Anno LX, 2018, Numero 2-3

 

 

Il federalismo internazionale, sociale e democratico come fine della storia

 

DOMÈNEC RUIZ DEVESA

 

 

Questo saggio rivisita la famosa tesi della “fine della storia” di Fukuyama, ampliandone l’originario paradigma, basato sulle trionfanti liberal-democrazie nazionali, fino ad uno nel quale il punto finale dell’evoluzione ideologica umana è un ordinamento politico socialdemocratico[1] funzionante in un quadro sovranazionale,[2] che tende così a raggiungere sia la pace civile, sia quella sociale.

Ciò che nel mondo reale è più vicino a questo ideale è l’Unione europea, progetto politico sovranazionale che ha effettivamente posto fine alle guerre nel continente dando vita ad un’economia transfrontaliera sociale di mercato, sebbene il suo quadro istituzionale, sotto molti aspetti, non sia ancora pienamente federale.[3]

E’ interessante notare che, sebbene l’articolo e il libro originali di Fukuyama siano stati interpretati come la celebrazione della vittoria del capitalismo democratico di tipo statunitense sul comunismo sovietico,[4] egli stesso abbia riconosciuto che l’Europa è più vicina alla fine della storia di quanto lo sia l’America, addirittura mettendo in rilievo il superamento della sovranità nazionale della prima[5] anziché la sua tendenza verso una più elevata erogazione di beni sociali.[6]

Come in ogni filosofia politica, nel lavoro di Fukuyama c’è un certo grado di ambiguità. Anzitutto, l’idea di una fine della storia richiede preventivamente di credere nel progresso. La Seconda guerra mondiale e il genocidio degli Ebrei, la bomba atomica e i cambiamenti climatici hanno, tra altri eventi negativi, gettato dubbi sull’idea di progresso,[7] poiché dimostrano che il genere umano è perfettamente capace di autodistruggersi.

Tuttavia si può sostenere che esista una tendenza progressiva della storia umana verso la democrazia[8] e verso un mondo più unito, sebbene non sia né lineare né rivolta verso un continuo miglioramento, in quanto permette arretramenti e battute d’arresto,[9] come quelli rappresentati dalla Brexit e dall’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America. A questo riguardo, il progressismo può essere interpretato come un’ideologia che cerca di accelerare questa tendenza, proponendosi contemporaneamente di impedire che il mondo ritorni a precedenti stadi di sviluppo.

Ne risulta che la tesi della fine della storia condivide con l’idea di progresso un carattere deterministico, dando adito ad una certa confusione tra l’aspetto assertivo (qualcosa sta per accadere) e quello normativo (qualcosa deve accadere). Sotto questo aspetto, il presente saggio dà una lettura piuttosto normativa della posizione di Fukuyama, pur condividendone la convinzione che in un prossimo futuro sia improbabile la comparsa di un paradigma alternativo a quello democratico e in competizione con esso.[10]

Tuttavia, questo saggio considera che l’esito più auspicabile dello sviluppo politico umano sia un patto federale globale che assicuri pace, sostenibilità ecologica, prosperità economica e protezione sociale. I primi due obiettivi sono fondamentali per la sopravvivenza dell’umanità. I rimanenti sono necessari per assicurare decenti condizioni di vita a tutti, riducendo così i conflitti sociali ed assicurando società democratiche stabili.

A questo riguardo, da un punto di vista normativo, la fine della storia è semplicemente un altro modo di riferirsi all’utopia del mondo reale o della pace perpetua (in senso kantiano), cioè il momento in cui certe trasformazioni fondamentali hanno avuto luogo aprendo la via ad un’era in cui le guerre sono state abolite ed i conflitti sociali ed economici sono stati sostanzialmente risolti.[11] Ma ciò richiede qualcosa di più del liberalismo economico e della politica democratica: richiede il trionfo di un’ideologia che persegua l’instaurazione di istituzioni politiche sovranazionali – l’estrema garanzia della pace –, miranti a raggiungere la giustizia sociale ed ecologica a livello globale.

Forse la liberazione finale del genere umano dalla guerra, dalle malattie e dal bisogno avrà come risultato una vera rinascita post-materialista dello spirito, concentrata sulle arti, sulla vita pubblica e sul libero amore,[12] o, come dicono alcuni, sul perseguimento della felicità e della vita eterna.[13]

Le fini della storia.

L’idea della fine della storia ha radici in importanti filosofi, come Kant ed Hegel,[14] e può essere considerata come una specificazione della più generale fede dell’illuminismo nel progresso umano, sebbene quest’ultimo, come già ricordato, rimanga per molti una questione aperta.

Kant vedeva nella storia un’evoluzione verso la “libertà” e il “governo repubblicano”,[15] sostenendo contemporaneamente la necessità di un patto federale globale che avrebbe garantito la pace perpetua tra le nazioni.[16]

Hegel ha continuato in questa tradizione:[17] credeva che il mondo materiale fosse modellato dalle idee e vide perciò la storia come evoluzione della coscienza umana, destinata a culminare in una forma razionale della società. In particolare, secondo Hegel, la storia procede secondo un processo dialettico,[18] che dovrebbe concludersi con uno stato di ugual libertà per tutti,[19] che politicamente corrisponda ad uno Stato liberal-democratico.[20]

La tesi originaria della fine della storia è stata reinterpretata, tra gli altri, da Karl Marx e, più recentemente, da Alexandre Kojève[21] e da Francis Fukuyama, quest’ultimo autore di un famoso articolo scritto appena prima della caduta del muro di Berlino nel 1989[22] e successivamente trasformato un volume best-seller.[23]

Marx, pur condividendo con Hegel l’idea della fine della storia,[24] sosteneva invece che questa sarebbe stata raggiunta da una classe lavoratrice vittoriosa che avrebbe preso il potere e stabilito una società comunista.[25]

Per quanto riguarda Kojève, questi concordava con Hegel nell’affermare che la vittoria di Napoleone nella battaglia di Jena del 1806 aveva posto fine alla storia, in quanto, secondo lui, l’evoluzione ideologica dell’uomo si era conclusa con il trionfo degli ideali della Rivoluzione francese: la libertà e l’uguaglianza.[26]

Quindi, sotto questo aspetto, Kojève ha sostanzialmente tentato di recuperare, nel contesto del XX secolo e in un momento in cui il marxismo politico era era una potente forza culturale, la visione originale di Hegel dell’ordine liberale come punto finale dell’evoluzione ideologica. Di conseguenza, questo tentativo lo ha portato a predire l’emergere di uno “Stato universale ed omogeneo”[27] caratterizzato dal liberalismo politico ed economico.

E’ interessante notare che Kojève riteneva che i paesi dell’Europa occidentale del secondo dopoguerra che diedero vita alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio incarnassero gli ideali del liberalismo politico ed economico che aveva considerato vincenti a Jena e per tale motivo abbandonò la sua attività accademica e finì come negoziatore francese per la creazione della Comunità economica europea.[28]

Fukuyama ha aggiornato il pensiero di Kojève, concludendo che la fine della guerra fredda e la caduta dell’impero sovietico significavano il contemporaneo trionfo universale del libero mercato e della democrazia liberale, in quanto né il fascismo, né il comunismo, né il nazionalismo avevano la possibilità di rivaleggiare con il primato dell’ideologia liberal-capitalista.[29]

E’ chiaro che per fine della storia Hegel, Marx, Kojève e Fukuyama non hanno inteso la fine degli eventi umani – questa è una comune interpretazione errata[30] –, bensì la fine delle principali battaglie ideologiche, anche perché la vittoria nel campo delle idee non comporta un suo immediato e simultaneo trasferimento nel mondo reale.

Fine della storia, ma non fine dello Stato nazionale.

Secondo Fukuyama, tuttavia, a differenza della concezione universalistica di Kojève,[31]per non parlare del paradigma federalista di Kant, la diffusione mondiale dell’economia di mercato e, in un senso più ristretto, della democrazia, non ha significato la fine dell’identità culturale e di quella dello Stato nazionale come attore principale nelle relazioni internazionali.

Così, per Fukuyama, le differenze culturali impediranno, almeno per il momento, una sovranazionalità politica pienamente sviluppata, sebbene egli si impegni in una critica molto interessante del nazionalismo, considerato come una costruzione piuttosto artificiale e relativamente nuova nel pensiero politico[32] – atteggiamento di cui i federalisti europei e mondiali dovrebbero prendere nota. Infatti questo scienziato politico americano riconosce il ruolo giocato dall’Unione europea nel superamento dei nazionalismi[33] e predice la fine di questi a lungo termine come conseguenza della globalizzazione economica,[34] forse senza tener conto che il libero scambio e la delocalizzazione produttiva producono vincitori e perdenti, generando così una reazione sia contro la liberalizzazione del mercato, sia contro il cosmopolitismo.

Inoltre, Fukuyama ha predetto, in un mondo progressivamente costituito da democrazie liberali e capitaliste, la fine dell’imperialismo,[35] una riduzione della competizione politica e dei conflitti militari, anche sulla base del bassissimo numero di guerre combattute tra democrazie liberali[36] e una maggior attenzione all’economia e alla gestione tecnocratica.[37]

Egli è giunto ad affermare che la Russia non-comunista non sarebbe tornata a strategie da grande potenza, o almeno a conflitti su larga scala,[38] previsione che è risultata quanto meno discutibile, date le tendenze aggressive di Putin, sebbene Fukuyama ammetta che sono possibili conflitti tra Stati “storici” (quelli che non sono giunti alla fine della storia) e perfino tra Stati storici e “post-storici”.[39]

Oltre a ciò, l’aggressiva politica internazionale di Donald Trump dimostra che esistono molti modi di esercitare pressione e potere nei confronti di altri paesi senza ricorrere al conflitto militare, che dovrebbero farci prendere una pausa di riflessione sulla speranze di Fukuyama circa la fine dell’imperialismo e della dominazione politica ed economica come risultato della diffusione del liberalismo politico ed economico.[40]

Democrazia, liberale, ma anche sociale.

E’ facile concordare con Fukuyama che la democrazia liberale rappresenti un’ideologia più avanzata ed umana e perciò più forte e resiliente rispetto ad ideologie oggi pressoché morte come il fascismo e il comunismo, o di vecchie ma ben vive come il nazionalismo, o di nuove, come l’Islam radicale o l’autoritarismo del libero mercato.[41]

Tuttavia, la valutazione di Fukuyama della democrazia liberale come fine della storia, intesa come unica alternativa politica reale, è incompleta sotto almeno due importanti aspetti: il ruolo della giustizia sociale e l’organizzazione della governance regionale e globale.

In realtà Fukuyama considera che la liberal-democrazia dia corpo ad una società senza classi, nella quale i conflitti di classe sono magicamente “risolti”.[42] Ciò è, a dir poco, inesatto, viste le crescenti diseguaglianze di reddito e di ricchezza osservate nelle società occidentali come risultato di un capitalismo senza frontiere,[43]e la crescita del populismo come reazione politica a questo crescente squilibrio tra capitale e lavoro.

La risolvibilità dei conflitti di classe da potenziale diventa possibile solo se il sistema politico, oltre ad assicurare libere elezioni, la protezione dei diritti individuali e civili e il rispetto della legalità, che costituiscono il contenuto standard del liberalismo, include anche, tra gli obiettivi espliciti della politica, la giustizia sociale ed i diritti economici.

Sotto questo aspetto, l’economia sociale di mercato europea, pur con tutte le sue carenze, appare come un miglior candidato per dar vita alla fine della storia, intesa come equilibrio tra Stato, mercato, società ed ambiente, rispetto alla società capitalista statunitense dell’era di Reagan, corretta ed ampliata dalle politiche interne ed estere di Donald Trump – cosa che lo stesso Fukuyama ha riconosciuto, come abbiamo ricordato nell’introduzione. Come sostenuto da alcuni autori, la socialdemocrazia, intesa come processo infinito di regolamentazione del mercato e redistribuzione economica, è l’ideologia di maggior successo della storia contemporanea.[44]

Da una prospettiva federalista più tradizionale, l’ideologia federalista include i principi chiave del liberalismo, della democrazia e del socialismo, ai quali è possibile oggi aggiungere l’ambientalismo[45] ed il femminismo.

In ogni caso, poiché l’obiettivo del federalismo è la pace civile, ciò richiede anche la pace sociale. La pace perpetua non sarà possibile se i paesi o il mondo in generale sono corrosi da diseguaglianze di ricchezza, da pregiudizi di razza e di genere, da discriminazioni nei confronti degli immigrati e dei rifugiati e da danni ambientali.[46] La mancanza di giustizia sociale ed ecologica continuerà a mettere in pericolo la pace mondiale.

Democrazia, liberale, ma anche transnazionale.

Il secondo difetto della raffigurazione della fine della storia da parte di Fukuyama è la sua visione puramente nazionale,[47] come lui stesso ha riconosciuto successivamente,[48] sebbene egli rimanga convinto che le democrazie liberali staranno in pace in quanto hanno un comune interesse a cooperare[49] e ad estendere la portata dei loro comuni valori nel mondo.[50]

Fukuyama riconosce anche come liberale il progetto kantiano di una federazione mondiale, sottolineando però che può funzionare solo se gli Stati membri condividono gli stessi valori.[51] Egli considera che la Società delle Nazioni e, in una certa misura, le Nazioni Unite abbiano fallito perché includono paesi non democratici,[52] mentre lascia capire che una lega kantiana reale sarebbe simile all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO).

Tuttavia, pur essendo vero che una federazione internazionale richiede un ambiente liberal- (e noi aggiungiamo social-) democratico sia tra, sia entro i suoi Stati membri, questo certamente non basta. Qui Fukuyama appare incapace di distinguere tra organizzazioni sovranazionali e organizzazioni internazionali.

Se l’ONU (e la NATO) sono di gran lunga meno efficaci dell’UE, non è semplicemente perché le prime includono membri non democratici, bensì perché sono soggette a veto nazionali, a richieste di super-maggioranze e ad unanimità e sono prive di assemblee parlamentari con poteri vincolanti. In breve, l’ONU e la NATO non sono federali, mentre l’UE, sebbene in modo incompleto, possiede elementi chiave federali, come la prevalenza del diritto dell’Unione sul diritto interno, la codecisione tra Consiglio e Parlamento, e così via.

Col senno di poi, Fukuyama ha finito per ammettere che le liberal-democrazie nazionali possono esercitare violenza contro altri paesi ed i loro cittadini, dando credito all’idea europea di superare la sovranità nazionale.[53] Tuttavia, a fronte dei limitati progressi politici finora fatti dall’UE ed in apparente contraddizione con la sua affermazione che essa rappresenti la fine della storia e con la sua critica al nazionalismo, l’autore conclude che la democrazia transnazionale, per quanto bella in teoria, è irrealistica a causa di insormontabili barriere culturali.[54]

Conclusione.

La domanda finale da porre è se la fine della storia, come intesa da Hegel, Kojève e Fukuyama, cioè uno stato di pace perpetua e di libertà politiche ed economiche, possa derivare unicamente dal capitalismo di mercato su scala globale e da un numero crescente di liberal-democrazie nazionali, anche se alleate in un’organizzazione intergovernativa come la NATO. La risposta è no. La fine della storia richiederà anche l’assicurazione di diritti sociali ed economici da parte di una federazione politica globale e democratica.

Non bisogna dimenticare che la pace non è semplicemente l’assenza di conflitti armati. Due popoli che si ignorano sono tecnicamente in pace, ma non cooperano e non costruiscono insieme alcunché di valido.[55] I paesi, oltre che di essere in pace in questo senso ristretto, hanno bisogno di affrontare insieme sfide sovranazionali come i cambiamenti climatici, le migrazioni, la povertà, ecc.. Ciò non può essere fatto in modo efficace isolatamente o entro tradizionali organizzazioni internazionali nelle quali la sovranità non è messa in comune e la massima parte delle decisioni deve essere presa all’unanimità.

Così la fine della storia può solo assumere la forma di una federazione sociale e democratica mondiale, composta da federazioni regionali, di cui l’Unione europea sarebbe l’esempio più avanzato. Indipendentemente dal fatto che ciò sia già una tendenza storica oppure no, quanti desiderano la pace devono indubbiamente combattere per questo futuro ordine mondiale, per le degne cause dell’Unione dei federalisti europei e del Movimento federalista mondiale.


[1] Per una prima proposta di (social-)democrazia come fine della storia, si veda: Domènec Riuz Devesa, ¿La socialdemocracia como fin de la historia?, nadrid, El País, 3 febbraio 2009, https://elpais.com/diario/2009/02/03/opinion/1233615604_850215.html.

[2] Si veda: Domènec Riuz Devesa, Donald Trump y el fin de la historia, Madrid, El País, 15 marzo 2017, https://elpais.com/elpais/2017/02/16/opinion/1487239024_286534.html, “Paradossalmente, il saggio di Fukuyama ha ignorato i progetti di integrazione regionale in chiave federale come dimensione alternativa per la conclusione del processo storico, e che questo si collegherebbe con l’aspirazione kantiana per garantire la pace perpetua”.

[3] Nonostante che la natura federale del progetto di integrazione fosse stata messa in chiaro fin dall’inizio, come affermato nella dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950.

[4] L’articolo originale è stato pubblicato solo pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino.

[5] Si veda: Francis Fukuyama, The end of History?, National Interest, n. 16, Summer 1989, p. 5: “Secondo Kojève, questo cosiddetto ‘Stato omogeneo universale’ ha trovato concretizzazione nei paesi dell’Europa occidentale – precisamente in quei flaccidi, prosperi, soddisfatti di sé, autoreferenziali, velleitari Stati il cui più grande progetto non era niente di più eroico che la creazione del Mercato comune”, e Francis Fukuyama, Epílogo a la segunda edición [2006] en rústica de El fin de la historia y el último hombre, in: Juan García-Morán Escobedo (ed.), Fukuyama. ¿El fin de la historia? y otros ensayos, Madrid, Alianza Editorial, 2015, pp. 149-150: “Un’interpretazione errata che vorrei chiarire, tuttavia, riguarda il diffuso equivoco che, in qualche modo, egli stesse difendendo una versione specificamente statunitense della fine della storia (...): nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Chiunque conosca Kojève e le origini intellettuali della sua versione della fine della storia, comprenderà che l’Unione europea rappresenta una concretizzazione più realistica di questo concetto rispetto agli Stati Uniti. Nella linea di Kojève, ho sostenuto che il progetto europeo era in realtà un edificio costruito come casa per l’ultimo uomo che sarebbe emerso alla fine della storia. Il sogno europeo – percepito soprattutto in Germania – è di trascendere la sovranità nazionale, la politica di potenza e il tipo di lotte che rendono necessaria la forza militare (...), invece gli americani hanno una percezione abbastanza tradizionale della sovranità.”

[6] Fukuyama non considera il modello sociale europeo né più desiderabile, né sostanzialmente diverso da quello statunitense, in quanto li considera entrambi semplicemente come due diverse versioni della democrazia liberale; si veda Fukuyama, Epílogo a la segunda edición [2006]…, op. cit., pp. 150-1: “La moderna democrazia liberale si basa sul duplice principio della libertà e dell’uguaglianza (...); ogni democrazia liberale deve quindi mantenere un equilibrio tra i le due. Gli europei contemporanei tendono a preferire l’uguaglianza a scapito della libertà, e gli americani, per ragioni radicate nella storia, il contrario. Si tratta di differenze di grado e non di principio; anche se, per alcuni aspetti, preferisco la versione americana alla versione europea, è più una questione di gusti.”

[7] Si veda, tra molti altri, Domènec Ruiz Devesa, Donald Trump y el fin de la historia, op. cit.: “Questa credenza deterministica entrò in crisi con la Seconda guerra mondiale e l’olocausto del popolo ebraico, e in particolare con la fabbricazione della bomba atomica, che rendeva possibile l’autodistruzione dei terrestri. L’elezione di Trump al comando della prima potenza mondiale sarebbe solo la prova più recente e pittoresca contro l’inevitabilità del progresso”.

[8] Vi è ampia dimostrazione empirica di questa tendenza nella politica internazionale, anche prima della fine della Guerra fredda. Si vedano in particolare Samuel P. Huntington, The Third Wave. Democratization in the Late Twentieth Century, Norman (Oklahoma), University of Oklahoma Press, 1991, and Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve historia del mañana, Barcellona, Penguin Random House, 2016, p. 296: “Nell’Europa meridionale, (...) i regimi autoritari di Grecia, Spagna e Portogallo sono caduti e hanno ceduto il passo a governi democratici; (...) durante gli anni Ottanta, le dittature militari dell’Asia orientale e dell’America latina sono state sostituite da governi democratici; alcuni esempi sono Brasile, Argentina, Taiwan e Corea del Sud. Alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta, l’ondata liberale si trasformò in un vero e proprio tsunami che spazzò il potente impero sovietico e creò aspettative circa l’imminente fine della storia”.

[9] Si veda: Domènec Riuz Devesa, Donald Trump y el fin de la historia, op. cit.: “Ma è anche vero che le condizioni materiali e tecnologiche di Homo sapiens, compreso il rispetto dei diritti umani, non hanno smesso di migliorare con il passare del tempo. È quindi possibile concepire il progresso come una potente tendenza, sebbene non esente da battute d’arresto e pericoli”, e Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve historia del mañana, op. cit., p. 11: “All’alba del terzo millennio (....) siamo riusciti a controllare la carestia, la peste e la guerra”.

[10] Si veda Francis Fukuyama, Epílogo a la segunda edición [2006]…, op. cit., p. 163: “C'è una tendenza storica generale verso la democrazia liberale”; Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve historia del mañana, op. cit., pp. 297-8: “Nel 2016 non esiste una seria alternativa al pacchetto liberale di individualismo, diritti umani, democrazia e libero mercato. Le proteste sociali che hanno colpito il mondo occidentale nel 2011 (come Occupy Wall Street e il movimento spagnolo 15-M) non hanno assolutamente nulla contro la democrazia, l’individualismo e i diritti umani, e nemmeno contro i principi di base della libera economia mercato. Al contrario: rimproverano i governi di non essere all’altezza di questi ideali liberali. (...) Anche coloro che attaccano i mercati azionari e i parlamenti con le critiche più aspre non hanno un modello alternativo valido per fare funzionare il mondo. Sebbene uno dei passatempi preferiti degli accademici e degli attivisti occidentali sia quello di trovare difetti nel pacchetto liberale, finora non sono riusciti a trovare qualcosa di meglio.”; e Domènec Riuz Devesa, Donald Trump y el fin de la historia, op. cit.: “Non esiste un’alternativa credibile o auspicabile alla democrazia rappresentativa, sostenuta da un’economia sociale di mercato, ed estesa attraverso l’integrazione sovranazionale, come mezzo per realizzare in modo efficace i valori della libertà, del benessere e della pace”.

[11] Taluni ritengono che questo stadio finale sarà raggiunto solo quando la tecnologia permetterà di riprogettare la mente umana. Si veda: Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve historia del mañana, op. cit., p. 59: “Quando la tecnologia ci permetterà di rimodellare la mente umana, l’Homo sapiens scomparirà, la storia umana finirà e verrà avviato un processo completamente nuovo.”

[12] Si veda: Pilar Llorente Ruiz de Azúa y Domènec Ruiz Devesa, Europa, ideal de unidad humana, in: Eugenio de Nasarre, Francisco Aldecoa y Miguel Ángel Benedict (eds.), Europa como tarea. A los sesenta años de los Tratados de Roma y a los setenta del Congreso de Europa de La Haya, Madrid, Marcial Pons, 2018, p. 403: “L’Unione europea e, infine, la federazione mondiale devono quindi essere strumenti al servizio di questo ideale di unità, di socializzazione, di comunità, per stabilire una pace perpetua con la quale assicurare a tutti gli esseri umani giustizia sociale e sviluppo di una vita piena, cioè intellettuale, filosofica, morale e piacevole”.

[13] Si veda: Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve historia del mañana, op. cit., p. 32: “E’ probabile che i prossimi obiettivi dell’umanità siano immortalità, felicità e divinità. Dopo aver ridotto la mortalità dovuta a fame, malattie e violenza, ora ci dedicheremo al superamento della vecchiaia e persino della morte.”

[14] Si veda: Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, London, Penguin, 1992, p. 59: “Il progetto di Kant di scrivere una storia universale che fosse allo stesso tempo serio dal punto di vista filosofico e basato sulla padronanza della storia empirica fu lasciato al suo successore, Georg Wilhem Friedrich Hegel, per essere completato nella generazione successiva alla morte di Kant”.

[15] Si veda ibid., p. 58: “Kant suggeriva che la storia avrebbe avuto un punto finale, vale a dire uno scopo finale che era implicito nelle attuali potenzialità dell’uomo e che rendeva intelligibile l’intera storia. Questo punto finale era la realizzazione della libertà umana (...) quando venivano prese in considerazione tutte le società, c’era in complesso una ragione per aspettarsi un generale progresso umano nella direzione del governo repubblicano, che è quello che oggi intendiamo come democrazia liberale”.

[16] Si veda: Immanuel Kant, Projet de paix perpétuelle. Paris, Librairie Philosophique J. Vrin, 1948.

[17] Vedi nota 14.

[18] Si veda: Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, op. cit., p. 60: “La storia procede attraverso un continuo processo conflittuale, nel quale sistemi collidono e vanno in pezzi a causa delle loro contraddizioni interne; essi sono poi sostituiti da altri meno conflittuali e quindi più elevati, che danno origine a nuove e differenti contraddizioni – la cosiddetta dialettica.”

[19] Si veda ibid.: “Come postulato da Kant, esisteva un punto finale del processo storico, che è la realizzazione della libertà qui sulla terra (…) Lo svolgimento della Storia universale potrebbe essere interpretato come la crescita dell’uguaglianza della libertà umana.”

[20] Si veda ibid.: “Per Hegel la concretizazione della libertà umana era lo Stato costituzionale moderno, o, di nuovo, ciò che abbiamo chiamato liberal-democrazia.”

[21] Si vedano: Alexandre Kojève, Introduction à la lecture de Hegel, Paris, Gallimard, 1947, e Shadia B. Drury, Alexandre Kojève. The Roots of Postmodern Politics, New York St. Martin’s Press, 1994.

[22] Francis Fukuyama, The end of History?..., op. cit..

[23] Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man…, op. cit..

[24] Si veda Francis Fukuyama, ibid., p. 65: “Marx condivideva la fede di Hegel nella possibilità di una fine della storia. In altre parole, egli prevedeva una forma finale della società priva di contraddizioni, il cui raggiungimento avrebbe posto fine al processo storico.”

[25] Si veda Francis Fukuyama ibid.: “Ciò in cui Marx differiva da Hegel consisteva unicamente nel tipo di società che sarebbe emersa alla fine della storia. Marx era convinto che lo Stato liberale non fosse riuscito a risolvere una contraddizione fondamentale, quella del conflitto di classe, la lotta tra borghesia e proletariato. Marx ha rivoltato lo storicismo di Hegel contro di lui stesso sostenendo che lo Stato liberale non aveva rappresentato l’universalizzazione della libertà, ma solo la vittoria della libertà di una singola classe, la borghesia (…). Marx, d’altra parte, ha osservato che nelle società liberali l’uomo rimane alienato da se stesso perché il capitale, creazione dell’uomo, si è trasformato in signore e padrone dell’uomo e lo controlla (…). La fine marxista della storia sarebbe arrivata solo con la vittoria della vera ‘classe universale’, il proletariato, e con il conseguente raggiungimento di un’utopia globale comunista che avrebbe posto fine alla lotta di classe una volta per tutte.”

[26] Si veda Francis Fukuyama, ibid., p. 64: “Hegel (…) non riteneva che ci sarebbe stata la fine degli eventi conseguenti a nascite, morti, e interazioni sociali del genere umano (…). Quando Hegel dichiarò che la storia era finita dopo la battaglia di Jena del 1806, non stava ovviamente affermando che lo Stato liberale fosse vittorioso nel mondo intero (…), ciò che affermava era che i princìpi di libertà ed uguaglianza alla base dello Stato liberale moderno erano stati scoperti ed applicati nei paesi più avanzati e che non esistevano principi alternativi o forme di organizzazione politica che fossero superiori al liberalismo.”

[27] Si veda: Shadia B. Drury, Alexandre Kojève. The Roots of Postmodern Politics, op. cit., p. x: “Poiché il capitalismo indebolirà i confini nazionali ed omogenizzerà la cultura nel mondo intero, Kojève ha previsto che la storia culminerà con il trionfo finale ed insuperabile di un ordine capitalista globale. Ben presto staremo vivendo in ciò che Kojève ha chiamato uno Stato universale ed omogeneo.”

[28] Si veda: Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, op. cit., p. 311: “Kojève (…) era soddisfatto di proseguire il resto della sua vita in quella burocrazia deputata a sovrintendere alla costruzione della dimora finale dell’ultimo uomo, la Commissione europea.”

[29] Si veda: Juan García-Morán Escobedo, El ‘gran relato’ rehabilitado: Francis Fukuyama y ‘el fin de la Historia’, in id. (ed) Fukuyama. ¿El fin de la historia? y otros ensayos, op. cit., p. 13: “Il conflitto tra ideologie rivali che aveva guidato lo sviluppo della storia in questi ultimi due secoli – e per di più, il secolare dibattito ideologico sulla miglior forma di governo – sarebbe stato definitivamente risolto a favore della democrazia liberale.”

[30] Si veda: ibid., p. 14: “Con l’espressione ‘la fine della storia’, il nostro autore non ha fatto riferimento – come alcuni dei suoi interpreti più sbrigativi e spericolati si sono affrettati a sottolineare con evidente leggerezza – alla soppressione di ogni significativo conflitto sociale o, ancor meno, alla cessazione di ogni evento empirico dotato di maggiore o minore significato storico.”

[31] Si veda: Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, op. cit., p. 244: “Da una parte, si verifica una crescente omogeneizzazione del genere umano determinata dall’economia e dalla tecnologia moderne e dalla diffusione dell’idea del riconoscimento razionale come unica base legittima di governo nel mondo; dall’altra, si manifesta ovunque una resistenza questa omogeneizzazione e la riaffermazione, in gran parte a livello sub-politico, di identità culturali che in definitiva rafforzano le barriere esistenti tra popoli e nazioni (…). Queste differenze suggeriscono ulteriormente che il sistema di Stati esistente non precipiterà a breve termine in uno Stato letteralmente universale ed omogeneo. La nazione continuerà ad essere un polo di identificazione fondamentale, soprattutto se un numero sempre maggiore di nazioni si troveranno a condividere comuni forme di organizzazione economica e politica.”

[32] Si veda Francis Fukuyama, ibid., pp. 268-9: “Pur ammettendo il grandissimo potere del nazionalismo nel corso dei due ultimi secoli, è tuttavia necessario mettere questo fenomeno nella giusta prospettiva (…). Questa prospettiva fraintende quanto il nazionalismo sia un fenomeno recente e contingente. Il nazionalismo, per dirlo con le parole di Ernest Gellner, ‘non ha alcuna radice nella mente umana’ (…). Diverse ntità politiche non hanno preso in considerazione la nazionalità: l’imperatore Carlo V d’Asburgo ha potuto regnare simultaneamente su parti della Germania, sulla Spagna e sull’Olanda e gli Ottomani turchi hanno governato Turchi, Arabi, Berberi e cristiani europei (…). Il nazionalismo era perciò soprattutto il prodotto dell’industrializzazione e delle ideologie democratica ed egualitaria che l’hanno accompagnata. Le nazioni create come conseguenza del moderno nazionalismo (…) sono anche state intenzionali costruzioni dei nazionalisti, che hanno avuto un margine di libertà nel definire chi o che cosa costituisse una lingua o una nazione.”

[33] Si veda Francis Fukuyama, ibid., p. 270: “Il tramonto dell’intenso periodo iniziale del nazionalismo è ad uno stadio più avanzato nella regione maggiormente danneggiata dalle passioni nazionaliste, l’Europa. In questo continente, le due guerre mondiali hanno costituito un grande stimolo a ridefinire il nazionalismo in una forma più tollerante. Avendo sperimentato l’orrenda irrazionalità latente nella forma di riconoscimento nazionalista, la popolazione europea è gradualmente giunta ad accettare come alternativa il riconoscimento universale ed egualitario. Ne è derivato da parte dei sopravvissuti a queste due guerre lo sforzo deliberato di smantellare le frontiere nazionali e di distogliere le passioni popolari dall’autoaffermazione nazionalistica indirizzandole verso l’attività economica. Il risultato, naturalmente, è stata la Comunità europea (…). La CE non ha ovviamente abolito le differenze nazionali, e questa istituzione ha difficoltà nel dotarsi degli attributi di super-sovranità come avevano sperato i suoi fondatori. Ma il tipo di nazionalismo manifestatosi nella CE in questioni come la politica agricola e l’unione monetaria sono una versione fortemente addomesticata e ben lontana dalla forza che scatenò le due guerre mondiali.”

[34] Si veda Francis Fukuyama, ibid., p. 275: “Le forze economiche hanno incoraggiato il nazionalismo sostituendo le barriere nazionali a quelle di classe e, così facendo, hanno creato entità centralizzate e linguisticamente omogenee. Queste stesse forze economiche oggi incoraggiano l’abbattimento delle barriere nazionali a favore della creazione di un unico mercato mondiale integrato. Il fatto che la neutralizzazione politica finale del nazionalismo non abbia luogo in questa generazione o nella prossima non influenza la prospettiva che alla fine si verifichi.”

[35] Si veda Francis Fukuyama, ibid., p. 60: “La pace civile determinata dal liberalismo dovrebbe logicamente avere la propria controparte nelle relazioni fra gli Stati. L’imperialismo e la guerra erano storicamente il prodotto di società aristocratiche. Se la liberal-democrazia ha abolito la distinzione di classe tra padroni e schiavi, redendo gli schiavi padroni di se stessi, allora dovrebbe alla fine abolire l’imperialismo.”

[36] Si veda Francis Fukuyama, ibid., p. 262: “Il carattere fondamentalmente non bellicoso delle società liberali è evidente nelle relazioni straordinariamente pacifiche che mantengono fra di loro. Vi è ormai un sostanziale corpo di letteratura che rileva il fatto che vi sono stati pochissimi casi, per non dire alcuno, in cui una liberal-democrazia è scesa in guerra contro un’altra.”

[37] Si veda Francis Fukuyama, ibid.,: “Dato il fatto che l’accesso a quelle stesse risorse può essere ottenuto pacificamente attraverso un sistema globale di libero scambio, la guerra ha molto meno senso dal punto di viste economico di quanto lo avesse due o tre secoli fa.”

[38] Si veda Francis Fukuyama, The end of History?, op. cit., p. 18: “La supposizione automatica che la Russia, svestita della sua espansionista ideologia comunista, avrebbe ripreso là dove gli zar si erano fermati appena prima della rivoluzione bolscevica è quanto meno curiosa” e p. 19: “La crescente ‘mercato-comunitarizzazione’ delle relazioni internazionali e la diminuzione della probabilità di conflitti su larga scala tra Stati…”.

[39] Si veda: Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, op. cit., p. 263: “Le liberal-democrazie possono, naturalmente, combattere Stati che non sono liberal-democrazie.”

[40] Si veda Francis Fukuyama ibid.: “Le liberal-democrazie non mostrano tra di loro sfiducia o interesse in una dominazione reciproca. Condividono principi di eguaglianza e diritti universali e non hanno quindi motivi per i quali contestare la reciproca legittimità (…). L’argomentazione non sta tanto nel fatto che la democrazia liberale reprime i naturali istinti violenti ed aggressivi dell’uomo, quanto nel fatto che ha trasformato questi stessi istinti ed eliminato il motivo dell’imperialismo.”

[41] Sulle ultime due ideologie, Fukuyama, ibid. p. 243, dice: “Un nuovo autoritarismo asiatico non sarebbe molto probabilmente il rigido Stato autoritario al quale siamo stati abituati (…). E’ dubbio se tale sistema politico possa essere esportabile in altre culture che non condividono l’eredità confuciana dell’Asia, più di quanto il fondamentalismo islamico sia stato esportabile nelle parti del mondo non islamiche.” Si veda anche: Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve historia del mañana, op. cit., p. 298: “L’islamismo radicale non rappresenta una seria minaccia per il pacchetto liberale, perché, nonostante tutto il suo fervore, i fanatici in realtà non capiscono il mondo del XXI secolo.”

[42] Si veda Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, op. cit., p. 5: “Nello Stato universale omogeneo, tutte le precedenti contraddizioni sono risolte e tutti i bisogni umani sono soddisfatti (…); ciò che rimane è principalmente attività economica.”

[43] Sulle crescenti diseguaglianze economiche, si vedano, tra gli altri, Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, Cambridge MA, Harvard University Press, 2014 e Branko Milanovic, Global inequality. A New Approach for the Age of Globalization. Cambridge MA, Harvard University Press, 2016.

[44] Si veda: Sheri Berman, The Primacy of Politics: Social Democracy and the Making Europe´s Twentieth Century. Cambridge, Cambridge University Press, 2006.

[45] Si vedano: Guido Montani, Ecologia e federalismo. La politica, la natura e il futuro della specie umana, Quaderni di Ventotene, n. 5, Ventotene, Istituto di studi federalisti Altiero Spinelli, 2004, e David Grace, Guido Montani, and John Pinder, Cambiamento climatico e federalismo, Quaderni di Ventotene, n. 7, Ventotene, Istituto di studi federalisti Altiero Spinelli, 2008.

[46] Si vedano: Pilar Llorente Ruiz de Azúa, y Alejandro Peinado García, El manifiesto de Ventotene. Por una Europa libre y unida. Altiero Spinelli y Ernesto Rossi, Madrid, Sistema, n. 245, gennaio 2017, e Pilar Llorente Ruiz de Azúa y Domènec Ruiz Devesa, Europa, ideal de unidad humana, op. cit..

[47] Nonostante che queste idee si trovino nel capitolo 26, intitolato Verso un’Unione pacifica, si veda Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, op. cit., p. 276.

[48] Si veda: Francis Fukuyama, Epílogo a la segunda edición [2006]…, op. cit., p. 155: “Quando ho scritto sulla democrazia liberale come forma finale di governo, mi riferivo alle dimensioni dello Stato nazionale. Non vedevo la possibilità di creare, attraverso il diritto internazionale, una democrazia globale che in qualche modo trascendesse lo Stato nazionale sovrano.”

[49] Si veda Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, op. cit., p. 280: “Le democrazie che scelgono i propri amici e nemici in base a considerazioni ideologiche – cioè se sono democratici – probabilmente avranno alleati più forti e stabili sul lungo periodo.”

[50] Si veda Francis Fukuyama, ibid.,: “Il comportamento pacifico delle democrazie suggerisce ulteriormente che gli Stati Uniti e le altre democrazie abbiano un interesse di lungo termine a preservare la sfera della democrazia nel mondo e ad espanderla là dove fosse possibile ed oculato. In altre parole, se le democrazie non combattono fra di loro, allora un mondo post-storico in continua espansione sarà più pacifico e prospero.”

[51] Si veda Francis Fukuyama, ibid., p. 281: “Il bisogno degli Stati democratici di collaborare per promuovere la democrazia e la pace internazionale è un’idea quasi altrettanto antica quanto il liberalismo stesso. L’argomentazione a favore di una lega internazionale di democrazie governate dal principio di legalità è stata proposta da Kant nel suo famoso saggio Per la pace perpetua e nella sua Idea per una storia universale (…). Una federazione internazionale, per funzionare, deve condividere comuni principi liberali del diritto.”

[52] Si veda Francis Fukuyama, ibid., pp. 281-2: “Il manifesto fallimento della Lega delle Nazioni e delle Nazioni Unite nell’assicurare la sicurezza collettiva (…) ha indotto un generale discredito dell’internazionalismo kantiano e del diritto internazionale in generale (…), tuttavia (…) le realizzazioni concrete dell’idea kantiana sono state indebolite fin dall’inizio dal fatto di non seguire i precetti kantiani (…). Se qualcuno avesse voluto creare una lega di nazioni secondo i precetti di Kant, che non presentasse gli stessi fatali difetti delle organizzazioni internazionali precedenti, è chiaro che essa assomiglierebbe molto di più alla NATO che alle Nazioni Unite – cioè una lega di Stati veramente liberi uniti dal loro comune impegno per i principi liberali.”

[53] Si veda: Francis Fukuyama, Epílogo a la segunda edición [2006]…, op. cit., p. 157: “L’idea europea della necessità di regole che trascendono lo Stato nazionale è indubbiamente corretta a livello teorico. Non c’è motivo di pensare che le democrazie liberali sovrane non possano commettere abusi terribili nei loro rapporti con le altre nazioni o persino con i loro stessi cittadini.”

[54] Si veda Francis Fukuyama, ibid., pp. 157-8: “Mentre è possibile in teoria difendere una certa forma di democrazia che trascende lo Stato nazionale, ci sono, a mio avviso, ostacoli insormontabili alla realizzazione di questo progetto. Il successo della democrazia dipende in larga misura dall’esistenza di un’autentica comunità politica che condivide alcuni valori e istituzioni fondamentali comuni. I valori culturali comuni generano fiducia e potremmo dire che lubrificano l’interazione tra i cittadini. La democrazia su scala internazionale è quasi impossibile da immaginare data la reale diversità delle persone e delle culture coinvolte.”

[55] Pilar Llorente Ruiz de Azúa y Domènec Ruiz Devesa, Europa, ideal de unidad humana, op. cit., p. 403: “La pace non è solo l’assenza di guerre tra Stati, cosa che può essere chiamata pace civile internazionale. È anche pace sociale, cioè la riduzione delle disuguaglianze economiche e dei conflitti tra le classi (...); in definitiva è una pace calda, positiva, costruttiva, che non è definita esclusivamente come negazione, ma piuttosto è la base su cui si fondano progresso, prosperità e ricerca di opportunità.”

 

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