Anno LIV, 2012, Numero 3, Pagina 140

 

 

L’impoverimento della zona euro e
l’esigenza dell’unità politica
 
ANNA COSTA
 
 
Le contraddizioni dell’eurozona.
 “Se i paesi della zona euro fossero regioni di uno Stato sovrano, le difficoltà in cui alcuni di essi incorrono nel finanziare i loro debiti pubblici non avrebbero ragion d’essere: nel suo insieme, l’eurozona sarebbe perfettamente in grado di finanziarli senza conseguenze negative sui mercati. Il nostro ipotetico Stato sovrano avrebbe infatti partite correnti in equilibrio e non necessiterebbe di continui afflussi di capitale, come invece avviene per altre aree valutarie; il suo disavanzo pubblico sarebbe modesto, e del tutto sostenibile sarebbe anche il rapporto tra debito e PIL; soddisfacenti sarebbero infine i suoi equilibri monetari: l’inflazione dell’eurozona è minore che in altri grandi Stati e non ci sono segnali di tensioni nel prossimo futuro. Rifinanziare il debito in scadenza e anche crearne di nuovo, entro certi limiti, non porrebbe dunque alcun problema. I problemi sorgono perché i paesi dell’eurozona non sono regioni di un unico Stato sovrano, perché la Grecia o l’Italia non sono il Nebraska o la California”. Quanto scritto da Michele Salvati sul Corriere della sera alcuni mesi fa[1] sintetizza bene il quadro delle potenzialità dell’eurozona per superare, in ipotesi, la crisi del debito; si potrebbe aggiungere ancora che, uniti, gli europei potrebbero varare un piano economico unitario per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione e per rendere l’area euro di nuovo appetibile per gli investimenti sia degli europei stessi, sia del resto del mondo. Il dato economico di fatto è che “insieme l’UE rappresenta ancora il 26% del Pil mondiale e la zona euro il 19,5%”.[2]
Gli attacchi speculativi dimostrano quindi la necessità, per i paesi dell’eurozona, di prendere coscienza dell’urgenza di unirsi politicamente. La gravità della crisi economica e il rischio di default di alcuni paesi basteranno dunque ad aprire finalmente gli occhi dei governanti europei? In passato, in tante altre occasioni, si è sperato che fosse giunto questo momento, ma alla fine le decisioni sono sempre state rinviate, annacquate, depotenziate. Oggi è diverso: senza una rottura col passato e senza la costruzione di un’entità politica a partire dall’area euro, tutto il cammino percorso fin qui dagli europei rischia di essere vanificato. Non a caso le decisioni e gli impegni presi nell’ultimo anno da governi, rappresentanti delle istituzioni europee e della BCE, sono andati nel senso della definizione di un nuovo quadro istituzionale dal quale, quasi inevitabilmente, la Gran Bretagna, grande oppositrice dell’unità politica, si è sempre più tenuta fuori. Il problema è che nel frattempo, nonostante il peso che l’eurozona ha nel mondo globale, essa si sta pericolosamente indebolendo dal punto di vista economico e produttivo. Questo fenomeno non è dovuto solo alla crisi finanziaria, ma anche alle scelte di politica economico-settoriale attuate da alcuni paesi nell’ultimo decennio e, non ultimo, al fatto che l’euro è l’unica moneta al mondo senza uno Stato. Esiste, quindi, una forte responsabilità politica nella deriva economico-sociale che stanno vivendo molti paesi dell’area euro, soprattutto quando si fa un confronto con altre regioni del mondo in ascesa.
 
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Confrontando l’andamento economico dell’eurozona con quello di altre aree, anche prendendo in considerazione dati economici sia precedenti sia posteriori all’introduzione dell’euro, è opportuno ricordare che i dati aggregati rappresentano tuttora soltanto la somma di quelli nazionali, a conferma del fatto che la zona euro non è ancora un quadro politicamente, economicamente, fiscalmente e finanziariamente integrato, come invece lo sono i dati relativi ad altre aree (dollaro, yuan ecc.). Bisogna inoltre considerare che, nella situazione europea attuale, anche i timidi segnali di ripresa, che nonostante la crisi si manifestano in taluni settori e paesi, tendono a non distribuirsi uniformemente su tutta la popolazione ma, proprio perché manca una politica redistributiva comune di oneri e benefici, essi finiscono per accrescere le disparità all’interno degli e tra gli Stati.
Analizzando i dati dell’andamento decennale dei tassi di crescita annuali dei diversi paesi nel mondo tra il 2000 e il 2010,[3] si nota come quasi tutti i paesi dell’Occidente occupano ormai in questa classifica le ultime posizioni, mentre guidano quella che riguarda il livello di vita (reddito pro-capite, servizi, ecc). Cosa significa? Innanzitutto che il processo di globalizzazione ha sicuramente liberato energie nuove e ha contribuito a far crescere le economie più arretrate. Ma anche che il basso tasso di crescita in Occidente, in particolare nei paesi europei, è stato reso possibile dal fatto che i paesi più sviluppati hanno potuto preservare il benessere acquisito consumando la rendita di posizione accumulata nel corso degli anni d’oro del boom economico. Gli USA, invece, hanno sostenuto i loro standard di vita rastrellando il risparmio del resto del mondo, vendendo i propri bonds espressi nella moneta di riferimento nel commercio mondiale e promuovendo una politica monetaria espansiva con la Federal Reserve. Dopo il 2008 questo meccanismo è però entrato definitivamente in crisi su entrambe le sponde dell’Atlantico. Basta considerare gli effetti che hanno prodotto e stanno producendo alcuni fenomeni legati alla liberalizzazione, alla delocalizzazione delle produzioni e alla dinamica del costo del lavoro per rendersi conto delle contraddizioni insanabili di fronte alle quali ci troviamo. Prendiamole brevemente in esame.
I. Per quanto riguarda la liberalizzazione, soprattutto quella finanziaria, essa ha finito per giocare a sfavore soprattutto degli Stati nazionali europei, data la loro ridotta dimensione, inadeguata a far fronte alle turbolenze e alle speculazioni mondiali. Inoltre, molti degli Stati dell’area euro sono entrati in grave difficoltà sia perché i loro bilanci sono stati appesantiti dall’aiuto che hanno dovuto fornire alle banche; sia a causa del continuo aumento del debito per i costi sociali dovuti anche all’invecchiamento della popolazione a fronte di minori entrate fiscali per una diminuita produzione; sia, infine, a causa della diminuzione degli investimenti da parte delle grandi imprese. In termini competitivi globali, il modello di Stato sociale di molti paesi europei si è trovato svantaggiato nel confronto con un modello, quale per esempio quello cinese, dove il livello di protezione sociale ed i relativi costi per lo Stato sono tuttora molto bassi. Alcuni dati Eurostat dell’ottobre 2012 dimostrano come nell’eurozona, la cui popolazione è di 333 milioni di persone, il debito rappresenti il 90% del PIL — ben al di sotto di quello americano —, ma il PIL è ancora in flessione (-0,2%). In Europa continuano a diminuire i consumi privati (-0,3%) e gli investimenti (-2,9%). La disoccupazione è arrivata all’11,4% della popolazione attiva. Positivi sono invece i dati sul deficit, che è in discesa ed è pari al 4,1% del PIL complessivo, e sul commercio internazionale che presenta un saldo attivo di 6,6 miliardi ad agosto 2012. Il tasso di inflazione è stabile intorno al 2,6%, la produzione industriale in leggero aumento (+0,6%). Ma queste cifre, che derivano dalla media di quelle dei 17 paesi euro, nascondono notevoli divari. E molte sono le cautele che si devono avere nel prenderle in considerazione: si tenga presente per esempio che il dato sul commercio internazionale dell’eurozona tiene tuttora conto anche di quello intraeuropeo.
II. Sul fronte della delocalizzazione,un fenomeno che caratterizza quasi tutte le economie occidentali, i paesi dell’eurozona procedono in ordine sparso. Per esempio la Germania, pur delocalizzando molte produzioni, è riuscita a mantenere sul suo territorio nazionale buona parte delle industrie manifatturiere e del lavoro specializzato. Come hanno spiegatoDedieu, Masse-Stamberger e De Tricornot,[4] con l’avvento di un sempre più forte processo liberista, le grandi imprese hanno cercato sempre più di liberarsi dai vincoli dei loro mercati interni, per abbassare il costo del lavoro e diminuire i prezzi dei beni prodotti sul mercato internazionale. In proposito forniscono un esempio emblematico: “Questa delocalizzazione”, scrivono, “ha soprattutto fatto lucrare il capitale contro il lavoro. Gli azionisti si sono abbandonati ad un’orgia di dividendi, mentre i salariati hanno dovuto stringere la cinghia… In sette anni, il presidente del gioiello industriale Air Liquide, Benoit Potier, ha visto i suoi emolumenti aumentare del 61% quando il monte salari ricondotto a ciascun impiegato del gruppo non è variato che del 6%”.[5] Paradossalmente la delocalizzazione selvaggia ha finito con il danneggiare soprattutto i paesi del sud Europa, che avrebbero dovuto fornire al resto dell’Europa manodopera a basso costo. Come spiega Dedieu “al momento della creazione della zona euro, si poteva legittimamente dare per scontato che il Portogallo, la Spagna e l’Italia sarebbero diventate le fabbriche dell’Europa… Speranza delusa. E’ stata infatti direttamente la Cina che è diventata la fabbrica più conveniente per l’Europa”.[6] Ciononostante, la produzione industriale occupa ancora una parte importante dell’economia europea, “settantaquattro milioni di posti di lavoro dipendono ancora dall’industria. Ogni anno, quattro milioni di impieghi sono creati da nuove imprese. Per questo dobbiamo sostenere tali attività e creare a livello europeo un ambiente stimolante” ha detto Elio Di Rupo, premier belga, durante il suo discorso di apertura annuale dell’ULB.[7]
III. Non si può separare una riflessione sui fenomeni della liberalizzazione e della delocalizzazione da una analisi del fattore del costo del lavoro nella produzione. Qui vale la pena accennare quanto riportato dagli studi della Banca centrale europea sul costo unitario del lavoro, ripresi nel libro di François Jamet,[8] dai quali si ricava il notevole divario esistente sia nella dinamica dell’aumento dei costi del lavoro tra i paesi euro, sia degli attuali livelli del costo. Nel periodo 1999-2007 il costo del lavoro è diminuito in Germania (- 0,1%), mentre è aumentato in Francia (+ 15,6%), in Italia (+ 22%), in Irlanda (+ 30%).
 
Produrre beni materiali conta, anche per l’eurozona.
 
L’economia reale, quella che produce ed offre migliaia di posti di lavoro sembra essersi spostata in altre aree del mondo, principalmente in Asia. Se i dati più recenti indicano la tendenza a una ripresa industriale complessiva, anche se minima, essa non avviene in modo uniforme in Europa. Stiamo assistendo ad un progressivo arretramento di molte delle economie della zona euro e, di conseguenza, ad un aumento della disoccupazione. Come spiegano Dedieu, Masse-Stramberger, De Tricornot a proposito della Francia, “in tre decenni si sono perduti più di dieci milioni di impieghi industriali, di cui 750.000 tra il 2000 e il 2009. Questo settore rappresenta oggi il 23% degli impieghi contro il 44% nel 1974”.[9]
Analogamente in Italia, uno studio del Centro studi di Confindustria, rileva che “nell’ultimo quarto di secolo il peso del manifatturiero si è quasi dimezzato. Sia in rapporto al valore aggiunto: dal 29,6% del 1976 al 16,6% del 2010. Sia in termini di occupazione: dal 28,1% del 1977 al 17,5% dell’anno scorso (misurata sulle unità di lavoro)”.[10]
Il depauperamento industriale non è però tutto da ascriversi alla delocalizzazione, motivata in gran parte dalla possibilità di diminuire i costi del lavoro. Per alcuni paesi, soprattutto occidentali, esso è infatti dipeso anche da scelte che hanno privilegiato un certo modello economico (la new economy), basato sì sull’informatizzazione della società e sull’aumento dei servizi, ma soprattutto sulle speculazioni in campo finanziario, piuttosto che sugli investimenti nell’economia produttiva materiale. Ciò è andato di pari passo con il fenomeno dello sviluppo delle imprese rete internazionali, sempre meno riconducibili a politiche, logiche e controlli nazionali. Sulla possibilità delle grandi imprese di godere di particolari privilegi fiscali è significativa una notizia apparsa su La Stampa del 5 novembre scorso, riferita alla Apple, in cui si rileva come un regime fiscale legale consenta “alla società di pagare meno del 2% sui profitti generati all’estero (fuori dagli USA). Quota pari a circa il 60% delle entrate della società… La BBC, che ha analizzato i dati forniti da Apple alla Sec (la commissione che controlla la borsa negli Usa), ricorda che ad esempio i profitti nel mercato europeo vengono convogliati su una società Apple in Irlanda dove l’aliquota è del 12,5%, un regime estremamente più favorevole del resto d’Europa e degli stessi Usa. Il sistema usato da Apple è impiegato da molti altri colossi Usa, come Google, Facebook e Starbucks”.
Le grandi imprese, un tempo volàno del sistema paese, hanno quindi finito col non determinare più necessariamente lo sviluppo della produzione e dell’occupazione nel territorio di appartenenza. Infatti, pur producendo utili, questi hanno potuto essere dirottati sempre più spesso in altre parti del mondo (talvolta in paradisi off-shore), mentre il lavoro delocalizzato ha tolto occupazione dove un tempo era stato creato. Le conseguenze sociali, economiche ed in termini territoriali nei paesi d’origine della produzione tradizionale sono evidenti: diminuzione della capacità imprenditoriale, minori consumi, occupazione e reddito, sviluppo frenato. Sotto questo profilo in Italia il caso della delocalizzazione produttiva ed imprenditoriale della FIAT è significativo. Come pure il fallimento di alcune filiere produttive, che pure erano state all’avanguardia nell’era dell’informatizzazione della società, come Olivetti.
Il fatto è che alcuni paesi, come la Germania, non hanno affatto seguito ciecamente questo trend.
 
Il caso tedesco.
Anche la Germania, che ha indirizzato la sua economia sulle esportazioni, ha delocalizzato, soprattutto nella prima parte degli anni duemila.
In effetti come spiegano gli autori di Inévitable protectionnisme “Da più di un decennio, le imprese tedesche si sono indirizzate verso i paesi emergenti per subappaltare o acquistare parte della loro produzione a minori costi, salvaguardando per loro la produzione che offriva i margini e gli impieghi più qualificati… I consumi interni sono restati anemici oltre il Reno negli anni 2000, quando i salariati delle industrie sono stati sottomessi a un ricatto permanente rispetto alla competitività che ha condotto a un abbassamento dei salari reali”. Emblematico a questo proposito è stato il caso della divisione di telefonia mobile della Siemens, dove “il potente sindacato del settore IG Metall si è deciso, il 24 giugno del 2004, a segnare un armistizio: l’impresa ha rinunciato a delocalizzare cinquemila impieghi dalla Germania verso l’Europa dell’Est e verso la Cina, in cambio di un ritorno alla settimana di quaranta ore per ridurre i costi salariali”. In cambio del mantenimento della produzione, i salariati accettavano non solamente di lavorare quaranta ore al posto di trentacinque, senza innalzamento dei salari, ma anche di abbandonare i loro premi di Natale e delle vacanze — equivalente tedesco della tredicesima — rimpiazzato con un premio di produzione. “Un anno più tardi, la mattina del 7 giugno 2005… Siemens decideva comunque di separarsi totalmente dalla sua divisione di telefonia mobile, cedendo quest’ultima al gruppo di elettronica taiwanese BenQ”.[11] Indirizzando i due terzi delle sue esportazioni verso il resto dell’Europa e ben il 40% verso la zona euro, la Germania ha riguadagnato parte del mercato a detrimento dei suoi partner europei, integrando nei suoi prodotti i bassi salari dei suoi fornitori dei paesi emergenti e di quelli dell’Europa centro-orientale. Nel 2010, secondo Destatis, la Germania ha registrato eccedenze commerciali di 84,7 miliardi di euro verso il resto della zona euro, ma un deficit commerciale di 22,9 miliardi di euro con la Cina.[12]
La classe politica ed il governo tedeschi sembrano aver ben compreso come il settore manifatturiero sia il settore strategico per recuperare sviluppo e occupazione, come è ben descritto in un recente interessante lavoro[13] a proposito dell’industria manifatturiera americana, dove si evidenzia la necessità per gli Stati Uniti di seguire l’esempio della Germania.
In questo rapporto si rileva come i risultati tedeschi discendano da un forte legame tra istituzioni federali, dei Länder e locali con i settori produttivi, nelle componenti imprenditoriali e sindacali. In Germania il settore industriale opera in stretta cooperazione con la scuola e l’Università, che consentono sia una formazione permanente dei lavoratori, sia un apprendistato nell’età scolare, con una particolare valorizzazione della formazione professionale e tecnica. Tali legami producono un forte senso di responsabilità nelle varie parti produttive ed una sinergia che di per sé contribuisce a produrre innovazione. Se a tutto ciò si aggiunge la facilità d’accesso alla finanza per le imprese e la forte protezione sociale garantita ai lavoratori che dovessero risultare temporaneamente in esubero, ecco che diventa più evidente la ragione del successo del made in Germany. Alcuni dati di confronto con gli Stati Uniti lo confermano. Nel 2010 la forza lavoro nel manifatturiero in Germania era il 21,2% del totale degli occupati, contro il 10,1% in USA. Nel 2009 il salario manifatturiero medio orario in Germania era di 46,52 dollari contro 33,53 dollari negli USA. Le perdite di posti di lavoro tra il 1990 ed il 2000, quindi ben prima della crisi, sono state del 2,2% in Germania e del 7,8% negli USA; tra il 2000 e il 2010 queste perdite sono state del 6% in Germania e del 28,3% negli Stati Uniti. Ciò mette bene in evidenza quali conseguenze le scelte di sviluppo statunitensi, indirizzate più sull’economia dei servizi e sullo sfruttamento dei vantaggi della supremazia del dollaro, hanno avuto in termini di perdita di capacità produttiva.
Ma non basta. Le ore di lavoro manifatturiero perse tra il 2007 e il 2010 sono state del 5,6% sul totale in Germania e del 16,4% in USA. Il risultato è stato che nel quarto trimestre del 2010 la Germania ha avuto 52,3 miliardi di dollari di surplus, mentre gli Stati Uniti hanno avuto 113,3 miliardi di deficit. Per fare un confronto con l’Italia, nella classifica delle bilance commerciali con l’estero per i prodotti manifatturieri non alimentari tra i paesi del G20, essa è in quinta posizione, con un saldo attivo di 82 miliardi di dollari, seconda solo alla Germania tra i paesi dell’eurozona. La Francia è in tredicesima posizione con un saldo negativo di 49 miliardi di euro.[14] Nonostante tutto dunque il tessuto produttivo manifatturiero italiano sta reggendo: ma fino a quando potrà continuare a farlo? Delle pericolose divergenze si stanno infatti manifestando in seno all’eurozona, soprattutto tra Francia e Germana, che rischiano di travolgere fragili equilibri esistenti.
 
Il confronto tra Francia e Germania.
Nel libro di Jamet, già citato, si faun confrontoGermania-Francia in termini di ricchezza prodotta e si rileva che, pur regredendo, “nel 2011 la Germania rappresentava ancora il 5,3% del Pil mondiale contro il 7% del 1991, mentre la Francia rappresentava il 4,1% contro il 5,6% del 91”.[15] Un altro raffronto significativo è inserito in uno studio che mette a confronto il settore auto in Francia e Germania.[16] La Germania è stata nel 2010 il primo esportatore mondiale di auto col 19,5% del mercato globale, al secondo posto il Giappone col 14,1%, al terzo gli USA col 7,3%. La Francia in dieci anni ha diminuito la sua quota di mercato del 2% ed è solo sesta nelle quote di mercato mondiale.
Quali sono i segreti del costante vantaggio del settore auto tedesco su quello francese? Nel 2011 le vendite di auto tedesche sono state superiori del 20% rispetto a quelle francesi. Secondo lo studio citato, l’industria tedesca ha privilegiato, in quell’anno, la produzione di auto di grossa cilindrata e ha prodotto il 45% delle vetture sul territorio tedesco. E’ in Germania che si continua a fare l’assemblaggio dei pezzi prodotti altrove (Italia compresa) a costi più bassi. L’industria francese invece ha “privilegiato la delocalizzazione degli impianti all’estero, pronta a reimportare veicoli di bassa e media gamma per i quali la domanda è forte”.
La Germania è posizionata meglio nel settore auto anche sui mercati extra UE dove nel 2011 ha piazzato la metà delle vendite, contro un quarto di quelle francesi. In particolare ha una quota del 17% in Asia, contro il 4% della Francia; del 10% negli Stati Uniti, contro il 2% della Francia. Nel 2011 la Francia ha esportato più auto della Germania nella UE (il 74% sul totale delle sue esportazioni di auto) mentre la Germania il 52%.
In Italia la FIAT ha invece privilegiato investimenti e delocalizzazioni all’estero al punto che, come scrive Le Monde,[17] “il tasso di utilizzo delle fabbriche italiane del gruppo è ormai tra i più bassi del vecchio continente, al di sotto del 50% per alcune fabbriche”. “E’ bene ricordare — precisava l’autore dell’articolo — che un impianto produttivo non produce profitti sotto la soglia del 75% del suo utilizzo”. Non è dunque con questo tipo di politica industriale in campo automobilistico che l’Italia o qualche altro paese europeo potrà sperare di mantenere, consolidare o migliorare la propria posizione manifatturiera.
 
Una nuova guerra mondiale, quella tra salariati.
Tra le guerre in corso nel mondo ce n’è una, non dichiarata ma reale, tra i salariati per lo spostamento dello sviluppo e dell’iniziativa imprenditoriale e di know how verso altre aree, soprattutto in Asia. Solo in Cina ci sono 900 milioni di persone in età lavorativa, in India 800 milioni. Si tratta di un immenso serbatoio di forza lavoro disposto ancora a lavorare per pochi dollari l’ora. Un fatto, questo, messo in evidenza in un interessante studio della Brookings, su Why does manufacturing matter?,[18] che mette a confronto a livello internazionale i compensi orari in dollari nel manifatturiero nel 2009. Il compenso orario di un lavoratore dipendente tedesco figurava al primo posto, ed era pari a 46,52 dollari l’ora, mentre quello di un francese era di 40,08. Quello di un italiano era pari a 34,97 dollari, mentre quello di un greco era di 19,23; quello di un ceco 11,21, di un polacco 7,50 e quello di un filippino era di 1,50 dollari!
Il fenomeno della delocalizzazione selvaggia della produzione dove il lavoro costa sempre meno è ormai in atto anche all’interno di paesi come la Cina, dove si assiste allo spostamento di investimenti produttivi verso aree ancora più marginali per quanto riguarda il costo del lavoro, e in cui i salariati si accontentano di paghe da fame. Ecco il caso citato dal direttore francese di un centro studi sulla Cina: “Nelle province di Chongqing e di Hubei, 150 milioni di persone sono pronte a lavorare per un salario del 30% inferiore a quello di Shenzhen”.[19] Non meraviglia dunque come, in assenza di politiche adeguate, il problema occupazionale stia diventando così drammatico in Europa, dove al fenomeno della delocalizzazione si aggiunge quello della scarsa competitività innovativa, come dimostrano la chiusura di tanti impianti industriali sia americani, si veda il caso della Ford in Belgio, sia di marchi europei, come quelli della Peugeot in Francia e della Fiat in Italia.
In questo quadro anche il ruolo dei sindacati europei ne esce fortemente indebolito. I sindacali, che da tempo avrebbero dovuto darsi una dimensione europea, sono infatti rimasti divisi e impotenti di fronte alle sfide della globalizzazione, non essendoci più per loro un quadro politico di confronto certo, come poteva essere quello nazionale, a causa della mondializzazione delle imprese e dell’enorme serbatoio di forza lavoro a basso costo ancora disponibile nel mondo. Per questo alcune contrattazioni tra padronati e sindacati a livello di grandi aziende si riducono ormai a mantenere o far rientrare l’investimento in certi settori nella zona euro in cambio della riduzione dei compensi salariali, della rinuncia ad alcune conquiste nel campo dell’assistenza sociale e della flessibilità nell’orario di lavoro. Se a tutto ciò si aggiunge una evidente diminuita capacità di produrre valore aggiunto da parte dei paesi sviluppati, ben si comprende la sfiducia che comincia a trasparire in alcuni studi sul futuro.[20]
In effetti, si è sempre parlato della maggiore capacità del mondo sviluppato, rispetto ai paesi emergenti, di produrre valore aggiunto, tecnologia avanzata, servizi specialistici, rispetto ai paesi meno sviluppati. Scriveva Robert Reich nel 1991: “L’economia americana negli anni Cinquanta fu il motore della produzione di massa”,[21] oggi “le aziende che sopravvivono e che hanno successo stanno sostituendo il criterio dell’alto volume con quello dell’alto valore”.[22]Maanche da questo punto di vista, l’Europa ha perso capacità innovativa, sia a causa della dimensione ridotta delle economie nazionali in cui hanno continuato e continuano ad essere prese le decisioni strategiche, sia al ridimensionamento delle imprese del Vecchio continente, sia infine a causa della delocalizzazione delle industrie. Ecco perché si sta pericolosamente erodendo il patrimonio di capacità e conoscenze produttive ed organizzative costruito in due secoli e mezzo di crescita. Come ha sottolineato Leparmentier“Il solo modo efficace di lottare contro la Cina, è di localizzare in Europa il valore aggiunto, recuperare la parte migliore dell’assemblaggio ormai mondiale della produzione. La missione non è impossibile, nonostante i tre milioni di impieghi industriali perduti in Europa dall’inizio della crisi”.[23]
 
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In conclusione, la crisi finanziaria ha messo in rilievo, soprattutto in Europa, il rischio di puntare tutto sul settore volatile dei servizi finanziari a scapito del mantenimento e del consolidamento del settore secondario, perché questo implica nel tempo sia un progressivo impoverimento del know how industriale e della capacità di mantenere quello stretto collegamento tra produzione, innovazione, tessuto sociale e culturale di molte regioni e distretti produttivi, essenziale per lo sviluppo e l’innalzamento della qualità della vita; sia l’indebolimento del settore dell’indotto industriale, basato su una fitta rete di rapporti commerciali e produttivi, che si traduce in maggiore disponibilità e varietà di posti di lavoro nelle piccole e medie imprese; sia la scomparsa delle figure degli occupati specializzati e della necessità di mantenere un sistema di formazione di alto livello.
Nel mondo è in atto una sfida per accaparrarsi la localizzazione degli insediamenti industriali, anche a costo di una terribile guerra tra i salariati e di un ulteriore aumento dei divari internazionali. In Europa, come sta avvenendo in questi ultimi mesi negli Stati Uniti, si cerca di riportare gli insediamenti industriali nel vecchio continente. Ma questo tentativo è frammentato in una serie di provvedimenti e politiche nazionali, spesso in conflitto tra loro, invece che basarsi su una legislazione unitaria dell’eurozona, che renderebbe di nuovo competitiva questa grande area. Tra l’altro l’ultimo studio di Louis Gallois sulla competitività dell’industria francese nel 2011,[24] presentato al Primo ministro, dimostra e conferma il grande ritardo di questo paese che, insieme alla Germania, dovrebbe essere il motore per il rilancio dell’euro zona. Infatti, il tasso dell’industria manifatturiera sul PIL totale vede la Germania al 22,6%, l’Italia al 16%, la Spagna al 13,5% e la Francia al 10,1%. La Francia sconta una perdita di valore aggiunto nel settore manifatturiero passata dal 20,5% del 1980 al 10% nel 2011 e un tasso di autofinanziamento delle imprese del settore che è aumentato per la Germania dal 60% del 2000 a più del 100%, è diminuito in Francia dal 90 al 70% , mentre l’Italia è rimasta costante intorno all’80% nello stesso periodo.
Le pressioni cui è sottoposta la società europea, per la mancanza di prospettive di sviluppo, per carenze strategiche ed istituzionali, e le conseguenze che tutto ciò ha in termini occupazionali e di accrescimento degli squilibri regionali, richiederebbero risposte politiche immediate su scala sovranazionale. Questa è la sfida di fronte alla quale si trova l’eurozona: farsi federazione o impoverirsi sempre più. Recentemente, il premier belga Di Rupo, riferendosi alla decisione di attuareun Patto per la crescita e l’occupazione presa durante l’ultimo summit europeo di giugno, che prevede investimenti per un ammontare di 120 miliardi di euro, ha detto: “è un primo passo, ma penso che dobbiamo andare più lontano nella politica di rilancio dell’Europa. In relazione alla concorrenza mondiale, l’Europa deve condurre una politica industriale di forte volontà, in particolare nei settori dell’avvenire… Certi paesi, per ragioni interne, che restano rispettabili, vogliono l’Europa solo come un grande mercato: il mercato unico… E’ per loro insopportabile immaginare un’integrazione politica europea più spinta… Ma il mercato unico manifestamente non basta per far emergere un’Europa politica. C’è bisogno per questo di uno sforzo supplementare. E c’è urgenza! Urgenza soprattutto per i 333 milioni di cittadini tra cui i belgi che hanno rinunciato alla loro moneta nazionale per l’Euro… Allora come costruire più Europa? Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo misurare in quale spazio noi possiamo agire in maniera pertinente… Attualmente parlare di un’Europa politica a 27, è un’illusione… Il progetto di un’Europa politica deve essere prima di tutto portato avanti dai 17 paesi della zona euro”.[25] Analoghe considerazioni si possono trovare nel discorso che ha fatto il presidente della Commissione europea Barroso al Parlamento europeo[26] e in altri studi.[27]
Con una reale politica economica su scala continentale la zona euro sarebbe in grado di pianificare la propria crescita e di competere sul piano globale. Non si tratta certo di imboccare la strada di un impossibile ed illusorio protezionismo europeo, come suggeriscono Dedieu, Masse-Stamberger, De Tricornot,[28] ma di impostare su basi nuove e più equilibrate il rapporto di cooperazione con gli altri poli continentali, una volta raggiunto lo status politico di federazione, almeno dell’eurogruppo.
E’ indubbio che percorrere questa strada sia particolarmente difficile dal punto di vista istituzionale, economico, finanziario e politico. Ma gli europei che hanno deciso di condividere una stessa moneta non hanno scelta: sono alla resa dei conti, con la propria storia e con lo stadio di globalizzazione raggiunto dal sistema economico-produttivo mondiale.


[1]Michele Salvati, “L’Europa e la crisi del debito”, Corriere della Sera, 7 febbraio 2012.
[2] Jean François Jamet, “L’Europe peut-elle se passer d’un gouvernement économique?”, La documentation française, p. 139.
[3] Tabella decennale 2000-2010 della crescita dei paesi del mondo, El País, 21 ottobre 2010.
[4] Franck Dedieu, Benjamin Masse-Stamberger, Adrien De Tricornot, Inévitable protectionnisme, Paris, Gallimard, 2012.
[5] Inévitable protectionnisme, op. cit.,p. 220.
[6] Inévitable protectionnisme, op. cit.,p. 26.
[7] Elio Di Rupo, Discours lors de la rentrée académique ULB, Bruxelles, 21 settembre 2012.
[8] Discours lors de la rentrée, op. cit., p. 90.
[9] Inévitable protectionnisme, op. cit., p. 53.
[10] Scenari Industriali, n. 2, giugno 2011.
[11] Inévitable protectionnisme, op. cit., pp. 27-28.
[12] Inévitable protectionnisme, op. cit., p. 29.
[13] Susan Helper, Timoty Kineger, Howard Viali, “Why does manufacturing matter? A policy framework”, Brookings, February 2012.
[14] Fondazione Edison, quaderno n. 114, sett. 2012.
[15] Jean François Jamet, op. cit., p. 13.
[16] “Le chiffre du commerce extérieur”, Etudes et éclairages, n. 30, aprile 2012.
[17] Philippe Jacqué “M. Marchionne pousse Fiat à monter en gamme pour sauver ses sitesen Italie”, Le Monde, 1 novembre 2012.
[18] Why does manufacturing…, op. cit.
[19] Inévitable protectionnisme, op. cit., p. 42.
[20] Robert J. Gordon, Is US Economic Growth over? Faltering Innovation Confronts the Six Headwinds, Cambridge, MA, USA, National Bureau of Economic Research, Working Paper 18315, August 2012.
[21] Robert Reich, L’economia delle nazioni, Milano, Il Sole24ore libri, 1993, p. 44.
[22] Ibidem, p. 91.
[23] Arnaud Leparmentier, “Zizanie sur la politique industrielle européenne”, Le Monde,25 ottobre 2012.
[24] Louis Gallois, Pacte pour la compétitivité de l’industrie française, Rapport au Premier ministre, 5 nov. 2012.
[25] Elio Di Rupo, op. cit.
[26] Manuel Barroso, discorso davanti alla sessione plenaria del Parlamento Europeo del 12 settembre 2012: “Ma io vi chiedo: è realistico andare avanti come abbiamo fatto finora? È realistico quello a cui assistiamo in molti paesi europei? È realistico che i contribuenti paghino le banche e poi siano costretti a restituire alle banche la case che hanno pagato perché non possono rimborsare il mutuo? È realistico che in alcuni dei nostri Stati membri più del 50% dei giovani siano disoccupati? È realistico continuare a cercare di navigare a vista, finendo per accumulare errori perché le risposte non sono convincenti? È realistico pensare di poter guadagnare la fiducia dei mercati quando mostriamo così poca fiducia gli uni negli altri?... Per tutti coloro che sono a favore dell’Europa è arrivato il momento di abbandonare le vecchie abitudini e di adottarne nuove. L’Unione europea è stata costruita per garantire la pace. Oggi, questo significa che deve poter affrontare le sfide della globalizzazione… L’unione economica e monetaria pone quindi la questione dell’unione politica, e della democrazia europea su cui deve appoggiarsi. Se vogliamo che l’unione politica e monetaria funzioni, dobbiamo combinare l’ambizione con una corretta pianificazione: prendere iniziative concrete nell’immediato, ma assumendo come prospettiva l’unione politica… Unione politica significa anche fare di più per svolgere appieno il nostro ruolo a livello mondiale. Condividere la sovranità in Europa ci renderà più potenti nel mondo globalizzato. Oggi lancio il mio appello a favore di una federazione di Stati nazione: non un superstato, ma una federazione democratica di Stati nazione in grado di affrontare i problemi comuni grazie a una sovranità condivisa, che permetta a ciascun paese e a ciascun cittadino di controllare meglio il proprio destino. Si tratta di un’Unione con gli Stati membri, non contro gli Stati membri. Nell’era della globalizzazione, mettere in comune la sovranità aumenta il potere, non lo diminuisce. …Ecco perché abbiamo bisogno di un nuovo pensiero per l’Europa, di un patto decisivo per l’Europa”.
[27] Thierry Chopin et Jean-François Jamet, “Comment sortir de la crise de l’Europe ?”, Commentaire, n. 137, printemps 2012, pp. 25 e sgg., ribadiscono come la crisi abbia creato un momento eccezionale che rende necessaria “l’evoluzione delle istituzioni e un dibattito chiaro sull’avvenire della zona euro e sul federalismo… sembra impossibile… evitare una riflessione sulle vie dell’integrazione differenziata in seno all’Unione. E vi è la… necessità di una nuova convenzione che dovrebbe fissarsi come obiettivo di individuare i contorni di un governo economico della zona euro. In effetti questi non sono mai stati chiariti… Bisogna andare più lontano… 1) prima di tutto, per rispondere all’imperativo di efficacia economica, deve essere creato un Tesoro europeo per gestire le emissioni del debito comune alla zona euro, con una risorsa fiscale propria per assicurare la sua credibilità (per es. un’imposta sulle società europee, che sostituisca quella nazionale). Il debito messo in comune, sarebbe limitato ai Buoni del Tesoro, cioè al debito a breve termine (eurobills) sulla base del 10% del PIL (Philippon, Hellwig)…; 2) assicurare la leggibilità politica e la legittimità democratica della zona euro. Ciò supporrebbe che la zona euro parli con una sola voce; 3) la BCE, rassicurata dalla messa in opera di questa unione budgetaria più efficace, più credibile e più legittima, riconoscerebbe il suo ruolo di prestatore in ultima istanza”.
[28] Inévitable protectionnisme,op. cit.
 
 

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