Anno XXXIV, 1992, Numero 1 - Pagina 11

 

 

L’economia mondo e l’integrazione economica internazionale all’inizio degli anni Novanta

 

FRANCO PRAUSSELLO

 

 

1. Considerazioni introduttive.

 

L’innovazione, l’apertura dei mercati e l’integrazione economica internazionale sono legati da forti vincoli di interdipendenza e si sostengono a vicenda. La rottura dell’economia di routine, la comparsa dell’innovazione schumpeteriana, che fornisce sempre nuovo alimento al processo di sviluppo, vengono rese più agevoli e sollecitate dalla presenza del mercato internazionale, in cui le economie di scala prodotte dall’investimento nei processi produttivi moderni possono essere pienamente sfruttate, rendendolo possibile. Inoltre, gli incentivi e i benefici dell’innovazione vengono potenziati in presenza dell’integrazione economica internazionale, nel senso che un’economia mondiale integrata genererà un numero di innovazioni, e una resa di queste, maggiori di quanto non possano fare in proporzione i singoli paesi.[1]

Da tempo il quadro del mutamento tecnologico non è più fornito dal mercato nazionale e dai processi che ad esso fanno capo, ma dal sistema economico mondiale come un tutto, ovvero da ciò che è opportuno definire come l’economia mondo. Nel suo ambito i mercati interni dei singoli paesi continuano a svolgere una funzione importante ai fini della nascita delle innovazioni, ma hanno ormai perso il molo di motore fondamentale dei processi di produzione moderni, che in misura crescente vengono viceversa ideati e condotti con riferimento al mercato mondiale.

E’ in questa sfera più ampia, d’altro canto, che si manifestano sia i processi di inseguimento tecnologico fra paesi innovatori e paesi imitatori, sia i processi di decentramento produttivo fra i diversi gruppi di paesi; fenomeni che stanno alla base e accompagnano le modificazioni delle tecnologie, le quali investono apparati produttivi e società, alimentando la crescita delle economie moderne.

La costituzione dell’economia mondo va di pari passo con l’aumento dell’interdipendenza e con l’emergere di forme di integrazione fra paesi, a livello globale e a livello regionale.

La nostra indagine si propone di tratteggiare le principali caratteristiche dell’internazionalizzazione dei processi produttivi nel corso del decennio da poco concluso, con riguardo specifico sia al quadro globale, sia all’esperienza di integrazione in sede CE, e in ambito europeo in senso lato. L’analisi abbraccia in tal modo, da una parte i caratteri dell’economia mondo e le azioni dei suoi protagonisti, gli Stati e le imprese multinazionali, a dall’altra le prospettive dell’integrazione in Europa, alla vigilia del 1993 e dopo gli avvenimenti occorsi nell’Est europeo nel 1989.

 

2. Il processo: la formazione dell’economia mondo e l’integrazione economica internazionale.

 

Lungo l’intero arco degli anni Ottanta la tendenza dei processi produttivi moderni a superare il quadro di riferimento costituito dai mercati nazionali si rafforza e registra avanzamenti importanti. Alla fine del decennio il movimento di fondo che spinge le economie dei singoli paesi ad inserirsi in modo organico nel sistema dell’economia mondo, dando vita nelle singole aree a forme più avanzate di interdipendenza nell’ambito di esperienze di integrazione economica regionale, matura due frutti di prima grandezza: il possibile, imminente completamento dell’unificazione economica e politica della Comunità europea, nonché l’apertura e l’integrazione delle economie dei paesi dell’Europa dell’Est nel quadro dei mercati europeo e mondiale.

La determinante strutturale che sta alla base del processo di internazionalizzazione delle economie è costituita dall’evoluzione del modo di produrre, ovvero dal fatto che nell’ambito del moderno modo di produzione scientifico i processi produttivi tendono ad abbracciare l’intera economia mondiale, considerata ormai il quadro entro cui programmare e portare a compimento le produzioni moderne, decentrando verso la periferia del sistema fasi del ciclo produttivo od anche prodotti e mettendo a frutto i differenziali di costo e di opportunità di vendita, presenti nelle diverse aree che la compongono.[2] L’operare di questo potente fattore si manifesta in modo virtualmente cumulativo e con numerosi gradi di libertà rispetto alle politiche commerciali dei diversi paesi. La sua incidenza specifica risulta tuttavia funzione, tra l’altro, della liberalizzazione degli scambi di prodotti ed anche di fattori produttivi fra paesi e fra aree.

Tutto ciò comporta che mentre l’interdipendenza economica fra paesi tende in linea generale ad aumentare a mano a mano che il nuovo modo di produzione si estende e intensifica le sue caratteristiche di globalità rispetto al mercato mondiale, all’interno dell’economia mondo siano presenti aree regionali, dove si manifestano esperienze di integrazione dei mercati, basate sulla progressiva eliminazione degli ostacoli agli scambi, nonché sulla creazione di alcune politiche comuni, in settori più o meno estesi.[3]

L’economia mondo, che prende in tal modo forma, presenta pertanto nuovi caratteri asimmetrici, che si aggiungono a quelli tradizionali fra paesi centrali e paesi periferici o semiperiferici, messi in luce dalle analisi di Wallerstein e dei suoi epigoni,[4] nel senso che nell’ambito delle aree in via di integrazione l’interdipendenza tende ad essere organizzata in forme relativamente stabili ed efficienti, a differenza di quanto accade per l’interdipendenza globale. Va aggiunto peraltro che quest’ultima, in assenza di un governo mondiale dell’economia, costituisce l’oggetto di forme parziali di organizzazione su basi egemoniche da parte dei paesi più avanzati.

Dopo il ridimensionamento della potenza economica degli Stati Uniti in seguito all’emergere dei poli europeo e giapponese dell’economia occidentale, il coordinamento delle politiche dei principali paesi dell’area nell’ambito del G7 rappresenta lo strumento con cui i paesi più avanzati tentano di regolare le interdipendenze globali fra paesi a loro vantaggio, e non è escluso che, in un futuro più o meno prossimo, dopo il suo avvenuto inserimento negli organismi mondiali economici multilaterali, anche la Repubblica russa, erede dell’Unione Sovietica, entri a far parte di tale gruppo, o di un altro organismo analogo.

Contro questo sfondo, rispetto al decennio precedente, durante gli anni Ottanta si manifestano conferme di tendenze ma anche mutamenti di rilievo per ciò che concerne le principali caratteristiche del sistema economico mondiale in corso di progressiva estensione a tutti i paesi e le aree del globo.

In termini complessivi, nonostante la ripresa del protezionismo provocata dalle recessioni della metà e della fine degli anni Settanta,[5] l’interdipendenza fra paesi aumenta. In effetti, successivamente al 1982, dopo l’avvio del nuovo ciclo espansivo internazionale ancora in corso all’inizio del 1990, gli scambi mondiali riprendono a svilupparsi a ritmi sostenuti, in base a tassi superiori in media a quelli del decennio precedente. Adoperando come misura del grado di interdipendenza il rapporto tra i flussi commerciali e la ricchezza prodotta all’interno, si osserva così che il rapporto fra i tassi di crescita delle importazioni e del PIL mondiali passa nei due periodi da 1,12 a 1,34 con un incremento di circa il 20%.[6]

Nel contempo, le esperienze di integrazione economica regionale, che nel corso degli anni Settanta avevano segnato il passo ed anche registrato alcuni arretramenti, non ultimo a causa dell’impatto negativo provocato dalle recessioni mondiali, riprendono vigore e si assiste ad un loro generale rilancio, almeno nell’ambito dell’economia occidentale.[7] Oltre ai nuovi obiettivi dell’integrazione comunitaria e all’estensione della collaborazione economica fra la CE e i paesi dell’EFTA, premessa per un successivo, futuro assorbimento di questi nella Comunità,[8] occorre citare a tale proposito la costituzione dell’area di libero scambio fra gli Stati Uniti e il Canada (e in prospettiva il Messico), nonché la ripresa o il consolidamento delle molteplici esperienze integrative avviate nelle aree periferiche dell’economia mondo, e segnatamente nelle zone del Patto Andino e dei Caraibi, nell’area del Mercato comune centroamericano e in Africa, dove dopo il rilancio delle esperienze del Maghreb e della Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale, all’interno dell’Organizzazione per l’Unità Africana si va diffondendo l’esigenza di dar vita ad un mercato comune esteso all’intero continente.[9]

Solo i paesi dell’Est sembrano registrare insuccessi in questo campo, a causa dell’impatto negativo che la crisi dei sistemi di pianificazione accentrata non può non esercitare sul funzionamento del Comecon, l’organizzazione internazionale cui gran parte di essi ha affidato il compito di promuovere la loro integrazione economica regionale, sotto la leadership dell’Unione Sovietica. A ben vedere, peraltro, la liquidazione del vecchio modello della pianificazione accentrata nei paesi dell’Europa centrale ed orientale si tradurrà in una qualche forma di integrazione con le economie dell’Europa occidentale, evoluzione il cui sbocco ultimo sarà costituito dall’adesione di tali paesi alla Comunità europea, al termine di un periodo di transizione più o meno lungo. Tutto ciò senza contare la progressiva apertura agli scambi dell’economia cinese, destinata presumibilmente a rafforzarsi, nonostante la pausa di arresto provocata dalla repressione dei movimenti interni verso la democratizzazione del regime.

A loro volta i fenomeni appena evocati costituiscono il portato dei riflessi che la mondializzazione del modo di produrre manifesta sul piano della produzione dei beni e dei servizi, come della circolazione del capitale finanziario nell’ambito del sistema dell’economia mondo.

Una caratteristica distintiva che peraltro si accentua negli ultimi anni riguarda la diversa articolazione ed organizzazione dei flussi reali e finanziari nel sistema mondiale. Mentre i primi, nonostante il decentramento della produzione su scala mondiale, rimangono tendenzialmente ancorati a modelli dove la componente regionale della produzione e degli scambi permane importante, i flussi finanziari, sotto forma almeno di investimenti di portafoglio e di movimenti speculativi di capitale, risultano meno vincolati a scelte di carattere regionale e tendono a dirigersi in modo più omogeneo verso il complesso dei mercati mondiali. In tal modo, fra gli anni 1974-80 e il periodo 1981-87 gli indici di integrazione commerciale all’interno delle principali aree mondiali registrano lievi ma significativi incrementi, salendo dal 30 al 31% per l’America settentrionale, dal 62 al 64% per l’Europa occidentale e dal 32 al 34% per l’area dell’Estremo Oriente,[10] mentre i disavanzi della bilancia delle partite correnti degli Stati Uniti vengono coperti dall’afflusso di capitali dal resto del mondo, ovvero dalle altre aree regionali, e segnatamente dal Giappone, le cui banche dominano ormai il mercato finanziario mondiale, con una mole di operazioni superiore a quella posta in essere dagli istituti di credito americani.[11]

Nell’ambito dei diversi tipi di flussi emergono poi importanti novità rispetto al decennio precedente. Il ciclo del prodotto continua ad operare a livello mondiale mediante processi di delocalizzazione successiva della produzione, che abbracciano anzi una nuova cerchia di paesi, al di là di quella dei primi NIC o paesi di nuova industrializzazione, ma su di esso viene ad innestarsi una sorta di controciclo in maniera più accentuata di quanto accadesse nel corso degli anni Settanta. L’impiego di innovazioni di processo e di prodotto, e soprattutto l’uso pervasivo della microelettronica, consentono ai paesi del centro di mantenere o di riacquisire segmenti di produzione nel quadro di settori merceologici considerati un tempo globalmente maturi.[12] Si spiega in tal modo l’esistenza di vantaggi competitivi per i paesi tecnologicamente avanzati in settori quali quelli degli acciai speciali, del tessile-abbigliamento, del mobilio[13] ed anche dell’automobile, benché questi fenomeni non possano essere interpretati in modo acritico come giustificazione generale per mantenere specializzazioni obsolete.

Inoltre, a fronte dei processi di delocalizzazione che intervengono nei rapporti fra paesi, a livello microeconomico si verifica spesso la tendenza a disarticolare le strutture di integrazione verticale create nei periodi precedenti, e a decentrare all’esterno dell’impresa le attività a più basso valore aggiunto e le funzioni non essenziali ai fini del successo delle strategie aziendali.

Quanto ai flussi finanziari, nel corso degli anni Ottanta vengono registrati progressi decisivi in vista della globalizzazione dei mercati, ovvero dell’eliminazione degli ostacoli al libero trasferimento dei capitali e alla gestione informatizzata dei movimenti di risparmio a livello mondiale.[14]

Alla fine del decennio il mercato finanziario mondiale globale, attivo ventiquattr’ore su ventiquattro, si trova ancora nella sua fase iniziale,[15] ma ha superato la soglia che lo rende una realtà operante. Rispetto agli anni Settanta tutto ciò rappresenta un salto di qualità, destinato ad influenzare in modo determinante le politiche economiche dei paesi appartenenti sia al centro sia alla periferia dell’economia mondo. Dopo l’apertura e la deregolamentazione dei mercati (il «big bang» della borsa di Londra è del 1986) i movimenti di capitali in trasferimento da un paese all’altro costituiscono ormai un multiplo importante dei flussi reali di merci e di servizi: il solo mercato delle eurovalute è salito da 2.217 a 4.073 miliardi di dollari fra il 1981 e il 1986,[16] mentre a fine 1989 la consistenza complessiva dell’attività bancaria internazionale ammontava a 3.530 miliardi di dollari.[17]

A fronte della progressiva estensione della sfera della produzione e della circolazione delle merci e delle attività finanziarie, peraltro, la forza lavoro rimane segmentata nei mercati nazionali. Solo nell’ambito delle forme più avanzate di integrazione economica regionale, come accade nell’Europa comunitaria, viene garantita la libera circolazione del lavoro a livello internazionale. Nel quadro dell’economia mondo, per contro, all’unità virtuale dei mercati delle merci e dei capitali non corrisponde un’analoga unificazione del mercato della forza lavoro. Da qui l’esistenza di numerosi ostacoli ai flussi migratori verso i paesi del centro, in partenza dai paesi della periferia.

 

3. Gli agenti di mutamento: le imprese multinazionali e gli Stati.

 

Nell’ambito delle linee di fondo determinate dall’operare del modo di produzione scientifico, l’evoluzione dell’economia mondo viene influenzata dal comportamento e dalle strategie degli attori del processo: gli Stati e le imprese multinazionali. I primi si propongono di esercitare un’azione di stimolo e di controllo della crescita, subordinandone gli esiti a funzione di preferenza collettiva, che in ogni caso privilegiano in prima istanza l’aumento del potere contrattuale delle autorità di politica economica nazionale nei confronti degli altri soggetti internazionali.

Le imprese multinazionali, dal canto loro, rappresentano la razionalità del modo di produzione scientifico applicata ai processi produttivi moderni e danno vita, nei tempi più recenti, all’impresa globale, che opera in base ad una strategia estesa all’intero sistema mondiale, tenendo conto del comportamento delle altre imprese e degli Stati, secondo schemi analitici che applicano la teoria dei giochi allo studio di situazioni di oligopolio.[18]

Nel passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta gli Stati, almeno nell’area occidentale del sistema dell’economia mondo, rinunciano in misura più o meno estesa all’ambizione di indirizzare globalmente il processo di crescita verso obiettivi socialmente determinati, abbandonando le impostazioni di carattere programmatorio dell’azione pubblica. L’ondata neoliberista che si diffonde nel sistema in seguito alle esperienze del thatcherismo in Gran Bretagna e delle amministrazioni Reagan negli Stati Uniti si propone anzi di smantellare gli interventi governativi, di cui la più sofisticata versione della teoria economica liberista, la cosiddetta macroeconomia classica, giungeva a mettere in forse l’efficacia. Più tardi, dopo la metà del decennio, anche i paesi dell’Est europeo tentano di superare le carenze della pianificazione accentrata, rilanciando le riforme e aprendo faticosamente spazi all’economia di mercato.

Tuttavia, neppure i governi che adottano con maggiore rigore le dottrine neoliberiste trascurano le possibilità che l’azione e le iniziative pubbliche forniscono ai fini del potenziamento dell’apparato produttivo nazionale. Soprattutto nei rapporti con i paesi terzi le autorità di politica economica si preoccupano di garantirsi posizioni di vantaggio, nel quadro dell’accresciuta competizione fra paesi, che costituisce uno dei sottoprodotti dell’aumento delle interdipendenze a livello globale.

Tutto ciò dà ragione dell’estensione delle politiche neomercantilistiche nel corso degli anni Ottanta e del moltiplicarsi in questo periodo degli ostacoli non tariffari agli scambi (particolarmente sotto forma di misure antidumping), dopo le tensioni protezionistiche provocate dalle recessioni del decennio precedente. Ma spiega anche il nuovo atteggiamento della generalità dei paesi coinvolti nel processo di aumento delle interdipendenze su scala mondiale e in esperienze di integrazione economica regionale, nei confronti del coordinamento delle politiche o della gestione di politiche comuni a livello internazionale.

Negli anni Settanta molti paesi tentavano di opporsi alla crescita delle interdipendenze, conquistando spazi di autonomia attraverso politiche di beggar-my-neighbour, ovvero di mantenimento di alti livelli di attività a spese dei partners commerciali, oppure attraverso politiche di isolamento dal resto del mondo. Benché i cambi flessibili non consentano di isolare completamente un’economia nazionale dagli shocks di origine esterna,[19] l’adozione di questo sistema di tassi di cambio dopo il 1973 può essere interpretato come un tentativo di mantenere un certo grado di autonomia monetaria in un mondo sempre più interdipendente.[20]

Negli anni Ottanta, per contro, di fronte ai rischi di instabilità prodotti dall’esistenza di politiche divergenti, l’obiettivo dell’autonomia viene perseguito attraverso il coordinamento o la conduzione di politiche comuni. Preso atto dell’inarrestabile declino del potere di raggiungere gli obiettivi di politica economica attraverso un’azione unilaterale, i paesi si propongono di riacquisire una capacità di controllo soddisfacente delle principali variabili economiche mediante un’azione coordinata o la messa in comune di strumenti di intervento. Con l’avvertenza che ciò si verifica tanto per i paesi minori, quanto per i paesi egemoni dei diversi sottosistemi che compongono l’economia mondo: per i primi si tratterà di superare una situazione di assenza pressoché totale di autonomia; per i secondi, di rafforzare una capacità di intervento inadeguata mediante la cooperazione volontaria degli altri paesi.[21]

Su di un piano più generale vale poi l’affermazione secondo cui, tranne che per limitate eccezioni, la soluzione cooperativa è superiore ad una situazione non cooperativa in cui le politiche economiche vengano decise autonomamente a livello dei singoli paesi, in quanto nell’ambito della seconda il miglioramento delle condizioni di un paese comporta almeno il peggioramento di quelle di un altro.[22]

Come esempi dell’affermarsi delle soluzioni cooperative nel corso del decennio si possono citare l’azione del G7, per quanto concerne il coordinamento delle politiche monetarie ed economiche in senso lato delle massime potenze industriali dell’Occidente, nonché il rafforzamento e il rilancio della Comunità europea per quanto riguarda le politiche economiche comuni attuate nel territorio dei dodici paesi membri.

I gradi di libertà delle politiche economiche di un paese sono funzione, oltre che delle interdipendenze con gli altri paesi, anche del potere contrattuale e delle strategie delle imprese multinazionali. Spesso, infatti, l’operato delle imprese multinazionali riduce l’efficacia o aumenta il costo degli interventi di politica economica nazionale.

Il tentativo di limitare l’attività delle imprese multinazionali ha assunto le due forme complementari dell’introduzione di vincoli a livello nazionale, soprattutto con l’identificazione di settori sottratti in misura più o meno ampia alla presenza di questo tipo di imprese (closed sectors), come dell’approvazione di codici di comportamento su scala internazionale, cui le attività delle imprese globali dovrebbero attenersi. Tuttavia, entrambi i tipi di misure hanno fornito scarsi risultati, inducendo le autorità dei paesi ospitanti ad un approccio più flessibile nei confronti dell’operato delle imprese multinazionali.[23]

In effetti, negli ultimi anni si è assistito ad una modifica di atteggiamento da parte dei governi in ordine all’investimento diretto effettuato dalle imprese globali, sia nel senso che anche paesi che un tempo lo osteggiavano o lo sottoponevano a pesanti condizionamenti ora lo sollecitano, in vista soprattutto degli effetti indotti sull’economia ospitante in termini di aumento dell’occupazione ed anche di più celere trasferimento delle innovazioni, sia nel senso che una volta avvenuto l’investimento diretto le regolamentazioni imposte all’attività delle imprese multinazionali risultano meno gravose di quelle che caratterizzavano il decennio precedente. In linea generale si può affermare a questo proposito che mentre gli anni Settanta vedono ancora numerosi governi nei paesi ospiti mantenere un atteggiamento guardingo e critico nei confronti dell’investimento diretto, negli anni Ottanta vengono soprattutto valutati gli apporti forniti dal capitale estero sotto forma di nuova occupazione e di aumento del livello tecnologico della base produttiva locale, mentre l’immagine generale dell’impresa multinazionale risulta nel complesso connotata positivamente.

Peraltro sia che la nuova situazione corrisponda ad una fase in cui l’influenza del capitale multinazionale sul paese ospite risulti aumentata al punto da rendere questo fortemente o pienamente soggetto alle strategie espresse dalle imprese multinazionali, sia che essa rifletta semplicemente la presa di coscienza da parte delle autorità di politica economica del paese ospite di alcuni vantaggi cruciali offerti dalla presenza degli investimenti diretti, è un fatto che le politiche di controllo delle imprese multinazionali, ammesso che vengano ancora perseguite, continuano a dimostrare una scarsa efficacia.

Tutto ciò conferma le difficoltà in cui versano i paesi ospiti nel contrastare le strategie delle imprese multinazionali, indirizzando la crescita interna verso obiettivi determinati in modo autonomo a livello nazionale. Contro il raggiungimento di finalità autonome da parte dei singoli paesi operano infatti non soltanto l’aumento delle interdipendenze fra paesi ma anche le attività delle imprese globali, che vengono decise e condotte con riferimento ad una realtà mondiale, la quale trascende la scala di riferimento dello Stato nazionale tradizionale.

Si manifesta in tal modo un nuovo spazio per il perseguimento di esperienze di integrazione economica internazionale sempre più avanzate, capaci al limite di condurre a forme di governo mondiale dell’economia. Ed anche in questo caso l’integrazione rappresenta lo strumento attraverso il quale le autorità di politica economica possono riacquistare gradi di sovranità ormai perduti: non necessariamente in contrasto con le strategie delle imprese multinazionali, ma certo in modo autonomo rispetto ai loro possibili condizionamenti.

In generale poi, anche prescindendo dalle questioni legate all’espansione del capitale multinazionale, in assenza di forme di governo dell’economia mondiale (o di coordinamento, che ne rappresenta un second best), le accresciute interdipendenze fra paesi rischiano di dar vita ad assetti instabili, incapaci di autoregolarsi. Spesso la sincronizzazione delle congiunture nazionali fa venir meno, ad esempio, la possibilità di utilizzare il mercato estero in funzione compensativa delle cadute della domanda interna in caso di recessione, mentre l’apertura dei mercati finanziari facilita e forse anche amplifica, rispetto al passato, la trasmissione degli shocks esterni, come si è visto in occasione del crollo di Wall Street nell’ottobre del 1987.

Tuttavia, se l’esigenza di una regolazione comune del sistema economico mondiale si fa più acuta, le risposte fornite dai governi risultano chiaramente insufficienti. In assenza di interventi coordinati a livello globale, ad esempio nel quadro di azioni comuni nell’ambito di istituzioni delle Nazioni Unite rafforzate, le forme di coordinamento delle politiche sino ad oggi poste in essere o non superano il livello regionale o denotano gravi limiti quando hanno ambizioni globali. La gestione coordinata delle interdipendenze nel quadro del G7, sotto questo profilo, esclude dalla partecipazione alle decisioni comuni gran parte delle popolazioni mondiali, scontando altresì tutte le carenze legate alla mancanza di strumenti unitari per la formazione e la messa in opera delle politiche di livello globale.

Per contro, le strategie delle imprese multinazionali presentano caratteri omogenei in dipendenza dell’evoluzione del contesto economico mondiale. Al di là delle differenze dettate da alcune particolarità nazionali o regionali, la loro risposta ai mutamenti di fondo come alle modificazioni di medio periodo che interessano l’economia mondo risultano convergenti. Così anche nel corso degli anni Ottanta le variazioni nei flussi degli investimenti diretti come nella conduzione delle politiche aziendali si trasmettono con caratteristiche comuni al complesso delle imprese multinazionali.

Per quanto concerne il primo punto va precisato che nel decennio trascorso si consolidano tendenze già emerse durante gli anni Settanta, con l’emergere tuttavia di elementi di novità per quanto riguarda gli aspetti quantitativi del fenomeno. In termini complessivi, continua ad essere vero che il grosso degli investimenti diretti, tanto in entrata che in uscita, interessa l’area OCSE e che all’interno delle categorie dei paesi sviluppati e in via di sviluppo stanno mutando i pesi relativi dei principali paesi o gruppi di paesi. Nel contempo, si conferma che il fenomeno della espansione delle imprese multinazionali si è esteso anche ai paesi in via di sviluppo, e segnatamente alle economie di nuova industrializzazione (NIE), Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, nonché Brasile e Messico,[24] dove sono ormai presenti numerose multinazionali di origine locale.

In tal modo, fra l’inizio degli anni Settanta e il periodo 1980-1984 la quota degli investimenti diretti in uscita dai paesi industrializzati si contrae lievemente dal 99,8 al 97,3%, mentre la quota dei paesi in via di sviluppo sale dallo 0,2 al 2,7%.[25] All’interno dei paesi OCSE, dove la triade Stati Uniti, Europa, Giappone fornisce più dell’80% dei flussi totali, si assiste poi al drastico ridimensionamento del peso degli investimenti USA, che calano dal 45% dei primi anni Settanta al 18% del periodo 1985-1989.

Lo spazio abbandonato dagli Stati Uniti viene occupato soprattutto dal Regno Unito e dal Giappone, le cui quote passano rispettivamente dal 17 al 20 e dal 6 al 19%, mentre la Francia raddoppia la sua quota dal 4 all’8% e gli investimenti della Germania ristagnano intorno all’8% del totale OCSE.[26]

Per quanto concerne i flussi di investimento diretto in entrata, fino alla metà degli anni Ottanta le quote dei paesi OCSE e dei paesi in via di sviluppo si mantengono stabili intorno, rispettivamente, al 77-78 e al 23-22%. Successivamente, nella seconda metà del decennio, si assiste ad una concentrazione degli investimenti nelle economie di mercato industrializzate e la quota dei paesi sottosviluppati scende al 18%, con l’avvertenza che tre quarti dei flussi finanziari diretti nel Terzo mondo risultano a loro volta concentrati in dieci paesi: cinque in Asia (Cina, Hong-Kong, Malaysia, Singapore, Thailandia), quattro nell’America latina (Argentina, Colombia, Brasile, Messico), e uno, l’Egitto, in Africa.[27] Fra i paesi sviluppati la quota degli Stati Uniti viene moltiplicata per due (dal 24 al 48% fra i periodi 1970-1979 e 1985-1989), mentre la partecipazione dei quattro maggiori paesi dell’Europa occidentale scende dal 40 al 26%. Nell’ambito dei paesi in via di sviluppo, analogamente, si ridimensiona la quota dell’America latina, mentre aumenta quella dei paesi asiatici.[28]

L’elemento di maggiore novità che risulta da questo quadro nel passaggio agli anni Ottanta è indubbiamente costituito dall’emergere degli Stati Uniti come paese importatore netto di capitali, il quale assorbe i flussi di investimenti diretti provenienti dal resto del mondo, e segnatamente dall’Europa e dal Giappone.[29]

Nei rapporti fra Europa e USA sono ormai prevalenti le acquisizioni effettuate dalle multinazionali europee, con un rapporto di due a uno fra i flussi di investimento diretto fra le due sponde dell’Atlantico nel periodo 1984-1989.[30]

E’ necessario peraltro considerare che la creazione del grande mercato europeo del 1993 e il passaggio all’Unione economica e monetaria sono destinati ad accelerare una ripresa, in effetti già in atto, degli investimenti diretti statunitensi e giapponesi rivolti verso la CE.[31]

Ulteriori elementi che occorre sottolineare riguardano, sinteticamente, l’intensificarsi del fenomeno dell’espansione multinazionale delle imprese industriali, nonché il forte aumento della quota di commercio estero veicolato attraverso le imprese multinazionali.

Malgrado la caduta negli investimenti diretti nei primi anni Ottanta in seguito alla recessione,[32] la quota della produzione all’estero sulla produzione totale per i principali gruppi industriali, ovvero il loro grado di multinazionalizzazione, si accresce di diversi punti percentuali nel corso del decennio.[33] Inoltre, l’aumento degli investimenti diretti avviene a tassi superiori a quelli degli scambi commerciali. Fra il 1983 e il 1989 gli investimenti diretti a livello mondiale aumentano di circa il 30% all’anno, con velocità tre volte superiore a quella del commercio fra paesi.[34]

D’altro canto, verso la metà degli anni Ottanta i primi 800 gruppi mondiali effettuavano più del 90% degli scambi internazionali e commerciavano direttamente al loro interno (intra-firm trade) oltre un terzo delle merci scambiate a livello mondiale.[35]

E’ noto che fondamentalmente l’investimento diretto è occasionato da politiche aziendali che mirano a conseguire uno o più dei seguenti obiettivi: a) reperire in condizioni di sicurezza risorse primarie, b) superare gli ostacoli creati da misure protezionistiche mediante l’installazione di unità produttive sui mercati di esportazione, c) ampliare la scala di produzione allo scopo di ridurre i costi, d) fondare il processo di espansione multinazionale sulla detenzione di vantaggi immateriali di carattere gestionale o tecnologico. Ai quattro obiettivi così delineati corrispondono le strategie a) dell’approvvigionamento, b) del mercato, c) della razionalizzazione della produzione, d) delle politiche tecnico-finanziarie.[36]

Rispetto a questi obiettivi, mentre in occasione delle recessioni degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta la strategia vincente risulta essere stata quella commerciale, che ha consentito di far fronte al protezionismo prodotto dalle difficoltà economiche,[37] successivamente sembra prendere piede in misura crescente la strategia tecnico-finanziaria, anche se la strategia rivolta alla penetrazione commerciale mantiene sempre un peso rilevante. Tutto ciò si traduce in un aumento delle forme di internazionalizzazione che non danno luogo al controllo diretto delle consociate o che avvengono mediante accordi di cooperazione con partners esterni, od anche in assenza di partecipazione al capitale di rischio (forme non-equity).

E’ questa una caratteristica che si era già manifestata negli anni Settanta, unitamente ad un aumento del peso degli investimenti diretti nelle attività di servizio, ad una riduzione della creazione di nuove unità produttive a vantaggio dell’acquisizione di unità già esistenti, nonché al passaggio da strutture produttive commerciali destinate a servire mercati locali a strutture più complesse rivolte a mercati di rango regionale o mondiale.[38]

 

4. Il quadro: le asimmetrie del sistema economico mondiale.

 

Il sistema economico mondiale, come abbiamo già osservato, non è omogeneo al suo interno, ma mette in luce tutta una serie di asimmetrie e di rapporti gerarchici fra i paesi e i gruppi di paesi che lo compongono. Inoltre, come abbiamo visto, il mercato mondiale può considerarsi asimmetrico anche sotto il profilo delle risorse scambiate, data l’assenza del libero trasferimento della forza lavoro a livello internazionale, a causa degli ostacoli che colpiscono le migrazioni dei lavoratori verso i mercati dei paesi industrializzati.

In termini del tutto generali, le asimmetrie riguardano in primo luogo il diverso peso assunto dai differenti raggruppamenti regionali in rapporto al contributo fornito alla crescita del prodotto e degli scambi mondiali. L’elemento di maggiore novità che emerge al riguardo nel corso degli anni Ottanta è costituito dallo spostamento del baricentro dell’economia mondiale dalla regione dell’Atlantico alla zona del Pacifico. A partire dal 1983 la quota degli scambi di manufatti fra il Giappone e il Sud-Est asiatico da una parte e le Americhe dall’altra supera gli scambi fra le due sponde dell’ Atlantico.[39]

Contribuiscono a tale mutamento l’ascesa del Giappone come potenza economica globale, il dinamismo dei paesi di nuova industrializzazione (NEI o NIC) situati nell’area di influenza diretta di tale paese, nonché, sull’altro fronte, il declino relativo della quota degli Stati Uniti sul prodotto e le esportazioni mondiali, unitamente al sostanziale ristagno della partecipazione CE al commercio internazionale.

Secondo alcuni, tuttavia, in futuro la posizione dell’area del Pacifico verrebbe ridimensionata, soprattutto perché numerosi ostacoli impedirebbero di mantenerne la crescita sostenuta degli ultimi vent’anni.[40] Inoltre, l’espansione associata all’inserimento nel mercato mondiale dei paesi dell’Est europeo, al completamento del mercato interno e dell’UEM potrebbe spostare nuovamente il baricentro dell’economia mondo verso l’Europa, in concomitanza con la conquista della leadership economica mondiale da parte dell’Unione europea estesa ai paesi dell’Est.

Per quanto concerne la tradizionale dicotomia centro-periferia, gli anni Ottanta registrano un’accentuazione dei divari fra paesi avanzati e paesi sottosviluppati nell’ambito dell’economia mondo. Solo le economie in via di sviluppo dell’Asia orientale mettono a segno risultati economici soddisfacenti; l’Africa sub-sahariana e l’America latina vedono invece calare il reddito pro capite, rispettivamente del 2,5 e dello 0,6% all’anno fra il 1980 e il 1988.[41] Nell’insieme la differenza fra i redditi medi per abitante nei paesi sviluppati e nei paesi in via di sviluppo passa dai 5.450 dollari del 1975 ai 13.860 del 1987.[42]

Una delle cause determinanti dell’arretramento dei paesi del Terzo mondo è costituita dalla crisi debitoria in cui i paesi in via di sviluppo si trovano immersi a partire dai primi anni Ottanta.

L’eccesso dei finanziamenti trasferiti dalle banche ai paesi in via di sviluppo nel corso degli anni Settanta, all’inizio del decennio successivo si rivela un formidabile ostacolo ai fini della loro crescita. Le cause immediate della crisi debitoria sono costituite dall’aumento dei tassi in seguito alla politica monetaria restrittiva adottata dalle autorità USA nel 1979 e dalla caduta delle esportazioni dei paesi debitori per effetto della recessione che aveva colpito i paesi industrializzati in quel torno di tempo: i tassi d’interesse reali sui prestiti dei paesi debitori non produttori di petrolio giungono a sfiorare il 20%, mentre le ragioni di scambio dei 15 paesi maggiormente indebitati nel 1981 e nel 1982 si riducono, rispettivamente, del 3 e del 4%.[43] In termini strutturali, tuttavia, nel momento in cui i paesi debitori iniziavano a ripagare i prestiti ottenuti si doveva mettere in conto un possibile peggioramento delle loro ragioni di scambio, a causa della pressione esercitata sui prezzi mondiali dalle vendite dei prodotti con cui effettuavano la restituzione dei crediti, secondo le indicazioni della teoria dei trasferimenti.[44]

La crisi viene resa manifesta dalla sospensione dei pagamenti del servizio del debito messicano nel 1982, e suscita tutta una serie di interventi da parte dei paesi creditori e delle istituzioni creditizie multilaterali – il FMI e la Banca mondiale – allo scopo di impedire il crollo del sistema finanziario internazionale.

Per molti paesi le difficoltà di servizio del debito sono dovute più che ad una condizione di illiquidità, ad una vera e propria situazione di insolvenza, dal momento che spesso i tassi sull’indebitamento superano i tassi di crescita del prodotto interno e le risorse esportabili non sembrano sufficienti per ripagare i prestiti, senza far cadere i consumi a livelli che mettono in pericolo le condizioni di sussistenza delle popolazioni. Le politiche delle banche e dei paesi creditori, malgrado questo, puntano per lungo tempo al pieno recupero dei crediti. Si succedono così la fase del drastico deflazionamento delle economie debitrici, un primo tentativo senza esito di favorire nuovi finanziamenti per la ripresa della crescita nei paesi debitori (piano Baker), la fase della riduzione del debito mediante operazioni bilaterali di conversione, ed infine il lancio del piano Brady per ridurre su basi multilaterali l’indebitamento dei paesi a più alto rischio, a cominciare da quello del Messico.[45]

Alla fine del decennio la crisi è lungi dall’essere stata risolta. Il crollo del sistema finanziario internazionale è stato evitato ma la situazione rimane grave. Il Terzo mondo ha ancora un debito di circa 1.300 miliardi di dollari, con un servizio dei prestiti che ammonta al 20% del valore delle esportazioni (40% per i paesi più fortemente indebitati).

Gli effetti della crisi debitoria risultano pesanti sia in termini di riduzione delle condizioni di vita di popolazioni spesso vittime delle malattie e della malnutrizione, sia in termini di rallentamento del processo di industrializzazione[46] e di riduzione dei tassi di crescita in seguito alla forte contrazione delle importazioni e ai trasferimenti netti di risorse, che i paesi del Terzo mondo effettuano ormai a favore dei paesi creditori (169 miliardi di dollari complessivamente dal 1984 al 1989).[47]

Nell’insieme gli anni Ottanta hanno rappresentato per il Terzo mondo un decennio perduto per lo sviluppo, mentre per i paesi dell’Africa sub-sahariana i decenni perduti sono stati due.

I paesi di nuova industrializzazione della regione asiatica, tuttavia, fanno eccezione alla sorte comune del Terzo mondo e danno invece vita ad un nuovo polo di sviluppo dell’economia mondiale.

Corea del Sud, Hong Kong, Singapore e Taiwan, giunti al rango di paesi di nuova industrializzazione nel corso degli anni Settanta, continuano a crescere a ritmi decisamente soddisfacenti, trainando verso l’alto il tasso di espansione della regione asiatica (7,1% nel periodo 1980-1988, ossia più del doppio del tasso di crescita dell’insieme dei paesi del Terzo mondo, nello stesso arco di tempo).[48] Le loro performance sono misurate spesso da aumenti del prodotto annuo a due cifre (dal 7 al 9% in media negli anni 1980-1988) e costituiscono il frutto di una politica commerciale aggressiva sui mercati mondiali. I loro successi illustrano le potenzialità del modello di sviluppo trainato dalle esportazioni, con l’adozione di politiche del cambio realistiche e l’impiego di tempestive politiche di aggiustamento strutturale per far fronte agli shocks di origine esterna.[49]

Tutto ciò spiega anche il limitato impatto che ha avuto su di essi la crisi dell’indebitamento. Solo la Corea del Sud aveva contratto prestiti consistenti, che in parte sono stati peraltro ripagati.[50]

L’industrializzazione di questi paesi si inscriveva in una logica di decentramento produttivo ispirata alla ricerca di forza lavoro a basso costo.[51] Negli anni Ottanta si assiste ad una seconda ondata di trasferimenti della produzione verso la Thailandia, la Malaysia, le Filippine e l’Indonesia, paesi che godono di vantaggi comparati nei settori delle tecnologie medio-basse ad alta intensità di lavoro, mentre all’orizzonte si prospetta una terza ondata, che potrà giungere a lambire la Cina. Nel frattempo, gli scambi interni all’area aumentano per il rafforzarsi del flusso di ritorno delle merci prodotte nei NIC asiatici dalle multinazionali nipponiche verso il Giappone, da cui in origine alcune produzioni erano state decentrate.[52]

Per quanto concerne i paesi industrializzati, gli anni Ottanta hanno assistito alla crisi della pianificazione accentrata nei paesi dell’Est e al rafforzamento del multipolarismo nell’ambito dell’economia occidentale. I diversi progetti di riforma avanzati in più occasioni nei paesi ad economia diretta dal centro non sono valsi a rendere meno inefficiente la gestione economica al loro interno e sono stati superati dal lancio della perestrojka, che ha obiettivi ben più ambiziosi, minando le stesse basi del regime di proprietà pubblica dei mezzi di produzione.

Tra i paesi occidentali è invece proseguita e si è intensificata la tendenza ad impostare su basi oligopolistiche i reciproci rapporti.[53] Conclusasi nei primi anni Settanta, con la crisi del sistema di Bretton Woods, la fase dell’assetto egemonico del sistema economico internazionale, agli Stati Uniti si erano affiancati l’Europa comunitaria e il Giappone, quali nuovi poli dell’economia occidentale.

Nel decennio trascorso il ridimensionamento del peso economico degli Stati Uniti prosegue a vantaggio soprattutto del polo giapponese, mentre l’Europa segna il passo in attesa del rilancio legato al progetto del completamento del mercato interno.[54] Fra il 1978 e il 1986 la quota degli Stati Uniti sulle esportazioni mondiali scende dall’ 11 al 10% (nel 1973 era del 16%), mentre il peso delle esportazioni giapponesi sale dal 7 al 10% e la quota della CE ristagna intorno al 37%.[55] Analogamente, fra il 1965 e il 1987 la quota USA del prodotto dell’economia occidentale scende dal 40 al 30%, a fronte di un aumento dal 5 al 16% per il Giappone e dal 6,6 al 7,4% per la Germania federale.[56] Nel contempo, il PIL della CE a 12, considerando anche i cinque Länder tedeschi un tempo appartenenti alla DDR, sale ad oltre 6.000 miliardi di dollari alla fine del 1990, superando la ricchezza prodotta dagli Stati Uniti (5.300 miliardi), e staccando di alcune lunghezze il Giappone (2.900 miliardi di dollari).[57]

Rispetto alla fase precedente in cui esportavano capitali verso gli altri paesi, la posizione degli Stati Uniti si indebolisce nettamente in quanto ora essi importano capitali in termini netti e registrano ripetuti disavanzi di parte corrente, accumulando un debito estero che ne fa il paese più indebitato del mondo: oltre 360 miliardi di dollari alla fine del 1990.[58] Inoltre, nel settore della finanza internazionale e per molti prodotti ad alto contenuto di tecnologia la loro leadership è stata sostituita da quella del Giappone.

Nell’ambito del sistema multipolare i paesi oligopolisti sono sottoposti alle spinte contrastanti di perseguire i propri obiettivi attraverso politiche spesso mercantilistiche, e di sottoporsi a regole comuni per gestire in modo coordinato l’economia mondiale e produrre il bene pubblico «sistema economico internazionale», ossia un assetto dei rapporti economici fra paesi dotato del requisito della stabilità.

L’assenza di un assetto egemonico e la difficoltà di funzionamento di un sistema a struttura oligopolistica spiegano sia le ricorrenti tensioni commerciali fra i tre poli, sia i loro tentativi di giungere ad un coordinamento delle rispettive politiche nell’ambito del G7.

In ordine al primo punto, rammentiamo solo le controversie fra gli USA e la CE a proposito delle politiche commerciali relative all’agricoltura e ai prodotti siderurgici, da una parte, nonché le pressioni esercitate sul Giappone da Europa e Stati Uniti in vista di una più ampia apertura del mercato interno di quel paese, dall’altra. Quanto al coordinamento delle politiche, l’oggetto specifico degli sforzi congiunti è stato il mantenimento della stabilità del mercato dei cambi in presenza di movimenti erratici del corso del dollaro, che rimane la moneta perno del sistema economico internazionale. Al di là del coordinamento delle politiche monetarie e dei cambi (accordi del Plaza, 1985, e del Louvre, 1987), come s’è accennato, all’interno del G7 si è poi instaurata la tendenza a prendere decisioni che non riguardano soltanto i rapporti fra paesi industrializzati, ma investono anche il comportamento complessivo di questi nei confronti del resto del mondo.

 

5. Il mutamento in Europa: il completamento dell’integrazione europea e la crisi della pianificazione accentrata nei paesi dell’Est.

 

Gli anni Ottanta segnano il rilancio del processo di integrazione europea, ma anche il crollo dei regimi comunisti nei paesi minori dell’Europa orientale e il lancio della riforma strutturale nell’Unione Sovietica. Le due serie di avvenimenti sono interdipendenti a più di un titolo, sia in quanto costituiscono entrambi espressione dell’ondata di fondo che governa la mondializzazione dei processi produttivi, sia a causa delle influenze reciproche che l’integrazione comunitaria e il travaglio nei paesi dell’Est hanno avuto in passato e sono destinati ad avere in futuro sull’evoluzione delle due parti dell’Europa. L’interrogativo cruciale con cui si aprono gli anni Novanta riguarda a questo proposito la capacità dell’Europa comunitaria di sostenere e di agevolare l’apertura e la democratizzazione dell’Europa ex-comunista senza perdere la spinta unitaria, o l’eventualità che l’estensione della sua sfera d’azione in direzione dei paesi dell’Est e soprattutto la riunificazione tedesca finiscano per bloccarne l’evoluzione verso istituzioni di tipo federale, decretando l’insuccesso del tentativo di completare con un’unione economica, monetaria ed anche politica il lungo processo d’integrazione iniziato nel secondo dopoguerra.

L’integrazione economica in sede CE, conclusa la lunga parentesi di insuccessi registrati lungo l’arco degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta,[59] si rimette in moto per effetto di fattori di ordine politico e di ordine economico. Fra i secondi vanno citati la reazione ai ritardi dell’Europa nella competizione globale con gli Stati Uniti ed il Giappone per la conquista del primato mondiale nei settori ad alto contenuto di tecnologia e la convergenza progressiva delle economie comunitarie in seguito all’operare dello SME. Soprattutto a partire dal 1983, quando la Francia e l’Italia accettano di regolare gradualmente la propria politica monetaria su quella più rigorosa della Bundesbank, diminuisce la variabilità dei tassi di cambio fra le monete CE e si riducono i differenziali fra i tassi di inflazione dei paesi aderenti agli accordi di cambio europei. Fra il 1980 e il 1988, ad esempio, il differenziale fra la variazione dei prezzi in Italia e in Germania si riduce da 15 a circa 4 punti percentuali.[60] Nel contempo anche i tassi di crescita del prodotto registrano un andamento convergente, benché in media l’espansione economica nei paesi aderenti allo SME risulti meno accentuata che in altri paesi dell’Occidente, lasciando aperta la questione dell’eventuale effetto deflazionistico esercitato dagli accordi di cambio comunitari.[61]

La convergenza delle performance CE in fatto di movimenti dei prezzi e di variazioni del prodotto reale pone così le premesse per il lancio del programma di completamento del mercato interno: un’iniziativa che avrebbe avuto poco senso in presenza di evoluzioni divergenti delle economie dei paesi membri.

I fattori di carattere politico che stanno alla base del rilancio del progetto comunitario si riassumono nell’elezione a suffragio diretto del Parlamento europeo e nell’azione che questo, forte della legittimazione democratica appena ricevuta, svolge per aumentare i suoi poteri e per modificare i meccanismi di decisione della Comunità. Nel 1984, a conclusione della sua prima legislatura, il Parlamento eletto presenta una proposta di Unione europea (progetto Spinelli), che innova profondamente in senso democratico il funzionamento degli organi comunitari.

I governi, nonostante la disponibilità dimostrata da alcuni di essi, non accettano le modifiche del Trattato richieste dal Parlamento europeo. Devono comunque fornire una risposta alla proposta dell’Unione europea e lo fanno approvando l’Atto Unico del 1986, con il quale, accanto ad alcune innovazioni in fatto, tra l’altro, di politica regionale e di politica di protezione dell’ambiente, viene inserito nel Trattato CE l’obiettivo della realizzazione del grande mercato entro il 1992.[62]

Il libro bianco della Commissione sul completamento del mercato interno elenca le circa 280 direttive che si rendono necessarie per eliminare i numerosi ostacoli che ancora impediscono il libero trasferimento dei prodotti e dei fattori della produzione all’interno del mercato comunitario: le barriere di carattere fisico (ovvero i controlli alle frontiere interne su merci e persone), le barriere fiscali (ovvero le differenze nelle aliquote dell’IVA e delle accise) e le barriere tecniche (le differenti regolamentazioni tecniche nazionali, spesso cavallo di Troia di forme di protezionismo non tariffario).[63]

Il Rapporto Cecchini valuta globalmente in 250 miliardi di Ecu e in un aumento dell’occupazione compreso tra 2 e 5 milioni di posti di lavoro i benefici dell’eliminazione di tali ostacoli, trascurando peraltro la quantificazione dei vantaggi dinamici del mercato interno: l’aumento di prodotto associato ai maggiori investimenti occasionati dall’apertura dei mercati, nonché l’ampiezza dei fenomeni di ristrutturazione che investono i comparti più protetti dei diversi settori dell’economia europea.[64]

Una riflessione approfondita sugli effetti della piena integrazione dei mercati consente di fare emergere due elementi cruciali per il successo dell’iniziativa: in primo luogo il fatto che il mercato interno dovrà produrre non solo effetti di efficienza, sotto forma di riduzione dei costi e dei prezzi, ma anche di stabilità delle diverse componenti dell’economia europea, nonché di equità, evitando che i benefici dell’integrazione affluiscano soltanto ad alcuni paesi o gruppi sociali; e poi l’esigenza di una limitazione delle politiche economiche dei paesi membri a favore di istituzioni di livello comunitario, dato che non è possibile avere contemporaneamente il libero scambio dei prodotti e dei fattori della produzione, unitamente alla stabilità dei cambi e alla piena autonomia delle politiche dei diversi paesi.[65]

La coscienza del primo elemento conduce ad un aumento, ancora insufficiente ma significativo, delle risorse distribuite dai fondi strutturali CE per attenuare i possibili effetti negativi del grande mercato in termini di aumento dei divari fra aree centrali ed aree periferiche della Comunità.

A sua volta la necessità di un’integrazione delle politiche economiche, oltre che dei mercati, conduce alla riproposizione dei progetti di unione economica e monetaria, falliti negli anni Settanta. Il Rapporto Delors, che individua una progressione per tappe verso la moneta unica e l’unione economica, viene approvato dai paesi membri nonostante l’opposizione della Gran Bretagna,[66] e il 1° luglio 1990 entra in vigore la prima fase del processo di transizione all’Unione, in concomitanza con la piena liberalizzazione dei movimenti di capitale all’interno della Comunità e fra questa e il resto del mondo.

Nel contempo viene decisa per la fine del 1990 la convocazione di una conferenza intergovernativa per discutere le modifiche da introdurre nel Trattato in vista del completamento dell’Unione economica e monetaria, cui si aggiunge più tardi il lancio di una seconda conferenza intergovernativa sull’Unione politica, dato che il completamento dell’unità economica e monetaria pone con forza l’esigenza di un governo europeo, con poteri limitati ma reali.

Venivano così poste le premesse per l’approvazione del Trattato di Maastricht, con il quale i Dodici si sarebbero impegnati ad istituire la moneta europea entro il 1999 al più tardi e a dar vita ad azioni comuni nei campi della politica estera, della sicurezza e della difesa.

A conclusione del decennio e alla vigilia dell’entrata in vigore del piano Delors, il bilancio della marcia di avvicinamento al grande mercato si presentava globalmente positivo, anche se il programma comunitario registrava alcune battute di arresto per quanto concerne l’eliminazione dei controlli alle frontiere e l’armonizzazione dell’imposizione indiretta. Soprattutto, l’obiettivo del completamento del mercato interno risultava credibile e orientava le aspettative delle imprese, che impostavano investimenti e strategie di medio-lungo periodo con riferimento ad esso.[67]

Mentre la Comunità preparava il suo rilancio e percorreva le prime tappe in direzione della completa apertura dei mercati e dell’Unione europea, i paesi dell’Est europeo registravano numerose difficoltà e non erano in grado di raggiungere gli obiettivi fissati dai piani nazionali e dai programmi comuni elaborati in sede Comecon.

Per una serie di circostanze esterne ed interne avverse, numerosi paesi furono costretti a comprimere fortemente l’assorbimento interno, al punto che in quel periodo nei paesi dell’Europa orientale la crescita si attestò sui livelli più bassi dell’intero dopoguerra, mentre il reddito pro capite ristagnava sui valori raggiunti alla fine degli anni Settanta. Nel contempo, anche gli ambiziosi piani di rilancio dell’integrazione economica socialista nell’ambito del Comecon con il Programma di sviluppo scientifico e tecnico della metà degli anni Ottanta si mostravano scarsamente realizzabili, soprattutto per la difficoltà di coordinare i piani quinquennali nazionali e di conciliare il sistema di pianificazione dal centro con la decentralizzazione dei processi di decisione a livello delle singole imprese.[68]

Per quanto riguarda in particolare l’Unione Sovietica, la prima metà degli anni Ottanta vede una caduta verticale del tasso di crescita del prodotto, che stando ad una valutazione autorevole si sarebbe azzerato nel 1985,[69] per poi risalire più tardi al 2,9%, nella media del periodo 1980-1989. All’inizio degli anni Novanta, peraltro, le difficoltà della fase di transizione all’economia di mercato si sarebbero poi tradotte in una contrazione assoluta della ricchezza prodotta in termini reali, in presenza di tassi di inflazione tendenzialmente di tipo sudamericano.[70]

Nella primavera del 1985 Gorbaciov lancia il programma della perestrojka e sulla scia di questa iniziativa riprendono vigore in molti paesi dell’area i movimenti per le riforme, che durante gli anni Settanta e i primi anni Ottanta avevano sostanzialmente languito).[71]

A questi sviluppi si sommano poi gli avvenimenti del 1989, e segnatamente la caduta dei regimi comunisti nei paesi minori dell’Europa dell’Est, il progressivo passaggio al multipartitismo in Unione Sovietica e l’emergere della possibilità di una rapida Wiedervereinigung fra i due Stati tedeschi.

All’inizio degli anni Novanta le prospettive in ordine all’evoluzione economica dei paesi dell’Est si presentano delineate a sufficienza. In termini strutturali la tendenza è quella di sostituire i vecchi meccanismi della pianificazione accentrata con gli automatismi propri dell’economia di mercato, corretti in misura che a priori è difficile definire da forme di intervento dello Stato, in analogia con quanto avviene oggi nelle economie miste dell’Occidente.

L’obiettivo del passaggio all’economia di mercato risulta in ogni caso chiaro anche nei paesi della defunta Unione Sovietica, dove il programma di transizione verso tale forma di sistema economico, pur tra mille difficoltà, sembra destinato ad imporsi, soprattutto dopo il fallimento del golpe dell’agosto 1991.[72] Va inoltre aggiunto che sul piano esterno tali paesi, dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, lo scioglimento del Comecon e il tracollo dei legami commerciali che ad esso facevano capo, si mostrano intenzionati a partecipare attivamente alla gestione dell’economia mondiale, entrando a far parte in primo luogo delle istituzioni multilaterali che ne regolano l’evoluzione, quali il FMI, la Banca mondiale e il GATT.

Nel medio periodo esiste peraltro il pericolo che le difficoltà proprie di ogni fase di transizione si moltiplichino, mentre le incertezze circa gli esiti e le modalità del passaggio all’economia di mercato hanno dato luogo a fenomeni di disorganizzazione e a penurie crescenti.

Inoltre, sul piano politico generale, elevati sono i rischi di un fallimento degli sforzi tesi a creare istituzioni comuni fra i paesi aderenti alla Comunità di Stati Indipendenti, come di altri paesi dell’Est alle prese con tensioni interetniche di varia natura, a meno che le spinte disgregatrici provenienti dai nazionalismi locali non siano imbrigliate nell’ambito di istituzioni autenticamente federali. Dopo il fallito colpo di stato di Yanaev nell’agosto 1991, la secessione dei paesi baltici e la dissoluzione dell’URSS segnano un passaggio importante nell’ambito di un processo, i cui esiti potrebbero rivelarsi profondamente destabilizzanti, sfociando anche in conflitti armati che potrebbero coinvolgere l’impiego di armi atomiche e mettere a repentaglio la pace mondiale.

Da questo punto di vista, nella riorganizzazione del quadro complessivo dell’Europa centrale ed orientale, come dei singoli paesi in esso operanti, si prospetta l’alternativa fra la frammentazione, l’esplosione dei nazionalismi, se non dei tribalismi, e la nascita di strutture di tipo federale. Ne segue che interesse della Comunità europea è in primo luogo quello di evitare la scomparsa di ogni forma di organizzazione statale comune fra le Repubbliche della vecchia Unione Sovietica, sostenendone la democratizzazione e il passaggio all’economia di mercato, ma rifiutando ogni possibile appoggio alle politiche nazionaliste dei paesi dell’area. Con l’ovvia avvertenza che un discorso analogo vale per i paesi minori dell’Est, e in particolare per la Jugoslavia, la cui unità su basi democratiche avrebbe dovuto rispondere ad un’esigenza europea, come i ministri degli esteri CE si erano sforzati, almeno inizialmente, di sottolineare.

Di fronte a questo quadro per l’Europa comunitaria si aprono nuove opportunità, ma anche nuovi rischi. Sul piano politico si tratta in primo luogo di estendere l’influenza della Comunità a questi paesi, consolidandone le deboli democrazie, ma completando nel contempo anche la trasformazione in senso democratico delle istituzioni comunitarie, come premessa per un’ondata di ampliamenti verso Est, rafforzando le responsabilità e il peso internazionale della CE.

Sotto il profilo economico, inoltre, l’apertura dei mercati dell’Est può costituire il motore di una fase di crescita sostenuta per le economie della CE, le meglio attrezzate probabilmente per fornire gli impianti e il know how necessario per la modernizzazione di quei paesi.[73] Da questo punto di vista, i finanziamenti resi disponibili nel quadro della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Europa dell’Est (BERS) costituiscono investimenti destinati a produrre frutti in tempi ragionevoli, ma risultano drammaticamente insufficienti, di fronte alla vastità della ristrutturazione necessaria delle basi produttive di quei paesi. Si rende pertanto necessario uno sforzo di ampiezza straordinaria, simile a quello del piano Marshall nei rapporti fra Stati Uniti ed Europa, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, mentre in un primo tempo la fase della transizione all’economia di mercato e dell’apertura agli scambi internazionali potrebbe essere agevolata dalla costituzione di un accordo di pagamento regionale analogo all’Unione europea dei pagamenti degli anni Cinquanta, ancorata all’Ecu.[74] D’altro canto, un tracollo delle economie dei paesi dell’Est si tradurrebbe in elevati costi per la Comunità, non ultimo sotto forma di un massiccio afflusso di emigrati, il cui inserimento metterebbe a dura prova la tenuta delle strutture economiche e politiche della società europea. Con l’avvertenza che tali costi supererebbero probabilmente i 300 miliardi di dollari in prezzi 1991, che furono trasferiti tra le due sponde dell’Atlantico all’indomani del secondo conflitto mondiale a titolo di piano Marshall.[75]

Tra i rischi immediati va citata la possibilità che la crisi aperta con la caduta dei vecchi regimi abbia effetti perniciosi per la democrazia, la stabilità ed anche la pace della regione, con evidenti ripercussioni negative anche sul piano economico. Vanno poi messe in conto le conseguenze degli alti costi connessi con l’unificazione della Germania, in termini sia di più elevati tassi resi necessari per contrastare il potenziale inflazionistico dei sussidi necessari per sostenere l’economia dei nuovi Länder orientali,[76] sia di una possibile attenuazione della funzione di fulcro esercitato dal marco tedesco nei confronti dello SME, almeno per qualche tempo, dato che a lungo andare il marco è destinato a rafforzarsi a causa dell’estensione verso Est dell’area di influenza della Germania unificata e della sua moneta.[77]

In una fase successiva i rischi riguardano la possibilità che l’adesione alla Comunità dei paesi dell’Est ne attenui la spinta verso il completamento dell’integrazione e ne renda più complesso il funzionamento, né va sottaciuto il pericolo che in presenza di una situazione di stallo sul fronte comunitario le difficoltà conseguenti all’unificazione della Germania distolgano la classe politica tedesca dal perseguimento degli obiettivi propri dell’integrazione europea. Quest’ultima possibilità è reale, ma potrà concretizzarsi solo in tempi non ravvicinati, a conclusione dell’attuale ciclo politico, che vede ancora i dirigenti tedeschi impegnati nella lotta per la democrazia europea, dopo l’eventuale, sfortunata chiusura della finestra di opportunità che consente in questi anni la conclusione dell’integrazione europea. La prospettiva di una deriva nazionalistica della politica estera del nuovo Stato tedesco può essere pertanto allontanata dotando la Comunità di salde istituzioni federali, cui ancorare una volta per tutte il futuro della Germania unificata.

Quanto alle difficoltà legate ai rapporti con i paesi dell’Est, va detto che la Comunità ha accolto di buon grado l’entrata delle regioni della ex Repubblica Democratica Tedesca, che del resto, in forza del protocollo allegato al Trattato di Roma circa la libera circolazione all’interno del mercato comune delle merci oggetto del commercio intertedesco, ne costituivano fin dalla nascita una sorta di silent partner. Per la generalità dei paesi dell’Europa orientale, tuttavia, l’atteggiamento della Commissione e dei governi rimane cauto, dato che in base alla dottrina ufficiale l’approfondimento dell’integrazione continua ad avere la precedenza sull’ampliamento della Comunità.

Riguardo all’intera questione, da parte dei governi e delle forze politiche europee sono state presentate alcune proposte, che condividono due tratti caratteristici: la necessità di rafforzare l’integrazione dei paesi comunitari e l’opportunità di prevedere una serie di organizzazioni sovrapposte per cerchi concentrici, che gestiscano la cooperazione fra l’Europa comunitaria e il resto del mondo. Peraltro, circa i modi in cui articolare questi obiettivi i pareri divergono.

In primo luogo è in atto uno scontro decisivo fra chi ritiene che il rafforzamento dell’integrazione possa essere raggiunto attraverso la semplice estensione della cooperazione intergovernativa e chi punta sulla scelta costituzionale, fornendo una legittimazione democratica alla costruzione comunitaria, soprattutto mediante l’attribuzione di poteri legislativi pieni al Parlamento di Strasburgo. Limitando l’analisi agli schieramenti governativi, guidano il primo fronte soprattutto la Francia di Mitterrand e la Gran Bretagna, mentre il gruppo dei paesi costituzionalisti registra principalmente l’impegno della Germania del Cancelliere Kohl e dell’Italia. Sul ruolo da riservare ai paesi esterni regna poi molta incertezza. Inizialmente, sembrava profilarsi un consenso politico sulla presenza di un secondo cerchio, formato dai paesi candidati associati, non ancora maturi per l’adesione, mentre del terzo cerchio avrebbero dovuto far parte i paesi che desideravano rimanere al margine del sistema, pur cooperando con i paesi dei cerchi più interni, nell’ambito di un’organizzazione del genere di quella evocata a suo tempo da Gorbaciov a proposito della «Casa comune europea». Tesi di questo tipo erano sostenute dal Presidente Mitterrand, secondo il quale la Comunità e i paesi associati dell’Europa centrale e orientale avrebbero dovuto dar vita ad una confederazione europea, nonché da Duverger,[78] il quale riteneva che il cerchio più ampio avrebbe potuto essere costituito dall’insieme dei paesi membri del Consiglio d’Europa. Il Presidente della Commissione Delors, dal canto suo, sembrava orientato a inserire nel secondo e nel terzo cerchio, rispettivamente i paesi dell’EFTA (nell’ambito dello Spazio economico europeo) e i paesi associati dell’Europa dell’Est, mantenendo all’esterno del terzo perimetro i paesi non associati.[79] Quando però nel corso dei primi mesi del 1991 le difficoltà di ordine economico e politico in cui versavano i nuovi regimi democratici dell’Europa dell’Est spinsero i paesi dell’Europa centrale a chiedere con insistenza l’adesione in tempi ragionevoli alla Comunità, apparve chiaro che tali proposte erano del tutto insufficienti. Di qui la sconfitta politica e il rigetto da parte dei paesi interessati dell’idea di Confederazione caldeggiata da Mitterrand nella conferenza di Praga del giugno 1991, in funzione apertamente alternativa rispetto alla scelta dell’adesione. Un elemento del piano della presidenza francese che sembra suscitare consensi è costituito peraltro dall’identificazione del cerchio più ampio della cooperazione paneuropea con il quadro della CSCE.[80]

Di fronte a questa situazione, considerando i rischi di un probabile deterioramento delle condizioni economiche, sociali e politiche dei paesi dell’area, e in alcuni casi i pericoli di colpi di Stato e di guerra sui fronti interetnici ed anche statali, la CE non può esitare. Per ancorare i processi di democratizzazione, di passaggio all’economia di mercato e di apertura agli scambi internazionali nell’Europa centrale e orientale, la Comunità dispone di uno strumento decisivo: l’avvio immediato di trattative destinate a regolare l’adesione di questi paesi alla CE, con l’avvertenza che l’adeguamento delle loro economie alle regole comunitarie potrà avvenire nel corso di periodi di transizione opportunamente articolati, a seconda delle condizioni di partenza delle economie candidate.[81] Per le Repubbliche nate dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, che presumibilmente non chiederanno di entrare a far parte della CE nel prossimo futuro, potrebbe essere utilizzato lo strumento dell’associazione, con uno statuto sui generis. In assenza di soluzioni di questo tenore difficilmente la stessa transizione economica potrebbe verificarsi in tempi brevi: mancherebbero le garanzie per i nuovi investimenti e le vecchie produzioni ristagnerebbero, come dimostra il caso delle esportazioni agricole dell’Est, ancora discriminate nell’accesso al mercato comunitario.[82]

Naturalmente, considerando anche i paesi dell’Europa occidentale che hanno già fatto domanda di adesione o che stanno per presentarla (Austria, Turchia, Cipro, Malta, Svezia, nonché Norvegia e Finlandia, e probabilmente anche la Svizzera) un ampliamento di così vaste dimensioni non potrà avvenire senza profonde riforme nella struttura della Comunità, che ne consentano il funzionamento in assenza di poteri di veto da parte dei paesi membri. Da questo punto di vista le riforme introdotte dal Trattato di Maastricht risultano insufficienti perché mantengono il potere di decisione nelle mani dei governi e non attribuiscono reali competenze legislative al Parlamento europeo. Lasciar precipitare i paesi dell’Est nel caos, diventare ingovernabile o trasformarsi in una federazione: sono queste le alternative che la liberazione dell’Europa dell’Est pone di fronte alla Comunità.

 

6. Considerazioni conclusive.

 

Nel descrivere il quadro del mutamento tecnologico nelle economie moderne abbiamo messo in luce il ruolo cruciale svolto dall’evoluzione del modo di produrre, dall’aumento delle interdipendenze fra paesi e dalla formazione del sistema economico mondiale per effetto della rivoluzione scientifica e tecnologica, che ha investito da tempo a pieno campo le nostre società e le basi produttive sul cui sviluppo esse si fondano. Nelle esperienze di integrazione economica internazionale è stato possibile identificare sia il riflesso della crescita delle interdipendenze, sia il tentativo di riacquistare, attraverso la messa in opera di organi e di politiche comuni, gradi di autonomia e di controllo sui processi economici che i singoli paesi non sono più in condizioni di esercitare. D’altro canto abbiamo anche visto che l’integrazione economica fra paesi si manifesta a livello regionale non solo in Europa, ma anche in molte altre aree del mondo, mentre a livello globale vi è l’esigenza di forme di governo parziali dell’economia mondo, cui si tenta di rispondere con lo strumento del coordinamento delle politiche da parte del G7.

Inserita in questo ambito, in cui emergono alcuni dei fattori strutturali che la determinano, l’esperienza dell’integrazione europea appare destinata a giungere ai suoi sbocchi più avanzati, proprio perché le spinte che stanno alla base del processo difficilmente sembrano in grado di essere rimosse.

Rispetto a questo quadro le spinte immediate di carattere esterno che condizionano il completamento dell’integrazione rafforzano le tendenze di fondo, sommandosi ad esse con segno positivo e contrastando, nell’insieme, anche i possibili ostacoli. Così l’estendersi delle richieste di adesione da parte dei paesi delle due Europe gioca a favore del superamento delle carenze istituzionali della Comunità, mentre la diffidenza ed anche l’ostilità suscitata negli Stati Uniti dalla prospettiva del completamento dell’integrazione potranno essere facilmente superate, se solo i paesi comunitari lo vorranno, mostrando una reale volontà di avanzare sulla via dell’unità politica.[83] L’elemento che più di ogni altro avrebbe potuto mettere in crisi il progetto di trasformazione della Comunità in uno Stato federale europeo, l’unificazione della Germania, ha provocato invece una nuova disponibilità da parte di un ampio schieramento di forze ad accelerare il processo d’integrazione e ad estenderlo anche alle tappe politiche. Fra tali forze spiccano alcuni governi della Comunità, il Presidente Delors, un’ampia maggioranza della classe politica tedesca a partire dal Cancelliere Kohl ed anche il Parlamento europeo, che riprende la linea della rivendicazione di maggiori poteri dopo la firma del Trattato di Maastricht.

In conclusione, gli avvenimenti dell’Est e la riunificazione della Germania in particolare, lungi dal mettere a repentaglio gli impegni già assunti in sede comunitaria circa il completamento del mercato interno e il varo delle tappe finali dell’UEM, si sono tradotti inizialmente in un’accelerazione del processo di integrazione europea, estendendone gli esiti anche agli aspetti dell’unificazione politica dei paesi membri e accrescendo le prospettive di giungere all’obiettivo finale della Federazione europea.

 


[1] In prima approssimazione ciò vale per paesi dotati di uguali livelli di sviluppo. G. Grossman ed E. Helpman («Product Development and International Trade», in Journal of Political Economy, n.6, 1989) dimostrano che il commercio tra paesi che dispongono di dotazioni differenti di tecnologia produrrà spostamenti fra il settore industriale e quello della ricerca e dello sviluppo, i quali possono sia aumentare, sia ridurre la crescita mondiale. Si vedano anche P. Krugman, Rethinking International Trade, Cambridge, Mass., The Mit Press, 1990; L. A. Rivera-Batiz e P.M. Romer, «Economic Integration and Endogenous Growth», in The Quarterly Journal of Economics, maggio 1991.

[2] Sul modo di produzione scientifico e la formazione del mercato mondiale si veda G. Montani (L’economia post-industriale e il mercato mondiale, Torino, Giappichelli, 1989, specie la parte I). Alcuni elementi del processo di mondializzazione dell’economia sono così descritti in un recente tentativo di definirne le caratteristiche: si tratta dell’«insieme dei processi che permettono di produrre, di distribuire e di consumare beni e servizi a partire da strutture di valorizzazione dei fattori materiali e immateriali della produzione organizzata su basi mondiali..., per dei mercati mondiali regolati da norme e standards mondiali..., da parte di organizzazioni nate e operanti su basi mondiali, con una cultura organizzativa che si vuole aperta ad un contesto mondiale e obbediente ad una strategia mondiale» (R. Petrella, «La mondialisation de la technologie et de l’économie», in Futuribles, settembre 1989). Questa citazione dimostra peraltro la fondatezza del rilievo di G. De Bernis («Economie mondiale», in Recherches Internationales, aut. inv. 1988) circa l’imprecisione del concetto di economia mondiale adottato da molti autori. Per quanto ci concerne, riteniamo che una definizione accurata di quella che con I. Wallerstein (The Capitalist World Economy, Cambridge, CUP, 1979) preferiamo chiamare l’economia mondo possa basarsi sulle caratteristiche sistemiche che questa possiede come un tutto, nonché sulle strategie e sul campo di azione dei soggetti in essa operanti, imprese multinazionali o imprese globali, e Stati o autorità di politica economica. Si vedano anche F. Praussello e M. Marenco, Interdipendenza, integrazione, conflitto nell’economia mondo, Genova, ECIG, 1991 e F. Praussello, Le interdipendenze economiche fra il Nord e il Sud del mondo, Genova, ECIG, 1986.

[3] Con R. Cooper («Economic Interdependence and Coordination of Economic Policies», in R. Jones e P. Kenen, Handbook of International Economics, Amsterdam, North Holland, 1985) per interdipendenza economica intendiamo il grado di influenza reciproca al margine di un’economia sull’altra, con l’avvertenza che la dipendenza va intesa come vulnerabilità nel senso di R. Keohane e J. Nye (Power and Interdependence: World Politics in Transition, Boston, Little Brown, 1977), ovvero come il complesso dei costi connessi con il venir meno delle transazioni economiche tra paesi che formano oggetto dell’interdipendenza stessa. L’integrazione dei mercati comporta invece la formazione di mercati transnazionali, nel cui ambito si livellino i prezzi dei prodotti (ed anche dei fattori se l’integrazione economica è completa). In ogni caso ci sembra che anche le forme meno avanzate di integrazione richiedano l’esistenza di politiche comuni, almeno per l’organizzazione del mercato e la libera circolazione dei prodotti.

[4] Sul modello generale di economia mondo si veda I. Wallerstein, cit. Applicazioni recenti della world system analysis in cui si sottolinea la scarsa omogeneità del sistema economico mondiale si possono trovare in A. MacEwan e W.K. Tabb (a cura di), Instability and Change in the World Economy, New York, Monthly Rev. Press, 1989, nonché in S. Amin, G. Arrighi, A. Gunder Frank e I. Wallerstein, Le grand tumulte? Les mouvements sociaux dans l’économie-monde, Parigi, La Découverte, 1991.

[5] Secondo dati della Banca mondiale fra il 1981 e il 1986 la quota delle importazioni dei paesi industrializzati oggetto di misure di protezione non tariffaria sale dal 13 al 16% delle importazioni totali. Tuttavia il settore dei prodotti manifatturati, dove si concentra la maggior parte delle misure discriminatorie, registra dopo il 1973 un aumento delle esportazioni mondiali del 5,3% all’anno, a fronte di un incremento della produzione del 3,5% (M. Wolf, «The Challenge to Liberalism Grows», in The First 100 Years, Financial Times, 15 febbraio 1988).

[6] I dati riguardano rispettivamente i periodi 1965-80 e 1980-87 (A. Maddison, L’économie mondiale au 20e siècle, Parigi, OCDE, 1989). Fra il decennio 1971-80 e il periodo 1981-88 i rapporti in questione per le misure in volume delle variazioni del commercio e della produzione mondiali passano da 1,46 a 1,50 con un incremento di quasi il 3%. Negli ultimi anni tuttavia il rapporto tende ad essere superiore a 2, con il commercio estero che si sviluppa a ritmi all’incirca doppi rispetto al prodotto mondiale (IMF, Annual Report, Washington D.C., 1989). Benché i rapporti fra i flussi del commercio estero e del prodotto interno riguardino grandezze non omogenee, essi vengono correntemente usati per misurare il grado dell’interdipendenza fra paesi. Si veda per tutti J. Dunning, «The Organization of International Economic Interdependence: an Historical Excursion», in J. Dunning e M. Usui (a cura di), Structural Change, Economic Interdependence and World Development, Londra, MacMillan Press, 1987.

[7] Sulle esperienze di integrazione, rispettivamente in America latina e in Africa, si vedano G. Rosenthal, «Some Lessons of Economic Integration in Latin America: the Case of Central America», in J. Dunning e M. Usui (a cura di), Structural Change, Economic Interdependence and World Development, cit. e V. Diejomaoh, «The Economic Integration Process in Africa», in J. Dunning e M. Usui, Structural Change, cit. Si veda anche R. Tamames, Estructura economica internacional, Madrid, Alianza Universidad, 1990.

[8] La costituzione dello Spazio economico europeo fra i due gruppi di paesi può essere infatti interpretata come una sorta di fase transitoria anticipata, in vista della futura adesione dei paesi dell’EFTA alla CE. In base agli accordi decisi nell’ottobre 1991, tali paesi adegueranno entro il 1° gennaio 1993 la propria legislazione alle direttive del mercato unico e parteciperanno al finanziamento della politica regionale comunitaria. Si veda P. Lemaitre, «La CEE et l’AELE vont mettre en place un espace économique commun», in Le Monde, 23 ottobre 1991.

[9] La volontà di rilancio dell’integrazione regionale da parte dell’Algeria, del Marocco, della Tunisia, della Libia e della Mauritania si è espressa nel Trattato del 27 febbraio 1989, che definisce gli obiettivi e le tappe dell’integrazione economica dei paesi membri, nonché le istituzioni dell’Unione del Maghreb arabo (UMA) (S. Bessis, L’union du Maghreb arabe, une nouvelle donne. L’Etat du monde 1989-1990, Parigi, La Découverte, 1989). Per quanto concerne l’America latina, tra gli esempi più significativi della ripresa del processo di integrazione regionale vanno citati l’obiettivo di dar vita ad un mercato unico entro il 1995 tra i paesi del Patto Andino (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela), nonché il Piano di azione immediata, approvato nel 1988 dai paesi del Mercato comune centroamericano (Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua) in vista di una nuova fase di liberalizzazione negli scambi reciproci (R. Tamames, Estructura economica internacional, cit.). Dopo la fine degli anni Ottanta, inoltre, il Caricom, la Comunità economica dei Caraibi che raggruppa 13 paesi, tra cui la Giamaica e Trinidad y Tobago, si è assegnato il compito di creare un mercato unico entro il 1994 (C. James, «Changing World Gives Caricom Goal New Urgency», in Financial Times, 9 luglio 1991), mentre Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay si sono proposti un obiettivo analogo per il 1995 nell’ambito del Mercosur, il mercato comune del cono Sud dell’America meridionale (E. Balis, «How Important is Trade within Regions of the World», in Financial Times, 22 luglio 1991). Va ancora aggiunto che attualmente nella regione opera anche il gruppo dei tre, di cui fanno parte la Colombia, il Messico, e il Venezuela, e che sono previste liberalizzazioni bilaterali degli scambi tra il Venezuela e il Cile, da una parte, nonché fra quest’ultimo paese e il Messico, dall’altra (D. Fraser, «Mexico and Chile to Sign Free Trade Agreement next Month», in Financial Times, 2 agosto 1991). Anche i paesi dell’ASEAN (Brunei, Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Thailandia) hanno abbandonato il carattere esclusivamente militare del raggruppamento e puntano oggi alla creazione di un’area di libero scambio entro la fine del decennio (L. Siong Hoon, «Asean Turns to Region’s Trade», in Financial Times, 31 luglio 1991).

[10] Gli indici in questione sono calcolati come quota delle importazioni e delle esportazioni intra-area rispetto al totale mondiale. Per altri dati circa la concentrazione delle correnti commerciali intorno ai principali poli dell’economia mondiale, si vedano M. Beaud, La triade Etats Unis-Japon-RFA au coeur de l’économie mondiale. L’Etat du monde 1989-1990, Parigi, La Découverte, 1989 e R. Tamames, Estructura economica internacional, cit. Si veda anche Banca d’Italia, Relazione del Governatore, Roma, 1989.

[11] Si veda M. Melvin, International Money and Finance, II ed., New York, Harper &Row, 1989.

[12] Si veda F. Praussello, Le interdipendenze economiche fra il Nord e il Sud del mondo, cit.

[13] Si veda F. Onida, «Sintesi della ricerca», in AA.VV. Strategie multinazionali, Milano, Ed. del Sole 24 Ore, 1987.

[14] Si veda A. Hamilton, The Financial Revolution, the Big Bang Worldwide, Londra, Penguin Books, 1986.

[15] Si veda J. Bush, «US Gear up to Meet the Challenge of Globalization», in Financial Times, 20 dicembre 1989.

[16] Si veda M. Melvin, International Money and Finance, cit.

[17] Si veda Banca dei Regolamenti Internazionali, 60a relazione annuale, Basilea, 1990. Nel contempo, fra il 1981 e il 1988 i prestiti stipulati sui mercati internazionali dei capitali raddoppiavano in termini di dollari correnti, passando da 200,6 a 370,5 miliardi di dollari (Nations Unies, Etude sur l’économie mondiale 1989, New York, 1989). In termini relativi, il rapporto fra i finanziamenti erogati sui mercati internazionali e le importazioni mondiali è aumentato dal 6% del 1980 al 19% del 1986 (L. Dini, La rivoluzione nei mercati finanziari, Documenti della Banca d’Italia, n. 231, 1988).

[18] Si veda J. Friedman, Oligopoly and the Theory of Games, Amsterdam, North Holland, 1977.

[19] Si veda P. Bryant, Money and Monetary Policy in Interdependent Nations, Washington, The Brookings Institution, 1980.

[20] Si veda R. Cooper, Economic Policy in an Interdependent World, Cambridge, MIT Press, 1986.

[21] A questa stregua, ad esempio, la Germania, la quale svolge una discussa funzione di leadership all’interno dello SME in quanto è in grado di offrire il bene pubblico «stabilità monetaria» agli altri paesi membri (P.C. Padoan, «Sistema monetario europeo e politiche nazionali», in P.C. Padoan (a cura di), Politiche monetarie e politiche di bilancio nella Comunità europea, Bologna, Il Mulino, 1988), vedrà aumentare la sua capacità di intervento in seguito alla costituzione dell’unione monetaria europea se, come risulta dal Trattato di Maastricht, questa verrà impostata lungo le linee indicate dalla Bundesbank e riflesse nel piano Delors (Comitato per lo studio dell’unione economica e monetaria, Rapporto sull’unione economica e monetaria della Comunità europea, Bruxelles, 1989).

[22] In senso tecnico la soluzione non cooperativa non è «Pareto-ottima» (K. Hamada, The Political Economy of International Monetary Interdependence, Cambridge, MIT Press, 1985).

[23] Si veda A. Safarian, «Introductory Comments and Summary Report on Part III», in J. Dunning e M. Usui (a cura di), Structural Change, Economic Interdependence and World Development, cit.

[24] Si veda S. Lall, The New Multinationals. The Spread of Third World Enterprises, Chichester, Wiley, 1984.

[25] Si veda F. Onida, Sintesi della ricerca, cit.

[26] Si veda Banca d’Italia, Relazione del Governatore, Roma, 1991.

[27] Si veda United Nations Centre on Transnational Corporations, The Triad in Foreign Direct Investment, New York, 1991.

[28] Si vedano Banca d’Italia, Relazione del Governatore, cit. 1991; F. Onida, «Patterns of International Specialisation and Technological Competitiveness in Italian Manufacturing Industry», in F. Onida e G. Viesti (a cura di), The Italian Multinationals, Londra, Croom Helm, 1988.

[29] Si veda OCDE, L’investissement direct international et le nouvel environnement économique, Parigi, 1989.

[30] Si vedano Cominotti e Mariotti (a cura di), Italia multinazionale 1990, CNEL, Milano, Franco Angeli, 1990.

[31] Particolarmente dinamiche risultano le politiche di insediamento in Europa attuate dal Giappone, allo scopo di creare delle teste di ponte destinate a facilitare la conquista di consistenti quote di vendite nell’ambito del mercato interno comunitario. In generale, sorrette da una forte espansione degli investimenti diretti (con un aumento pari a sei volte nel corso degli anni Ottanta), le imprese multinazionali giapponesi puntano a creare reti regionali indipendenti nella CE, negli Stati Uniti, come in Asia, operando di preferenza nei settori dell’elettronica e delle automobili (United Nations Centre on Transnational Corporations, The Triad in Foreign Direct Investment, cit.).

[32] Va sottolineato tuttavia il fatto che nel corso delle recessioni gli investimenti diretti hanno comunque mostrato un dinamismo maggiore di quello degli investimenti interni (OCDE, L’ajustement structurel et les entreprises multinationales, Parigi, 1985).

[33] Si veda R. Schieppati, «I diversi modelli-paese di multinazionalizzazione», in AA.VV. Strategie multinazionali, cit.

[34] Si vedano United Nations Centre on Transnational Corporations, The Triad in Foreign Direct Investment, cit.; D.A. Julius, Global Companies and Public Policy: the Growing Challenge of Foreign Direct Investments, Londra, Royal inst. of international affairs, Pinter Publisher, 1990.

[35] Si vedano J. Dunning e R. Pearce, The World’s Largest Industrial Enterprises, II ed., Farnborough, Gower, 1985.

[36] Si veda C.A. Michalet, Les multinationales face à la crise, Parigi, PUF, 1985.

[37] Si veda C. A. Michalet, ibid.

[38] Si veda OCDE, L’ajustement structurel et les entreprises multinationales, cit.

[39] Si veda F. Onida, Sintesi della ricerca, cit.

[40] Si veda A. Tasgian, «Strategia di sviluppo e prospettive di crescita dei PVS dell’Asia orientale e sud-orientale», in F. Volpi (a cura di), Debito estero e sviluppo del Terzo mondo, Milano, Angeli, 1989.

[41] Si veda World Bank, World Development Report 1989, New York, Oxford University Press, 1989.

[42] Si veda World Bank, World Development Report 1988, New York, Oxford University Press, 1988.

[43] Si vedano A. Tasgian, «Il finanziamento estero dello sviluppo del Terzo mondo: recente evoluzione e prospettive», in Economia internazionale, n. 3-4, 1988; M. Marenco, «Determinanti e responsabilità nella crisi debitoria del Terzo mondo», in F. Praussello e M. Marenco (a cura di), La Comunità europea di fronte alla crisi debitoria del Terzo mondo, Genova, Ist. Studi Economici Università di Genova, 1990.

[44] Si veda F. Praussello, «L’inadempimento nel quadro degli approcci alternativi ai modelli di debito estero dei paesi in via di sviluppo», in F. Praussello e M. Marenco (a cura di), La Comunità europea di fronte alla crisi debitoria del Terzo mondo, cit.

[45] Si veda M. Marenco, Determinanti e responsabilità nella crisi debitoria del Terzo mondo, cit.

[46] Si vedano E. Dieter e D. O’Connor, Technologie et compétition mondiale, Parigi, OCDE, 1989.

[47] Si veda Banque mondiale, Rapport annuel 1990, Washington, 1990.

[48] Si veda F. Vergara, Tableau de bord de l’économie mondiale. L’Etat du monde, 1989-1990, Parigi, La Découverte, 1989.

[49] Si veda A. Tasgian, Strategia di sviluppo e prospettive di crescita dei PVS dell’Asia orientale e sud-orientale, cit.

[50] Si veda NU, Etude sur l’économie mondiale 1989, cit.

[51] Si vedano E. Dieter e D. O’Connor, Technologie et compétition mondiale, cit.

[52] Si veda A. Tasgian, Strategia di sviluppo e prospettive di crescita dei PVS dell’Asia orientale e sud-orientale, cit.

[53] Si vedano P. Guerrieri e P.C. Padoan, «L’economia politica internazionale dall’egemonia all’oligopolio», in P. Guerrieri e P. C. Padoan (a cura di), Un gioco senza regole: l’economia internazionale alla ricerca di un nuovo assetto, Milano, Franco Angeli, 1984.

[54] Si veda M. Beaud, La triade Etats Unis-Japon-RFA au coeur de l’économie mondiale, cit.

[55] Questi dati di fonte Eurostat (Statistiche generali della Comunità, 25a ed. Lussemburgo) non tengono tuttavia conto dei flussi di esportazione attivati nei paesi ospiti delle imprese multinazionali. Nel caso degli Stati Uniti si calcola che la produzione industriale realizzata all’esterno dalle multinazionali di quel paese sia pari ad un quinto della produzione ottenuta sul territorio USA (M. Beaud, La triade, cit.).

[56] Si veda World Bank, World Development Report 1989, cit. Le quote sono calcolate con riferimento al PIL mondiale, non tenendo conto del prodotto dei paesi non associati alla Banca mondiale: l’Albania, l’Angola, la Bulgaria, Cuba, la Cecoslovacchia, l’ex RDT, la Mongolia, la Namibia e l’URSS.

[57] Si veda Ph. Lemaitre, «Les Etats-Unis contre les Douze», in Le Monde, 9 luglio 1991. In termini complessivi la riduzione dei divari fra i grandi poli dell’economia occidentale può essere imputata al maggior dinamismo con cui l’Europa e il Giappone hanno tratto vantaggio dai principali fattori che spiegano la dinamica di lungo periodo delle economie nel secondo dopoguerra: il processo di adeguamento tecnologico (catch-up) e l’adozione di politiche libero-scambiste che migliorano l’allocazione delle risorse. Nel golden age, il periodo aureo della crescita mondiale fra il 1950 e il 1973, l’Europa occidentale e il Giappone registrano in tal modo rilevanti miglioramenti di produttività, mentre gli Stati Uniti ristagnano. In tale arco di tempo, ad esempio, il prodotto interno lordo per ora lavorata aumentò del 5,3% all’anno in media in Giappone, Francia, Germania, Paesi Bassi e Gran Bretagna, rispetto ad una crescita dell’ 1,6% nel periodo 1870-1950. Per contro, negli Stati Uniti l’aumento del 2,5% nella produttività del lavoro lungo gli anni 1950-1973 si discostò solo di poco dai risultati ottenuti nel periodo 1913-1950. Si veda A. Britton, Economic Growth in the Market Economies 1950-2000, Discussion Papers VoI. 1, n. 1, New York, United Nations Economic Commission for Europe, 1992.

[58] E’ questa la valutazione sulla base dei valori di mercato introdotta di recente dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. In forza del criterio basato sui valori storici, precedentemente utilizzato, il debito esterno ammontava peraltro a 664 miliardi di dollari alla fine del 1989 (M. Prowse, «American Net Debt to Rest of World Increases», in Financial Times, 3 luglio 1991).

[59] Dopo la fase dell’eliminazione degli ostacoli tariffari alla libera circolazione dei prodotti e la creazione dell’unione agricola, il tentativo di creare l’unione economica e monetaria dei paesi CE nel corso degli anni Settanta fallisce, anche a causa del moltiplicarsi degli shocks di origine esterna (F. Praussello, Le vicende monetarie internazionali (1944-1977), Firenze, Guaraldi, 1977).

[60] Si veda Banca d’Italia, Relazione del Governatore, Roma, 1989.

[61] Si veda P. C. Padoan, Sistema monetario europeo e politiche nazionali, cit.

[62] Si veda F. Praussello, «Il programma di completamento del mercato interno», in ILRES, Liguria: economia e società di fronte al 1992, OSE 1989, Genova, Marietti, 1990.

[63] Si veda Commissione della CE, Libro bianco della Commissione per il Consiglio. Il completamento del mercato interno, Com. (85) 310 def. 1985.

[64] L’obiettivo dei 5 milioni di nuovi posti di lavoro potrebbe essere raggiunto se venissero adottate politiche attive di sostegno dell’occupazione, in seguito ai più ampi margini di autonomia di cui disporrebbero le autorità di politica economica, grazie alla riduzione delle tensioni inflazionistiche per effetto dell’eliminazione delle barriere agli scambi. Si veda P. Cecchini, La sfida del 1992, Milano, Sperling & Kupfer, 1988.

[65] Si veda T. Padoa-Schioppa, Efficienza, stabilità, equità, Bologna, Il Mulino, 1987.

[66] Si veda Comitato per lo studio dell’unione economica e monetaria, Rapporto sull’unione economica e monetaria della Comunità europea, cit.

[67] Rapporti della Commissione sui progressi verso l’obiettivo 1992, resi pubblici nel marzo e nell’ottobre 1990, confermano che le imprese europee progettano nuovi investimenti e nuove fusioni e joint ventures in vista della piena apertura dei mercati (L. Kellaway, «EC Company – Reaction to 1992 Encouraging», in Financial Times, 15 marzo 1990; Commissione delle Comunità europee, Applicazione dell’Atto unico europeo, Schede europee, n. 13/90, ottobre, Lussemburgo, 1990).

[68] Si veda NU, Etude sur l’économie mondiale 1989, cit.

[69] Si veda A. Aganbegyan, The Challenge: Economics of Perestroika, Londra, Hutchinson, 1988.

[70] Si veda S. Brittan, «Gorbachev’s Place: at Arm’s Lenght», in Financial Times, 18 luglio 1991. La situazione economica delle Repubbliche appartenenti un tempo all’Unione Sovietica sarà poi destinata a peggiorare in maniera drammatica dopo la dissoluzione dell’URSS, con forti cadute del reddito e della produzione industriale. Alla fine del 1991 il reddito nazionale e la produzione industriale sarebbero state in calo, rispettivamente, del 15 e del 12% rispetto ai livelli del 1990, già alquanto contenuti. Quanto all’inflazione, essa per tutto il 1991 sarebbe ammontata al 700%. Si veda Know How Rus’, gennaio 1992.

[71] Si veda L. Szamuely, «Economic Reforms in the European Member Countries of the Cmea», in L. Marcolungo, M. Pugno, F. Targetti (a cura di), L’economia mondiale in trasformazione, Milano, Franco Angeli, 1988. Sulle difficoltà della transizione verso l’economia di mercato nella ex Unione Sovietica si vedano anche A. Aslund, Gorbachev’s Struggle for Economic Reform, Ithaca N. Y., Cornell Un. Press, 1989; L. Grigorev e O. Korciagina, «Evolution of the Crisis and Progress of the Reform in USSR», in Most, n. 1, 1991.

[72] La riforma economica nella Repubblica russa, introdotta all’inizio del gennaio 1992 con la drastica liberalizzazione dei prezzi della generalità dei prodotti, sarebbe stata destinata a subire modifiche non secondarie già a partire dal mese successivo. Si veda J. Lloyd, «Russia Retreats from Economic Reform Plans», in Financial Times, 4 febbraio 1992.

[73] Si veda J. Pinder, The European Community and Eastern Europe, Londra, Pinter, 1991.

[74] Si vedano M. Aglietta e Ch. de Boissieu, «Une ancre monétaire pour l’Est», in Le Monde, 14 maggio 1991.

[75] La valutazione in dollari 1991 delle risorse complessive mobilitate dal piano Marshall è contenuta in The European, «Gorbachev Must Get the Support he Needs», 14-16 giugno 1991.

[76] Si vedano R. Lawrence e W. Mc Kibbin, «Counting the Cost of German Unification», in Financial Times, 15 marzo 1990.

[77] Dopo la fase della riorganizzazione degli scambi provocata dal crollo del sistema di pianificazione accentrata e dall’unificazione pantedesca, si prevede che i paesi dell’Europa orientale assorbiranno circa il 15% delle esportazioni del nuovo Stato tedesco, a fronte di quote del 3% per la RFT e del 60% della RDT, prima della caduta dei regimi dell’Est. Si vedano P. Artus e Ch. de Boissieu, «La mue du mark», in Le Monde, 20 marzo 1990; B. Thanner, «Welche Rolle spielt das vereinte Deutschland in der Weltwirtschaft», in P. Eisenmann, G. Hirscher (a cura di), Die deutsche Identitaet und Europa, Monaco, V. Rase & Koehler Verlag, 1991.

[78] Si veda M. Duverger, Le lièvre libéral et la tortue européenne, Parigi, Albin Michel, 1990.

[79] Si vedano K. Woolfson e L. Walker, «New Bloc Reopens Old Routes of Empire», in The European, 26-28 luglio 1991.

[80] A proposito della posizione francese Lesourne rileva anche la contraddizione fra la necessità di un approfondimento della Comunità e l’opposizione di Mitterrand all’aumento dei poteri del Parlamento europeo. Si veda J. Lesourne, «Quelles institutions pour l’après communisme?», in Le Monde, 10 luglio 1991.

[81] Dopo il fallito golpe dei conservatori sovietici nell’agosto del 1991, la tesi di una pronta adesione politica dei paesi dell’Est alla Comunità è stata ripresa anche dalla stampa europea più qualificata. Si veda E. Mortimer, «Time to Open the Club of the West», in Financial Times, 21 Agosto 1991.

[82] Si veda S. Sideri, Effetti dell’apertura dell’Europa orientale e della crisi del Golfo sulle relazioni Nord-Sud, Relazione al Convegno «Le relazioni commerciali e finanziarie Nord-Sud all’inizio degli anni ‘90», Università di Pavia, 17 giugno 1991.

[83] Si veda P. Lemaitre, «Les Etats-Unis contre les Douze», cit.

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