Anno LXII, 2020, Numero 1-2, Pagina 18

 

 

Green Deal, futuro digitale,
nuova strategia industriale: che cosa manca
per la rinascita dell’economia europea?

 

MASSIMO MALCOVATI

 

 

E’ inevitabile, leggendo il Green Deal europeo, presentato dalla Commissione Von der Lyen[1] alla fine del 2019, ricordare il “Rapporto Delors” del dicembre 1993.[2] Al di là delle differenze formali, entrambi i documenti presentano un progetto organico di sviluppo della società e dell’economia europee che dovrebbe guidare l’Unione europea nel fronteggiare le sfide poste dalla rivoluzione tecnologica e dalla fine dell’equilibrio bipolare. Ma il clima nel quale hanno preso corpo i due documenti è profondamente diverso. Se, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, con il crollo dell’Unione sovietica, con l’affermazione della democrazia nell’Europa centro-orientale, con la riunificazione tedesca, con una vivace crescita economica che apriva le porte all’uscita dalla povertà ai paesi in via disviluppo, il modello di sviluppo “occidentale” sembrava votato al successo (basti pensare alle tesi di Fukuyama sulla fine della storia[3]), il succedersi di crisi economiche, il declino degli Stati Uniti come potenza egemone, la rapida crescita economica e politica della Cina, l’accavallarsi di fenomeni di instabilità soprattutto in Medio Oriente e in Africa, le conseguenti crisi migratorie, l’accentuarsi del degrado ambientale e della crisi climatica, l’incapacità dei paesi europei di contrastare gli effetti economici e sociali di una mondializzazione incontrollata e la conseguente crescita in tutt’Europa di movimenti nazionalisti, razzisti e xenofobi — tutti fenomeni aggravati dal vuoto di potere esistente in Europa —, cui si sono aggiunte, dopo la pubblicazione del Green Deal europeo, le disastrose conseguenze della pandemia del corona virus, hanno messo e stanno mettendo l’Unione europea di fronte a percoli che ne minacciano la stessa sopravvivenza.

E’ in questa situazione che la Commissione Von der Leyen, espressione del sussulto filo-europeo dei cittadini manifestatosi con le elezioni europee del giugno 2019, l’11 dicembre ha presentato il Green Deal europeo. Esso traccia le grandi linee di un processo di trasformazione dell’UE “in una società giusta e prospera, dotata di un’economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva, che nel 2050 non genererà emissioni nette di gas a effetto serra e in cui la crescita economica sarà dissociata dall’uso delle risorse”, capace di “proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale dell’UE”, di “proteggere la salute e il benessere dei cittadini dai rischi di natura ambientale”, di “trasformare la sua economia e la sua società, indirizzandole su un percorso maggiormente sostenibile e assicurando una “transizione (…) giusta e inclusiva, (…) con particolare attenzione alle industrie e ai lavoratori che dovranno affrontare i problemi maggiori” e conclude affermando che tutto ciò “non potrà essere concretizzato se l’Europa agirà da sola”: essa dovrà “esercitare la sua influenza, le sue competenze, (…) le sue risorse finanziarie per mobilitare i paesi vicini e i partner e indurli a percorrere insieme un percorso sostenibile”.

Il Green Deal europeo, quindi, non propone solo il controllo delle emissioni dei gas ad effetto serra, ma un nuovo modello di sviluppo che affronti in modo coerente tutte le criticità ambientali, dall’inquinamento alla scarsezza delle materie prime, dalla tutela della biodiversità alla gestione del territorio esposto agli inevitabili fenomeni legati al surriscaldamento globale, dallo stimolo all’innovazione alla gestione dei problemi sociali legati alle profonde modificazioni nel modo di produrre che tale approccio comporta; fissa obiettivi intermedi molto ambiziosi, indica strumenti e mezzi per realizzarli e una time-table per raggiungere l’obiettivo finale. Sia pure in forma sintetica, esso delinea un modello di sviluppo profondamente innovativo e indica un insieme di interventi indispensabili — anche se da soli insufficienti — per fronteggiare le sfide cui l’Europa deve rispondere e che riflette le richieste e le sensibilità di un’ampia fetta della popolazione europea.

Per quanto riguarda le emissioni nette di gas ad effetto serra, il Green Deal pone come obiettivi la loro riduzione al 50-55% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 per giungere a loro azzeramento nel 2050, proponendo una serie di interventi che mirano ad incidere su tutti i fattori connessi con le emissioni, sia sul fronte della ricerca di fonti alternative di energia (con la progressiva decarbonizzazione del sistema energetico europeo), sia su quello dell’efficienza e del risparmio energetici (reti elettriche “intelligenti”; vincoli energetici sia per le nuove costruzioni, sia per la ristrutturazione di quelle esistenti; riduzione entro il 2050 del 90% delle emissioni dovute ai trasporti interni attraverso l’impulso al trasporto intermodale, la riduzione del 75% dei trasporti su strada, lo stimolo al trasporto collettivo e la riduzione del traffico all’interno alle città), sia su quello dell’immagazzinamento dell’energia, sia su quello dello stoccaggio e del riutilizzo della CO2 (sotto questo aspetto ricollegandosi alla gestione del territorio attraverso la riforestazione), sia infine su quello della penalizzazione dell’utilizzo delle fonti fossili di energia, non solo chiedendo agli Stati membri l’abolizione delle facilitazioni al loro utilizzo, ma prevedendo l’introduzione di un carbon pricing — tassazione sui prodotti proporzionata alla quantità di CO2 da fonti fossili emessa per produrli — sia all’interno dell’UE, sia all’esterno, attraverso una border tax).

Inoltre, poiché “i cambiamenti climatici continueranno a creare problemi significativi in Europa nonostante gli sforzi di mitigazione prodigati”, la Commissione si propone di adottare “una nuova e più ambiziosa strategia dell’UE in materia di adattamento ai cambiamenti climatici” garantendo soprattutto che “in tutta l’UE gli investitori, le compagnie di assicurazione, la imprese, le città e i cittadini possano accedere ai dati e mettere a punto strumenti per integrare i cambiamenti climatici nelle loro pratiche di gestione dei rischi”.

Gli interventi indicati, se realizzati, sono destinati ad incidere profondamente sul mondo produttivo. Tuttavia il Green Deal va oltre, proponendosi anche, da subito, di “mobilitare l’industria per un’economia pulita e circolare” affrontando i problemi, tra loro strettamente connessi, dell’esaurimento delle materie prime e dell’inquinamento nelle sue varie forme. “Occorrono 25 anni — una generazione — per trasformare un settore industriale e tutte le catene del valore. Per essere pronti nel 2050, le decisioni e le azioni dovranno essere prese nei prossimi cinque anni”, afferma la Commissione. Nella convinzione che “la transizione (verso un’economia ‘circolare’ e a basse emissioni) è un’opportunità per espandere un’attività economica sostenibile e che genera occupazione”, la Commissione si propone di adottare nel 2020 una strategia industriale dell’UE facendo leva “sulle potenzialità della trasformazione digitale”, e un nuovo piano d’azione per l’economia circolare stimolando “lo sviluppo di mercati guida per la neutralità climatica e i prodotti circolari all’interno e all’esterno dell’UE”. Nel quadro dell’economia circolare viene impostata “una politica per i ‘prodotti sostenibili’ sulla base di una metodologia e di principi comuni, dando priorità alla riduzione e al riutilizzo dei materiali prima del loro riciclaggio, (…) e fissando requisiti atti a prevenire l’immissione sul mercato dell’UE di prodotti nocivi per l’ambiente”, concentrando gli interventi “in particolare su settori ad alta intensità di risorse, come quelli tessile, dell’edilizia, dell’elettronica e della materie plastiche”. Nel caso di queste ultime la Commissione si propone di adottare “misure per contrastare l’aggiunta intenzionale di microplastiche e l’emissione non intenzionale di materie plastiche ad esempio dall’abrasione di tessuti e degli pneumatici”. Inoltre, si propone di mettere a punto “requisiti per garantire che, entro il 2030, tutti gli imballaggi presenti sul mercato UE siano riutilizzabili o riciclabili in modo economicamente sostenibile e un quadro normativo per le plastiche biodegradabili e a base biologica, oltre ad attuare misure sulla plastica monouso”.

“Il piano d’azione per l’economia circolare comprenderà misure volte a incoraggiare le imprese a offrire, e a consentire ai consumatori di scegliere prodotti riutilizzabili, durevoli e riparabili. Analizzerà la necessità di un ‘diritto alla riparazione’ e contrasterà l’obsolescenza programmata dei dispositivi, in particolare quelli elettronici”. Per assicurare che vengano fornite ai consumatori informazioni “affidabili, comparabili e verificabili”, evitando “il rischio di un marketing ambientale fuorviante (‘green washing’) (…) la Commissione intensificherà gli forzi regolamentari e non regolamentari per contrastare le false dichiarazioni di ecocompatibilità”.

Partendo dalla constatazione che “una politica dei prodotti sostenibili ha inoltre il potenziale dei ridurre in modo significativo i rifiuti,” il Green Deal afferma che “laddove non si possa evitare la produzione di rifiuti, se ne deve recuperare il valore economico, azzerandone e minimizzandone l’impatto sull’ambiente e i cambiamenti climatici. (…) In parallelo, le imprese UE dovrebbero beneficiare di un mercato unico solido e integrato per le materie prime secondarie e i sottoprodotti. (…) La Commissione valuterà l’opportunità di adottare requisiti giuridicamente vincolanti per dare impulso al mercato delle materie prime secondarie con contenuto riciclato obbligatorio (ad esempio per gli imballaggi, i veicoli, i materiali da costruzione e le batterie)”. In quest’ottica, in particolare, “nel 2020 la Commissione proporrà norme per garantire una catena del valore delle batterie sicura, circolare e sostenibile per tutte le batterie, anche per rifornire il mercato in crescita dei veicoli elettrici”.

Il perseguimento di questi obiettivi richiede alcuni prerequisiti di cui la Commissione è cosciente: anzitutto “l’accesso alle risorse costituisce (…) una questione di sicurezza strategica” per cui è necessario “garantire l’approvvigionamento di materie prime sostenibili, in particolare quelle essenziali per le tecnologie pulite e le applicazioni digitali, spaziali e di difesa”. In secondo luogo, poiché “le tecnologie digitali sono un fattore fondamentale per conseguire gli obiettivi di sostenibilità del Green Deal in molti settori diversi, (…) la Commissione esaminerà misure finalizzate a garantire che le tecnologie digitali, quali l’intelligenza artificiale, il G5, il cloud e l’edge computing e l’Internet delle cose possano accelerare e massimizzare l’impatto delle politiche per affrontare i cambiamenti climatici e proteggere l’ambiente”.

Per fronteggiare l’emergenza climatica, per combattere l’inquinamento, per favorire una corretta gestione del territorio, Il Green Deal si propone di progettare un sistema alimentare sano e rispettoso dell’ambiente sfruttando le competenze dell’Unione europea in materia di politiche comuni agricola e della pesca: nella primavera del 2020 la Commissione dovrebbe lanciare la strategia “Dal produttore al consumatore”, che preveda: sostegno ad agricoltori e pescatori nell’affrontare i cambiamenti climatici e nel preservare la biodiversità (nel periodo 2021-27, il 40% dei fondi agricoli e il 30% di quelli per la pesca dovranno contribuire all’azione per il clima); misure legislative per la riduzione dell’uso di pesticidi chimici, di fertilizzanti ed antibiotici; stimolo alla realizzazione di un’economia circolare nel settore alimentare; divieto di importazione di prodotti alimentari non conformi alle norme europee. Nell’ottica della preservazione e del ripristino degli ecosistemi e della biodiversità, la Commissione avrebbe dovuto presentare, entro il marzo 2020, una strategia sulla biodiversità, proponendo il poteziamento delle iniziative già attive (Natura 2000,[4] ad esempio attraverso “l’estensione della copertura di aree terrestri e marittime ricche di biodiversità protette”); “l’effettivo imobschimento e la conservazione e il ripristino delle foreste in Europa”; la creazione di un’”economia blu” per “alleviare la pressante richiesta di risorse terrestri (…), migliorando l’uso delle risorse acquatiche e marine, ad esempio promuovendo la produzione e l’uso di nuove fonti di proteine che possono alleviare la pressione sui terreni agricoli”; la convergenza di tutte le politiche europee verso la conservazione, l’individuazione di modalità di gestione del territorio in modo più sostenibile.

Per conseguire l’obiettivo di un ambiente privo di sostanze tossiche (non solo prevenendone la dispersione, ma cercando di porre rimedio all’inquinamento), l’UE dovrà riesaminare “insieme agli Stati membri tutte le politiche e i regolamenti in modo più sistematico”, adottando nel 2021 un piano d’azione per l’inquinamento zero di aria, acqua e suolo. Esso prevedrà il monitoraggio, la segnalazione, la prevenzione dell’inquinamento delle acque, dell’aria, del suolo e dei prodotti di consumo; misure per affrontare l’inquinamento causato dal deflusso urbano e da agenti inquinanti nuovi o particolarmente nocivi (microplastiche, farmaci); il potenziamento della normativa sulla prevenzione dell’inquinamento da grandi impianti industriali. Inoltre, “la Commissione esaminerà in che modo è possibile utilizzare al meglio gli organismi scientifici e le agenzie dell’UE per un processo riassumibile in ‘una sostanza — una valutazione’ (…). Parallelamente il quadro normativo dovrà rispecchiare rapidamente le prove scientifiche del rischio costituito dagli interferenti endocrini, dalle sostanze chimiche pericolose contenute nei prodotti, anche di importazione, degli effetti combinati di diverse sostanze chimiche e dalle sostanze chimiche molto persistenti”.

Secondo la Commissione, tutto questo non è realizzabile con le attuali tecnologie: richiede una profonda innovazione in tutti i settori e, soprattutto, “si tratta di una sfida al di là delle possibilità dei singoli Stati membri”. Per farvi fronte, coinvolgendo investimenti nazionali pubblici e privati, si propone che almeno il 35% del bilancio di “Orizzonte Europa”[5] serva a finanziare nuove soluzioni climatiche previste dal Green Deal. D’altra parte, “per cogliere i benefici della transizione ecologica, è fondamentale dedicarsi proattivamente alla riqualificazione e al miglioramento delle competenze. Il Fondo sociale europeo Plus (FSE+)[6] sarà un valido strumento per aiutare la forza lavoro europea ad acquisire le competenze di cui ha bisogno per passare dai settori in declino a quelli in espansione e adattarsi ai nuovi processi”.

La Commissione calcola che “per conseguire gli obiettivi 2030 in materia di clima ed energia “serviranno investimenti supplementari dell’ordine di 260 miliardi di euro l’anno, equivalenti a circa l’1,5% del PIL 2018, il cui flusso dovrà essere mantenuto costante nel tempo”. Per far fronte a questo impegno, propone un ventaglio di interventi, che “combinerà finanziamenti specifici per incentivare gli investimenti sostenibili e proposte volte a creare un contesto più favorevole agli investimenti verdi”:

— il coinvolgimento del bilancio dell’UE, proponendo sia di portare al 25% l’inserimento degli obiettivi climatici in tutti i programmi UE, sia di introdurre nuove “risorse proprie”: una tassa “sui rifiuti non riciclati degli imballaggi in plastica” e “l’assegnazione al bilancio [UE] del 20% dei proventi delle aste nell’ambito del sistema per lo scambio di quote di emissioni dell’UE”;[7]

— la destinazione alla lotta contro i cambiamenti climatici di almeno il 30% del Fondo InvestEU;[8]

— il coinvolgimento della Banca europea per gli investimenti (BEI), che, entro il 2025, dovrebbe portare il proprio obiettivo climatico dal 25 al 50%, “diventando così la banca europea per il clima”;

— la creazione di un meccanismo e un fondo per una transizione giusta, rivolto alle regioni e ai settori maggiormente colpiti dalla transizione “a causa della loro dipendenza dai combustibili fossili o da processi ad alta intensità di carbonio (…) e a tutelare i cittadini e i lavoratori più vulnerabili di fronte alla transizione, cui offrirà accesso a programmi di riqualificazione professionale, posti di lavoro in nuovi settori economici o alloggi efficienti sotto il profilo energetico. Il meccanismo “attingerà a fonti di finanziamento provenienti dal bilancio dell’UE (Fondo europeo di sviluppo regionale, Fondo sociale europeo Plus) e dal gruppo BEI per mobilitare le risorse pubbliche e private necessarie”;

— lrevisione delle direttive sulla governance societaria e sulle comunicazioni agli investitori per favorire gli investimenti “sostenibili”.

Per coinvolgere anche i bilanci degli Stati membri nella conversione al modello di sviluppo sostenibile del Green Deal, riorientando “gli investimenti pubblici, i consumi e la tassazione verso le priorità verdi, abbandonando le sovvenzioni dannose”, la Commissione prevede una “revisione del quadro della governance economica europea [che] includerà un riferimento agli investimenti pubblici nel contesto della qualità delle finanze pubbliche”, da cui potrebbero dipendere “eventuali misure future, comprese quelle relative al trattamento da riservare agli investimenti verdi nell’ambito delle norme di bilancio dell’UE, che deve mantenere tutte le garanzie contro i rischi per la sostenibilità del debito”.

Infine, il Green Deal tiene anche conto del fatto che il problema del cambiamento climatico e del degardo ambientale sono problemi mondiali, che richiedono risposte mondiali. Perciò si propone: di rafforzare la “diplomazia del Green Deal”, promuovendo uno sviluppo sostenibile in tutte le sedi internazionali (ONU, G7, G20, ecc.); di sostenere il rispetto degli accordi di Parigi, di concentrarsi sul sostegno della lotta al cambiamento climatico da parte dei paesi limitrofi (Balcani, Medio Oriente, Africa stettentrionale); di rafforzare la politica commerciale orientata alla transizione ecologica, consentendo l’immissione sul mercato europeo solo di prodotti conformi agli standard europei.

Fin dalla sua presentazione, il Green Deal ha suscitato diverse perplessità, sia circa l’effettiva efficacia di alcune delle misure proposte, sia sull’adeguatezza delle risorse previste; inoltre è stato accolto molto tiepidamente dal Consiglio europeo soprattutto per le resistenze di diversi paesi, come la Polonia e la stessa Germania, la cui economia è ancora fortemente legata all’utilizzazione di energia derivata da fonti legate al carbonio (non solo idrocarburi, ma anche carbon fossile), per i quali una rapida decarbonizzazione avrebbe costi economici e sociali molto elevati.

E qui sta il vero limite del Green Deal: il finanziamento del progetto e ciascuno dei provvedimenti che esso comporta (compresi quelli che rientrano tra le competenze esclusive dell’UE, come quelli riguardanti la politica agricola e quella della pesca) deve essere negoziato con gli Stati membri, i cui interessi sono inevitabilmente divergenti, per cui i compromessi alla fine raggiunti possono risultare ben al di sotto delle ambizioni espresse nel documento della Commissione. A questo si aggiunge il fatto che in ogni caso l’attuazione delle misure risultate dal compromesso passa attraverso il braccio esecutivo degli Stati membri, la cui buona volontà, i cui tempi di recepimento delle direttive e la cui efficienza nella loro attuazione sono estremamente eterogenei. In altre parole, il principale ostacolo all’attuazione del Green Deal è rappresentato dalla struttura istituzionale dell’Unione europea.

Che l’intero assetto istituzionale dell’Unione avesse urgente necessità di una rifondazione era un tema da tempo entrato nel dibattito politico ed aveva avuto la più chiara espressione nella proposta di convocare una Conferenza sul futuro dell’Europa, inizialmente lanciata dal Presidente Macron con la sua lettera ai cittadini europei[9] e raccolta dalla presidente della Commissione, dal Parlamento europeo e, sia pur tiepidamente, dal Consiglio europeo. La sua convocazione era prevista per gli inizi di maggio 2020.

La catastrofe della pandemia da corona virus non solo ha messo a dura prova la capacità dell’Unione europea di reagire all’emergenza sanitaria in modo unitario, ma ha spinto la sua economia in una recessione senza precedenti. Con il delinearsi della fine della fase acuta della pandemia, si pone il problema della ricostruzione del tessuto dell’economia europea, sconvolto in tutti gli Stati membri, il più rapidamente possibile, per ridurre le pesantissime conseguenze sociali che la recessione sta causando e per riuscire a mantenere la competitività economica dell’Europa nel mondo.

E’ impensabile di ritornare alla situazione precedente allo scoppio della pandemia: l’economia europea era già in affanno da diversi anni ed era già evidente la necessità di adottare uno nuovo modello di sviluppo che sapesse rispondere alle molteplici sfide che stanno ormai maturando sul piano mondiale (non solo l’emergenza climatica, ma anche la crescente scarsità di materie prime, la nuova divisione del lavoro a livello internazionale, il delinearsi di nuove tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, per citare solo le principali).

Da un lato, si tratta di un compito gigantesco, al di fuori della portata di ogni Stato membro dell’Unione preso singolarmente. Risorse finanziarie sufficienti possono essere raccolte a condizioni sostenibili solo a livello europeo, con una garanzia dell’Unione in quanto tale. Ma un tale risultato non può essere raggiunto senza l’attribuzione di una almeno parziale capacità fiscale all’Unione europea, capacità fiscale che essa attualmente non possiede e che può esserle attribuita solo con una modifica dei trattati esistenti o con un nuovo trattato tra gli Stati membri disposti ad affrontare insieme questa sfida.

D’altra parte, la ricostruzione dell’economia europea non può essere realizzata attraverso una semplice somma di scelte politiche nazionali, fatte nell’ottica dell’interesse nazionale, come avverrebbe se venisse attuata con l’attuale “metodo comunitario”, che prevede una pianificazione bottom-up, senza una visione dell’interesse collettivo entro la quale articolare le scelte nazionali. Questo è tanto più vero quanto più gli effetti della pandemia stanno manifestando effetti asimmetrici sui diversi paesi membri. In questo quadro, il Green Deal, insieme all’agenda digitale presentata dalla Commissione[10] ed alla Nuova strategia industriale per un’Europa competitiva sul piano globale, verde e digitale[11], che integra le diverse proposte della Commissione, potrebbe rappresentare il quadro unitario nel quale impostare la ricostruzione dell’economia europea, offrendo il ventaglio di interventi organici che costituirebbero la spina dorsale della ricostruzione.

Di queste necessità si sono fatte portavoce Francia e Germania, che il 18 maggio 2020, con un’iniziativa congiunta, hanno lanciato la proposta di creare di un Recovery Found di 500 miliardi di euro[12] da raccogliere sui mercati con la garanzia del bilancio dell’Unione. La Commissione, da parte sua, con il sostegno dal Parlamento europeo, è andata oltre, presentando, il 27 maggio, un pacchetto di interventi, il Recovery Plan for Europe, imperniato su di un fondo temporaneo, il Next generation EU di 750 miliardi di euro[13] che la Commissione stessa raccoglierebbe sui mercati finanziari tramite bonds coperti dalla garanzia di un bilancio dell’Unione rafforzato (anche con l’introduzione di nuove risorse proprie). Il fondo sarebbe distribuito tra gli Stati membri dalla Commissione per progetti che rispondano alle priorità indicate dalla Commissione stessa, in parte sotto forma di sussidi e in parte sotto forma di prestiti. Si tratta di un radicale salto di qualità (creazione di debito pubblico europeo e condizionalità legata a una politica economica impostata a livello europeo) che può costituire il punto di partenza da cui costruire una capacità fiscale autonoma dell’Unione e il potere politico per gestire in prima persona la transizione verso il nuovo modello di sviluppo.

Per potersi concretizzare e soprattutto per poter esprimere tutte le loro potenzialità, queste scelte coraggiose devono però superare lo scoglio dei meccanismi decisionali dell’Unione europea, attraverso i quali le differenti visioni degli Stati membri sul futuro dell’Europa rischiano di sfociare in compromessi insufficienti ad innescare il processo di ricostruzione dell’economia. Pur trattandosi di interventi dichiaratamente limitati nel tempo, la loro realizzazione costituirebbe un importante precedente nell’evoluzione del processo di integrazione europea e modificherebbe radicalmente il panorama nel quale si svolgerebbe la Conferenza sul futuro dell’Europa, la cui convocazione, con l’attenuarsi dell’emergenza causata dalla pandemia del corona virus, sta tornado all’ordine del giorno. Il compito di tutte le forze politiche e sociali e di tutti i cittadini che credono nello sbocco federale del processo di integrazione europea è quindi quello di difenderne la realizzazione.


[1] Commissione europea, Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni – Il Green Deal europeo, Bruxelles, 11 dicembre 2019, https://ec.europa.eu/info/files/communication-european-green-deal_en.

[2] Commissione europea, Crescita, competitività, occupazione – Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo – Libro bianco, Bruxelles-Lussemburgo, CECA-CE-CEEA, 1993, https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/0d563bc1-f17e-48ab-bb2a-9dd9a31d5004/language-it.

[3] Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992.

[4] La rete Natura 2000, istituita ai sensi della Direttiva 92/43/CEE “Habitat”, ha l’obiettivo di garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario, è costituita dai Siti di Interesse Comunitario (SIC), identificati dagli Stati membri secondo quanto stabilito dalla Direttiva, che vengono successivamente designati quali Zone Speciali di Conservazione (ZSC), e comprende anche le Zone di Protezione Speciale (ZPS) istituite ai sensi della Direttiva 2009/147/CE “Uccelli” concernente la conservazione degli uccelli selvatici.

[5] 9° programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione (2021-2027), proposto dalla Commissione con un bilancio di 100 milioni di euro, è in corso di negoziazione tra Parlamento e Consiglio.

[6] Il Fondo sociale europeo Plus (FSE+) 2021-2027, approvato dal Parlamento europeo nel 2019, mira a sostenere, soprattutto per i giovani, la possibilità di acquisire le competenze necessarie ad affrontare le sfide e i mutamenti del mercato del lavoro. Esso ingloba diversi programmi precedenti (Fondo sociale europeo, FSE; Iniziativa per l’Occupazione giovanile, YEI; Programma per l’occupazione e l’innovazione sociale, EaSI; Fondo di Aiuto Europeo agli Indigenti, FEAD; Programma UE per la Salute). Secondo la proposta del Parlamento, nel settennio dovrebbe avere una dotazione di 120,4 miliardi di euro.

[7] Com’è noto, il sistema di scambio di quote di emissione mira contemporaneamente a tassare le emissioni di gas ad effetto serra e ad incentivare la ricerca di tecniche di produzione meno inquinanti. E’ stato introdotto dall’UE nel 2005 ed nel 2020 completerà la terza fase, caratterizzata dal fatto che l’UE fissa annualmente un tetto alle emissioni europee di gas serra e le suddivide in quote che vengono messe all’asta dagli Stati membri ed acquistate dalle imprese inquinanti in funzione dell’entità delle loro emissioni. Il superamento delle quote acquistate comporta pesanti multe, mentre chi riesce a produrre con emissioni inferiori alle quote acquistate può rivendere quelle in eccesso. I proventi delle aste vanno agli Stati membri che dovrebbero utilizzarli per incrementare l’utilizzo di fonti alternative di energia. https://ec.europa.eu/clima/policies/ets_en. Attualmente il sistema copre circa il 40% delle emissioni dell’UE.

[8] Il Fondo InvestEU (sul quale è stato raggiunto l’accordo tra le istituzioni europee nel marzo 2019) è il programma che nell’ambito del bilancio europeo 2021-2027 prenderà il posto del Piano Juncker nel promuovere gli investimenti nell’UE; in esso confluiranno il Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) e altri 13 strumenti finanziari attualmente esistenti a carico del bilancio UE e dovrebbe offrire garanzie per mobilitare 650 miliardi di euro.

[9] Emmanuel Macron, Per un rinascimento europeo, 4 marzo 2019, https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2019/03/04/per-un-rinascimento-europeo.it.

[10] Commissione europea, Proposal for a regulation of the European Parliament and of the Council establishing the Digital Europe programme for the period 2021-2027, 6 febbraio 2018, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2018%3A434%3AFIN; Id., Un’Europa pronta per l’era digitale, https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/europe-fit-digital-age_it, e Id., Communication: shaping Europe’s digital future, 19 febbraio 2020, https://ec.europa.eu/info/publications/communication-shaping-europes-digital-future_en.

[11] Commissione europea, A new industrial strategy for a globally competitive, green and digital Europe, marzo 2020, https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/FS_20_425.

[12] Initiative franco-allemande pour la relance européenne face à la crise du corona-virus, https://www.elysee.fr/admin/upload/default/0001/07/d4fe338244d28de018c5bf0c538c83c337285d0e.pdf.

[13] European Commission, The EU budget powering the Recovery plan for Europe, https://ec.europa.eu/info/files/eu-budget-powering-recovery-plan-europe_en.

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