Anno XLIX, 2007, Numero 3, Pagina 180

 

 

Il superamento dello Stato nazionale
I popoli europei e gli Stati nel XXI secolo
 
ERICH RÖPER
 
 
La sovranità del popolo europeo e dello Stato nel XXI secolo sono strettamente connessi allo Stato nazionale, causa di tante guerre ed odii. Come pre-condizione per unificare l’Europa è necessario dunque pensare a come superarlo. A tal fine è necessario affrontare vari problemi. Innanzitutto bisogna sottolineare il fatto che l’unificazione dell’Europa non può essere paragonata alla fondazione di nessuno Stato al mondo, centralizzato o federale. In secondo luogo è necessario porsi il problema della posizione giuridica e politica degli Stati membri, che sono tuttora i «padroni» dei trattati. Infine, e come conseguenza di quanto detto, va messa in luce la necessità di sbarazzarsi dello Stato nazionale, in quanto costruzione residua del passato.
La gente deve capire che lo Stato nazionale non può risolvere i suoi problemi, sia interni, sia relativi ai rapporti con gli altri Stati del mondo. I governi degli Stati membri devono capire che solo se uniti possono risolvere le sfide del XXI secolo e fronteggiare i futuri compiti ecologici, economici e sociali. C’è ancora un lungo cammino da percorrere, come dimostrano ad esempio i problemi dell’Airbus. Finché il popolo ha fiducia nei propri governi, l’Europa può essere costruita solo con il metodo di Monnet attraverso il quale, per dirla con Karl Marx, la quantità si trasformerà un giorno o l’altro in una nuova qualità.[1]
 
I
 
Non esiste Stato al mondo che sia stato creato attraverso un processo di unificazione pacifico; perfino «il fortunato Impero austriaco» (bella gerunt alii, tu felix Austria nube), che per lungo tempo ha governato la Lombardia e Pavia, ha combattuto numerose battaglie. Eppure è dagli Stati, questi prodotti della guerra, che deriva il diritto internazionale. Non esiste Stato sulla Terra che sia omogeneo per lingua, cultura e storia comuni. Eppure la popolazione di ogni Stato è considerata una nazione e la sua organizzazione uno Stato nazionale. Non esiste Stato che possegga la componente essenziale di una comunità di destino, la solidarietà tra i suoi abitanti: le regioni più prospere sono piene di risentimento verso i «parassiti sociali» (ad esempio in Belgio, Germania, Italia); le regioni separatiste (ad esempio in Spagna, nel Regno Unito) stanno erodendo «Stati nazionali» apparentemente consolidati. Perfino gli Stati più estesi della Terra (Cina ed India) sono conglomerati di aree disparate, che cercano di superare la loro moltitudine di dialetti (Cina) e di lingue (India) con una lingua artificiale (il mandarino) o con una lingua straniera (l’inglese). Nessuno Stato ha avuto la sua costituzione per referendum: le costituzioni sono sempre state elaborate da élites.[2] E quando c’è stata una costituzione in favore del popolo, come quella di Weimar del 1919, essa non ha funzionato a causa dell’opposizione delle élites.
Lo Stato nazionale, se mai è esistito nella forma di una comunità di destino condivisa da tutti i suoi sudditi, è sulla via del tramonto, è obsoleto. La strada che ci sta davanti porta all’Europa, la terza entità politica al mondo, che con il suo processo di unificazione sta creando qualcosa di completamente nuovo. In Europa non c’è uno Stato membro dominante, come la Prussia nella vecchia Germania; non c’è una lingua obbligatoria, come in Francia o in Italia; non esiste un’omogeneità basata su di una storia di guerre, come in Inghilterra. La popolazione europea chiede solidarietà sociale, sulla quale si fonderà una comunità di destino che rappresenterà la forza trainante di un processo di costruzione di uno Stato senza precedenti nella storia, distinto dallo Stato nazionale così come è stato concepito negli ultimi duecento anni.
 
II
 
La letteratura sul popolo europeo è sterminata. In Germania la nozione di popolo europeo ha costituito addirittura l’oggetto della sentenza della Corte costituzionale federale del 22 marzo 1995 sul Trattato di Maastricht,[3] nella quale essa ha dato una definizione restrittiva dell’Europa in via di unificazione, definendola una associazione di Stati. La Corte ha assunto un punto di vista limitato, definito in termini critici da Weiler come «Stato über alles», in quanto ha insistito sul fatto che al di là del territorio dello Stato e dei poteri dello Stato non c’è alcun «demos» europeo: non esiste un popolo europeo basato su di una nazione europea, che legittimi democrazia e statualità.[4] Questa era ed è l’idea dello Stato nazionale.
Secondo il punto di vista tradizionale, la certezza di far parte di una nazione europea assicura l’identità collettiva e l’unità della popolazione. Ma questo non è il «plebiscito di tutti i giorni» di Renan.[5] Perseguendo l’obiettivo dell’omogeneità interna, si sostiene, si raggiungerebbe inevitabilmente una somiglianza di tutti i membri della comunità. Negli Stati nazionali del XIX secolo, questa identificazione collettiva e territoriale è stata ottenuta attraverso guerre, espulsioni, soppressioni, esclusioni e con la costruzione dell’idea di nemico. Anche gli Stati federali hanno sostenuto il fatto o l’ipotesi che una nazione crei il proprio Stato. In realtà, però, era sempre uno Stato membro dominante a far progredire l’unificazione attraverso la sua lingua, spesso la sua religione e/o il suo sistema sociale.
L’Unione europea, sebbene spesso indicata spregiativamente come un «super-Stato», non segue questa via. Indipendentemente da come apparirà la sua unità, l’Europa unita, a differenza di tutti gli Stati esistenti ed in contrasto con lo Stato nazionale, non avrà un membro predominante, una cultura dominante o una lingua dominante. La sua caratteristica distintiva sarà l’unità nella diversità. Diamo un’occhiata alla Germania: dieci milioni di bandiere tedesche che sventolano durante il campionato mondiale di calcio, alcune delle quali pendono ancora adesso dalle automobili o dalle case, sembrano sostenere l’idea che 60 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale la Germania abbia raggiunto uno stato di normalità nazionale. Naturalmente l’esposizione e lo sventolamento della bandiera non è infrequente in altri paesi. Ma che cosa rappresenta? Gli sventolatori della bandiera condividono un sentimento collettivo e, in caso positivo, a che cosa si riferisce? Secondo un sondaggio, il 18% dei tedeschi considera l’esporre la bandiera un fatto eccezionale dovuto alla Coppa del mondo, l’11% della popolazione era la prima volta che lo faceva, il 62% non ha nemmeno preso in considerazione di farlo, mentre solo il 6% espone la bandiera il 3 ottobre, giorno della festa nazionale.
Ad un simposio delle principali società commerciali, tenutosi a Berlino nel giugno 2006, Wolfgang Schäuble, Ministro degli Interni tedesco, ha parlato di omogeneità e di appartenenza come elementi costitutivi dello Stato nazionale. Il termine tedesco Staatsangehörigkeit (appartenenza allo Stato), adottato nel 1871, è particolarmente appropriato, non tanto per la sua correttezza giuridica, quanto perché riflette il processo di unificazione graduale degli Stati dell’Impero tedesco. Altri Stati fanno riferimento al cittadino dello Stato, al citoyen. Negli USA, non sono solo i bambini delle scuole che regolarmente dichiarano fedeltà alla bandiera, e quindi alloro Stato.
Sempre nel 2006, Volker Kauder, capo del gruppo parlamentare della CDU/CSU, ha parlato della Germania come «comunità di destino», nella quale coloro che richiedono la cittadinanza dovrebbero riconoscersi.[6] Analizzando la storia tedesca e valutando le sfide del futuro, egli fa riferimento all’integrazione della Germania in Europa e al preambolo del Trattato costituzionale europeo, secondo il quale gli Stati europei vogliono dare forma al loro destino comune, creare una comunità di destino, appunto. Secondo Kauder, comunità di destino significa volontà di decidere del proprio futuro, alla cui costruzione ciascuno deve dare il proprio contributo. Una «responsabilità condivisa verso il paese» è quanto egli si aspetterebbe dal manager che prende decisioni in vista del profitto o sceglie se investire a Caracas, a Bratislava o a Emden; o da un commesso di panetteria bavarese e da uno studente di scuola media a Berlino. Ma queste persone sono davvero unite da una responsabilità condivisa verso il paese. In realtà Kauder, nonostante la sua dichiarata lealtà all’Europa, parla esclusivamente dell’appartenenza a una comunità di destino tedesca, escludendo la doppia cittadinanza, sebbene l’interpretazione della legge sulla cittadinanza del 1913 da parte della Corte costituzionale tedesca[7] abbia dato origine, come in tutta Europa, a milioni di casi di doppia cittadinanza, il cui numero continua a crescere a causa dell’1,3 milioni di coppie binazionali.[8]
Al di là del campionato mondiale di calcio, ci può essere solo il senso di appartenenza comune di cui parlava Wolfgang Schäuble. Esso implica qualcosa in più rispetto al termine tedesco Volk, derivato dal germanico fylka, usato a partire dall’VIII secolo a.C. per indicare un gruppo omogeneo di persone che presentano caratteristiche comuni. In Norvegia, fylka è una regione amministrativa paragonabile al Landkreis tedesco. Come ha sostenuto Schäuble, che cosa voglia dire essere tedesco continuerà sempre e progressivamente a cambiare sotto l’influenza dell’immigrazione. E lo stesso vale per tutti gli altri paesi europei.
 
III
 
La scienza politica si occupa dello Stato nazionale. Il diritto costituzionale dà per presupposta l’esistenza di nazioni e di popoli etnicamente omogenei. A proposito della democrazia come principio costituzionale, Ernst Wolfgang Böckenförde, docente di diritto costituzionale molto influente e per diversi anni membro della Corte costituzionale federale tedesca, sottolinea come il suo substrato sia una comunità pre-giuridica, un fenomeno di coscienza che richiede una appartenenza nazionale, una religione, una lingua, una cultura e una coscienza politica comuni.[9] Gli Stati non omogenei dal punto di vista nazionale sarebbero destinati a fronteggiare seri problemi politici, come sottolineato da diversi storici a proposito dell’Impero di Bismarck. Attraverso la naturalizzazione si crea un’adesione alla nazione come gruppo di individui e comunità di destino che prende parte ai successi e alle realizzazioni dello Stato, e ne condivide la debolezza interna e i pericoli esterni (come se questo ragionamento non si applicasse anche ai lavoratori stranieri, spesso di terza o quarta generazione!).
Come termine storico-politico, il significato di nazione non è privo di ambiguità, prosegue Böckenförde. In quanto comunità di coscienza orientata politicamente, essa definisce i propri criteri di appartenenza; come termine politico, essa implica in Francia e nei paesi anglosassoni un comune credo politico: la nazione è qualcosa a cui si può aderire, a cui si può essere associati. I tedeschi ed i popoli dell’Europa centrale ed orientale definiscono invece la nazione in termini etnico-culturali, con lingua, storia e cultura comuni. Böckenförde lamenta i numerosi casi di espulsioni e di pulizia etnica del XX secolo, che hanno avuto tutti luogo in Stati che danno una definizione etnico-culturale di nazione.
Nello stesso contesto, Rolf Grawert, altro importante docente di diritto costituzionale, sottolinea[10] che, in quanto collettività umana dotata di un carattere sovra-personale, di continuità storica, di reale capacità di agire e di un complesso senso di comunità, ogni popolo ha mostrato certi tipici elementi strutturali. Sulla base di definizioni di popolo diverse da quella normativa, egli sostiene che sarebbe possibile individuare un’entità pre-statale che, attraverso l’auto-affermazione e l’auto-riconoscimento porta a un’esistenza collettiva, crea un’identità, ma anche l’esclusività e l’esclusione. La sua idea di nazione che si auto-crea e si auto-determina si basa su concetti che riflettono il processo di costruzione delle nazioni nell’Europa continentale, dall’inizio della storia moderna e particolarmente a partire dalla Rivoluzione francese, trascurando completamente gli Stati africani, dell’Asia meridionale e dell’America latina.[11] Con la trasformazione del Terzo stato in nazione e con l’attribuzione generalizzata della cittadinanza, popolo e nazione, da nozioni che indicavano comunità di solidarietà formate da cittadini uguali e liberi, sono diventati termini-chiave politico-costituzionali. La struttura associativa sovra-individuale e la capacità di sopravvivere indipendentemente dalla forma dello Stato, continua questo autore, sono sottolineate da un caratteristico spirito comune del popolo o da una coscienza collettiva come popolo — sebbene tutti gli Stati moderni escludessero le donne, gli schiavi, le minoranze (gli indiani nativi, i rom, i sinti, gli ebrei), gli appartenenti a certe religioni (p. es. i cattolici negli USA, nel Regno Unito, in Scandinavia) e soprattutto i milioni di diseredati del Quarto stato. Grawer invoca il ritorno allo Stato nazionale e alle nazioni come istituzioni del mondo pre-integrato. Per lui l’integrazione dei popoli europei (Art. 1 par. 1 TCE) è una minaccia per le comunità politiche e per la stabilità delle istituzioni.
Paul Kirchhof, relatore della sentenza della Corte costituzionale federale tedesca sul Trattato di Maastricht, e probabile ministro delle finanze se la CDU/CSU avesse vinto nelle elezioni politiche del 2005, vede lo Stato come qualcosa che si sviluppa da un nucleo di sentimenti culturali, religiosi, economici e politici e che non è mai stato percepito come un’organizzazione che possa essere arbitrariamente estesa o ridotta.[12] Finché il mondo appare come un ordine nel senso di Sant’Agostino, finché resta valida l’affermazione di San Tommaso d’Aquino che la natura umana e l’ordine delle cose seguono un piano di creazione divino, la fondazione dello Stato deve essere considerata come l’applicazione di un ordine preesistente anziché un atto deliberato. Perfino la moderna scienza politica, libera da influenze religiose, interpreta lo sviluppo dell’ordine statuale sullo sfondo di condizioni naturali, economiche e culturali preesistenti nel senso che esso nasce entro una cultura e una storia comuni.
Sotto l’influenza della divisione tedesca, Klaus Stern, altro importante docente di diritto costituzionale, nel 1980 ha ridotto le Deutungsvarianten des Volks di Joseph von Held[13] (ricostruzione riferita ai popoli del «Vecchio Mondo», le nazioni in senso naturale) al concetto naturale di origine e di volontà politica definiti soprattutto dallo Stato, con le sole eccezioni della Svizzera e degli USA, che sono riusciti a incorporare diversi popoli o loro parti in una nazione.[14] Stern sostiene che la nazione è la totalità delle persone che — condividendo, attraverso comuni antenati e una comune eredità culturale, lingua, convinzioni religiose e percezioni storiche, nonché una certa consonanza intellettuale e spirituale — sono divenute un’entità distinta e come tali hanno sviluppato il sentimento di comune appartenenza, il sentimento di essere un popolo. La nazione è l’espressione cosciente di questo sentimento e lo Stato nazionale è l’espressione visibile di questa identificazione della nazione con lo Stato. Stern osserva che in Africa, ma anche in parti dell’Asia, non esiste questa connessione tra la nazione e lo Stato; di solito è lo Stato che crea la nazione[15] e questo è un risultato della colonizzazione, come giustamente egli fa notare.
 
IV
 
In questo contesto, il punto centrale è il concetto di comunità di destino. Ma su che cosa si fonda ad esempio il destino comune tedesco? Su due guerre mondiali perse e tutte le morti e sofferenze che ne sono derivate? No, visto che questo destino non è stato condiviso da tutti: i capitalisti ne sono usciti indenni, o addirittura rafforzati. Sulla posizione della Germania al centro dell’Europa? La risposta è anche in questo caso negativa, dal momento che ogni Stato ha una specifica caratteristica geografica, che ben difficilmente può essere considerata un destino. Sui crimini commessi in nome della Germania o in nome di altri popoli? Senza dubbio essi influenzano la posizione della Germania nel mondo e sono considerati — da alcuni maggiormente, da altri meno — come destino della Germania. Tuttavia è difficile ritenere che l’opinione prevalente, riflessa nelle posizioni di importanti studiosi di diritto costituzionale sopra riportate, contribuisca a spiegare il passato o a fornire indicazioni utili per il futuro.
Esattamente come i confini in Africa, in Oriente o in America latina, anche i confini europei sono stati il frutto di sviluppi casuali, creati dalla diplomazia, da politiche matrimoniali, da armi migliori, ma soprattutto dalla volontà delle élites, mai dai bisogni o dai desideri della popolazione. Perfino i cosiddetti Stati omogenei, con confini naturali, come l’Italia, la Spagna o il Regno Unito, sono conglomerati di gruppi di popolazione differenti, spesso in competizione gli uni con gli altri, come costantemente dimostrato dalla Lega Nord, dai baschi, dai gallesi e dagli scozzesi. Secondo un sondaggio effettuato il 26 novembre 2006 (cioè 300 anni dopo l’Act of the Union) il 52% degli scozzesi e perfino il 59% degli inglesi vorrebbero abolire l’unione tra Inghilterra e Scozia.
Sono stati i governanti, aiutati dai loro vassalli nel Terzo stato e dai loro obbedienti sostenitori nel Primo e nel Secondo stato, che imposero al resto della popolazione, il Quarto stato, attraverso strumenti politici o economici, una lingua o una religione, per creare un sentimento di unità. Deviazioni dalla lingua nazionale venivano disapprovate (polacco o serbo in Germania), o perfino bandite (come in Francia dopo il 1789, quando tutte le lingue regionali furono dichiarate illegali). Le «minoranze etniche» furono sterminate (per es. gli indiani nativi negli USA) o perseguitate (come lo sono attualmente i sinti o i rom particolarmente in Europa orientale). Già nel 1535 la Pace religiosa di Augsburg eliminò le minoranze cristiane (cuius regio eius religio); gli ebrei furono espulsi, emarginati o cristianizzati a forza; i musulmani non erano tollerati in alcun paese. Negli USA, Huntington vede una vera e propria guerra tra culture nella messa in minoranza dei WASP, gli anglosassoni bianchi protestanti, da parte degli ispanici.[16]
 
V
 
In termini politici ed economici, non c’è mai stata unità ed omogeneità. «Il popolo» è la somma dei suoi individui, non un soggetto collettivo. L’espressione «nazione dei Krupp e Krause», che indica i grandi industriali come Alfred Krupp in contrapposizione ai semplici lavoratori, è uno dei sinonimi delle disparità sociali che non sono mai state risolte. Non esiste alcun senso di appartenenza comune tra i manager delle grandi industrie o delle multinazionali da un lato e il resto della popolazione dall’altro, che per i primi rappresenta solo una massa da tenere in considerazione unicamente ai fini delle quotazioni in borsa. Ma non c’è nemmeno un senso di solidarietà tra il gruppo dei più o meno ricchi dipendenti pubblici, impiegati, lavoratori autonomi da una parte e l’ampio gruppo della gente con redditi bassi, compresi i disoccupati da lungo tempo e le persone a carico dei servizi sociali dall’altra. I ricchi nutrono sentimenti di forte risentimento verso gli ultimi due gruppi, accusati di saccheggiare i servizi sociali. Come ha scritto Adolf Muschg, noto autore svizzero, in Was ist europäisch? (Che cos’è europeo?),[17] ci siamo già abituati ad accettare come inevitabile che una certa quota della popolazione del mondo viva ai margini della società; ciò è vero per ogni paese, e soprattutto per l’Africa.
Questa tendenza è accentuata dalla globalizzazione, che riduce fortemente il raggio d’azione socio-economico di ciascuno Stato nazionale. Di fatto assistiamo ad un graduale ritiro volontario dello Stato nazionale, che trasferisce sempre più i suoi compiti ad organizzazioni e comitati privati nazionali e internazionali, nessuno dei quali è in alcun modo legittimato democraticamente.
In un mondo dominato dal capitale — senza alcuna legittimazione democratica e con il solo interesse di massimizzare i profitti — il principio che controlla il comportamento degli uomini è «homo homini lupus», una battaglia spietata per le migliori opportunità di far soldi, sia in Europa sia nel mondo — ubi bene ibi patria. L’idea di «casa» è, nel migliore dei casi, un sentimento nostalgico.
Le cosiddette pressioni del mercato dominano tutti i rapporti politici, distruggono gli ultimi rimasugli di solidarietà. Ma dove non c’è solidarietà non c’è sentimento di comune appartenenza, c’è solo sacro egoismo. Per citare ancora Muschg, il mercato è la personificazione dell’insicurezza per se, è il sistema che privilegia il profitto. La massima vigente è la soddisfazione spietata dei bisogni, reali o presunti.
Anche gli altri presupposti della teoria costituzionale sono fragili. Secondo il micro-censimento del 2005, un quinto della popolazione tedesca — senza contare i milioni di persone che sono state espulse dalle regioni della Germania dell’Est dopo il 1945 — ha una storia di migrazione, sia come tedeschi rimpatriati dall’Unione Sovietica, sia come immigranti naturalizzati. A Brema quasi un quarto della popolazione ha una storia di migrazione e da un paio d’anni più della metà dei neonati ha almeno un genitore straniero, soprattutto turco: è quasi impossibile basarsi su di una cultura tedesca tradizionale. La situazione è la stessa o ancor più accentuata in altre grandi città, un po’ meno nelle aree rurali.
Perciò Wolfgang Schäuble ha ragione nel sottolineare che il significato dell’essere tedesco sta cambiando in continuazione, leggermente ma in modo continuo, come ha fatto in passato. L’ultimo censimento dell’Impero tedesco, effettuato nel 1910, ha rilevato 58.952.000 persone la cui prima lingua era il tedesco, contro 5.859.000 con una lingua diversa; di queste, 250.000 parlavano anche tedesco, mentre le rimanenti parlavano solo la propria lingua nativa, belga, danese, francese, lituana, olandese, polacca o ceca. 4.699.000 di coloro che parlavano una lingua straniera aveva un passaporto tedesco. In forza dell’art. 45, par. 2, del Regolamento del Reichstag, dell’art. 41, par. 2, del Regolamento del Parlamento prussiano, dell’art. 42, par. 2, del Regolamento del Landstag, era permesso ai rappresentanti che non padroneggiavano la lingua tedesca di leggere i loro discorsi. Analogamente, in forza dell’Art. 73 della Costituzione del Land della Prussia del 1920, le province mistilingui erano autorizzate a emanare leggi che permettevano l’uso di altre lingue ufficiali oltre al tedesco per la parte di popolazione che parlava lingue straniere.[18] Oggi la situazione non è cambiata, basti pensare alla Spagna, che ha quattro lingue ufficiali.
Per quanto riguarda la religione, il quadro è molto simile. A Berlino e in molte altre città, i musulmani — spesso cittadini naturalizzati o tedeschi convertiti — rappresentano già la seconda fede religiosa. Ma anche tra i gruppi cristiani c’è scarso terreno comune, soprattutto tra cattolici e protestanti nei confronti delle sette pentecostali e fondamentaliste, i cui stili di vita, relazioni familiari e discriminazioni nei confronti delle donne sono considerati dagli altri inaccettabili per la nostra epoca.[19]
Infine, dovunque in Europa vengono riscoperte le identità regionali, sfidando il dominio delle identità nazionali. Alexander Grasse,[20] che studia l’influenza modernizzatrice delle regioni italiane, nota che anche qui è necessaria una modificazione del paradigma, perché a partire dalla metà del XIX secolo il concetto di Stato nazionale aveva subordinato tutte le altre forme di identità collettive territoriali, che erano viste come competitori, come una minaccia all’unità e all’identità nazionale. Così, personalmente, io ho più elementi in comune, ad eccezione della lingua, con altri europei del Nord, che non con persone della Germania meridionale, della Baviera o del Wurttemberg.
Perfino all’inizio del XX secolo, «patria» era ancora un termine che si riferiva all’area ristretta in cui si svolgeva la vita di un individuo, non allo Stato. Con gli strumenti di comunicazione moderni, il raggio si è notevolmente esteso. Ma oggi, come sempre, le persone sono particolarmente attaccate alla loro realtà locale: di qui il rifiuto — o almeno un’accettazione estremamente riluttante — di qualsiasi cosa sia straniera. Negli anni successivi al 1945, il maggior bersaglio dei tedeschi occidentali erano coloro che venivano espulsi dalle ex-province orientali, che, a causa dei risarcimenti da parte dello Stato, erano accusati di arricchirsi a spese degli occidentali. Dopo il 1950 questo atteggiamento si è manifestato nei confronti dei rifugiati dalla Germania orientale, le cui motivazioni dell’abbandono della Repubblica democratica tedesca erano considerate puramente economiche. Essi erano accusati di volere solo ottenere una fetta maggiore di ricchezza e perciò avrebbero dovuto essere rimandati indietro se non fossero stati in grado di dimostrare di essere effettivamente stati perseguitati. Se questo non è successo, ciò è largamente dovuto al «miracolo economico» tedesco e alla conseguente scarsità di manodopera. Questo sentimento xenofobo è sperimentato in modo analogo in ogni altro paese da ogni immigrato, in quanto portatore di un proprio diverso stile di vita entro una comunità più o meno omogenea.
 
VI
 
Così, in termini di teoria costituzionale, che cosa rimane della nazione — intesa come condizione apparentemente organica ed indiscutibile — a parte lo sventolio delle bandiere? Essa serve principalmente a raccogliere uomini in un esercito sotto il pretesto di una comune identità ideata dalle élites e per mandarli in battaglia contro altri uomini uniti dallo stesso sentimento. Così in Prussia i sentimenti anti-francesi e la mistificata «guerra di liberazione» contro Napoleone sono stati utilizzati come elementi sui quali fondare la statualità prussiana, con lo scopo di dare alla popolazione quello che mancava gravemente alla Grande Prussia: una comune identità. I campi di battaglia della prima e della seconda guerra mondiale sono imbevuti del sangue di milioni di persone che anche da vincitori non trassero alcun beneficio dal sentimento di appartenenza comune proclamato dalle loro élites. Negli anni post-bellici, la gente in entrambi i campi ha sperimentato un netto declino negli standard di vita, mentre le élites in entrambi i campi sono state i veri vincitori.
Le persone sono unite nello Stato in quanto comunità giuridica (da qui deriva il termine «patriottismo costituzionale»), con un governo e una amministrazione più o meno efficienti, le cui scelte politiche, nei sistemi democratici, essi possono influenzare. Le leggi sulla cittadinanza distinguono questi individui dagli individui che hanno una cittadinanza diversa; e attribuiscono loro, almeno negli Stati di diritto, certi diritti fondamentali, ma anche certi doveri, come quello di compiere il servizio militare. Lo Stato è un complesso sistema di relazioni giuridiche e sociologiche, prive di contenuti emotivi. L’ex-Presidente tedesco Heinemann una volta ha giustamente osservato che lui amava sua moglie, ma non la Germania. Il sentimento di una comunità che condivide un comune destino richiede interessi comuni, che possono essere rappresentati dalla lotta contro un altro Stato, come nel caso della Germania di Hitler, nel momento in cui ha incominciato ad attaccare gli Stati vicini sotto la bandiera del razzismo, uccidendo e schiavizzando in questo processo milioni di persone. Questo sentimento può anche superare i confini come nel caso degli scioperi nelle fabbriche della General Motors in tutt’Europa contro la chiusura di impianti da parte della direzione.[21] E può anche essere generato dal bisogno e dalla povertà, come, per esempio, nella Repubblica democratica tedesca, o dall’opposizione alla politica di imprese o associazioni, ai loro dirigenti ed azionisti, il cui «amore per la patria» sparisce quando si tratta dei profitti e del valore delle azioni della società. Ma perché si abbia un sentimento di questo tipo, basato sulla solidarietà, per quanto riguarda la comunità statuale nel suo complesso gli interessi della maggioranza della popolazione devono almeno essere simili.
Oggi, però, tali interessi sono troppo divergenti per sviluppare un senso di solidarietà nella sfaccettata società attuale.[22] Non c’è alcun destino comune; anzi, vi è una crescente segregazione anche in termini regionali. Tutte le principali città sono circondate da «banlieue» con infrastrutture e servizi pubblici carenti, popolate da un gran numero di vecchi, disoccupati e stranieri. La formula dello Stato di diritto democratico non basta, come appare in modo evidente dall’assenza di rapporto tra le società della Germania occidentale e orientale, e dalle differenze in termini di risultati del voto e di sistema partitico. Secondo un sondaggio condotto dal principale canale televisivo tedesco (ARD-Deutschlandtrend) nell’ottobre 2006, il 51 % dei tedeschi era insoddisfatto del sistema politico, e quasi due terzi consideravano ingiusto il sistema sociale. Che non si tratti di modi di sentire casuali è dimostrato da altri sondaggi: nell’agosto 2005, un sondaggio Forsa ha rivelato che il 43% dei tedeschi occidentali, ma il 74% di quelli orientali, erano insoddisfatti del funzionamento della democrazia. Il sondaggio dell’Eurobarometro del luglio 2006 sullo stesso tema ha individuato rispettivamente le cifre del 38% e del 65%. Secondo lo stesso sondaggio, l’insoddisfazione verso la democrazia europea era leggermente inferiore, cioè era relativa al 43 e al 56%. Questa spaccatura tra la Germania orientale ed occidentale esiste da tempo. Un sondaggio effettuato per la seconda televisione tedesca nel 1985 aveva mostrato che il 59% dei tedeschi occidentali considerava che la Germania fosse solo la Repubblica federale tedesca, mentre solo il 25% vi includeva anche la Repubblica democratica tedesca. Secondo il rapporto sociale 2004 del Sozialwissenschaftlisches Forschungszentrum Berlin-Brandenburg, il 73% degli abitanti della Germania dell’Est si sente moderatamente o fortemente attaccato alla Germania dell’Est, il 38% alla Germania come un tutto, e il 22% all’Europa.
E come si può pretendere che il loro attaccamento alla Germania cresca, di fronte ai ricchi Länder della Germania Ovest, alla Lega Sud tedesca, alla crescente indisponibilità a sostenere i costi della riunificazione, nuovamente manifestatasi in occasione dei pagamenti per la compensazione dei costi del sistema sanitario? Lo stesso accade con i fiamminghi del Belgio, che negano il loro sostegno alle sorelle e ai fratelli valloni, con la Lega Nord in Italia, che non vuol pagare per il Mezzogiorno, con la Catalogna e con le altre regioni ricche della Spagna, che non manifestano solidarietà verso i fratelli più poveri. Perfino nella ricca Olanda il Nord comincia a sentirsi diverso dal resto del paese ed è nato uno specifico partito, il Parteij van den Noorden.
Al di là della Coppa del mondo di calcio, la nazione, il popolo, in qualunque modo definito dalla scienza politica e giuridica, rimane una formula vuota intesa a coprire le inconciliabili differenze tra i Krupp e i Krause. Un vero sentimento di unità richiede una comunità di solidarietà e un destino condiviso, che bilancia questi interessi divergenti, e previene queste differenze estreme nel reddito stabilendo un sistema di giustizia sociale. Sul tema della solidarietà è inevitabile che si manifesti un’opposizione politica se il membro del consiglio d’amministrazione di un’impresa fornitrice di energia guadagna in un anno più di quanto guadagni un impiegato ben pagato in tutta la sua vita. Come può esistere un discorso di solidarietà se un’impresa aumenta del 30% lo stipendio dei membri del consiglio d’amministrazione, introducendo allo stesso tempo orari di lavoro più lunghi e paghe più basse per i dipendenti al fine di tagliare i costi? In tutt’Europa vi sono numerosi esempi di questo tipo in un mercato controllato da élites che ne traggono profitto. Queste stesse élites controllano i mass media e sono così in grado di influenzare l’opinione pubblica nel proprio interesse in queste ed in altre questioni, compresa la distruzione dell’ambiente, come nel caso di Berlusconi. Di fronte al numero crescente di catastrofi ecologiche — attribuibili esclusivamente agli Stati nazionali e alla loro accumulazione di capitale — l’intera popolazione mondiale condivide un destino comune.
 
VII
 
Tutti, o almeno la maggior parte degli Stati dell’Unione europea si trovano in una situazione di grave carenza di obiettivi e di valori. Il popolo chiede che cosa tenga uniti i loro paesi. Ma chi deve rispondere? Il bisogno di valori ha perfino deciso le elezioni presidenziali del 2004 negli Stati Uniti. Il bisogno di identità, obiettivi e valori deciderà anche il futuro dell’Unione europea, sia che si tratti dell’attuale struttura con 27 Stati membri, sia che si tratti di un nucleo, formato forse dai membri fondatori. Anche un nucleo avrà bisogno di un’identità politica per la propria integrazione, di un insieme di valori positivi per una politica comune. Non basta dire, come il Fariseo in Lk 18, 11, «O Signore ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, traditori ed altri peccatori». Ciò significa che per l’Europa non basta dire «O Signore, grazie perché non sono tanto supercapitalista come gli Stati Uniti, tanto repressiva come la Russia e la Cina o come gli altri Stati peccatori del mondo». Ciò che è necessario sono obiettivi positivi per formare un’identità positiva, che il popolo accetti.
L’Europa non deve essere una unione neoliberista in un’area di libero scambio. Perciò chiunque lavori per unificarla dovrebbe anzitutto pensare a questi valori comuni prima di pensare ad una qualsiasi volontà politica. In cima alla lista ci sono il desiderio di sicurezza sociale, cioè di welfare state e di mezzi in grado di affrontare la criminalità, l’accettazione del diritto internazionale e di mezzi pacifici per fronteggiare i conflitti internazionali, l’impegno per i diritti fondamentali qui e in tutto il mondo. Dopo può essere formulata la struttura istituzionale del tutto o di un nucleo, struttura che sarà federalista per poter includere le diverse società. In questa federazione sarà lasciato agli Stati membri un numero di competenze maggiore che per esempio ai Länder in Germania. Da un lato ciò è dovuto al generale desiderio di sussidiarietà; dall’altro è il solo modo di assicurare la rappresentanza di tutti gli Stati membri nel Parlamento europeo e nella Commissione. Le leggi elettorali di Norvegia, Spagna e Gran Bretagna assicurano una rappresentanza anche ad aree scarsissimamente popolate. Ad esempio, in Norvegia, lo scarsamente popolato Nord ha tre volte tanti membri nello «storting», il parlamento nazionale, rispetto alla popolazione di quanti non ne abbia il Sud, dove vivono i tre quarti della popolazione. L’Europa dovrà accettare, per esempio, di non avere una legge elettorale uniforme, ma dovrà mantenere quote di mandati nazionali nel Parlamento europeo senza un reale rapporto con la popolazione.[23] Ciò significa anche che qualsiasi nucleo — come Schengen o l’euro — può riguardare solo un ambito definito, e non comportare, all’inizio, una vera e completa unione, e che tali nuclei non devono includere sempre gli stessi paesi. Ma questi nuclei spingeranno tutti gli Stati membri a creare legami sempre più stretti fra loro e a formare alla fine una vera Unione federale.
 
VIII
 
In tutti gli Stati europei, un senso di solidarietà e di destino comune, il «plebiscito di tutti i giorni» di cui parlava Renan nel 1879, richiede certe condizioni socio-economiche. Anche i confini sono e saranno necessari per dar forma al loro interno alle relazioni sociali. Ma dove essi si collochino o dovrebbero collocarsi nell’attuale situazione politica ed economica non sarà definito né dalla lingua, né dalla religione, né da considerazioni etniche. Date le circostanze attuali, l’esito probabile sarà un’Europa unita, a dispetto di ciò che ha affermato Paul Kirchhof nel suo discorso inaugurale del 66° Deutscher Juristentag il 19 settembre 2006, secondo il quale come Stato nazionale noi tedeschi siamo soffocati da un’Unione europea sempre più stretta. Finché gli Stati membri rimangono — come ha affermato la Corte costituzionale tedesca — i padroni dei Trattati istitutivi della Comunità e dell’Unione europea, sono essi che stabiliscono ancora le regole del gioco di molte relazioni inter- e intra-statali, ma guardando al futuro, essi sono un modello obsoleto, entità politiche prive di qualsiasi significato reale. Essi saranno incorporati in una federazione di nuovo tipo. In campo economico, la società europea è un importante passo in questa direzione.
Ma, a differenza delle altre federazioni, con la possibile eccezione dell’India, questa nuova forma di Stato federale sarà caratterizzata dalla coesistenza di membri molto piccoli e molto grandi, senza un centro dominante. Ci sarà una grande varietà di lingue, e probabilmente l’inglese sarà la lingua franca. Non ci saranno né una religione, né una cultura dominanti, perché le differenze, specialmente quelle regionali, sono di gran lunga troppo pronunciate. Non ci sarà una democrazia formale in cui tutti i voti hanno lo stesso peso, quale quella del modello tedesco. Più probabilmente sarà adottato il modello che tiene conto della densità di popolazione e delle dimensioni del territorio per la ripartizione dei mandati, come viene fatto in Norvegia, Spagna e Gran Bretagna. Sarà una comunità politica piena di colore e perciò pacifica, formata da diversi popoli che appartengono a qualcosa che che va al di là dello Stato — senza l’omogeneità imposta dagli Stati attuali. Questa Europa unita sarà così un modello per la pace mondiale. Per citare di nuovo Ernest Renan: «Die Nationen sind nichts Ewiges. Sie haben einmal angefangen, sie werden enden. Die europäische Konföderation wird sie wahrscheinlich ablösen». (Le nazioni non sono nulla di eterno. Hanno avuto inizio un tempo e avranno una fine. Probabilmente la confederazione europea le sostituirà).


[1] Questo è il caso della Carta dei diritti fondamentali: si tratta solo di una compilazione di trattati, regolamenti, decisioni, ecc. Ma il fatto di averli messi insieme in una Carta ha dato loro una nuova qualità. Vedi Erich Röper, «Von den EU-Grundrechten zur Verfassung», in Deutschland Archiv 2001, pp. 122 e segg.
[2] Un’eccezione è stata la Costituzione redatta dall’Assemblea Nazionale di Francoforte del 1848/49 eletta dai soggetti di sesso maschile di tutti gli Stati tedeschi. Era più progressista di tutte quelle precedentemente formulate e sarebbe ancor oggi una buona costituzione. Non entrò in vigore perché le élite, le teste coronate e gli Stati non la vollero, come oggi nell’UE.
[3] Sentenza della Corte Costituzionale Federale/Bundesverfassungsgericht (BVerfGE) 89, pp. 155 e segg.
[4] Josepf H.H. Weiler, Der Staat, über alles, Demos, Telos und die Maastricht-Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts, New York, 1995.
[5] Ernest Renan, «Das Plebiszit der Vergesslichen, Über Nationen und den Dämon des Nationalismus — ein Vortrag aus dem Jahre 1882», ristampato nella Frankfurter Allgemeine, 27.3.1993.
[6] «Ein Zeichen gegen die Beliebigkeit», das Wort von der «deutschen Schicksalsgemeinschaft» (l’espressione «comune destino tedesco»), intervista al Süddeutsche Zeitung, München, 21.7.2006, p. 8.
[7] BVerfGE 37, pp. 217 e segg.
[8] Secondo il comunicato-stampa dell’8 luglio 2002 dell’ufficio federale di statistica, nell’aprile del 2001 766.000 tedeschi avevano un partner straniero.
[9] Ernst Wolfgang Böckenförde, «Demokratie als Verfassungsprinzip», in Handbuch des Staatsrechts, vol. II, Heidelberg, 2004, pp. 445 e segg.
[10] Rolf Grawert, «Begriff des Staatsvolkes», ibid., pp. 108 e segg.
[11] Si veda per esempio il Premio Nobel Wole Soyinka (Nigeria), «Zur Korrektur von Geburtsfehlern, Probleme mit künstlich konstruierten Staaten in Afrika und Europa», Interview in Tageszeitung (taz), Berlin 25.09.1993, p. 16.
[12] Paul Kirchhof, «Europäische Integration», in Handbuch des Staatsrechts, vol. IV, 1992, pp. 865 e segg.
[13] Joseph von Held, System des Verfassungsrechts der monarchischen Staaten Deutschlands, Erster Teil, 1856, p. 110.
[14] Klaus Stern, Das Staatsrecht der Bundesrepublik Deutschland, vol. II, München, 1980, pp. 4 e segg.
[15] Vedi Erich Röper, «Staaten schaffen Völker, nicht Völker Staaten», in Kommune 12/1999, pp. 6 e segg.
[16] Samuel P. Huntington, «Auf Mexikaner können Sie sich nicht verlassen, Das Gespenst der Immigration», intervista sul suo libro Who are we? Die Krise der amerikanischen Identität, Leipzig, 2005, in Frankfurter Allgemeine Sonntags-zeitung, 30.10.2005, p. 28.
[17] Adolf Muschg, Was ist europäisch?, München, 2005, p. 97.
[18] Per dettagli, vedi Erich Röper, «Vielvölkerstaat Deutschland», in Deutschland Archiv 27 (1995), pp. 625 e segg.
[19] Vedi in tal senso Ekin Deligoz, membro della Dieta federale tedesca di origine turca, intervista in Das Parlament, Berlin, 13.11.2006, p. 3. V. anche con maggiori dettagli, Erich Röper, «Die Grundrechte als Integrationsmaßstab», in Zeitschrift für Rechtspolitik (ZRP), 2006, pp. 187 e segg.
[20] Alexander Grasse, Modernisierungsfaktor Region, subnationale Politik und Föderalisierung in Italien, Wiesbaden, 2005.
[21] Vedi Erich Röper, «Europäischer Streik bei GM-Europa», in EuroAS (5/01) 2001, pp. 87 e segg.
[22] Gesellschaft im Reformprozess, studio effettuato per la Friedrich Ebert-Foundation, sett. 2006, http://www.fes.de/Dokumente/061016_Gesellschaft_im_Reformprozess.pdf (20.12.2006).
[23] Vedi Julia Gieseler, Föderalisierung durch gewichtetes Wahlrecht, Ms., Münster, 2006.

 

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