Anno LVII, 2015, Numero 1-2, Pagina 31

 

 

Il TTIP, opportunità e rischi

 

DAVIDE NEGRI

 

 

La crisi economica iniziata nel 2008 ha frantumato il sogno di creare un’economia pienamente globalizzata: sono anni che il WTO non riesce ad andare oltre il negoziato di Doha a causa della accresciuta influenza dei paesi BRICS. L’impossibilità di creare un’unica area di libero scambio globale lascia il posto a una pluralità di macro-regioni più o meno integrate tra loro.

L’accordo di libero scambio[1] tra Unione europea e Stati Uniti in fase di negoziazione rappresenta forse il tentativo più ambizioso di superare l’attuale impasse, cercando di far leva sulla (precaria) superiorità della somma della forza economica degli Stati Uniti e dei paesi membri della UE.

USA e UE, infatti, costituiscono circa il 50% del PIL mondiale e quasi 1/3 dei flussi commerciali globali. Lo stock di investimenti bilaterali è pari a 2394 trilioni di euro ed ogni giorno vengono scambiati merci e servizi per un valore medio di quasi 2 miliardi di euro. La loro progressiva integrazione, pertanto, non può che apparire mutualmente vantaggiosa.

Sulla base di questi presupposti, nel novembre 2011 si è insediato l’High Level Working Group for Jobs and Growth con l’incarico di valutare i possibili ambiti di collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico. A dicembre 2012 il Gruppo ha presentato un Interim Report che anticipava le conclusioni del rapporto finale, reso noto nel febbraio 2013 e preceduto di poche ore dal Presidente degli Stati Uniti che, nel suo discorso annuale sullo stato dell’Unione, raccomandava l’avvio di negoziati per un accordo di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa, denominato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP). Le raccomandazioni del rapporto per la riduzione ed eliminazione di barriere al commercio ed agli investimenti riguardano diversi campi. In particolare viene accordata grande importanza alla riduzione degli ostacoli tecnici ed alla cooperazione regolamentare preventiva per consolidare la convergenza negli standard ed evitare l’introduzione di barriere future.

Il rapporto indica già gli ambiti generali del negoziato: 1) accesso al mercato: dazi e quote per prodotti industriali, agricoli e servizi, liberalizzazione degli investimenti, accesso agli appalti pubblici; 2) dialogo regolamentare: armonizzazione degli standard ed eliminazione delle barriere tecniche; 3) collaborazione su temi globali di comune interesse: in particolare, ambiente, lavoro, proprietà intellettuale, energia, PMI.

A marzo 2013, la Commissione UE ha trasmesso al Consiglio un’analisi d’impatto sul possibile accordo. Il documento si è basato su altri studi precedenti ed ha ipotizzato quattro scenari. Tuttavia la soluzione che massimizza i vantaggi da ambo le parti risiede nello scenario di liberalizzazione più spinto, che prevede infatti: 100% liberalizzazione tariffaria; 25% riduzione delle NTBs (Non Tariff Barriers, barriere non tariffarie); 25% riduzione delle barriere ai servizi; 50% liberalizzazione negli appalti pubblici.

Le stime per questo scenario (periodo 2017-2027) sono, per la UE, di una crescita annua media del PIL dello 0,48%, pari a circa 86,4 miliardi di euro e per gli Stati Uniti dello 0,39% del PIL, pari a circa 65 miliardi di euro. L’export europeo verso gli Stati Uniti dovrebbe aumentare poi del 28,03% (circa 187 mld euro) mentre quello americano verso la UE del 36,57% (159 mld euro).

Per quanto attiene l’impatto sul commercio mondiale, l’accordo determinerebbe effetti positivi generando un aumento della ricchezza globale di circa 100 miliardi di euro.

Si ritiene che tale effetto si realizzerebbe per la maggior parte grazie alla riduzione delle NTBs bilaterali attraverso una maggiore convergenza regolamentare, che determinerebbe a sua volta l’affermazione de facto di standard globali.

Dopo nove round di negoziati (l’ultimo è avvenuto nell’aprile 2015), il Parlamento europeo è ora chiamato a pronunciarsi sulla bozza di accordo mentre, negli Stati Uniti, Obama fatica a far passare in Congresso le modifiche necessarie per accontentare i partner europei.

In questo saggio, si vuole soprattutto evidenziare come il TTIP sia un accordo con cui americani ed europei cercano di reagire alla crescente instabilità geopolitica mondiale. In particolare, gli Stati Uniti si propongono di contrastare la perdita della loro egemonia in campo economico-commerciale creando un fronte comune con i paesi storicamente alleati. Per i paesi membri dell’UE, invece, il TTIP rappresenta un’occasione per ottenere una relazione commerciale privilegiata con la prima economia al mondo dialogando “quasi” ad armi pari.

Tuttavia, in Europa, proprio la mancanza di un centro politico in grado di prendere le decisioni e la mancanza di una politica estera comune rende molto difficile la formazione di una volontà comune chiara e precisa. Si alimenta l’illusione di generare maggior democrazia facendo intervenire anche i singoli (28) parlamenti nazionali nel processo decisionale – che sarebbe a quel punto da ratificare nei 28 paesi membri, in alcuni con referendum – quando invece questo non è altro che un ennesimo tentativo di salvaguardare la sovranità nazionale in un mondo sempre più veloce e instabile in cui è necessario governare l’evoluzione dell’economia con maggior forza e con una visione continentale.

2. Dall’economia globalizzata alla globalizzazione a rete.

Nel mondo post Lehmann Brother la globalizzazione (meglio, semi-globalizzazione) non esiste più come l’abbiamo conosciuta, ammirata e temuta: oggi quello che abbiamo è un surrogato che si chiama “globalizzazione a rete” o “regionalizzazione economica”.

La globalizzazione dell’economia si è basata sull’apertura da parte di tutti i paesi aderenti al WTO dei propri mercati; le sole eccezioni erano i paesi in via di sviluppo. Ma ad oggi il WTO non è più riuscito a portare avanti nessun vero e proprio trattato multilaterale di apertura degli scambi commerciali. L’Agenda di Doha di fatto si è arenata.

La crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008, nata negli USA ed esportata in tutto il mondo a causa dell’altissimo livello di integrazione dei mercati finanziari, è stata arginata solamente grazie all’intervento degli Stati nell’economia attraverso salvataggi e interventi di sostegno onerosi che hanno inciso sul debito pubblico. Come sappiamo la crisi del settore privato è stata attenuata con la socializzazione dei danni provocati dalla eccessiva deregulation del sistema finanziario che aveva contribuito a creare la bolla creditizia.

In questo contesto di forte intervento pubblico, gli Stati hanno utilizzato tutti gli strumenti a loro disposizione per venire in soccorso alle proprie economie. Tuttavia il problema è che continua a mancare un livello di cooperazione internazionale – la cosiddetta governance mondiale dell’economia – che permetta di imporre una via equilibrata e poco conflittuale. E’ stata la stessa globalizzazione che ha creato le cause del proprio ridimensionamento, permettendo a nuovi attori geo-economici di inserirsi sulla scena mondiale. I BRICS, più una schiera di 15 paesi che stanno uscendo velocemente dalle condizioni di paesi in via di sviluppo, hanno bisogno di trovare spazi economici adeguati per crescere. Per tale ragione il vecchio ordine economico basato sui grandi istituti internazionali ad appannaggio degli Stati Uniti e, in misura subordinata, degli alleati europei e asiatici (Banca mondiale, WTO, Fondo monetario internazionale), non ha la stessa efficacia del passato nell’indicare le raccomandazioni ai nuovi attori geopolitici.

In questo contesto, sia gli Stati avanzati, sia quelli emergenti si avvalgono di tutti gli strumenti di politica economica a loro disposizione per dare slancio alla propria economia. Questi prevedono:

1) la svalutazione competitiva della moneta, processo iniziato con la politica di Quantitative easing della Federal Reserve e ripreso poi da tutte le economie avanzate, come la Svizzera, il Regno Unito e da ultimo il Giappone (e l’eurozona). C’è ovviamente da ricordare che l’emissione di dollari non comporta rischi per l’economia americana essendo la moneta di riferimento negli scambi internazionali.

2) la creazione di nuove barriere[2] non tariffarie che, a differenza di quelle tariffarie (vietate per ora dal WTO), sono aumentate e risultano ben più insidiose perché fanno leva su regolamentazioni, certificazioni e procedure doganali e di controllo, o su autorizzazioni tali da far lievitare i costi di esportazione e importazione.

3) l’accesso privilegiato a mercati selezionati e complementari: attraverso la sottoscrizione di Free Trade Agreements tra Stati, oppure tra gruppi di Stati e altri.

4) l’uso di strumenti di soft e hard power in politica estera da parte dei Paesi emergenti e avanzati (USA in primis).

Il mondo sta dunque lentamente scivolando verso una più marcata divisione tra aree geografiche in competizione tra loro, dove gli accordi commerciali preferenziali segnano nuovi confini economici e d’influenza. Ciascuna di queste aree rispecchia il potere d’influenza geopolitica dell’attore regionale più forte dell’area. Non a caso gli Stati Uniti stanno negoziando da tempo anche con i principali paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico il TPP – Trans-Pacific Partnership. Allo stesso tempo, la Cina, unico paese escluso da tale negoziato, negozia con i medesimi paesi la FTAAP – Area di libero scambio dell’Asia e del Pacifico – con il chiaro intento di creare una comunità economica asiatica che abbia al centro la Cina e che escluda gli Stati Uniti[3].

3. Le scelte strategiche degli Stati Uniti.

Negli USA la crisi finanziaria ha finalmente spinto la sua classe dirigente a lasciar cadere l’idea che l’economia americana potesse crescere solamente grazie al settore finanziario e a quello edilizio, trascurando pericolosamente il settore manifatturiero. Anche in seguito alla perdita di milioni di posti di lavoro, soprattutto nel settore dei servizi, dove minore è la protezione dei sindacati e maggiore l’esposizione a shock economici, negli USA ha quindi iniziato ad imporsi un indirizzo economico in completa antitesi con la teoria economica professata negli anni precedenti la crisi.

A fronte del fatto che si è rivelato irrealistica l’ipotesi che l’economia mondiale si sarebbe aperta sempre più, la classe dirigente americana ha compreso la necessità di far rientrare gli investimenti nel settore manifatturiero. A questo proposito, una ricerca curata dall’Interindustry Forecast Project dell’Università del Maryland, cui era stato chiesto di valutare se l’incidenza dell’industria manifatturiera nell’economia statunitense (che attualmente si aggira intorno all’11,6% del PIL) possa tornare ai livelli del 1998 (ossia al 15% del PIL circa, quando il settore non era stato ancora messo a dura prova dalle ondate della recessione globale), ha mostrato quali sono i profondi cambiamenti nella struttura della domanda e dell’offerta legati ad un aumento del valore aggiunto di questa portata (cioè pari al 4% del PIL circa). I principali fattori necessari al rilancio dell’industria manifatturiera possono essere sintetizzati in quattro punti: 1) aumento delle esportazioni e riduzione delle importazioni; 2) riduzione del tasso di crescita dei prezzi e incremento delle risorse energetiche rispetto agli standard attuali; 3) riduzione degli oneri normativi e delle imposte societarie per favorire un aumento della produzione, degli investimenti e del reddito (anche in tutti gli altri settori); 4) accelerazione della crescita della produttività nei principali settori dei servizi, e in particolare quello sanitario, edile, finanziario e del commercio all’ingrosso e al dettaglio, per rispondere alle esigenze di riconversione della manodopera.

Il modello elaborato prospetta uno scenario in cui, di qui al 2025, l’industria manifatturiera cresce fino a raggiungere il 15,8% del PIL. Nello stesso periodo, la produzione complessiva del settore si attesta a 1.500 miliardi di dollari, segnando un aumento del 49% rispetto ai valori attuali. Il risparmio individuale aumenta, così come il reddito personale, mentre il consumo privato diminuisce. Oltre il 3% del PIL viene dirottato dai servizi al settore manifatturiero (compresa la quota relativa agli investimenti di capitale).

Questa performance è possibile solo se l’industria made in USA riesce affermarsi sui mercati internazionali. Il modello ipotizza una crescita annua delle esportazioni dell’8,2%. Dall’inizio della ripresa, il dato si è attestato sul 7,8% e dunque occorre solo un modesto incremento: un obiettivo che, con il progressivo rafforzamento dell’economia globale, appare facilmente raggiungibile.

Un ulteriore fattore di crescita è il boom energetico in atto nel paese. La scelta politica della riduzione dei costi dell’energia rappresenta un vantaggio per tutti i produttori, specialmente per quelli che operano in settori ad alta intensità energetica, come l’industria chimica e quella metallurgica. Inoltre, le autorità statunitensi hanno approvato tre terminali per l’export di gas naturale liquefatto, e anche le esportazioni di prodotti raffinati come il carburante diesel sono probabilmente destinate ad aumentare, soprattutto se – come annunciato – partiranno i progetti per la conversione del gas naturale in diesel. Nello scenario del “risveglio della manifattura”, la produzione di gas naturale cresce appena del 2,9% all’anno: un dato ben inferiore alla recente performance di quel settore. E l’impatto dell’aumento della produzione petrolifera (che come minimo ridurrà le importazioni e favorirà una crescita delle esportazioni di prodotti raffinati) è probabilmente sottovalutato. Ad oggi ci sono circa 130 mila pozzi di shale gas concentrati maggiormente nella parte nord-est del paese. Quando gli USA vorranno esportarlo all’India e alla Cina sicuramente passeranno per l’Europa e il Mediterraneo, con notevoli rischi per l’industria petrolchimica europea. Lo shale gas, inoltre, ha anche un’ulteriore valenza: con prezzi così ridotti non è solo uno strumento che abbassa i costi energetici ma anche un modo per mettere in difficoltà quei paesi che hanno costruito le proprie fortune sui petro-dollari e gas-dollari, minacciando così le rendite di posizione raggiunte da paesi non allineati alla politica americana (Russia, Venezuela, Iran ad esempio).

Sul fronte interno gli Stati Uniti stanno adottando misure aggressive per favorire il risveglio del settore manifatturiero, come l’adozione di un sistema fiscale territoriale e una fiscalità speciale per le società. Ma il raggiungimento dell’obiettivo di ri-manifatturizzazione dipende in larga misura anche dal consolidamento della crescita economica dei principali partner commerciali – specialmente l’Europa, il Giappone, la Cina, il Messico, il Brasile, l’India e le quattro tigri asiatiche – rispetto alle performance registrate dopo l’inizio della ripresa. La politica commerciale svolge quindi un ruolo decisivo: solamente se il paese trova sbocchi in nuovi mercati e assicura l’applicazione delle norme internazionali esistenti può aumentare il livello delle esportazioni.

Il TTIP vuole in questo modo essere la testa di ponte per l’accesso a mercati maturi per collocare la produzione high-tech e ad alto valore aggiunto della nuova manifattura americana. I settori che maggiormente sono interessati dal TTIP sono, infatti, il settore chimico, metallurgico, aerospaziale (ma solo in parte) e automotive. In tutto questo lo shale gas e shale oil dovrebbero rientrare in un secondo momento nell’accordo – con la crisi ucraina e l’instabilità dei rapporti politici con la Russia che aiutano in tal senso.

4. Chi vuole realmente il TTIP in Europa?

Anche se Unione europea e Stati Uniti rimangono i detentori delle principali quote del commercio e degli investimenti mondiali[4], il loro interscambio è venuto deteriorandosi negli ultimi due decenni. Tale declino è spiegabile solamente cumulando gli effetti di vari fattori, tra i quali l’affermazione dei mercati emergenti come nuove destinazioni per le esportazioni europee e americane, l’impatto delle barriere non tariffarie americane (le varie norme buy American), a cui bisogna aggiungere però il fatto che la fitta interrelazione dei rapporti intra-company transatlantici si sottrae alle statistiche sul commercio estero.

 

Grafico 1 – Quota USA sul totale dell’export UE (2001 – 2012)

 

Ciò detto, l’arretramento relativo dei flussi commerciali bilaterali resta cospicuo e molti commentatori ritengono che il TTIP si ponga come ultimo tentativo per invertire la tendenza negativa.

L’economia mondiale, grazie alla globalizzazione, si è andata sviluppando attraverso lunghe catene di valore, ossia la frammentazione del processo di ricerca & sviluppo, di ingegnerizzazione, di produzione (manifatturiera), di distribuzione, di logistica, di marketing, dei servizi alla clientela. Gli accordi commerciali di libero scambio permettono uno sviluppo esponenziale delle catene di valore quando le economie sono proprie di paesi vicini geograficamente, soprattutto sul versante manifatturiero[5]. Ciò premesso, ci si rende facilmente conto che il TTIP è un trattato che incentiva fortemente, non più di tanto la delocalizzazione produttiva e manifatturiera visti i costi del lavoro in Europa e USA, bensì, le attività a monte e a valle delle catene del valore come la ricerca e sviluppo (e la relativa proprietà intellettuale) o le funzioni e i servizi associati alle fasi finali della catena (dal marketing ai servizi alla clientela alla logistica e alla distribuzione). Infatti, se ci confrontiamo con gli obiettivi dichiarati nei documenti ufficiali si osserva il diminuito peso del protezionismo tariffario rispetto a quello non tariffario. Per il primo, data la media complessiva del protezionismo tariffario che è intorno al 3%, l’abbattimento delle barriere tariffarie riguarda solamente i prodotti agricoli. Per il secondo, le pratiche non tariffarie da negoziare riguardano l’allineamento degli standard regolamentativi, il miglioramento della protezione degli investimenti esteri e l’accesso ai mercati dei servizi, degli approvvigionamenti e appalti pubblici.

Quindi siamo di fronte ad un accordo di libero scambio dove la posta in gioco non è tanto “l’accesso al mercato delle merci” già ampiamente garantito dalla bassa protezione tariffaria, bensì un accordo su protezione degli investimenti e liberalizzazione dei servizi insieme. Infatti ciò che ambo le parti desiderano e auspicano è la possibilità di delocalizzare impianti e tecnologie adeguatamente protette connesse all’attività liberalizzata di interscambio del bene o servizio finale.

Quali vantaggi ne trarrebbe l’industria europea? Secondo un recente studio del centro studi del Parlamento europeo pubblicato nel gennaio 2015[6], i settori che maggiormente beneficeranno della TTIP saranno – nello scenario di liberalizzazione più ambizioso – il settore automobilistico (+148%), i prodotti in metallo (+68,2%), l’alimentazione processata (+45,5%), altri beni manifatturieri (+22,8%), la chimica (+36,2%), i macchinari elettrici (+35%), i componenti per altri mezzi di trasporto (+25,5%), la carta e il legno (+19,9%).

I dati sembrano indicare la Germania come il principale paese beneficiario vista la sua vocazione industriale. In realtà il TTIP favorirà anche il tessuto industriale di quei paesi membri in cui le PMI costituiscono l’ossatura imprenditoriale del paese, attraverso la riduzione di quelle procedure burocratiche che prima risultavano un costo fisso: infatti secondo le proiezioni i paesi che più beneficeranno del TTIP saranno Svezia, Finlandia, Regno Unito, Irlanda, Spagna, Bulgaria, Cipro, Grecia, Malta e Lettonia.

Le preoccupazioni principali degli industriali europei vengono dai settori energivori quali la siderurgia, la chimica, la cementifera e la cartiera, dove essi lamentano il rischio di penalizzazione della competitività dei loro prodotti grazie ai costi minori dell’energia prodotta negli Stati Uniti con lo shale gas e lo shale oil.

In secondo luogo, metà dell’interscambio commerciale tra Stati Uniti e UE concerne catene del valore che sono controllate da reti di imprese e gruppi transazionali medio-grandi. Le piccole-medie imprese, saranno avvantaggiate proprio per il fatto che essendo sub-fornitori della grande industria godranno dei vantaggi delle nuove opportunità commerciali di queste.

Da ultimo, è da notare come il TTIP sia un argomento che abbia contribuito a formare una opinione pubblica “europea” spesso assente, assopita e divisa per nazionalità. La formazione di un ampio dibattito nell’opinione pubblica europea sia in termini positivi (attraverso le federazioni dei produttori agricoli e industriali) che negativi (associazioni di consumatori e partiti vari), esercita un maggior controllo, e di conseguenza fornisce maggiore legittimità all’operato delle istituzioni europee. Solamente così si spiega il fatto che molti documenti prima riservati riguardanti il negoziato siano stati resi pubblici e la volontà di rendere il più possibile trasparente sia il dibattito nel Parlamento europeo, sia il negoziato in corso. Tale dibattito aiuta a maturare la consapevolezza negli Stati membri che con i grandi paesi – come gli Stati Uniti ma anche la Russia, la Cina e l’India – non si può trattare singolarmente, ma è necessaria la dimensione europea per poter esprimere una (e una sola) volontà politica, agendo così con più responsabilità nel mondo.

Un esempio di ciò è il Rapporto Lange (S&D, Germania) sul TTIP[7], che, nel caso venisse approvato, sarebbe un segnale politico forte di cui la Commissione dovrà tenere conto nel proseguimento dei negoziati. Proprio grazie a questo Rapporto vengono avanzate alcune proposte di mediazione sugli argomenti più dibattuti e controversi tra i quali spicca il cosiddetto ISDS (sistema di risoluzione delle controversie tra Stato e investitore). La soluzione proposta sarebbe quella di creare una Corte internazionale degli investimenti i cui lavori abbiano garanzia di pubblicità e dove sia previsto un meccanismo di appello e garantita la coerenza delle decisioni giudiziarie e dove sia rispettata la giurisdizione dei tribunale europei e degli Stati membri.

5. Considerazioni conclusive.

Se il TTIP presenta obiettivi importanti per l’UE, e soprattutto riveste un alto valore strategico, gli europei devono però essere consci che “più commercio” non significa automaticamente “più crescita” e che questa ha bisogno di un centro di decisione in grado di attuare politiche di crescita adeguate. Il libero commercio, come è noto, è una grande opportunità che viene data a tutti, ma dove i meglio preparati spesso traggono maggior vantaggio. Se gli europei vogliono veramente sfruttare appieno la creazione della più grande area di libero scambio al mondo, devono completare l’integrazione politica per dare una cabina di regia solida e coerente all’economia del continente nei decenni a venire, così come avviene negli Stati Uniti. In alternativa l’Europa continuerà a vivere nella prigione del voto all’unanimità per prendere qualsiasi decisione. Lo stesso caso del TTIP è emblematico. Per essere approvato vi sono due vie: la prima è di considerare il TTIP un Mixed State Agreement, dove Unione e Stati membri condividono la responsabilità nella ratifica del trattato e devono quindi seguire una procedura di ratifica nei 28 paesi membri (con l’ulteriore pericolo che in alcuni di questi si scelga il voto referendario con tutte le sue conseguenze); oppure il TTIP è materia di esclusiva competenza dell’Unione europea (Non-Mixed State Agreement) e la ratifica richiede solo il voto a maggioranza qualificata del Consiglio e del Parlamento europeo. E qui sorge il paradosso istituzionale: sarà il voto unanime del Consiglio europeo a deliberare a favore del Non-Mixed State Agreement; in caso contrario – un solo voto contrario – si procede con la via della ratifica del TTIP in ciascuno dei 28 paesi membri.

 


[1] La creazione di un forte vincolo economico tra Stati si manifesta con i trattati di libero scambio (Free Trade Agreements) che permette di abbattere quante più barriere possibili all’interscambio di merci e servizi tra economie attraverso una regolamentazione della c.d. “regola di origine preferenziale” della merce che permette di stabilire quando una data merce si può considerare prodotto in un paese X.

[2] Si rinvia alle Relazioni degli anni 2012, 2013 e 2014 della Commissione al Consiglio europeo sugli ostacoli al commercio e agli investimenti.

[3] Il 10 novembre 2014, durante il vertice APEC di Pechino, il presidente cinese ha illustrato il suo “sogno di Asia-Pacifico” che assieme alla sottoscrizione di accordi di libero scambio e opportunità di investimento, offre fondi per investimenti infrastrutturali che collegheranno l’Asia orientale all’Europa, la via della seta e la via della seta marittima.

[4] UE: 25,1% del PIL mondiale e 17% del commercio mondiale; USA: 21,6% del PIL mondiale e 13,4% del commercio globale.

[5] Ad esempio si pensi ai recenti accordi di libero scambio tra Unione europea e paesi del Nord Africa e dell’Europa dell’Est o con la Turchia (in cui è vigente un Trattato di unione doganale), che hanno permesso la creazione di ampie aree manifatturiere con la delocalizzazione di imprese italiane, francesi e tedesche in tali Paesi.

[6] TTIP impacts on European Energy Markets and Manufacturing Industries, IP/A/ITRE2014-02, studio avviato su richiesta del Comitato per l’industria, la ricerca e l’energia del Parlamento europeo.

[7] La cui votazione, inizialmente prevista per l’8 giugno, è stata rinviata per l’esame del grande numero di emendamenti proposto.

Condividi con