Anno II, 1960, Numero 5, Pagina 263

 

 

Il paradosso della Federazione Sovietica
 
MICHEL MOUSKHÉLY
 
  
 
L’Unione Sovietica conta 35 anni di esistenza, 41 se vi si aggiunge il periodo della sua genesi. Il federalismo sembrerebbe resistere bene: ha resistito a tutte le prove, alla formidabile impresa dell’industrializzazione e della collettivizzazione, come alle profonde scosse della guerra. Sembra anche che la realizzazione del socialismo gli valga una nuova fioritura. Le repubbliche membre si vedono accordare nuovi poteri, la loro rappresentanza in seno agli organi federali è rafforzata, la loro partecipazione alla vita del paese si allarga. L’equilibrio federale sembra dunque evolversi in loro favore.
L’U.R.S.S. conserva tuttavia il suo regime autoritario. Se l’antica «dittatura del proletariato» è sparita, le è succeduto uno Stato totalitario dotato di vaste attribuzioni. In questo Stato, insieme potenza politica, potere economico e autorità «spirituale», il partito detiene le principali leve di comando. Esso domina tutto: i Soviet come l’amministrazione, le imprese industriali, come lo sfruttamento agricolo, le unioni professionali come le organizzazioni sociali… Il suo impero, che non conosce limiti, abbraccia tutte le attività dell’uomo.
Uno Stato totalitario federale! Una tale associazione, che non tralascia di sorprendere, esige una spiegazione, e gli autori sovietici non mancano di darcela. La teoria che essi sviluppano conduce, si vedrà, a una duplice importante constatazione: la precarietà del federalismo nel presente, la sua sparizione nel futuro.
Se l’U.R.S.S. costituisce una federazione, il federalismo che essa ha posto in atto si rivela di una natura molto particolare: è malleabile perché destinato a estinguersi.
 
I — Origine e scopo della federazione sovietica
1. Lenin e il principio federativo — Fedele ai classici del comunismo — Marx ed Engels — Lenin condanna il federalismo a vantaggio di una repubblica unitaria, grande mercato economico e patria di lavoratori la cui comunità di interessi prevale sulle differenze che li separano, di qualunque carattere esse siano. Ora, il federalismo crea delle barriere; esso eleva delle divisioni. Quale che sia la sua origine — tradizione storica, necessità politiche o economiche, particolarità ideologiche o spirituali — la proprietà del federalismo è di coltivare le originalità, di moltiplicare i focolai di vita autonoma, di rispettare le situazioni concrete. Per questo il federalismo si oppone all’unità del proletariato, alla nascita di quella coscienza di classe senza la quale la rivoluzione comunista non potrebbe trionfare. Esso potrebbe inoltre ostacolare, ossia impedire, quella egualizzazione della condizione umana che il comunismo esige. In breve, la dialettica marxista e la dialettica federalista non si conciliano, come non si conciliano la sintesi dei contrari e l’equilibrio dei contrari. Nella loro essenza il comunismo e il federalismo si escludono.[1]
2. Lenin e il principio delle nazionalità — Anche in materia di nazionalità, Lenin adotta e segue le idee, d’altronde schematiche, dei suoi illustri predecessori. Bisogna incoraggiare o soffocare le aspirazioni nazionali? Marx ed Engels potevano forse trascurare questa questione, ma Lenin, contemporaneo dell’era delle nazionalità, non poteva evitarla se non voleva compromettere il successo della rivoluzione che preparava. E è proprio in funzione della rivoluzione che egli fissa le sue posizioni come uomo d’azione e non come teorico. Egli si preoccupa molto poco della questione della nazione in se stessa e dei valori nazionali in se stessi. Ciò che lo interessa in primo luogo è l’utilizzazione del dinamismo nazionale al servizio della lotta contro il capitalismo. Convinto che al suo apogeo, il capitalismo mal tollera lo spezzettamento nazionale e procura, seguendo diverse vie, di incorporare le nazioni in una sola entità politica, egli si pronuncia francamente per il principio di autodeterminazione e per il diritto di ciascuna nazione a costituirsi in Stato indipendente.
Posto il principio, Lenin lo limita immediatamente con una doppia riserva. Il diritto di autodeterminazione non significa che tutte le nazioni debbano obbligatoriamente separarsi dallo Stato di cui fanno parte più di quanto il principio del divorzio non porta con sé l’obbligo di divorziare per tutti.
L’esercizio del diritto si apprezza in concreto tenuto conto di tutte le circostanze del momento; dell’interesse superiore del proletariato in particolare e della necessità di proseguire l’opera rivoluzionaria. La libertà nazionale non potrebbe inoltre assumere una forma qualsiasi; la scelta di questa deve farsi coscientemente. Lenin respinge anche categoricamente l’autonomia culturale e personale, cara a Karl Renner e Otto Bauer, e le preferisce l’autonomia territoriale. Il fatto è che la prima singolarizza il gruppo nazionale in seno allo Stato, favorisce lo sviluppo della sua personalità, costituisce fin dall’inizio un fattore di dissociazione; mentre la seconda si rivela più maneggevole, si presta di più ad essere modellata e dà soddisfazione al sentimento nazionale senza mettere in pericolo il processo di omogeneizzazione dei popoli e la loro fusione in un popolo nuovo, quello dei lavoratori.[2]
3. La rivoluzione del 1917 e le nazionalità —La Russia zarista, si sa, seguiva, nei confronti delle nazionalità, una politica d’oppressione e d’assimilazione. «La Russia, scriveva Lenin, è la prigione dei popoli».[3] La Rivoluzione d’Ottobre, diede il segnale del sollevamento: uno dopo l’altro i popoli allogeni si staccarono dall’impero agonizzante per costituirsi in comunità indipendenti. Fu il caso dell’Ukraina, dei paesi Baltici, della nazioni del Caucaso, della Bielorussia… Impegnati nella guerra civile, i bolscevichi correvano il rischio di vedersi strappare altre parti ancora del territorio nazionale. Per far fronte a tutti questi pericoli, riunire i popoli dispersi, deciderli a raggrupparsi di nuovo, non vi era che un mezzo: fare della rivoluzione lo strumento di liberazione dei popoli asserviti.[4] Uno dei primi atti dei dirigenti fu la «dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia» (15 novembre 1917).[5] La dichiarazione poneva i quattro seguenti principi:
1) Uguaglianza e sovranità di tutti i popoli della Russia;
2) Diritto dei popoli della Russia a disporre di se stessi fino alla separazione ed alla costituzione di uno Stato indipendente;
3) Abolizione di tutti i privilegi e di tutte le restrizioni di carattere nazionale o nazionale-religioso;
4) Libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici stabiliti sul territorio della Russia.
Per predicare coll’esempio, la Russia si diede una costituzione federale, quella del 10 luglio 1918. Il federalismo, prodotto delle circostanze, fu dunque, adottato per necessità più che per convinzione. Esso porta delle tracce indelebili di questa origine.
4. Il senso del federalismo sovietico — Il merito di aver fatto ammettere il federalismo va a Lenin. Con quel senso dello opportunismo che lo caratterizzava, Lenin aveva compreso che la marcia verso la società comunista doveva prendere a prestito, in Russia, la via dell’unione federale. Egli lo dichiara senza ambagi nel suo celebre studio su Lo Stato e la rivoluzione: «La federazione deve essere utilizzata dalla classe operaia come la forma di unione dei lavoratori di nazionalità diverse sotto la bandiera della rivoluzione socialista».[6] Il partito adottò i suoi punti di vista nel 1919 al suo 8° congresso.[7] La federazione, formula di transizione verso l’unità completa; tale è la caratteristica dominante, fondamentale, del federalismo sovietico. Essa fornisce la chiave di tutte le particolarità, di tutte le inconseguenze, cioè di tutte le anomalie che accusa la struttura federale dell’U.R.S.S. Particolarità, inconseguenze, anomalie che si possono ricondurre a due punti.
Da una parte, il federalismo sovietico si afferma sul piano dei fatti più che su quello del diritto. Esso trova in effetti la sua espressione più fedele, non in legami organici, in garanzie formali o in forme istituzionali, ma nella partecipazione larga ed effettiva delle unità com’ponenti all’amministrazione del paese. Così si spiega la concezione estensiva che l’U.R.S.S. dà al principio federativo, che ingloba insieme lo statuto federativo delle repubbliche membre, lo statuto d’autonomia delle repubbliche autonome, e lo statuto amministrativo delle regioni autonome, dei dipartimenti nazionali. La Russia tuttavia, si dice repubblica federale «Repubblica Socialista Federale Sovietica della Russia» — benché non comprenda che delle collettività autonome e ignori ogni partecipazione di queste alla formazione del governo centrale. Cosa curiosa, altre repubbliche, come la Georgia, che ammettono anch’esse nel loro seno delle repubbliche e regioni autonome, non hanno diritto alla medesima qualifica.
D’altra parte, il federalismo sovietico è a forma nazionale e a contenuto sociale. «Forma nazionale, contenuto sociale» questa formula che Stalin lanciò nel 1936 indica la seconda particolarità dell’U.R.S.S. Essa ha il carattere di una scommessa: essa combina in effetti uniformità e centralizzazione nella sostanza, e molteplicità e varietà nell’espressione delle cose. Il principio del centralismo democratico assicura il successo di questa combinazione. Esso permette nel medesimo tempo di dirigere, orientare il federalismo nel senso voluto dai dirigenti.
Federalismo materiale, che disprezza le garanzie istituzionali, federalismo che oscilla tra i due poli della forma e del contenuto, tale federalismo non potrebbe creare ostacoli insormontabili alla volontà dei dirigenti di giungere, col comunismo, a una repubblica unitaria e centralizzata.
 
II — Federazione di diritto o federazione di fatto?
1. Schema costituzionale della federazione — La federazione è un sistema particolare di relazioni giuridiche. Il diritto ne è lo «spirito» e il «corpo». Esso riceve la sua espressione concreta nella costituzione, rivestita di un’autorità e di una maestà incomparabili. Ne fanno testimonianza gli Stati Uniti d’America. Il più delle volte, nella sua origine, la costituzione federale è il risultato di una «Vereinbarung», dell’unione delle volontà di Stati desiderosi di associarsi. Essa riconosce anche l’individualità di questi, e nello stesso tempo quella dello Stato centrale, e procede ad una distribuzione dei poteri tra di essi. Quali che siano le modalità tecniche di questa distribuzione, essa si fa in funzione della dimensione dei problemi e dei compiti che si pongono alla federazione. Quindi l’equilibrio politico che essa stabilisce si rivela instabile; esso subisce delle fluttuazioni incessanti che conviene incorporare in un modo qualunque nel sistema positivo. Ma perché questi cambiamenti non conducano a una troppo grande concentrazione di potere, la costituzione prevede delle garanzie: il concorso degli Stati federati ad ogni revisione costituzionale, la loro partecipazione alla legislazione ed alla amministrazione, l’istituzione di un Corte Suprema, guardiana della Costituzione, per non citare che le principali. Inoltre, nei limiti delle loro attribuzioni costituzionali, gli Stati federati stabiliscono in ultima istanza: le decisioni che essi prendono, se subiscono il controllo di costituzionalità, sfuggono, per contro, ad ogni controllo di opportunità, contrariamente a ciò che si produce negli Stati unitari. Si vedono così delinearsi i quattro principali elementi del sistema federale: la ripartizione dei poteri, l’autonomia degli Stati federati, la legge di partecipazione e la garanzia giurisdizionale dell’equilibrio federale. Con delle varianti, a meno di qualche differenza, questi quattro elementi si ritrovano in tutti gli Stati federali.
Come si pone il problema nell’U.R.S.S.? La costituzione respinge alcune di queste istituzioni. Se ne ammette altre, essa le svuota di ogni consistenza reale o dà loro un contenuto differente. Visibilmente, essa rifiuta di considerarle come essenziali al suo sistema d’associazione.
2 La Costituzione sovietica — La federazione sovietica riposa su di un atto costituzionale. Alla sua origine si scoprono, almeno in apparenza, le manifestazioni di volontà concordanti dei suoi quattro primi membri: Russia, Ukraina, Bielorussia e Federazione Transcaucasica. Anche la legge fondamentale del 1924, originata da questo accordo, porta il nome di «patto federale» (dogovor) e contiene a mo’ di preambolo, una «dichiarazione sulla formazione dell’Unione».[8] Se è vero che il termine «patto» e la dichiarazione spariscono nella legge fondamentale del 1936, resta che l’art. 13 della nuova Costituzione definisce l’U.R.S.S. come uno «…Stato federale, formato sulla base di un’unione volontaria delle Repubbliche Socialiste Sovietiche uguali in diritto».
La Costituzione dell’U.R.S.S. è dunque veramente una costituzione federale. Essa non ne possiede tuttavia né l’autorità, né la saldezza. In diritto la sua superiorità giuridica si traduce in una procedura speciale di revisione. L’art. 146 consacra su questo punto la competenza del Soviet Supremo, che decide a maggioranza di due terzi. Poiché le repubbliche membre non prendono alcuna parte diretta alla procedura stabilita, il potere costituente appartiene al solo governo federale. Qualora questo ritenga opportuno modificare l’equilibrio federale a suo vantaggio, o sopprimere puramente e semplicemente il legame federale, nessuna volontà particolare potrà opporsi alla sua. Padrone della Costituzione, lo è anche della sorte delle Repubbliche la cui esistenza è alla sua mercé. Il pericolo sembra tanto più grande in quanto, in effetti, le revisioni di qualche importanza, decise inizialmente dal Partito si effettuano per decisione del Praesidium o del Consiglio dei Ministri, mentre il Soviet Supremo si limita ad approvare — sempre all’unanimità — le modificazioni introdotte e messe in vigore.
La Costituzione in effetti trae meno la sua autorità dalle sue qualità proprie che dalla sua conformità con lo stato economico e sociale del paese — «La Costituzione, dichiarava Stalin, non fa che registrare le conquiste realizzate».[9] Essa ritrae il passato, regge in una certa misura il presente, ma non è in grado di comandare all’avvenire. Questo sarà opera del partito, che conosce, esso solo, le leggi dell’evoluzione sociale e che, esso solo, è in grado di tradurle in norme giuridiche. Le disposizioni costituzionali perdono dunque la loro forza obbligatoria, dal momento che non corrispondono più alle posizioni del partito, come sono definite nelle deliberazioni del Comitato Centrale e incorporate in seguito nella legislazione positiva. Ecco perché leggi e decreti passano nell’U.R.S.S. davanti alla Costituzione.
3. La ripartizione dei poteri — Dal punto di vista tecnico la ripartizione dei poteri si conforma al diritto comune federale. Le repubbliche federate si vedono riconoscere la competenza di principio (art. 15), l’unione la competenza d’attribuzione (art. 14). Per le materie federali, l’Unione dispone di poteri più o meno larghi. Nella maggior parte dei casi essa se li riserva a titolo esclusivo, eccezionalmente essa accetta di dividerli con i suoi membri. Essa si limita allora a stabilire i principi fondamentali, lasciando alla legislazione repubblicana il compito di renderle esplicite. Sembra dunque che le esigenze del principio federale siano convenientemente rispettate.
Ma a guardare più davvicino ci si accorge che la realtà si discosta notevolmente dallo schema tracciato dalla Costituzione. I poteri dell’Unione prevalgono in effetti su quelli delle repubbliche. Essi prevalgono anzi per due ragioni. In primo luogo per il loro numero e importanza: non vi sono campi, fino alla salute pubblica, all’educazione, alla legislazione civile e penale, nei quali l’Unione non possa legiferare per l’essenziale; e i poteri propri delle repubbliche si riducono a oggetti d’interesse minore: economia comunale, previdenza sociale, industria locale, arti… Inoltre, cosa più grave, poteri propri non significa affatto «poteri esclusivi». Nulla impedisce all’unione di attribuirsene l’esercizio e di imporre, anche in questo campo, un inquadramento generale unico. Si potrebbe obbiettare l’incostituzionalità di tali pratiche, la risposta sarebbe che una tale obbiezione non è pertinente in una federazione socialista, dove l’unione e i suoi membri sono strettamente solidali. La legislazione federale, qualunque sia il campo in cui interviene, tiene anche necessariamente conto degli interessi particolari delle repubbliche, come dell’interesse generale dell’Unione. Questa beneficia dunque della presunzione di bien légiféré. Tutto ciò che si può esigere da essa è che essa, nel campo d’attività delle repubbliche, dia prova di réserve e di moderazione.[10]
In definitiva, la ripartizione delle competenze è a senso unico: essa gioca in favore dell’unione, mai contro di essa.
4. La legge di partecipazione — Se la partecipazione diretta non è ammessa nella federazione sovietica, per contro, la partecipazione indiretta per il tramite degli organi federali vi conosce una grande estensione, ben più grande di quella che si trova di solito negli Stati federali. Essa vi prende in effetti quattro forme diverse.
In primo luogo la forma classica di rappresentazione delle società componenti in seno al potere legislativo della società composta. Nell’U.R.S.S. questo ruolo spetta al Consiglio delle Nazionalità. Ma a differenza delle Camere federali ordinarie, il Consiglio delle Nazionalità si compone di rappresentanti dei gruppi nazionali elevati dalla Costituzione a soggetti diretti dell’Unione: 2 come Repubbliche Federate, 11 come Repubbliche Autonome, 5 come Regioni Autonome e 1 come Dipartimento Nazionale (art. 35). Questa composizione multiforme lo contrassegna con una particolarità originale. Per la sua posizione il Consiglio delle Nazionalità si avvicina ugualmente a una Camera federale: esso detiene i medesimi poteri dell’altro ramo del Soviet Supremo: il Consiglio dell’Unione. Ambedue concorrono su un piede di parità al voto delle leggi e del bilancio, alla designazione del Praesidium e del Consiglio dei Ministri. Si crederebbe volentieri alla realtà di questa partecipazione, se il Soviet Supremo costituisse effettivamente, come pretende l’art. 30 della Costituzione, «l’organo superiore del potere di Stato» e se esercitasse effettivamente i suoi poteri costituzionali. Sfortunatamente non è così: il Soviet Supremo si riunisce raramente, per sessioni di qualche giorno; esso si accontenta di ascoltare rapporti e discorsi e approva all’unanimità le misure prese dal partito e dal Consiglio dei Ministri.[11]
Si potrebbe dire altrettanto delle tre altre forme di rappresentanza, riservate alle repubbliche federate: quella dei quindici presidenti dei Praesidiums repubblicani al Praesidium del Soviet Supremo, quella dei 15 Presidenti dei Consigli dei Ministri Repubblicani al Consiglio dei Ministri dell’Unione, quella infine dei 15 Presidenti delle Corti Supreme Repubblicane alla Corte Suprema Federale. Si tratta qui di una rappresentanza simbolica, e soprattutto di una via di comunicazione diretta e rapida tra gli organi del Centro e i loro equivalenti nelle Repubbliche.
5. L’autonomia delle Repubbliche Federate — La dottrina sovietica parla con insistenza dei «diritti sovrani» delle Repubbliche Federate; diritti concessi e garantiti dalla Costituzione. Essa si dilunga con compiacenza sui diversi aspetti di questi diritti, la cui estensione e solidità dimostrerebbero la ricchezza dell’autonomia sovietica.[12]
All’esame essi si rivelano tuttavia assai fragili, incapaci in ogni caso di opporre una seria resistenza all’azione del potere centrale. Il diritto d’avere una propria Costituzione (art. 16)? Ma la Costituzione Repubblicana è una copia servile della Costituzione Federale. Inoltre le Repubbliche autonome posseggono ugualmente la loro propria costituzione; nessuno riconosce loro per questo il «diritto sovrano» in questa materia. Il diritto di separarsi dall’Unione (art. 17)? Ma già Lenin metteva in guardia contro l’interpretazione assoluta di questo diritto, la cui attuazione è circondata da molte riserve e suppone il consenso dell’Unione.[13] La sovranità territoriale (art. 18)? Ma le Repubbliche Federali non possono modificare il loro territorio che con l’approvazione dell’Unione. La loro propria cittadinanza? La cittadinanza federale prevale sulla cittadinanza repubblicana (art. 21). Questi pochi esempi, che si potrebbero moltiplicare, bastano a dimostrare l’inanità dei pretesi «diritti sovrani», che non possono realizzarsi che sotto la direzione e il controllo dell’Unione.
D’altronde la sovranità appartiene soltanto all’Unione, e la sovranità di questa esclude quella delle Repubbliche. Per difendere la posizione opposta, la dottrina fa valere tre argomenti: il carattere volontario dell’associazione (art. 13), il diritto di libera uscita (art. 17), le attribuzioni internazionali delle Repubbliche (art. 18). Ma questi argomenti non resistono ad un esame serio. Il primo è una semplice affermazione; per valorizzarlo bisognerebbe che il secondo fosse vero; sappiamo che non lo è. Quanto al terzo, si tratta di un sotterfugio immaginato nel 1945 per rafforzare la rappresentanza sovietica alle Nazioni Unite, e grazie al quale l’Ukraina e la Bielorussia vi sono entrate insieme all’U.R.S.S.. La personalità internazionale delle Repubbliche si limita, a questo.
6. La garanzia giurisdizionale del vincolo federale — Ridotte alla mercé della volontà dell’Unione, le Repubbliche Federate dispongono almeno di possibilità di ricorso contro gli atti del potere centrale suscettibili, a loro avviso, di mettere in pericolo il vincolo federale? Il silenzio della costituzione a questo riguardo non dà luogo ad alcun dubbio. La dottrina è più esplicita. Per essa, il controllo giudiziario è un’istituzione anti-democratica e reazionaria. Anti-democratica perché essa permette alla volontà di qualche giudice nominato di trionfare sulla volontà di un’assemblea eletta; reazionaria perché i giudici si pongono volentieri al servizio della classe dirigente e, all’occorrenza, al servizio del capitalismo.[14]
Così, in U.R.S.S. il controllo politico viene a sostituirsi al controllo giudiziario. Ma quale controllo politico? A chi appartiene? Chi sono i suoi soggetti? In che condizioni si esercita? Qual è la sua sanzione? Su tutti questi punti non si trovano che poche indicazioni nella costituzione, alcune affermazioni gratuite nella dottrina, e nessuna informazione nella pratica. Bisogna dunque limitarsi a delle ipotesi appoggiate, è vero, da alcuni testi. L’art. 14 assegna all’Unione il controllo dell’applicazione della costituzione federale e del suo rispetto da parte delle costituzioni repubblicane. Ma chi se ne incaricherà in nome dell’Unione? Il popolo, dichiara un autore;[15] il Soviet Supremo, afferma un altro;[16] gli organi superiori politici e amministrativi, sostiene un terzo.[17] Si può fare a meno di confutare delle opinioni così divergenti e fantasiose. In realtà, se controllo vi è, esso sarà esercitato da coloro che detengono la realtà del potere. A sua volta l’art. 69, riconosce al Consiglio dei Ministri federale il diritto di sospendere, in certi casi, le disposizioni e le decisioni dei Consigli dei Ministri Repubblicani.
Due testi laconici in tutto e per tutto! Non è molto; ma ciò mostra abbastanza che i controlli previsti riguardano le Repubbliche e non l’Unione. Come accade a proposito della ripartizione dei poteri, il controllo federale è a senso unico; esso non si applica agli atti delle autorità federali. Leggi del Soviet Supremo, decreti del Praesidium, decisioni del Consiglio dei Ministri, sfuggono ad ogni discussione contenziosa da parte delle Repubbliche. Ora, è proprio il potere centrale che rappresenta nell’U.R.S.S. ben più che altrove una grave minaccia contro l’integrità del vincolo federale. Di fronte a questa minaccia le Repubbliche si trovano disarmate.
7. L’attività delle Repubbliche Federali — In posizione di debolezza sul piano del diritto, la dottrina sovietica si rifugia su quello dei fatti. A suo avviso, le garanzie giuridiche e istituzionali non si impongono che alle federazioni borghesi, che conoscono la lotta di classe, l’antagonismo degli interessi e le tensioni politiche. Il capitalismo monopolistico farebbe in fretta a realizzare l’unità totale se la sua azione non urtasse contro ai «freni e contrappesi» del federalismo. La federazione socialista, dove regna la pace sociale, e che ignora le opposizioni politiche ed economiche, può molto bene fare a meno di quei meccanismi di salvaguardia. Nessuna diffidenza separa l’Unione e i suoi membri. Al contrario! La potenza di questi è funzione della forza di quella, e viceversa. E’ perciò, trascurando gli aspetti formali, che il federalismo sovietico si contraddistingue per la ricchezza del suo contenuto, cioè per l’ampiezza e l’importanza dei compiti attribuiti alle Repubbliche.[18]
Nessun dubbio, in effetti, che queste svolgono una vasta attività considerevolmente accresciuta dalle recenti riforme nei campi giuridico economico e sociale. Ma che cosa vi è di straordinario in questo fatto? l’U.R.S.S. è uno Stato socialista; tutto vi è proprietà dello Stato: industria, banche, assicurazioni, commercio estero e interno, agricoltura, Università e scuola, teatro e cinema, ospedali e cliniche, istituzioni sociali e professionali… Che in questa immensa impresa pubblica si dividano e ripartiscano i compiti tra le diverse équipes agenti è più che normale, è indispensabile.
Il volume dei compiti che si eseguiscono è certo importante. Ma è altrettanto importante sapere chi è il padrone della ripartizione dei compiti e in quali condizioni avviene la loro esecuzione. Le Repubbliche determinano liberamente la natura e l’estensione dell’opera che si propongono di compiere? Dispongono di risorse proprie sufficienti a far fronte agli impegni che ne derivano? Possono dedicarsi in tutta libertà alle operazioni giuridiche e materiali necessarie? Rispondere a queste differenti domande vuol dire precisare la parte che incombe loro nell’elaborazione e nell’esecuzione del piano e del bilancio dello Stato. Ora, questa parte è minima. Se è vero che ciascuna di esse ha il suo piano e il suo bilancio, i piani e i bilanci repubblicani si inseriscono tuttavia nel piano e nel bilancio dell’Unione, discussi e decisi discrezionalmente dagli organi federali. Così, il piano generale presiede ai piani particolari e il bilancio federale ai bilanci repubblicani. Necessariamente l’esecuzione del piano e la ripartizione delle risorse non possono, anch’esse, effettuarsi che sotto le istruzioni e sotto la sorveglianza dell’Unione.
In fin dei conti il dominio del potere centrale non si rivela meno grande sul piano delle attività che su quello delle istituzioni.
 
III — Federazione delle nazionalità o Stato dei lavoratori
1. Dicotomia nazioni-lavoratori — Il Manifesto dei comunisti assegna al proletariato la missione storica di costruire una società nuova, la «città dei lavoratori». In questa città, gli uomini, liberati di tutte le alienazioni di cui sono vittime, avendo demolito tutte le barriere che li separano, liberi dal bisogno e dalla paura, devono ritrovare infine la libertà e l’uguaglianza.
Ma la rivoluzione ha avuto la sfortuna di trionfare in uno Stato plurinazionale. Di più: la sua vittoria è contemporanea a quella del nazionalismo. Così nacque l’opposizione tra comunismo e nazionalismo. In ogni luogo il primo si urta col secondo.
Nella sua propria patria inizialmente: l’impero zarista comprendeva 50 nazionalità distinte. Alcune tra di esse si trovavano già contaminate dal virus nazionalista, come gli Ukraini e i Georgiani. Altre ancora assopite non avrebbero tardato a svegliarsi o a risvegliarsi sotto la spinta vigorosa del nazionalismo genitore, come i Tartari e gli Uzbechi. Questo choc si produsse anche in Occidente, dove la situazione sembrava seriamente compromessa. Il nazionalismo vi era in effetti riuscito a annettere il socialismo e con lui, la classe operaia. Il sindacalismo perdeva ogni giorno di più il suo slancio rivoluzionario, e i lavoratori la potenza della loro solidarietà di classe. Le frontiere linguistiche, spirituali e soprattutto affettive, isolavano sempre più le masse operaie dei diversi paesi. Si comprende quindi il furore di Lenin contro i «rinnegati»: Kautsky, Bernstein e i loro accoliti che egli accusava di «tradire il socialismo».
Bisognava fare i conti infine col nazionalismo latente dei popoli d’Asia. Lenin si rivelò qui un veggente. Nel suo «Imperialismo, stadio supremo del capitalismo» egli previde la sconfitta del colonialismo e la sollevazione improvvisa delle masse liberate. Che manna per la rivoluzione comunista questo immenso «proletariato» misero e ignorante. Ma per raccoglierlo non bisogna cominciare col rispettare il sentimento nazionale che lo anima e che è tanto più ombroso quanto più è giovane?
Per tutte queste ragioni ha dovuto venire a un compromesso col nazionalismo. Ma essa non rinunzia perciò al suo fine principale: la repubblica dei lavoratori. Il federalismo viene molto opportunamente a conciliare l’unità dei lavoratori e la diversità delle nazioni. Il comunismo ne farà il catalizzatore delle nazioni. Grazie ad esso, le nazioni marceranno, per un processo dialettico irreversibile, verso la creazione di una nazione nuova, una e universale. Donde questa felice formula già incontrata: «Federalismo a forma nazionale ed a contenuto sociale». Di queste due facce quella sociale è destinata a superare quella nazionale.
2. Le metamorfosi della nazione — «La nazione, scrive Stalin, è una comunità stabile, storicamente costituita, di lingua, di territorio, di vita economica e di formazione psichica, che si traduce nella comunità di cultura. Va da sé, aggiunge, che la nazione, come ogni fenomeno storico, è sottoposta alle leggi dell’evoluzione, possiede una sua storia, un’inizio, una fine… La nazione non è semplicemente una categoria storica, ma una categoria storica di una determinata epoca, dell’epoca del capitalismo in ascesa… La sorte del movimento nazionale, borghese nella sua essenza, è naturalmente legata alla sorte della borghesia… La caduta definitiva del movimento nazionale non è possibile che colla caduta della borghesia…».[19]
Nulla di particolarmente nuovo in questa definizione, se non che essa collega il fenomeno nazionale alla filosofia marxista, lo integra nel movimento generale della storia. Il carattere contingente della nazione ne è il punto centrale. E questa concezione flessibile permette al comunismo di presentarsi come liberatore delle nazioni, ma colla ferma determinazione di condurle lentamente a una fusione totale.[20] Tre tappe punteggiano la strada dell’unità.
La prima è decisiva: la nazione socialista succede alla nazione borghese. La nazione ne subisce una profonda alterazione, i suoi elementi costitutivi ne escono rinnovati. Essa non è più l’oggetto, tra la borghesia e gli operai, di lotte intense, che il modo di produzione socialista elimina completamente e sostituisce con una solidarietà economica senza rotture. Lo stesso processo di unificazione nell’ideologia e nella mentalità: i modi di pensare si avvicinano, le attitudini si identificano, le reazioni si assomigliano. La nazione ne riceve una più forte coesione; essa è tanto più unificata quanto più la classe operaia assume la sua direzione. Nella tappa seguente, quella dell’edificazione del comunismo, la nazione socialista cede il posto alla nazione comunista. Questa trasformazione rinforza il processo di identificazione descritto: le somiglianze si consolidano e si sviluppano, le differenze s’indeboliscono e muoiono. La vittoria del comunismo in tutti i paesi inaugura la tappa finale, quella della fusione.[21]
Queste tesi superficiali, d’un ingenuità scientifica disarmante, potrebbero dispensarci da ogni presentazione, se esse non portassero il marchio ufficiale e non dissimulassero le vedute politiche che orientano gli sforzi del partito in questo campo.
3. I meandri della politica nazionale — In apparenza la Russia bolscevica si mostra generosa per le minoranze nazionali. A differenza della Russia zarista, che praticava una politica di assimilazione e reprimeva senza pietà ogni velleità d’indipendenza, essa favorisce l’apertura e la fioritura delle culture nazionali, moltiplica le comunità nazionali, accorda loro dei poteri più o meno larghi d’autogoverno. Essa comprende così quindici repubbliche federate, diciotto repubbliche autonome, dieci regioni autonome e dieci dipartimenti nazionali. Le repubbliche federate, membri privilegiati dell’Unione, occupano un posto di primo rango; le repubbliche autonome sono in seconda fila: create in seno alle prime, subiscono una doppia soggezione, e le loro libertà sono meno estese. Quanto alle regioni autonome ed ai dipartimenti nazionali, essi sono delle unità amministrative, di carattere nazionale, dotate per questo solo d’una amministrazione e di attribuzioni proprie per la gestione dei loro interessi nazionali. Tutti, l’abbiamo visto, discendono direttamente dalla costituzione federale, e sono direttamente rappresentati al Consiglio delle Nazionalità del Soviet Supremo. Malgrado la fragilità del loro statuto giuridico, l’Unione permette loro di usare la propria lingua nazionale, di coltivare i propri valori nazionali, di salvaguardare la loro personalità nazionale.
Ma a questa politica di facciata si contrappone, meglio si sovrappone, la politica dettata dagli imperativi della futura società comunista di cui si è appena oltrepassata la soglia. Essa tende, lo sappiamo, alla soppressione delle nazioni ed alla distruzione del sentimento nazionale, che non smette di soggiogare il lavoratore, gli impedisce di prendere coscienza della sua appartenenza proletaria. Secondo le circostanze, essa prende a prestito differenti vie. Ai tempi di Stalin, essa non esitava a ricorrere alla repressione brutale, come in Ukraina negli anni ‘30 ,e nel Caucaso durante la guerra. Da qualche tempo, essa si presenta sotto la forma più blanda del «patriottismo sovietico», divenuto il punto di cristallizzazione dell’affettività comune. Ora, la patria sovietica non è la somma dei patrimoni nazionali; essa ne è l’amalgama e la sintesi. Essa è l’espressione di una personalità nuova che l’«uomo sovietico» porta in sé in qualunque luogo si trovi. Ma poiché bisogna pur che questa personalità nuova abbia una sostanza materiale, la si prende molto utilmente a prestito dal «grande popolo russo» la cui ricchezza culturale, la tradizione, la lingua soprattutto, diventano, con questo mezzo, il bene comune di tutti i popoli dell’U.R.S.S.[22] Ecco ciò che permetterà all’unità in marcia di prendere corpo e di inserirsi vittoriosamente sotto il sottile involucro della «forma nazionale».
4. Unità economica e sociale — In uno Stato di ispirazione marxista, l’unità si stabilisce prima di tutto nel settore economico e sociale. La «Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato», adottata dal terzo congresso panrusso dei soviet il 25 gennaio 1918 l’annunzia con tanta enfasi quanta convinzione. Consolidato e allargato durante l’edificazione del socialismo, il nuovo inquadramento trova la sua espressione provvisoriamente compiuta nella costituzione del «socialismo trionfante» che gli consacra, come è giusto, il suo primo capitolo. Il sistema socialista dell’economia, la proprietà socialista dei mezzi di produzione, il principio della pianificazione e l’obbligo di lavorare ne fissano le grandi linee. Nei confronti di questo inquadramento la costituzione si mostra inflessibile, non ammette né deroghe né concessioni. Essa si impone incondizionatamente a tutti, vi racchiude come in un recinto la vita intera del paese. Ogni colpo che le sarà inferto costituisce un delitto di «lesa maestà» e l’autore si vedrà trattato come «nemico del popolo» (art. 131 al. 2).
Quindi il regime economico e sociale delle repubbliche non può essere che il riflesso di quello dell’Unione. Le loro costituzioni copiano, in effetti, senza nulla cambiarvi, le disposizioni imperative del capitolo primo della costituzione federale. All’identità delle istituzioni politiche esse aggiungono quella delle istituzioni economiche e sociali. Strutture uniformi uniscono così gli uomini da un capo all’altro del paese: gli stessi sindacati li riuniscono e li raggruppano nella loro vita professionale; le stesse imprese o gli stessi kolkhoz e sovkhoz li accolgono nella loro vita di lavoro; lo stesso «spirito di emulazione socialista» stimola il loro sforzo intellettuale o muscolare; gli stessi clubs o «parchi della cultura» offrono loro le medesime distrazioni e i medesimi svaghi…; in breve, essi vivono quasi in permanenza negli stessi ambienti rigidi e obbligatori. Si comprende allora che questa base economica comune «suggella l’unione di tutti i lavoratori… determina la comunità dei loro interessi fondamentali, crea l’unità della loro volontà e dei loro sforzi verso il medesimo scopo… genera le condizioni obbiettive per lo stabilirsi dell’unità morale e politica di tutto il popolo multinazionale».[23]
5. Unità giuridica e politica — La lettura delle costituzioni sovietiche è di una monotonia esasperante, esse si assomigliano tutte: a meno di qualche dettaglio, riproducono gli stessi capitoli, la stessa versione dei testi, gli stessi numeri d’articoli. In se stessa, questa omogeneità costituzionale non sarebbe inquietante; se, non traducesse tuttavia l’identità dei principi, delle istituzioni e delle strutture. Semplice specchio della realtà, essa ci rinvia fedelmente l’immagine di questa. L’unità legislativa corrobora l’unità costituzionale. Certamente l’U.R.S.S., che è uno Stato composto, non ignora la pluralità dei legislatori e la varietà degli atti legislativi. Essa soffre della loro pletora più che della loro insufficienza. Tuttavia, pluralità e varietà non portano con sé la diversità dal momento che, sotto forme numerose, una sola volontà si manifesta, quella del partito. In altri termini la legislazione positiva può anche alimentarsi a più sorgenti formali, ma la sorgente materiale resta unica: quella del partito. E quando la dottrina sovietica parla dell’«unità e inviolabilità della legalità socialista» è proprio in questo senso che essa l’intende.[24] La «legalità socialista», strumento di realizzazione del comunismo, che dà forza di legge alle decisioni politiche del partito, non può essere che una e indivisibile. La costituzione federale vi si riferisce implicitamente negli art. 19 e 20. La superiorità delle leggi federali che essa proclama corrisponde meno ai rapporti sistematici che legano gli atti giuridici in una federazione che a questo fatto, normale nell’U.R.S.S., che la volontà del partito riceve la sua prima espressione organica nelle leggi del Soviet Supremo. Considerata sotto questo angolo, si comprende facilmente l’affermazione di primo acchito sorprendente, che le leggi del Soviet Supremo, cioè gli atti del Praesidium e del Consiglio dei Ministri, tanto dell’Unione che delle Repubbliche Federate, mirano alla protezione insieme degli interessi comuni e di quelli particolari.[25] Essa non arriva a confessare l’unità fondamentale della legislazione sovietica, malgrado la molteplicità delle forme che essa prende a prestito. L’unità politica completa la dimostrazione del carattere monolitico dello Stato sovietico. Essa s’appoggia su un dogma indiscutibile e indiscusso: l’unione indissolubile tra il partito, lo Stato e il popolo. Ogni quattro anni si dà l’incarico al popolo di recare in gran pompa, per mezzo di voti massicci, la prova di questa unione. Essa serve per giustificare in termini democratici l’enorme concentrazione di potere tra le mani di un pugno di dirigenti. Il partito, «forza dirigente e direttrice» del paese, diventato così il «depositario della sovranità del popolo», s’impadronisce della totalità del potere, lo esercita senza condizioni né riserve. Evidentemente il federalismo, che ama le tensioni e gli equilibrii, non può sussistere con un tale potere. Nel regno del potere assoluto esso non ha posto.
6. Unità ideologica e culturale — Non è necessario insistere sull’unità ideologica. Essa va da sé, poiché lo Stato sovietico fa del marxismo-leninismo la sua dottrina ufficiale. Occorre ancora che questo si propaghi e si radichi, che esso conquisti gli spiriti e i cuori, che abolisca le credenze ancestrali, le tradizioni secolari, che trasformi le mentalità e i comportamenti; in breve che forgi una cultura e una morale nuove, di cui l’uomo sovietico sia insieme la personificazione e il motore. Chi non vede che, privato di questi fondamenti spirituali, il regime non potrebbe mantenersi se non attraverso il terrore e l’oppressione? Che diverrà allora lo Stato dei lavoratori di cui si annuncia già il prossimo avvento? Cosciente dell’importanza della posta, il partito si è dedicato a questo lavoro l’indomani stesso della rivoluzione. Di questo sforzo metodico e tenace si incominciano già a intravvedere i primi risultati.
Lo Stato s’è visto assegnare una funzione inedita: quella di «educazione, d’incoraggiamento e di persuasione». Questo potere di mobilitazione degli spiriti si aggiunge ai poteri classici di potenza pubblica rinforzata dalla detenzione del potere economico.[26] Come resistere all’azione di un tale Stato, quando soprattutto esso dispone di tutti gli strumenti di propaganda e perseguita senza pietà qualunque pensiero che sia anche solo un poco indipendente? Naturalmente a quest’opera gigantesca di livellamento culturale esso associa tutte le forze vive del paese. I filosofi elaborano una morale comunista fatta di lealismo assoluto alla patria sovietica e alla sua guida, il partito comunista. Gli scrittori creano una letteratura comunista, sintesi di tutte le letterature nazionali, ma sotto l’influenza predominante della letteratura russa. Le opere d’arte si consacrano alla glorificazione del «realismo socialista», lungi da qualsiasi «idealismo piccolo-borghese» o dalle forme decadenti dell’arte occidentale. I sociologi vantano le nuove tradizioni socialiste, come «l’emulazione socialista», «la cooperazione socialista», le feste e il folklore socialisti, ecc. Gli architetti costruiscono delle abitazioni di tipo moderno che rimpiazzano progressivamente le precedenti abitazioni di tipo nazionale. Perfino nel mobilio e nei vestiti uno stile comune sostituisce a poco a poco la diversità degli stili autoctoni.[27]
Così si crea e si diffonde, grazie ad un comune sforzo, una cultura nuova, la «cultura comunista», con un fondo identico di valori, di idee e di tradizioni che gli uomini sovietici condividono, a qualunque nazionalità essi, appartengano. Che rimane allora della forma nazionale? «La lingua come modo d’espressione e di sviluppo della cultura comunista dei popoli» risponde l’autore che traccia quell’immagine idillica ma conturbante della «Città dei lavoratori».[28]
Questa offensiva su larga scala contro il federalismo e i fermenti d’opposizione che esso produce mancherebbe allo scopo se i dirigenti trascurassero di sorvegliarne davvicino il cammino e gli sviluppi. Pertanto essi hanno costituito un vero e proprio arsenale di controlli diversi, che chiudono, come in una rete, l’azione della Repubblica e dei loro organi. La sorveglianza sorge letteralmente da tutte le parti, si combina «colla critica e coll’autocritica», si rifà alla nuova etica, si erige in una sorta di «imperativo categorico» della società sovietica.
Il controllo dal basso per opera delle masse ne è la prima manifestazione. Esso è appannaggio di ognuno e di tutti. Ogni cittadino sovietico deve, in effetti, denunciare le sue proprie mancanze insieme a quelle degli altri. Facendo ciò egli compie un dovere, rende un servizio pubblico. Una procedura ad hoc: quella delle «citazioni e reclami», si trova a sua disposizione.
Lo Stato monopolizza il controllo dall’alto, che non diviene per questo meno multiforme e vario. Esso comprende così il controllo costituzionale già menzionato, quello che esercita il comitato di controllo statale, successore dell’antica Ispezione operaia e contadina, e che porta tanto sui negozi giuridici che sulle operazioni materiali delle amministrazioni e delle imprese; il controllo gerarchico del Consiglio dei Ministri dell’U.R.S.S. sui Consigli dei Ministri delle Repubbliche; infine il controllo finanziario del ministro delle finanze dell’U.R.S.S.
Alla sorveglianza generale della Prokuratoura — terza varietà — bisogna assegnare un posto d’onore. La Prokuratoura è un’amministrazione a parte. Essa è rappresentata a tutti i livelli dell’Unione, dalla Repubblica Federata fino alla più piccola circoscrizione amministrativa. Sottoposti a una forte gerarchia, i suoi agenti non obbediscono che al procuratore generale dell’U.R.S.S.: uno degli alti dignitari del regime, nominato direttamente dal Soviet Supremo. Essi cumulano la funzione di ausiliario del potere giudiziario e quella, ben più importante, di guardiano della «legalità socialista». In questa qualità spetta loro di sorvegliare la «rigida esecuzione delle leggi» e di sanzionare le illegalità commesse. Investiti di poteri considerevoli, con a loro disposizione una notevole quantità di mezzi d’azione, indipendenti dalle autorità che essi controllano, essi non faticheranno a preservare l’integrità della legalità, cioè la volontà del partito.
Il super-controllo del partito corona l’edificio dei controlli sovietici. Esso si manifesta dappertutto e sempre, non si ingombra di alcuna forma, non conosce limiti. Flessibile nei suoi procedimenti, assoluto nella sua estensione, esercitato da agenti allenati e provati, esso è il garante dall’ortodossia politica, come il procuratore lo è dell’ortodossia legale.[29]
Non si vede come le Repubbliche, esposte a tutte queste verifiche e controverifiche, potrebbero prendere delle iniziative, fissare il loro piano d’azione o assicurarne l’esecuzione con qualche libertà.
Tali sono le vicissitudini della Federazione Sovietica. Ma merita essa ancora questo nome? L’U.R.S.S., una federazione? Quando essa domina completamente i suoi membri; complotta incessantemente contro la loro vita; li sottomette, grazie al partito, a una disciplina di ferro; li riduce ad una totale impotenza? Il federalismo, dunque, ha cessato di esistere. Esso ha reso il servizio che ci si attendeva da lui: ha permesso di restaurare e di consolidare, per mezzo del socialismo, l’unità che la Rivoluzione aveva pericolosamente compromesso.
 
N.B. — Le c, s e z contrassegnate dal segno «v» non sono state mantenute per mancanza del carattere tipografico.


[1] Lenin, Soc. 43 ed. t. XIX p. 453; V. anche t. XX p. 28; Cfr. Stalin, Contre le fédéralisme, Soc. t. II p. 29.
[2] Lenin, Soc. t. XIX pp. 72 e 92; t. XXI p. 377; t. XX p. 19; J. Stalin, Le marxisme et la question nationale et coloniale, (Paris, Ed.. Soc. 1949) p. 20 e sg.
[3] Soc. t. XXI p. 377.
[4] Cfr. in questo senso J. Stalin, De la façon de poser la question nationale, in Le marxisme… p. 121, e la risoluzione adottata al X Congresso del partito comunista russo, 1921, ibid. pp. 302-303. V. anche S.M. Ravin, 40 let sovetskogo prava, (Leningrado, 1957) t. I p. 101.
[5] Istorija sovetskoj konstitucii, Sbornik dokumentov, 1917-1957 (Ed. dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, Mosca, 1957) p. 19.
[6] Lenin, L’Etat e la Révolution, in Soc. t. XXV p. 418.
[7] «…il partito preconizza, si legge nel nuovo programma, come una delle forme di transizione nelle vie verso l’unità completa, l’unione federale degli Stati organizzati sul modello sovietico». (KPSS v rezoljucijakh, resenijakh s’ezdov, konferencii plenymov CK. t. I p. 417).
[8] Istorija sovetskoi konstitucii… op. cit. pp. 124-125.
[9] Rapporto al VIII Congresso straordinario del Congresso dei Soviets, 25 nov.-5 dicembre 1936 in Voprosy leninisma IIa ed. p. 515.
[10] S.L. Ronin, Princip proletarskogo internacionalisma v sovetskom socialisticeskom prave (Ed. dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, Mosca, 1956, p. 113 e sgg.); v. anche S.A. Oserov, Sojuznja respublika v sovetskoj federacii, Mosca, 1948 p. 96.
[11] Cfr. gli Editoriali della rivista Sovetskoe Gosudarstvo i pravo, 1956 n. 3, p. 7; n. 10 p. 6; 1957 n. 3 p. 5.
[12] V.S.A. Oserov, op. cit. passim. I. Levin in Sovetskoe gosudarstvennoe pravo, Mosca, 1948, p. 252 e sgg.; N. Farberov, Suverenitet sojllznykh respllblik, Mosca, 1947.
[13] Lenin, Œuvres choisies, Mosca 1948 (Ed. en langues étrang.) t. II pp. 52-53.
[14] L. Levin, Krakh burzuaznoj demokratii i sovremennoe gosudarstvennoe pravo kapitalisticeskikh stran: S.S.A. Mosca, 1951 p. 106 e sgg.; L. Lunc, Sud v Soedinennykh Statakh Ameriki na sluzbe monopolisticeskogo kapitala, Mosca 1948.
[15] Levin in Sov. Goc Pr., op. cit., p. 265.
[16] C.Ja. Jampol’skaja, Organy sovetskogo gosudarstvennogo upravlenija v sovremennyj period, (Ed. dell’Acad. delle Scienze dell’URSS), Mosca, 1954 p. 16.
[17] S.L. Ronin, op. cit., p. 116.
[18] S. Oserov, op. cit. p. 104 e segg.; I. Levin, in Voprosy sovetskogo gosuderstva i prava 1917-1957 (Ed. dall’Accad.-delle Scienze dell’URSS), Mosca, 1957, p. 252 e sgg.
[19] Le marxisme… op. cit., pp. 15, 20 e 27.
[20] «Il fine del socialismo, scriveva Lenin fin dal 1916, non è soltanto la soppressione dello spezzettamento dell’umanità in piccoli Stati e di ogni isolamento nazionale, non soltanto il ravvicinamento delle nazioni, ma la loro fusione… Come l’umanità non può giungere alla soppressione delle classi che attraverso un periodo transitorio di dittatura della classe oppressa, così essa non può giungere all’inevitabile fusione delle nazioni che attraverso un periodo transitorio di completa liberazione di tutte le nazioni oppresse, vale a dire di libertà di separazione per esse». (Soc. t. XXII pp. 135-136).
[21] Lenin, Soc. t. XXII p. 324; Stalin, La question nationale et le léninisme, in Le marxisme, op. cit. p. 249 e sgg.; I. Camerjan, Sovetskoe mnogonacional’noe gosudarstvo, ego osobennosti i p.uti razvitija, (Ed. dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, Mosca 1958) p. 147 e sgg. e 255 e sgg.
[22] Cfr. I. Camerijan, op. cit. passim, soprattutto pp. 24-25, 255 e sgg.
[23] Ronin, op. cit. p. 86.
[24] Ronin, op. cit. p. 121.
[25] Cf. A.E. Paserstnik, Teoreticeskie voprosy kodifikacii ohtcesojuznogo zakonodatel’stva o trude, (Ed. dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, Mosca, 1955) p. 106; V. anche Ronin, op. cit. pp. 118-119).
[26] Cf. C. Ja. Jampol’skaja, op. cit. p. 17 e sgg.
[27] V. su tutti questi punti gli sviluppi suggestivi di I. Camerijan, op. cit. pp. 224-270.
[28] Ibid. p. 262.
[29] Per maggiori dettagli v. il nostro studio: «Le système soviétique de contrôle» in Revue du Droit Public et des Sciences Politiques, 1959 p. 484 e sgg.

 

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