruttivo.
E’ indiscutibile e in fondo inevitabile che dei forti elementi nazionalistici siano stati in gioco nelle agitazioni negli Stati satelliti. Una resistenza collettiva a un sistema totalitario solidamente stabilito non può formarsi senza un punto di cristallizzazione, un quadro di organizzazione e un simbolo di unione. Come nei territori coloniali europei, d’Asia e d’Africa, e (cinquant’anni fa, di America) il movimento d’indipendenza si organizzò, necessariamente, anzitutto nell’ambito stesso dei territori coloniali, anche se questo ambito era stato creato in modo completamente artificiale e arbitrario (e almeno in Africa è chiaro che questa non costituisce se non una fase provvisoria che deve esser seguita da una riorganizzazione regionale del Continente nero, se l’Africa deve sfuggire alla balcanizzazione); analogamente, nel mondo sottoposto alla potenza sovietica, la resistenza al potere centrale trova il suo punto d’appoggio naturale nelle unità politiche tradizionali che sopravvivono come unità politiche, amministrative ed anche economiche, e offrono, anche come sezioni nazionali del partito dominante, dei quadri di resistenza.
Vi sono, al di là di ogni mitologia nazionalista, ragioni quasi meccaniche per canalizzare le tendenze all’ammorbidimento e alla differenziazione del regime comunista su queste vie tracciate anticipatamente, ed è altresì naturale che ricordi e simboli di altre lotte storiche servano da bandiere a questi movimenti. Ma queste vie tracciate anticipatamente esistono egualmente nei nostri cervelli, e noi abbiamo l’abitudine fatale di catalogare ogni lotta per l’autonomia di un gruppo umano sotto la rubrica di «movimento nazionalista», senza preoccuparci dei suoi fini e delle sue parole d’ordine.
 
12 — Non i valori nazionali ma quelli universali dei diritti dell’uomo meritano incondizionata rivalutazione
Io non penso a mettere in dubbio la forza dei sentimenti specificamente nazionali, o che hanno radice nelle tradizioni nazionali, così come non penso a discutere la loro ragione d’essere (per esempio, il fatto che la Polonia e l’Ungheria siano i due popoli cattolici dell’Europa orientale, la cui tradizione religiosa si confuse durante quasi un millennio con la tradizione nazionale e contribuì potentemente a renderli impermeabili alle influenze della propaganda grande-russo-panslava-ortodossa; è d’altra parte dubbio che il «patto nazionale» basti a riassumere un dato storico così complesso). Ma l’esigenza dell’autonomia della comunità culturale, religiosa, o semplicemente regionale, di libertà personale e d’associazione, d’espressione e di informazione, e in una parola questa esigenza d’una società pluralista che conceda uno spazio vitale e un campo di sviluppo all’individuo così come ai gruppi storici e sociali non è, essenzialmente, un’esigenza nazionalista.
Quando i lavoratori ungheresi chiedono il diritto di libera organizzazione sindacale, i contadini ungheresi resistono alla collettivizzazione forzata, io non vedo quale legittimazione supplementare simili rivendicazioni potrebbero trarre dalle tradizioni nazionali dello Stato feudale ungherese; quando gli scrittori ungheresi esigono il diritto di «scrivere la verità», sarebbe un abbassare singolarmente questa esigenza il volerla fondare su una caratteristica specifica dello spirito nazionale ungherese che darebbe diritto a una verità specificamente ungherese. L’esigenza dei diritti dell’uomo e della dignità umana (che implica anche l’esigenza dell’individualità e dell’autonomia delle comunità particolari che compongono il mosaico dell’umanità) non è privilegio nazionale.
Bisogna forse rassegnarsi all’uso del vocabolario attuale, che non conosce più distinzioni tra particolarismo e nazionalismo ma allora bisogna anche trarre le conseguenze di questa svalorizzazione del concetto. Il «nazionalismo per tutti» è incompatibile con le rappresentazioni nazionali della nazione come principio di integrazione supremo, della sovranità nazionale come forma di organizzazione suprema delle società e d’un ordine internazionale che sarebbe esclusivamente un sistema di rapporti fra Stati nazionali sovrani; e questo toglie ogni contenuto storico all’ideologia nazionalista.
L’Europa non ha solo dato al mondo il concetto di nazione, ma anche quello di balcanizzazione. Noi non sfuggiremo allo Stato totalitario universale, né troveremo una via al di là del nichilismo, attraverso un ritorno alla balcanizzazione.

 

 

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