Anno I, 1959, Numero 2, Pagina 51

 

 

Meditazioni su
alcuni dati della politica mondiale
 
ALTlERO SPINELLI
 
 
I
I sistemi di alleanze e di influenze americano e russo non corrispondono esattamente ai campi in cui si svolgono le esperienze democratica e comunista. Fino a qualche anno fa una parte dell’Austria si trovava nella zona sovietica ed ancor oggi vi si trova la Finlandia, che è, come l’Austria, democratica. L’Irak è passato dal campo occidentale a quello orientale, ma prima non era democratico ed ora non è comunista. Nel campo occidentale ci sono paesi che non sono democratici ma fascistoidi, come la Spagna o il Portogallo, o che hanno ancora strutture coloniali o semi coloniali. Vi sono infine paesi comunisti, come la Jugoslavia, e democratici, come l’India, che sono al di fuori dei due blocchi. Non c’è neanche una corrispondenza completa fra la problematica della politica di potenza dei due blocchi e quella delle due esperienze politico-sociali. Non è anzi raro il caso che le rispettive esigenze divergano e si intralcino a vicenda.
Nonostante queste eccezioni e limitazioni, poche volte c’è stata nella storia umana una coincidenza così diffusa e così profonda tra antagonismo di potenza e antagonismo di princìpi ideali, il che fa sì che l’uno contribuisce potentemente a rafforzare l’altro. Il contrasto tra Stati Uniti e Unione Sovietica è essenzialmente un contrasto tra due vigorosi ed enormi Stati, le cui ambizioni e le cui responsabilità si estendono ormai sul mondo intero, e che non possono più espandersi sulla terra senza incontrare ovunque l’opposta espansione della potenza rivale. Tuttavia America e Russia non sono solo le potenze egemoniche delle due coalizioni, ma anche i paesi-guida delle due esperienze politiche. Esse trovano rispettivamente nel principio democratico e in quello comunista la legittimazione storica della propria potenza e della propria espansione. Quando non trovano ostacoli che frenino o sviino il loro naturale impulso ad estendere l’applicazione di questi princìpi, cercano sempre di promuoverne la realizzazione, e nella misura in cui non ci riescono o devono rinunciarci provano, ciascuna a suo modo, una tal quale cattiva coscienza che non permette loro di dimenticare il loro fallimento ed il proprio dovere di sormontarlo.
D’altra parte quando in qualsiasi altro paese vigono, o sono in procinto di introdursi, i principi democratici o quelli comunisti, le simpatie dei loro fautori vanno in modo del tutto naturale rispettivamente verso l’America o verso la Russia, a meno che ostacoli specifici non modifichino un poco questo indirizzo degli spiriti. Ma ciò è sentito allora come una ragion di Stato e non come una ragione ideale.
Naturalmente, nonostante questa profonda tendenza degli spiriti, nei paesi che appartengono ai due campi non mancano critiche veementi, ad alta o a bassa voce, verso gli Stati Uniti o la Russia, che vengono rimproverati di fare una politica la quale sacrifica le ragioni della democrazia o del comunismo a quelle della pura potenza. Ciò fa sì che molti trasferiscono le proprie simpatie dal paese guida, ad un altro paese che appare più ragionevole, come ad esempio la Gran Bretagna o la Polonia. Nelle democrazie molti sperano nel partito di opposizione anziché in quello al governo; nei paesi comunisti molti sperano nel gruppo che fa la fronda anziché in quello che detiene il potere. Ma anche se si tien conto di questi e di altri analoghi fatti resta la consapevolezza notevolmente chiara e diffusa che un’esperienza rispettivamente democratica o comunista è tanto più valida esteriormente e interiormente, tanto più sicura del proprio successo, quanto più è certa di poter contare in ultima istanza su qualche forma di sostegno rispettivamente americano o russo, e che la sorte della democrazia e del comunismo sarebbero segnate per l’umanità non dal fallimento in questo o quel paese, ma il giorno in cui, in seguito a crisi interne o a sconfitte esterne, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica dovessero abbandonare il loro attuale modo di vita.
 
II
L’opposizione tra i regimi economico-sociali della democrazia e del comunismo è profonda, ed è spesso considerata come la più importante delle opposizioni esistenti tra queste due concezioni. In realtà da tempo si delinea un lento ma innegabile moto convergente dei due tipi di economia. A partire da un certo punto del loro sviluppo, esigenze tecniche e sociali analoghe spingono da un canto l’esperienza democratica ad allargare la sfera dell’economia pubblica e dall’altro quella comunista a reintrodurre le forme della economia di competizione.
In realtà l’antagonismo irriducibile tra democrazia e comunismo sta negli opposti valori etico-politici sui quali si fondano. L’imperativo categorico della democrazia è infatti il diritto degli uomini alla libertà e il dovere dei governanti di limitarsi alla gestione degli affari di interesse comune sotto il controllo dei loro governati, esercitato in forme legali. L’imperativo categorico del comunismo è invece il diritto dei governanti di stabilire le scale di valori ed i fini dei loro governati, e di esercitare perciò un controllo totale sulla loro vita spirituale e materiale, mentre a questi spetta il dovere di adeguarsi del tutto, interiormente ed esteriormente, alle idee ed ai progetti dei primi.
La diversità dei due sistemi fa sì che nei paesi democratici i comunisti possano esprimere liberamente le loro intenzioni, mentre in quelli comunisti i democratici devono pensarle in silenzio e comunicarle a bassa voce rischiando forti persecuzioni. Ma in entrambi i casi né gli uni, né gli altri, possono contare di giungere alla realizzazione dei loro ideali senza por fine con la violenza all’esperienza opposta, poiché ciascuna di esse esclude totalmente l’altra.
Sia l’esperienza democratica che quella comunista realizzano sempre solo in parte i loro ideali, incontrano talvolta ostacoli storici e politici insormontabili, sviluppano contraddizioni interne e possono fallire. I dirigenti dei due sistemi possono perciò sempre contare su crisi, rivoluzioni, colpi di Stato, sconfitte militari dell’avversario, che permettano a questo o a quel paese, ed al limite all’umanità intera, di passare dall’uno all’altro campo.
Poiché questo contrasto riguarda la scelta fra due forme alternative di organizzazione della comunità politica, la lotta dovrebbe essere essenzialmente interna a ciascuna comunità, con un accompagnamento di manifestazioni marginali di simpatia o di antipatia per analoghe lotte che si svolgessero all’estero. La possibilità per i comunisti di contare sul favore dell’Unione Sovietica, e per i democratici di contare su quella degli Stati Uniti, trasporta invece questo antagonismo sul piano di una lotta di dimensioni e di impegno mondiali.
 
III
In qualsiasi altra circostanza storica una tale duplice tensione di potenze e di ideali porterebbe pressoché inevitabilmente ad un conflitto totale. Come suole sempre accadere in tali casi, ciascuna delle due parti sarebbe convinta della propria superiorità morale e della natura malefica dell’avversario; ciascuna scoprirebbe numerose ed irrefutabili prove del proprio spirito pacifico e dell’aggressività dell’avversario; ciascuna considererebbe senza esitazioni giusta la propria guerra ed ingiusta quella del nemico. Parecchi tra gli Stati minori dell’uno e dell’altro campo cercherebbero di restare fuori dal conflitto o, se coinvolti e non rapidamente schiacciati dell’avversario o dall’alleato, tenterebbero disperatamente di uscirne. Ma le grandi potenze ed i loro più seri alleati condurrebbero la guerra con la dura decisione di non mettervi fine prima di aver spezzato la potenza nemica e l’esperienza politica avversa. E’ questa prospettiva che induce i due campi, ed in particolar modo i due Stati che li guidano, a stare l’uno contro l’altro armati, pronti al più spietato attacco ed alla più disperata difesa.
Ciò che distingue radicalmente il contrasto attuale da qualsiasi altro analogo che si riscontri nella storia umana, è che le grandi potenze, le quali potrebbero scatenare una tale guerra, dispongono oggi di mezzi di distruzione così potenti e così fulminei da mettere in grado di distruggere nel giro di poche ore e pressoché totalmente — intendendo queste parole non come retoriche esagerazioni, ma nel loro senso più letterale e più preciso — non solo le forze armate nemiche, ma addirittura il popolo nemico, e fors’anche, come conseguenza collaterale, la razza umana tutta intera. Viceversa esse non dispongono di alcun vero mezzo di difesa con cui fermare sia pure parzialmente l’attacco avversario riducendone le devastazioni a dimensioni sopportabili. Se è perciò possibile agli stati maggiori dei due campi opporre arma ad arma, dispositivo militare a dispositivo militare, in modo da mantenere la possibilità della simultaneità dell’attacco e delle distruzioni, non è loro possibile fare alcun ragionevole calcolo sugli sviluppi della guerra a partire da poche ore dopo il suo inizio, poiché nessuna delle parti potrebbe rinunciare al proprio micidialissimo e decisivo attacco sapendo che l’avversario sta forse già scatenando il suo, e nessuna delle parti saprebbe se, dopo i primi simultanei lanci di missili con testate nucleari, il proprio popolo e quello nemico potrebbero avere ancora qualche significato, ed essere ancora qualche cosa, sulla faccia della terra.
Qualsiasi guerra è per definizione un gioco d’azzardo, da cui non si sa all’inizio chi uscirà vincitore. Ma in ogni guerra c’è sempre stata in entrambi i contendenti almeno una ragionevole speranza iniziale di sopravvivenza per il proprio popolo, ed è questa speranza che ha sempre permesso di affrontarla. Oggi essa non c’è più. Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale Hitler sapeva di andare ormai verso il suicidio, ed era giunto ad augurarsi che il popolo tedesco tutto intero si suicidasse con lui. Questa volta la follia del suicidio collettivo non sarebbe il momento finale di una lunga e feroce guerra, iniziata con tutt’altre speranze; ma già in tempo di pace, nel momento della massima e più intatta vitalità dei paesi nemici, dovrebbe regnare nell’animo non dico dei popoli, i quali potrebbero forse essere ancora narcotizzati dalla propaganda, ma dei governanti che decidessero di iniziare l’impresa. Quest’ipotesi, quantunque non impossibile, è assai inverosimile. La responsabilità completa e non equivocabile della sopravvivenza fisica dell’umanità nel suo complesso, che per la prima volta nella storia umana si aggiunge alle altre tradizionali ed assai più lievi responsabilità dei governanti, rende assai improbabile la terza guerra mondiale.
 
IV
Ciò non significa che l’antagonismo tra America e Russia, tra democrazia e comunismo, tenda a svanire, ma significa solo che gli avversari, pur potendo per errore dar inizio alla guerra atomica, sono spinti a ricercare e ad adottare altre forme di lotta, le quali mirino pur sempre a indebolire, far retrocedere e battere l’avversario, ma evitino nella misura del possibile il ricorso alla guerra totale. Il paradosso della politica mondiale attuale è che quantunque natura e dimensioni dei contrasti spingano verso le forme di rivalità smisurata che sono state proprie delle due recenti guerre mondiali, il genere di conflitto che ne scaturirebbe induce gli avversari a riscoprire e a reintrodurre le forme di rivalità misurata caratteristiche della diplomazia e dell’arte bellica delle epoche precedenti.
I due grandi rivali sanno che l’avversario ha tracciato intorno a sé una ideale linea di impegno, dietro ciascuna delle quali stanno non solo i territori delle due grandi potenze, ma anche tutta una serie di paesi alleati e di posizioni geografiche o ideali considerate di importanza vitale, e che i dispositivi della guerra nucleare totale sono continuamente tenuti aggiornati e pronti a scattare se quella linea fosse oltrepassata dall’avversario, poiché un atto del genere sarebbe considerato come la espressione della volontà di distruggere la potenza avversaria. Ciascuno dei due rivali sa anche che queste due linee di impegno non sono definite una volta per tutte, ma si spostano continuamente avanti o indietro a seconda del crescere o del declinare della forza propria o di quella dell’avversario.
Al di fuori di queste linee si trovano i paesi cosiddetti non impegnati, i paesi che sono collegati con i due blocchi in modo solo marginale, come pure i problemi rispetto ai quali i due campi hanno idee incerte, o le cui soluzioni alternative possono essere accettate senza eccessive preoccupazioni. La politica estera delle due grandi potenze, dei loro alleati e perciò delle due stesse esperienze politiche: democratica e comunista, obbedisce di conseguenza —finché resta nei limiti delia ragione — a tre regole.
In primo luogo essa accetta e rispetta come un dato permanente e non modificabile l’esistenza dell’avversario e della sua zona d’impegno, rinunziando di fatto alla prospettiva della sua distruzione e mirando solo a modifiche marginali dei rapporti di forza. E’, ad esempio, inverosimile sia un attacco diretto contro l’URSS, contro l’America, contro i paesi del patto atlantico e contro quelli del patto di Varsavia, sia un intervento militare diretto contro un paese non impegnato formalmente in uno dei due sistemi, il quale stia evolvendo ideologicamente o diplomaticamente verso il campo occidentale o verso quello orientale.
Né la Russia è intervenuta contro Tito, né l’America contro Kassem. L’avventura anglo-francese di Suez si è infranta contro l’opposizione americana a rompere questa regola. Viceversa un intervento anche diretto, nell’ambito della propria linea di impegno — come quello russo in Ungheria, quello francese in Algeria, americano nel Guatemala, cinese nel Tibet — dà luogo nel campo avverso soltanto a platoniche manifestazioni di simpatia per la vittima, ma non provoca interventi della potenza estranea. E’ questo il principio della coesistenza pacifica, enunziato dai successori di Stalin, ma accettato praticamente anche dai loro avversari e dallo stesso Stalin.
In secondo luogo le due coalizioni sono permanentemente intente a rettificare la propria linea di impegno tenendo conto della propria situazione interna e internazionale — come ha fatto l’URSS quando ha abbandonato la Persia del Nord, la Jugoslavia, l’Austria orientale e quando ha ricompreso la Cina nella sua zona di impegno, o come ha fatto l’Occidente quando ha lasciato cadere la Cina, il Vietminh, l’Irak, e quando ha esteso la sua garanzia alla Grecia, alla Turchia, alla Persia. Esse osservano perciò con meticolosa cura ogni sintomo di crisi o comunque di indebolimento dell’avversario, e ne approfittano per sondare con manovre pericolose in sé ma diplomaticamente necessarie, se e fin dove è arretrata la linea di impegno dell’avversario, se e fin dove si può spostare la propria. E’ questa la regola della «brinkmanship», formulata da Dulles, e praticamente anche da Khruscev, della quale a torto si è detto che è espressione di una volontà di guerra totale, perché è imposta invece proprio dal desiderio di evitarla, e dalla conseguente necessità di conoscere e far conoscere con la massima precisione possibile le rispettive zone di pericolo mortale.
In terzo luogo le due politiche estere, sostenute dai rispettivi sistemi economici, dagli apparati propagandistici, ed al limite anche dalle proprie forze armate, cercano metodicamente di accrescere la propria influenza e di diminuire quella dell’avversario nei territori e rispetto ai problemi che non sono compresi entro le linee di impegno. In questa vasta zona si trovano anzitutto i paesi che praticano la neutralità e l’equidistanza, ma vi sono anche i paesi che pur facendo parte di uno dei campi sono — o vengono a trovarsi in seguito ad un arretramento della linea di impegno — in posizioni marginali, e possono perciò andar perduti senza che questo provochi contraccolpi maggiori nelle relazioni tra le grandi potenze. Ma in questa zona intermedia si incontrano oltre che certi paesi anche certi problemi che non si riducono del tutto in termini di territori e di Stati. C’è ad esempio il complesso problema dell’influenza che in vari modi America e Russia, democrazia e comunismo cercano di conquistare presso le nuove élites asiatiche ed africane che hanno assunto o si accingono ad assumere la guida di quelli che furono gli imperi coloniali europei; c’è l’influenza democratica sulle nuove generazioni dei paesi orientali che attraversano una profonda crisi di sfiducia verso i regimi polizieschi nel cui seno esse sono nate; c’è l’influenza comunista su certi strati delle classi lavoratrici ed intellettuali dell’occidente.
Questa rivalità può portare anche a guerre, le quali sono di regola provocate da Stati minori, e sono di solito sostenute direttamente o indirettamente dalle grandi potenze ma con la tacita e ferma intesa di mantenerle localizzate, e di farle finire con un compromesso da esse accettato ed eventualmente imposto ai contendenti. Questa rivalità si esprime anche in complesse, manovre diplomatiche dirette a creare od a spezzare labili alleanze ed altrettanto labili neutralità, a favorire od a ostacolare qua e là colpi di Stato e comunque a profittarne. Ma le armi diplomatiche e militari sono relativamente secondarie in questa lotta la quale si basa soprattutto sul prestigio ideale che si sprigiona dall’esperienza democratica o comunista, e sulla assistenza economica e politica che l’una o l’altra delle parti riesce o non riesce a fornire ai paesi od ai gruppi sociali che stanno in bilico.
E’ questa la regola battezzata da Truman col nome di «assistenza ai paesi sottosviluppati», e con espressione più generale da Khruscev con quello di «coesistenza competitiva». Poiché tale regola può alla lunga portare a sostanziali cambiamenti dell’equilibrio mondiale, essa è assai più importante sia della semplice coesistenza pacifica, sia della «brinkmanship», le quali servono solo ad accettare ed accertare l’equilibrio esistente in un determinato momento.
 
V
Queste regole basilari della moderna politica estera delle grandi potenze tendono attraverso strane e tortuose vie a reintrodurre un tal quale, sia pur grossolano, spirito cavalleresco nella odierna aspra fase della storia umana, perché non tendono a far scomparire i contendenti e le loro ragioni ideali, ma impongono loro un certo reciproco rispetto. Non essendo oggi praticamente possibile prospettarsi l’unificazione politica dell’umanità tutta intiera, data la radicale inconciliabilità fra l’esperienza democratica e quella comunista, è da augurarsi che queste regole siano approfondite ed accettate sempre più consapevolmente dalle parti in lotta, così da trasformarsi da regole brutalmente imposte dal comune terrore per la morte atomica in umano senso di misura che faccia seguito alla smisuratezza che ha dominato gli animi all’epoca delle due guerre mondiali, e che anche dopo di esse si è manifestata negli orrori della politica di Stalin, nel maccartismo, e ribolle ancora nella condotta dei comunisti cinesi.
Affinché queste regole siano rispettate e sia risparmiato alla umanità il flagello della morte atomica, occorre tuttavia che entrambi i campi siano capaci di affrontare e risolvere i loro più gravi problemi interni, in modo da possedere quelle caratteristiche di validità, di serietà, di vitalità, di potenza e di fiducia nel proprio modo di vivere e nella propria evoluzione senza le quali verrebbe meno simultaneamente il senso di responsabilità e il rispetto da parte dell’avversario. Forti fenomeni di decomposizione interna in uno, dei due campi possono infatti indurre ad atti disperati verso l’esterno, o risvegliare nell’avversario il desiderio mai svanito, ma solo raffrenato e sopito, di giungere all’eliminazione totale o quasi del nemico. In tal caso la guerra atomica potrebbe venir fuori quasi inavvertitamente per un irresponsabile sbaglio di calcolo od un errore di manovra.
Il rischio di una simile avventurosa politica estera non è egualmente ripartito nei due campi. Essendo il comunismo fondato sul principio del potere illimitato dei governanti, è per costoro più facile soggiacere sia alla tentazione di stornare una forte crisi interna suscitandone una internazionale, sia a quella di profittare della crisi del nemico per assestargli il colpo mortale. Per i governanti democratici, organicamente più tenuti al senso del limite, al rispetto dell’opinione pubblica ed all’osservanza delle leggi e dei trattati, l’uno e l’altro tipo di avventura è più difficile. Ma le crisi democratiche suscitano correnti politiche e governi autoritari, di tipo militare o fascista, e sarebbero questi a poter facilmente avviare una politica estera di avventura.
Anche se si prescinde dall’ipotesi estrema della perdita del senso del limite e delle sue disastrose conseguenze, è evidente che nella situazione di equilibrio e di coesistenza imposta dalle circostanze ai due campi, la prova definitiva della superiorità della propria esperienza e della propria potenza sarà data alla lunga dalla capacità che ciascun campo mostrerà di saper sormontare le proprie interne debolezze e contraddizioni, e di saper sviluppare una vita ordinata e ricca. La diplomazia non farà che tirare a volta a volta le conseguenze di questa capacità o incapacità dell’uno e dell’altro campo. Chi dei due resterà indietro vedrà sorgere nel proprio seno sempre più frequenti i fautori aperti o coperti dell’esperienza e della potenza avversa, vedrà paesi e gruppi sociali passare nel campo opposto, assimilerà sempre più l’esperienza contraria, fino al punto in cui i dati della politica mondiale saranno completamente cambiati e comincerà un’altra fase della storia umana, completamente diversa dalla attuale, e perciò imprevedibile.
Sia i democratici che i comunisti hanno buone ragioni per contare sul fallimento dell’esperienza avversa, e non lievi probabilità di giungere al fallimento della propria. Per affrontare i loro problemi i democratici dispongono del vantaggio di poterli liberamente discutere e di giungere perciò più facilmente alla loro comprensione, mentre i comunisti privi della libertà di pensiero, sono sempre costretti a seguire complicati e, laboriosi itinerari attraverso l’informe boscaglia della loro teologia politica per giungere alla comprensione dei problemi reali. Essi hanno invece il vantaggio di tutte le dittature che è quello della rapidità nelle decisioni e della facilità con cui possono spezzare le resistenze mentre i democratici devono sempre tenerne assai più conto e sono perciò più lenti nell’esecuzione delle misure necessarie.
In un passato non ancora molto lontano la grande incognita che pesava sulle democrazie era costituita dalle forti diseguaglianze sociali e dalle gravi crisi che periodicamente scuotevano i loro sistemi economici provocando disoccupazione e miseria nelle classi lavoratrici, mentre la grande incognita per il comunismo era costituita dalle terribili sofferenze e tensioni provocate dal ritmo della sovracapitalizzazione imposto dai governanti. L’esperienza comunista poté contenere le tensioni solo mediante uno spietato ed universale regime di terrore poliziesco, e avvertiva l’enorme costo del ritmo produttivo senza peraltro che i suoi stessi pianificatori potessero calcolarlo, in modo che permaneva il dubbio, perfino fra molti comunisti, sulla possibilità di riuscire a far sorgere una forte e moderna economia. Quantunque ancor oggi si continui assai spesso a considerare il problema sociale come la fondamentale pietra d’inciampo delle due esperienze, in realtà esso è ancora tale solo per i paesi democratici e comunisti più arretrati, mentre per quelli che occupano le posizioni centrali nei due campi esso esiste pur sempre, ed al limite bisogna dire che non cesserà di esistere mai, ma è diventato un problema di ordinaria amministrazione e perciò un dato secondario della lotta politica, e non costituisce più uri vero pericolo né per il sistema democratico, né per quello comunista. In America e nei paesi europei più avanzati le democrazie hanno mostrato di essere capaci di introdurre larghe e crescenti misure di sicurezza e di uguaglianza sociale, e di saper dominare le crisi economiche riducendole ad oscillazioni congiunturali facilmente tollerabili. In Russia la modernizzazione dell’economia è stata realizzata, ed è ormai possibile procedere in modo meno disumano, accrescendo il livello di vita sociale, attenuando la parossistica concentrazione nella direzione economica ed alleggerendo il rigore del controllo poliziesco sui sudditi.
I veri punti deboli delle due esperienze sono assai diversi e tutti di natura essenzialmente politica. Per i regimi comunisti si tratta di riuscire a frenare il bisogno di libertà dei governati; per le democrazie di riuscire ad aiutare gli africani e gli asiatici del sud ad impiantare sui loro continenti la libertà e la prosperità. Per entrambi, quantunque per ragioni diverse, si tratta di venire a capo del principio dello Stato nazionale ereditato dal XIX secolo, e divenuto ormai un ostacolo tanto ad una politica mondiale di equilibrio quanto al pieno sviluppo delle possibilità contenute nell’esperienza democratica ed in quella comunista. Quella delle due che saprà venire a capo di questi ostacoli, vincerà alla lunga sull’altra.

 

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