Anno XXX, 1988, Numero 1, Pagina 6

 

 

Ecu e rublo: verso un nuovo ordine monetario internazionale
 
ALFONSO JOZZO
 
 
Verso un sistema monetario internazionale multipolare.
 
L’esperienza degli anni successivi all’abbandono del sistema monetario istituito a Bretton Woods ha chiaramente dimostrato che l’adozione di cambi flessibili non ha concesso ai singoli Stati quella maggiore autonomia nella conduzione della politica interna che sembrava ricercata con l’abbandono dei cambi fissi.
L’attività economica si è anzi caratterizzata per una maggiore interdipendenza, mentre l’instabilità nei tassi di cambio e l’incompatibilità delle politiche economiche hanno provocato estrema incertezza sui mercati finanziari e nelle scelte di investimento degli operatori, inefficace allocazione delle risorse, crescita lenta e disoccupazione elevata. Lo stesso dominio dell’inflazione, che un tempo poteva essere considerato una condizione sufficiente per la stabilizzazione dei tassi di cambio, non ha condotto a quell’auspicato riequilibrio delle relazioni economiche e finanziarie dei diversi paesi.
La ricerca, negli ultimi tempi, di accordi di stabilizzazione dei cambi in ambito internazionale, se va vista con favore in quanto indice di un comune desiderio di maggiore stabilità, non è tuttavia da considerarsi sostitutiva della necessità di ristabilire un nuovo ordine monetario internazionale, un sistema cioè dotato di regole ed istituzioni unanimemente riconosciute in grado di impedire o ridurre al minimo il formarsi di squilibri.
Non si tratta di ripensare ad un sistema del tipo di quello istituito a Bretton Woods, poiché nel frattempo trasformazioni economiche e politiche a livello mondiale hanno profondamente mutato il quadro complessivo. In particolare il paper dollar standard che vedeva istituzionalizzata la funzione del dollaro come moneta cardine del sistema monetario internazionale, e che così bene si è adattato alle necessità dell’economia mondiale del primo dopoguerra, non sembra più in nessun modo poter garantire la stabilità dei livelli di cambio, così come non potrebbe garantire oggi tale stabilità qualsiasi sistema fondato su una moneta nazionale egemone. Inoltre, se si guarda all’evoluzione delle relazioni commerciali e finanziarie mondiali, non si può non notare quanto marcata sia stata negli ultimi anni la tendenza al policentrismo: l’economia americana ha visto ridursi la sua importanza, quella giapponese l’ha vista accrescersi, mentre nuove aree monetarie e commerciali stanno emergendo e si stanno sviluppando ad un ritmo fino a qualche tempo fa impensato.
Un nuovo sistema monetario internazionale che non tenesse conto di questa mutata realtà avrebbe ben scarse possibilità di realizzare l’obiettivo di garantire una maggiore stabilità ed un maggiore sviluppo a livello mondiale. Per questo esso dovrà necessariamente abbracciare diverse aree commerciali e monetarie ed essere dotato di meccanismi ed istituzioni capaci di assicurare la partecipazione di ciascuna area anche in relazione al peso economico che essa riveste nel quadro mondiale. In questo contesto l’unica via praticabile nel medio e lungo termine potrebbe essere la creazione di un nuovo punto di riferimento monetario, quale ad esempio il «Diritto speciale di prelievo», opportunamente ripensato in modo da tenere conto delle diverse realtà monetarie regionali che vanno prendendo forma.
L’esempio del Sistema monetario europeo, adottato per ristabilire condizioni di stabilità monetaria in Europa, evidenzia che esistono soluzioni praticabili e che la loro applicazione sul piano mondiale, pur con gli aggiustamenti del caso, potrebbe costituire un valido punto di partenza per la riorganizzazione dell’intero sistema. Si tratterebbe di mettere in atto un accordo che prevedesse la partecipazione non delle singole monete, ma di diverse aree monetarie e che contemplasse inizialmente una «strumentazione» analoga a quella del Sistema monetario europeo, e cioè: a) accordi di cambio tra le monete delle aree con la fissazione di parità nei confronti del Diritto speciale di prelievo; b) obbligo di intervento da parte delle banche centrali partecipanti; c)previsioni di facilitazioni tra le banche centrali.
Un sistema di questo tipo potrebbe in una prima fase contemplare un numero ristretto di aree monetarie (ad esempio dollaro, Ecu e yen) e via via estendersi, man mano che le condizioni economiche e finanziarie lo rendessero possibile, ad altre aree (si pensi al COMECON, all’America latina, al continente africano). Queste aree, in attesa di raggiungere una loro ben definita identità monetaria, potrebbero trovare nella valuta europea una valida alternativa all’uso generalizzato del dollaro in campo commerciale e finanziario ed un punto di riferimento nella creazione di un sistema monetario autonomo.
 
L’area del COMECON.
 
Da questo punto di vista assume particolare interesse il COMECON, sia per il piano di riforma che lo coinvolge, sia per gli stretti rapporti economici che ha sempre intrattenuto con l’Europa e che in alcuni periodi sono apparsi tra i più dinamici del mercato mondiale.
Il dibattito politico ed economico che è andato sviluppandosi in questi anni sulla riforma ha portato a due conclusioni: a) che i paesi socialisti difficilmente potranno tollerare nel medio lungo periodo una situazione di esclusione da un sistema monetario al quale in definitiva partecipano, e ciò anche in rapporto all’intensificarsi delle relazioni economiche, scientifiche e tecnologiche con i paesi occidentali; b) la consapevolezza che il legame del sistema delle economie socialiste a quello occidentale richiederà riforme strutturali, fatte di modificazioni piccole e grandi del sistema e di miglioramenti che non potranno che essere graduali.
Sotto il primo aspetto non si può negare che il dollaro abbia rappresentato —e tuttora rappresenti, seppure in misura minore rispetto al passato —un punto di riferimento monetario importante anche per le economie socialiste. La recente tendenza ad un ricorso all’Ecu nella fatturazione dell’interscambio est-ovest indica comunque una volontà di diversificazione verso una moneta che presenti i caratteri di una maggiore stabilità. Finora questo aspetto ha riguardato in principal modo le esportazioni di manufatti dei paesi europei, e dell’Italia in particolare, verso l’Unione Sovietica. Non vi è dubbio tuttavia che per un paese esportatore di materie prime come l’Unione Sovietica vi sia la necessità, a fronte delle ampie oscillazioni che già caratterizzano il mercato dei beni primari, a non vedere queste escursioni esacerbate dai movimenti nei cambi. E’ quindi ipotizzabile che anche dal lato delle esportazioni venga attuata nel prossimo futuro una maggiore diversificazione valutaria. Inoltre, per quanto riguarda in particolare l’Unione Sovietica, l’interesse alla stabilità in quanto paese esportatore è rafforzato dall’interesse alla stabilità in quanto creditore, dato l’ampio ammontare di crediti da esso detenuto nei confronti dei paesi in via di sviluppo.
Con riferimento invece al secondo aspetto — quello legato alla necessità di riforme strutturali nei paesi dell’Est — un problema fondamentale concerne la convertibilità sia delle singole monete nazionali, sia della moneta comune dell’area: il rublo trasferibile. Quello della convertibilità, aspetto su cui ci soffermeremo in seguito, è un problema molto complesso su cui da diverso tempo si è sviluppato un vivace dibattito e del quale si sono a più riprese occupati i singoli paesi e le stesse istituzioni del COMECON.
 
La ricerca dell’integrazione monetaria dell’area COMECON: il rublo trasferibile.
 
Per comprendere appieno gli attuali problemi e gli orientamenti dell’area COMECON può essere utile ripercorrere brevemente le tappe che ne hanno caratterizzato l’evoluzione monetaria.
Il primo passo decisivo verso la ricerca di una maggiore integrazione economica e monetaria all’interno del COMECON fu compiuto nel 1964, con la creazione di una moneta collettiva — il rublo trasferibile — e l’istituzione di un organismo centrale — la Banca internazionale per la cooperazione economica (BICE) — le cui funzioni principali dovevano essere quelle di presiedere al sistema di regolamenti multilaterali all’interno dell’area e di concedere prestiti anche a medio lungo termine ai paesi membri.
Il rublo trasferibile e la BICE vengono creati per la precisa necessità di rimpiazzare il sistema di clearing bilaterale e l’unità di conto che ad esso si riferiva — il cosiddetto rublo clearing — che, in uso dal 1945, aveva presentato non pochi problemi, in particolare per la limitatezza delle sue funzioni. Con l’innovazione del 1964 si volevano in effetti eliminare gli svantaggi derivanti dal regolamento bilaterale, creando nel contempo condizioni favorevoli alle operazioni di credito e alla formazione delle riserve.
Purtroppo il processo di multilateralizzazione è proceduto molto lentamente e soprattutto con difficoltà. Nondimeno il ruolo del rublo trasferibile è gradualmente cresciuto e si può dire che oggi esso venga impiegato in ogni sfera di relazioni economiche fra i paesi membri negli scambi commerciali, nel regolamento dei servizi, nelle operazioni di credito. Pur con ancora molte imperfezioni, esso adempie a tutte le funzioni tipiche della moneta: misura di valore, strumento di formazione di riserve e mezzo di pagamento.
Sotto il primo aspetto è da ricordare che una unità monetaria serve come misura di valore se esprime il prezzo delle merci e dei servizi. I prezzi in rubli trasferibili sono ricavati dai prezzi del mercato mondiale espressi nelle diverse valute. Dal momento però che questi ultimi sono spesso sottomessi a fluttuazioni anche molto ampie — cosa che contrasterebbe con la necessità, in un’economia pianificata, di rendere stabili i prezzi — si è stabilito un sistema di calcolo dei prezzi in rubli trasferibili sulla base dei prezzi mondiali medi di ciascuna merce nel corso dei cinque anni precedenti. La media riduce così l’influenza delle fluttuazioni congiunturali (verso l’alto o verso il basso) lasciando intatte le tendenze a lungo termine dei prezzi mondiali. In questo senso si può dire che il sistema di formazione dei prezzi all’interno dell’area COMECON fa del rublo una misura di valore relativamente indipendente, sebbene legata ad un gruppo di monete che misurano il valore delle merci sui mercati mondiali.
Il ruolo del rublo trasferibile come moneta di riserva presenta anch’esso caratteri particolari. Esso deriva dai crediti bilaterali accordati nella moneta comune da un paese ad un altro nell’ambito del COMECON e realizzati attraverso il trasferimento dai conti di questi paesi presso la BICE. La concessione di tali crediti è subordinata al possesso — da parte del paese prestatore — di riserve in rubli trasferibili derivanti dall’eccedenza dei ricavi all’esportazione sui costi per importazione. Sempre sulla base di riserve in rubli trasferibili accumulate da tutti i paesi secondo un sistema di pianificazione, vengono concessi su base multilaterale crediti da parte della Banca internazionale per la cooperazione economica e della Banca internazionale per gli investimenti.
 
Il problema della convertibilità.
 
Per quanto riguarda infine il ruolo del rublo trasferibile come mezzo di pagamento, occorre rilevare che esso risulta ancora estremamente imperfetto, pur essendo ampiamente utilizzato nelle operazioni di pagamento all’interno dell’area. Una moneta infatti dovrebbe rappresentare un generalizzato potere d’acquisto; il suo potere, cioè, dovrebbe essere strettamente connesso al grado di libertà con cui essa si può spendere. L’assenza di una «convertibilità sostanziale» del rublo trasferibile — della possibilità cioè per il suo possessore di utilizzare liberamente un certo surplus finanziario con la BICE per l’acquisto di beni e servizi in uno dei paesi dell’area — è forse l’ostacolo principale che le economie socialiste dovranno affrontare sulla via dell’internazionalizzazione del rublo e di un suo più efficace impiego all’interno del COMECON. Il problema di fondo risiede nel fatto che il potere d’acquisto del rublo trasferibile risulta limitato da una certa rigidità del mercato e dalla scarsità relativa di alcuni prodotti e non già da un’imperfezione nelle caratteristiche dell’unità monetaria in questione. In questo senso in effetti sarebbe più corretto affermare che un paese soffre di «inconvertibilità sostanziale» piuttosto che la inconvertibilità è caratteristica di una certa moneta, dal momento che essa è applicabile non solo alle transazioni in rubli trasferibili ma anche alle transazioni in valute convertibili, nella misura in cui le aziende occidentali non riescono — neppure utilizzando valute convertibili — a negoziare direttamente con i partners del COMECON e ad ottenere da essi le merci desiderate.
Si tratta cioè di una inconvertibilità legata essenzialmente al sistema di pianificazione — che impedisce acquisti e vendite non regolamentate dal piano e che rende così difficile non solo la diffusione del rublo trasferibile nei rapporti con i paesi terzi, ma che impedisce anche un corretto funzionamento dei meccanismi messi in atto con la creazione del sistema.[1] Il raggiungimento di una «convertibilità sostanziale» del rublo trasferibile — così come delle singole monete nazionali dell’area — richiede riforme economiche radicali in grado di superare le rigidità dell’attuale sistema di pianificazione e i problemi derivanti da una struttura dei prezzi distorta e slegata dal mercato mondiale.
Di più facile ed immediata realizzazione sarebbe la «convertibilità monetaria», intendendosi con essa la capacità di una moneta come il rublo trasferibile o una delle singole valute nazionali di essere scambiata in un’altra moneta dell’area o esterna all’area. In passato si è molto parlato di una convertibilità «esterna» del rublo, applicabile cioè esclusivamente nel regolamento dell’interscambio est-ovest e non all’interno del COMECON. Oggi questa posizione appare definitivamente abbandonata per due ordini di motivi: il primo è che la convertibilità esterna dipende dal livello delle riserve internazionali, allo stato attuale certamente inadeguato per quanto riguarda i paesi dell’Europa orientale; il secondo è che si cercano soluzioni in grado di garantire anche una maggiore integrazione economica o monetaria all’interno dell’area. Ciò non significa che non si perseguirà una politica volta a stabilire anche la convertibilità esterna; essa però andrà di pari passo con la convertibilità interna: del rublo trasferibile nei confronti delle valute dell’area e di queste ultime tra loro.
Quello dell’integrazione dell’area del COMECON è un problema che da anni viene affrontato, anche se spesso i risultati non sono stati all’altezza degli sforzi compiuti. La prospettata convertibilità delle singole monete nazionali — rublo sovietico, fiorino ungherese, corona cecoslovacca e così via — va quindi giudicata positivamente a patto che questa non venga considerata sostitutiva della convertibilità e di un maggiore utilizzo del rublo trasferibile.
D’altro canto non bisogna dimenticare che l’interesse all’introduzione nelle relazioni economiche di una unità monetaria a carattere internazionale, indipendente dal potere monetario di un singolo paese, dotata di un potere d’acquisto il più stabile possibile, è stata la ragione che ha condotto i paesi del COMECON a cercare nel 1964 un primo embrione di moneta comune. Inoltre, in numerose occasioni, successivamente all’introduzione del nuovo sistema basato sulla multilateralità, si è ribadito il concetto della centralità del ruolo del rublo trasferibile nel sistema monetario e finanziario del COMECON. Il «Programma complessivo per il rafforzamento ed il miglioramento della cooperazione e dell’integrazione delle economie socialiste dei paesi membri del COMECON» del 1971 rappresenta in questo senso un passo chiave. In quell’occasione il rublo trasferibile veniva definito come la «valuta internazionale socialista collettiva dei paesi membri» e per esso si prevedeva una serie di misure che avrebbero dovuto migliorarne l’utilizzo nei pagamenti multilaterali e nei confronti dei paesi terzi, stabilirne la convertibilità con altre valute del COMECON e fare della BICE il centro che assicurasse la convertibilità del rublo stesso.
Anche se nel frattempo pochi passi concreti sono stati fatti nella direzione prospettata, queste linee di fondo non sono mutate e potrebbero anzi ritrovare vigore nei progetti di riforma in atto. Occorre quindi continuare a lavorare in quella direzione perché essa è probabilmente l’unica che garantisca una soluzione «neutrale» per i paesi aderenti all’area. Occorre evitare facili cedimenti verso l’esclusivo utilizzo di monete nazionali. Se ciò avvenisse si può dire che, per certi versi, i paesi del COMECON ripercorrerebbero a ritroso la strada compiuta dai paesi occidentali, e dalla Comunità europea in particolare, negli ultimi anni. Sarebbe invece fondamentale per essi sfruttare un vantaggio che deriva loro dall’aver intuito con molto anticipo la necessità dell’integrazione monetaria, cioè di una moneta e di istituzioni comuni.
Il rischio di un ritorno all’utilizzo delle valute nazionali è ben emerso nell’ultima riunione dei paesi COMECON tenutasi all’Avana nel dicembre scorso, durante la quale si sono stabilite intese di massima tra alcuni paesi per concludere accordi bilaterali aventi lo scopo di facilitare l’utilizzo delle proprie valute nazionali. E’ interessante notare però che, a fronte di tale tendenza, molti paesi hanno avvertito la necessità di esprimere in quell’occasione la propria opinione in favore di una valuta comune la cui convertibilità nei confronti delle singole monete nazionali potrebbe rappresentare un modo efficace per ristabilire appropriate relazioni monetarie all’interno dell’area.
 
La necessità di riforme.
 
Nel medio e lungo termine i paesi del COMECON dovranno perseguire l’obiettivo di una convertibilità piena della loro moneta comune. E’ questa una premessa necessaria ad un effettivo utilizzo internazionale del rublo. La storia insegna infatti che tale convertibilità rende le valute più «forti»: quando, ad esempio, dopo la guerra mondiale le valute occidentali sono state dichiarate inconvertibili dal punto di vista finanziario, il deprezzamento che ne è seguito ha trovato un limite nel fatto che esse erano comunque scambiabili con merci. E’ chiaro che per raggiungere l’obiettivo di una piena convertibilità occorreranno profonde riforme in grado di stabilire un legame maggiore dei prezzi interni con quelli del mercato internazionale ed una più stretta corrispondenza ai costi in termini di risorse impiegate.
In questo senso molti passi si stanno compiendo: in Unione Sovietica, ad esempio, la risoluzione del Plenum del Comitato Centrale del giugno 1987 ha dato l’avvio alla riforma economica con l’invito a ristrutturare la sfera delle finanze, del credito e della circolazione monetaria. In essa è prevista una profonda riforma dei prezzi, con l’eliminazione dei sussidi ai prezzi dei prodotti agricoli e alle tariffe e con contestuali aumenti dei salari.[2] Analoghe riforme sono state attuate in Ungheria, mentre in Cecoslovacchia è stata decisa l’unificazione dei tassi di cambio della corona finora fissati a livelli diversi a seconda delle categorie dei prodotti importati.
L’avvio di una fase di maggiore concorrenzialità nelle imprese dei paesi dell’Est potrà comportare una maggiore propensione all’innovazione, con conseguente minore dipendenza dai paesi occidentali e con maggiori opportunità di esportazione. Tale effetto sarebbe estremamente positivo non solo per il raggiungimento di una più elevata efficienza del sistema economico di tutta l’area, ma per la tendenza all’equilibrio delle bilance dei pagamenti che ne deriverebbe, permettendo così di accelerare il processo verso la convertibilità delle singole monete e della moneta comune.
 
La cooperazione monetaria CEE-COMECON.
 
Esiste un’analogia di fondo nelle esperienze che stanno attualmente attraversando la CEE ed il COMECON: entrambe queste aree, pur partendo da posizioni politiche, culturali ed economiche molto diverse, sono alla ricerca di forme di integrazione capaci di garantire maggiore stabilità e sviluppo duraturo. Sebbene la Comunità europea sia in un certo senso più avanti nella definizione di questo processo, non è negabile che il grande mercato interno costituisca anche per i paesi del COMECON, soprattutto quelli con un mercato ristretto, una priorità e una condizione essenziale per il riequilibrio delle proprie economie e delle proprie posizioni finanziarie.
A fronte di questo obiettivo di maggiore integrazione economica, la moneta diventa un elemento essenziale: l’Ecu ed il rublo trasferibile possono quindi giocare, accanto alle valute nazionali di ciascuna area, un ruolo veramente unificante. Stabilire tra queste due unità monetarie un legame significherebbe dare maggiore impulso alla cooperazione reciproca e consentirebbe alla valuta comune del COMECON di accelerare il cammino verso la sua piena convertibilità.
In questo quadro sarebbero auspicabili accordi — in una prima fase anche su base bilaterale — tra i paesi CEE ed i paesi COMECON che prevedessero, nel regolamento dell’interscambio, da un lato un maggiore utilizzo dell’Ecu e dall’altro prime forme di impiego del rublo trasferibile. Quest’ultima possibilità — contemplata dalla stessa BICE nel 1972 con l’adozione dei cosiddetti «Principi fondamentali per il regolamento in rubli trasferibili» — troverebbe reali prospettive di applicazione con la ricerca di una prima forma di convertibilità della valuta COMECON nei confronti della valuta europea. La convertibilità stessa potrebbe essere garantita dalla costituzione di riserve in Ecu derivanti da esportazioni fatturate nella valuta europea.
Un passo successivo potrebbe riguardare la ricerca di una stabilizzazione del tasso di cambio dell’Ecu nei confronti del rublo trasferibile. Espliciti accordi stipulati in tal senso dalle autorità monetarie delle due aree, con iniziative di intervento per difendere la parità desiderata, costituirebbe un notevole incentivo per le imprese occidentali ad operare con i paesi del COMECON e faciliterebbe questi ultimi nell’impostazione dei piani relativi agli scambi con l’estero. Tali misure, volte a stabilire un legame monetario come presupposto per una maggiore integrazione economica, potrebbero essere adottate anche nel breve termine. La loro relativa semplicità di applicazione deriva dal fatto che esistono già notevoli analogie tra la composizione dell’Ecu e le valute utilizzate nell’interscambio tra le due aree.
I tempi sembrano oggi maturi anche per cominciare ad intraprendere ulteriori passi per un rafforzamento della cooperazione tra le istituzioni monetarie comuni delle due aree, che già nella situazione attuale presentano caratteristiche simili. Come il Fondo europeo di cooperazione monetaria (FECOM), la Banca internazionale per la cooperazione economica (BICE) è, in un certo senso, il centro del sistema; per entrambe il regolamento che ne disciplina l’attività prevede la concessione di crediti per finanziare gli squilibri di bilancia dei pagamenti. Su uno schema simile a quello che disciplina l’attività della Banca europea degli investimenti (BEI), la Banca internazionale per gli investimenti (BII) amministra un fondo speciale per il finanziamento di aiuti economici e tecnici ai paesi meno sviluppati. Infine entrambe le aree, seppure con differenziazioni notevoli, dispongono di un sistema di clearing multilaterale.
In questo contesto molte sono le iniziative — oltre a quelle delineate precedentemente — che potrebbero essere intraprese per rafforzare la cooperazione monetaria tra le due aree. Occorre ad esempio rilevare che gli stessi paesi della Comunità europea potrebbero divenire membri della BICE, che contempla questa possibilità nel proprio statuto, ed a loro volta sia la banca del COMECON (BICE) che le singole banche centrali dell’Est potrebbero richiedere al FECOM lo status previsto dagli accordi SME, di «terzo detentore» ed ottenere dalle banche centrali dei paesi CEE Ecu ufficiali, avendo diritto alla stessa remunerazione delle banche centrali della Comunità. Inoltre le banche centrali dei paesi dell’Europa dell’Est con sede nella CEE potrebbero far parte, a norma di statuto, dell’Associazione bancaria per l’Ecu — organismo che raggruppa oltre ottanta banche operanti in ambito comunitario e la stessa Banca europea degli investimenti e che presiede al sistema di compensazione dell’Ecu — e al limite, soddisfatti alcuni criteri di ammissione, diventare banche di clearing, possibilità contemplata con il recente allargamento del sistema ad istituti creditizi extra-comunitari.
Un primo ancoraggio tra i due sistemi monetari che porti in qualche modo il rublo trasferibile a confrontarsi con l’Ecu consentirebbe di meglio garantire un’evoluzione degli scambi all’interno del COMECON secondo le tendenze del mercato internazionale, preludio necessario per più marcati passi verso la «convertibilità».
In questo quadro sarebbe possibile, ed auspicabile, il rafforzamento dei legami monetari di alcuni dei paesi membri del COMECON con il Sistema monetario europeo. Lungi dal divenire forze centrifughe, tali esperienze fungerebbero da battistrada per più strette collaborazioni da attuarsi poi a livello dei due sistemi e consentirebbero, in particolare a paesi come l’Ungheria, di specializzare il proprio ruolo come centro finanziario: si tratta peraltro di problemi ben noti anche nel quadro della Comunità europea, ove i paesi membri aderiscono in forma diversa allo stesso Sistema monetario europeo.
Una ridefinizione dei meccanismi monetari del COMECON, che adatti le istituzioni esistenti alle nuove linee di sviluppo dell’economia recentemente adottate dall’Unione Sovietica e da vari altri paesi membri appare opportuna e fornirebbe anche l’occasione per un primo inserimento, mediante accordi con i paesi aderenti al Sistema monetario europeo, nel processo di riforma del sistema monetario internazionale: l’occasione sarebbe anche propizia per una ridefinizione del rublo trasferibile con una denominazione più sovrannazionale, come avvenne per l’Ecu introdotto in occasione degli accordi istitutivi dello SME del dicembre 1978.
 
L’unità europea per il rafforzamento della cooperazione internazionale.
 
Non è forse inutile sottolineare che le iniziative fin qui delineate, apparentemente di semplice e immediata realizzazione, necessitano invece di una forte determinazione, nonché di solidi organi istituzionali, per essere compiute.
Nel passaggio verso una fase di sempre più spiccato pluralismo monetario il ruolo dell’Europa diventa quindi fondamentale: il suo progredire verso forme più avanzate di unità economica, monetaria e politica è condizione necessaria per la sperimentazione di forme più estese di cooperazione sul piano internazionale. Spetta agli Europei il compito di diventare esempio e forza di iniziativa nella realizzazione delle prime forme organizzate di governo dell’economia mondiale.
L’unità economica dell’Europa prevista per il 1992 può trovare un solido sostegno nell’unificazione monetaria, la cui tappa decisiva rimane il consolidamento del Sistema monetario europeo con la creazione di una Banca federale europea a cui i singoli governi dovrebbero delegare la gestione della moneta comune.
Solo una maggiore solidità nei rapporti all’interno dell’area, garantita dall’istituzione di un organismo centrale di governo della moneta, potrà porre le premesse per l’avvio di un nuovo ciclo basato sulla crescita economica, sullo sviluppo dell’occupazione e sulla definizione di relazioni più stabili con aree esterne.
 
 
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[1] All’inizio degli anni ‘70, ad esempio, molti problemi erano sorti, con riferimento alle operazioni di credito a medio e lungo termine intraprese dalla Banca internazionale per gli investimenti, a causa delle difficoltà riscontrate da parte dei paesi che avevano ottenuto i prestiti di investimento nell’acquisto contro rubli trasferibili dei materiali tecnici che non erano stati specificatamente inseriti negli accordi bilaterali.
[2] Finora l’obiettivo della massimizzazione del tasso di crescita del reddito nazionale attraverso l’accumulazione accelerata del capitale aveva portato al mantenimento dei prezzi dei prodotti primari ad un livello relativamente basso e quella dei macchinari a livelli relativamente alti. Tale struttura distorta nei prezzi relativi aveva permesso da un lato di concentrare risorse nelle mani dei produttori di macchinari e impianti e dall’altro favorito lo spreco di risorse primarie e frenato l’innovazione tecnologica per lo scarso incentivo ad innovare che ne era conseguito.

 

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