Anno I, 1959, Numero 3, Pagina 113

 

 

Democrazia e nazionalismo
 
ALTIERO SPINELLI
 
 
Il presente articolo si collega da una parte a quello sul carattere dell’antagonismo tra gli U.S.A. e l’U.R.S.S. pubblicato nel numero precedente, e dall’altra a scritti dello stesso autore che seguiranno.
 
 
I
L’esperienza democratica ha avuto inizio con la rivoluzione americana cui ha fatto seguito, pochi anni dopo, quella francese, e si è da allora sviluppata con alterne vicende fino alle sue espressioni attuali. La democrazia è stata una delle possibili risposte al progressivo disfacimento culturale, politico, economico e sociale del vecchio regime monarchico-nobiliare europeo.
A causa della riaffermazione — sempre più autorevole specie nel campo culturale — del filone umanistico della civiltà europea il quale, dopo un predominio quasi millenario del filone cristiano, ricercava ormai apertamente nell’uomo stesso la ragione e la giustificazione della sue istituzioni, era venuta ormai meno la giustificazione in base al diritto divino del vecchio regime. Andava parallelamente in decomposizione la vecchia società economica prevalentemente contadina e artigiana, fondata sulla fedeltà al mestiere e alle regole tradizionali, poco innovatrice, articolata in strutture sociali relativamente stabili. Si indebolivano perciò, e deperivano, i ceti sui quali il vecchio regime si era fondato per secoli. Cominciava ad emergere l’idea dello Stato moderno, di uno Stato che avrebbe dovuto assumere la direzione di una società in profonda e perpetua trasformazione; la cui azione e le cui leggi avrebbero inciso sempre più direttamente e sempre più profondamente su strati sempre più estesi della popolazione sottoposta alla sua giurisdizione. Ceti e classi nuove e più vaste di quelle del passato si interessavano ormai alle attività ed alle istituzioni dello Stato, ed abbastanza presto, prima ancora di qualsiasi effettiva realizzazione democratica, si comprese che lo Stato era destinato ormai a poggiare sulla società tutt’intera, a diventare la cosa pubblica di tutti i suoi cittadini.
La formula democratica dello Stato moderno, fatto per governare la società moderna, ricercata a lungo da molti pensatori politici europei, fu trovata e realizzata per la prima volta dagli Americani verso la fine del XVIII secolo. Essi fusero insieme le tradizioni parlamentari inglesi, i ricordi storici delle repubbliche greche e romane, le teorie politiche dei pensatori politici europei della loro epoca, e in ispecial modo quelle di Montesquieu; lasciarono cadere nel nulla gli elementi monarchici e aristocratici della metropoli contro i quali essi si erano ribellati e che non esistevano nella loro comunità; si resero conto chiaramente che per loro non c’erano secolari strutture economiche e sociali da conservare, ma una società del tutto nuova da costruire, nella quale ogni innovazione sarebbe stata la benvenuta, ed ogni interesse costituito, ogni divisione di classi o di ceti sarebbe stata necessariamente fluida; chiusero infine un occhio per oltre mezzo secolo sull’esistenza della schiavitù in alcune loro regioni, la quale era una istituzione contraddittoria a tutto il resto della loro società; ed impiantarono in casa loro la democrazia.
Il potere politico creato dagli Americani non aveva aspetti misteriosi o mistici; era un insieme prosaico di strumenti che dovevano servire a garantire la libertà dei cittadini, il rispetto del diritto nei loro rapporti, l’indipendenza verso l’esterno, la retta amministrazione degli affari comuni allo scopo di promuovere il benessere generale. Poiché la loro opera doveva servire ai cittadini, i governanti dovevano essere sottoposti al loro controllo. La gara per il potere non doveva essere decisa né dalla forza, né da privilegi ereditari, ma dal consenso, liberamente e periodicamente espresso in forme legali dalla maggioranza dei cittadini. Poiché la società si articolava in varie comunità minori, il potere doveva essere federale, cioè unito ed unico per gli affari di interesse comune, diviso fra le varie comunità ed esercitato solo da esse quando si trattava di affari di loro interesse particolare.
Il carattere puramente razionale e perciò universalmente umano della costituzione americana, ed il suo rispetto per le comunità minori, ha fatto di essa un sistema straordinariamente aperto e vitale. Creata per tredici piccoli Stati prevalentemente mercantili ed agricoli della costa atlantica, ha potuto assorbire una gigantesca immigrazione, estendersi agli attuali cinquanta Stati che giungono fin nel mezzo dell’Oceano Pacifico, e reggere una società altamente industrializzata, attraversando una sola grossa crisi rivoluzionaria — quella della guerra di secessione — e restando sostanzialmente uguale fino ai giorni nostri, in modo che essa è oggi la più vecchia di tutte le costituzioni esistenti, compresa quella inglese, la quale ha ben poco a che fare con quella dell’epoca di Washington e di Hamilton.
Come suole accadere nella storia umana, in cui spesso una forma politica nasce quasi perfetta in circostanze particolarmente favorevoli, ma è poi assai difficile estenderla altrove, l’esperienza americana fu a lungo considerata, fuori dell’America e specialmente in Europa, come cosa marginale, incompleta e povera rispetto alle esperienze politiche europee, e perciò dotata di assai scarso valore esemplare. Però nessuno oserebbe più ormai ripetere questi giudizi, poiché nel frattempo è accaduto che gli Stati Uniti d’America sono diventati il centro più importante e vitale dell’esperienza democratica dell’umanità.
Se si fa eccezione della Svizzera, la quale applicò il principio americano, passando, verso la metà del secolo XIX, dalla confederazione aristocratica alla democrazia federale; dell’Inghilterra e dei paesi scandinavi, i quali trasformarono lentamente, attraverso molteplici compromessi, lo Stato monarchico nobiliare di diritto divino, e seppero avvicinarsi alla sobria concezione dello Stato come semplice gestore degli affari pubblici dei suoi cittadini, nel resto dell’Europa la formula della democrazia federale, del tutto priva di elementi mistici e del tutto razionale, fu bensì intravista in Francia, in Italia, in Germania e nell’impero asburgico durante il lungo travaglio della fondazione degli Stati e delle società moderne, ma fu travolta dall’apparire di un altro avversario del vecchio regime monarchico-aristocratico: il nazionalismo.
 
II
La consapevolezza dell’esistenza delle nazioni si perde nella notte dei tempi. Sempre ci sono stati uomini e famiglie che si sono sentiti più affini tra loro che con il resto dell’umanità per la comunanza di lingua e di qualche altro costume importante. Talvolta questa affinità è percepita solo dalle élites di una popolazione ed è ignorata o solo passivamente accettata dal grosso di essa; altre volte è sentita da tutti i suoi componenti.
Talvolta è stato il potere politico, esercitato per secoli con continuità in modo uniforme a promuoverne quasi inconsapevolmente la formazione, come è accaduto per i Romani, i Francesi e gli Inglesi; assai più spesso la nazione è stata un fenomeno ignorato dalle istituzioni politiche, e che le ha ignorate. Ogni nazione ora si espande ed ora si restringe, ora emerge dalla fusione di nazioni diverse, ora si scinde in nazioni diverse; talvolta scompare del tutto. I confini geografici e culturali fra una nazione e l’altra sono quasi sempre imprecisi e fluidi, perché uomini di nazioni diverse possono convivere su uno stesso territorio, perché particolari gruppi possono sentirsi partecipi di due diverse nazioni, e perché infine accade continuamente che questa o quella popolazione perda certi caratteri nazionali e assimili quelli di una nazione vicina. Per spiegare l’esistenza della propria nazione gli uomini si sono raramente contentati di quel che effettivamente ne sapevano, ma hanno quasi sempre inventato di essa origini favolose e fantastiche missioni storiche. La diversità e la boria delle diverse nazioni suscita assai spesso irragionevoli ma diffuse antipatie reciproche.
In sé la nazione è qualcosa di umanamente comprensibile e anche, entro limiti assai più ristretti di quel che si crede comunemente, di non indegno di simpatia per chi la contempli con distacco. Nella misura in cui i suoi legami affettivi sono sentiti da coloro che la compongono, essa fa fiorire non solo una letteratura, ma anche associazioni, incontri e festività di natura culturale, educativa, religiosa, sportiva, folcloristica e via dicendo. Così è ad esempio accaduto a lungo per gli Elleni, per i Germani, per gli Italiani. Fino a tempi assai recenti, la nazione non è stata tuttavia un principio di organizzazione politica. Nessuna nazione si sentiva politicamente minorata per il fatto di essere divisa fra più Stati, e nessuno Stato, fosse esso monarchico o aristocratico si sentiva incompleto se si estendeva solo su un frammento di nazione o mal costruito, se ne ricomprendeva più di una nel suo seno.
 
III
L’elevazione della nazione a principio di legittimità del potere statale fu opera dei democratici della Rivoluzione francese. Poiché all’inizio di quegli avvenimenti gli innovatori si sentivano essenzialmente cosmopoliti, e la rivoluzione appariva loro come un glorioso dramma dell’umanità tutta intera, si può dire che a trascinarli verso il nazionalismo sia stata assai più la furia degli eventi che i loro propositi. I re di Francia, abituando, attraverso un lavoro plurisecolare, i propri sudditi a vivere sotto un unico potere, a parlare la stessa lingua, a guardare a Parigi come al loro centro culturale e politico, avevano fatto di essi una nazione relativamente più consapevole e più unita di qualsiasi altra di quel tempo, ed avevano ora lasciato loro in eredità un accentratissimo e possente apparato statale. Abolita la monarchia, ma fallito il tentativo, di sopprimere lo Stato centralizzato per la intrinseca debolezza della coscienza democratica in quell’epoca, e dovendosi cercare un nuovo titolare della sovranità che fosse capace di tener testa con successo alla ancor forte tradizione monarchica, la nazione apparve il più possente pretendente al trono vacante. I democratici stessi decisero che lo Stato sarebbe stato d’ora innanzi l’espressione della sovranità della nazione francese. Suscitando in tal modo il nazionalismo, i democratici francesi si illudevano di avere un alleato insieme forte e docile. Forte, perché il sentimento della potenza, aggiungendosi a quello tradizionale della comunità di lingua e di costumi, rafforzava la spontanea boriosa convinzione che la nazione ha della propria superiorità, impregnandola di una possente ambizione politica e di un elevato grado di combattività contro il nemico interno ed esterno; docile perché lo Stato democratico, elevato ad incarnazione della nazione, sarebbe riuscito a ottenere dai suoi cittadini una fedeltà sempre più esclusiva, che né lo Stato del vecchio regime aveva mai posseduto, né una democrazia federale avrebbe potuto esigere.
Da allora, fuorché in Isvizzera, il modello francese fu considerato con ammirazione e con invidia da tutte le altre nazioni, le quali, salvo la Gran Bretagna, la Spagna ed il Portogallo, non erano organizzate in comunità politiche. Parallelamente all’entusiastica scoperta romantica delle ricche e varie culture popolari esistenti presso ogni nazione, cominciò a diffondersi ovunque l’ideale dell’unità e della sovranità nazionale. Sempre più debolmente contestato, sempre più universalmente accettato, il principio dell’unità e della sovranità nazionale è diventato nel XIX secolo e nella prima parte del XX il fondamentale principio di legittimità per gli Stati europei, arricchendosi di giustificazioni mitologiche sempre nuove, e sempre più mirabolanti, come quelle del razzismo, della terza Roma panslava, della rinascita dell’impero romano, e dilagando anche nel mondo coloniale, ove la volontà di emancipazione tende spesso a scoprire o addirittura ad inventare nazioni per appoggiarsi sul loro mito.
Si giunse così ad enunziare il famoso diritto di autodecisione delle nazioni, in base al quale il sentimento di una diversità nazionale giustifica in determinate circostanze la secessione di una minoranza nazionale dal corpo politico cui essa appartiene. Ancor oggi solo gli Stati nazionali sono considerati dalla opinione generale come formazioni veramente «naturali», il che complica sempre notevolmente la vita politica interna del binazionale Belgio, e fa sempre considerare con uno stupore unito ad una punta di incredulità la tranquilla convivenza degli Svizzeri in uno Stato non nazionale.
Poiché dopo la rivoluzione francese i vecchi regimi erano rappresentati soprattutto dai tre imperi sovranazionali, asburgico, russo e turco, la lotta per la democrazia si alleò in modo così profondo con la lotta nazionale da farle apparire come due aspetti inscindibili — l’uno politico e l’altro emotivo — di uno stesso erompente nuovo mondo. In realtà il principio nazionale, che faceva dell’individuo una semplice espressione della nazione e metteva i diritti di questa al di sopra dei diritti di quello, era avverso, nelle sue più profonde implicazioni, all’esperienza democratica, e doveva alla lunga riuscirle fatale. E’ bensì vero che la simbiosi fra democrazia e nazionalismo attenuò inizialmente e per parecchio tempo quel che vi era di velenosamente totalitario in quest’ultimo, facendo sì che chi parlava di nazione parlasse anche nello stesso tempo di libertà. Ma ogni volta che le esigenze nazionali non coincidevano con quelle democratiche, erano sempre queste a piegarsi, poiché la democrazia finiva ormai per apparire come una delle possibili e transeunti forme dello Stato-nazione, il quale era viceversa il vero valore politico permanente ed assoluto.
 
IV
La prima grave sconfitta della democrazia per opera del nazionalismo ebbe luogo, come si è già detto, nel corso stesso della rivoluzione francese. Questa fu salutata in tutta l’Europa come l’inizio di un nuovo mondo da tutte le forze innovatrici. I vecchi regimi crollarono o traballarono fortemente e le nuove repubbliche che sorgevano qua e là cercarono un qualche legame organico con la nuova grande esperienza che partiva da Parigi. Il problema di un’organizzazione democratica europea si pose con assoluta attualità come conseguenza dei successi militari e politici della rivoluzione. Ma i democratici francesi avevano messo la sovranità della mitica nazione francese al posto di quella del re, ed avevano identificato la nazione con l’autoritario ed accentrato Stato ereditato dalla monarchia. Capace di dominare altri popoli, ma non di associarsi ad essi in una più ampia comunità, lo Stato nazionale francese uscito dalla rivoluzione costituì un limite invalicabile all’unità dei popoli, la quale fu ricercata attraverso la forma, necessariamente labile, dell’impero militare di Napoleone.
La seconda sconfitta, assai più grave, perché non fu nemmeno sentita come tale, e fu anzi salutata come un succedersi di vittorie, consistette nella sistematica distruzione di tutto quel che di sovrannazionale c’era nell’esperienza del Sacro Romano Impero e di quanto ne era rimasto ancora in piedi, dopo la sua scomparsa, nella Confederazione tedesca e nell’Impero austroungarico. Queste strutture politiche erano condannate, nelle forme in cui esistevano, perché talmente legate al vecchio regime monarchico-nobiliare in tutti i suoi aspetti politici e sociali, da non essere più capaci di rinnovamento. Ma il principio democratico, proprio nella sua forma più coerente e più elastica, e cioè nella sua forma federale, poteva mantenere le diversità nazionali sul piano delle autonomie locali; ignorava la necessità dei compatti corpi politici nazionali; ed era perciò in sé capace di raccogliere, salvare e perfezionare quell’idea di una grande comunità delle nazioni che era stato l’irrealizzato sogno plurisecolare del Sacro Romano Impero. Voci in questo senso non mancarono, da quelle di von Stein e di Franz a quelle di Proudhon e di Cattaneo, ma il modello francese dello Stato nazionale fu più forte e più seducente. La democrazia ignorò a tal punto in Europa il suo momento federale, che oggi non ci si rende quasi più conto di quanto esso sia necessario all’esperienza democratica non appena questa assuma dimensioni di una certa ampiezza; e si crede comunemente che il federalismo sia solo un’aggiunta, forse utile, forse anche pericolosa perché minaccia l’unità nazionale nel caso del federalismo interno e l’indipendenza nazionale nel caso del federalismo europeo, ma comunque un’aggiunta non strettamente necessaria.
I promotori delle democrazie nazionali del XIX e del XX secolo, da Mazzini a Benes, pensavano beninteso che le rivalità e le guerre europee erano dovute alle ambizioni dei principi, e che le nazioni, una volta assunta la forma di Stati democratici sovrani, avrebbero convissuto in pace fraterna. Ma questo era per loro un vagheggiamento, di cui era bello parlare nelle piccole associazioni di cospiratori che si riunivano in Isvizzera, a Parigi e a Londra, ma cui non faceva seguito nessun programma pratico, poiché ciò per cui essi cospiravano e combattevano, e che in un modo o nell’altro contribuivano a formare, non era la comunità delle libere nazioni, ma la frantumazione progressiva dell’Europa in un vasto coacervo di grandi e piccoli Stati nazionali necessariamente chiusi nelle loro sovranità e divisi. Questo falso cammino della democrazia cominciò con l’unificazione nazionale italiana e finì mezzo secolo dopo con la polverizzazione dell’impero austro-ungarico.
La terza grave sconfitta della democrazia fu quella inflittale da Bismark e dai suoi successori. Il cancelliere prussiano scoprì che era possibile spezzare l’alleanza fra democrazia e nazionalismo con la volontà di potenza di uno Stato fortemente militarista. Per Bismark si trattava ancora di mettere il nazionalismo tedesco al servizio dello Stato prussiano, e la Germania non era per lui che l’appendice imperiale della Prussia; ma una volta creato lo Stato tedesco, già per Guglielmo II la fusione fra nazionalismo e Stato militarista non significava più Prussia, ma Germania. Della democrazia Bismark si limitò ad assumere nella sua costruzione qualche istituto, quale il suffragio universale, non già per sottoporre l’apparato statale al controllo dei cittadini, ma solo per creare un comodo strumento di comunicazione fra il potere politico ed i suoi sudditi, ed un contrappeso alle eventuali volontà secessioniste dei principi immessi nel nuovo Stato tedesco.
 
V
Attraverso queste successive inevitabili sopraffazioni del principio nazionale su quello democratico la storia della creazione dell’Europa moderna, iniziatasi come tentativo di far sorgere un Europa del popolo, cioè dei liberi cittadini politicamente organizzati, è diventata di fatto la storia delle successive vittorie del nazionalismo.
Essendo i limiti interni ed esterni di ogni nazione fluidi ed imprecisi, non si può dire che il principio nazionale abbia trovato applicazione sempre ed integralmente. Ma ogni volta che governi o rivoluzionari, progettando l’espansione territoriale di uno Stato, la creazione di un nuovo Stato, la mutilazione o la distruzione di uno Stato esistente, hanno potuto addurre a propria giustificazione il principio dell’unità e della sovranità nazionale, questi progetti hanno sempre goduto di un assai largo pregiudizio favorevole. Uno Stato che controllava solo una parte di una nazione sentiva come sua naturale missione l’unificazione nel suo seno di tutto il resto della nazione, e se nel fare ciò finiva con l’inghiottire qualche minoranza nazionale diversa, si proponeva con la massima naturalezza di assimilarla alla nazione dominante. Ogni crisi internazionale è stata una buona occasione per tradurre sempre più in realtà il principio nazionale. Ogni volta che una qualsiasi manifestazione di intolleranza, per assurda, iniqua ed anche bestiale che fosse, ha potuto presentarsi come una aspirazione nazionale, è stata considerata, in qualche modo, sacra.
Per misurare in qual misura il principio nazionale ha trasformato la realtà politica, basta confrontare la carta europea del 1939, subito dopo Monaco — che è il momento in cui il principio dell’unità e della sovranità nazionale, alla vigilia del proprio crollo, aveva raggiunto il più alto grado di realizzazione — con la carta di un secolo prima.
Entro questo breve periodo, se si fa eccezione della Svizzera, solidamente assisa sul principio della democrazia federale, tutti gli Stati che non erano conformi al principio nazionale sono stati spazzati via.
Ma il processo di nazionalizzazione va ben oltre la rimanipolazione delle frontiere. Ai suoi inizi proclamarsi cosmopolita era un titolo di gloria; alla sua fine era diventato un titolo di vergogna, evitato persino da coloro che si sentivano tali. Ancora verso la fine del XIX secolo c’erano correnti politiche assai diffidenti verso il nazionalismo; si trattava di quelle correnti che stavano ancora all’opposizione nell’interno dei singoli Stati e rappresentavano gruppi sociali, i quali cominciavano appena ad entrare nella vita politica attiva: le sinistre democratiche che diffidavano dell’eccessivo potere dei militari, i socialisti cui si opponevano le superiori necessità della nazione per rifiutare l’accoglimento delle loro esigenze di giustizia sociale, i democratico-cristiani che diffidavano della nazione per il suo carattere di pseudo-religione. Oggi non ce n’è più nessuna che non sia entrata in un modo o nell’altro nello schema dello Stato nazionale e che non metta innanzi con compunta unzione i propri sentimenti nazionali e patriottici.
Ai suoi inizi lo Stato nazionale, mentre spezzava le barriere interne e promuoveva l’unità economica dei suoi territori, teneva anche il proprio paese largamente aperto ai traffici mondiali, alle migrazioni, ai movimenti internazionali di capitali e di servizi. Progressivamente sono apparsi dazi protettivi, contingentamenti, controlli monetari, cacciate di capitali esteri, freni alle emigrazioni, privilegi per i lavoratori nazionali, legislazioni sociali differenti, pianificazioni nazionali. Le economie che secondo le ingenue previsioni dei liberali del primo Ottocento avrebbero dovuto portare all’unità del mondo, sono state nazionalizzate, diventando una delle principali armi della potenza nazionale.
L’educazione popolare, che per necessità intrinseca della società moderna si è andata sempre più diffondendo, ed è diventata un importante ramo dell’attività dello Stato, è stata tutta informata all’esaltazione della nazione, non ha arretrato dinnanzi alle più grossolane contraffazioni della storia e delle tradizioni, ed è giunta a far sì che per le nuove generazioni formate nel suo clima la nazione con le sue pretese di priorità su ogni altro valore politico appaia come qualcosa di assoluto, occupando nella coscienza zone prima riservate ai valori della religione e della ragione.
Le guerre hanno cessato di essere sentite e volute solo dai principi, il che aveva il vantaggio di far sì che esse fossero modestamente concepite per conquiste marginali di questa o quella provincia, di questa o quella colonia. Sono diventate guerre sempre più totali, cui la nazione tutt’intera ha partecipato, dapprima sentimentalmente, e poi sempre più anche fisicamente. Chi dissentiva era considerato come traditore, passibile delle più gravi pene. Si sono sviluppati odi tremendi ed ottusi contro la nazione avversa tutt’intera, contro cui si formulavano calunnie e maledizioni e di cui si desiderava l’umiliazione, la mutilazione, talvolta persino la distruzione.
In quanto proclamava in ogni paese la sovranità e la superiorità della propria nazione questo principio portava in sé l’ideale della trasformazione della nazione stessa in una disciplinata ed unitaria orda più animalesca che umana, e perciò la soppressione della democrazia e delle sue libertà. Dopo essersi manifestata qua e là in modi incompleti, questa conseguenza si è infine manifestata appieno nel fascismo e nel nazismo.
Poiché, infine, il nazionalismo trasformava l’Europa in un insieme di comunità chiuse in flagrante contraddizione con lo sviluppo della scienza e dell’economia, le quali esigevano comunità sempre più aperte e più complesse, esso ha generato un crescente disordine internazionale. Per uscire da questo disordine non sembrava esserci altra via fuorché quella che consisteva nel tentativo della nazione più forte di sottomettere al proprio impero, tutt’intorno a sé, le altre nazioni — il che era insieme il trionfo finale del principio nazionale per le nazioni più forti, e la sua liquidazione per le più deboli.
 
VI
La democrazia è riuscita a venire a capo dell’assalto nazionalista ed a riprendere la propria esperienza almeno su una parte della terra, grazie all’eroica resistenza, nel momento decisivo, dell’Inghilterra in cui erano nate le libertà moderne ed al successivo intervento del popolo americano che per primo aveva fondato la propria esistenza sul principio democratico. Dopo la caduta dell’effimero impero di Hitler, mentre l’Europa orientale passava dal dominio nazista a quello comunista, nell’Europa, occidentale, fuor che nella Spagna e nel Portogallo, l’esperienza democratica iniziava un nuovo ciclo, reso possibile dell’aiuto economico e militare degli Stati Uniti, e destinato a svolgersi sotto il segno della rivalità con l’esperienza comunista e con la potenza sovietica.
Le disavventure del passato e la presenza di un nuovo possente avversario hanno notevolmente contribuito a far sì che la consapevolezza dei valori e dei problemi propri del modo di vivere democratico siano stati questa volta assai maggiori che nel passato.
Anzitutto sono assai più vigili la volontà di mantenere le libertà fondamentali e la coscienza che il potere politico non ha valore assoluto, ma è uno strumento di azione collettiva a servizio dei cittadini e sottoposto al loro controllo. Talmente diffusa è l’avversione verso le dittature ed i regimi totalitari che, mentre nel passato a disprezzare la democrazia si passava per spiriti forti, ed i partiti totalitari, fossero essi fascisti o comunisti, proclamavano apertamente la loro volontà di metter fine alle imbelli ed inefficaci democrazie, oggi i primi si sono praticamente disfatti ed i secondi hanno inventato tutto un apposito nuovo vocabolario politico allo scopo di velare il proprio carattere totalitario.
In secondo luogo è praticamente sormontata la concezione puramente liberale della democrazia, che considerava come una minaccia alle libertà l’intervento dei poteri pubblici nella produzione e della redistribuzione del reddito. Si è compreso che l’abolizione della miseria, l’uguaglianza delle opportunità per tutti i cittadini, la sicurezza sociale, la assunzione di responsabilità crescenti da parte dei lavoratori nel processo produttivo, la lotta contro monopoli e feudalità economiche, la sorveglianza pubblica sul ritmo degli investimenti e sull’andamento del ciclo economico, sono tutte esigenze che fanno parte in modo essenziale dell’esperienza democratica. Loro portavoce è stato in Europa il movimento socialista nelle sue varie forme. La tenace resistenza delle classi benestanti e la confusione di idee circa il proprio significato storico e politico che regnava nel campo socialista, hanno fatto sì che il socialismo sia stato a lungo considerato, e si sia esso stesso considerato come radicalmente opposto alla democrazia. Ma ormai la resistenza conservatrice è stata vinta nei paesi più avanzati; il comunismo, che era il vero elemento antitetico alla democrazia, si è separato dal socialismo, e questo è diventato in modo definitivo ed incontestato una componente dell’esperienza democratica. In America questo arricchimento sociale della democrazia, è stato meno drammatico e non ha nemmeno assunto le forme del socialismo, ma solo quelle del new deal, contribuendo del resto non poco all’evoluzione in senso democratico costruttivo del socialismo europeo. Il modo di affrontare i problemi economici e sociali continua nei suoi dettagli a costituire argomento di vivaci lotte politiche, soprattutto nei paesi economicamente e socialmente più arretrati, ma si tratta ormai di una normale manifestazione politica dei paesi democratici e non più, come era invece nel passato, di pericolose crisi politiche che minacciavano l’esistenza stessa delle istituzioni libere.
Il terzo problema che era sembrato nel passato assai difficile a trattare, e che si è invece avviato verso un ragionevole componimento, è quello del rapporto della democrazia con il cristianesimo, e più precisamente con il cattolicesimo che è fra le chiese cristiane la più impregnata di esigenze politiche. La chiesa cattolica ha nutrito una lunga e forte avversione contro la democrazia moderna, la quale è stata essenzialmente un prodotto dello spirito umanistico e di quel che di umanistico era penetrato in alcune chiese cristiane; ed è stata contraccambiata con un’analoga avversione da parte dei democratici. Legata per molteplici ragioni storiche e per numerosi privilegi al vecchio regime monarchico-nobiliare, essa ne ha sognato per lungo tempo la restaurazione ed ha perciò lanciato l’anatema contro la democrazia in tutte le sue forme, da quelle prudenti e moderate del liberalismo, a quelle più radicali del socialismo. Quando ha cominciato ad intervenire nella lotta politica democratica l’ha fatto con il dichiarato proposito di considerarla come provvisoria e di profittare delle sue libertà per svuotarla e sopprimerla. E’ sempre stata assai poco nazionalista, sia a causa dell’universalità della sua religione, sia perché fiutava nel nazionalismo una pseudo-religione, ma non ha esitato mai ad accettare l’alleanza con esso, ogni volta che il nazionalismo si opponeva apertamente alla democrazia, ed ha accettato volonterosamente di degradarsi ad instrumentum regni di ogni governo autoritario nazionalista che fosse disposto ad accettare il connubio con lei. Tuttavia l’assoluta inverosimiglianza di una restaurazione del vecchio regime, l’amara esperienza del nazionalismo al potere, e l’attuale formidabile presenza del comunismo, hanno contribuito a modificare profondamente il suo atteggiamento verso la democrazia. Nel seno del cattolicesimo si sono sviluppate le dottrine personalistiche, che sono una maniera di riaffermare la priorità dell’individuo rispetto ai poteri collettivi. Le dottrine corporativistiche, che erano state la idealizzazione dell’antico regime economico e sociale, sono state sommerse dalla problematica liberista e socialista, divenuta prevalente anche nelle file cattoliche. I partiti di ispirazione cattolica hanno ormai accettato le regole della vita democratica come norme da rispettare e da salvaguardare e non come fortezza in cui entrare a guisa di cavalli di Troia allo scopo di espugnarle e demolirle. E’ anzi loro accaduto in alcuni paesi di essere la forza politica protagonista della restaurazione democratica di questo dopoguerra. L’inserimento del cattolicesimo nella vita democratica non è ovunque ugualmente riuscito, poiché dove sussistono regimi autoritari di ispirazione cattolica, come in Ispagna, la chiesa resta loro abbarbicata, e nei paesi con istituzioni democratiche più superficiali, come l’Italia, si levano ancora voci che esprimono il desiderio di ristabilire un giorno in Europa una comunità con preponderanza organicamente istituzionalizzata della Chiesa. Sarebbe tuttavia un grossolano errore considerare queste manifestazioni, che sono residui di atteggiamenti sorpassati, come la caratteristica principale dell’attuale orientamento politico cattolico, così come sarebbe un errore giudicare l’orientamento umanistico attuale sulla base delle residue manifestazioni di intransigente anticlericalismo. In realtà anche il pensiero politico di orientamento umanistico ha subito un’analoga evoluzione. Consapevole ormai del pericolo totalitario insito nel potere in quanto tale, esso ha lasciato cadere la formula dello Stato etico, che faceva di esso un contraltare alla Chiesa, riconoscendo che lo Stato non ha altro compito che quello di amministratore degli affari pubblici di tutti i cittadini, e non ha perciò quella fondamentale missione di laicismo anticlericale che gli si attribuiva in un non lontano passato. Nella politica quotidiana il dibattito fra laici e cattolici continua, ora più ora meno vivace, come continuerà sempre finché queste due correnti spirituali saranno vive, ma non verte più sulla natura dello Stato e sull’antagonismo tra Stato e Chiesa, bensì solo su particolari legislativi concernenti l’educazione, il matrimonio, la proprietà ecclesiastica, cioè su questioni che possono essere affrontate e risolte in modi vari nell’ambito dell’esperienza democratica senza metterla in pericolo.
Questa accresciuta capacità delle democrazie europee di affrontare la lotta politica nel rispetto delle regole democratiche, anche quando si tratta di problemi di struttura economico-sociale e di politica ecclesiastica, non vanno tuttavia considerate come acquisizioni del tutto definitive. Se per altre ragioni la democrazia si dovesse mostrare incapace di affrontare alcuni dei problemi basilari di fronte ai quali la storia la pone oggi, e dovesse perciò entrare in crisi, le riconciliazioni sopra accennate crollerebbero assai rapidamente, ed assisteremmo ad una ripresa della polemica antidemocratica, ad una ricaduta nelle più ottuse ed aspre manifestazioni di spirito di classe, ed in un rinnovato prevalere di tendenze antidemocratiche nel seno delle correnti politiche cattoliche. Bisogna anzi dire che in paesi come la Francia e l’Italia i segni premonitori di questo processo di decomposizione sono già evidenti. Ed essi non sono dovuti all’intrinseca difficoltà né dei problemi sociali né di quelli confessionali, né di quelli connessi con le strutture democratiche in quanto tali, ma sono conseguenze o riflessi di un male più profondo.
 
VII
L’esperienza democratica di questo dopoguerra, quantunque uscita da una lotta mortale con il nazionalismo, non è infatti stata capace finora di eliminare dal suo seno la principale e fondamentale sua manifestazione, che è il principio della sovranità nazionale in Europa.
Le condizioni favorevoli al suo superamento erano numerose negli anni dell’immediato dopoguerra. La nausea per le ideologie nazionalistiche era generale. Non solo in Germania e in Italia il nazismo ed il fascismo suscitavano ormai lì orrore e qui scherno nei rispettivi popoli, ma anche nei paesi che erano stati oppressi il rancore nazionale contro gli aggressori si era dissolto con una straordinaria rapidità. I comunisti hanno continuato a puntare sul nazionalismo antitedesco in Europa occidentale, ma senza apprezzabile successo. Ovunque i partiti che sono prevalsi, fossero essi di ispirazione cattolica, socialista o liberale, parlavano di Europa assai più che di nazione. Chi continuava a pensare all’avvenire politico in termini apertamente nazionali era messo da parte, anche se aveva avuto, come il generale De Gaulle, grandi meriti nella resistenza.
Quelle che erano state le colonne dei templi nazionali — le diplomazie, gli stati maggiori, le industrie protette — erano crollate, poiché, ad eccezione dell’Inghilterra e del paio di paesi che per caso erano riusciti a restare neutrali, gli Stati europei non avevano più né politica estera propria, né forze armate, né economie funzionanti. La paura di cadere sotto il dominio dell’impero sovietico favoriva inoltre il riavvicinamento dei paesi d’Europa che non erano stati occupati dai Russi. Gli Stati Uniti d’America, mossi dal proprio interesse e dalle loro tradizioni, favorivano apertamente il superamento del nazionalismo nel quadro dell’unificazione europea.
Durante la guerra, nel seno della resistenza, la quale, se non ebbe la forza di liberare l’Europa, diede tuttavia l’ispirazione ideale alla rinascita della democrazia, si era fatta, sentire una duplice critica contro l’idea dello Stato nazionale sovrano. Da una parte si pensava di metter fine al suo carattere unitario, trasferendo a corpi politici intermedi molte delle funzioni che esso aveva accentrate non perché fosse più ragionevole esercitarle sul piano nazionale anziché regionale, ma perché ciò serviva agli scopi di potenza della nazione. D’altra parte si pensava di trasferire ad una comunità sopra-nazionale altre funzioni che nelle mani dello Stato nazionale producevano conseguenze nefaste ed impedivano lo sviluppo effettivo di quella solidarietà fra popoli nella pace e nella libertà, la cui necessità era paradossalmente dimostrata dallo stesso conflitto e dalle sue conseguenze.
Ma queste nuove idee di un federalismo interno e sopranazionale, assai più conformi ai princìpi della democrazia di quanto fosse lo Stato-nazione, se erano sentimentalmente accolte con simpatia, assai raramente giungevano al livello di una precisa e decisa volontà politica, e non suscitavano il senso di una radicale polemica contro lo Stato-nazione, ma apparivano piuttosto  come progetti di correzioni da apportare a questo o a quell’aspetto del principio nazionale, senza diminuirne sostanzialmente la validità.
Per tutti gli avversari di Hitler — dai Russi agli Americani, dalle resistenze dei paesi occupati, che assai caratteristicamente si chiamavano movimenti di liberazione «nazionale», alle cospirazioni antihitleriane che si formavano in Germania — le istituzioni libere erano gli abiti, definitivi per i democratici, provvisori per i comunisti, di cui occorreva rivestire l’Europa dopo la distruzione del III Reich; ma di abiti per l’appunto si sarebbe trattato e non dei corpi che li avrebbero indossati. Era per tutti l’evidenza stessa che si dovevano ricostituire gli Stati nazionali quali esistevano in Europa prima delle aggressioni hitleriane, tutt’al più con alcune rettifiche di frontiere e con alcuni brutali spostamenti di popolazioni, da effettuare però, le une e gli altri, allo scopo di dare ovunque una ancor maggiore compattezza nazionale ai singoli Stati.
Il fondamentale principio di legittimità dei nuovi poteri pubblici non diventava in Europa quello della comunità democratica federale, articolata in modo da permettere ai suoi cittadini di affrontare i problemi comuni al livello locale, regionale, nazionale e sovranazionale in cui essi effettivamente si ponevano, ma restava, come un incomprensibile ma non violabile tabù, il principio dello Stato nazionale sovrano. Anche la Germania, che era riuscita a dare del nazionalismo la più infernale espressione, continuava a costituire esclusivamente un problema nazionale, dal momento che per tutti gli altri popoli intorno ad essa si cercavano e si trovavano solo soluzioni nazionali. I suoi stessi nemici, pur sentendo confusamente di trovarsi dinnanzi ad un problema che assai mal si prestava a soluzioni nazionali, non erano capaci di uscire dagli schemi della legittimità nazionale; e nell’atto stesso in cui ponevano fine allo Stato tedesco, dividendone il territorio in separate zone di occupazione militare, dichiaravano a Potsdam di voler considerare la Germania come un’unità economica, prevedevano la creazione di un apparato amministrativo tedesco, e promettevano di dare un giorno al popolo tedesco un posto fra le nazioni libere e «amanti della pace».
 
VIII
E’ così accaduto che, prigionieri del loro passato, i democratici delle singole nazioni europee non hanno tratto alcuna lezione dalle catastrofi generate dal principio dello Stato-nazione. Non si sono accinti alla demolizione delle bardature politiche che abusivamente le nazioni si erano date nel precedente secolo e mezzo. Non hanno profittato della straordinaria congiuntura favorevole per tentare di costruire comunità moderne che fossero più conformi ai loro propri principi. Senza aver nulla dimenticato e nulla appreso, si sono sentiti in dovere di concentrare i loro più tenaci sforzi nel senso della restaurazione degli Stati nazionali, di cui riprendevano ora possesso non per virtù propria, ma grazie agli eserciti ed alla politica anglo-americana.
Avrebbero dovuto proporsi di trasferire progressivamente l’amministrazione di buona parte degli affari interni a comunità regionali. L’esperienza europea stava lì a dimostrare al di là di ogni possibile dubbio la superiorità della vita politica norvegese, danese, olandese, svizzera su quella francese, tedesca, italiana; ed invitava a riflettere sul vantaggio della costruzione di vigorose democrazie locali e regionali. Invece i democratici francesi hanno lasciato cadere ognuna delle idee che avevano coltivate durante la resistenza circa la riforma del loro accentratissimo Stato e lo hanno ricostruito tale quale era stato nel passato; i democratici italiani sono arrivati ad iscrivere nella loro costituzione le autonomie regionali, ma, salvo alcune eccezioni periferiche imposte dalle circostanze più che liberamente volute, si sono dimenticati di quanto avevano promesso; quelli tedeschi hanno accettato obtorto collo il federalismo interno, solo perché è stato loro imposto dai vincitori come condizione per la restaurazione del loro Stato.
Avrebbero dovuto proporsi di trasferire ad istituzioni federali europee la politica estera, militare ed economico-sociale. La presenza delle potenze americana e sovietica — per non parlare del sorgere, su un più lontano ma già visibile orizzonte, dell’India e della Cina — stava lì a dimostrare che diplomazia ed arte militare erano passate dal quadro dell’equilibrio europeo a quello dell’equilibrio mondiale, e che le nuove economie avevano ormai bisogno di dimensioni politiche continentali per produrre tutti i frutti di cui la scienza e la tecnica le rendevano capaci. Invece i democratici d’Europa hanno profittato del lungo periodo di generosa tutela americana per tentare di restituire ai loro Stati il ruolo di potenze nazionali. Hanno cominciato sul piano economico, utilizzando gli aiuti del piano Marshall offerti loro per costruire un’economia europea unificata, ed hanno rimesso in piedi i loro sistemi economici nazionali. Hanno proseguito sul piano militare utilizzando la protezione americana fornita dal patto atlantico per ricostruire eserciti nazionali. Giunti infine ora sul piano diplomatico, profittano dei tentativi russo-americani di elaborare le regole della coesistenza competitiva per tentare di riprendere man mano l’indipendenza nazionale in politica estera.
Nel quindicennio trascorso dalla fine della guerra ad oggi, più volte si sono presentate circostanze che facevano apparire insieme utile e possibile l’unificazione europea, ma poiché il prezzo da pagare era l’abbandono del principio della sovranità nazionale, i democratici nazionali d’Europa hanno compiuto gesti superficiali di cosiddetto europeismo ed hanno lasciato passare le occasioni propizie, sabotando le loro stesse iniziative e producendo un vero e proprio fuoco d’artifizio di istituzioni europee, regolarmente sprovviste di poteri reali e di controllo democratico. Al bisogno di unità politica si è risposto con quell’inutile parlatoio che è il Consiglio d’Europa; al bisogno d’unità militare si è risposto con il fantasma dell’Unione Europea Occidentale; al bisogno di unità economico-sociale si è risposto con l’OECE, la CECA, la C.E.E. e l’Euratom, che sono tutti organismi di collaborazione internazionale, capaci di funzionare solo finché gli Stati che li compongono hanno interesse alla collaborazione, e che restano paralizzati ogni volta che l’interesse prevalente in questo o quello Stato è in contrasto con l’interesse europeo.
Se fossero stati all’altezza della situazione, se avessero compreso il terribile giudizio negativo che le due guerre mondiali, e quel che ad esse era seguito, hanno dato dell’epoca dei nazionalismi europei, i democratici avrebbero separato completamente le loro ragioni da quelle del nazionalismo, avrebbero contestato il principio stesso della fusione fra nazione e potere politico, si sarebbero sforzati di ricondurre la nazione al suo naturale piano di unità linguistico-culturale e di ridurre perciò progressivamente gli Stati nazionali a semplici ministeri dell’educazione popolare e della tutela dei costumi nazionali. Invece quando si sono trovati al governo hanno parlato e gesticolato di Europa, ma hanno operato solo nel senso delle ricostruzioni nazionali; e quando si sono trovati all’opposizione hanno acuito il loro atteggiamento nazionale, dichiarandolo più autentico e più coerente di quello dei governativi, troppo intriso, a parer loro, di europeismo, e perciò troppo poco vigile dei supremi interessi nazionali.
Il primo esempio, ed in un certo senso il meglio riuscito, di questo neo-nazionalismo democratico, dal 1945 in poi, è stato fornito dagli Inglesi, che hanno dimenticato la proposta churchilliana di federazione franco-britannica ed il federate or perish di Attlee, e con superlativa abilità hanno sabotato ogni iniziativa di unificazione europea, nell’illusione di essere ancora il centro di un ormai evanescente impero mondiale, e di un equilibrio europeo che non esiste più. Seguirono i democratici francesi. Il dramma della loro impotente esitazione fra nazionalismo e colonialismo da una parte, federalismo europeo ed africano dall’altra, nonché la tragicomica loro capitolazione dinnanzi all’idea della grandezza nazionale ed all’uomo che la incarnava son cose troppo note per doverle qui ricordare nei loro dettagli. Più lento ma uguale è stato il cedimento dei democratici italiani che, sia pure inconsapevolmente, si erano forse spinti più di tutti gli altri sulla via del federalismo europeo per poi tornare alla tradizionale politica italiana di aspirante grande potenza. Fra i minori Stati democratici d’Europa, che avevano tutto da guadagnare e nulla da perdere impegnandosi a fondo nella costruzione degli Stati Uniti d’Europa, alcuni sono rimasti chiusi in se stessi, ed altri hanno partecipato all’europeismo governativo soprattutto come cavillosi difensori dei loro particolarismi e facendo perciò regolarmente il giuoco delle esitazioni nazionaliste dei più grandi. I democratici tedeschi non fanno eccezione alla regola, ma poiché la questione della restaurazione dello Stato nazionale tedesco presenta aspetti speciali sia per i tedeschi che per l’intero mondò democratico, e dovremo perciò esaminarla a parte, basti qui averla ricordata.
 
IX
Accettando il principio della sovranità nazionale come fondamento della legittimità dei propri Stati in Europa, l’esperienza democratica ha reintrodotto nel proprio seno un’insidiosa malattia il cui decorso può essere così riassunto.
Poiché la ricostruzione della vita civile ha avuto luogo nei singoli paesi d’Europa sotto la direzione politica di governi nazionali nel quadro di leggi nazionali mediante l’attività di partiti nazionali, tutto ciò che aveva o poteva assumere forma nazionale acquistava automaticamente un forte rilievo, mentre tutto ciò che aveva o avrebbe dovuto assumere forma sopranazionale restava informe, sfuggendo all’attenzione, o tutt’al più si deformava riducendosi ad oggetto della politica estera nazionale.
Una volta portata a termine la restaurazione dell’economia, delle forze militari e delle idee politiche secondo le categorie dello Stato-nazione, la solidarietà fra le diverse nazioni democratiche è andata perdendo ogni più profondo significato, e si è trasformata in espressione di un semplice calcolo politico. Le esigenze di unità, di grandezza, di prestigio, di indipendenza, di potenza della nazione sono diventate coefficienti via via più importanti nella determinazione di questo calcolo. La politica di integrazione economica non è stata perseguita nella prospettiva di dare una solida base materiale ad una più vasta comunità democratica. Abbandonata esplicitamente ogni velleità soprannazionale, essa è accolta dal singolo Stato perché e finché conviene al potenziamento della sua economia nazionale. E’ questo il senso che hanno ormai le cosiddette comunità economiche ed i dibattiti sulla zona di libero scambio. La solidarietà diplomatico-militare delle democrazie europee fra loro e con l’America è anch’essa subordinata sempre più al criterio della convenienza di ogni singolo Stato nazionale. E’ stata forte finché l’U.R.S.S. di Stalin mostrava di non aver compreso le nuove regole della coesistenza competitiva e minacciava perciò ad ogni momento lo scatenamento della guerra totale. Resiste sempre più difficilmente al nuovo clima della coesistenza competitiva. La sproporzione di forze e di responsabilità fra l’America e gli Stati europei suoi alleati genera fra questi un senso di umiliazione e di frustrazione nazionale, che si traduce in un diffuso e crescente antiamericanismo, quantunque tutti sappiamo che la sicurezza europea dipende oggi essenzialmente dall’esercizio dell’egemonia americana nel campo democratico. Il desiderio di riaffermare la propria indipendenza nazionale fa sorgere in questo o quel circolo diplomatico, in questa o quella corrente politica l’inverosimile idea di un ritorno dalla politica dell’equilibrio mondiale a quella dell’equilibrio europeo, quantunque tutti sappiamo che le forze reali costituenti l’equilibrio non sono più oggi le potenze europee, ma le potenze mondiali, e che perciò in realtà si tratterebbe non di equilibrio ma di balcanizzazione del l’Europa.
I progetti in questo senso sono vari e variabili, a seconda del modo in cui questa o quella corrente vede gli interessi del proprio Stato-nazione, ma sono tutti presi ogni giorno di più seriamente in considerazione. Alcuni pensano alla neutralità possibilmente di tutti gli Stati europei, o quanto meno del proprio. Altri progettano la neutralizzazione della Germania e di più o meno vaste zone intorno ad essa. Altri ancora preferiscono stabilire più stretti rapporti bilaterali con l’America nella speranza che questa maggior prova di fedeltà porti l’America a sostenere con maggior impegno le aspirazioni nazionali proprie. In Inghilterra si spera di riconquistare il ruolo di moderatore e di ago della bilancia sia nel sistema della politica mondiale, sia in quello della politica europea. In Francia si sognano tutte le assicurazioni e contro-assicurazioni diplomatiche possibili; l’amicizia con l’America contro lo strapotere russo e con la Russia contro lo strapotere americano, con l’Inghilterra contro il primato europeo tedesco e con la Germania contro il primato europeo inglese. In Italia si medita se allo scopo di poter riprendere la politica di grande potenza mediterranea convenga di più legarsi completamente con l’America, seguire le tortuose vie della diplomazia inglese, aggregarsi all’intesa franco-tedesca, o far diplomazia per proprio conto nel mondo arabo. In Germania ci si chiede con ansia crescente se il cammino che porta alla riunificazione nazionale passa attraverso la fedeltà all’America, l’intesa franco-tedesca, la neutralità, il riavvicinamento alla Russia. Negli Stati minori, ove più che ad un’impossibile potenza si pensa alla propria tranquillità, si auspica un possente blocco degli altri ed una contemporanea propria neutralità.
Gli ideali nazionalisti, che erano stati spazzati via dopo la guerra dal dilagare dello spirito democratico, tornano ad esprimere le esigenze profonde dei restaurati Stati nazionali e riemergono ovunque. A volte si tratta del cambiamento di persone sul proscenio: Pella e Fanfani, ex-fascisti e assai sensibili a tutti gli appelli nazionalistici prendono il posto di De Gasperi; il retore Bidault sostituisce Schuman; l’araldo dell’espansionismo economico tedesco Erhard si accinge a succedere ad Adenauer. Oppure lo spirito nazionalista compenetra più a fondo un vecchio partito: la socialdemocrazia tedesca si fa la paladina della riunificazione nazionale ad ogni costo; il partito socialista francese avvia e porta innanzi fino al proprio suicidio politico la guerra coloniale in Algeria. Altre volte ancora il nazionalismo si ripresenta con proprie formazioni politiche, che riescono ad avvicinarsi di nuovo al governo e anche ad arrivarci: neo-fascisti e monarchici fanno oggi già parte della maggioranza governativa italiana, ed il gollismo controlla il governo francese.
Riappaiono le prime manifestazioni di insofferenza reciproca fra i vari nazionalismi: la polemica austro-italiana a proposito del Sud-Tirolo, il litigio anglo-francese circa la zona di libero scambio, il riaffiorare della reciproca diffidenza anglo-tedesca. Si tratta dei prodromi di rivalità più profonde, che emergono perché tanto il passato quanto l’avvenire di ogni nazionalismo porta alla avversione ed alla gelosia reciproca. L’ambizione di volere ancora essere una grande potenza impone all’Inghilterra ed alla Francia sforzi eccessivi, che in Francia hanno già provocato una grossa frana nel sistema democratico. Un fremito analogo si fa sentire nella vita politica tedesca e italiana. Qua e là la democrazia comincia ad essere di nuovo sentita come un freno fastidioso.
 
X
Il dilagare, subdolo ma non contestabile, del nazionalismo in Europa porta alla progressiva svalutazione del momento ideale che tiene unito il campo democratico, e tende a ridurre questo a semplice coalizione militare intorno ad una grande potenza. Un segno assai caratteristico di questa degradazione è stato la graduale riammissione della Spagna nel campo occidentale. Messo in un primo momento al bando dalle democrazie, Franco è stato successivamente aiutato dall’America a mantenere in piedi il suo regime, ed ora Francia e Germania hanno deciso di chiederne l’ammissione al Patto Atlantico.
Le ripercussioni più gravi dell’indebolirsi del momento ideale democratico si manifestano nella politica americana. La leadership americana ha avuto ed in parte ha ancora un aspetto di cui non si sa se ammirare più l’estrema rarità o la grandezza storica. Benché divenuti la prima potenza mondiale, responsabile della sorte di più della metà dell’umanità, gli Stati Uniti non possedevano né tradizioni né grandi attitudini imperiali, non nutrivano alcuna simpatia per il colonialismo degli europei, ed avevano un profonda avversione per i loro nazionalismi. Con una certa ingenuità, ma con vigore, avevano sentito come loro missione la diffusione del modo democratico di vita, e compreso la portata storica della sfida che si apriva fra democrazia e comunismo. Sia pure attraverso grossolani errori e non trascurabili incertezze hanno ispirato a questa missione ed a questa sfida l’esercizio della propria potenza. Nell’European Cooperation Act e nel Mutual Security Act stava scritto l’impegno americano a contribuire alla nascita della democrazia federale europea. La pigrizia mentale dei democratici europei ha costretto gli Americani ad un «agonizing reappraisal» delle loro speranze, a conclusione del quale essi hanno accettato come un dato di fatto da loro non più modificabile l’insabbiarsi progressivo dell’esperienza democratica europea nei vecchi schemi nazionali. La scomparsa del grandioso piano di riorganizzazione politica ed economica dell’Europa, alla cui realizzazione sarebbero stati impegnati per lungo tempo e fortemente, anche se in modi diversi, Europei ed Americani, ha ridotto la leadership americana al livello di una politica priva di idee e di prospettive, che si limita a reagire giorno per giorno ai malumori dei suoi alleati, alle iniziative degli avversari, alle esplosioni rivoluzionarie dei paesi sottosviluppati, e che sembra avere come solo ideale quello assurdo dell’immobilismo mondiale, del mantenimento dello status quo ovunque.
Pur di conservare le alleanze che ha in Europa, l’America diventa ogni giorno più indifferente verso l’involuzione nazionalista e antidemocratica che si comincia a delineare nel vecchio continente. La democrazia non è più un compito comune dei popoli liberi; è un affare interno di ciascuno Stato, e l’America sta cessando di essere un centro di attrazione e di speranze delle correnti più autenticamente democratiche d’Europa, per diventare a poco a poco il polo di attrazione di quel che in Europa vi è di più retrivo e di più conservatore.
In queste circostanze condurre con efficacia la politica dell’equilibrio mondiale, della coesistenza competitiva, diventa un compito quanto mai arduo per gli Stati Uniti. Essendo ormai la solidarietà democratica in funzione quasi esclusiva della paura che i minori Stati democratici hanno dell’U.R.S.S., gli Stati Uniti si trovano ad ogni momento a dover scegliere fra il mantenimento della coalizione democratica e la ricerca di compromessi con l’U.R.S.S. La prima via porta al permanere della tensione mondiale ad un elevato grado di pericolosità; la seconda porta alla progressiva decomposizione della solidarietà democratica ed al diffondersi del caos nazionalista nell’Europa occidentale.
Sono queste le principali caratteristiche della malattia nazionalista che mina l’esperienza democratica. Per chiunque mediti spassionatamente sull’argomento, non v’è alcun dubbio che le probabilità di fallimenti parziali o totali della esperienza democratica più che dalle difficoltà interne — sociali, confessionali o istituzionali — dei singoli paesi del campo democratico, e più che dai ritardi e dagli errori nel portare a termine con successo la decolonizzazione, dipendono dalle conseguenze rovinose del nazionalismo che di nuovo emerge in Europa.
Gli affari economici, militari ed esteri costituiscono la parte più importante e più impegnativa della vita politica delle comunità moderne, e per l’Europa sono ormai affari che possono essere adeguatamente amministrati solo sul piano europeo. Ma i democratici hanno rinunziato ad affrontarli in modo conforme ai propri principi, cioè affidandoli a istituzioni federali sottoposte al controllo del popolo europeo, e sono tornati a trattarli secondo i principi e con gli strumenti dello Stato nazionale. Per questa ragione la scala dei valori fra democrazia e nazionalismo si è ancora una volta capovolta. La democrazia è rimasta la norma di vita interna dei singoli Stati, ma non è diventata il principio di organizzazione della vita pubblica in quel grande e decisivo territorio che è l’Europa.
La politica estera, militare ed economica è condotta dallo Stato nazionale ed è retta in ultima istanza dal principio della sovranità nazionale. Questo principio può a lungo operare tacito e velato, adoperando formule democratiche e persino slogans europeistici, ma ad un certo punto — e ciò accade di solito quando è troppo tardi per cambiar rotta — lascia cadere ogni maschera e si presenta nella sua vera natura di nazionalismo gretto, prepotente, indifferente ad ogni forma di solidarietà che non sia quella della nazione.

 

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