Anno XLVIII, 2006, Numero 1, Pagina 9

 

 

L’Europa della Malinconia
 
TOMMASO PADOA-SCHIOPPA
 
 
Quando ho cominciato a pensare al testo che viene qui presentato[1] la mia mente è tornata a quarant’anni fa, al tempo in cui a Milano frequentavo l’Università Bocconi; in realtà non mi pare sia trascorso tanto tempo da quand’ero studente. Oggi il mio pensiero va ai giovani che frequentano l’università, soprattutto a quelli, forse non pochi, ancora incerti sul che fare dopo l’università, sul come combinare necessità e libertà, bisogno di guadagnarsi da vivere e aspirazione a servire una causa creduta, dimensione privata e dimensione civica del lavoro.
Mi aveva portato in Bocconi la decisione di studiare economia — anche in seguito alla lettura de Il buongoverno di Luigi Einaudi[2] — quale disciplina che poteva venire incontro a interessi e motivazioni disparati e imprecisi: una materia scientifica ma anche umanistica, il conoscere e l’agire, la polis e la casa.
Scelsi poi il servizio pubblico, non la ricerca, né gli affari, né la politica. Dico «scelsi» perché la mia generazione, affacciatasi al mercato del lavoro negli anni Sessanta, poté davvero scegliere, fu eccezionalmente fortunata, forse la più fortunata del secolo passato. Trasformandosi da paese di poveri contadini, consumatori del proprio prodotto, in moderna economia di trasformazione, fortemente competitiva nel nascente mercato europeo, l’Italia creava posti di lavoro che offriva in abbondanza a laureati e non. Venivano smentiti i timori e le resistenze, forti nel mondo industriale e in quello intellettuale, di chi aveva sconsigliato come superiore alle nostre forze la sfida dell’Europa. I politici vedevano più lontano della stessa classe dirigente, che pur li guardava spesso con sufficienza, come fa anche oggi.
Agli studenti vorrei parlare dell’Europa di oggi e di domani e suggerire loro di adottarla quale punto di riferimento tanto nella vita di lavoro, quale che sia il mestiere specifico in cui entreranno, quanto come cittadini italiani, quale che sia la personale preferenza politica: dunque un punto di riferimento professionale, culturale, politico e civile. Questo è il tema del mio intervento. So che proporre l’Europa quale punto di riferimento in questo particolare momento storico, ancor più proporre l’unione politica europea, significa andare contro la corrente: l’Europa infatti non è di moda e appare a molti come un’idea perdente. So anche però che, per alcuni giovani, proprio l’andare controcorrente può essere forse motivo di attrazione, o almeno di curiosità. Io, però, farò appello non a una vena contestatrice, bensì allo spirito critico, al desiderio di osservare il mondo con passione ma spassionatamente, guardando lontano.
 
L’umore nero.
 
L’Europa sembra vivere e farsi su terreni quali la politica, l’economia, le istituzioni, la vita associata. Essa ci parla di commerci, concorrenza, norme tecniche, sussidi, moneta, disoccupazione; su un piano più specificamente politico e istituzionale ci parla di Parlamento, Commissione, procedure di voto, allargamento, maggioranze. Perché allora proporre, quale motivo conduttore delle mie riflessioni, il tema della malinconia che sembra non appartenere a quei terreni, ma piuttosto alla vita individuale? Un malessere tanto intimo da indurre i malinconici a nasconderlo al mondo? L’ho scelto perché questo stato dell’animo, antico, misterioso e ambivalente caratterizza forse più di ogni altro il momento che l’Europa sta vivendo, con la sua grandezza e il suo sconforto. In sintesi, non credo che l’Europa sia oggi malinconica perché in crisi; credo che essa sia in crisi perché la nostra società è malinconica. Vale per l’economia, vale per la politica. Sull’umore nero medici, filosofi, artisti, teologi, psicologi si sono interrogati proprio in Europa da oltre venticinque secoli, con una profondità e una costanza che non conosciamo in altre culture. Forse la malinconia è un carattere distintivo dell’Europa: comprenderlo ci può aiutare nella ricerca di un’uscita dalle difficoltà del presente. Anche la società, come l’individuo, soffre di malattie che ne minano il corpo e lo spirito, anch’essa è investita da stati d’animo che ne indirizzano la storia e le scelte. Scendere negli strati ombrosi in cui abitano questi stati d’animo e individuarvi la malattia del tempo aiuta a capire i fenomeni che accadono alla superficie, anche nel mondo della politica e dell’economia. Si può parlare di umore della società, così come si parla di umore della persona. Si parla di euforia dei mercati, si può parlare di malinconia dell’Europa. «Depressione» è termine tecnico sia dell’economia sia della psicologia, due discipline il cui avvicinamento è ormai consacrato dal premio Nobel.
Del resto, una base comune per il micro e per il macrocosmo era cercata anche dalla più antica speculazione sulla malinconia e sull’influsso di Saturno. E nel celebre trattato di Robert Burton sulla malinconia (Anatomia della malinconia) leggiamo che «i regni, le province, i corpi politici sono ugualmente sensibili e soggetti a questa malattia, come Botero ha ampiamente dimostrato nella sua politica. Egli dice: ‘come nei corpi umani ci sono varie alterazioni determinate dai diversi umori, così ci sono molte malattie nella collettività’ come si può facilmente intuire dai sintomi particolari».[3]
Ecco, l’Europa appare oggi malata soprattutto di malinconia. Mi riferisco, innanzi tutto, ai suoi sintomi primari: sfiducia, inazione, perdita d’interesse per il mondo esterno, ripiegamento su sé stessi, scarsa opinione di sé. Ma poi anche al carattere introvertito della malinconia: nel distinguere tra malinconia e lutto, Freud osserva che «nel lutto il mondo si è impoverito e svuotato, nella malinconia impoverito e svuotato è l’Io stesso».[4] E infine penso alla malinconia come caratteristica delle nature non mediocri, percorse da tensione verso l’assoluto, malattia degli eroi (Gellio), dell’esaltazione spirituale (Platone), dell’eccellenza (Aristotele). Perdita di fiducia sì, ma di una fiducia che ha solide ragioni. Come scrive Kierkegaard: «Mai e poi mai mi è venuto il pensiero che, tra tutti i miei contemporanei, ce ne fosse uno solo da più di me […] e dentro di me, nel mio profondo, io ai miei occhi ero il più misero di tutti».[5] Il carattere unico e ambivalente della malinconia trova una curiosa conferma nel fatto che, alla rubrica sinonimi e contrari, il Devoto-Oli non porti alcuna parola per la voce «malinconia».
 
Cronache della crisi.
 
Se in un archivio della stampa quotidiana italiana e internazionale incrociassimo la parola «Europa» con «crisi» per gli ultimi sei mesi, Google ci risponderebbe con una lista quasi sterminata di riferimenti. Forse «Europa» emergerebbe con la più alta correlazione alla parola «crisi», davanti a termini come «petrolio», «Iraq», «occupazione», «calcio», «Alitalia».
Lo scampanio funebre sull’Europa ci raggiunge ogni giorno quando apriamo il giornale o la televisione. Nei casi rari in cui lo scampanio è festoso, la retorica celebrativa che lo accompagna è tanto fastidiosa da ben disporre verso l’euroretorica negativa degli opinionisti che si autocelebrano nei loro fondi di giornale, compiacendosi della svalutazione dell’euro, della rivalutazione dell’euro, del disaccordo sull’Iraq, della violazione del patto di stabilità, della bassa affluenza alle urne europee, del no francese, dei ricorrenti litigi tra governi.
Negli ultimi anni ho collezionato nella mia memoria una serie cospicua di casi in cui un illustre quotidiano come il Financial Times annunciava catastrofi europee a quattro colonne in prima pagina e, qualche giorno dopo, informava sobriamente il lettore del loro superamento con un pezzetto su due colonne in basso a pagina quattro: a proposito della conversione all’euro, della Convenzione europea, dell’ingresso di nuovi membri nell’Unione, e di altro ancora. Allo stesso modo ricordo l’insistenza con cui — nei primi giorni delle banconote in euro — giornalisti televisivi sollecitavano i passanti a lamentare i disagi di quel cambiamento, mentre gli intervistati rispondevano con sorrisi e frasi di entusiasmo per il grande evento della moneta unica: a Parigi come a Dublino, a Milano come ad Amburgo.
Le cattive notizie ci rendono malinconici. Ma esse a loro volta — il fatto che facciano notizia le cattive notizie — sono il frutto della bile nera che pervade la società europea in questo momento, rendendola, per così dire, inappetente, svogliata nel consumare, nell’investire, nel generare figli, nel concepire progetti ambiziosi, nel guardare lontano. Dicendo «società europea» mi riferisco a uno spazio geografico e sociale, ma è facile oggi identificare tale spazio con la fragile costruzione politica che chiamiamo «Unione europea», versando il nostro cattivo umore su di essa e sulla promessa di «unione sempre più stretta» che essa contiene.
Così si entra nella spirale della malinconia. L’occupazione non aumenta ed è colpa delle regole di Bruxelles; le stesse che hanno favorito per oltre trent’anni una crescita nettamente superiore a quella americana. Il terrorismo ci minaccia e si accusa Schengen; quella stessa che ha aiutato l’Italia a riorganizzare e rafforzare i suoi controlli alle frontiere. La globalizzazione trasforma il mondo e spiana le frontiere; ma noi diciamo che è l’Europa a spianare le frontiere e a sopprimere lingue, tradizioni, produzioni locali. La burocrazia irrita cittadini e imprese e la chiamiamo «Bruxelles», ignorando che la regione Lombardia o la città di Monaco hanno più dipendenti che la Commissione a Bruxelles. Forse perché quella è una città piovosa, l’imprecazione «piove, governo ladro» viene sempre indirizzata a Bruxelles, non solo dal ceto politico, che ha l’attenuante di voler allontanare da sé l’impopolarità, ma anche da quello intellettuale, cui spetterebbe un’analisi spassionata.
 
Letteratura del successo.
 
Questa, però, è solo una parte del quadro. Proprio mentre la cronaca quotidiana continua a suonare il motivo triste della crisi europea, cresce — in forma non di articoli di giornale o di servizi televisivi, bensì di libri o saggi — una pubblicistica di opposto tenore, che potremmo chiamare letteratura del successo. Essa analizza quanto l’Europa ha fatto nel campo dell’economia, delle istituzioni, delle relazioni internazionali, dell’edificazione di Stati e mercati, del mantenimento della pace, dell’aiuto allo sviluppo, dei rapporti con paesi e territori vicini e giudica l’Unione europea uno straordinario successo, la vede come un modello politico nuovo cui dovrebbero ispirarsi le relazioni internazionali del futuro, l’anticipo dell’ordine mondiale nell’era dell’integrazione economica planetaria, la novità più importante dell’ultimo mezzo secolo.[6]
Tratto comune di questa recente letteratura è di non esaminare l’integrazione europea attraverso il prisma di un modello preesistente, sia esso lo Stato-nazione, o la confederazione, o la federazione. Essa sembra prescindere dai due grandi riferimenti storici che hanno ispirato l’europeismo del XX secolo: la nascita degli Stati Uniti d’America alla fine del XVIII secolo e degli Stati nazionali nel corso del XIX. Né sembra essere pervasa dal soffio ideologico, progettuale, talvolta addirittura profetico, che anima tanti scritti in favore o contro l’Europa unita. Più che alle idee, la letteratura del successo guarda ai fatti, osserva l’Europa che c’è, con occhio pragmatico, senza chiedersi se e verso quale forma essa dovrebbe ulteriormente evolvere. Non è un caso che i suoi autori siano britannici e americani; dell’empirismo britannico essi praticano il metodo suggerito da Hume: non confondere mai essere e dover essere («never confusing is with ought»).
Robert Cooper,[7] un diplomatico britannico operante a Bruxelles, consigliere e ispiratore del Primo ministro Blair, ritiene che il 1989 abbia rotto il corso della storia europea (e forse planetaria) assai più profondamente di altri anni simbolo, quali il 1789, il 1815, o il 1919. Il 1989, infatti, non solo pone termine alla guerra fredda; segna anche il collasso finale del sistema che la Pace di Westfalia aveva instaurato nel 1648.
In quel sistema la pace, pur illusoria perché mero stato di non-guerra, riposava sull’equilibrio delle forze e sulla non interferenza tra Stati. Nel XX secolo le già precarie condizioni di quel tipo di pace sono venute meno del tutto per l’avvento di una potenza continentale di forza esorbitante (la Germania unita), di una tecnologia che ha innalzato a dismisura il costo della guerra, e di una società di massa che ha trasformato la guerra in scontro non di eserciti ma di popoli. Il mondo, non solo l’Europa, cerca dunque una nuova formula di pace, come la aveva cercata dopo le devastazioni della guerra dei trent’anni, trovandola appunto, o credendo di trovarla, nel Trattato del 1648.
Ora, secondo Cooper la nuova formula — generatrice di un nuovo ordine di pace che egli chiama post-moderno — è quella elaborata nel secondo dopoguerra proprio dall’Europa, che la sta applicando con successo in campi vitali come le relazioni economiche e la sicurezza.
«Il sistema post-moderno — scrive Cooper — non si fonda sull’equilibrio; né presuppone la sovranità o la separazione tra affari interni e affari esteri».[8] Le regole sono autoimposte. «Nell’Unione europea tutti hanno interesse a mantenere in vita la legge europea […] L’Unione europea è un sistema avanzato di interferenza reciproca nelle questioni interne».[9]
Secondo Cooper il Trattato di Roma (CEE, 1957) costituisce l’esempio primo di comunità post-moderna; ma vi sono altri esempi, quali il Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (CFE, 1990), in base al quale i paesi aderenti si informano reciprocamente sulla dislocazione delle loro armi pesanti e accettano di essere ispezionati. È importante rendersi conto — egli scrive — che si tratta di una vera rivoluzione. Il comportamento normale, logico delle forze armate è di tenere nascoste ai nemici potenziali la propria forza e la propria attrezzatura militare. Per la logica di guerra, trattati che regolino tali materie sono un assurdo: innanzi tutto non si dovrebbero mai stipulare accordi col nemico, visto che, se nemico è, non ce ne si deve fidare; in secondo luogo, non si deve consentire al nemico di venire a curiosare nelle nostre basi militari e contare quante armi possediamo. Ebbene, il Trattato CFE fa esattamente questo. «La sicurezza, che un tempo era fondata sui muri, oggi è basata sull’apertura, la trasparenza, la vulnerabilità reciproca».[10]
Certo, l’applicazione europea della formula post-moderna si limita alle relazioni interne e a quelle con l’area geografica circostante, ad esempio ai rapporti con la Russia. Ma la formula può, e secondo Cooper dovrebbe, governare tutte le relazioni internazionali in un mondo post-moderno o, potremmo dire, post-westfaliano.
Dirò tra breve che cosa, a mio avviso, vizi la tesi di Cooper. Ciò che ora preme sottolineare è la visione della costruzione europea come un capitolo nuovo, originale, riuscito, la vera novità positiva apparsa dopo la seconda guerra mondiale nel campo delle relazioni internazionali.
Nel suo confronto tra sogno americano e sogno europeo Jeremy Rifkin esamina i due primattori della globalizzazione e della politica internazionale. Attraverso un’analisi dei loro sistemi economici e modelli di società, egli argomenta che gli Stati Uniti sono il vecchio mondo, l’Europa il nuovo. «Il sogno americano — scrive Rifkin — incarna il pensiero di un particolare momento storico, concretizzatosi nella storia europea e portato di peso su lidi americani nel XVIII secolo, dove da allora ha determinato l’esperienza americana fino ai nostri giorni […] Generazioni successive di americani hanno scelto di realizzare la Riforma e l’Illuminismo nelle loro forme più pure, divenendo, allo stesso tempo, il popolo più devotamente protestante della Terra e quello più votato alla ricerca scientifica, al regime della proprietà privata, al mercato capitalista e alla ideologia dello Stato nazionale».[11]
Proprio questo modello, egli osserva, sta esaurendo il suo ciclo storico. È poco adatto a un pianeta dove non solo l’economia ma anche la funzione di governo si è articolata a rete e sganciata da un territorio definito, dove la qualità della vita e delle relazioni sociali è divenuta più importante della accumulazione individuale di beni materiali, dove l’ambiente è ormai più minacciato che minacciante. Adatta a questo nuovo mondo non è la pesante e monolitica America, ma l’Europa discorsiva, reticolare, transnazionale, orchestrale (uso alcuni degli aggettivi di Rifkin), l’Europa che non è uno Stato, che non ha territorio suo perché il territorio continua ad appartenere ai suoi Stati membri, che non è centralizzata, né gerarchica, né definita nei suoi confini. «L’Europa è intenta a prepararsi per una nuova era, mentre l’America cerca disperatamente di restare aggrappata a quella vecchia».[12]
Si guardi l’economia, che oggi consideriamo il punto debole dell’Europa. l’Unione europea — ci ricorda Rifkin — è il più grande mercato integrato del mondo; il primo esportatore di beni e servizi nell’economia mondiale; sta creando una rete integrata nei trasporti, nell’energia, nelle telecomunicazioni, nella finanza; ha importanti programmi in campo educativo, come Socrates, Leonardo, Erasmus. Diversamente dall’America, l’Europa non vive a credito per mantenere il suo alto tenore di vita. Il suo prodotto totale è circa pari a quello americano, ma ha qualità superiore perché minore è la quota destinata a spese militari, a spreco energetico, a lotta anticrimine. Sono europee 14 delle 20 prime banche del mondo, 8 delle 10 prime imprese di assicurazione, le prime 5 compagnie vita, 6 delle prime 11 imprese di telecomunicazioni, 6 dei primi 12 produttori di automobili. Nella rassegna delle 50 migliori società del mondo condotta da Global Finance, 49 sono europee.
E non c’è solo l’economia. L’Europa ha una più alta qualità di vita, una più rigorosa protezione della privacy, una più stringente tutela dell’ambiente, un grado di solidarietà sociale più elevato, un più prudente atteggiamento verso la sperimentazione scientifica e l’innovazione tecnologica, una più forte capacità di proporre e trasmettere ad altri paesi e regioni del mondo il proprio modello di relazioni sociali, politiche, internazionali. Per ognuno di questi campi il libro contiene analisi, fatti, riferimenti.
Rifkin scrive a sostegno di una tesi, il suo è quasi un pamphlet; egli vuole rivolgersi soprattutto al lettore americano per metterlo in guardia contro l’illusione di onnipotenza che sembra oggi prendere una parte del mondo politico e intellettuale di quel paese. Ma il pamphlet è una densa opera di 400 pagine, ricca di fatti e di cifre, che qui non cito per semplicità. L’analisi è elaborata, gli argomenti sono forti, numerosi, convergenti.
Troviamo considerazioni simili nel breve e efficacissimo libro di Mark Leonard. L’Europa, egli osserva, ha fondato un nuovo sistema di governo e una nuova maniera di operare nel campo delle relazioni internazionali. L’uno e l’altra sono fondati non sul segreto ma sulla trasparenza, non sull’esclusione ma sull’inclusione, non sulla minaccia ma sulla persuasione. Il metodo dell’Europa è la legge, e la legge europea è anche lo strumento della sua politica estera. Leonard parla di «aggressione passiva» (passive aggression): «invece di minacciare il ricorso alla forza per soddisfare i propri interessi, l’Europa minaccia di non usare la forza, di ritirare la mano tesa della propria amicizia e con essa la prospettiva dell’accesso all’Unione».[13]
Con questo suo metodo la Comunità (poi Unione) europea ha trasformato non solo l’economia, ma anche il diritto, le istituzioni e la politica di paesi che aspiravano a fame parte, sino ai dieci nuovi entranti del 2004; oggi «per paesi come la Turchia, la Serbia o la Bosnia l’unica prospettiva ancor peggiore della burocrazia di Bruxelles che entra nel loro sistema politico, che esige cambiamenti, che impone regolamenti, che esorta alle privatizzazioni, che si infila in ogni fessura della vita quotidiana, è che l’Europa ti chiuda fuori dalla porta».
America e Europa sono soggette alle stesse minacce oltre la soglia di casa: traffico di droga, flussi di immigrati attraverso confini valicabili, reti del crimine internazionale. Ma le loro risposte a queste minacce non potrebbero essere più diverse. «Gli Stati Uniti hanno inviato truppe nei paesi vicini più di 15 volte negli ultimi 50 anni e i paesi vicini in genere non sono cambiati […] La risposta europea è consistita nel tenere in sospeso la prospettiva dell’integrazione per i vicini».
 
L’Europa non è cosa fatta.
 
Dunque, un’Europa in crisi nei giornali e trionfante nei libri? Si potrebbe dire proprio così. In effetti, della crisi si fa fatica a trovare una sola dimostrazione approfondita e intellettualmente dignitosa, che abbia il respiro di un libro o di un saggio piuttosto che il soffio superficiale di una cronaca dell’ennesimo negoziato interrotto o di una ripetizione del consunto pregiudizio antiburocratico, antipolitico, antimoderno.
È vero; e tuttavia ritengo che il discorso non finisca qui. Certo, l’euroretorica della crisi è povera di argomenti mentre è proprio sulle sue spalle che la letteratura del successo ha spostato l’onere della prova. Eppure, nessuno che senta le ragioni profonde dell’unificazione europea può qualificare come semplicemente falsa la rappresentazione di un’Europa fiacca, ormai priva dell’incidenza sulla storia del mondo che ebbe per secoli.
I segni di questa rappresentazione sono sotto i nostri occhi: l’incapacità di trovare una propria linea nelle grandi questioni della sicurezza e della politica estera e quella di riformare la politica agricola, lo spreco immenso di risorse dovuto al rifiuto di unire le forze per obiettivi comuni e il ridicolo sfoggio di parsimonia nel comprimere il bilancio comunitario, gli impudichi litigi sulla destinazione di quei pochi fondi e le diatribe sul patto di stabilità, le promesse di Lisbona e il blocco della direttiva Bolkestein, la rivolta degli elettori francesi e la diserzione dei seggi elettorali europei.
Questi segni disparati e contraddittori li dovremmo leggere uno per uno prima di farne la sintesi. Tra essi vi sono infatti le contraddizioni e le ipocrisie di ogni ordinario processo politico, ma anche la fatica e la tortuosità del cammino verso quelli che Machiavelli chiama «li ordini nuovi»; vi sono colpevoli inadempienze delle classi dirigenti europee e uno scontento dei cittadini elettori dovuto in gran parte proprio a quelle inadempienze.
Invece: per le cronache essi sembrano tutti comporre sempre e solo la parola «crisi», per i libri sono deboli rumori di fondo, indegni di nota.
I corifei del successo sembrano dirci: «va bene così, l’Europa l’avete fatta ed è perfetta, fermatevi qui, non andate oltre». Proprio Robert Cooper in un passaggio rivelatore del suo libro scrive «Se pure alcuni ancora sognano uno Stato europeo, questi sono una minoranza, una molto esigua minoranza. Quel sogno è il residuato di un’epoca passata […] Perché se lo Stato nazionale è il problema, allora il super-Stato certo non è la soluzione».[14]
Ecco il vizio nascosto, ecco l’elemento ambiguo che impedisce alla letteratura del successo di rassicurarci. Esso sta nel considerare l’Europa cosa fatta, mentre fatta non è. Certo, se guardiamo alla storia secolare da cui proviene possiamo dire che l’Europa in cinquant’anni ha percorso molta strada. Ma se consideriamo la rapidità del cambiamento in corso nel mondo e l’urgenza del bisogno che il mondo stesso ha di ciò che l’Europa ha concepito ma, presa da accidia, ancora esita a realizzare, allora vediamo che di strada non ne ha fatta abbastanza. Per usare la bella espressione di Michael Howard, l’Europa ha «inventato la pace», ma non ha tradotto in realtà la sua invenzione.
 
Nuovo è il metodo, ma non la formula.
 
Domandiamoci: ciò che l’Europa è venuta realizzando dal 1950 è una formula nuova e ormai perfetta di aggregazione politica, oppure è un’opera incompiuta che sembra nuova solo perché è, appunto, incompiuta? A mio giudizio, non vi possono essere dubbi: la tesi corretta è la seconda, la prima è una ingannevole illusione.
Nella politica (che tratta del potere) non c’è una possibile nuova formula di unione, così come nella meccanica (che tratta del moto) non ci sono formule che possano liberarci dalla forza di gravità o regalarci il moto perpetuo. Le leggi basilari della politica, i fondamenti della pace e del diritto non sono separabili dalla disponibilità di mezzi di coercizione. La storia dei rapporti tra Stati è una successione di tregue e di guerre combattute: la pace descritta da Dante nel Monarchia e da Kant in Per la pace perpetua è possibile solo se è edificata su un potere superiore. Certo, le tregue possono anche essere lunghe e splendide, soprattutto quando le guerre cui fanno seguito sono state tanto atroci da impartire una duratura lezione di saggezza e moderazione. Ma restano tregue.
Ebbene, l’Unione europea, l’UE, non è ancora una unione; è una tregua e non una pace. Quella che a Maastricht acquistò tale nome manca del requisito essenziale di una unione politica: un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano assicurati non solo nell’accordo ma anche nel disaccordo. Se e solo se esiste quel solido patto un’unione può dirsi realizzata, perché solo allora chi ne fa parte riconosce allo stare insieme una ragione più alta e più forte della diversità di vedute e di preferenze sempre emergente (in noi stessi prima ancora che nel confronto con altri) di fronte alle questioni concrete che la realtà impone di affrontare. In questo senso essenziale l’unione non è ancora fatta. E i pur notevoli risultati già raggiunti sono perciò fragili, incompiuti, reversibili o, come dice il linguaggio economico, insostenibili.
Sedotti dal fascino dell’Europa acerba come si può esserlo dalle grazie di una persona adolescente, molti dimenticano che quella stessa persona, per divenire adulta, dovrà perdere molte grazie. Le perderà, ma acquisterà forza e maturità.
Cooper e Leonard rappresentano dunque il vero, ma non tutto il vero né, credo, la sua parte essenziale. Essi disconoscono che l’Europa fatta finora non è pronta per il mondo di oggi e di domani, che non ha i mezzi per evitare il tramonto della propria civiltà e il declino della propria economia, che non è forte abbastanza da scongiurare — ed essa sola forse lo potrebbe — che il mondo stesso precipiti nell’autodistruzione, come già essa vi precipitò nel secolo passato. L’Europa non ha compiuto il passaggio dalla tregua alla pace e non è perciò in grado di contribuire in modo efficace a che il mondo stesso edifichi la pace.
La formula di unione — dicevo — non è nuova, anche se la variante che l’Europa ne sta elaborando è, quella sì, probabilmente originale. Essa prescrive che il potere di governo sia distribuito su diversi livelli, secondo la dimensione e la natura delle questioni di interesse comune, delle res publicae (un plurale, non un singolare). Applicare la formula significa superare la concezione secondo cui lo Stato è tale solo se non riconosce alcun potere sopra di sé; significa riconoscere che un potere sopranazionale ricostituisce, non sopprime, la sovranità. Nel vocabolario tecnico della scienza politica, questo si chiama modello federale, anche se la parola oggi attira su chi la pronuncia le reazioni irritate che una volta (e ormai non più) si riservavano alla coprolalia.
Quanto al metodo, quello sì, è nuovo. L’Europa, infatti, cerca di edificare un’unione di Stati non con le armi o coi matrimoni combinati tra dinastie regnanti, come fece per secoli, ma con la democrazia e il diritto, con la forza gentile della persuasione e del consenso: un’impresa stupefacente, se pensiamo che gli Stati impegnati in essa sono i più orgogliosi e i più antichi, quegli stessi che proclamarono e praticarono a lungo la dottrina della propria illimitata sovranità. Pur incompiuta, è un’opera davvero nuova e grandiosa.
Non si confondano scioccamente due nozioni di incompiutezza. Sappiamo bene che la storia è sempre incompiuta. Ma l’Europa non è solo incompiuta in senso generale; lo è nel senso, più specifico e inquietante, di non avere ancora attuato il proprio stesso disegno di unione. I benefici che oggi essa trae dall’aver posto mano a quel disegno grandioso e dall’averne attuata una parte vanno oltre il merito fin qui acquisito, scontano un futuro che non è scontato. Prima ancora di essere fatta, l’Europa già vive di rendita.
Proprio qui, a mio giudizio, si avvolge la spirale della malinconia europea. «La sola cosa che dobbiamo temere è la paura stessa», disse Roosevelt per scuotere l’America dalla Grande depressione. La depressione, l’umor nero, degli europei è ad un tempo causa ed effetto del non aver fatto abbastanza, delle occasioni mancate, del tempo trascorso invano, della paura di completare l’opera. La cattiva coscienza del nostro saturnino ritardo, dell’immeritato vantaggio in cui ci culliamo, del compito non fatto dal quale distogliamo lo sguardo, questa cattiva coscienza alimenta la nostra malinconia e paralizza l’Europa.
Non è la pochezza dell’opera realizzata che giustifica la malinconia, giacché l’opera è tutt’altro che mediocre e la sua incompiutezza dovrebbe spronarci all’azione piuttosto che distogliercene. È invece la malinconia che impedisce di portarla a termine, è la paura, la nostra opprimente pesantezza che ci trattiene dall’andare avanti. Per questa pesantezza ci sentiamo responsabili, in alcuni casi colpevoli, e rispondiamo non con l’umile metterci al lavoro, bensì con le manifestazioni di malinconia che ci sono note da più di venticinque secoli: ritardo, disistima di noi stessi, spregio dell’opera già compiuta, torpore.
 
Possiamo sperare in una potenza esterna?
 
«Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto»: quante volte, pensando all’Europa incompiuta, mi torna alla mente questo verso di Dante!
Terminata la guerra fredda e fallito l’esperimento del socialismo reale, lo spazio della democrazia e del mercato si è enormemente dilatato sulla superficie del pianeta. Mentre Fukuyama, oggi un noto adepto dell’antica ideologia nazionalista che ispira il governo di Washington, annunciava la fine della storia, incubava il ritorno di una configurazione che l’Europa ha conosciuto bene: l’alternarsi di equilibrio, egemonia, alleanze contrapposte, minacce, guerre, tregue.
Vi sono quasi duecento paesi che si proclamano sovrani nel senso di Westfalia, repliche o aspiranti repliche dello Stato-nazione refrattario a ogni limite del proprio potere. L’elenco inizia con gli Stati Uniti, pur promotori — nel secolo passato — dei primi tentativi di dare al mondo un ordine post-westfaliano (la Società delle Nazioni, prima, l’ONU, poi). Ma crescono rapidamente le aspirazioni e la capacità d’influenza di altri giganteschi Stati-nazione, come Cina, Russia, India, Brasile, Messico, Iran, Nigeria; nessun paese europeo entrerà da solo in questa cerchia ristretta. E intanto si affollano sfide che eccedono la capacità di governo anche dei maggiori paesi: la sicurezza contro il terrorismo, l’ascesa del continente asiatico, lo scarseggiare di energie rinnovabili, l’instabilità del mercato internazionale, le minacce del clima.
La storia sembra rapidamente avviata verso l’applicazione della logica di Westfalia all’intero pianeta. Quando quella logica governava la sola Europa, le tensioni e infine le guerre nascevano dalla rottura di un equilibrio regionale. Si risolsero infine con l’intervento di una potenza esterna, seppure dell’Europa erede, quale gli Stati Uniti. Riprodotta su scala globale, la logica westfaliana è ancora molto più distruttiva che nel secolo e mezzo del dominio europeo. Il mondo infatti non ha una potenza esterna, per di più benevola, democratica e illuminata come lo fu, per noi europei, l’America.
O no? Forse, la possibile «potenza esterna» del mondo è proprio l’Europa; esterna non in senso spaziale, ma perché proiettata nel futuro, anticipatrice di un ordine diverso da quello westfaliano, post-moderno. Molti fattori pongono noi europei in una posizione unica. Abbiamo conoscenza, per averlo sperimentato fino alla catastrofe finale, del carattere precario e insostenibile del sistema delle sovranità illimitate. Abbiamo responsabilità, un debito morale e politico, per avere imposto al mondo i costi delle nostre lotte interne, del dominio coloniale e per avergli fornito il cattivo modello in cui dimora il germe delle guerre distruttive. Abbiamo risorse, mezzi per svolgere un ruolo influente negli affari del mondo; già oggi siamo i primi fornitori di aiuto allo sviluppo e non viviamo a credito. Abbiamo principi, perché accettiamo la solidarietà e il multilateralismo quali elementi costitutivi dell’ordine mondiale. Abbiamo credibilità, per avere già messo nel nostro terreno, le iniziato a far crescere in modo promettente, il seme di una diversa configurazione delle relazioni tra paesi.
Questa speciale posizione e azione dell’Europa sono descritte con molta efficacia dalla letteratura che ho chiamato del successo ed è davvero sorprendente quanti risultati l’Europa abbia già ottenuto nella politica mondiale, pur quasi inerme e politicamente incompiuta.
Oggi la minaccia alla sicurezza è globale, perché globali sono l’assetto degli Stati, la violenza a-territoriale del terrorismo, l’odio dei poveri verso i ricchi, la perdita di controllo del rapporto tra l’uomo e la natura, il fanatismo e l’odio in nome della religione. Che l’Europa sia incompiuta rappresenta ormai un pericolo grave non più solo per l’Europa, ma per il mondo, perché solo l’Europa ha la chiave per affrontare le minacce globali. Come le due guerre che chiamiamo mondiali sono state in realtà guerre europee, così forse oggi l’unica pace mondiale possibile, che sia pace e non illusoria tregua, è una pax europea.
 
Uscire dalla malinconia.
 
Sono passati quasi sessant’anni da quando Churchill pronunciò a Zurigo uno dei discorsi più memorabili dell’ultimo secolo. Nel settembre 1946 gran parte dell’Europa era in macerie, affamata, oppressa da risentimento, vergogna e disperazione. Era distrutta, sì, ma aveva salvato la sua civiltà.
Sei anni prima, chiamato dal suo partito a guidare il governo più per essere bruciato che per tenere davvero il comando, in soli cinque giorni — i suoi primi cinque giorni al numero 10 di Downing Street — egli aveva rovesciato le sorti della guerra. Come vi sia riuscito, quasi da solo, lo documenta la magistrale ricostruzione di John Lukacs.[15] Lukacs racconta quasi ora per ora come dal 24 al 28 maggio 1940 — mentre il suo Ministro degli Esteri tramava con la Germania, i generali dichiaravano impossibile la resistenza militare, la Francia capitolava, l’Unione Sovietica appoggiava Hitler, quasi tutta l’Europa era occupata dai nazisti o governata da loro prestanome, l’America guardava senza intervenire — Churchill trasmise al paese la furiosa determinazione «che l’Inghilterra avrebbe continuato a combattere, qualunque cosa fosse accaduta». Hitler non perse la guerra in quei giorni; ma quelli furono i giorni in cui gli sfuggì la possibilità di vincerla.
Come non riconoscere qui i segni del furore, della follia, dell’eroismo, dell’esaltazione spirituale che per Platone sono tipici dell’humor melancholicus? Come non ritrovare nel Churchill forte bevitore anche l’analogia tra la gamma delle manifestazioni dell’umor nero e quella degli effetti dell’alcol, un’analogia che Aristotele elabora ampiamente proprio per spiegare «come mai tutti coloro che hanno raggiunto l’eccellenza nella filosofia o nella politica o nella poesia o nelle arti sono chiaramente melanconici»?
Della malinconia Churchill conosceva non solo il furore, l’esaltazione e l’eroismo, ma anche la cupa disperazione, il senso dell’abisso, la solitudine desolata che egli, riprendendo e rendendo famosa un’immagine già usata da James Boswell, Walter Scott, R.L. Stevenson, chiamava «il cane nero» aggrappato alla sua schiena. Riflettendo in una prospettiva etica e religiosa, Romano Guardini osserva che la malinconia è «la nostalgia di ciò che semplicemente è perfetto […] il prezzo della nascita dell’eterno nell’uomo […] l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito».[16]
«C’è un rimedio alla tragedia dell’Europa», disse Churchill a Zurigo. «Il rimedio è di ricreare la Famiglia europea. Dobbiamo creare una sorta di Stati Uniti d’Europa […] il senso di un patriottismo allargato e di una cittadinanza comune […] il primo passo deve essere una partnership tra Francia e Germania. Solo così la Francia può riacquistare la guida morale e culturale dell’Europa». E poi: «Ma vi devo avvertire. Il tempo può essere breve. Oggi c’è uno spazio aperto» («Time may be short. At present there is a breathing-space»).
Guardini vede il rimedio alla tensione malinconica nell’etica e nella fede. E anche il secolare Churchill, a Zurigo, parla ripetutamente di «atto di fede»: «se l’Europa può salvarsi dalla sua miseria infinita, anzi dalla rovina, è con un atto di fede nella Famiglia europea e un atto di oblio per tutti i crimini e le follie del passato». Oggi possiamo dire che l’opera è incompiuta, ma che quello spazio è ancora aperto.
All’inizio di questo intervento ho espresso l’intenzione di proporre un’Europa unita quale punto di riferimento professionale, civile e politico agli studenti di oggi. Vorrei ora spiegare il nesso di questo mio proposito con le considerazioni che ho svolto.
Nei miei anni di Francoforte avevo istituito un incontro mensile di un’ora, riservato ai funzionari più giovani della Banca centrale europea, per una conversazione completamente libera su un tema di loro scelta; giovani che raramente accedevano al mio ufficio per discutere questioni specifiche o che, se vi accedevano, difficilmente si azzardavano a prendere la parola.
Quei ferratissimi trentenni, addottorati in università prestigiose, erano adolescenti quando il Trattato di Maastricht veniva firmato, come lo ero io al tempo in cui un insegnante di storia e filosofia del mio liceo di Trieste commentò alla radio interna la fresca firma del Trattato di Roma. Ma quel discorso contribuì a orientare la mia vita, dandole un punto di riferimento politico assai prima che compissi la scelta dei miei studi e della mia professione. Nell’adolescente che ero, i primi ricordi della vita erano i bombardamenti di Genova e dei ponti della Riviera, i rastrellamenti delle truppe tedesche e il passaggio di quelle americane, l’incontro con mio padre che tornava dal fronte e dalla prigionia, per me quasi uno sconosciuto. Nei trentenni di Francoforte, i ricordi infantili escludevano la guerra, quelli dell’adolescenza comprendevano i viaggi in interrail e i programmi Erasmus.
Quei giovani erano nel passaggio dall’università all’impiego. Interessatissimi all’economia, fieri di essere in cima all’Europa, avvertivano tuttavia il quotidiano lavoro come un restringimento dell’orizzonte, una discesa nel particolare, un’ibernazione e un uso troppo limitato delle conoscenze acquisite, uno scadere a compiti ripetitivi. Esaltazione e mortificazione, la gamma della malinconia.
I temi di quelle conversazioni si sollevavano dalla routine del lavoro, ma vi erano collegati: dove va l’Europa che si allarga, che sarà della Costituzione, come rianimare la crescita, che fare perché la BCE divenga quella che vorremmo. Coglievo spesso un loro atteggiamento più contemplativo che attivo, una sfiducia di poter «contare». Non era facile persuaderli che le risposte sarebbero venute da sé, che il futuro dell’euro, quello della Banca centrale europea, l’avvenire stesso dell’Europa e del disegno di unione concepito dai loro nonni o bisnonni è ormai nelle loro mani. Essi conoscono un’Europa pacificata e prospera, malinconica e forse accidiosa. Un’Europa che sembra fatta e non lo è; che è minacciata non dalla distruzione, ma dal declino.
C’è invece un’opera da completare, che chiede e merita sforzi e sacrifici. Darsi un punto di riferimento significa proprio assumere quale guida qualcosa che, pur connesso al tempo e al luogo in cui siamo, sia più alto e più lontano, e perciò dia senso, orientamento al nostro incedere. Non una previsione o una scommessa, ma un obiettivo e un proposito. Significa alzare lo sguardo oltre il proprio momento.
Allora il mio invito ai giovani è: non scoraggiatevi, non perdete la spinta che vi ha accompagnato negli studi, non rifugiatevi nel solo privato, non abbracciate l’idolo della carriera o del guadagno, non rivolgetevi allo psicologo. Datevi invece, sceglietevi, punti di riferimento. Dalla malinconia si esce guardando in alto dentro sé stessi.
 


[1] Si tratta della rielaborazione della prolusione tenuta dall’autore a Milano il 28 ottobre 2005 per l’inaugurazione dell’Anno Accademico 2005-2006 dell’Università Commerciale Luigi Bocconi. Il testo è pubblicato anche sulla rivista Il Mulino, LV (2006), n. 1.
[2] L. Einaudi, Il buongoverno: saggi di economia e politica (1897-1954) (1954), a cura di E. Rossi, Roma-Bari, Laterza, 2004. È una lettura da consigliare ancora oggi anche a chi sceglie di studiare economia.
[3] R. Burton, The Anatomy of Melancholy (1621), trad. it. Anatomia della malinconia, a cura di Jean Starobinski, Venezia, Marsilio, 20032.
[4] S. Freud, Lutto e malinconia (1915-1917), trad. it. in Opere, vol. VIII, Torino, Bollati Boringhieri, 1976, p. 128.
[5] S.A. Kierkegaard, in R. Guardini, Vom Sinn der Schwermut (1949), trad. it. Ritratto della malinconia, Brescia, Morcelliana, nuova ed. 1993, p. 15.
[6] Cito alcuni autori di questa pubblicistica: R. Cooper, The Breaking of Nations: Order and Chaos in the Twenty-first Century, Londra, Atlantic Books, 2003; J. Rifkin, The European Dream: How Europe’s Vision of the Future is Quietly Eclipsing the American Dream, New York, Penguin, 2004; T.R. Reid, The United States of Europe: The New Superpower and the End of American Supremacy, Londra, Penguin, 2004; M. Leonard, Why Europe Will Run the 21st Century, Londra, Fourth Estate, 2005; G. Morgan, The Idea of a European Superstate: Public Justification and European Integration, Princeton, N.J., Princeton University Press, 2005. Come si vede, alcuni sottotitoli sono ancora più rivelatori dei titoli.
[7] R. Cooper, The Breaking of Nations, cit.
[8] Ibidem, p. 27.
[9] Ibidem, p. 30.
[10] Ibidem.
[11] J. Rifkin, The European Dream, cit., p. 85.
[12] Ibidem, p. 83.
[13] M. Leonard, Why Europe Will Run the 21st Century, cit., p. 51.
[14] R. Cooper, The Breaking of Nations, cit., p. 37.
[15] J. Lukacs, Five Days in London. May 1940, New Raven, Conn.-London, 1999.
[16] R. Guardini, Ritratto della malinconia, cit., pp. 63, 67-69.

 

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