Anno XXXIII, 1991, Numero 1 - Pagina 27

 

 

I Movimenti mondialisti dal 1945 al 1954 e l’integrazione europea

 

JEAN-FRANCIS BILLION

 

 

Il decennio che va dal 1945 al 1954 è fondamentale per lo studio del mondialismo. E’ il decennio del suo periodo aureo e delle azioni popolari e spettacolari di Garry Davis; è altresì quello che ha visto lo sviluppo, ma anche il fallimento, rispettivamente dei due approcci strategici che avevano ricevuto l’avallo della militanza più numerosa: quello, innanzitutto, dell’Assemblea costituente dei popoli (ACP) e successivamente quello mirante alla riforma della Carta dell’ONU. La grave crisi che ha colpito il mondialismo nel 1955 ha rimesso in discussione numerose organizzazioni e pubblicazioni.

Questo periodo incomincia con la fine della seconda guerra mondiale, con il ricorso, per la prima volta, ad armi atomiche, con la creazione dell’ONU nel giugno 1945 e con la nascita del Movimento universale per una confederazione mondiale (MUCM), il più importante fra i gruppi di cui ci occuperemo in questa nota.

Il quadro internazionale ha conosciuto un’evoluzione sfavorevole alle tesi mondialiste con la nascita della guerra fredda e con la guerra di Corea. Per fare un parallelo con l’integrazione europea – che rappresenta il tema centrale di questo articolo – si può rilevare che questo stesso periodo, per i federalisti europei, è quello che va dalla creazione, nel 1946, dell’Unione europea dei federalisti (UEF) al fallimento della battaglia per la Comunità europea di difesa (CED) e, in conseguenza di ciò, al ritiro del progetto di Comunità politica europea che vi era stato collegato per iniziativa di Altiero Spinelli.

L’atteggiamento dei mondialisti di fronte alle integrazioni federali regionali ed all’integrazione europea – la prima di tutte – sarà l’argomento centrale di questo articolo; tuttavia conviene innanzitutto ricordare chi erano questi mondialisti della prima ora e quali erano le loro priorità e motivazioni principali.

Tom O. Griessemer, esule dalla Germania nazista, che fu, con Clarence Streit,[1] uno dei fondatori di Federal Union negli USA nel 1939, prima di diventare il primo segretario generale del MUCM e di dar vita a World Government News, una delle più importanti riviste mondialiste americane dell’epoca, si esprimeva in questi termini: «Una differenza fondamentale separa, tuttavia, tutti gli altri movimenti per la pace da noi federalisti mondiali: il loro ragionamento è speculativo, mentre il nostro è empirico. Essi credono che, se un numero sufficientemente grande di persone rifiutasse di prestare servizio negli eserciti, o se molti fossero migliori cristiani o avessero meno bambini, ecc. non ci sarebbero più guerre. Noi federalisti mondiali, d’altra parte, sappiamo che la pace in ogni comunità umana è il risultato della giustizia, che la giustizia richiede la legge e la legge il governo. Noi lo sappiamo poiché l’abbiamo visto, sperimentato e verificato tutti i giorni intorno a noi».[2]

Quando analizza questo primo periodo nella storia del mondialismo organizzato, Rolf P. Haegler scrive: «Il senso di urgenza, di ultima chance di fronte alla minaccia di distruzione nucleare provato dagli uni, la fede degli altri nella possibilità di successi rapidi e definitivi, suscitarono un grande entusiasmo, caratteristico dei mondialisti della prima ora»; ma dice anche: «Gli inconvenienti di questa situazione non tardarono a farsi sentire: passata la moda, in molti si spense l’entusiasmo iniziale».[3]

 

Il periodo di gestazione del mondialismo.

 

A partire dalla prima guerra mondiale si sono sviluppati tentativi isolati europeisti o mondialisti. Fin dall’inizio sono stati denunciati il carattere confederale e l’impotenza della Società delle Nazioni sorta quando era tornata la pace. In Germania, dal 1914, il gruppo Neues Vaterland si diede come obiettivo la promozione di tutte le iniziative suscettibili di influenzare la politica degli Stati europei facendo leva sul «concetto civilizzato di competizione pacifica ed unificazione sovrannazionale». Negli Stati Uniti, la New York Peace Society fondò nel 1910 un World Federation Committee, destinato a diventare autonomo nel 1912 con il nome di World Federation League. Sempre negli Stati Uniti, le prime iniziative parlamentari volte alla creazione di una Federazione mondiale sono state quelle del Massachussets e, in un secondo tempo, della Camera dei Rappresentanti, rispettivamente nel 1915 e nel 1916, mentre diverse associazioni pacifiste e femministe adottarono, a loro volta, delle parole d’ordine mondialiste. In Asia, il raja Mahandra Pratap pubblicò nel 1938 la rivista World State e creò numerosi World Federation Centers in un’area che si estese fino al Giappone; egli era in contatto con i mondialisti scandinavi che organizzarono in Svezia il primo incontro internordico sulla Federazione mondiale verso la fine del primo dopoguerra. In Gran Bretagna, prima ancora di Federal Union, si svilupparono diverse associazioni come la Union for Democratic Control, quindi nel 1932 la New Commonwealth Society. In Svizzera fu fondato a Ginevra nel 1940 il Mouvement populaire suisse en faveur d’une Fédération des peuples, che Max Habicht, giurista e personaggio di spicco del mondialismo, rappresentò a Lussemburgo e successivamente a Montreux, nel 1946 e nel 1947. Per tornare agli Stati Uniti, infine, dal 1924 Rosika Schwimmer e Lola Maverick Lloyd, militanti femministe e pacifiste della grande guerra, pubblicarono Chaos, War or a New World Order e vi svilupparono per la prima volta la loro idea dell’ACP, prima di lanciare nel 1937, a Chicago, la Campaign for World Government.[4] Questo avveniva un anno prima che Streit pubblicasse Union Now e che fossero fondate in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda tre associazioni, indipendenti l’una dall’altra, ma che avevano lo stesso nome: Federal Union.

 

Dalla guerra alla creazione del MUCM.

 

Quando nel 1938 Derek Rawnsley, Charles Kimber e Patrick Ransome crearono in Inghilterra Federal Union, non sapevano nulla di Union Now, la cui pubblicazione li colse di sorpresa, ma sostenevano già i due livelli di federazione europea e mondiale. A partire dal 1939 iniziò la pubblicazione della loro rivista Federal News e si svilupparono rapporti con i federalisti del Canada, dell’Irlanda, della Svizzera, degli Stati Uniti, della Francia, dell’Australia, della Nuova Zelanda, dell’Africa meridionale, dell’India e dell’Argentina. Nel 1942, nonostante la guerra, incominciò a costituirsi lo European Committee di Federal Union, con rappresentanti a Londra di quattordici nazionalità differenti.

Parallelamente, nell’Europa continentale si svilupparono a Ginevra nel 1944, poi a Parigi ed a Hertenstein nel 1946, i contatti fra nuclei federalisti presenti nella Resistenza, che sarebbero sfociati nella creazione dell’UEF.

Negli Stati Uniti le principali organizzazioni federaliste, nel febbraio del 1947, qualche mese prima del Congresso di Montreux, diedero vita alla Conferenza di Asheville, nella Carolina del Nord, per creare lo United World Federalists, che sarebbe diventato il gruppo mondialista più importante degli USA con i suoi diciottomila iscritti (alla metà del 1947), riuniti in duecento gruppi locali e diffusi in trentatrè Stati americani. Il dibattito si concentrò sulla strategia da seguire per creare la Federazione mondiale. Sin dall’inizio, l’insieme dei delegati aveva adottato una professione di fede che, sulle questioni di principio, stabiliva quanto segue: «Noi crediamo che la pace non sia semplicemente l’assenza di guerra, ma il regno della giustizia, della legge, dell’ordine – in breve, del governo; che la pace mondiale possa essere creata e mantenuta soltanto sotto una legge mondiale, universale e sufficientemente forte da impedire i conflitti armati fra le nazioni».[5] Phillips Ruop offrì una testimonianza della vivacità del dibattito quando, nel febbraio 1948, scrisse su Common Cause che «la maggior parte dei delegati erano arrivati ad Asheville inconsapevoli delle sostanziali divergenze esistenti al loro interno a proposito della strada da seguire per giungere al governo mondiale», ma «essi furono catapultati al centro di un dibattito fra due minoranze agguerrite: da un lato quella costituita da coloro che volevano la World’s Peoples Convention e dall’altro quella di chi voleva concentrare gli sforzi sull’emendamento della Carta delle Nazioni Unite». Ota Adler, membro di Federal Union, scriveva su Federal News, nel maggio 1947, dopo il suo ritorno in Inghilterra, che la maggioranza dei federalisti americani credeva nella strada del ricorso alle Nazioni Unite, benché una minoranza, composta essenzialmente dai più giovani, avesse idee più rivoluzionarie e desiderasse scavalcare i governi nazionali, sospettati di voler conservare la loro indipendenza e la loro sovranità.

L’alternativa strategica fra il metodo costituente che mirava a rifiutare gli Stati e ad ignorare l’ONU e quello che privilegiava la riforma della Carta di San Francisco, così come la contrapposizione fra federazioni regionali e federazione mondiale, sarebbero rimaste al centro del dibattito mondialista sino alla metà degli anni Cinquanta.

In ambito mondialista, si trovano critiche sul carattere non democratico e sull’inefficacia ed inutilità dell’ONU sin dalla costituzione dell’associazione internazionale. Rosika Schwimmer e Lola Maverick Lloyd avevano persino accarezzato la speranza di organizzare una Conferenza dei popoli a lato delle riunioni ufficiali di San Francisco; esse dovettero rinunciarvi per mancanza di mezzi finanziari, ma alcuni esponenti della Campaign for World Government furono comunque presenti per illustrare «l’alternativa federalista» ai delegati degli Stati. In Europa il Comitato europeo di Federal Union, già nell’autunno 1945, aveva rivendicato in un memorandum «l’elezione diretta dell’Assemblea generale dell’ONU, affinché essa sia in grado di controllare un Consiglio di sicurezza, al quale dovrebbe essere affidato il controllo delle armi atomiche».

Jean Larmeroux, primo presidente eletto del MUCM e presidente dell’Académie internationale des Sciences politiques, facendo un confronto con la Società delle Nazioni, scriveva, a proposito dell’ONU, che «anche là si sono riuniti degli Stati sovrani. Anche là le armi appartengono ai singoli Stati membri dell’organizzazione. Anche là, sono necessari comitati di esperti e riunioni del Consiglio di sicurezza perché sia designato l’aggressore. Anche là, domina un’assenza completa di piani uniformi. Anche là, il veto degli uni fermerà la buona volontà degli altri. Anche là, il fallimento è già decretato».[6]

Mentre la Conferenza di Asheville si era occupata principalmente del dilemma fra ACP e rafforzamento dei poteri dell’ONU, la Conferenza di Lussemburgo del 1946 discusse in via prioritaria l’opposizione fra federazione mondiale e federazioni regionali. Abbiamo visto che, prima ancora che Federal Union, al termine delle ostilità, convocasse l’Assemblea generale dei gruppi federalisti dell’Europa e del mondo, il cui orientamento era stato acquisito da molti anni dal suo Comitato europeo, avevano avuto luogo altre riunioni di federalisti più specificamente europei, in particolare quella di Hertenstein nel settembre 1946. In assenza di Federal Union, che non aveva potuto essere contattata, alcuni fra i più importanti gruppi europei avevano stabilito il principio che l’unione europea è «una componente essenziale di una vera unione mondiale e una tappa verso la comunità mondiale dei popoli». Nonostante ciò gli Europei avevano la tendenza a dare la priorità alla Federazione europea rispetto a quella mondiale. Fin dal 1943, ad esempio, Libération, uno dei principali giornali francesi della Resistenza, scriveva che «l’abolizione della guerra non poteva essere raggiunta immediatamente su scala mondiale, e che una soluzione consisteva nel creare delle unioni di federazioni che permettessero agli Stati con affinità territoriali o culturali di abolire la loro moneta, le loro dogane e le loro frontiere al fine di gestire le loro risorse in comune». A Parigi, nel giugno 1946, su Fédération, Vital-Mareile affermava che la Federazione europea era necessaria per preparare l’avvento della Federazione mondiale. Anche in Inghilterra erano apparse delle frizioni all’interno di Federal Union fra europeisti e mondialisti. Frances L. Josephy, che dal 1941 al 1945 aveva sostituito R. Mackay alla Presidenza del Bureau exécutif dell’organizzazione, era molto favorevole all’opzione europea ed aveva provocato le dimissioni di altri membri di questo organo, proponendo nel settembre 1944 un memorandum nel quale si illustrava la scelta con cui erano confrontati i federalisti: «Federal Union poteva ritenere che la Federazione mondiale non fosse realizzabile alla fine di questa guerra e che l’associazione non avesse quindi alcuna funzione politica, ma soltanto un compito puramente educativo; oppure poteva convenire che, benché in un quarto di secolo fosse scoppiata per ben due volte una guerra mondiale in Europa, questo continente avesse ormai raggiunto un punto del suo sviluppo in cui un parlamento federale avesse possibilità di essere eletto. Il compito immediato di Federal Union diventava, in questa ipotesi, quello di esercitare delle pressioni con tutti i mezzi di cui poteva disporre affinché la creazione di una Federazione europea aperta ad altre nazioni fosse contemplata nell’assetto del dopoguerra come la tappa più importante e più urgente sulla strada della Federazione mondiale».

Venivano così poste le basi dell’incomprensione e delle polemiche che avrebbero contrapposto la maggioranza dei federalisti americani a quelli europei a Lussemburgo e successivamente, anche se in misura meno accentuata, a Montreux. Dopo lunghi dibattiti procedurali, fu distribuito ai partecipanti un resoconto della riunione di Hertenstein e delle sue conclusioni, quindi venne affrontato il cuore della questione, mentre F. L. Josephy propose una mozione, detta dei twin aims che impegnava i federalisti a battersi contemporaneamente per la trasformazione dell’ONU in un governo federale mondiale e per la creazione di un assetto regionale in Europa, che avesse il carattere di una federazione europea democratica.

Nel prosieguo della Conferenza i delegati americani ed alcuni delegati europei, come Max Habicht, resero nota la loro opposizione al principio stesso delle federazioni regionali o comunque affermarono pur non opponendosi alla creazione di una Federazione europea, se questa era la volontà degli Europei – che questo punto non li riguardava.

Adottando un atteggiamento più duro di quello di F.L. Josephy, Umberto Campagnolo, l’allora segretario generale del MFE italiano, proclamò al Congresso, e successivamente sull’Unità europea, il dubbio che gli ispirava la Federazione mondiale, mentre André Voisin ed un certo numero di delegati francesi insistettero sul federalismo integrale.[7] Dopo che Josephy ebbe ripreso ed esplicitato le sue idee, si decise che «doveva essere creata una organizzazione mondiale, che avesse al suo interno una sezione per la Federazione europea, entro la quale ci fosse una sezione per il federalismo interno nei diversi paesi».

Dopo che Georgia Lloyd, e successivamente Henry Usborne, parlamentare laburista britannico, ebbero lanciato l’idea della World Constitutional Convention ed illustrato una petizione a questo scopo,[8] i tre presidenti di seduta poterono redigere e fare adottare all’unanimità la Dichiarazione di Lussemburgo che precisava: «Noi federalisti delle diverse parti del mondo, riuniti a Lussemburgo nell’ottobre 1946, decidiamo di creare una associazione internazionale che raggruppi tutte le organizzazioni che lavorano per la creazione di un governo federale mondiale», e faceva questa concessione: «Molti di noi propongono, come una tappa verso questo obiettivo, la formazione di unioni federali regionali, in particolare quella degli Stati Uniti d’Europa». La conferenza preparatoria del Congresso di Montreux poté in tal modo avviarsi sulla base della decisione di creare, in parallelo, il MUCM e l’UEF e di designare i responsabili ad interim delle due associazioni.

Tom O. Griessemer, segretario del MUCM, venne incaricato di preparare il primo Congresso dell’organizzazione alla quale avevano aderito venti associazioni di undici paesi, mentre l’UEF nasceva a Parigi nei locali di Fédération nel dicembre 1946, dopo gli accordi definitivi presi a Basilea qualche giorno prima, in margine al Congresso dell’Europa-Union svizzera.

Montreux vide una riconferma chiara della validità del federalismo regionale come criterio per avvicinarsi al governo mondiale, anche se a certe condizioni. Lo testimonia il seguente passo della Dichiarazione adottata dal Congresso: «Riteniamo che l’integrazione delle attività ai livelli regionale e funzionale sia centrale in un approccio veramente federale. La formazione di federazioni regionali – nella misura in cui non diventino un fine in sé e non rischino di cristallizzarsi in blocchi – può e deve contribuire ad un efficace funzionamento del governo federale mondiale». Quando analizzò il Congresso di Montreux, Walter Lipgens poté così scrivere che esso raggiunse risultati significativi, che gli Europei riconobbero – come l’UEF avrebbe esplicitato in seguito – che la Federazione mondiale era l’obiettivo finale e che i non-europei accettarono l’idea di federazioni regionali come tappe intermedie; egli scrisse anche che, contrariamente a quanto era accaduto a Lussemburgo, i due gruppi avevano stabilito un accordo durevole e che i federalisti europei avevano chiaramente assunto un ruolo di preminenza. Walter Lipgens precisava ancora che a Montreux il 50% dei trentuno membri eletti nel Consiglio del MUCM facevano parte del Comitato federale dell’UEF, così come sei dei nove membri del Bureau exécutif, ciò è confermato in modo nettamente meno entusiasta da Edith Wynner, che scrisse in una lettera a Rosika Schwimmer del 27 agosto 1947: «La verità è che i federalisti europei controllano il nostro Consiglio e praticamente il nostro Bureau exécutif», mentre Francis Gérard, un altro responsabile del MUCM, si limitò a rilevare nel suo contributo a Basis of Federalism, che a Montreux l’UEF aveva eletto nei suoi organi direttivi un certo numero di federalisti mondiali. Benché, come ricordava ancora Lipgens, questo rapporto non fosse destinato a riproporsi nei Congressi successivi, dopo Montreux «non ci fu più rivalità fra le due organizzazioni».[9]

Gli altri temi affrontati a Montreux – da un lato ACP o riforma dell’ONU, dall’altro minimalismo o massimalismo e struttura federale o confederale del Movimento universale – crearono delle divisioni fra i mondialisti nel corso dei dieci anni che qui consideriamo. Dopo Asheville, la grande maggioranza dei federalisti americani era favorevole alla riforma della Carta dell’ONU; a Montreux essi furono sorpresi dall’opposizione che incontrarono da parte di numerosi Europei (soprattutto britannici), fautori del metodo costituente.

Da parte sua, Henry Usborne, in contatto con i responsabili americani della Campaign for World Government, dopo la sua elezione al Parlamento britannico, aveva creato il Parliamentary Group for World Government che, nell’estate del 1947, aveva adottato il Plan in Outline for World Government by 1955, in cui si prevedeva che si riunisse a Ginevra nell’autunno del 1950 una Assemblea costituente dei popoli[10] per redigere la costituzione mondiale. Importanti personalità avevano preso posizione a favore del Piano Usborne, in particolare, negli Stati Uniti, Albert Einstein ed insieme a lui l’Emergency Committee of Atomic Scientists, che offrì con il suo prestigio un importante sostegno morale.[11] La posizione dei sostenitori, soprattutto americani, della riforma dell’ONU venne sintetizzata da Cord Meyer Jr.,[12] primo presidente del UWF, in un capitolo, intitolato «United Nations Reform», dell’opera collettiva sul federalismo mondiale pubblicata da Norman J. Hart qualche mese più tardi per conto delle JFM (associazioni di giovani federalisti mondiali).

Nella dichiarazione di Montreux, il MUCM aveva alla fine fatto propri i due approcci strategici: «Noi sosteniamo le seguenti linee di azione: 1) mobilitazione dei popoli del mondo perché facciano pressioni sui loro governi e parlamenti al fine di trasformare l’ONU in un governo federale mondiale, aumentandone i poteri e le risorse e modificandone la Carta; 2) azioni concertate non ufficiali, in particolare preparazione di una Assemblea costituente mondiale... Questa Assemblea – costituita in collaborazione con i gruppi internazionali organizzati – dovrà riunirsi non oltre il 1950 allo scopo di stendere una Costituzione per il governo federale mondiale». Rolf P. Haegler nota comunque che, sino al fallimento del progetto di riunire l’ACP a Ginevra, «tutti i gruppi mondialisti, nei primi anni di vita, lavorarono con ardore alla realizzazione dell’Assemblea costituente dei popoli».[13]

Il terzo grande tema di dibattito e di scontro a Montreux riguardava il potere da attribuire al futuro governo mondiale. I federalisti mondiali erano divisi in due grandi correnti: i minimalisti che volevano limitare la funzione del governo mondiale al mantenimento della pace per renderlo accettabile al maggior numero possibile di Stati, in particolare all’Unione Sovietica, ed i massimalisti, convinti che la pace e la giustizia andassero di pari passo, che l’una non potesse essere realizzata in modo valido e duraturo senza l’altra e che il governo mondiale dovesse quindi ricevere poteri molto estesi. Anche in questo caso, la linea di divisione passava per l’Atlantico, in quanto i delegati americani parlavano di governo mondiale «limitato» soprattutto al controllo dell’energia atomica e delle armi di distruzione di massa, mentre i delegati europei volevano che esso fosse senz’altro in grado di prevenire la guerra ma anche che impedisse la catastrofe economica. Questo dibattito fra minimalisti e massimalisti era destinato a continuare per molto tempo in seno al movimento mondialista e due esempi delle tesi in discussione sono costituiti dalla Preliminary Draft of a World Constitution, elaborata dal Comitato di Chicago agli inizi degli anni Cinquanta, di cui parleremo più avanti, ed il libro World Peace through World Law di Grenville Clark e Louis B. Sohn, pubblicato alla fine dello stesso decennio.[14]

L’ultimo tema affrontato a Montreux fu quello dell’organizzazione interna del Movimento: bisognava «federare» i federalisti, come auspicavano gli Olandesi e gli Scandinavi, oppure ogni movimento nazionale doveva conservare una autonomia molto ampia in seno al MUCM?

 

Il periodo aureo del mondialismo.

 

Dopo Montreux, il MUCM aveva dunque una esistenza legale, benché sussistessero numerosi piccoli gruppi collaterali, di cui non riusciva sempre a coordinare l’azione. I suoi responsabili si dedicarono a strutturarlo ed a svilupparlo laddove non esisteva ancora; a questo scopo furono presi contatti durante i viaggi dell’abate Pierre, eroe della Resistenza francese e parlamentare, e di Edouard Clark, federalista americano, in Cecoslovacchia, in Medio Oriente, sino all’Estremo Oriente e nel sub-continente indiano.

Così, al suo secondo Congresso, a Lussemburgo, svoltosi nel settembre 1948, il MUCM contava fino a 250.000 membri di diciannove nazionalità, riuniti in trentanove organizzazioni membre a pieno titolo e undici organizzazioni affiliate. Malgrado tutti gli sforzi, esso restava tuttavia confinato all’emisfero occidentale e, come notava Giuseppe A. Borgese, segretario del Comitato di Chicago, «il movimento federalista mondiale restava un’impresa euro-americana o americano-europea, strettamente occidentale e bianca».

Presso l’Università di Chicago si era creato il Comitato di Chicago, che per circa quattro anni pubblicò il giornale di riflessione politica e culturale Common Cause e rese pubblica, dopo molti anni di lavoro, la sua Preliminary Draft of a World Constitution. Il preambolo della bozza di costituzione mondiale fu adottato dal Congresso di Lussemburgo del 1948, che elesse inoltre un comitato costituzionale, di cui fecero parte Alexandre Marc ed Elisabeth Mann Borgese, figlia minore di Thomas Mann e moglie di Giuseppe Borgese, entrambi molto attivi nel movimento mondialista.[15]

Per quanto riguarda il dibattito su federazioni regionali e/o federazione mondiale, il Comitato di Chicago si pronunciò nel suo progetto di costituzione per una articolazione regionale della federazione mondiale in nove grandi regioni intermedie, una delle quali comprendeva l’Europa occidentale.

Il Congresso di Lussemburgo, che riuniva circa trecentocinquanta partecipanti di ventidue paesi, doveva a sua volta affermare la validità delle federazioni regionali nella sua dichiarazione finale, ma sempre senza impegnarsi strenuamente nell’azione concreta in questa direzione, precisando che «l’integrazione ai livelli regionali, può essere una via verso il governo federale mondiale. La formazione di federazioni regionali può accelerare la creazione del governo federale mondiale a condizione che: a) esse non diventino degli obiettivi a sé stanti; b) siano suscettibili di diminuire le tensioni e le disparità esistenti fra grandi e piccole nazioni; e c) restino subordinate all’obiettivo ultimo, la creazione del governo federale mondiale. Bisogna tuttavia sottolineare che le federazioni regionali non possono risolvere da sole il problema di assicurare una pace durevole».[16]

I mondialisti, così come potevano accettare ed utilizzare, a certe condizioni, il federalismo regionale (o continentale), allo stesso modo si comportarono con il funzionalismo, che a Lussemburgo fu considerato come un mezzo per operare in vista della Federazione mondiale.

Si trattava di creare degli organismi al di sopra degli Stati, limitati a questo o quel problema o ambito particolare di intervento, quali la FAO, organo specializzato dell’ONU per le questioni alimentari, il cui fondatore era stato Lord Boyd Orr, secondo presidente del MUCM. L’abate Pierre, in una conferenza stampa tenuta a Parigi nel 1967, aveva in seguito così riassunto questo orientamento: «L’inizio del dopoguerra è stato per il nascente mondialismo l’era dei giuristi, di coloro che credevano con un meraviglioso ottimismo che il governo mondiale sarebbe stato per domani mattina e che consacravano tutti i loro sforzi alla definizione della migliore costituzione possibile... Lord Boyd Orr ha avuto allora l’idea di lanciare ciò che è stato chiamato funzionalismo. Egli ha praticamente detto: ‘Voi giuristi, continuate a fare i vostri mirabolanti lavori...; nell’attesa, sviluppiamo i ministeri di questo governo che non esiste, vale a dire facciamo funzionare con la massima ampiezza ed efficacia la FAO, l’UNESCO, l’UNICEF, l’OMS. Sia la funzione a creare l’organo’».[17]

In un discorso, Emery Reves, che non aveva potuto trovarsi a Montreux, ma che, con il suo libro Anatomia della pace, restava uno dei padri spirituali del Movimento,[18] prese posizione volta a volta a favore di una struttura federale del Movimento universale, del carattere evolutivo del processo che avrebbe condotto al governo mondiale e a favore del fatto che questo processo storico cominci con una federazione dell’Europa occidentale. Reves, nel suo importante discorso, affrontò anche gli altri punti che dividevano il Movimento: minimalismo o massimalismo, assemblea costituente o riforma dell’ONU.

Il Congresso di Lussemburgo, che creò un comitato speciale per coordinare l’azione a favore dell’ACP, ribadì anche il suo orientamento a favore della riforma dell’ONU ed adottò un terzo approccio, su proposta di Jean Larmeroux, approccio che fu chiamato «parlamentare». I primi passi di questa terza strategia, volta a sopperire alle difficoltà pratiche e di calendario incontrate dal metodo costituente, risalivano al febbraio 1948, ad una riunione del Comitato esecutivo del MUCM, ed avevano incontrato l’opposizione di alcuni sostenitori del Piano Usborne.

Si trattava di appoggiarsi ai gruppi parlamentari creati in Gran Bretagna, Francia, Olanda, Italia e Lussemburgo, per organizzare una Convenzione mondiale di parlamentari incaricati di redigere la costituzione mondiale. Jean Larmeroux e altri federalisti di primo piano erano in effetti ben coscienti della difficoltà che ci sarebbe stata a tenere per tempo delle elezioni popolari per i delegati all’ACP e del fatto che, come dichiarò Tom O. Griessemer a Lussemburgo, «una Assemblea costituente dei popoli, se avesse successo, non significherebbe comunque l’inizio di un governo mondiale. Se fallisse, potrebbe rimettere in causa il nostro lavoro per anni, forse per decenni».[19]

Il nuovo approccio si articolava in cinque tappe: «1) La convocazione, su iniziativa di singoli membri di parlamenti nazionali, di un incontro ufficiale di delegati di ogni parlamento del mondo, riuniti in una Convenzione mondiale. Nel corso di questo incontro si mette ai voti una mozione che ogni delegato si impegna a sottoporre all’attenzione del suo parlamento e nella quale si stabilisce il principio di una Assemblea costituente mondiale ufficiale; 2) il voto su questa mozione da parte di ogni parlamento. Quando si avranno almeno dieci parlamenti, la convocazione, da parte dei governi di questi dieci paesi, di una Assemblea costituente mondiale ufficiale, aperta a tutti gli Stati che accettino di adeguarsi alle decisioni che vi saranno prese; 3) l’elaborazione di una Costituzione della Federazione mondiale; 4) la ratifica di questa Costituzione da parte di ogni parlamento; 5) l’elezione del Parlamento mondiale, come stabilito dalla Costituzione».

Il Congresso fu infine interpellato dalle JFM su diversi punti che erano stati dibattuti dal Congresso giovanile di Hastings, quali la riforma della struttura confederale del Movimento e la necessità di svilupparlo oltre l’emisfero occidentale, la garanzia che l’orientamento e l’azione dei federalisti non lasciasse supporre che governo mondiale fosse sinonimo di status quo internazionale suscettibile di bloccare la lotta dei popoli coloniali per l’eguaglianza dei diritti e delle opportunità. In generale le JFM, similmente ai sostenitori dell’ACP ed ai Cittadini del Mondo riuniti intorno a Garry Davis, avevano a quel tempo un atteggiamento più massimalista di quello del Movimento universale nel suo complesso.

Garry Davis, giovane attore e pilota americano in congedo, aveva aderito all’UWF al suo ritorno alla vita civile. Essendo, come l’avrebbe definito più tardi Guy Marchand, «l’uomo delle gesta spettacolari», non un organizzatore, un pensatore o un teorico, per due anni egli monopolizzò la cronaca di Parigi e suscitò l’entusiasmo delle folle rendendo popolare l’idea della Federazione mondiale e della cittadinanza universale. Per tutto quel tempo egli rimase in contatto con il MUCM senza tuttavia accettare che i suoi sostenitori, riuniti dagli inizi del 1949 in seno al Registro internazionale dei Cittadini del Mondo, fossero assorbiti da questa organizzazione, poiché riteneva che il «Registro» fosse «un centro di mobilitazione per i partigiani di un mondo unito, piuttosto che un approccio o una linea strategica specifica». Il 25 maggio 1948 egli rinunciò alla cittadinanza americana e il 12 settembre si rifugiò al Palazzo di Chaillot, a quel tempo sotto la giurisdizione dell’ONU. Il successo pubblicitario fu enorme e Robert Sarrazac[20] poté creare, sulla sua scia, un comitato di solidarietà i cui membri – personalità eminenti – contribuirono a dar vita ad altre operazioni spettacolari in Francia.

Come avrebbe poi scritto Albert Camus su Combat, Garry Davis era perfettamente riuscito a lanciare un «grido d’allarme».

Tuttavia, a poco a poco, i rapporti fra Davis ed i suoi sostenitori divennero tesi, ancor prima che egli ripartisse per New York nel marzo 1950. Guy Marchand, uno dei suoi primi compagni e suo segretario, affermò per esempio che «Garry Davis è finito per il mondialismo». Le critiche nei suoi confronti erano molto vivaci, e venivano sia dagli ambienti pacifisti, come quelle comparse su Esprit che l’accusavano di «voler fare la pace con la magia», sia dai federalisti europei, fra i quali Jean-Maurice Martin che scriveva su Fédération: «In Francia si è riservata a Garry Davis l’accoglienza che si fa comunemente a coloro che mettono alla berlina il poliziotto, si fanno gioco del professore e fanno lo sciopero della fame in nome della fratellanza umana. Il Francese ha sempre avuto simpatia per le persone un po’ bizzarre, fumose e profetiche, buffoni e vittime, piccoli inventori del concorso Lépine e creatori di grandi sistemi, che ricorrono con lo stesso tranquillo coraggio alla professione di fede e alla mistificazione».

Dopo la sua partenza, Sarrazac continuò per qualche tempo a sfruttare l’entusiasmo ancora vibrante che egli aveva suscitato, per sviluppare la mondializzazione delle comunità, territoriali e non, intesa come il contraltare collettivo della cittadinanza mondiale. Esse si svilupparono rapidamente in Francia, ma anche in Germania Ovest, in Belgio, in Danimarca e, fuori d’Europa, in India, in Giappone e più recentemente in Canada. La stessa linea di «appello al popolo» era stata adottata negli Stati Uniti nel 1948 sotto la forma di World Government Weeks a Chicago, Minneapolis e Miami.

Nel frattempo il MUCM aveva continuato le sue attività e aveva preparato il suo terzo Congresso, convocato a Stoccolma nell’estate 1949. Alexandre Marc preparò e propose un piano d’azione ambizioso, con l’intento di coordinare i diversi approcci elaborati dal Movimento, ma questo piano alla fine non fu adottato, mentre continuò il dibattito interno sulla necessità di federare o meno i federalisti. Elisabeth Mann Borgese riassunse efficacemente la situazione del Movimento universale quando nel maggio 1949 scrisse su Common Cause che «il Movimento mondiale, in quanto organizzazione federalista, si trova d’ora in poi di fronte alla necessità di applicare il federalismo al suo stesso interno, di limitare la sovranità delle sue organizzazioni membre a favore di una politica-guida mondiale: l’azione di Garry Davis, che ha raggiunto per la prima volta nella storia del Movimento l’immaginazione delle masse, e la capacità di mobilitazione dell’idea della Convenzione dei Popoli, sono cresciute entrambe in modo eccessivo per l’abito tagliato a Lussemburgo».

Il Congresso di Stoccolma, benché fosse uno dei meglio preparati fra quelli dei primi anni, non si concluse, contrariamente ai precedenti, con l’adozione di una dichiarazione riassuntiva dell’insieme dei lavori, né precisò la linea del Movimento. Vi presero parte circa trecentocinquanta membri, provenienti da quindici paesi e da trentuno organizzazioni, in gran parte dall’Europa e dagli USA, ma anche dall’India, dal Giappone e dalla Nuova Zelanda. Il Congresso cominciò con un dibattito sugli statuti, di cui uno dei punti principali fu l’accettazione o meno dei Cittadini del Mondo e delle loro diverse associazioni nel Movimento.

Si decise infine che i membri del MUCM potessero rientrare in quattro categorie: organizzazioni federali locali, nazionali o internazionali, associazioni promotrici della cittadinanza mondiale, organizzazioni affiliate con ragioni d’essere diverse, ma simpatizzanti con la causa del mondialismo, e membri individuali.

Ai congressisti furono distribuite numerose relazioni, in particolare grazie agli sforzi redazionali di Alexandre Marc, sulla revisione della Carta, il metodo costituente, l’approccio parlamentare, le federazioni regionali e su altri argomenti come la cittadinanza mondiale, l’energia atomica, il commercio internazionale e la disoccupazione, la questione coloniale e il problema dei rifugiati, l’alimentazione, la popolazione, il federalismo funzionalista, la costituzione mondiale e i rapporti Est-Ovest.

Alla vigilia del Congresso Elisabeth Mann Borgese affermò, sempre su Common Cause, che «il termine ‘governo mondiale’ è spesso rimasto uno slogan vuoto come ‘pace’» e che non si poteva più eludere la domanda «Quale tipo di governo mondiale?», che non era più possibile volgere le spalle ai problemi economici e sociali connessi alla questione del governo mondiale. Ella, inoltre, condannava la guerra che si facevano a vicenda i sostenitori delle differenti strategie, i fautori dell’ACP contro quelli della riforma dell’ONU, gli europeisti contro i mondialisti e i minimalisti contro i massimalisti.

Anche sull’approccio regionale furono discusse numerose relazioni, in particolare quella di Alexandre Marc[21] e quella di Henry Brugmans,[22] più europeista che mondialista, secondo alcuni. Alla fine il Congresso adottò il testo del suo sotto-comitato sull’approccio regionale che stabiliva che l’azione per il governo mondiale non dovesse necessariamente limitarsi al piano mondiale, che tutti i movimenti regionali, se si collocavano in una prospettiva mondialista, dovevano essere incoraggiati, in particolare quello per la Federazione europea, che poteva essere un fattore di equilibrio fra Est e Ovest; il Congresso si congratulava anche con l’UEF per i suoi sforzi diretti a realizzare il federalismo europeo e chiedeva che i nuovi organi del MUCM cercassero una base comune d’azione sul piano educativo e politico con i federalisti regionali, i cui scopi fossero compatibili con i suoi, e li incoraggiassero ad unirsi ai mondialisti. Peter Hunnot osservò fra l’altro sul numero di ottobre di Humanity che una relazione contraria all’approccio regionale si era dovuta ritirare per palese mancanza di sostegno.

Il Congresso infine mandò un memorandum alla Conferenza di Stoccolma dell’Unione interparlamentare, considerata come «l’organo più direttamente rappresentativo dei popoli del mondo» e idonea per questo a «proporre una Assemblea mondiale popolare rappresentativa per la gestione dei problemi mondiali».

Qualche giorno prima del MUCM, le JFM avevano tenuto il loro Congresso a Copenaghen[23] e in dicembre Lord Boyd Orr ricevette il Premio Nobel per la pace.

 

Il fallimento del metodo costituente e il Congresso di Roma.

 

Nel 1947, in seguito all’adozione del Piano Usborne da parte del gruppo parlamentare britannico, era stato creato il movimento Crusade for World Government allo scopo di dargli una larga diffusione. In ogni paese, o nel maggior numero possibile di paesi, si dovevano tenere delle elezioni popolari non ufficiali, al fine di eleggere i rappresentanti – uno ogni milione di abitanti – all’Assemblea costituente dei popoli del mondo. Dopo una riunione preparatoria a Gand nel marzo 1950, questa Assemblea si sarebbe dovuta tenere a Ginevra in autunno. Alla fine, una elezione, peraltro ufficiale, poté svolgersi soltanto nel Tennessee, grazie alla Legge Harwell, adottata nell’aprile 1949. In nessun altro punto del globo fu possibile organizzare elezioni di questo tipo, malgrado l’aiuto del Segretariato internazionale dei Cittadini del Mondo e dei comuni mondializzati, malgrado l’impegno anche di consistenti frazioni del movimento mondialista in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Scandinavia e di gruppi meno consistenti in Africa, in Asia e nell’America latina. Di conseguenza la riunione di Ginevra, in quanto si svolse in presenza soltanto di tre delegati del Tennessee e di un delegato venuto dalla Nigeria, la cui rappresentatività fu subito contestata, non poteva più essere altro che un atto puramente simbolico. Un atto, scrisse Elisabeth Mann Borgese, dello stesso valore di quello di Garry Davis quando rinunciò alla sua cittadinanza americana, accampandosi in «territorio mondiale» e proclamandosi il primo cittadino del mondo; Elisabeth Mann Borgese, inoltre, espose i suoi dubbi su Common Cause riguardo alle potenzialità della Convenzione di Ginevra, che era «l’opera di un uomo, e di un uomo solo, l’avvocato Fyke Farmer di Nashville, Tennessee»; inoltre l’organizzazione a Ginevra mancava del rigore militare di Sarrazac che aveva «creato Garry Davis» e, mentre l’atto simbolico di quest’ultimo apriva nuove possibilità di azione, potenzialmente illimitate, «la Convenzione di Ginevra correva il rischio immediato di essere al tempo stesso un inizio e una fine».

Ginevra fu anche il contesto di scontri e disaccordi profondi fra i sostenitori di Farmer, che si riunirono per il prosieguo dell’azione in seno ad un World Action Committee for the People’s World Convention, la cui attività cessò dopo una nuova riunione a Parigi nel novembre 1951, e gli altri gruppi, quali il Segretariato internazionale dei Cittadini del Mondo, il MUCM ed il suo Steering Committee per l’ACP, che crearono il Consiglio mondiale per l’Assemblea costituente dei popoli. A proposito di Ginevra, Guy Marchand scrisse che «due organismi che hanno cercato di distruggersi reciprocamente, il MUCM ed il Segretariato internazionale dei Cittadini del Mondo, si sono alleati per distruggere gli organizzatori di questo Congresso». La legge che aveva consentito l’elezione ufficiale dei delegati del Tennessee fu alla fine dichiarata illegale e abrogata nel 1952 da una Corte di giustizia americana.

Nel frattempo i giovani mondialisti tennero a Folkestone il loro quarto Congresso alla fine dell’estate 1950, in un contesto avvelenato dal conflitto coreano ed in cui, secondo il loro segretario dimissionario Norman J. Hart, «era diventato sempre più difficile presentare il governo mondiale come una alternativa possibile». Il Congresso, in una dichiarazione in cinque punti, richiamò gli approcci strategici tradizionali più diffusi, trattò della decolonizzazione, dell’aiuto economico e dei diritti dell’uomo e riaffermò il suo sostegno al federalismo regionale, soprattutto con riferimento al Piano Schuman.

Nel 1950 il MUCM non fece congressi, contrariamente al suo solito, ma questo anno fu utilizzato soprattutto per preparare il Congresso che si sarebbe tenuto l’anno seguente a Roma e che si sarebbe sdoppiato per dar vita contemporaneamente ad una conferenza internazionale di organizzazioni simpatizzanti della causa mondialista. Il MUCM raggruppava allora cinquantatré organizzazioni, per un totale di circa 150.000 membri. Agli inizi del giugno 1950 si svolse a Parigi, nei locali della Fédération, una conferenza preparatoria del Congresso, in parallelo con le riunioni statutarie del Comitato esecutivo e successivamente del Consiglio. Elisabeth Mann Borgese, che ne fece un resoconto su Common Cause nell’agosto 1950, nello stesso articolo specificò anche il piano d’azione del Movimento universale per l’anno in corso, basato su quattro premesse: fare evolvere la sua azione dal piano nazionale al piano internazionale, articolare il suo programma nei diversi campi politico-costituzionali, socio-economici e culturali, trovare dei raccordi all’esterno dei circoli mondialisti per sviluppare la sua azione laddove esso era poco presente ed operare una sintesi dei differenti approcci adottati in precedenza e dei programmi che essi comportavano.

Per quanto riguarda più specificamente l’America latina, Pierre Hovelaque, militante argentino pacifista e federalista, che sarebbe diventato segretario generale del MUCM di quel periodo, aveva indicato quali erano, a suo avviso, le condizioni necessarie perché il mondialismo potesse svilupparsi in questa parte del mondo. Egli riconosceva, innanzitutto, che l’America latina, ad eccezione dei latino-americani residenti in Europa, non aveva mai avuto un ruolo molto attivo per la causa dell’unità mondiale e si poneva quindi il problema di capire come porre rimedio a questo stato di cose. Qualsiasi volontà popolare espressa liberamente o qualsiasi propaganda federalista era destinata nella maggior parte dei casi ad essere bloccata dai regimi totalitari ed anche in assenza di ciò era inconcepibile organizzare azioni politiche di massa come quelle realizzate in Europa o negli Stati Uniti. Era dunque imperativo trovare per l’azione mondialista, in particolare per quella a favore della costituente, dei collegamenti negli ambienti parlamentari e sindacali.[24]

In questa ottica era stata organizzata la riunione di Parigi alla quale parteciparono ventuno organizzazioni religiose, politiche, culturali, economiche e sociali sulle sessanta che erano state invitate, tutte suscettibili di cooperare su obiettivi limitati, per un periodo limitato. L’UEF era rappresentata, fra gli altri, da Henri Frenay e Usellini, rispettivamente Presidente e Segretario generale dei federalisti europei. L’Unione francese dei federalisti, la sezione francese dell’UEF, chiese anche in questa occasione la sua affiliazione al MUCM. Nonostante questi rinnovati contatti, l’UEF decise alla fine di restare fuori dal Congresso di Roma, benché a Parigi il MUCM avesse sostenuto il suo progetto di patto federale europeo. Alla riunione di Parigi parteciparono infine dei rappresentanti africani ed asiatici del Congresso dei popoli contro l’imperialismo, riuniti intorno al loro presidente, il parlamentare laburista Fenner Brockway, ed al suo segretario generale Jean Rous.[25]

Il Congresso di Roma sarebbe dunque stato, come sperava Elisabeth Mann Borgese su Common Cause, «il vertice dell’azione non ufficiale per il governo mondiale o, ancor meglio, una specie di Stati generali del mondo»?

Le cose non andarono in questo modo, benché esso si fosse svolto come previsto nell’aprile 1951, in presenza di circa duecento partecipanti, di cui solo sessantanove erano delegati federalisti. Il Consiglio del MUCM aveva invitato i Partigiani della Pace, di ispirazione comunista, a partecipare ai lavori, ma questo invito non poté essere mantenuto poiché l’UWF rifiutò questa organizzazione e, per ottenerne il ritiro, si spinse fino a mettere in gioco la propria appartenenza al Movimento; l’UWF ottenne soddisfazione ma questa esclusione provocò una serie di dimissioni negli organi decisionali del MUCM che, dopo Roma, divenne ancora più sottomesso alle sezioni scandinave e nord-americane più conservatrici e minimaliste.

Per la prima volta l’esistenza del Movimento era stata messa in causa ed esso uscì indebolito da un Congresso la cui mozione finale aveva poco a che vedere con le dichiarazioni di quelli che l’avevano preceduto e si accontentava di parafrasare le posizioni riaffermate poco prima a Washington dal UWF per un governo federale mondiale universale dai poteri strettamente limitati al controllo delle armi. Sulle federazioni regionali il rapporto della commissione politica ricordava soltanto che la formazione delle federazioni regionali poteva sempre essere considerata come un passo avanti nella giusta direzione e che esse non erano incompatibili con nessuno dei due metodi, riforma dell’ONU o ACP, sostenuti dal Movimento. Il generale Riiser-Larsen, esploratore polare norvegese, fu eletto terzo presidente del MUCM, mentre il Conte Sforza, Ministro degli Esteri italiano, nel suo discorso ricordava ai congressisti il suo sostegno prioritario al federalismo europeo ed il Papa Pio XII riceveva alcuni di loro in delegazione.

 

La lotta per la riforma dell’ONU e il secondo scacco del mondialismo.

 

Il MUCM era in crisi ed era guidato dalla sua corrente più minimalista; i sostenitori dell’ACP, condizionati dallo scacco di Ginevra, ed i Cittadini del Mondo, dopo l’entusiasmo dei primi tempi, dovevano trovare nuovo slancio; numerosi periodici dovettero cessare le pubblicazioni, come Peuple du Monde a partire dal 1950, Humanity e Common Cause nel 1951, World Government News nel 1952, per non citare che i più importanti. Dopo il ritiro dell’invito ai Partigiani della pace, il MUCM ed il mondialismo nel suo insieme furono a lungo accusati dalla propaganda sovietica[26] di essere la «foglia di fico del capitalismo americano» e gli apologeti dell’imperialismo, ed in effetti assunsero, nella loro componente maggioritaria, un atteggiamento sempre più pro-occidentale.

Negli Stati Uniti, a Des Moines, nel giugno del 1951, la maggior parte della sua sezione giovanile si separò dal UWF per creare in ottobre una nuova associazione, la World Order Realized Through Law and Democracy (World), ritenendo che reclamare la pace in modo puramente propagandistico non fosse sufficiente e che bisognasse occuparsi degli aspetti economici e sociali dell’ordine internazionale.

Fu in questa situazione che la JFM tenne il suo quinto Congresso a Copenaghen nell’agosto del 1951, limitandosi a riaffermare a grandi linee le posizioni assunte l’anno precedente a Folkestone in merito alle federazioni regionali, ai problemi dello sviluppo e ai diritti umani.

Dopo Roma, il Consiglio del MUCM era composto da diciannove, fra Americani, Britannici e Scandinavi, su trenta membri, otto dei quali erano d’altronde membri del UWF; era un equilibrio geografico e politico agli antipodi rispetto a quello raggiunto a Montreux ed il Movimento, almeno fino al 1955, diede la priorità alla riforma della Carta dell’ONU. Rolf Paul Haegler scrisse a questo proposito che la situazione, a partire dal 1951, differiva sotto molti aspetti da quella degli anni precedenti e che, in assenza di un sostegno popolare, si sperava piuttosto di ottenere l’istituzione di una «Autorità mondiale di sicurezza» attraverso l’azione dei governi e delle Nazioni Unite, evitando di parlare, come in precedenza, di governo mondiale, al fine di non urtare eccessivamente il nazionalismo rinascente soprattutto negli Stati Uniti, dove imperversavano il Senatore Joseph McCarthy ed i suoi sostenitori.

Fin dalla creazione dell’ONU, la Carta dell’Organizzazione prevedeva, all’articolo 109, terzo comma, che la sua revisione dovesse essere messa all’ordine del giorno della decima sessione annuale dell’Assemblea generale, quindi nel 1955. Proprio verso questo obiettivo si orientò l’azione del MUCM, quando a Londra si riunì la prima Parliamentary Conference on World Government alla presenza di duecentotrenta delegati, di cui trentasette parlamentari di ventiquattro paesi. L’iniziativa era stata presa dai parlamentari mondialisti britannici del Parliamentary Group for World Government e dall’associazione popolare British Parliamentary Association for World Government creata per servire da supporto all’azione del gruppo parlamentare. Questa prima Conferenza di parlamentari adottò una risoluzione minimalista e decise di dar vita ad una Associazione mondiale di parlamentari per un governo mondiale, che vide effettivamente la luce nel 1952.

Numerose sezioni del MUCM misero allo studio la revisione della Carta ed il Movimento universale tenne una conferenza di studio a Ulempas, nell’agosto del 1952, qualche settimana prima della seconda «Conferenza dei parlamentari». Il presidente del Movimento universale, Riisar Larsen, vedeva nella riforma dell’ONU la prima battaglia campale dei federalisti e prevedeva che la lotta alla Conferenza del 1955 sarebbe stata tanto più aspra e difficile quanto più massimaliste sarebbero state le proposte avanzate. A Ulempas fu ufficialmente deciso di mettere l’accento sulla riforma dell’organizzazione internazionale e di relegare in secondo piano l’Assemblea costituente dei popoli. Gli altri approcci, funzionalista, parlamentare o regionale, così come il federalismo integrale ed i successi delle mondializzazioni, erano citati solo come promemoria.

Alcuni mondialisti restavano tuttavia ben coscienti della necessità di inquadrare la loro azione nel tempo, come Jacques Savary del Consiglio mondiale per l’ACP, sempre legato al MUCM fin dalla sua creazione a Ginevra nel gennaio del 1951, che sottolineò l’impossibilità, allo stato delle cose, di una vera Federazione mondiale, perché essa presupponeva «l’esistenza, nel mondo intero, di condizioni politiche, sociali, economiche, demografiche e culturali che sono lungi dall’essere raggiunte», e il Dr. Mackay, vice-Presidente di Federal Union, che affermò «che non vi sono scorciatoie per la creazione di un governo federale mondiale» e che si fece paladino di federazioni regionali in Europa occidentale, in Africa, nei paesi arabi e in America latina per mettere fine al bipolarismo russo-americano.

Il sesto Congresso dei JFM, organizzazione allora moribonda e che a Ulempas si era pensato addirittura di sciogliere, affermò anch’esso, ad Amsterdam, in agosto, il suo sostegno alla riforma dell’ONU.

La seconda «Conferenza dei parlamentari» e la creazione ufficiale dell’Associazione universale dei parlamentari per un governo mondiale ebbero luogo a Londra in settembre, davanti a trecentoventi partecipanti venuti da trenta paesi ed i suoi lavori furono aperti dal ministro britannico degli Affari esteri. L’Associazione raccoglieva membri di quindici parlamenti ed il gruppo britannico era formato da sessantuno membri appartenenti ai tre partiti conservatore, liberale e laburista. L’ordine del giorno dei lavori comprendeva, tra gli altri, i seguenti punti: emendamento della Carta dell’ONU, sviluppo delle aree ancora sottosviluppate nella direzione di un governo mondiale, rapporti tra federazioni regionali e governo mondiale. Erano rappresentate numerose organizzazioni internazionali, come il GATT, l’ONU, la FAO e l’UNICEF e associazioni socio-economiche, culturali, politiche e religiose. Furono discussi ed alla fine approvati congiuntamente due Piani, noti come Piano A e Piano B. Il Piano A indicava in dettaglio quali dovevano essere i poteri del governo mondiale, il che implicava «modifiche sostanziali della Carta dell’ONU, miranti a creare un vero e – crediamo – funzionale schema di governo mondiale per sostituire l’attuale anarchia internazionale»; nel Piano B, al contrario, «non si è tentata alcuna rielaborazione della Carta. La proposta afferma solamente cinque principi destinati ad estendere il campo d’azione delle Nazioni Unite». Il Piano B, meno ambizioso, mirava quindi solamente a mettere in piedi misure transitorie che permettessero di tenere aperta la via verso la creazione del governo mondiale.

I testi adottati dalla seconda Conferenza interparlamentare sarebbero serviti da base per la convocazione di tre Conferenze e Congressi che si sarebbero tenuti a Copenaghen in agosto: a qualche giorno di distanza, infatti, si svolsero in questa città il Congresso della JFM, una Conferenza comune dei parlamentari e del MDCM ed il quinto Congresso di quest’ultimo.

La gioventù federalista mondiale adottò un piano d’azione che sottolineava che il suo obiettivo principale era «il rafforzamento dell’ONU attraverso la revisione della Carta» e approvò diverse risoluzioni sui diritti umani, sulla situazione di Berlino, sulla creazione di una Autorità mondiale per lo sviluppo, sulla condanna del colonialismo e sul diritto dei popoli all’autodeterminazione. La Conferenza comune dei parlamentari e del MUCM fu seguita da quasi cinquecento partecipanti provenienti da quasi trenta paesi, in rappresentanza di altrettanti parlamenti nazionali. Il Congresso del MUCM, per parte sua, riaffermò il primato della riforma dell’ONU sul metodo costituente, cosa che provocò attriti con il Consiglio mondiale per l’ACP. La separazione definitiva dei due gruppi era ormai solo una questione di tempo e si sarebbe consumata nel gennaio del 1954. Anche l’atteggiamento da assumere nei confronti dei comunisti dopo il Congresso di Roma, dei paesi coloniali e di un fondo mondiale per lo sviluppo diedero luogo a discussioni. Federal Union propose un importante documento sul federalismo regionale. La posizione presa dal Congresso circa la Federazione europea fu abbastanza esplicita, perché affermava che «una Federazione dell’Europa occidentale deve essere la benvenuta per i federalisti mondiali come soluzione a molti problemi dell’Europa e soprattutto come la fine di gran parte dell’anarchia europea, che fu la causa di due guerre mondiali». Esso sottolineava tuttavia il pericolo di una Comunità europea di difesa «in assenza di una autorità politica democratica» e affermava che «la Comunità politica europea permetterà la creazione di questa autorità».[27] Il MUCM rivolgeva infine le proprie felicitazioni all’UEF «per il più grande sforzo finora visto al mondo al fine di sostituire una federazione alla sovranità nazionale».

I Congressi e la Conferenza di Copenaghen e le risoluzioni da essi adottate sulla riforma dell’ONU avrebbero stabilito, secondo Rolf P. Haegler, la dottrina del Movimento universale almeno per una decina di anni e la maggioranza del mondialismo avrebbe conservato un ricordo positivo di Copenaghen soprattutto rispetto al Congresso di Roma.

Come abbiamo visto, il Consiglio mondiale per l’ACP era molto più critico e avrebbe rimproverato al MUCM, nel suo bollettino di informazione del settembre 1953, di aver rinunciato al suo ruolo di coordinamento del movimento mondialista e di essere sempre più al rimorchio degli interessi occidentali.

Nella speranza che la questione della revisione della Carta fosse effettivamente posta nel 1955, il MUCM, nel 1954 e nel 1955, concentrò tutti i propri sforzi su questo punto. Per tutto il 1954 esso organizzò conferenze di preparazione a questo scopo, particolarmente in Asia, dove la principale – organizzata in collaborazione dalla sezione giapponese del MUCM e dalla Japan Association for World Government – si svolse a Tokio in maggio sul carattere necessariamente universale dell’ONU. In Australia, diciassette associazioni di importanza nazionale organizzarono insieme ai federalisti mondiali un importante convegno sull’ONU, mentre gruppi di studio sulla revisione della Carta venivano messi in piedi in paesi come il Canada, la Danimarca, la Gran Bretagna, l’Olanda, l’India, il Giappone e la Francia. Mentre la forza del Movimento universale continuava a diminuire, dal momento che nel 1954, all’epoca del Congresso di Londra, esso raccoglieva ormai solo venticinque organizzazioni, con circa 57.000 membri, per il 1955 era prevista un’importante riunione dei federalisti scandinavi.

Il sesto Congresso del MUCM, che modificò il nome francese del Movimento in Mouvement Universel pour une Fédération Mondiale (MUFM), si tenne a Londra tra la fine d’agosto e i primi di settembre, dopo quello della JFM, svoltosi a Copenaghen in maggio. Esso si svolse d’altra parte solo quarant’otto ore prima della quarta Conferenza dei parlamentari. Le principali questioni dibattute furono la revisione delle risoluzioni di Copenaghen dell’estate precedente, la creazione di un Fondo mondiale per lo sviluppo ed altre questioni economiche. Dalle riunioni di Londra uscì una versione emendata dei testi di Copenaghen sulla riforma dell’ONU, che il MUFM alla fine rifiutò di firmare e che fu perciò diffusa solo dai parlamentari con il titolo di «Manifesto di Londra». Ancora una volta i mondialisti ricordavano la loro accettazione del metodo regionale che mirava a creare, prima della Federazione mondiale, delle grandi federazioni continentali. Ancora una volta si rifiutavano di trarre da questa accettazione conclusioni pratiche per la loro azione. Il MUFM, nel suo Final Report on the Regional Approach to World Federal Government, conveniva solo sul fatto che «nella congiuntura attuale della storia mondiale, [nella quale] è impossibile indicare una via univoca verso il governo mondiale», le federazioni regionali potevano essere un cammino percorribile, a condizione che rispondessero a certi criteri costituzionali, umanitari e democratici. Il Congresso riteneva infine che «le istituzioni europee devono essere rafforzate e sviluppate» e decideva di «proseguire l’esame delle possibilità di federazione o di cooperazione progressiva nei paesi dell’America latina, nelle Antille, nel Medio Oriente e nel mondo arabo».

 

Conclusione.

 

Dopo aver privilegiato due strategie che fallirono una dopo l’altra – il metodo costituente e poi la revisione della Carta – i mondialisti furono costretti a ridimensionare le loro ambizioni, fino ad essere accusati di seguire pedissequamente l’ONU.

Nei fatti, la revisione della Carta, che si sperò avvenisse entro il 1955, non ebbe mai luogo: essa è stata inizialmente rinviata di dieci anni per essere aggiornata sine die nel 1965.

Nello stesso tempo il MUCM ed i mondialisti, rifiutando di far veramente proprio il federalismo regionale, accontentandosi di un sostegno ambiguo nei suoi confronti e in particolare nei confronti del processo di integrazione europea, si privarono per tutti questi anni del solo mezzo a disposizione dei federalisti per inserirsi nel corso della storia e per influenzarne veramente il corso.

Uno dei principali storici del mondialismo, Finn Laursen, ha scritto che, anche se nel 1955 e nel 1956 essi diedero ancora un certo appoggio alle federazioni regionali, questo problema non attrasse più la loro attenzione dopo queste date.[28] Fu solo al Congresso di Bruxelles del 1972 che il MUCM si occupò di nuovo seriamente della CEE e delle prospettive aperte dall’integrazione europea.

Nonostante le divergenze di punti di vista di questi anni, le opposizioni e poi l’indifferenza reciproca tra federalisti mondiali ed europei, essi avevano tuttavia diversi riferimenti culturali comuni. Per riprendere un’espressione di Mario Albertini, la cultura della pace, in opposizione alla cultura della guerra, doveva presto o tardi riunirli[29] tanto più che i grandi dibattiti che li avevano divisi costituivano temi comuni di discussione all’interno di ambedue gli approcci federalisti: quale struttura, confederale o federale, per il movimento internazionale dei federalisti, funzionalismo, lavoro nelle istituzioni esistenti o approccio costituente di tipo più rivoluzionario (ACP e Congresso del popolo europeo), massimalismo o minimalismo, quale ripartizione del potere tra i diversi livelli del potere europeo o mondiale...

Il riavvicinamento delle diverse componenti del movimento internazionale dei federalisti (mondiali, atlantici ed europei) è oggi ben avviato, i loro contatti sono sempre più regolari ed improntati a reciproca fiducia, nell’epoca in cui la nuova politica di Michail Gorbaciov – se non prevarrà il nazionalismo – lascia intravvedere reali possibilità di lotta, al di là delle federazioni regionali, per la lenta trasformazione, passo a passo, dell’ONU in un vero governo federale mondiale.[30]

 


[1] Clarence Streit, corrispondente del New York Times alla Società delle Nazioni, scrisse nel 1939 Union Now e creò nel luglio dello stesso anno, a New York, l’Interdemocracy Federal Unionists Inc., che diverrà Federal Union Inc. nel 1940.

Nel 1939 Streit vide nell’unione delle democrazie il solo mezzo per dare scacco alle potenze totalitarie e al fascismo, prima che l’URSS prendesse nella sua mente il posto delle potenze dell’Asse e che egli collaborasse alla creazione dell’Atlantic Union Committee.

Dato il rifiuto della federazione atlantica da parte dei mondialisti, non riparleremo in questo articolo né di Streit né dei suoi sostenitori: in effetti, come scrisse Rolf P. Haegler, il mondialismo non poteva divenire sé stesso senza rompere con Streit.

[2] Tom O. Griessemer, «World Federation», in Basis of Federalism, Parigi, World Student Federalists, 1949, pp. 31-4.

[3] Rolf P. Haegler, Histoire et Idéologie du Mondialisme, Zurigo, Europa Verlag, 1972, p. 13.

[4] Sul femminismo ed il pacifismo durante la prima guerra mondiale e su Rosika Schwimmer, si veda Anne Wiltsher, Most Dangerous Women (Feminist Peace Campaigners of the Great War), Londra, Pandora Press, 1985.

Si veda anche, a proposito del Congresso internazionale dell’Aja che doveva reclamare «la costituzione di una federazione internazionale», il Report of the International Congress of Women, Amsterdam, International’s Women Committee for Permanent Peace, 1915; Edith Wynner, World Federal Government, Why? What? How? in Maximum Terms, New York, Fedonat Press, 1954, e l’opuscolo collettivo Rosika Schwimmer, World Patriot, Londra, 1947.

Fin dalla pubblicazione di Union Now, la Schwimmer, dopo qualche incontro e qualche scambio di corrispondenza con Streit, si oppose formalmente alle sue convinzioni (preannunciando così la spaccatura del movimento federalista americano durante la seconda guerra mondiale) nel suo opuscolo Union Now, for Peace or War, Chicago, Campaign for World Government, 1939.

[5] «Observer», United World Federalists, Federal News, Londra, n. 156, maggio 1947, p. 8.

[6] In Les Etats-Unis du monde, Parigi, Senac, 1949.

[7] Walter Lipgens, in History of European Integration, 1945-1947, The Formation of the European Unity Mouvement, Oxford, Clarendon Press, 1982, pp. 312-13, scrive a questo proposito che «M. Voisin, di Fédération di Parigi, sostenne che ‘federazione’ non significava solamente governo mondiale, ma consisteva in una piramide di comunità con competenze sempre più ampie man mano che si saliva dai comuni alle nazioni e dalle federazioni regionali al governo mondiale».

[8] Su questa proposta, si veda l’aspro commento di André Voisin nel novembre 1948 in Fédération: «Il Signor Usborne, deputato laburista britannico, ed i suoi amici americani proponevano la costituzione nel 1950 di una assemblea planetaria, ciascun membro della quale avrebbe dovuto essere eletto da un milione di cittadini del mondo, e la formazione di un governo unico ad opera di questa assemblea di circa duemila deputati. Gli Yankees spiegavano con compiacenza la semplicità tutta matematica dei meccanismi che sarebbero stati messi in piedi. Con un’uguaglianza rigorosa avrebbe regnato una pace totale: l’autorità unica, potenza unica, avrebbe evitato per sempre la necessità di usare la bomba atomica.

Questa concezione primitiva della sistemazione delle cose e del governo degli uomini era, ci si diceva, quella dei maggiori scienziati d’oltre Atlantico. Una simile geometria sociale provocò le vive proteste degli Italiani, Olandesi, Belgi, Svizzeri e Francesi presenti, così come di numerosi Inglesi».

[9] Su questo punto si vedano i commenti di Henri Brugmans (in Walter Lipgens, op. cit., pp. 588-590), eletto a posti di responsabilità nelle due organizzazioni, secondo il quale fu allora difficile «fare un uso appropriato della nostra vittoria sui federalisti mondiali». In una lettera a Lipgens, Brugmans ritornò su questo commento nel 1966 precisando che «la ‘vittoria’ era consistita nel fatto che avevamo affermato il principio di ‘una confederazione mondiale di federazioni regionali’ ed anche una maggioranza pro-europea nell’esecutivo. Ma la vittoria fu inutile perché disponevamo di troppo poche forze per sfruttarla; i movimenti federalisti mondiali erano utopisti per quanto riguarda la maggior parte dei loro membri».

[10] Si veda il Plan in Outline, Londra, Crusade for World Government, 1948, o, per la sua versione presentata a Montreux, Federal News (n. 149, agosto 1947, pp. 1-5); parimenti, Henry Usborne «The People’s Convention Approach», in Basis of Federalism, cit., pp. 44-6.

[11] Il Comitato degli scienziati atomici fu creato tra il maggio e l’agosto del 1946 sotto la presidenza di Einstein (che fin dalla prima guerra mondiale aveva aderito al gruppo berlinese Neues Vaterland) ed assunse molto presto posizioni mondialiste. Alla fine di giugno del 1947, a Pocono Pines, esso annunciò il suo sostegno al Plan in Outline e decise di istituire una Foundation for World Government. Il Comitato sospese la sua attività nel 1947 e fu sciolto nel 1951.

[12] Cord Meyer Jr, primo presidente dell’UWF (e quindi animatore a Montreux della maggior parte dei delegati provenienti dagli Stati Uniti) cambiò in seguito completamente il suo atteggiamento, fino ad assumere importanti responsabilità nella CIA.

[13] Rolf P. Haegler, op. cit., p. 20.

[14] Grenville Clark fu fin da principio molto critico sul progetto di Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite preparato dagli alleati nella conferenza di Dumberton Oaks. Da giurista qual era, riunì a Dublin (New Hampshire) nel 1945 una conferenza che lanciò un appello per la sostituzione immediata dell’ONU con «un governo federale mondiale», ma finì per concentrare la propria azione sull’articolo 109, terzo comma, della Carta di San Francisco, che ne prevedeva la revisione. Ebbe un’importante influenza sul movimento mondialista, soprattutto sulla sua componente minimalista, grazie a diversi suoi scritti, in primo luogo A Plan for Peace, poi World Peace through World Law.

Si veda Joseph P. Baratta, Grenville Clark World Federalist, Amsterdam, IGPS, 1985.

[15] Elisabeth Mann Borgese, «Luxembourg Balance Sheet», in Common Cause, vol. II, n. 5, dicembre 1948, pp. 175-77. Malgrado questo fatto e le sue qualità intellettuali, il progetto di Chicago non avrebbe influenzato a lungo il pensiero dei movimenti mondialisti.

Per una breve storia del Comitato di Chicago e delle sue origini, si veda la prefazione di Elisabeth Mann Borgese alla riedizione del «progetto di costituzione mondiale» in A constitution for the World, Santa Barbara (Calif.), Center for the Study of Democratic Institutions, 1965.

[16] Rolf P. Haegler, op. cit., p. 164.

[17] Citato in «La méthode fonctionnaliste», in Monde Uni, n. 10, febbraio 1969, p. 12.

[18] Emery Reves, ungherese di nascita, fondò nel 1930 a Parigi diverse tipografie ed organismi di stampa antinazisti. Si rifugiò a New York nel 1941 e svolse un ruolo importante nei primi anni del mondialismo, in particolare con il suo libro Anatomia della pace (Bologna, Il Mulino, 1990), che ebbe un considerevole successo e fu tradotto in numerose lingue nell’immediato dopoguerra.

[19] Sui contrasti al Lussemburgo a proposito dell’ACP si veda anche Jean-Maurice Martin che scriveva su Fédération, nell’ottobre del 1948: «Noi ne siamo tornati un po’ delusi, ma soprattutto preoccupati e spaventati circa il destino stesso del movimento. Una larga fetta dell’assemblea, d’altronde minoritaria, ha, certo, dato prova di una fede militante della migliore qualità, ma anche di una completa incomprensione degli imperativi politici del momento, e, per quanto riguarda il federalismo, di una assoluta indigenza dottrinale... Siamo lieti di riconoscere che vari movimenti americani di primo piano danno prova contemporaneamente del realismo politico che ci aspettavamo e di una perfetta conoscenza della dottrina federalista, in particolare The United World Federalists... e The Committee to Frame a World Constitution».

[20] Robert Sarrazac, ufficiale della Resistenza, aveva creato a Parigi nel 1946 il Front Humain des Citoyens du Monde, presente in tale veste a Montreux e al Lussemburgo, riprese i punti di accordo e di disaccordo nella sua pubblicazione Lettres aux Citoyens du Monde (suppl. n. 2 alla 10a Lettera, 21 agosto 1947) ed affermò la sua preferenza per il metodo costituente. Sui problemi coloniali e sulla Federazione europea, si veda anche la 9a Lettera (agosto 1947, punti 6 e 7).

[21] «Operare per un governo mondiale non implica operare su scala mondiale... i raggruppamenti regionali costituiscono un progresso in paragone alle presenti divisioni ‘feudali’ o nazionalistiche... Gli sforzi regionali, tuttavia, non sono sufficienti per eliminare la necessità e l’urgenza di un governo mondiale, ma lo rendono semmai più necessario, allo scopo di assicurare un coordinamento ed evitare la guerra fra le unità regionali... Le federazioni regionali non sono soltanto, come si crede spesso, tappe, ma elementi costitutivi e permanenti della struttura di un governo mondiale»; ma anche «è indispensabile mettere in luce i pericoli di certe tendenze che possono ripararsi dietro il paravento del regionalismo. Il ‘nazionalismo’ è tanto più nocivo quanto più si forma in unità di maggior potenza».

[22] «Non possiamo più accontentarci di ripetere certi slogans, d’altronde incontestabili, come ‘solo un governo mondiale assicura la pace’... ; tra i combattenti della prima ora, alcuni troveranno difficile superare questo primo passaggio. Rimpiangeranno il periodo in cui il federalismo mondiale, ancora senza responsabilità concrete, poteva semplicemente proclamare la sua verità davanti ad un mondo in angoscia. E’ assurdo dire: ‘Noi ci occupiamo del mondo, l’Europa qui non ci interessa’... Per di più, i federalisti europei che aderiscono al MUCM non possono continuare a farne parte, se non si sentono capiti e sostenuti da un’organizzazione alla cui nascita hanno largamente contribuito... Non possono sottomettersi ad una disciplina più rigida da parte del Movimento universale, se la linea generale da essi seguita non è stata approvata a Stoccolma... Le dichiarazioni astratte come quelle di Montreux e del Lussemburgo non bastano più».

[23] Circa la Federazione europea, il Congresso specificava che «il collasso dell’economia europea produrrebbe condizioni molto sfavorevoli alla costituzione di un governo federale mondiale. Una Federazione europea eviterebbe questo pericolo e determinerebbe uno sviluppo dell’economia europea che ci consentirebbe di svolgere un ruolo positivo e benefico nell’economia mondiale. Deve essere tuttavia sottolineato che, a meno che la Federazione europea non conduca la propria politica in termini mondiali, essa danneggerebbe anziché migliorare la situazione politica ed economica mondiale».

[24] Pierre Hovelaque cita, in Common Cause, come tracce di ricerca sul federalismo mondiale latino-americano, la Asociación Pacifista Argentina (APA) che aderì al MUCM fin dal 1947 e la sua pubblicazione Pacifismo.

Si veda parimenti Reconciliación, rivista della Fellowship of Reconciliation, e, dal giugno 1953 al febbraio 1963, Nuevo Mundo, rivista del Movimiento pro Federación Americana, edita a Bogotà e successivamente a Buenos Aires.

[25] Sui contatti tra il Congresso dei popoli contro l’imperialismo (creato con l’avallo di Gandhi, e che raggruppava la maggior parte delle organizzazioni dei popoli coloniali dell’Africa e dell’Asia) ed il MUCM, si vedano le testimonianze di Jean Rous, in particolare il capitolo 3°, «L’action anticolonialiste», in Itinéraire d’un militant (Parigi, Jeune Afrique, 1968, pp. 193-214) e Jean-Francis Billion e Jean-Luc Prével, «Jean Rous e il federalismo», in Il Federalista, XXVIII (1986), pp. 123-135.

Per il federalismo africano e la sua connotazione mondialista, si veda Fall Cheikh Bamba, «Il federalismo africano», in Il Federalista, XXIX (1987), pp. 168-186, e l’antologia di testi di Senghor, N’Krumah et Nyerere pubblicata da Guido Montani in Il Terzo mondo e l’unità europea, Napoli, Guida, 1979.

[26] Sulle critiche sovietiche o comuniste al mondialismo, si veda «The Soviet Union and World Government», in Journal of Politics, vol. 15, 1953, pp. 231-253, oltre alla stampa mondialista ed a quella legata ai Partigiani della Pace.

Per quelle della destra americana, si veda Finn Laursen «Youth and World Federalism – Part Six – The Consolidation of UN Approach – WSF 1952-1953», in Contact, aprile 1972, pp. 17-24.

[27] Posizione sulla CED ripresa ad esempio da C. Gaude, presidente dell’Union fédérale belga, per quanto personalmente ostile a tale istituzione, in L’Arc en Ciel (2° anno, n. 11, p. 2): «La CED sarebbe ammissibile, eventualmente, solo a condizione che le conseguenze che essa può comportare fossero preventivamente sottoposte al controllo e alla valutazione di una autorità civile parlamentare comune».

Sul modo con cui l’integrazione europea era percepita dai mondialisti americani del tempo, si veda, tra l’altro, in The Federalist (UWF News Magazine), gennaio 1953, vol. 2, n. 8, «European-Union – A New Continent in the Making» e «A European Draft Constitution by March 10».

[28] Finn Laursen, «World Federalists facing the Issue of Regional Federalism», in Contact, luglio-agosto 1972.

[29] Mario Albertini, «Cultura della pace e cultura della guerra», in Il Federalista, XXVI (1984), pp. 10-32.

[30] Al fine di non appesantire ulteriormente il testo, alcune fonti non sono state citate in nota. Vale la pena di notare anzitutto gli studi molto documentati di Finn Laursen, Federalism and World Order, compendio I e soprattutto compendio II, ed. World Federalist Youth, Copenaghen, 1972, e la sua serie di studi sulla gioventù federalista mondiale, «How it started», pubblicati dal 1968 al 1972 sulla rivista dell’organizzazione, Contact. E inoltre: Walter Lipgens, Documents on the History of European Integration, 1939-1950, Firenze, European University Institute, (i primi tre volumi sono stati pubblicati dal 1985 al 1988); Joseph P. Baratta, Strengthening the United Nations: a Bibliography on UN Reform and World Federalism, Greenwood (Mass.), Westport, 1987; Garry Davis, My Country is the World, Londra, Mc Donald, 1962; Guy Marchand, Somme mondialiste (3 voll.), Parigi, Club Humaniste, 1975 e L’Epopée Garry Davis, Parigi, a spese dell’Autore, 1989; Max Habicht, The Abolition of War, Parigi, Club Humaniste, 1987; Wesley T. Wooley, Alternatives to Anarchy (Ameriean Supranationalism Since World War II), Bloomington, Indianapolis, Indiana University Press, 1988; Robert Sarrazac, L’Expérienee de mondialisation de 480 communes françaises (techniques d’approche de la mondialité), Nîmes, 1957, e La mondialisation des communes et l’approche de la mondialité, Parigi, 1958; The London Resolution on World Government, Londra, Association universelle des parlamentaires pour un gouvernement mondial, 1953, ed anche, presso lo stesso editore, i rapporti della prima, seconda e terza conferenza parlamentare mondialista di Londra.

Oltre alla documentazione su microfiches unita all’opera di W. Lipgens sopramenzionata, bisogna notare la ripubblicazione sullo stesso supporto ad uso dei ricercatori di: Britain in Europe since 1945 (Reading, Research Publication Ltd,) che riprende le principali pubblicazioni della Federal Union inglese dal 1940 al 1962, e, più recentemente, da parte di Joseph P. Baratta di The World Federalist Movement (New York, Norman Ross Publishing Cy, 1989) che riprende inoltre alcuni testi usciti dai lavori del Comitato di Chicago, la quasi totalità della stampa federalista, atlantista o mondialista americana dagli inizi della seconda guerra mondiale ed alcune pubblicazioni internazionali anglofone legate al MUCM.

Oltre alle pubblicazioni citate in nota, si potrebbero ricordare i titoli seguenti, consultati per questo studio, ma troppo spesso in collezioni incomplete: Freedom or Union, World Federation Now, The Bulletin of Atomic Seientists, The Federalist, One World, pubblicati negli Stati Uniti, e diversi altri editi in Europa: Humanity, Notizie Federalisti Mondiali, Der Europeen, L’Unità Europea, Federal Union News, Federal News, L’Action fédéraliste européenne, Europa, Crusade Contact (in Humanity), Alert for World Government, Crusade for World Government News Letter, Pour des Institutions mondiales, Citoyens du Monde, Peuple du Monde, Le Bulletin fédéraliste, Bulletin d’information du MUCM, Crusade Newsletter (international steering committee), World Movement for World Federal Govemment Newsletter, Bulletin de l’Agence mondialiste de Presse, News-Digest WMWFG, L’Arc en Ciel, Bulletin d’information du Conseil mondial pour l’Assemblée constituante des peuples, Informations fédéralistes (UEF), Voice of the World Citizens, Current Topics e World Federalist.

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