Anno XXXI, 1989, Numero 1, Pagina 36

 

 

Riunificazione tedesca e unità europea.
Dodici tesi
 
GERHARD EICKHORN
 
 
Come dovrebbe essere strutturata, da un punto di vista politico, l’Europa centrale? Come dovrebbe essere organizzata la convivenza dei Tedeschi nel centro dell’Europa?
Europa e Germania si trovano in un indissolubile rapporto dialettico: la questione europea è sempre anche una questione tedesca, e viceversa. Uno sguardo alla storia ci mostra numerosi esempi, alcuni dei quali vorrei qui citare brevemente: il Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, le conseguenze politiche della divisione religiosa che si sviluppò a partire dalla Germania, la guerra dei Trent’anni, la rivalità tra Prussia ed Austria, la fondazione dell’Impero, entrambe le guerre mondiali e le loro conseguenze, che durano fino ad oggi.
Nonostante ciò, la discussione si svolge oggi in altri termini. Il rapporto d’interazione tra Europa e Germania non viene preso in considerazione, o quasi. Da un lato i Deutschlandpolitiker discutono della questione tedesca, per lo più nel senso della ricostituzione di uno Stato nazionale tedesco, senza considerare in alcun modo la Comunità europea o la prospettiva dell’Unione europea. Dall’altro lato gli Europapolitiker guardano alla Comunità europea e all’Unione europea come se la questione tedesca non esistesse. E’ perciò assolutamente necessario far qui riferimento per grandi linee allo stato attuale dell’integrazione europea — che è, per la precisione, un’integrazione europeo-occidentale — ed ai progetti per il suo ulteriore sviluppo.
Con la Comunità europea si è realizzata in Europa una comunità — ed è questo il maggior risultato del processo di integrazione — che ha contribuito in modo decisiva ad assicurare la pace nell’Europa intera. La creazione di legami vicendevoli tra gli Stati è stata l’obiettivo di un disegno consapevole ed ha reso impensabili in Europa i confronti militari.
I dazi doganali tra gli Stati membri della Comunità europea sono stati completamente aboliti fin dal 1968, dato questo che sorprendentemente è sconosciuto a molti cittadini. Dal 1984 esiste inoltre una zona di libero scambio tra la CEE e l’EFTA, cioè un’area priva di dogane che abbraccia quasi l’intera Europa.
Le nostre economie si sono sviluppate dalla fondazione della Comunità in modo assai dinamico. Il commercio intracomunitario è aumentato molto più di quanto abbia fatto il commercio mondiale. La CEE è un partner importante nelle relazioni economiche internazionali.
La collaborazione monetaria nell’ambito del Sistema monetario europeo è giunta a buon punto. La liberalizzazione dell’uso privato dell’ECU ad opera della Bundesbank, nel giugno del 1987, costituisce un ulteriore passo nella direzione di un’Unione economica e monetaria.
Le prime manifestazioni di una politica estera comune nel quadro della cosiddetta Cooperazione politica europea hanno fatto della CEE un partner negoziale rispettato e di notevole peso politico sul piano mondiale. Lo stesso vale per la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, cui si guarda come ad un modello, e per l’omogeneità di comportamento in sede ONU.
La libera circolazione dei lavoratori si è ampiamente sviluppata, mentre la libertà di stabilimento è sulla buona strada. Con le sue politiche sociali e regionali la Comunità europea ha contribuito notevolmente al superamento di debolezze strutturali.
Nel 1986 la Comunità, dopo lunghe e difficili trattative, si è pronunciata a favore di una riforma complessiva dei principi dei Trattati, che si manifesta ora nella forma dell’Atto Unico europeo; tale Atto è entrato in vigore il 1° luglio 1987. Con l’Atto Unico gli Stati membri hanno deciso di integrare nella Comunità le politiche di ricerca; hanno conferito al Parlamento europeo, sia pure in misura limitata, maggiori diritti di parola nel processo decisionale e si sono obbligati — è qui il nucleo della riforma — a realizzare entro il 1992 il mercato interno europeo senza confini. Scopo dichiarato del perfezionamento del mercato unico è quello di rendere possibile il flusso indisturbato di merci, servizi, capitali e persone. Per raggiungere tale scopo, gli Stati membri si sono dichiarati pronti ad utilizzare il voto a maggioranza nel Consiglio dei Ministri in tutti quei settori fondamentali che riguardano la realizzazione del mercato interno. Infine l’Atto Unico europeo contiene un piccolo avanzamento (anche se, comunque, di significato storico) nella direzione di una politica estera comune: gli Stati membri si sono per la prima volta impegnati con un trattato a consultare i loro partners prima di definire la loro posizione in politica estera.
L’Atto Unico europeo segue insomma una strategia precisa di integrazione, che può essere considerata simile a quella del padre morale della Comunità, Jean Monnet. Monnet «inventò» il metodo dello sviluppo graduale, funzionale, che si è manifestato nella Comunità fino ad oggi. Mostrò nel Piano Schuman come identificare un problema comune, che doveva a tutti i costi essere risolto dai governi (ossia la ricostruzione della potenza industriale della Germania) e come stabilire istituzioni e strumenti comuni per la soluzione del problema.
L’Atto Unico europeo offre un ulteriore esempio di tale metodo: il problema è quello della capacità concorrenziale, sul piano internazionale, dell’industria europea. Il completamento del mercato interno senza confini renderà possibile la soluzione del problema e si prevedono decisioni a maggioranza nel Consiglio dei Ministri per facilitarla.
Il progetto di Trattato per la creazione dell’Unione europea, che il Parlamento europeo ha varato con ampia maggioranza nel febbraio 1984 ed il cui promotore è stato Altiero Spinelli, è il risultato di una diversa strategia. Spinelli e i suoi compagni di lotta hanno diagnosticato una crisi globale dello Stato nazionale, la cui ampiezza è tale da non permettere una soluzione basata su misure settoriali, secondo il metodo di Monnet. La strategia su cui si fonda il progetto di Trattato è costituita da una riforma complessiva delle istituzioni comunitarie: decisioni a maggioranza nel Consiglio dei Ministri e potere di codecisione del Parlamento europeo in tutti i settori legislativi che riguardano il completamento del mercato interno e l’Unione economica e monetaria.
In base al progetto di Trattato la politica della sicurezza e quella estera continuano a rimanere riservate alla cooperazione tra i governi, dal momento che tali settori sono considerati l’ultimo bastione della sovranità nazionale. Se si prescinde però da questa, sia pur estremamente importante, eccezione, si può sostenere che nel progetto di Trattato vengono delineate la struttura e le competenze di una federazione. In sintesi, si può affermare che in Europa occidentale — almeno nell’intenzione del Parlamento europeo e delle forze che lo sostengono siamo in cammino verso una costruzione simile a quella statuale.
Quanto detto fino ad ora ci mostra che non possiamo parlare della questione tedesca senza prendere in considerazione fatti e prospettive dell’unificazione europea, che sono il risultato dell’integrazione della Repubblica Federale di Germania nell’Occidente. D’altra parte è altrettanto ovvio il nostro dovere in quanto Tedeschi di considerare, nell’ambito della riflessione sugli sviluppi dell’integrazione europea, le conseguenze che riguardano la questione tedesca. E’ ormai ora di fissare la relazione tra i due problemi non solo nei discorsi domenicali, ma anche al momento dell’azione politica; occorre cioè sviluppare una strategia coerente che li leghi entrambi.
Ancora una volta la storia europea offre diverse esperienze utili per la scelta di tale strategia di azione:
1) la via egemonica, che Napoleone ed Hitler hanno percorso e che si è conclusa entrambe le volte in un sanguinoso fallimento;
2) la tensione e la polarizzazione, come frutto di un fallimento politico. Anche qui alcuni riferimenti schematici: la divisione del regno dei Franchi in regno orientale dei Franchi e regno occidentale dei Franchi, la divisione confessionale e le sue conseguenze politiche (la pace religiosa di Augusta, la guerra dei Trent’anni, la pace di Westfalia), la rivalità tra Prussia ed Austria, che condusse alla soluzione piccolo-tedesca;
3) il sistema del bilanciamento delle forze, l’equilibrio del concerto europeo delle potenze, di cui il congresso di Vienna e la politica di Bismarck offrono un esempio. Questo sistema è sempre rimasto instabile ed è divenuto esso stesso causa di nuovi confronti militari;
4) il deutscher Sonderweg, ovvero la via particolare tedesca, frutto della convinzione che i Tedeschi fossero portatori di una missione, convinzione che ebbe origine all’inizio del diciannovesimo secolo per effetto del sentimento della superiorità della cultura tedesca. Ne derivò un allontanamento spirituale e culturale dai vicini popoli dell’Europa occidentale. L’idea della missione dei Tedeschi scatenò la propria caotica forza distruttiva contro la Repubblica di Weimar, prima che quest’ultima potesse consolidarsi.
In sintesi, la storia europea si presenta — nella formulazione del professor Werner Weidenfeld — come una radicale opposizione dialettica tra lo scontro delle nazioni, degli interessi e delle concezioni del mondo e i loro reciproci legami e tra differenziazione ed unificazione.
Solo considerando questo profilo storico si può realmente comprendere quale effettiva rottura con le strategie tradizionali i Tedeschi abbiano effettuato dopo il 1945, nella parte libera della Germania. I padri fondatori della Repubblica Federale di Germania hanno legato la questione tedesca alla libertà politica ed allo Stato costituzionale e democratico. Parallelamente i padri fondatori dell’unificazione europea hanno fondato la cooperazione europea sulla libertà e sull’uguaglianza degli Stati, in base a regole di diritto. Essi hanno così interrotto la sciagurata politica di Versailles che, opprimendo ancor più i vinti, creava le ragioni di una nuova aggressione.
Ben a ragione noi abbiamo celebrato nel 1987 il quarantesimo anniversario del Piano Marshall. Questa gigantesca azione di sostegno non fu solamente un atto di magnanimità e di carità da parte degli Stati Uniti; dietro ad essa vi era una strategia politica che si dimostrò fruttuosa. Il Piano Marshall ha promosso l’uguaglianza degli Stati europei — vincitori o vinti che fossero — rendendo possibile il ristabilimento di condizioni economiche sane; ha così posto le premesse dell’unificazione europea.
Come gli Americani hanno resistito nel 1947 alla tentazione dell’isolazionismo, nonostante fossero prostrati dalla guerra, così la Francia ha vinto sé stessa — e sono sempre queste le vittorie maggiori — quando qualche anno più tardi, nel 1950, ha proposto il Piano Schuman per la CECA, ispirato da Jean Monnet. Quello che sembrava un piano puramente tecnico di regole comunitarie per il carbone e per l’acciaio era in realtà un generoso piano di pace, che avrebbe reso nel futuro impossibili le guerre in Europa, accogliendo con gli stessi diritti e doveri l’ex «nemico mortale» nella famiglia dei popoli europei.
L’omogeneità, cui ho fatto sopra riferimento, della concezione politica tedesca e di quella europea dopo il 1949, caratterizzate entrambe dall’affermazione della libertà e del diritto come principi politici di organizzazione, ha trovato la propria enunciazione nel preambolo della Legge fondamentale, in cui è scritto che il popolo tedesco «è ispirato dalla volontà di assicurare la propria unità nazionale e statale e di servire, come membro a parità di diritti in un’Europa unita, la causa della pace del mondo».
E’ proprio sull’impossibilità di recidere il legame occidentale della Repubblica Federale di Germania che si basano le dodici tesi sull’Unità europea e la questione tedesca che vorrei qui di seguito presentarvi.
 
Tesi 1
 
Il legame con l’Occidente rappresenta per la Repubblica Federale di Germania una parte fondamentale della sua ragion di Stato. L’integrazione europea non è un’alternativa alla politica «nazionale», ma ne è l’opportuno ed indispensabile completamento. L’appartenenza alla Comunità europea è e resta una condizione irrinunciabile per il conseguimento degli obiettivi della politica tedesca:
— mantenere libertà, pace e sicurezza e rendere possibile una convivenza secondo rapporti di buona vicinanza tra i popoli e gli Stati d’Europa;
— assicurare in Europa il benessere economico, la giustizia sociale ed una gestione dell’ambiente orientata al futuro;
— rafforzare ed ulteriormente sviluppare l’ordinamento politico della Repubblica federale come democrazia liberale e come Stato sociale di diritto;
— rendere effettivo il diritto di autodeterminazione del popolo tedesco e degli altri popoli d’Europa, cui viene negato.
 
Tesi 2
 
Una convivenza umana degna di essere qualificata tale è sempre orientata verso differenti obiettivi. L’«unità» è solo uno di questi. Libertà, pace e giustizia hanno indubbiamente un rango più elevato. L’intero ordinamento statuale e sociale deve essere subordinato al conseguimento di questi ultimi obiettivi. Essi vengono raggiunti al meglio per mezzo di una struttura federale e nel rispetto dei principi federali. Fra di essi vi sono: la partecipazione democratica di tutti i cittadini, la distribuzione di obblighi e poteri a livello locale, regionale, nazionale ed europeo, una carta giuridicamente vincolante dei diritti dell’uomo e del cittadino, la sussidiarietà nella gestione economica, sociale e politica della società, la solidarietà sociale ed economica ed infine l’autodeterminazione, come pure il pluralismo della vita culturale, sociale ed economica.
Questi principi fondamentali devono essere il nostro punto di riferimento per la gestione della politica tedesca ed europea.
 
Tesi 3
 
Lo Stato nazionale non è una forma di organizzazione storicamente necessaria. Gli Stati nazionali sono un fenomeno relativamente recente nella storia. Esistono solamente da pochi secoli, come una delle possibili forme di funzionamento e di organizzazione della società umana. Uno Stato nazionale tedesco unitario si è conservato solamente per circa settantacinque anni; dopo la seconda guerra mondiale sono sorti due Stati tedeschi. L’Europa è stata politicamente «unita» solo sotto tiranni e forze di occupazione. Non è di conseguenza l’unità statuale o politica ad essere l’elemento fondamentale, ma l’omogeneità nell’applicazione comune di valori basilari riconosciuti da tutti. Solo in tal modo si apre la strada alla convivenza pacifica dei popoli ed al pieno sviluppo di gruppi nazionali, regionali e culturali.
 
Tesi 4
 
Per i gruppi della Resistenza, che durante la seconda guerra mondiale combatterono in Europa il nazionalismo ed in particolare il «nazionalsocialismo» in Germania, come incarnazione della mancanza di libertà, pace e giustizia, il federalismo costituiva lo strumento politico decisivo per porre le condizioni di un’organizzazione pacifica dell’Europa.
Il Programma di Hertenstein, redatto in Svizzera nel 1946, nel corso della prima conferenza tra gruppi federalisti del dopoguerra, enuncia i principi di una unificazione federale dell’intera Europa — come momento necessario e fondamentale di una federazione mondiale dei popoli. Per quanto i popoli europei fossero pronti, dopo la seconda guerra mondiale, a mettere in comune il loro futuro, l’evoluzione politica mondiale non lo permise: non era possibile raggiungere l’unità dell’Europa intera. Nacque un nuovo sistema globale di potere, che fu caratterizzato dall’opposizione tra Est ed Ovest. Fu quasi naturale che la linea di demarcazione corresse attraverso l’Europa e che dividesse anche la Germania, dal momento che due guerre mondiali avevano avuto origine in Europa ed in particolare in Germania. Ma anche nel clima di scontro tra Est ed Ovest che dominava la politica mondiale, ed anzi proprio a causa di esso, l’obiettivo dell’unificazione dell’intera Europa non fu dimenticato. Nella Dichiarazione di Baden-Baden dell’Europa-Union Deutschland (1966) si legge al proposito: «Al di là della piena realizzazione dell’integrazione europea occidentale, l’obiettivo della politica di unificazione europea è una federazione dell’intera Europa, che comprenda tutti gli Stati fino alla frontiera russa e che intrattenga rapporti di collaborazione con l’America e con l’Unione Sovietica». Fin dall’inizio la politica di integrazione europea fu concepita dai suoi iniziatori come una via per porre le condizioni del superamento della divisione dell’Europa. Noi sappiamo che Lipsia e Dresda, Praga e Varsavia appartengono all’Europa allo stesso modo delle metropoli dell’Europa occidentale.
 
Tesi 5
 
Convinti della necessità di un’unificazione dell’intera Europa, gli assertori di tale idea iniziarono là dove era possibile: in Europa occidentale. Premessa fondamentale perché si riuscisse nel piano di unire le democrazie dell’Europa occidentale in una comunità era la riappacificazione e la stretta collaborazione tra Francia e Germania. Nacque così la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, il nucleo della Comunità europea. Alla base della politica di integrazione, che fu così avviata, vi era la disponibilità degli Stati membri a mettere irrevocabilmente in comune i loro destini. Gli Stati hanno così assunto l’obbligo di integrarsi in una comunità di valori, i cui aspetti decisivi sono il riconoscimento della libertà, dello Stato democratico costituzionale, dell’uguaglianza e del diritto. In un primo tempo solo sei Stati hanno potuto decidersi ad una così impegnativa azione comune; da allora sono diventati dodici. La CEE è aperta ad ogni paese che voglia aderire e la cui costituzione sia democratica.
 
Tesi 6
 
Non vi è mai stata una realistica possibilità di realizzare separatamente la riunificazione tedesca. Anche nel segno della neutralità, una Germania riunificata non sarebbe stata accettabile per i nostri diretti vicini, così come per le grandi potenze, in considerazione del passato e a causa del suo potenziale economico. Per tali ragioni non può essere presa in considerazione la soluzione raggiunta per l’Austria. Una riunificazione priva di ancoraggio alle democrazie occidentali fu inoltre considerata, alla luce dello sviluppo totalitario già avviato nella parte orientale della Germania, come una minaccia nei confronti della crescita democratica, non ancora consolidatasi nella parte occidentale. In questo contesto si dovette assicurare lo sviluppo nella democrazia e nella libertà della Repubblica Federale di Germania. Fu perciò giusto attribuire una priorità temporale alla politica di unificazione europea nei confronti di una incerta politica di riunificazione tedesca.
 
Tesi 7
 
Subordinare a progressi nella questione tedesca l’avanzamento dell’integrazione europea significa consegnare nelle mani dell’Unione Sovietica uno strumento di pressione per impedire, con il rifiuto della riunificazione tedesca, l’unificazione degli Stati europeo-occidentali. Proprio l’integrazione della Repubblica Federale di Germania nel contesto occidentale ha invece contribuito a tenere aperta la questione tedesca, dal momento che i vicini occidentali hanno adottato il punto di vista giuridico tedesco. Al tempo stesso, grazie all’inserimento nell’ambito europeo, la Repubblica Federale di Germania ha potuto riabilitarsi e dimostrare in modo credibile di aver ripudiato la tradizione nazionalistica.
 
Tesi 8
 
Si debbono quindi trarre le conseguenze dalle considerazioni precedenti chiedendo un’Unione europea su basi federali, informata ai principi di libertà, autodeterminazione, Stato di diritto e giustizia sociale.
Anche i padri della Legge fondamentale hanno condiviso una simile prospettiva, pronunciandosi per la convivenza di tutti i Tedeschi nell’unità e nella libertà, ma aprendo al tempo stesso la strada alla rinuncia dei diritti di sovranità nazionale, a vantaggio della costituzione di una Comunità europea. Una simile tensione tra diverse aspirazioni caratterizzerà anche nel futuro la questione tedesca; in questo senso lo Stato nazionale sovrano, formatosi nel XIX secolo, è passibile di superamento.
 
Tesi 9
 
La questione tedesca è aperta e deve rimanere aperta. Così dispone la Legge fondamentale della Repubblica Federale di Germania. Così ha confermato anche la Corte costituzionale nella sentenza in merito al Grundlagenvertrag (Trattato fondamentale) tra la Repubblica federale di Germania e la RDT: «Dall’imperativo della riunificazione discende in primo luogo che nessun organo costituzionale della Repubblica Federale possa rinunciare al ristabilimento dell’unità statuale; tutti gli organi costituzionali sono obbligati ad adoperarsi nella loro politica per il raggiungimento di questo obiettivo; da ciò deriva che occorre inoltre tener viva all’interno del paese l’esigenza della riunificazione, ed occorre rappresentarla al di fuori con estrema decisione; bisogna evitare tutto ciò che possa pregiudicare la riunificazione». Quest’obbligo è compatibile con una decisa politica rivolta all’unificazione dell’Europa, e non è neppure in conflitto con il Deutschlandvertrag. Nella sentenza si legge al proposito che «la Repubblica Federale di Germania e le tre potenze» rimangono obbligate dal trattato, senza che nulla muti, a collaborare «al fine di realizzare con mezzi pacifici il loro obiettivo comune: una Germania riunificata, che possegga una Costituzione liberal-democratica simile a quella della Repubblica Federale di Germania e sia integrata nella Comunità europea».
 
Tesi 10
 
Affermando il diritto di autodeterminazione, noi poniamo in discussione la priorità assoluta dello Stato unitario nazionale tedesco a vantaggio di una soluzione in un contesto europeo; in tal modo noi consideriamo aperta la questione tedesca, come parte di una questione europea molto più ampia.
Nel caso di divisione di una nazione in più unità statali, si offre l’alternativa tra raggiungere una soluzione sul diritto all’autodeterminazione della nazione per mezzo di un plebiscito oppure intraprendere la via di una unificazione interstatuale, che può spaziare da un accordo puntuale fino ad un patto federale. La linea di evoluzione della questione tedesca, ancora aperta, rivela che fino ad ora entrambe le soluzioni sono state considerate, ma sempre inutilmente. Rispetto allo strumento classico per raggiungere l’unità nazionale, cioè l’unificazione interstatale, (realizzatasi nel secolo scorso in Germania ed in Italia) ha acquisito un particolare significato, sin dalla fine della prima guerra mondiale (ad esempio nello Statuto delle Nazioni Unite), il principio di autodeterminazione.
Il diritto all’autodeterminazione fa parte delle rivendicazioni fondamentali della politica dei federalisti europei. Rende possibile la libera convivenza dei popoli «sotto il tetto europeo», superando barriere che provengono dal passato e spesso sono arbitrarie. Quanto appena detto vale anche per la realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo tedesco, nel quadro di una soluzione europea. Vi sono al proposito numerose possibilità, compresa quella dei «due Stati in Germania». Questa formula si trova per la prima volta nella dichiarazione programmatica dell’ottobre 1969, resa dall’allora Cancelliere Brandt.
Nella sentenza della Corte costituzionale sul Grundlagenvertrag si legge: «Non è esatto che la tesi del ‘modello a due Stati’ sia incompatibile con l’ordine costituzionale». In un altro passo si legge: «Vi sono confini di qualità giuridica differente: confini amministrativi, confini geografici, confini delle sfere di interesse, un confine dell’area di validità della Legge fondamentale tedesca, i confini del Reich tedesco al 31 dicembre 1937, confini giuridici dello Stato e, ancora, confini che delimitano l’intero Stato ed altri che, all’interno di uno Stato, dividono tra loro gli Stati membri (ad esempio i Länder della Repubblica Federale di Germania)». E’ evidente che i confini in Europa, nel corso del processo di integrazione europea occidentale e della cooperazione paneuropea, hanno mutato e continueranno a mutare qualità. Quanto appena detto vale in modo chiarissimo per i confini interni della Comunità europea, che hanno ampiamente perso il loro carattere di linee di divisione. Se così si modificassero le condizioni, sarebbero accettabili «due Stati in Germania» sotto un tetto europeo, qualora i Tedeschi nella Repubblica Federale di Germania e nella RDT si pronunciassero, facendo uso del diritto all’autodeterminazione, a favore di questa soluzione. Il tetto europeo non può essere quello della «casa europea» cui fa riferimento Michail Gorbaciov. Non è sufficiente verniciare un vecchio edificio ed apportarvi alcuni rimaneggiamenti estetici. Gli Europei devono costruire una nuova casa della libertà, dove abbiano pieno valore diritti dell’uomo ed autodeterminazione e la struttura sia costituita da elementi federativi.
Vi è un esempio storico della soluzione qui delineata: quando si dovette regolare definitivamente lo status della Saar occupata dai Francesi, la Repubblica Federale diede la priorità al diritto all’autodeterminazione degli abitanti rispetto all’unità statale. La popolazione della Saar decise per la Repubblica Federale di Germania; avrebbe però potuto pronunciarsi in egual modo per lo status europeo della Saar, scelta che avremmo approvato in modo convinto,dal momento che avrebbe segnato l’inizio, chiaramente percepibile da tutti, del ridimensionamento del valore dei confini ed avrebbe mostrato visibilmente l’intreccio delle economie europee. Ovviamente non si può applicare automaticamente questa «riunificazione in piccolo» a situazioni future.
 
Tesi 11
 
L’esercizio del diritto all’autodeterminazione non è da attendersi a breve termine. Non ci si può comunque, per tal motivo, ostinare in una posizione del tipo «o tutto o niente» ed attendere un miracolo.
Occorre in primo luogo modificare, con una politica di iniziative pragmatiche, la qualità del confine intertedesco, particolarmente doloroso lungo la linea di giunzione tra Est ed Ovest, renderlo più permeabile, più umano ed infine superarlo. E’ questo l’obiettivo del Grundlagenvertrag e della politica seguita da tutti i governi federali.
Ogni incontro con persone dall’altro lato del muro e del filo spinato va perciò considerato con favore, così come la cooperazione con gli Stati del Comecon, in tutti i settori, su tutti i piani. Ogni nuovo contatto, ogni ulteriore trattato, ogni scambio commerciale che venga ad aggiungersi ai precedenti lega in modo più stretto e forte le trame dei rapporti, fino ad un punto in cui non si possa più lacerarle senza riceverne un danno. Durante gli ultimi venti anni si è intrecciata una nuova rete di rapporti tra Est ed Ovest in generale e tra i due Stati tedeschi in particolare. La cooperazione tra Occidente ed Oriente sarà tanto più efficace, quanto più sarà condotta in modo globale. La Ostpolitik e la politica intertedesca non si fanno più essenzialmente con contatti bilaterali; il piano bilaterale viene sostituito in modo crescente da incontri multilaterali, in sede di Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa e nelle trattative di Vienna sugli armamenti convenzionali, come pure nei rapporti tra Comunità europea e Comecon. La Repubblica Federale di Germania può comunque condurre una simile politica solo a patto di rimanere legata in modo indissolubile agli Stati dell’Europa occidentale che si raccolgono nella Comunità europea. Per tale motivo la cooperazione paneuropea non può sostituire in alcun modo l’integrazione europea occidentale; piuttosto l’integrazione dell’Europa occidentale è condizione irrinunciabile per un’efficace cooperazione paneuropea.
 
Tesi 12
 
Bisogna guardarsi dall’appesantire eccessivamente il dossier del problema intertedesco. Si susciterebbe immediatamente di nuovo la diffidenza, sia in Oriente sia in Occidente; posti di fronte all’alternativa, i nostri vicini preferirebbero lo status quo ad un’iniziativa isolata tra Tedeschi. Si condannerebbe così insieme al fallimento qualsiasi politica paneuropea e la riunificazione della Germania. Questo vale anche per piani di una pretesa «confederazione» tra la Repubblica Federale di Germania e la RDT.
Bisogna inoltre guardarsi dalla visione di un’immaginaria «Mitteleuropa» tra i blocchi che, non potendo presentarsi che come zona di influenza tedesca, farebbe emergere rinnovate irritazioni.
La supposizione che qualsiasi situazione storica possa essere riprodotta è contraria alla storia. Il passato, non ultima la vicenda dell’integrazione europea occidentale, ci insegna che lo sviluppo di nuove forme di cooperazione ed integrazione non sempre si attiene alla lettera di documenti e trattati. Come è nata, con la Comunità europea, una struttura sui generis che non poteva essere prevista in quei termini quarant’anni fa, così si possono attendere per la questione tedesca soluzioni che combinino tra loro elementi sia degli Stati, così come si sono sviluppati nel corso della storia, che dell’integrazione europea occidentale e della collaborazione paneuropea. Sono fermamente convinto che questo continente, in cui nacquero le idee di libertà e giustizia, non tollererà più nel XXI secolo un ordine che violi il diritto di autodeterminazione dei popoli.

 

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