Anno LI, 2009, Numero 1, Pagina 14

 

  

Globalizzazione, crisi della democrazia e ruolo dell’Europa nel mondo
 
LUCIO LEVI
 
 
1. Situare la globalizzazione nel corso della storia.
 
Come tutti i termini che designano una realtà molto ampia, è difficile organizzare in una prospettiva unitaria la massa dei dati e delle interpretazioni che hanno come oggetto la globalizzazione. In uno dei più fortunati profili di storia contemporanea, Eric Hobsbawn afferma che la globalizzazione rappresenta «la trasformazione più significativa» del secolo scorso: «Fra il 1914 e i primi anni ‘90 il mondo è diventato un campo operativo unitario… Soprattutto negli affari economici il mondo è ora l’unità operativa primaria e le unità più vecchie, come ‘le economie nazionali’, definite dalle politiche degli Stati territoriali, si sono ridotte a complicazioni delle attività transnazionali».[1]
Eppure, malgrado il prestigio di cui gode Il secolo breve, il libro dal quale è tratto il giudizio sopra citato, il senso del processo di globalizzazione resta agli occhi del suo autore impenetrabile. Dopo avere riconosciuto la rilevanza del fenomeno per l’uomo contemporaneo, la conclusione cui perviene è deludente: «Il secolo breve è terminato lasciando aperti problemi per i quali nessuno ha o neppure dice di avere le soluzioni. Mentre i cittadini di questa fine secolo cercano nella nebbia globale che li avvolge la strada per avanzare nel terzo millennio, tutto ciò che sanno con certezza è che un’epoca della storia è finita. La loro conoscenza non va oltre».[2] E’ l’ammissione di aver fallito in quello che è il compito più alto della storiografia: aiutare a scoprire il senso della storia contemporanea.
Una volta che ci siamo persuasi che, per quanto riguarda il nostro avvenire, la globalizzazione costituisce un fatto di capitale importanza, se vogliamo contribuire a diradare le nebbie che la avvolgono, dobbiamo prima comprenderla, poi accettarla infine cercare di governarla.
Un primo essenziale chiarimento può venire dall’identificazione dei criteri per collocare la globalizzazione nel corso della storia.
L’inadeguatezza di gran parte delle analisi fin qui proposte a comprendere il significato della globalizzazione è illustrata dal titolo di alcuni libri, i quali, pur avendo il merito di avere contribuito ad approfondire importanti aspetti del fenomeno, ne hanno messo a fuoco prevalentemente l’aspetto negativo, definendolo come la fine di un’epoca: la fine della storia (Francis Fukuyama), la fine dello Stato-nazione (Kenichi Omahe), la fine della democrazia (Jean-Marie Guéhenno), la fine del lavoro (Michel Drancourt e Jeremy Rifkin), la fine del Terzo Mondo (Nigel Harris).[3] Nella stessa prospettiva si collocano altri autori che utilizzano le categorie di società post-industriale (Alain Touraine e Daniel Bell) o di mondo post-internazionale (James Rosenau).[4] Sono tutte espressioni che alludono a ciò che il mondo non è più, ma non a ciò che sta divenendo. E’ la tendenza che nei paesi di lingua inglese è stata definita con il neologismo «endism» intraducibile in italiano. Questa parola si riferisce alle diagnosi del mondo contemporaneo che vogliono comunicare l’idea che qualcosa è finito. Si tratta di una visione limitata, perché prevalentemente rivolta al passato e insufficiente nella definizione dei caratteri distintivi del nuovo mondo che sta nascendo.
Gli studiosi sono divisi sulla stessa data di inizio del processo di globalizzazione. La maggior parte (ricordo tra gli altri Amartya Sen, Samir Amin e Immanuel Wallerstein[5]), considera la globalizzazione come un processo storico in corso da secoli, la cui data di inizio risalirebbe alla conquista dell’America, anche se il processo ha subito un’accelerazione negli ultimi decenni del XX secolo. Altri studiosi (tra cui Manuel Castells e Alvin Toffler[6]) sostengono la tesi che si tratta di un fenomeno recente, legato alle innovazioni che hanno rivoluzionato le tecniche produttive, le comunicazioni e i trasporti. Esse hanno cominciato a manifestarsi circa cinquant’anni fa.
Il dibattito, lungi dall’essere una questione accademica che divide due categorie di studiosi in una polemica di scarso rilievo, ha una grande portata teorica e interessa la stessa definizione del fenomeno. Chi colloca l’inizio del processo di globalizzazione cinquecento anni fa identifica indubbiamente una tendenza di lungo periodo che ha avuto come sbocco i grandi cambiamenti che sono in corso nella nostra epoca. Certo nella storia non c’è mai nulla di assolutamente nuovo. Continuità e rottura sono aspetti costitutivi della nozione stessa di storia. Fa parte della storia ciò che cambia, ma anche ciò che resiste al cambiamento. E’ dunque vero che a partire dal Cinquecento cominciano a cadere le costrizioni imposte dalla geografia. Non esistono più continenti sconosciuti e quindi inaccessibili. Dopo la conquista dell’America la terra è diventata un universo chiuso. A questo proposito Cristoforo Colombo scrisse in una lettera del 7 luglio 1503: «Il mondo è piccolo».[7]
Bisogna però riconoscere che il grado di unità del mondo consentito dalle tecnologie dell’epoca (velieri e cannoni, per prendere a prestito una brillante formula coniata da Carlo Cipolla[8]) è incomparabile con quello che conosciamo oggi nell’epoca dell’aeronautica, della televisione e del computer.
 
2. Il materialismo storico come schema esplicativo della globalizzazione.
 
Sulla base di questa osservazione, è possibile formulare un’ipotesi circa la forza motrice del processo di globalizzazione. Essa è il prodotto di una svolta epocale nell’evoluzione del modo di produrre (la rivoluzione scientifica della produzione materiale), che ha solo due precedenti nella storia: la rivoluzione agraria e la rivoluzione industriale.
La strategia che intendo adottare per cercare di dominare quel caos che è il mondo, e in particolare per individuare un principio ordinatore del mondo contemporaneo, è quella di usare la lente teorica del materialismo storico per esplorare la globalizzazione. Si tratta di una tradizione di pensiero quasi del tutto dimenticata nella cultura contemporanea.[9]
Ciò dipende in parte dal fatto che essa è stata travolta dal discredito che ha colpito il marxismo dopo il crollo dei regimi comunisti. Si tratta di un grossolano errore, perché nel pensiero marxista dovrebbero essere distinti gli aspetti normativi (l’ideologia comunista) da quelli che hanno una portata teorica (il materialismo storico). Nel corpo del pensiero marxista si può infatti isolare il nucleo di una teoria scientifica — il materialismo storico — che permette di conoscere (e più precisamente di descrivere, spiegare e prevedere) una parte rilevante della realtà storica e sociale. La spiegazione dei fatti storico-sociali presuppone una teoria, vale a dire un insieme di uniformità tipiche di comportamenti empiricamente osservabili. Queste uniformità sono costruite attraverso un procedimento di astrazione, che isola, entro la inesauribile molteplicità del dato empirico, alcuni elementi e li coordina in un quadro coerente. Il risultato di questo procedimento di astrazione, che Max Weber ha chiamato tipo ideale, non coincide con la realtà, ma è lo strumento indispensabile per coglierne gli aspetti rilevanti rispetto al punto di vista adottato dal ricercatore. Il nucleo scientifico del materialismo storico può essere incluso secondo Weber nel contesto metodologico delle scienze storico-sociali contemporanee ed essere considerato come un concetto «tipico-ideale». A queste condizioni, ha osservato Weber, esso può svolgere una fondamentale funzione «orientativa per il lavoro scientifico»[10] e indicare un’importante direzione di ricerca e un rilevante criterio di spiegazione dei fenomeni storico-sociali.
Ma c’è un’altra ragione che ha allontanato numerosi studiosi dal materialismo storico: la confusione tra un concetto di carattere generale, quello di modo di produzione, e un concetto meno generale, quello di economia. E’ stato lo stesso Marx ad aprire la via alla sopravvalutazione dell’influenza del fattore economico, quando nella Prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica scrisse che «l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica».[11] In realtà, l’economia è uno dei diversi settori della società i cui caratteri variano quando cambia il modo di produzione. Mentre il punto di vista della scienza economica è settoriale, quello del modo di produzione è generale. Quest’ultimo definisce il contesto entro il quale si collocano i fenomeni economici, giuridici, politici, culturali ecc. In particolare la scienza economica analizza la realtà sociale a partire da uno specifico punto di vista, quello economico, che è uno dei tanti approcci possibili (insieme a quelli politico, giuridico, culturale ecc.) allo studio della società. Essa studia il comportamento degli individui, i quali, scelgono in un contesto (il mercato) caratterizzato da risorse scarse, i beni e i servizi necessari a soddisfare i loro bisogni.
La globalizzazione non è sospinta solo da incentivi economici, ma anche, e specificamente, da una forza storica irresistibile più potente della volontà di qualsiasi governo o di qualsiasi partito politico: la forza scatenata dall’evoluzione del modo di produrre. Essa impone a tutti i settori della vita sociale una dimensione molto più ampia di quella degli Stati sovrani, anche i più grandi. Si tratta di un processo di cambiamento che si può accelerare o ritardare, ma non accettare o respingere.
Se si sceglie l’approccio basato sull’analisi dell’evoluzione dei modi di produzione, si colloca il processo di globalizzazione nel contesto di una visione della storia che Braudel ha definito la prospettiva della «lunga durata».[12] E’ una prospettiva che dà rilievo alle forze profonde che determinano il corso della storia: le costrizioni imposte dalla geografia, dalle strutture della produzione materiale e del potere.
Se questa ipotesi è fondata, ne consegue che la globalizzazione è un cambiamento che influenza tutti gli aspetti della realtà sociale (non solo l’economia, ma anche la politica, il diritto, la cultura ecc.) e interessa tutte le scienze storico-socali (la storia, l’economia politica, la scienza politica, il diritto, la sociologia ecc.). La globalizzazione ha creato una nuova realtà sociale — un mercato e una società civile globali — su uno spazio che un tempo era il terreno di azione esclusivo degli Stati, quello delle relazioni internazionali.
Il materialismo storico si fonda sull’ipotesi che la prima condizione della storia umana consista negli individui concreti che producono i loro mezzi di sussistenza. La nozione di modo di produzione si presenta nel materialismo storico come la categoria che offre la prospettiva più generale rispetto agli altri possibili punti di vista che si possono adottare per conoscere la storia, i quali privilegiano la politica, il diritto, l’economia, la cultura ecc. Quando si parla di modo di produzione si intende sempre produzione in un determinato stadio di sviluppo sociale, quindi di evoluzione storica del modo di produrre. Non esiste che una produzione storicamente determinata, cioè dei modi storici di produzione o stadi di sviluppo della divisione del lavoro.
Dall’ipotesi della centralità del concetto di modo di produzione consegue che quest’ultimo rappresenti il criterio fondamentale per periodizzare la storia universale. Il filo conduttore della storia delle società umane consiste quindi in una successione di modi di produzione. Il materialismo storico consente di stabilire in quale fase della storia si colloca il processo di globalizzazione, di formulare ipotesi sulla linea di marcia della storia e di trarre le conseguenze che ne derivano «in ultima istanza» sul piano politico ed economico. Ogni stadio dell’evoluzione del modo di produrre cerca di soddisfare bisogni umani fondamentali, secondo una forma specifica della divisione del lavoro. Se si considera la globalizzazione nella prospettiva della concezione materialistica della storia, si può affermare che essa non è che l’ultimo e più recente stadio di evoluzione delle società umane, le quali hanno conosciuto nel corso della storia forme sempre più estese di integrazione sociale dalla tribù, alla città, alla nazione, alla macro-regione.
Esiste unaversione semplificata del materialismo storico: il determinismo economico o marxismo volgare, che utilizza uno schema di spiegazione, rigidamente meccanico che procede in una sola direzione. Più precisamente il modo di produzione è considerato come l’unico fattore che influisce sui caratteri dei fenomeni politici, giuridici, culturali, religiosi ecc. Ma è possibile un approccio differente. Se si utilizza il materialismo storico semplicemente come un «canone di interpretazione storica» — espressione coniata da Benedetto Croce[13] —, la determinazione esercitata dal modo di produrre non è concepita come il solo fattore che influenza la natura dei fenomeni politici, giuridici, culturali ecc. Secondo questo schema esplicativo, la determinazione non procede in una sola direzione (determinismo economico), ma è compatibile con l’influenza reciproca dei fattori politici, giuridici, culturali sulla produzione materiale. Per esempio, Max Weber, che ha definito il materialismo storico come un fruttuoso tipo ideale che può orientare il lavoro degli scienziati sociali, ha messo in luce nei suoi lavori sulla sociologia della religione come l’etica delle religioni abbia influenzato l’evoluzione dei sistemi economici.[14]
 
3. Rivoluzione scientifica della produzione materiale e globalizzazione.
 
Occorre ora domandarsi che cosa sia la rivoluzione scientifica della produzione materiale, la svolta oggi in corso nell’evoluzione del modo di produzione, che offre il criterio più generale per stabilire il significato della globalizzazione. Come sempre avviene quando si manifesta un fenomeno nuovo che segna una forte discontinuità nella storia e mette in crisi i paradigmi culturali consolidati, non c’è accordo su come definire la nuova era. Tutti percepiscono la diversità del nostro tempo, ma la difficoltà consiste nel decifrarne i caratteri essenziali. Zbignew Brzezinski l’ha chiamata «era tecnotronica»,[15] Joffre Dumazedier «civiltà del tempo libero»,[16] Radovan Richta «rivoluzione scientifica e tecnologica»,[17] Ulrich Beck «società del rischio»,[18] Nicholas Negroponte «mondo digitale»,[19] Simon Nora e Alain Minc «rivoluzione informatica».[20] Alcune di queste espressioni, mettendo in rilievo un solo fattore del grandioso cambiamento in corso, restringono la nostra comprensione invece di estenderla.
L’espressione «rivoluzione scientifica» sembra la più adeguata a definire la nuova era. La conoscenza scientifica ha assunto ormai il ruolo che svolsero in passato il lavoro manuale e il capitale: è diventata la forza motrice dello sviluppo economico e sociale. L’affermazione del modo di produzione scientifico cambia la forma e la dimensione della vita economica e sociale. L’automazione libera l’uomo dalla fatica del lavoro manuale, riduce la quantità di lavoro necessaria alla riproduzione fisica dell’individuo, mentre aumenta la quantità di beni materiali che servono a soddisfare i bisogni elementari. Nello stesso tempo il processo di integrazione sociale si estende al di là dei confini degli Stati e crea le basi dell’unificazione del genere umano. La rivoluzione scientifica impone in definitiva a tutti i settori della vita sociale una dimensione molto più ampia di quella degli Stati sovrani, anche i più grandi.
Esiste dunque una relazione specifica tra il processo di globalizzazione, che non è altro che un processo di integrazione economica e sociale a livello mondiale, e il modo di produzione scientifico. Questo processo, per quanto lenta sia la sua evoluzione, crea le condizioni economiche e sociali non solo di una società civile e di un mercato globali, ma anche di istituzioni politiche mondiali. E’ opportuno sottolineare che la relazione che molti studiosi (a titolo di esempio ricordo Giddens[21]) stabiliscono tra globalizzazione e industrialismo è storicamente indeterminata e quindi fuorviante.
La rivoluzione scientifica è una svolta che incide sulle strutture della vita materiale. Essa si sviluppa in modo diseguale nel mondo. E’ cominciata negli Stati Uniti, ha coinvolto rapidamente l’Europa e il Giappone e si sta estendendo anche nei paesi in via di industrializzazione, come la Cina e l’India. Aveva scritto Marx a proposito dell’Inghilterra del suo tempo, che era all’avanguardia della rivoluzione industriale:«Il paese industrialmente più avanzato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire».[22] Quindi, se si vuole comprendere l’evoluzione dei cambiamenti sociali che oggi sono in corso, bisogna osservare quanto sta avvenendo negli Stati Uniti.
Se non si impiega il materialismo storico come criterio per comprendere il processo di globalizzazione, si può giungere ad affermare, come fanno molti studiosi, che tale processo è incominciato cinquecento anni fa. Un’affermazione di questo genere può essere dotata di senso solo a condizione di estrapolare il concetto di globalizzazione dal contesto storico contemporaneo e in particolare dalla svolta in corso nell’evoluzione del modo di produzione.
Senza criteri per collocare nella storia la globalizzazione, non è possibile attribuire a quest’ultima caratteri specifici. Con Hegel si potrebbe dire che quegli studiosi concepiscono la globalizzazione come un «assoluto» nel quale si dissolve «tutto ciò che è differenziato e determinato, …come la notte nella quale… tutte le vacche sono nere».[23]
 
4. Evoluzione del modo di produzione ed evoluzione delle forme dello Stato.
 
Il modo di produzione definisce la struttura della società, che «è la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale».[24] Se si accetta l’idea di un’influenza reciproca tra differenti fattori che contribuiscono a determinare il corso della storia, si può considerare il modo di produzione come il fattore che ha un’influenza decisiva sulla sfera della politica, cioè sulla struttura e sulla dimensione dello Stato e sulle relazioni internazionali.
In modo schematico si può affermare che il materialismo storico consente di stabilire una relazione tra il modo di produzione agricolo e la città-stato, tra la prima fase del modo di produzione industriale (utilizzazione del carbone e della macchina a vapore) e lo Stato nazionale, tra la seconda fase del modo di produzione industriale (utilizzazione dell’elettricità, del petrolio e del motore a scoppio) e la Federazione di Stati che comprende un’intera regione del mondo. La rivoluzione scientifica della produzione materiale (e la rivoluzione nell’informazione e nelle comunicazioni) crea le condizioni per la formazione di una società civile globale e per organizzare quest’ultima nell’ambito di nuove forme di statualità a livello mondiale. In definitiva, l’evoluzione del modo di produrre, determinando il cambiamento della natura degli Stati, cambia anche la natura dei sistemi internazionali.
Alla luce di questa teoria diventa chiara anche la relazione tra l’unificazione europea e la globalizzazione. Sono processi che appartengono a due diverse fasi della storia: rispettivamente il secondo stadio del modo di produzione industriale, che richiede l’organizzazione dello Stato su spazi delle dimensioni di una grande regione del mondo, e il modo di produzione scientifico che pone il problema dell’unificazione politica del mondo. L’unificazione europea indebolisce i governi nazionali, li spinge a cooperare perché possano risolvere insieme i problemi cui non sono in grado di fare fronte separatamente, crea una società civile europea a fianco delle società civili nazionali, crea delle istituzioni europee che rappresentano un meccanismo di formazione delle decisioni politiche che svuota progressivamente le istituzioni nazionali. Il processo è giunto a uno stadio così avanzato che la guerra tra gli Stati membri dell’Unione europea è diventata impossibile e la Costituzione europea rappresenta l’aspetto centrale del dibattito politico in Europa.
C’è un numero crescente di importanti problemi che anche gli Stati più potenti non sanno più risolvere da soli. Da ciò deriva la crisi dello Stato sovrano e il bisogno di un governo mondiale. Mentre l’unificazione europea è in corso e tutte le grandi regioni del mondo sono coinvolte, con un ineguale grado di sviluppo, in un analogo processo di integrazione, si sviluppa contemporaneamente un processo di integrazione su scala globale che comprende tutte le regioni del mondo.
Va precisato che non c’è una relazione meccanica tra evoluzione del modo di produrre ed evoluzione delle forme di organizzazione politica delle società umane. Lo mostra il fatto che antiche formazioni politiche, come le città-stato (per esempio, Andorra, Liechtenstein, San Marino) sopravvivono nella nostra epoca e sono Stati membri dell’ONU. Oppure Stati di dimensioni macro-regionali, come la Cina, l’India, la Russia o gli Stati Uniti si sono formati quando il modo di produzione dominante era quello agricolo. Entrambi gli esempi mettono in evidenza l’autonomia che le istituzioni politiche possiedono rispetto all’evoluzione del modo di produrre. Nel primo caso l’autonomia della politica agisce come un ostacolo nei confronti dell’esigenza di superare vecchie forme di organizzazione politica. Il prezzo che le città-stato devono pagare per sopravvivere in un mondo composto da Stati di un altro ordine di grandezza è la subordinazione a questi ultimi e la irrilevanza nella politica internazionale. Il secondo caso mostra come l’autonomia della politica permetta di costituire determinate forme di organizzazione politica in anticipo rispetto all’evoluzione del modo di produrre. Ma gli Stati di dimensioni macro-regionali manifestano la loro superiorità solo quando si afferma la seconda fase del modo di produzione industriale.
 
5. Globalizzazione ed erosione della sovranità statale.
 
L’analisi delle relazioni tra l’evoluzione del modo di produrre e le strutture dello Stato consente di mettere in rilievo il fatto che l’aspetto più significativo della globalizzazione interessa la sfera della politica e consiste nella contraddizione tra un mercato e una società civile che hanno assunto dimensioni globali e un sistema degli Stati che è rimasto nazionale. La globalizzazione determina una contraddizione sempre più profonda tra lo sviluppo delle forze produttive che stanno unificando il mondo e lo Stato, il potere organizzato che dovrebbe governarla, facendo prevalere gli interessi generali su quelli privati. Essa sottopone le strutture degli Stati a una forte tensione e le spinge ad adeguare le loro dimensioni alle esigenze poste dal nuovo modo di produzione.
Coloro che sostengono che la globalizzazione non è un fatto nuovo, considerano questo concetto equivalente ad altri più generici come «interdipendenza» o «internazionalizzazione». Questi ultimi sono termini che designano un processo che moltiplica e intensifica le relazioni tra gli Stati e i popoli del pianeta. Ma si tratta di un processo governato dagli Stati, i quali restano i protagonisti esclusivi della politica internazionale. In altre parole, la loro sovranità non subisce limitazioni apprezzabili dallo sviluppo dell’interdipendenza.
Diversa è la natura della globalizzazione, che non è semplicemente un incremento quantitativo delle relazioni sociali e degli scambi a livello mondiale. Si tratta invece di un cambiamento qualitativo che ha le radici nella rivoluzione scientifica e crea, accanto alle società e ai mercati nazionali, una società e un mercato globali.
La globalizzazione è un processo che sfugge al controllo degli Stati, ne limita le capacità di azione e incide sui caratteri essenziali della loro struttura e delle loro funzioni. Nel 1989 non è avvenuto semplicemente un cambiamento nel sistema mondiale degli Stati (transizione da un sistema bipolare a un sistema unipolare e fine della guerra fredda). Si è avviata la formazione di un nuovo sistema nel quale la globalizzazione ha cominciato a produrre i primi visibili effetti sul sistema internazionale, erodendo la sovranità degli Stati. Essa ha costretto gli studiosi di politica a mettere in discussione i concetti fondamentali sui quali si basavano le loro analisi e i requisiti che siamo soliti attribuire allo Stato: sovranità, indipendenza, non ingerenza. Questi ultimi non riflettono più la realtà del mondo contemporaneo, nel quale il fenomeno politico dominante è la fine dell’ordine internazionale basato sugli Stati territoriali, la cui sovranità è messa in discussione dall’emergere di attori non statali, che insidiano il primato dello Stato sulla società civile.
La mancanza di un ordine giuridico e politico internazionale capace di affrontare i problemi della globalizzazione ha prodotto effetti sicuramente negativi. Il primo è costituito dell’emergere di problemi di un ordine di grandezza tale che non possono trovare soluzione sul piano nazionale. Le grandi questioni della pace, della sicurezza, della regolamentazione del mercato globale, della povertà, della giustizia internazionale e della protezione dell’ambiente hanno assunto dimensioni globali. Gli Stati da soli non sono in grado di fare fronte a problemi di queste dimensioni. In altre parole, siamo giunti all’esaurimento del modello che rappresenta la politica mondiale imperniata sulla centralità dello Stato sovrano.
Il secondo consiste nella formazione di attori non statali globali, come le imprese e le banche multinazionali, le organizzazioni non governative internazionali, le organizzazioni criminali e terroristiche internazionali, la cui azione sfugge al controllo degli Stati. In definitiva, la globalizzazione scava un fossato sempre più profondo tra gli Stati, che sono rimasti nazionali, e il mercato e la società civile, che hanno assunto dimensioni globali. Così gli Stati rivelano la loro inadeguatezza a governare la globalizzazione. Hanno perduto, in altre parole, il potere di decidere le questioni determinanti per il futuro dell’umanità.
Il terzo è rappresentato dal fatto che i cittadini hanno la sensazione che le decisioni più importanti dalle quali dipende il loro destino siano emigrate dalle istituzioni che essi controllano, perché la democrazia si ferma ai confini tra gli Stati. Al di là dei confini dominano i rapporti di forza tra gli Stati. Ne consegue una crisi di consenso verso le istituzioni politiche e di legittimità dei poteri costituiti. In definitiva il declino dello Stato comporta il trionfo degli interessi privati legati al mercato e il declino dei valori collettivi sui quali si fonda la convivenza politica.
Per secoli gli Stati hanno regolato il mercato e la società civile attraverso un sistema di leggi e di organi destinati al mantenimento dell’ordine e alla repressione dei comportamenti non conformi alle norme della convivenza civile. La risposta alla perdita di controllo da parte degli Stati sull’applicazione delle norme e sull’ordine pubblico non può che venire dalla politica. E’ questo il terreno dove possono avere successo gli sforzi volti a governare il processo storico.
 
6. Allargamento della dimensione dello Stato e pace.
 
Il processo sopra illustrato di allargamento delle dimensioni dello Stato, che si è sviluppata come conseguenza delle grandi svolte nell’evoluzione del modo di produrre, è anche un processo di pacificazione tra gruppi umani sempre più ampi. L’evoluzione del modo di produrre è una forza cieca che allarga costantemente la dimensione delle relazioni sociali fino all’unificazione del genere umano. L’allargamento della dimensione dello Stato è la risposta della politica all’esigenza di governare questo processo. Si tratta di un vero e proprio processo di civilizzazione, nel corso del quale le società umane espellono, attraverso il diritto e lo Stato, la violenza dalle relazioni sociali, costruendo comunità politiche di dimensioni sempre più vaste.
Poiché i confini tra gli Stati sono anche i confini tra pace e guerra e tra diritto e anarchia, il progressivo allargamento della dimensione dello Stato sposta la guerra, che nella notte dei tempi si presentava come guerra tra tribù, prima ai confini tra città, poi tra nazioni, poi tra grandi regioni del mondo. Si può ipotizzare che lo sbocco ultimo di questo processo sarà la Federazione mondiale, che consentirà di realizzare il disegno kantiano della pace perpetua.[25]
Kant ha definito la pace come quella situazione che pone «termine non semplicemente a una guerra», ma «a tutte le guerre e per sempre».[26] La pace non è semplicemente «la mancanza di ostilità»[27] o la sospensione delle ostilità nell’intervallo tra due guerre (pace negativa). «Lo stato di pace… non è affatto uno stato di natura», ma è qualcosa che «deve essere istituito» attraverso la creazione di un ordinamento giuridico e garantita da un potere superiore agli Stati (pace positiva).[28] Definendo la pace l’organizzazione politica che rende la guerra impossibile, Kant ha individuato in modo rigoroso la discriminante che separa la pace dalla guerra e ha collocato la tregua (cioè la situazione nella quale, anche se sono cessate le ostilità, permane la minaccia che esse si riaprano) sul versante della guerra. Per Kant la condizione fondamentale della pace è dunque il diritto, o meglio l’estensione del diritto a tutte le relazioni sociali, in particolare alla sfera delle relazioni internazionali.
 
7. Le fasi dell’allargamento della dimensione dello Stato democratico.
 
Questo processo di pacificazione tra comunità politiche in conflitto tra loro è nello stesso tempo un processo che consente di estendere la democrazia su spazi sempre più vasti. Il criterio adottato dagli autori del Federalist per classificare le forme del governo democratico è quello della dimensione e più precisamente quello che isola le tappe dell’allargamento di tale dimensione.
Madison distingue la democrazia dalla repubblica: «In democrazia il popolo si raduna e governa direttamente».[29] Ma altrove si precisa che nelle democrazie dell’antica Grecia, anche se l’assemblea popolare aveva poteri deliberativi, «molte delle funzioni di governo non erano esercitate direttamente dal popolo, ma da esponenti eletti dal popolo che lo rappresentavano nella funzione esecutiva».[30]
Queste democrazie conoscevano dunque delle forme di rappresentanza. Non possono, a rigore, essere definite come delle forme di democrazia diretta, ma piuttosto di democrazia assembleare. Con questa espressione si vuole sottolineare il ruolo centrale che vi assumeva l’assemblea dei cittadini, ma anche che la democrazia diretta è un mito. Essa non è mai esistita, nemmeno nelle città-stato democratiche dell’antica Grecia. Se esistesse, la democrazia diretta significherebbe soltanto che le società umane non hanno bisogno di riflessione politica e di mediazione politica, oppure, per usare il linguaggio di Rousseau, che la volontà generale può coincidere immediatamente con la somma delle volontà particolari.
La politica è una sfera dell’attività umana che non si esaurisce nella somma dei comportamenti spontanei degli individui. I comportamenti individuali devono essere coordinati e la politica, attraverso il potere, è quella specifica attività che produce norme vincolanti, che assicurano la coesione sociale. Si tratta di un’attività complessa che implica la conoscenza della realtà sociale, delle possibili soluzioni dei problemi emergenti e la ricerca della mediazione possibile tra gli interessi in conflitto.
La democrazia rappresentativa, invece, ha carattere realistico proprio perché riconosce, e istituzionalizza il momento politico dell’attività umana, elevandolo così al livello dell’esperienza razionale. In una repubblica (quella forma di governo che nel linguaggio contemporaneo è designata come democrazia rappresentativa), scriveva Madison, il popolo «si riunisce e amministra il potere attraverso i propri rappresentanti e delegati».[31] La differenza tra le due forme di governo consiste nel fatto che «una democrazia sarà… limitata a piccole località, mentre una repubblica potrà estendersi su grandi territori».[32] «Il confine naturale di una democrazia è dato da una distanza dal punto centrale, che possa permettere anche ai cittadini che risiedono più lontano di riunirsi tante volte, quante ne sono necessarie per lo svolgimento delle loro funzioni pubbliche, ed essa potrà comprendere solo il numero di cittadini che possono materialmente riunirsi per tali funzioni; così il limite naturale di una repubblica sarà dato da quella distanza dal centro che consenta ai rappresentanti di riunirsi, ogniqualvolta ciò sia necessario per l’amministrazione della cosa pubblica».[33]
La democrazia federale è anch’essa una forma di democrazia rappresentativa, ma costituisce un’innovazione istituzionale, perché duplica la rappresentanza democratica ed è una forma distinta di governo democratico. Mentre Madison considera la democrazia federale come una variante della democrazia rappresentativa, Hamilton capì per primo che la Costituzione degli Stati Uniti istituiva una nuova forma di democrazia, quella che noi oggi chiamiamo «democrazia tra gli Stati» o «democrazia internazionale». Per questa ragione Hamilton colloca, il principio federale nel processo di evoluzione delle istituzioni repubblicane.
«La scienza politica, tuttavia, come molte altre scienze, ha ulteriormente progredito. Siamo ora giunti a ben comprendere il fondamento di alcuni principi che i nostri padri ignoravano del tutto o conoscevano assai male. L’ordinata ripartizione del potere in diverse branche, l’introduzione di freni e di poteri riequilibranti nel legislativo, l’istituzione di corti composte di giudici inamovibili durante la loro buona condotta; la rappresentanza del popolo nel legislativo, tramite l’elezione di deputati da parte di esso; tutte queste cose rappresentano scoperte recenti, o hanno compiuto gran parte del loro cammino verso la perfezione, in tempi moderni. E sono tutti mezzi, e mezzi potentissimi, attraverso i quali si potrà affermare l’eccellenza del governo repubblicano e se ne potranno diminuire o evitare addirittura le imperfezioni. A questo elenco di circostanze tendenti a un miglioramento dei sistemi popolari di governo civile, io oserò aggiungerne un’altra, per nuova e strana che essa possa apparire a qualcuno, e mi baserò su un principio che ha causato una delle obiezioni alla nuova Costituzione: intendo parlare di un ALLARGAMENTO DELL’ORBITA in cui tali sistemi devono muoversi, sia in relazione alle dimensioni di un singolo Stato, sia in relazione al consolidamento di vari Stati piccoli in una grande Confederazione».[34]
Hamilton cerca di identificare le istituzioni che hanno fatto progredire l’umanità verso forme sempre più elevate di convivenza politica. E’ un elenco molto breve, che comprende la divisione dei poteri, il bicameralismo, l’indipendenza della magistratura e la rappresentanza popolare negli organi legislativi. Esso mostra come l’invenzione di nuove istituzioni sia un avvenimento raro nella storia. A questo elenco egli osa aggiungere il principio federale, «per quanto nuovo e strano possa apparire», e lo definisce come «l’allargamento dell’orbita» entro cui ruotano «i sistemi popolari di governo».
Solo con la Costituzione degli Stati Uniti comincia la storia del federalismo. Il preambolo della Costituzione degli Stati Uniti comincia così: «Noi popolo degli Stati Uniti… decretiamo e stabiliamo questa Costituzione degli Stati Uniti d’America».[35] Il significato di queste parole è chiaro. Esse segnano l’inizio di una nuova era democratica della storia delle organizzazioni internazionali. Con la Costituzione degli Stati Uniti si formò un’Unione di Stati che non aveva precedenti nella storia: i suoi organi costituzionali avevano struttura democratica e non diplomatica.
Mentre gli organi di governo delle Unioni di Stati fino allora erano formati dai rappresentanti degli Stati e le loro decisioni si applicavano agli Stati, con la Costituzione americana essi erano eletti direttamente dal popolo e le decisioni dell’Unione si applicavano direttamente ai cittadini. La Federazione è dunque una nuova forma di Stato. Essa non possiede tutte le caratteristiche che gli Stati avevano avuto fino allora: l’unificazione di tutti i poteri in un solo centro.
Le istituzioni federali consentono alla democrazia rappresentativa di esprimersi su due livelli (ma potenzialmente su più livelli) di governo. In sostanza, il sistema federale contiene la formula per applicare il principio dell’autogoverno a una pluralità di governi che coesistono all’interno di una cornice costituzionale democratica che li comprende tutti.
Questa tipologia delle forme di governo democratico (assembleare, rappresentativa e federale) è elaborata sulla base della relazione esistente tra queste tre innovazioni istituzionali e la dimensione dello Stato democratico.
Con la democrazia assembleare la dimensione dello Stato democratico non poteva essere più ampia di una città, cioè del numero di persone che potevano riunirsi in una piazza. La democrazia rappresentativa ha consentito di estendere il governo democratico su scala nazionale. La democrazia federale ha reso possibile la formazione di un governo democratico di dimensioni tali da abbracciare un’intera regione del mondo, che potenzialmente si può allargare a tutto il mondo (attraverso l’estensione del numero dei livelli di governo democratico).
Si può apprezzare la straordinaria visione storica dell’evoluzione delle forme di governo democratico che si trova nei Federalist Papers se la si paragona con il punto di vista espresso da Robert Dahl, che è considerato il più autorevole studioso contemporaneo della democrazia. Dahl condivide la scansione della storia della democrazia in tre fasi, ma sulla terza fase, che correttamente definisce come «democratizzazione delle organizzazioni internazionali», esprime questa opinione: «Le decisioni verranno prese, a mio parere, attraverso transazioni fra élites politiche e burocratiche: amministratori delegati, ministri, diplomatici, funzionari di associazioni governative o non governative, manager e così via. Anche se i processi democratici possono occasionalmente porre dei limiti esterni a questa contrattazione, definire ‘democratica’ la prassi politica dei sistemi internazionali sarebbe destituire il termine di qualsiasi significato».[36]
Dahl riconosce la necessità di estendere la democrazia sul piano internazionale e denuncia, non senza ragione, i limiti dei risultati finora raggiunti. Però il paraocchi rappresentato dal punto di vista nazionale, che considera la democrazia rappresentativa come la più elevata forma di governo, gli impedisce di apprezzare le rivoluzionarie innovazioni che sono in corso nel cantiere istituzionale dell’Unione europea. Il Parlamento europeo è il primo Parlamento soprannazionale della storia e rappresenta il primo tentativo di estendere la democrazia sul piano internazionale in una regione del mondo che ha conosciuto la tragedia del nazionalismo e delle guerre mondiali. Certo, si tratta di un tentativo incompiuto, ma Dahl non riesce a coglierne le grandiose potenzialità.
Si può presumere che chi avesse preso in esame il funzionamento del Parlamento di Westminster negli anni immediatamente successivi alla «gloriosa rivoluzione» del 1688-89 probabilmente avrebbe potuto esprimere analoghe riserve (diritto di voto limitato a un sottilissimo strato di cittadini, strapotere degli interessi costituiti della monarchia e della nobiltà e così via). In realtà quel Parlamento costituisce una pallida anticipazione della Camera dei Comuni come si è sviluppata nel XIX e nel XX secolo. Ma oggi possiamo affermare senza esitazioni che, a partire da quell’esperimento, si è formata progressivamente la nozione moderna di democrazia rappresentativa, che ha consentito di democratizzare i grandi Stati territoriali, governati dalle monarchie assolute.
Così l’Unione europea costituisce oggi il laboratorio di una nuova forma di statualità, che si ispira a un’esigenza largamente diffusa nel mondo, quella di costituzionalizzare le relazioni internazionali. Il suo significato storico può essere interpretato come l’avvio della realizzazione del disegno kantiano della «repubblica universale». Se questo è il senso dell’unificazione europea, essa si configura come una tappa nella storia dell’evoluzione delle forme di governo, come l’avvio dell’era del federalismo, cioè di nuove forme di statualità, basate sulla solidarietà tra le nazioni e sulla democrazia internazionale.
 
8. La crisi del paradigma del realismo politico.
 
Gli effetti congiunti della globalizzazione e dell’erosione della sovranità statale hanno indotto molti studiosi di relazioni internazionali a denunciare la crisi del paradigma del realismo politico.[37] Quest’ultimo è stato codificato con la pace di Westfalia (1648) e con la formazione del sistema europeo delle potenze ed è stato soppiantato nel 1945, dopo la fine della seconda guerra mondiale, dal sistema mondiale composto da due superpotenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, di dimensioni macroregionali. La teoria realistica della politica poggia su due postulati: la subordinazione della società civile allo Stato e la centralità dello Stato sovrano nelle relazioni internazionali. La globalizzazione ha spezzato entrambe le colonne sulle quali si regge l’edificio della scienza politica tradizionale.[38]
L’aspetto più discutibile del realismo politico consiste nell’ipotesi che la natura della politica non possa cambiare. Ha scritto Waltz in proposito: «La trama della politica internazionale resta assai costante, con modelli ricorrenti ed eventi che si ripetono senza fine… Il perdurante carattere anarchico della politica internazionale spiega la sorprendente uguaglianza della qualità della vita internazionale attraverso i millenni».[39] In realtà i concetti di Stato, potere, interesse nazionale, sicurezza hanno carattere storico e la globalizzazione può essere interpretata come il processo che alimenta la tendenza al superamento della divisione del mondo in Stati sovrani e a costituzionalizzare le relazioni internazionali. Se questa è la tendenza di fondo della storia contemporanea, se ne può dedurre che stanno cadendo i presupposti sui quali si basa la scienza normale della politica: la separazione della politica interna dalla politica internazionale.
L’approccio stato-centrico impedisce di considerare le relazioni reciproche tra politica interna e politica internazionale e di studiare la politica nella sua unità. Esso rappresenta il punto di vista adeguato allo studio delle politica in una determinata fase della storia: quella del sistema di Westfalia. Oggi esso è diventato un ostacolo al progresso della conoscenza, perché impedisce di comprendere il cambiamento che sta avvenendo nella vita politica: il superamento della separazione tra politica interna e politica internazionale. Nello stesso tempo è un ostacolo al governo della globalizzazione, perché non mette in discussione il dogma della sovranità degli Stati e quindi non consente di progettare forme di unità tra gli Stati che vadano al di là della cooperazione internazionale.
Chi dalla crisi dello Stato sovrano traesse la conclusione che il problema della sovranità sia superato e che ci si debba sbarazzare di questo concetto commetterebbe un tragico errore. Significherebbe rinunciare ad alcune delle più importanti conquiste di cui siamo debitori allo Stato moderno. Il monopolio della forza è la garanzia della pace e di una legge certa all’interno dei confini dello Stato. Esso deve essere trasferito alle Nazioni Unite. Ciò significa che il monopolio del potere di coercizione deve essere esercitato dalle Nazioni Unite in nome e per conto di tutti i popoli del mondo e di tutti gli abitanti della terra. E’ da ricordare che lo Statuto dell’ONU rivendica il potere di assicurare la pace mondiale. Ma lo fa senza successo, perché l’ONU è sprovvista dei poteri necessari a perseguire il fine per il quale fu istituita.
E’ frequente l’osservazione che lo Stato nazionale, che attribuisce il potere di decisione a un unico centro, è troppo piccolo per i grandi problemi e troppo grande per i piccoli problemi. Ha osservato Mortimer Adler in un importante libro sulla pace e la guerra, scritto mentre si stava progettando l’ONU, che lo Stato nazionale non è l’ultima (last) forma di organizzazione politica, ma solo la più recente (latest).[40] Abbiamo visto che l’allargamento della dimensione dello Stato è un processo di pacificazione tra comunità umane sempre più ampie e che la tappe fondamentali di questo processo sono la città, lo Stato nazionale, la Federazione. In altre parole, lo Stato è una forma di ordinamento politico che non è sempre esistita. Per di più il processo che porterà al suo superamento è già cominciato.
Gli antichi ignoravano la nozione di Stato. Essi chiamavano politeia (i greci) o civitas (i romani) le istituzioni politiche che li governavano. Sono gli studiosi moderni che hanno introdotto l’espressione città-Stato e hanno esteso il concetto di Stato a epoche precedenti a quella della sua formazione (XVI secolo). Analogamente l’espressione Stato federale rappresenta il tentativo di estendere la nozione di Stato all’epoca della crisi e del superamento dello Stato nazionale. In realtà, la Federazione è nello stesso tempo una nuova forma di Stato e una nuova forma di organizzazione internazionale. Essa è dotata di alcuni requisiti della statualità, ma non di tutti, per esempio la concentrazione delle competenze nel governo centrale. La novità del federalismo consiste nel tentativo di superare la divisione in Stati sovrani delle grandi regioni del mondo e, in ultima istanza, del mondo intero. L’obiettivo ultimo è l’abolizione della guerra. Mentre gli Stati Uniti appartengono all’epoca degli Stati nazionali (quando furono istituiti la divisione del mondo in Stati sovrani si presentava come una realtà insuperabile), l’UE è nata con il proposito di rinunciare alla politica di potenza e di costruire la pace. La pacificazione dell’Europa è intesa come un gradino sulla via della pacificazione del mondo.
Ridistribuire il potere verso nuovi livelli di governo, da organizzare sul piano internazionale o infranazionale, costituisce un imperativo ineludibile se si vuole migliorare l’efficienza delle istituzioni politiche, ma anche restituire alla democrazia il potere di decidere sulle questioni determinanti per il futuro dei popoli. Il modello federale, che articola la sovranità su più livelli di governo, da quello locale a quello globale, sembra il più adeguato a guidare la riorganizzazione dello Stato nell’epoca della globalizzazione. La sovranità che gli Stati, travolti dal processo di globalizzazione, stanno perdendo deve diventare mondiale, ma nello stesso tempo deve articolarsi su più livelli di governo «coordinati e indipendenti» (Wheare[41]), dalla comunità locale alle Nazioni Unite. Il punto di arrivo del processo di costruzione della pace non sarà uno Stato mondiale (che, come ha osservato Jaspers,[42] sarebbe un impero), ma una Federazione di Federazioni di grandi regioni del mondo, le quali saranno Federazioni di Stati, questi ultimi a loro volta saranno Federazioni di regioni e così via. Questa articolazione della sovranità su più livelli di governo permette di evitare la concentrazione del potere in un unico organo costituzionale e di contrastare degenerazioni autoritarie.
Va sottolineato che il governo mondiale sarà espressione di una nuova forma di statualità, perché privo di politica estera. Non sarà quindi necessario conferirgli gli strumenti che tradizionalmente hanno consentito agli Stati di affermarsi sul piano internazionale con la politica di potenza. E’ da sottolineare che nel corso della storia il più potente impulso all’accentramento del potere, alla tirannide e al dispotismo è scaturito dalla presenza di una minaccia esterna. Le tendenze autoritarie maturano infatti in un clima di tensione internazionale e di preparazione alla guerra, che scomparirebbe con l’istituzione del governo mondiale.
In definitiva, la globalizzazione è un processo storico contraddittorio che, considerato sotto il profilo dell’evoluzione del modo di produrre, coincide con la direzione di marcia della storia. E’ un processo che deve essere governato dalla politica, la quale può sottoporlo alla programmazione umana, indirizzandolo verso la costruzione di nuove e più elevate forme di convivenza politica.
 
9. I limiti dell’internazionalismo democratico.
 
Uno dei settori di ricerca che i politologi prediligono è quello della democrazia e dei processi di democratizzazione. Se prendiamo in considerazione una delle opere più autorevoli in materia, La terza ondata di Samuel Huntington,[43] da essa risulta che la storia della democrazia rappresentativa può essere interpretata come la successione di tre cicli di espansione seguiti da fasi di riflusso e come un processo di lungo periodo caratterizzato dall’estensione dell’area geografica coperta dai regimi democratici.La terza ondata, cominciata nel 1974 con l’affermazione della democrazia in Portogallo, non si è ancora esaurita, o meglio non ha ancora conosciuto, dopo oltre trent’anni, una fase di riflusso. Secondo il rapporto di quest’anno della Freedom House, nel mondo ci sono 121 democrazie elettorali (nelle quali si svolgono libere elezioni) e 90 di queste sono democrazie liberali (nelle quali sono acquisiti i principi dello Stato di diritto).[44] Dunque una maggioranza di Stati (circa il 60%) è composto da democrazie.
Francis Fukuyama,[45] partendo da questi stessi dati empirici, ha elaborato una filosofia della storia che afferma che, con la caduta dei regimi comunisti e con la fine della guerra fredda, la democrazia ha vinto, anche se non si è ancora affermata in una parte notevole dei paesi in via di sviluppo. Il trionfo della democrazia in tutto il mondo sarebbe storicamente acquisito e coinciderebbe con l’inizio di un’era di pace (fine della storia). E’ noto che Huntington[46] ha contrapposto a questo punto di vista quello dello «scontro delle civiltà», che esclude la prospettiva di una civiltà universale, che sarebbe «un concetto tipico della civiltà occidentale».
Non è qui possibile affrontare le complesse implicazioni del rapporto democrazia-pace. Mi limiterò a prendere in esame gli aspetti essenziali della teoria della pace nel pensiero democratico (internazionalismo democratico). Il pensiero democratico imputa le guerre al carattere autoritario dei governi. La pace è considerata come la conseguenza automatica dell’instaurazione della sovranità popolare. Thomas Paine, riferendosi alla Rivoluzione francese, scrisse a questo proposito: «La sovranità stessa è ristabilita al suo posto naturale, la Nazione. Se ciò avvenisse dappertutto in Europa, la causa delle guerre sarebbe rimossa».[47] Quando i teorici del movimento democratico hanno pensato all’avvenire delle relazioni internazionali, hanno immaginato che i popoli, divenuti padroni del loro destino grazie alla liberazione dal dominio monarchico e aristocratico, non avrebbero più avuto motivi di conflitto. Essi spiegano la politica internazionale con le stesse categorie con le quali spiegano la politica interna, imputano le tensioni internazionali e le guerre esclusivamente alla natura della struttura interna degli Stati, e considerano la pace come una conseguenza automatica e necessaria della trasformazione di quella struttura.
L’internazionalismo democratico è dunque una concezione politica che, dal punto di vista teorico, non attribuisce alcuna autonomia al sistema politico internazionale rispetto alla struttura interna dei singoli Stati e alla politica estera rispetto alla politica interna, e dal punto di vista pratico considera prioritaria la lotta per la trasformazione democratica dei singoli Stati e assegna un ruolo subordinato agli obiettivi della pace e dell’ordine internazionale.
La teoria contemporanea della «pace democratica», di cui Doyle[48] e Russet[49]sono gli esponenti più noti, appartiene allo stesso filone di pensiero. Essa si fonda sulla pretesa di un’evidenza empirica (le democrazie non si fanno la guerra) e da essa trae la conseguenza che l’estensione della democrazia a tutti gli Stati del pianeta rappresenti la via che porta alla pace.
E’ vero che le democrazie generalmente non ricorrono alla guerra per risolvere le controversie che le dividono. Si è obiettato che ci sono eccezioni a questa regola, per esempio la guerra tra Gran Bretagna e Stati Uniti del 1812 o la recente guerra della NATO contro la Serbia. Ma le eccezioni, come si usa dire, confermano la regola.
La spiegazione del comportamento tendenzialmente pacifico delle democrazie risiede nella loro struttura istituzionale. Le istituzioni democratiche rappresentano infatti un limite al ricorso alla violenza nelle relazioni internazionali, che non esiste negli Stati dove il potere è concentrato in un solo organo costituzionale (monarchie assolute, dittature di destra o di sinistra ecc.).
Gli studiosi della democrazia hanno in definitiva privilegiato la prospettiva stato-centrica e hanno focalizzato l’attenzione sull’espansione della democrazia a livello nazionale. Così hanno trascurato l’influenza che le relazioni internazionali esercitano sulla struttura e sulla politica interna degli Stati e non hanno tenuto conto che la ricerca della sicurezza spesso spinge i governi a sacrificare la democrazia. Come ha affermato James Madison durante la Convenzione di Filadelfia, «I mezzi di difesa contro un pericolo esterno sono sempre stati gli strumenti della tirannide in patria».[50]
Questa legge della politica spiega non solo l’erosione delle istituzioni democratiche negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, ma anche il crollo delle istituzioni democratiche in Italia, Germania e Spagna tra le due guerre mondiali e più in generale la degenerazione autoritaria dei regimi democratici causata dalla pressione politica e militare che questi ultimi hanno subito sui loro confini. La lezione che si può trarre da questa esperienza storica è che la pace, o almeno la distensione internazionale, rappresenta il principale pre-requisito della democrazia.
Questa conclusione ci riporta al saggio immortale di Kant sulla pace, dove egli asserisce che la democrazia a livello nazionale è una condizione necessaria (primo articolo definitivo[51]), ma non sufficiente, della pace universale, perché una Costituzione repubblicana crea le condizioni per la convivenza pacifica tra cittadini liberi e uguali all’interno dei singoli Stati, ma non tra gli Stati. Una repubblica federale mondiale è necessaria (secondo articolo definitivo[52]) per fare uscire gli Stati dallo stato di natura e assoggettare le relazioni internazionali a leggi pubbliche coattive. La democrazia, se realizzata sul solo piano nazionale, resta incompiuta. La sua piena realizzazione esige che la si estenda alle relazioni tra gli Stati.
La divisione del mondo in Stati, l’anarchia internazionale, le relazioni gerarchiche tra gli Stati, la guerra, il terrorismo internazionale, l’emergere di potenti attori non statali che agiscono sul piano internazionale, come le imprese e la banche multinazionali, sono fenomeni internazionali che incidono sulla politica interna, sulla struttura degli Stati e in definitiva sull’evoluzione delle istituzioni democratiche. La ricerca della sicurezza per contrastare la guerra e il terrorismo, la ricerca dell’indipendenza politica ed economica sono fatti che hanno indiscutibilmente un’incidenza sulla politica interna.
D’altra parte, bisogna considerare che anche tra le democrazie si sviluppano conflitti di interesse, come mostrano, per esempio, le divisioni tra gli Stati membri dell’Unione europea e tra questi ultimi e gli Stati Uniti, come è avvenuto per esempio in occasione della guerra contro l’Iraq nel 2003. Non esiste una naturale armonia degl’interessi tra le democrazie. Come negli affari interni è compito dello Stato creare l’armonia, così nelle relazioni tra gli Stati le organizzazioni internazionali possono svolgere un ruolo analogo o almeno facilitare la soluzione dei conflitti.
Le organizzazioni internazionali rappresentano un gradino nella scala che porta alla pace. Poiché le decisioni possono essere paralizzate dal diritto di veto, le organizzazioni internazionali soffrono di un duplice limite: sono inefficienti e non hanno carattere democratico. Le istituzioni federali hanno una struttura che permette di superare quei due limiti, perché creano un governo democratico al di sopra degli Stati che decide a maggioranza.
 
10. L’Unione Europea al di là dell’internazionalismo.
 
Il processo di unificazione europea, promovendo la creazione del primo Parlamento sopranazionale della storia eletto a suffragio universale, ha compiuto un passo verso l’affermazione della prima forma di democrazia internazionale.
Anche se non è ancora dotato della pienezza dei poteri legislativi, il Parlamento europeo è l’embrione di un potere democratico sovranazionale, destinato a sottoporre al controllo popolare quel settore della vita politica (le relazioni internazionali) che appartiene ancora allo stato di natura ed è abbandonato allo scontro diplomatico e militare tra gli Stati. Se paragoniamo due date — il 1939, quando cominciò la seconda guerra mondiale, e il 1979, quando tutti i popoli dell’Europa si sono recati alle urne per eleggere per la prima volta il Parlamento europeo —, avvertiamo quale svolta sia avvenuta nel corso della storia europea. Nel 1939 la soluzione dei problemi dell’Europa fu affidata alla violenza e alla sopraffazione. Nel 1979 si è imboccata la via pacifica del voto.
Il significato storico della trasformazione democratica dell’Unione Europea sta nella riappropriazione da parte del popolo del controllo dell’economia e della sicurezza, cioè dei problemi di fondo che hanno assunto dimensioni internazionali. La democrazia, fermandosi ai confini nazionali, è entrata in decadenza. Ha perso il contatto con i grandi problemi. Si è ridotta a governare aspetti secondari della vita politica. Il popolo è stato escluso dal controllo delle questioni determinanti per il suo avvenire. Per questi motivi, la democrazia deve assumere dimensioni internazionali.
L’influenza internazionale che l’Unione europea può esercitare con i poteri e le competenze di cui è dotata è la forza di attrazione, la spinta integrativa che suscita nei suoi vicini. A differenza dei tentativi fallimentari intrapresi dagli Stati Uniti di esportare la democrazia con la guerra (come mostrano gli esempi dell’Afghanistan e dell’Iraq), l’Unione europea, condizionando a precisi criteri economici e istituzionali (i cosiddetti criteri di Copenhagen) la condivisione con i vicini dei benefici del grande mercato senza frontiere, della comunità di diritto e delle proprie istituzioni democratiche, ha ottenuto cambiamenti di grande rilievo in paesi che avevano regimi fascisti (Spagna, Portogallo e Grecia) o comunisti (i paesi dell’Europa centro-orientale). Solo quando questi paesi hanno cambiato il regime sono stati ammessi a fare parte dell’Unione europea. Sotto questo profilo è significativo il caso della Turchia, la quale, per entrare nell’Unione europea, ha accelerato la riforma del sistema giudiziario e dei poteri politici dell’esercito, ha abolito la pena di morte, ha adottato leggi che tutelano le minoranze etniche e linguistiche, ecc. In definitiva, l’allargamento si è dimostrato la più efficace politica estera dell’Unione europea.
Non bisogna però ignorare il risvolto negativo della insufficiente coesione politica finora raggiunta dall’Unione europea. Anche se la pace sembra sia diventata una conquista irreversibile all’interno dell’UE, quest’ultima non possiede ancora i mezzi per estendere al di là dei propri confini il processo di pacificazione che ha interessato i propri Stati membri. L’allargamento senza rafforzamento può aprire un processo di diluizione dell’unità europea nel corso della quale le istituzioni dell’Unione rischierebbero di perdere la loro consistenza politica. Ma c’è di più. La Comunità europea ha svolto un ruolo negativo nei confronti dei Paesi confinanti dell’Europa centro-orientale e dei Balcani. La forza di attrazione che ha esercitato su questi Paesi, non potendosi concretizzare in un rapido allargamento, non ha frenato il rinascente nazionalismo che ha disgregato la Jugoslavia e ha dato un contribuito inadeguato a consolidare le nuove democrazie. Anzi, per certi aspetti, ha addirittura fomentato il nazionalismo. In particolare, in assenza di una politica estera unica dell’Unione europea, la Germania, l’Austria e la Santa Sede hanno incoraggiato le iniziative secessionistiche della Slovenia, della Croazia, facendo balenare la prospettiva che l’acquisizione dell’indipendenza avrebbe avvicinato l’ingresso nell’UE. L’appoggio che gli europei hanno dato alla secessione del Kosovo dalla Serbia rappresenta un altro significativo cedimento al nazionalismo etnico e un tradimento del principio federativo, che, conciliando l’unità con la diversità, ha permesso di pacificare le nazioni che si sono combattute nelle guerre mondiali. L’UE non ha ancora portato a conclusione la propria evoluzione istituzionale in senso federale. Sul piano internazionale viene percepita più come un mercato che come il modello di una comunità multinazionale. Non può quindi dispiegare pienamente la forza di attrazione nei confronti degli Stati confinanti che avrebbe se fosse una Federazione.
Inoltre, la politica estera e di sicurezza comune, dovendo perlopiù sottostare alla regola dell’unanimità, non consente ancora all’UE di esprimersi con una sola voce e di esercitare con efficacia la propria influenza internazionale, con la conseguenza che ciascuno Stato persegue una propria linea politica.
 
11. La democrazia internazionale.
 
Le istituzioni e le procedure democratiche si fermano ai confini nazionali. E’ questo il limite più vistoso della democrazia nel mondo contemporaneo. L’analisi delle strutture delle organizzazioni internazionali mostra che queste sono macchine diplomatiche entro le quali i governi perseguono la cooperazione. Ma recentemente alcune di esse si sono dotate di strutture parlamentari, che rappresentano la risposta dei parlamenti nazionali al processo di globalizzazione e all’erosione del loro potere. Il che esprime la tendenza a spostare il controllo parlamentare nei confronti dei governi a livello internazionale. Queste assemblee parlamentari internazionali (per esempio, le Assemblee parlamentari della NATO, del Consiglio d’Europa, dell’OSCE o l’Assemblea paritetica della Convenzione di Cotonou) sono composte da parlamentari nazionali. Fa eccezione il Parlamento europeo, che è eletto direttamente ed è dotato di determinati poteri legislativi e di controllo. Esso è il laboratorio della democrazia internazionale.
L’esigenza della democrazia internazionale non è un problema soltanto europeo. Malgrado la sua travolgente avanzata nel secolo scorso a seguito della caduta dei regimi fascisti e comunisti, la democrazia mostra preoccupanti segni di debolezza. Il processo di globalizzazione, moltiplicando i problemi che possono avere solo una soluzione a livello mondiale, mette in crisi la democrazia. La più acuta contraddizione del nostro tempo sta nel fatto che i problemi dai quali dipende il destino dei popoli, come quelli della sicurezza, del controllo dell’economia o della protezione dell’ambiente, hanno assunto dimensioni internazionali, mentre la democrazia si ferma ai confini degli Stati. Di conseguenza, le istituzioni democratiche, perso il controllo delle decisioni strategiche, si limitano a governare aspetti secondari della vita politica. Così i popoli sono esclusi dal controllo dei problemi che determinano il loro futuro. In sostanza dobbiamo far fronte a problemi di dimensioni globali dai quali dipende il nostro destino, mentre il mondo resta diviso in Stati indipendenti e sovrani che non riconoscono un governo superiore. La conseguenza di questa situazione è che il governo del mondo appartiene alle grandi potenze (che operano isolatamente o in centri di decisione mondiali, come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il G20 o il FMI) e alle concentrazioni finanziarie e produttive multinazionali e di altri attori non statali, che includono organizzazioni criminali e terroristiche internazionali. In definitiva, bisogna democratizzare la globalizzazione prima che la globalizzazione distrugga la democrazia.
Il principio dell’uguaglianza degli Stati, enunciata nell’articolo 2 dello Statuto dell’ONU, è destinato a rimanere un concetto vuoto finché l’enorme disparità tra gli Stati non sarà colmata. Questa disparità è istituzionalizzata nella struttura del Consiglio di Sicurezza e soprattutto nel principio del diritto di veto, che è l’eredità di un’epoca — quella delle guerre mondiali e della guerra fredda — nella quale gli Stati e le gerarchie di potere tra gli Stati rappresentavano ancora i pilastri dell’ordine internazionale. Oggi il veto è diventato anacronistico. Esso esprime un principio contraddittorio con il processo di democratizzazione che è in corso nel mondo a partire dagli anni Settanta del secolo scorso.
Sarà possibile superare il veto solo se il mondo progredirà sulla via del consolidamento di raggruppamenti regionali di Stati. E si noti che questa prospettiva non si presenta soltanto come un’alternativa alle gerarchie di potere determinate dalla differenza tra Stati di diverse dimensioni, ma anche alla frammentazione del mondo in una grande quantità di piccoli Stati subordinati a Stati di grandi dimensioni. In realtà, la disparità di dimensione e di potere tra gli Stati membri rappresenta il più grave difetto della struttura attuale delle Nazioni Unite. Il costante aumento del numero di Stati membri (sono quasi quadruplicati rispetto al 1945) mostra che nel mondo è in atto un processo che porta alla frammentazione e all’anarchia. Questa tendenza è contrastata dai processi di aggregazione, di cui l’unificazione europea rappresenta l’esempio più significativo. E’ necessario che si formino raggruppamenti regionali nell’Assemblea Generale ed accrescano la loro coesione, di modo che progressivamente possano esprimersi nel Consiglio di Sicurezza.
L’UE, precisamente perché rappresenta la punta più avanzata nei processi di unificazione regionale in corso nel mondo, può dare l’avvio alla trasformazione del Consiglio di Sicurezza nel Consiglio delle grandi regioni del mondo. Le organizzazioni regionali rappresentano infatti il veicolo per colmare la frattura tra l’onnipotenza delle grandi potenze e l’irrilevanza dei piccoli Stati. Entrando a fare parte del Consiglio di Sicurezza, l’UE diventerà per il resto del mondo il modello della pacificazione tra Stati nazionali e il veicolo per trasmettere agli altri continenti, che sono ancora divisi in Stati sovrani, l’impulso all’unificazione federale.
L’obiettivo più rivoluzionario del nostro tempo è la democratizzazione dell’ONU, che consentirebbe di sottrarre il governo del mondo al controllo delle grandi potenze (che operano isolatamente o in centri di decisione mondiali, come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il G8 o il FMI) e alle concentrazioni finanziarie e produttive multinazionali e di metterlo nelle mani di tutti i popoli della terra. Si tratta di un obiettivo di lungo periodo, che può essere raggiunto gradualmente. Ma va indicato sin d’ora, per conoscere la direzione del cammino che porta al governo democratico del mondo.
Dopo la recente straordinaria avanzata della democrazia in America latina, nella maggior parte dell’ex mondo comunista e in Asia, la democratizzazione dell’ONU non appare più come un lontano fine ultimo. Infatti, nell’Assemblea generale dell’ONU, per la prima volta nella storia, c’è una maggioranza di Stati democratici. Persino in Cina, dove si sono avviate riforme economiche e sociali, il pluralismo si afferma irresistibilmente — malgrado la mancanza di libertà di espressione e i limiti posti dal partito unico alle libertà pubbliche — e costituisce il presupposto di una progressiva transizione alla democrazia.
Secondo quanto afferma Kant nel trattato Per la pace perpetua, la prima condizione necessaria per poter creare la Federazione mondiale è che gli Stati membri abbiano un governo repubblicano. In altri termini, se manca la democrazia all’interno dei singoli Stati, manca una delle condizioni essenziali per poter realizzare la democrazia a livello internazionale. L’elezione di un Parlamento mondiale, presuppone che si possano svolgere libere elezioni a livello nazionale.
Tuttavia, il fatto che il processo di democratizzazione in alcuni Stati nel mondo non sia stato completato non rappresenta un ostacolo all’avvio del processo di democratizzazione dell’ONU. Anche se, secondo una logica astratta, la democratizzazione dei vari Stati deve precedere la de-mocratizzazione dell’ONU, nella storia questi processi si sovrappongono. I sei paesi dell’Europea Occidentale che hanno fondato la Comunità Europea non hanno aspettato che fosse compiutamente realizzata la democrazia in tutti gli Stati d’Europa per avviare il processo di democratizzazione della Comunità. Il completamento dell’unificazione europea e la trasformazione democratica delle sue istituzioni sono diventati oggi possibili perché cinquant’anni fa un piccolo gruppo di Stati ha dato inizio al processo di costruzione dell’unità europea. Analogamente, un’avanguardia di paesi democratici potrebbe prendere l’iniziativa di costituire il primo nucleo di un’Assemblea parlamentare mondiale aperta a tutti gli Stati democratici che vorranno aderirvi.[53]
Per quanto riguarda la composizione del Parlamento mondiale, esso dovrebbe conciliare le esigenze di rappresentatività della popolazione mondiale con dimensioni non tanto ampie da pregiudicarne il buon funzionamento. In un Parlamento di 1.000 deputati, che sarebbe poco più numeroso dell’attuale Parlamento europeo, ogni parlamentare rappresenterebbe circa sei milioni di cittadini. Poiché molti Stati hanno meno di sei milioni di abitanti, si dovranno costituire, dove necessario, collegi elettorali che includano cittadini di due o più Stati. Ma l’innovazione più profonda che porterà con sé l’istituzione del Parlamento mondiale sarà la rinuncia dell’Occidente alla pretesa (che finora è stata considerata come un fatto naturale) di governare il mondo a proprio vantaggio. Questa sarà la conseguenza inevitabile dell’attribuzione di un voto a ogni elettore: che negli affari mondiali i cittadini indiani peseranno più del doppio di quelli dell’Unione europea e quasi il quadruplo di quelli degli Stati Uniti. Quindi gli europei e gli americani dovranno riconoscere la possibilità di essere messi in minoranza da un miliardo di indiani e da oltre un miliardo di cinesi.
La creazione di un’Assemblea parlamentare delle Nazioni Unite[54] può essere considerata come il primo passo sulla via della democratizzazione dell’ONU. Tale assemblea può evolvere, secondo il modello del Parlamento europeo, il quale all’inizio (1952) era un’Assemblea parlamentare composta dai rappresentanti dei Parlamenti nazionali, poi è stato eletto a suffragio universale (1979), infine ha sviluppato i propri poteri di codecisione legislativa e di controllo nei confronti della Commissione fino a diventare un Parlamento dotato di tutte le prerogative costituzionali, obiettivo che non è ancora pienamente acquisito. L’Assemblea paritetica della Convenzione di Cotonou e l’Assemblea parlamentare dell’OSCE, che riuniscono rappresentanti di Parlamenti di diversi continenti, mostrano che non ci sono ostacoli alla creazione di un analogo organismo in seno all’ONU.


[1] E. Hobsbawn, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995, p. 28.
[2] Ibid., p. 645.
[3] F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992; K. Omahe, La fine dello Stato-nazione, Milano, Baldini & Castoldi, 1996; J.-M. Guéhenno, La fine della democrazia, Milano, Garzanti, 1994; M. Drancourt, La fin du travail, Paris, Hachette, 1984; J. Rifkin, La fine del lavoro, Milano, Baldini & Castoldi, 1995; N. Harris, The End of the Third World, Harmondworth, Penguin, 1987.
[4] A. Touraine, La società post-industriale, Bologna, Il Mulino, 1969; D. Bell, The Coming of Post-Industrial Society: A Venture in Social Forecasting, New York, Basic Books, 1973; J. Rosenau, M. Durfee, Thinking Theory Thoroughly, Boulder, Westview Press, 1995.
[5] A. Sen, Globalizzazione e libertà, Milano, Mondadori, 2002; S. Amin, Il capitalismo nell’era della globalizzazione, Trieste, Asterios, 1997; I. Wallerstein, Il sistema mondiale dell’economia moderna, Bologna, Il Mulino, 1978.
[6] M. Castells, La nascita della società in rete, Milano, Università Bocconi, 2002; A. Toffler, La terza ondata, Milano, Sperling & Kupfer, 1987.
[7] T. Todorov, La conquista dell’America, Torino Einaudi, 1984, p. 8.
[8] C. Cipolla, Velieri e cannoni d’Europa sui mari del mondo, Torino, UTET, 1971.
[9] Tra le eccezioni ricordo M. Albertini, «Il corso della storia», Il Federalista, XLV, 2003, n. 2 e G. Montani, Il federalismo, l’Europa e il mondo, Manduria-Bari-Roma, 1999, cap. 2.
[10] M. Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Torino, Einaudi, 1958, p. 81.
[11] K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 4.
[12] F. Braudel, La dinamica del capitalismo, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 26.
[13] B. Croce, Materialismo storico ed economia marxista, Bari, Laterza, 1918, p. 85.
[14] M. Weber, Sociologia della religione, Milano, Comunità, 1982, 2 voll.
[15] Z. Brzezinski, Between Two Ages: America’s Role in the Technetronic Era, New York, Viking Press, 1970.
[16] J. Dumazedier, Vers une civilization du loisir?, Paris, Seuil, 1962.
[17] R. Richta, Civiltà al bivio, Milano, Angeli, 1969. L’espressione «rivoluzione scientifica e tecnologica» è stata coniata da J.D. Bernal, Science and History, London, Watts, 1958.
[18] U. Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2000.
[19] N. Negroponte, Essere digitali, Milano, Sperling and Kupfer, 1995.
[20] S. Nora, A. Minc, L’informatisation de la société, Paris, Seuil, 1978.
[21] A. Giddens, Le conseguenze della modernità: fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 81.
[22] K. Marx, Il capitale, Roma, Editori Riuniti, 1967, vol. I, p. 32.
[23] G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Firenze, La Nuova Italia, 1973, vol. I, p. 13.
[24] K. Marx, Per la critica dell’economia politica, op. cit., p. 5.
[25] I. Kant, «Per la pace perpetua», in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, Torino. UTET, 1965.
[26] Ibid., p. 299.
[27] Ibid., p. 291.
[28] Ibid.
[29] A. Hamilton, J. Jay, J. Madison, Il Federalista, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 215.
[30] Ibid., p. 532.
[31] Ibid., p. 215.
[32] Ibid.
[33] Ibid., p. 216.
[34] Ibid., p. 184.
[35] Ibid., p. 725.
[36] R. Dahl, Sulla democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2000, p. 125.
[37] Si veda per tutti G. Modelski, Principles of World Politics, New York, The Free Press, 1972.
[38] Cfr. L. Levi, Crisi dello Stato e governo del mondo, Torino, Giappichelli, 2005.
[39] K.N. Waltz, Teoria della politica internazionale, Bologna, Il Mulino, 1987, p. 143.
[40] M. Adler, How to Think about War and Peace, New York, Simon and Schuster, 1944, p. 205.
[41] K.C. Wheare, Del governo federale, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 50.
[42] K. Jaspers, The Origin and Goal of History, London, Routledge & Kegan Paul, 1953, pp. 197-98.
[43] S.P. Huntington, La terza ondata, Bologna, Il Mulino, 1995.
[44] Freedom in the World 2009, New York, 2009, www.freedomhouse.org.
[45] F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992.
[46] S.P Huntington, Lo scontro delle civiltà, Milano, Garzanti, 1997.
[47] T. Paine, The Rights of Man, in M.D. Conway (ed.), The Writings of Thomas Paine, New York-London,G.P. Putnam’s Sons, 1894-1896, vol. 2, p. 387.
[48] M.W. Doyle, «Kant, Liberal Legacies and Foreign Affairs», Philosophy and Foreign Affairs, XII, 1983, n. 3, pp. 205-235 e n. 4, pp. 323-353.
[49] B.M. Russet et al., Grasping the Democratic Peace, Princeton, Princeton University Press, 1993.
[50] M. Farrand, Records of the Federal Convention of 1787, New Haven, Yale University Press, 1971, vol. I, p. 465. La citazione è tratta dal discorso pronunciato il 29 giugno 1787.
[51] I. Kant, op. cit., pp. 292-297.
[52] Ibid., pp. 297-301.
[53] R. Falk, A. Strauss, «Toward Global Parliament», Foreign Affairs, LXXX, 2001, n.1, pp.212-220.
[54] Center for UN Reform Education, A Reader on Second Assembly and Parliamentary Proposals, Wayne, NJ, 2003.

 

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