Anno XXXIII, 1991, Numero 2 - Pagina 114

 

 

Il ruolo dei federalisti nella nuova situazione mondiale

 

STEFANO CASTAGNOLI

 

 

1. Il mondo cambia.

 

Il ruolo che i federalisti possono svolgere nel presente e nel futuro è strettamente legato all’evoluzione della situazione mondiale a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni e alla loro capacità di adeguare il pensiero alla fine di un assetto politico, instauratosi dopo la seconda guerra mondiale, basato su un rigido equilibrio bipolare.

Esso costituiva contemporaneamente l’ostacolo maggiore al progredire del processo di integrazione mondiale da una lato, e la garanzia di equilibri stabili che, soprattutto per gli Europei della Comunità, significavano benessere e ricchezza, dall’altro. Si può discutere a lungo sul perché di questo «improvviso» crollo, ma credo che due osservazioni siano condivisibili da tutti: 1) non mancavano avvisaglie notevoli che le due superpotenze non erano più in grado di mantenere l’ordine mondiale (le crisi regionali finivano per coinvolgere tutti, si sono affermati sulla scena i problemi enormi dell’energia, dell’ecologia, dell’esplosione demografica del Terzo mondo, che non possono essere affrontati nel quadro mondiale attuale); 2) il crollo del comunismo totalitario in URSS ha accelerato enormemente la fine di un sistema mondiale che conteneva già i germi della crisi, ossia è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Se partiamo da queste considerazioni possiamo arrivare facilmente a guanto segue: il mondo ha bisogno da tempo ormai di un governo e l’equilibrio bipolare lo simulava in qualche modo rendendo stabile la situazione globale e consentendo che i ritardi del processo di unificazione europea, così come di altre integrazioni regionali, non gravassero, almeno apparentemente, sulle possibilità del mondo di riuscire a superare le sfide che i problemi suaccennati ponevano. Insomma, è come se un edificio avesse solide mura esterne (le superpotenze) e l’interno fatto di pareti divisorie di cartone (gli Stati nazionali): il fatto che non si provveda a dare un ordine adeguato all’interno non fa cadere l’edificio. Cioè, dal momento in cui è cessato il ruolo positivo del bipolarismo (per garantire la pace e la ricostruzione postbellica) ha cominciato a manifestarsi l’inadeguatezza del sistema politico ad affrontare le vere esigenze dell’umanità, ma è difficile accorgersene. Il sistema è bloccato agli Stati nazionali e non si evidenzia subito (a causa dell’esistenza delle mura esterne) la loro fragilità e incapacità di governare il presente; il che rallenta il loro superamento, ma consente, finché le mura esterne reggono, di tentare e ritentare senza apparenti disastri e di procedere con estrema lentezza verso il superamento dello Stato nazionale. Quando però un muro crolla (l’URSS, appunto), tutto appare, finalmente non soltanto ai federalisti, nella sua drammatica chiarezza ed è così che ci si accorge di quanto l’assenza di un modello federale già realizzato possa rendere esplosiva la situazione. Tuttavia, contemporaneamente, si apre la possibilità di sfruttare la situazione di maggiore fluidità del processo per accelerare il superamento dello Stato nazionale dove è possibile farlo subito, cioè in Europa; e bisogna dire che l’avvio del processo di unificazione tedesca era un’occasione per dare maggiore impulso, in parallelo, a quello di unificazione europea, e il fatto che ciò non sia avvenuto può oggi costare moltissimo.

Inoltre, se da un lato l’ONU è avvantaggiato dalla collaborazione fra USA e URSS, comincia ad apparire evidente dall’altro che, con l’emergere di un primato americano, le tensioni esistenti diventano difficilmente governabili, almeno finché non sia possibile rendere inequivocabile che la volontà dell’ONU è la volontà del mondo e non quella degli USA. Quindi, alla necessità storica del governo mondiale, sicuramente già presente da diversi anni, comincia ad aggiungersi la consapevolezza della sua necessità politica. La fine dell’equilibrio bipolare è quindi il primo elemento fondamentale che dobbiamo considerare.

Il secondo elemento è rappresentato dalla contrapposizione tra nazionalismo e federalismo nell’Europa centro orientale e nelle repubbliche sovietiche. Il crollo dei regimi comunisti ha fatto emergere situazioni di grande conflittualità di carattere etnico, religioso, razziale, politico, ecc. In questo quadro, per la prima volta da quando esiste il federalismo organizzato, c’è una zona del mondo in cui è presente la drammatica alternativa nazionalismo/federalismo e, se fosse il primo a vincere, ci si può aspettare che i progressi verso la Federazione mondiale si arrestino per molto tempo.

Dall’analisi di questi due elementi emerge molto chiaramente che nel quadro attuale non si può ignorare un parametro che finora non ha pesato molto (stante la staticità della situazione mondiale) sull’azione dei federalisti: il «fattore tempo».

 

2. Il «fattore tempo».

 

Questo parametro non è mai veramente entrato a far parte degli schemi che hanno governato l’azione politica dei federalisti, poiché ad ogni insuccesso si sapeva che si poteva e si doveva continuare a battersi e ad ogni successo parziale si considerava comunque che un altro tratto di cammino era stato percorso. Ogniqualvolta emergeva dal dibattito interno una posizione che indicava l’azione del momento come l’«ultima spiaggia», si ribadivano gli aspetti permanenti dell’azione federalista legati al concetto di «guerra di posizione», chiarendo inoltre che per la riuscita dell’azione occorre anche l’occasione storica. Questa idea che occorrano fattori esterni a noi perché sia possibile portare a compimento il progetto federalista è difficilmente confutabile; tuttavia, credo che non dobbiamo subire passivamente questo dato per l’avvenire. I motivi di questa impressione sono molteplici: prima di tutto, al punto in cui è giunto il processo di unificazione europea si può in un certo senso parlare di occasione permanente, nel senso cioè che ormai nel dibattito politico è sempre presente il problema dell’integrazione europea; e inoltre il continuo negoziare fra i Dodici nuove appendici ai Trattati di Roma rende necessarie prese di posizione, dibattiti, informazioni anche nel mondo politico e in quello dell’informazione; infine, esistono gli elementi per ritenere che in questi anni si giochi davvero una battaglia definitiva e cioè che siamo alla fatidica «ultima spiaggia».

Certo questo sarà stato detto altre volte, ma la fine dell’equilibrio bipolare, che è stato il quadro nel quale finora si è sviluppata l’azione del MFE, rende, come ho già detto, il «fattore tempo» essenziale. Nel contesto attuale, infatti, la lotta tra nazionalismo e federalismo appare in tutta la sua drammatica veste di aut-aut. Non si può più aspettare che i popoli che non hanno ancora fatto la loro esperienza nazionale la facciano per intero, così come non si può aspettare che il Terzo mondo avvii la propria rivoluzione industriale, o che tutti i paesi diventino gradualmente delle democrazie. Non si può perché non c’è tempo: i problemi che l’umanità ha davanti sono enormi, ed è necessario cominciare ad affrontarli con mezzi adeguati, ossia con risorse che vanno ben oltre quelle dei singoli Stati se si vuole evitare un triste neo-medioevo. Si ha l’impressione che questo cominci ad essere evidente non solo a gruppi di scienziati, ma anche a tutti i paesi che fanno capo alla CSCE; il problema è che la loro capacità di governare gli eventi e le tensioni esplosive presenti su tutto il pianeta è modestissima, e spesso ha come sbocco l’uso della forza militare. Se da questo quadro usciranno vincenti le forze disgregatrici e nazionaliste, non solo non sarà più pensabile il governo mondiale come obiettivo politico, e quindi la pace, ma l’incapacità perdurante di risolvere i problemi vitali porterà all’autodistruzione. Dunque dobbiamo tenere nel debito conto il «fattore tempo» e trovare risposte efficaci e quanto più possibile immediate per sconfiggere il nazionalismo.

In questo quadro mi sembra doveroso che il MFE si interroghi su due questioni fondamentali: la prima riguarda il modo in cui l’Est europeo può partecipare il prima possibile ad un grande processo di integrazione politica di tipo federale, la seconda riguarda il problema che Saddam Hussein ha reso palese, e cioè come far sì che l’ONU diventi l’effettivo embrione del governo mondiale, capace di proporre la via dell’unificazione federale al mondo, ma anche di imporre la propria volontà (e a questo riguardo mi pare interessante l’ipotesi di mettere al servizio dell’ONU la forza militare degli Stati europei senza creare l’esercito europeo).

 

3. Il ruolo dei federalisti.

 

Visti gli elementi nuovi ed esaminato il «fattore tempo», resta da individuare il ruolo dei federalisti. Per farlo occorre partire non soltanto dalle considerazioni che precedono, ma anche dall’osservazione di due dati fondamentali che riguardano i motivi dell’esistenza del MFE: 1) il MFE esiste perché ha saputo essere un’avanguardia politico-culturale, cioè ha saputo pensare l’evoluzione del mondo prima degli altri, ha capito che la direzione del corso storico porta verso l’unità degli uomini (senza la quale incomberebbe il rischio dell’autodistruzione) ed ha orientato la sua azione politica e la sua riflessione culturale intorno all’idea della Federazione mondiale come mezzo per la costruzione della pace e della democrazia planetaria; 2) il MFE esiste perché ha avuto un ruolo specifico nella battaglia per l’unità dell’Europa; senza la presenza dei federalisti, infatti, non sarebbero state fatte le battaglie che ci hanno portato alla soglia della Federazione europea, e se in queste azioni siamo stati talvolta aiutati da altri, tuttavia nessuna forza politica ha mai agito avendo questo obiettivo specifico e neppure, quindi, la stessa fermezza dei federalisti nel perseguirlo.

Questi due elementi sono essenziali per l’esistenza del MFE. Dal crollo del muro di Berlino i federalisti hanno perso la capacità di essere avanguardia politica, perché non si sono concentrati sulla emergente priorità di dare risposte all’Est europeo ed hanno perso la specificità del loro ruolo nella costruzione dell’unità europea sostenendo, durante il semestre di presidenza italiana, prevalentemente l’Unione economico-monetaria, oggi sostenuta da molte altre forze. Questa posizione non era sbagliata (con la moneta europea la sovranità degli Stati è sconfitta), ma ora, pur vigilando sui possibili ostacoli per la moneta unica, è necessario assumere un ruolo più «radicale» a sostegno dell’Unione politica e del mandato costituente al Parlamento europeo. Ciò è importante anche per la crescita delle forze e per l’azione delle sezioni, e permette di operare anche in Europa orientale.

Quindi oggi dobbiamo essere più radicalmente a sostegno della nostra posizione costituente tradizionale, favorendo azioni in tutta Europa; dobbiamo entrare nel dibattito sul rapporto fra la CEE e l’Est europeo, dobbiamo condannare la rinascita del nazionalismo in Europa orientale e in Unione Sovietica e presentare con forza l’alternativa federale, dobbiamo lavorare per la riforma dell’ONU a fianco dei mondialisti.

Ma soprattutto dobbiamo fare presto: gli elementi esaminati prima impongono una brusca accelerazione del processo verso la Federazione europea e poi verso la Federazione mondiale, e il nostro compito è, come sempre, l’identificazione dei mezzi più adeguati per influenzare questi processi, trovando delle azioni incisive che coinvolgano tutte le forze che credono nella possibilità e nella necessità di partecipare alla costruzione di un nuovo assetto mondiale.

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