Anno XLVIII, 2006, Numero 2, Pagina 97

 

 

Manifesto dei federalisti europei*
 
ALTIERO SPINELLI
 
 
La divisione in Stati nazionali sovrani pesa come una maledizione sull’Europa.
Lo sviluppo moderno delle forze produttive, l’intensificarsi dei traffici, l’accelerarsi dei mezzi di comunicazione e di trasporto, il diffondersi di forme simili di civiltà, l’approfondimento del senso di solidarietà umana esigono ormai da molto tempo l’instaurazione in Europa di una legge e di un governo superiori alle leggi ed ai governi degli Stati nazionali. Ma questi sono sovrani. Decidono ed agiscono senza riconoscere nessuna legge e nessun potere superiore al loro. Sono tenuti a provvedere alla tutela degli interessi propri e dei propri cittadini senza avere né il dovere né la possibilità di preoccuparsi degli interessi di altri Stati e di altri popoli. Tutte le limitazioni ed i controlli che il progresso democratico è venuto imponendo ai poteri pubblici concernono esclusivamente la vita interna dei singoli Stati; i rapporti fra Stati sono e continuano ad essere governati dalla legge della giungla. Atteggiamenti ed atti di egoismo e di prepotenza, che sono considerati come delittuosi se compiuti da privati o da comunità minori, diventano lodevoli se effettuati da Stati sovrani. Per non aver saputo finora mettere fine a questo regime politico, gli europei sono stati e continuano ad essere colpiti da sventure immense e senza fine; l’avvenire loro, dei loro figli, delle loro patrie, della loro stessa civiltà plurimillenaria diventa ogni giorno più incerto.
Per meglio condurre la loro lotta contro questo anacronistico regime, contro gli interessi miopi che lo difendono, contro le menzogne che lo velano, i federalisti europei sentono il dovere di esporre con chiarezza il loro pensiero in questo Manifesto, dal quale ogni ipocrita concessione alle idee correnti è bandita, e che vuole essere una testimonianza della loro battaglia.
[…]
 
 
II
 
I profittatori della sovranità nazionale
 
Sovranità abusive.
 
Nelle umilianti circostanze in cui sono ridotti a vivere, gli Stati nazionali d’Europa non sfoggiano più apertamente le nefaste ambizioni nazionalistiche del passato. Pretendono anzi — e lo scrivono spesso esplicitamente nelle loro costituzioni — di essere solo strumenti al servizio dei loro popoli. Per adempiere questa missione, le loro pretese verso il cittadino continuano ad essere le stesse che per il passato. Obbedire alle leggi del proprio Stato, pagare le imposte da esso richieste, mettere a sua disposizione una parte della propria vita per il servizio militare, esser pronti in caso di guerra a sacrificargli la propria vita, continuano ad essere i supremi doveri politici dei cittadini di ciascuno degli Stati europei. Il rispetto di questi doveri è garantito da adeguati strumenti di coazione, necessari in qualsiasi comunità; ma viene altresì impresso nello spirito di tutti con innumerevoli mezzi di propaganda, in modo da essere ormai considerato come la più alta manifestazione etica di ogni cittadino. C’erano ancora, pochi decenni fa, forze politiche che si vantavano di fare appello ad una solidarietà superiore a quella dello Stato nazionale. Oggi tutte le forze politiche operanti nei paesi d’Europa si gloriano di non essere altro che nazionali, si limitano cioè a chiedere allo Stato buone leggi ed ai cittadini obbedienza allo Stato.
Questa richiesta di assoluto lealismo verso il proprio Stato non è tuttavia politicamente e moralmente giustificabile che nella misura in cui lo Stato sia a sua volta capace di assicurare l’adempimento di alcune funzioni pubbliche fondamentali, dalle quali dipendono la sicurezza, il benessere e la libertà della comunità dei suoi cittadini. Invece gli Stati sovrani d’Europa sono diventati organicamente incapaci di effettuare nell’interesse dei loro cittadini proprio i servizi pubblici fondamentali, e sono anzi diventati i principali ostacoli allo sviluppo della libertà, della giustizia, del benessere e della sicurezza in Europa.
Nell’Europa orientale e nella penisola iberica, l’opposizione fra la pretesa degli Stati di essere al servizio dei loro popoli e la loro effettiva natura è patente. I popoli sono stati privati di ogni possibilità di controllo sui loro governanti, ed il loro triste silenzio è solo interrotto di tanto in tanto da disperate rivolte e da dure repressioni. I gruppi politici dominanti sono andati al potere con la violenza e grazie all’intervento di potenze estere. Hanno costituito miserabili tirannidi che si mantengono in vita solo perché esercitano il potere per conto di una grande potenza mondiale che le protegge.
Ma se l’accusa che ogni uomo libero rivolge contro le tirannidi europee è nel fatto che esse si fondano sul terrore, ancor più grave è in un certo senso l’accusa che deve essere levata contro gli Stati democratici, perché essi sono rimasti i depositari di tutte le speranze di rinascita della libera civiltà europea e sono tuttavia condannati ad una inevitabile decadenza, in quanto si fondano ormai su finzioni e menzogne.
 
I profittatori della sovranità economica e sociale.
 
Gli Stati nazionali d’Europa continuano anzitutto a disporre di tutti i poteri necessari per fare politica economica. Percepiscono imposte, legiferano, governano in materia di moneta, di commercio, di credito, di produzione, come se potessero realmente agire nell’interesse profondo e permanente dei loro popoli.
Questi poteri non servono più per adoperare l’apparato produttivo come uno strumento di potenza nazionale, poiché nessuno Stato europeo è più capace di fare una politica di potenza nell’epoca delle grandi comunità sovranazionali di dimensioni continentali. Ma poiché la politica economica continua ad essere di competenza di uno Stato il quale ha come solo quadro di azione quello nazionale, la tendenza verso il nazionalismo economico è insormontabile; si è anzi acuita in ragione stessa della debolezza economica dei singoli paesi e della loro paura di essere sopraffatti da economie estere più forti.
Gli aiuti americani, offerti generosamente per risollevare l’Europa dal collasso della guerra e per facilitare la creazione di un vasto mercato europeo, sono stati adoperati dagli Stati d’Europa per rimettere in piedi le vecchie economie nazionali. Dichiarazioni, progetti, comitati, istituzioni intergovernative, che promettono o ricercano l’unione economica, pullulano; ma i governi europei continuano a tenere le economie nazionali sotto il loro controllo, perciò divise in compartimenti stagni mediante tariffe doganali, contingentamenti, controlli monetari, divieti di migrazione, liberalizzazioni arbitrariamente ammesse o rifiutate.
Le dimensioni nazionali delle politiche economiche rendono impossibile la creazione di un grande mercato comune che dovrebbe essere necessariamente sottoposto ad una politica economica e monetaria comune. Ma l’assenza di un mercato comune, impedendo il libero accesso alle risorse e la divisione razionale del lavoro su scala continentale, rende la produzione più costosa e il tenore di vita più basso di quel che potrebbero altrimenti essere; non permette la piena utilizzazione delle nuove tecniche che la scienza mette oggi a disposizione dell’uomo, quali l’energia atomica e l’automazione, condanna gli europei a diventare popoli con economie sottosviluppate.
La politica economica su scala nazionale può profittare delle congiunture economiche favorevoli, attribuirsene senza ragione il merito ed attenuare transitoriamente le proprie tendenze nazionaliste. Se però una crisi economica generale si abbatte sulla società, i governi nazionali non possono intervenire che con misure di dimensioni nazionali, tornando di nuovo ad accentuare la divisione dell’Europa in una serie di miserabili economie autarchiche.
Il potere dello Stato nazionale di fare la politica economica non opera oggi più che a vantaggio di gruppi di interessi particolari, accampati in ciascuna delle nostre nazioni. Fin dalla vigilia della prima guerra mondiale questi gruppi avevano profittato della protezione statale per avviare la trasformazione delle economie nazionali in economie di monopoli, cartelli e corporazioni. Tutte queste feudalità economiche si sono rapidamente ricostituite all’ombra delle restaurate sovranità nazionali, e continuano a chiedere e ad ottenere la protezione statale che assicuri loro lo sfruttamento dei consumatori. In alcuni casi si tratta di interessi particolari di gruppi capitalistici; in altri di interessi particolari di gruppi di lavoratori; assai più spesso di combinazioni dei due. In alcuni casi lo Stato si fa senz’altro esecutore delle loro richieste. Altre volte si oppone apparentemente alla loro brama di guadagni sicuri ed elevati, li sottopone a controlli pubblici, giunge fino a nazionalizzarli; il risultato più frequente è però allora che un’amministrazione pubblica si sostituisce ad una privata conservando gli stessi metodi monopolistici di protezione degli interessi costituiti. Talvolta lo Stato riserva senz’altro il mercato nazionale a gruppi di produttori privati o pubblici. Oppure i grossi cartelli di diverse nazioni si mettono d’accordo tra loro, direttamente o attraverso i rispettivi governi, per meglio spartirsi gli anemici mercati europei. Nel momento storico nel quale un possente moto di rinnovamento industriale e agricolo è più necessario che mai agli europei, ed è stato reso possibile dalle conquiste della scienza e della tecnica, gli Stati nazionali non servono più che a tenere anchilosate le vecchie strutture ed a proteggere gli interessi costituiti.
Con siffatte economie nazionali, deboli, ripiegate in sé, dominate da gruppi privilegiati, prive di una solidarietà che vada al di là delle frontiere nazionali e sottoposte a ritmi di sviluppo differenti da un paese all’altro, una seria politica di giustizia e di sicurezza sociale non può più essere fatta che di rado, in modo insufficiente, da questo o quello Stato. Le misure dirette ad una più equa redistribuzione del reddito sociale si fondano su basi economiche troppo ristrette, e non riescono perciò ad attenuare in misura sensibile la violenza dei contrasti sociali, specialmente nei paesi più poveri. Le classi lavoratrici, anziché essere portate a partecipare al rinnovamento delle strutture produttive, assumendovi una attiva responsabilità, accettano come un dato di fatto le strutture economiche nazionali esistenti, e tutto ciò cui riescono ad aspirare è di assicurare posizioni privilegiate a questo o a quel gruppo professionale, alleandosi in vari modi con i rispettivi gruppi monopolistici. Oppure sono portate a simpatizzare per le tendenze verso un sempre più esteso collettivismo nazionale, il cui inevitabile punto di approdo sarebbe la tirannide dello Stato. Infine quanto più ogni Stato si sforza di stabilire un sistema di giustizia sociale su scala nazionale, tanto più alimenta nelle proprie classi lavoratrici un ottuso ed egoistico nazionalismo, indifferente alle difficoltà dei loro compagni di oltre frontiera.
 
I profittatori della sovranità militare.
 
Gli Stati nazionali d’Europa continuano in secondo luogo a possedere ed impiegare le forze armate, come se potessero realmente provvedere alla difesa del proprio paese. Prelevano frazioni enormi del reddito nazionale per provvedere alle spese militari; chiedono a tutti i cittadini di dare loro alcuni anni della propria vita per fare il servizio militare e di essere pronti ad affrontare la morte su ordine di ministri e di generali nazionali.
Poiché le difformità di civiltà e di politica esistenti nel mondo rendono ancor oggi irrealizzabile l’unificazione di tutta l’umanità sotto un’unica legge e sotto un unico governo democratico mondiale, l’allestimento di forze armate continua ad essere una necessità. Le nazioni europee hanno cessato di essere i centri principali della potenza militare nel mondo e non possono più proporsi una politica di espansione imperiale. Malgrado il disordine economico e sociale di cui sono preda, restano tuttavia nel loro insieme una delle più importanti riserve di popolazione industriosa e civilizzata ed uno dei più importanti complessi produttivi che vi siano nel mondo. La brama di sottometterle alla propria egemonia e la paura di vederle cadere sotto il controllo dell’avversario sono il tema principalissimo della politica estera delle grandi potenze mondiali e costituiscono il maggior pericolo di guerra oggi esistente. Anche quando il fuoco della guerra si riaccende su altri continenti, la posta del giuoco resta sempre l’Europa.
Contro questa minaccia gli Stati con i loro eserciti nazionali non possono seriamente pensare di essere in grado di difendersi, a causa della enorme sproporzione di forza rispetto al possibile aggressore. Le forze armate nazionali avevano un senso quando i pericoli di guerra provenivano dalle rivalità nazionali europee; non ne hanno più alcuno a partire dal momento in cui il pericolo proviene da rivalità tra potenze mondiali. Sono anzi un ostacolo alla effettiva organizzazione della difesa. Qualsiasi alleanza militare, anche se imposta dalle circostanze, è aleatoria, poiché gli Stati europei hanno un passato lontano e recentissimo di guerre reciproche, di diffidenze e di rancori, che non possono sormontare finché restano pienamente sovrani; ognuno di essi vede ancora nell’alleato di oggi il nemico di ieri e il possibile nemico di domani. Qualsiasi tentativo di integrare le forze armate, per renderle più efficaci e meglio dotate di armi moderne, fallisce di fronte al fatto che i singoli Stati restano sovrani e perciò preoccupati in ultima istanza solo della difesa nazionale. E tuttavia proprio la loro pretesa di possedere un’assurda sovranità militare, li obbliga a rinunciare alle più potenti armi moderne, poiché manca loro la potenza economica necessaria per produrle, e la potenza militare necessaria per impiegarle. Ciò significa che in realtà le forze armate europee non possono essere che forze ausiliarie delle grandi potenze mondiali. Solo la strategia di queste dà loro un significato, destinandole a tenere una posizione, a ristabilire un equilibrio parziale, forse a fare qualche piccola guerra locale. Quando qualche Stato europeo si illude di potere ancora adoperare le proprie truppe per proprio conto, la realtà lo riporta brutalmente alla coscienza della propria impotenza.
Agli europei, con tutto il bisogno che possono avere di una seria organizzazione di difesa, le forze armate nazionali non servono più a nulla. Servono solo a conservare inutili posizioni di privilegio politico e sociale ad un sottile strato di generali e di uomini politici. Costoro sanno benissimo di non poter più assumere, in caso di necessità, la direzione della difesa del loro paese, ma non se ne curano, e speculano solo sulle tradizioni militari nazionali, sul patriottismo dei cittadini, sugli interessi dei tradizionali fornitori delle forze armate, per nascondere questa umiliante realtà, per conservare e sviluppare le forze armate nazionali, cioè essenzialmente per salvare i loro onori, la loro autorità, il loro abusivo potere.
 
I profittatori della sovranità diplomatica.
 
Infine la responsabilità per le relazioni con gli altri paesi sovrani e con i territori extra-europei che sono ancora sottoposti al loro dominio continua ad essere uno dei principali attributi della sovranità degli Stati europei. L’epoca in cui gli affari esteri e coloniali degli Stati europei costituivano il centro della politica mondiale è finita con il cataclisma delle due guerre mondiali. Oggi i loro rapporti diplomatici non sono più elemento determinante dell’equilibrio mondiale; la loro politica commerciale non decide più del corso della vita economica mondiale. Ma gli Stati europei sono fatti per la vecchia politica estera di dimensioni nazionali. Le loro diplomazie continuano perciò a sprecare tempo e energie, a nutrire nelle rispettive opinioni pubbliche sentimenti falsi, a richiedere sacrifici inutili, a celare la verità a sé stesse ed ai loro popoli, come se le loro manovre e le loro decisioni servissero ancora a determinare la sorte dei loro paesi.
Alla relativa libertà di movimento di cui, in determinate circostanze, i paesi europei ancora dispongono, non corrisponde più nessuna vera responsabilità per le sorti loro, dell’Europa e del mondo.
Quando trattano con le grandi potenze mondiali gli Stati europei credono di essere ancora grandi potenze. In realtà sono protettorati più o meno autonomi di una delle grandi potenze, ora docili, ora riottosi, capaci forse talvolta di fare il doppio giuoco e di passare da un campo all’altro, sempre irrimediabilmente dipendenti. La loro pretesa di dare un contributo attivo e positivo al grande dramma diplomatico e politico che si svolge fra Stati Uniti e Unione Sovietica, è senza contenuto, perché non hanno più la forza né di avere una linea politica salda e continua, né di farsi ascoltare.
Sono troppo deboli per aiutare i nuovi grandi Stati asiatici a modernizzare le loro economie. Nulla possono fare per preparare l’emancipazione dei popoli africani, perché si sentono ancora centri di imperi coloniali e pensano solo al modo di mantenere quel che resta dei domini acquistati nell’epoca della loro grandezza e della loro prepotenza.
Quando trattano fra loro per affrontare i loro problemi comuni, le diplomazie europee sono animate dalle vecchie gelosie, sabotano la volontà di unità che talvolta si fa sentire in qualche ministro, si azzuffano per problemi nazionali divenuti del tutto secondari, mirano a mantenere fra loro un equilibrio senza significato, contribuiscono a tener divisi e deboli i loro popoli.
Il potere che gli Stati nazionali hanno di fare la politica estera e coloniale rende vano ogni tentativo di uscire da questa situazione, contribuisce anzi ad accrescere il disordine del mondo intero. Questo potere è ormai contrario agli interessi più profondi degli europei; non serve più che ad intrattenere la pigrizia, i privilegi, gli interessi e la vanità dei corpi diplomatici, delle amministrazioni coloniali e di quegli uomini politici che legano la loro ambizione alle sorti della diplomazia nazionale.
 
Lo Stato nazionale contro la democrazia.
 
L’impotenza degli Stati europei in materia di politica estera, militare, economica e sociale non è conseguenza di errori di questo o quel governo, che potrebbero essere corretti da governi diversi. È dovuta al fatto che gli Stati nazionali con tutte le loro istituzioni pubbliche e private — dai governi ai parlamenti, ai partiti, ai sindacati — sono capaci solo di elaborare volontà politiche di ispirazione nazionale, poggianti su strumenti di esecuzione nazionali, tese verso fini nazionali, mentre i problemi fondamentali della politica estera, militare, economica e sociale non sono più di dimensioni nazionali.
Ma nessuna democrazia può mantenersi alla lunga, quando il meccanismo dell’elaborazione della volontà politica della comunità funziona a vuoto. La pigrizia mentale si diffonde sia nelle correnti politiche che sono al governo sia in quelle che sono all’opposizione, e che andando al governo continuerebbero anch’esse ad amministrare stancamente le false sovranità nazionali dei loro Stati. L’aspirazione ad accettare, neutri ed inerti, l’abbattimento di tutti i valori fondamentali della civiltà dilaga. Il lealismo verso la propria comunità, benché sempre solennemente professato, si dissolve, e i cittadini tendono a dividersi a seconda del nuovo padrone estero cui desiderano vedere affidate le sorti del proprio paese e che si preparano ad accogliere. L’egoismo immediato delle nazioni, delle classi, degli individui appare più importante di qualsiasi più nobile aspirazione, la quale per realizzarsi dovrebbe proiettarsi in un futuro su cui non è più ragionevole contare. L’unico sentimento forte e tenace che ancora riesce ad affermarsi nella vita degli Stati d’Europa è il desiderio dei gruppi privilegiati di sfruttare fino alla fine, senza scrupoli, senza preoccupazione del domani, i vantaggi che il vecchio regime elargisce loro. Questo regime non è ormai più democratico che in apparenza; in realtà è e non può non essere lo strumento di potenza di gruppi monopolisti e corporativi, di cricche di alti funzionari, di diplomatici, di generali, di politicanti dalla vista corta e dall’ambizione meschina.
 
 
III
 
La federazione, espressione del popolo europeo
 
Gli Stati nazionali contro il popolo europeo.
 
Il destino non di questa o quella nazione, ma degli europei tutti, dipende ormai dal modo come la politica estera e militare, economica e sociale sono amministrate non in questo o quel paese, ma nell’Europa nel suo complesso. Decisioni e leggi valevoli per tutti gli europei devono essere stabilite da un governo che agisca a nome di tutti gli europei, che impegni tutti gli europei, che sia sottoposto al controllo democratico di tutti gli europei. Costoro sono capaci di darsi un tale governo democratico comune e di farlo agire in modo coerente, perché, attraverso la molteplicità e la varietà delle loro nazioni, rendono omaggio agli stessi supremi valori spirituali e politici, e sono animati tutti dall’ambizione di dare un avvenire alla loro comune civiltà, posseggono cioè quel comune spirito creatore senza il quale non è possibile vivere uniti. Sentirsi eredi di una civiltà comune, avere un destino comune, aver bisogno di istituzioni politiche libere per amministrare affari comuni, ciò significa che gli europei sono arrivati ad un punto della loro storia in cui devono diventare un popolo: il popolo europeo.
Gli Stati nazionali sono ancora strumenti utili, nella misura in cui conservano e sviluppano quella feconda diversità delle esperienze nazionali che costituisce una delle grandi ricchezze della civiltà europea. Ma la loro pretesa di provvedere sovranamente, ciascuno per proprio conto, alla condotta di affari che in realtà non possono più essere amministrati da loro nell’interesse profondo e permanente di tutti gli europei, è divenuta abusiva e va considerata come una vera e propria usurpazione a danno del popolo europeo. Malgrado le più raffinate forme democratiche di cui molti Stati nazionali si ammantano, essi negano di fatto agli europei il diritto di esprimersi come popolo europeo, mediante istituzioni democratiche europee, per amministrare, nell’interesse di tutti, affari pubblici che sono ormai diventati europei.
L’umanità tende oggi ad organizzarsi in grandi comunità politiche di dimensioni continentali, fondate ciascuna su una comune civiltà, talvolta plurimillenaria, talvolta assai giovane. Gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica non sono che le prime comunità di questo genere, giunte al livello di grandi potenze mondiali. In Asia, Cina ed India riemergono da un passato di umiliazioni e di soggezione, tentando anch’esse di diventare comunità politiche di civiltà. Gli europei si trovano innanzi ad un bivio decisivo della loro storia; devono scegliere fra diventare anch’essi un popolo, per essere, sotto questa forma, continuatori della più feconda delle civiltà umane, o conservare l’antiquato regime delle sovranità nazionali e trasformarsi in appendici politiche, culturali ed economiche di altre civiltà, di altri popoli. In tal caso nessuna speranza di rinascita può esserci per le nazioni di Europa oggi ridotte a servitù ed una comune rovina minaccia quelle che sono ancora libere.
 
La federazione.
 
La federazione, gli Stati Uniti d’Europa, sono la sola risposta che gli europei possono dare alla sfida che la storia lancia loro.
Federare l’Europa significa infatti rispondere all’appello del passato che l’ha ripartita in popoli nazionali, ed all’appello dell’avvenire che le chiede di diventare un solo popolo europeo. Federare l’Europa significa unire i popoli liberi d’Europa con un patto irrevocabile, in base al quale gli affari pubblici propri delle singole nazioni sono amministrati dai rispettivi Stati nazionali secondo il genio particolare di ciascuna nazione, mentre gli affari pubblici di interesse comune sono amministrati da un governo comune.
La federazione non è una lega di Stati federati. Né il suo potere si esercita su questi, né il potere di questi si esercita su di essa. L’una e gli altri hanno una competenza limitata a determinati campi della vita pubblica. Ma entro questi limiti l’una e gli altri restano pienamente sovrani, essendo ciascuno dotato delle istituzioni e dei mezzi necessari per prendere decisioni e per eseguirle, senza dipendere gli uni dagli altri.
Fondamento comune della comunità federale e degli Stati federati è il cittadino. La federazione è l’organizzazione politico-giuridica dei cittadini di tutta l’Europa, così come lo Stato nazionale è l’organizzazione politico-giuridica dei cittadini delle singole nazioni. Ognuno è insieme cittadino del proprio Stato nazionale e della federazione. Come cittadino del proprio Stato ha un insieme di diritti e di doveri verso di esso nei campi della vita pubblica che sono di competenza dello Stato nazionale. Come cittadino della federazione ha un insieme di diritti e di doveri verso di essa nei campi che sono di sua competenza. In entrambi elegge direttamente e liberamente i suoi rappresentanti; da entrambi esige direttamente che i suoi diritti siano rispettati e che la giustizia gli sia assicurata; paga ad entrambi direttamente le imposte necessarie per l’esecuzione dei rispettivi servizi pubblici; obbedisce direttamente alle leggi di entrambi. Egli è il punto di unione di due comunità politiche — quella federale e quella nazionale — le cui sovranità sono separate e parallele. Solo in tal modo si può assicurare la contemporanea indipendenza degli Stati nazionali e della federazione, la vita libera e ordinata delle nazioni e del popolo europeo.
Affinché questo organismo possa funzionare come espressione del popolo europeo, la Costituzione degli Stati Uniti d’Europa, mentre lascia gli Stati nazionali liberi di conservare e modificare le proprie istituzioni, deve stabilire esplicitamente quali funzioni pubbliche siano trasferite dagli Stati nazionali alla federazione, quali siano le istituzioni di questa, quali le garanzie giuridiche contro il pericolo di usurpazione di poteri sia da parte delle autorità europee che da parte delle autorità nazionali.
Le funzioni che vanno trasferite dagli Stati nazionali alla federazione risultano dalla natura stessa della crisi mortale che travaglia il vecchio regime europeo. Si tratta del potere di decidere e di agire per tutto quanto concerne la creazione di una comune economia, l’instaurazione di una comune giustizia e sicurezza sociale, i rapporti con gli altri popoli del mondo, la difesa comune contro il pericolo di aggressione. E poiché il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo costituisce il valore supremo di qualsiasi comunità politica che sia basata sugli ideali della civiltà europea, anche la tutela giuridica delle libertà di tutti gli europei deve essere di competenza dell’autorità federale. Tutto ciò che va al di là di queste materie deve restare di competenza dei singoli Stati.
 
Il governo federale.
 
Poiché ci sono affari che devono essere amministrati in comune, occorre anzitutto che ci sia un governo federale europeo fornito di un proprio corpo amministrativo. Molte delle sue caratteristiche costituzionali dipenderanno dalle idee e dagli interessi che si presenteranno quando la Costituzione europea sarà stabilita. La loro precisazione in un senso o nell’altro sarà frutto di necessari compromessi politici e non avrà importanza rilevante per la vita ulteriore della federazione. Ma due caratteristiche saranno essenziali. Anzitutto il governo europeo deve essere nominato da un’istanza politica europea ed essere responsabile di fronte ad una istanza politica europea. Se a nominarlo ed a controllarlo fossero gli Stati nazionali, esso non possederebbe rispetto a questi la necessaria indipendenza, non sarebbe il governo del popolo europeo. In secondo luogo la federazione non può ragionevolmente avere un governo di tipo parlamentare. Il governo federale ha poteri limitati, non ha tradizioni assolutistiche, e sarebbe troppo debole e fragile se dovesse essere costituito come i governi degli attuali Stati nazionali europei. La sua continuità e capacità di lavoro possono essere assicurate solo mediante la sua nomina per un periodo di tempo limitato ma ben determinato. I suoi membri devono essere resi responsabili per l’applicazione della Costituzione e delle leggi, essere destituiti e condannati se le violano, ma la loro permanenza in esercizio non può dipendere da variabili voti parlamentari di fiducia o di sfiducia.
 
Il parlamento federale.
 
Un’assemblea popolare europea, assistita da uno o più Consigli di rappresentanti delle varie comunità nazionali, territoriali, sociali in cui si articola il popolo europeo, voterà le leggi cui governo e cittadini devono obbedire, le imposte che il governo ha il diritto di riscuotere dai cittadini, i bilanci cui il governo deve attenersi nello spendere il denaro pubblico. Poiché i cittadini europei hanno il dovere di obbedire direttamente alle leggi federali e di pagare direttamente le imposte federali, devono avere il diritto di eleggere con suffragio diretto, uguale e segreto i propri legislatori e di rinnovarli periodicamente. Le libere elezioni europee costituiscono la prova suprema della legittimità democratica dello Stato federale europeo. Grazie ad esse ed alla vita del Parlamento europeo, pensieri, sentimenti, interessi, correnti politiche determineranno la politica del governo federale, raggruppandosi secondo solidarietà e distinzioni nuove che ignoreranno le vecchie frontiere nazionali; la coscienza politica europea si desterà e si articolerà nell’animo dei cittadini; una classe politica europea si formerà e si rinnoverà continuamente; il governo europeo diventerà la cosa pubblica degli europei; il popolo europeo sarà una realtà politica vivente.
 
La magistratura federale.
 
Un potere giudiziario federale, indipendente dal governo europeo e dai governi nazionali, dovrà garantire il rispetto del diritto federale.
Esso deciderà su tutte le controversie che sorgeranno nell’applicazione della Costituzione e delle leggi federali. Ad esso potranno ricorrere i cittadini, gli Stati nazionali, il governo federale ogni volta che riterranno lesi i diritti garantiti loro dalla Costituzione e dalle leggi federali. Soprattutto, il giudice federale avrà il compito di decidere se leggi o atti del governo federale o di governi nazionali esorbitino dai limiti fissati dalla Costituzione, e di dichiarare nullo ogni atto che risulti incostituzionale e che sia perciò un’usurpazione. In tal modo la violenza e la guerra saranno messe definitivamente al bando nel seno della federazione. L’indipendenza delle nazioni tutte, grandi o piccole, che per secoli si è cercato inutilmente di garantire in Europa mediante la legge della forza, sarà infine assicurata mediante la forza della legge, la quale impedirà al governo federale di opprimere tirannicamente le nazioni, a queste di sostituirsi anarchicamente a quello. Il popolo europeo, pur nella sua unità politica, continuerà ad essere un popolo di libere nazioni europee.
[...]
 
 
V
 
Le false soluzioni europee
 
Le false soluzioni europee esprimono tutte il sogno segreto dei profittatori delle sovranità nazionali e dei loro portaparola politici. Tutti costoro sanno che i loro Stati posseggono ancora l’apparenza ma non più la realtà della sovranità; sanno di non poter più padroneggiare i problemi né della politica estera e militare, né di quella economica e sociale; sanno che questi problemi sono già divenuti di dimensioni europee. E sognano allora un’inverosimile Europa in cui non già il popolo europeo, ma esse — uomini della politica nazionale, profittatori della sovranità nazionale, governi nazionali — possano ritrovare intatto e invariato quel che hanno perduto e possano ridurlo di nuovo sotto il proprio controllo.
Le principali fra queste false soluzioni sono le seguenti:
a) la soluzione del risanamento nazionale è la più corrente nel seno dei partiti nazionali, e seduce fortemente l’opinione pubblica ogni volta che coloro che la proclamano sono in procinto di andare al governo. Si afferma con solennità la bellezza e la bontà dell’unità europea, ma la si pone come un ideale lontano, che per essere veramente desiderabile e possibile presuppone che il risanamento della vita nazionale sia compiuto o quanto meno molto avanzato in ciascuno dei paesi d’Europa. Questo modo di pensare permette di coprire con una simpatica veste europea quella qualsiasi politica nazionale che si auspica per il proprio paese.
In realtà, a parte qualche misura di dettaglio che questa o quella congiuntura favorevole permette di prendere, le strutture nazionali sbarrano la strada a qualsiasi vera e profonda azione di rinnovamento nazionale nel campo della politica economica e sociale, estera e militare. I più ambiziosi rinnovatori nazionali sono condannati, non appena assumono il potere, a mettersi al servizio dei profittatori delle sovranità nazionali e del loro desiderio di conservazione e di immobilità. Il giorno in cui si potrebbe passare all’unificazione europea resta sempre ugualmente lontano e irraggiungibile.
b) La soluzione dei trattati internazionali è la più praticata dai governi. Pur conservando le loro sovranità, gli Stati si impegnano con i metodi diplomatici normali (accordi intergovernativi, trattati di alleanze, di amicizia, di cooperazione, di commercio, ecc.) ad agire tutti in maniera analoga, in modo da affrontare allo stesso modo e nello stesso tempo i problemi riconosciuti di interesse comune. Il Commonwealth britannico è il modello più perfetto di questa forma di integrazione fra Stati ed è spesso presentato come un ideale per gli Stati europei. Ma il Commonwealth non è che il lento e saggio processo di disintegrazione di un impero; non è un processo di unificazione di forze originariamente indipendenti. Altro modello molto raccomandato è il Patto Atlantico. È questo un patto in cui tutti i paesi sono formalmente uguali, mentre di fatto uno di essi ha una potenza soverchiante. Se finora non si è convertito in totale assoggettamento degli Stati europei a quello americano, ciò è dovuto solo alla riluttanza di quest’ultimo ad assumere il ruolo di potenza imperiale rispetto a potenze vassalle. Questa riluttanza è del resto ripagata col fatto che gli alleati minori considerano l’alleato principale con diffidenza continua e sono sempre pronti a profittare di ogni circostanza per allentare la solidarietà atlantica.
In realtà la labilità inerente a qualsiasi trattato internazionale non permette di affrontare in comune, metodicamente, problemi comuni se non per periodi corti, in circostanze eccezionali di grave pericolo comune, di coincidenza assoluta di interessi nazionali diversi o di preponderanza enorme di uno degli Stati alleati.
c) La soluzione delle istituzioni internazionali è la specialità dei governi ispirati da ideali internazionalisti. Consiste nel creare assisi internazionali permanenti i cui posti sono occupati da rappresentanti degli Stati membri. Il campo delle questioni da discutere in queste organizzazioni può essere anche assai vasto. Gli organi che ne discutono possono essere di tipo diplomatico (comitati di ministri, di ambasciatori, di esperti) o di tipo quasi parlamentare (assemblee di delegati eletti dai parlamenti nazionali, ma che di tanto in tanto si progetta anche di far eleggere direttamente dai cittadini). In ogni caso queste assisi non emettono che raccomandazioni, e gli Stati conservano tutto il potere di accettarle o rifiutarle. L’illusione è che l’abitudine a sedere e discutere insieme in istituzioni dai nomi prestigiosi come Società delle Nazioni, Nazioni Unite, Consiglio d’Europa, Unione europea occidentale, educhi a poco a poco gli Stati ad obbedire ad una istanza superiore benché essa sia sfornita di qualsiasi potere.
In realtà queste istituzioni, non avendo capacità di decidere, sono del tutto impotenti, e l’impotenza trasforma in vuote chiacchiere i dibattiti che si svolgono nel loro seno. Nessuna volontà comune può sprigionarsi da istituzioni che, per definizione, non possono agire.
d) La soluzione del funzionalismo e delle cosiddette autorità specializzate è predicata soprattutto da tecnici di amministrazioni pubbliche, i quali si sono resi conto della crisi degli Stati nazionali, ma non della propria ignoranza dei fondamentali problemi della politica. In qualche settore ben delimitato gli Stati possono affidare ad un organo tecnico sopranazionale non dotato di poteri di costrizione, il compito di eseguire un mandato che essi stessi hanno definito con minuziosa precisione in un trattato. Durante le due guerre mondiali gli Stati alleati hanno spesso fatto ricorso ad autorità sopranazionali, quali comandi militari unici, fondi comuni per l’acquisto e la distribuzione di materie prime, ecc. Sviluppando queste autorità le une dopo le altre, si crede che il campo tutt’intero degli affari che devono essere messi in comune finirà per essere coperto, e che l’Europa sarà unita senza avere mai dovuto affrontare direttamente il problema della limitazione delle sovranità nazionali. La Comunità del carbone e dell’acciaio è l’unica realizzazione di questo genere fatta negli anni recenti. Ma non c’è problema europeo per il quale qualche tecnico dalla fantasia fervida non abbia escogitato qualche autorità specializzata. Alcune di esse sono rimaste puri sogni, mentre altre sono state prese in considerazione da governi a caccia di false soluzioni europee, hanno assunto la forma di progetti di trattati più o meno elaborati, e sono spesso svanite nel nulla prima ancora di nascere. Il pool verde, il pool farmaceutico, il pool dei trasporti, l’esercito europeo, l’Euratom, il mercato comune sono i più famosi di questi progetti.
In realtà il metodo funzionale funziona solo in alcuni casi ben limitati e non suscettibili di molti sviluppi. In tempo di guerra quando tutta la volontà politica dei singoli Stati di una coalizione è teso verso l’obiettivo relativamente semplice della vittoria, è possibile moltiplicare le agenzie sopranazionali militari, economiche e persino diplomatiche. Quando questa comunanza assoluta di volontà politica non esiste più, perché la vittoria è stata raggiunta, o perché uno dei membri della coalizione ha fatto secessione, l’autorità sopranazionale cessa sempre immediatamente di esistere. In tempo di pace, non potendosi contare né sulla semplicità né sulla concordanza delle volontà politiche dei diversi Stati, è più facile progettare autorità specializzate che crearle effettivamente.
I settori da sottoporre ad una autorità sopranazionale non possono essere determinati arbitrariamente, ma devono essere complessi abbastanza coerenti di affari pubblici che si deve decidere se mantenere sotto il controllo degli Stati nazionali o trasferire sotto il controllo di autorità sopranazionali. Il mercato comune del carbone e dell’acciaio non può consolidarsi se l’armonizzazione delle economie nel loro complesso resta nelle mani degli Stati; il mercato comune di tutti i fattori produttivi non può nemmeno nascere se la politica monetaria ed economica generale non è sottratta alla competenza degli Stati; l’esercito comune non ha senso se è a disposizione di politiche estere autonome; una razionale politica dell’energia atomica è impossibile se all’autorità europea sfugge ogni possibilità di controllo delle sue applicazioni sia industriali che militari.
Per queste ragioni ogni volta che un progetto di autorità specializzata è stato elaborato, esso è sempre stato concepito come un organo tecnico, esecutore di un mandato preciso degli Stati, i quali si guardano sempre bene dal conferirgli un potere di costrizione. L’autorità specializzata deve contentarsi della promessa che gli Stati le fanno di rispettare le sue decisioni. Priva com’è di forza propria, essa non può diventare un centro di raccolta progressiva di interessi, di sentimenti, di volontà europee, mentre permette a tutti gli interessi e sentimenti nazionali di raggrupparsi intorni ai rispettivi Stati, soli detentori della forza reale; cade perciò nella paralisi e si dissolve non appena vien meno negli Stati la volontà di mantenerla in vita.
Il funzionalismo si illude che i problemi concernenti l’organizzazione della forza ed il suo impiego possano essere risolti senza essere affrontati, cioè occupandosi solo delle modalità di amministrazione di alcuni affari, senza chiedersi chi disponga del potere effettivo di esecuzione. Quando tecnici dell’amministrazione esprimono queste vedute si può anche credere alla loro ingenuità; quando uomini politici, il cui mestiere è quello di occuparsi del retto uso della forza nella società, si dichiarano adepti del funzionalismo, bisogna considerarli sciocchi o mentitori.
e) La soluzione del libero scambio e quella dei cartelli internazionali sono sostenute, talvolta alternativamente e talvolta congiuntamente, da gruppi capitalistici i quali credono che l’insieme delle loro relazioni d’affari possa sostituirsi alla politica. Lasciando sviluppare liberamente i traffici fra le nazioni, sia sotto la forma della concorrenza che sotto quella dei monopoli internazionali, si pensa di stabilire una così stretta interdipendenza fra le nazioni che la loro unione finirà per diventare una necessità assoluta. L’unità, difficile a raggiungersi attraverso gli Stati e la politica, si realizzerebbe spontaneamente attraverso l’unificazione dei mercati. In realtà qualsiasi mercato, ben lungi dal surrogare, presuppone un potere politico, il quale stabilisca le regole giuridiche e politiche generali del suo funzionamento e le faccia rispettare. Se questo potere non è unico, ma è diviso fra parecchi Stati sovrani, il mercato è labilissimo e funziona solo finché questi sono disposti ad avere le stesse leggi, la stessa moneta e le stesse politiche economiche. La storia europea dell’ultimo secolo è la dimostrazione dell’incapacità del libero mercato e dei cartelli internazionali di resistere all’opera di disgregazione esercitata da Stati sovrani.
f) La soluzione delle Internazionali è sostenuta soprattutto da quei militanti di partiti nazionali che hanno in qualche modo compreso la necessità dell’unità europea, e pensano che i loro partiti possono essere importanti fattori nella sua costruzione.
Poiché i partiti socialisti, liberali, democratico-cristiani hanno ideologie sopranazionali, si pensa sovente nel loro seno che sia possibile arrivare ad una unità d’azione fra tendenze analoghe di vari paesi. I socialisti hanno prodotto parecchie Internazionali, e più recentemente democratici cristiani e liberali li hanno imitati; sono sorti anche movimenti europei che si rifanno rispettosamente a queste tre correnti, nella illusione che i rispettivi partiti possano infine essere indotti ad impegnarsi in una effettiva azione europea.
In realtà l’ideologia dei partiti democratici europei è una soprastruttura propagandistica, che non altera in alcun modo la loro natura di partiti nazionali, impegnati essenzialmente a promuovere la politica nazionale dei loro Stati. Accade così che le Internazionali ed i movimenti europei sorti dai partiti nazionali, non osando mettere in evidenza la contraddizione fra le loro apparenze ideologiche e la loro realtà politica, non solo formulano sempre le loro richieste in termini estremamente vaghi, ma sono condannati ad assistere al regolare tradimento dei loro partiti e dei loro uomini ogni volta che essi, arrivando a posti di responsabilità governativa, sono costretti a metter da parte le apparenze ed a mostrare la loro vera natura di servitori dello Stato nazionale e delle sue aspirazioni profonde.
Tutti i tentativi di soluzione qui esposti sono falsi, perché senza eccezione dimenticano che il problema dell’unità europea consiste nella creazione e nello sviluppo di una forza politica europea differente da quella degli Stati e capace di contrapporsi ad essi ed alle loro pretese. Questi tentativi si appoggiano invece tutti sulle forze politiche nazionali e sulle istituzioni degli Stati nazionali, contando sulla loro buona volontà e non rendendosi conto che questa buona volontà non può essere che la volontà di perseverare nella propria natura di forze politiche e di istituzioni nazionali.
[…]
 
 
VI
 
La lotta dei federalisti per il popolo europeo
 
I federalisti ed i partiti nazionali.
 
I federalisti europei si distinguono radicalmente da tutte le altre correnti politiche esistenti oggi in Europa. Queste — anche se talvolta fanno professione di fede europea — si propongono tutte di amministrare e servire lo Stato nazionale; invitano i loro concittadini a rispettarlo come il possente idolo protettore della nazione, poiché tutte considerano la nazione come l’unica forma di società naturale degli europei, e lo Stato nazionale come la loro normale ed insuperabile forma di organizzazione politica.
I federalisti europei considerano invece gli Stati nazionali sovrani come i principali nemici della civiltà, della libertà, della sicurezza e del progresso degli europei, ed invitano questi ad unirsi per combattere le loro pretese divenute abusive, fino a costringerli a deporle.
Contro tutti coloro che in Europa vedono solo le nazioni con le loro permanenti ed insormontabili differenze, i federalisti affermano l’esistenza del popolo europeo, erede di una comune civiltà, legato ad un destino di comune rinascita o di comune decadenza, capace di affrontare i suoi problemi comuni con comuni istituzioni democratiche, prigioniero del sistema degli Stati nazionali sovrani, i quali gli tolgono la possibilità di esprimersi e di agire, impedendo la nascita di una democrazia europea.
È stata spesso sollevata la questione se i federalisti europei siano o debbano essere un partito. Essi sono assai più che un partito, almeno nel senso che questa parola ha ormai nel linguaggio politico europeo.
Tutti i partiti esistenti oggi in Europa, siano essi governativi o di opposizione, democratici o antidemocratici, servono a mobilitare forze nazionali, nel quadro nazionale, al servizio della vita nazionale. Se parlano d’Europa, la concepiscono semplicemente come un capitolo della politica estera nazionale, e continuano ad elaborare programmi nazionali di politica economica e sociale, estera e militare, senza essere mai nemmeno sfiorati dal dubbio che i governi, cui vorrebbero imporre tali programmi, non sono più atti a gestire questi affari pubblici.
I federalisti sanno che problemi europei non sono più solo quelli che riguardano le relazioni internazionali fra i vecchi Stati europei, ma l’insieme dei problemi della politica economica, sociale, estera, militare dell’Europa nel suo complesso. Perciò contestano agli strumenti della vita politica nazionale — ai governi, ai parlamentari, ai partiti nazionali — la capacità stessa di affrontarli con successo. Considerano un’usurpazione la pretesa degli Stati nazionali di fare questa politica, un’illusione ingannatrice la pretesa dei partiti nazionali di elaborarla.
I federalisti non mirano ad entrare nei governi nazionali ed a servirli, e non si propongono perciò di mettersi in concorrenza con i partiti nazionali su questo terreno. Vogliono suscitare nell’animo degli europei la rivolta contro le pretese divenute abusive degli Stati nazionali e la coscienza di una legittimità democratica europea. Mirano a sottrarre energie politiche dal quadro della vita nazionale e ad organizzarle in un quadro europeo. Ai programmi governativi nazionali contrappongono la richiesta della costruzione del governo democratico europeo ed un programma governativo europeo. La loro opposizione, essendo diretta non contro questa o quella politica di questo o quel governo nazionale, ma contro il sistema stesso degli Stati sovrani, è più radicale di qualsiasi altra opposizione che accetta il quadro nazionale.
Per condurre con successo la loro azione, i federalisti non possono perciò darsi la forma organizzativa tradizionale dei partiti esistenti, cioè la forma di un’organizzazione che aspira a conquistare il governo nazionale.
Non volendo sopprimere, ma solo limitare la vita politica nazionale, i federalisti non interferiscono nella politica dei partiti nazionali negli affari che devono restare di competenza nazionale. Quando gli Stati nazionali saranno stati liberati delle funzioni che ora li schiacciano, e potranno concentrarsi nell’amministrazione degli affari di dimensione nazionale, in ogni paese la vita politica subirà profonde modificazioni; tuttavia i federalisti come tali non hanno una posizione propria di fronte a questi problemi, e possono anche appartenere a correnti contrastanti fra loro nel campo nazionale.
Ma nella lotta per la costruzione della federazione non riconoscono alcuna competenza ai partiti nazionali, e devono darsi un’organizzazione politica propria, che sia conforme allo scopo che vogliono raggiungere.
I federalisti vengono da ogni nazione, da ogni professione, da ogni partito, da ogni famiglia spirituale, morale, religiosa e politica che riconosca il valore della libertà umana. Non esigono la rottura di nessuno di questi legami. A differenza dei partiti ideologici, non si propongono di indicare uno scopo finale all’umanità. Vogliono solo costruire strumenti istituzionali che permettano al popolo europeo di formulare e perseguire i suoi scopi. I federalisti aspirano ad essere costruttori di istituzioni e non capi di anime.
Ma, come ogni azione umana, anche la loro esige un’autolimitazione ed una forte concentrazione della volontà. I federalisti sanno che la realtà umana è infinitamente complessa, e che quel che essi vogliono realizzare non è che una parte di questa realtà. Sanno che il loro contributo non riassorbe in sé tutti i valori umani. Sanno che la realtà non è semplice, ma sono decisi a portare ai loro contemporanei questo semplice contributo politico: la Federazione europea. Per riuscirvi hanno deciso di armarsi di una forte volontà di semplicità, lasciando ad altri ciò che non riguarda il raggiungimento di questo scopo, combattendo senza tregua contro tutto ciò che vi si oppone, suscitando tutto ciò che può promuoverne la realizzazione.
Per rendere possibile questa lotta, i federalisti accettano, anzitutto per sé stessi, di subordinare la loro azione politica nazionale a quella europea, qualsiasi disciplina politica nazionale alla disciplina europea, e persino il loro lealismo di cittadini nazionali al lealismo di cittadini europei.
 
I federalisti ed i governi.
 
Quando, dopo le catastrofi della seconda guerra mondiale, alcuni capi di governi nazionali d’Europa hanno tentato per alcuni anni una politica di unificazione europea, i federalisti europei, pur rendendosi conto degli equivoci e delle reticenze che erano dietro questa politica avevano calcolato che la gravità della situazione generale e la straordinaria coincidenza di circostanze favorevoli avrebbe facilitato il passaggio dalle parole agli atti, e si erano assegnati il compito di indicar loro il cammino da percorrere. Il prezzo di questo atteggiamento è stato che larga parte dell’opinione pubblica ha confuso lo spirito rinnovatore dei federalisti con quello conservatore che animava i governi filo-europei. I federalisti hanno accettato di pagare questo prezzo, sicuri che, se si fosse giunti alla nascita di una democrazia europea, tutti gli equivoci sarebbero svaniti, e che la vera natura del loro pensiero e della loro azione sarebbe emersa chiara e forte. Sono stati ascoltati in parte e per qualche tempo, perché esprimevano la logica profonda dell’azione tentata da quei governi; ma sono stati ascoltati sbadatamente, con malcelata insofferenza, con avversione profonda per quel che di audace e perciò di urtante conteneva il loro pensiero. Quando la parentesi filoeuropea di questi governi si è conclusa con un fallimento, i federalisti hanno di colpo cessato di essere ascoltati, e sono stati considerati visionari privi di ogni contatto con la realtà.
Una parte di essi, divenuta ormai prigioniera di questa tattica, non ha osato rompere un’alleanza politica che non aveva più nessun senso ed ha preferito venir meno alla propria missione, liquidando il proprio pensiero federalista ed accettando una qualsiasi delle false soluzioni europee. Lasciando cadere questi rami morti, i federalisti europei hanno deciso di riprendere la loro libertà d’azione. Dopo aver sperimentato che l’unità europea non si farà finché resterà appannaggio degli esperti, dei diplomatici, dei governi, dei parlamentari e dei partiti nazionali, hanno riconosciuto che gli Stati Uniti d’Europa non possono essere che l’opera del popolo europeo, e si sono accinti all’organizzazione di una forza politica popolare europea.
 
L’avanguardia del popolo europeo.
 
I federalisti sanno di essere l’avanguardia cosciente dell’immensa maggioranza degli europei. Da qualunque punto di vista considerino gli interessi della civiltà europea, scorgono che la quasi totalità degli europei ha tutto da guadagnare dalla realizzazione della federazione, e che solo assai piccole minoranze sono decisamente ostili ed interessate al mantenimento del vecchio regime delle sovranità nazionali. Alla falsa cultura nazionalista che può prosperare solo se si mantengono le divisioni e gli odi nazionali, si contrappone la grande e gloriosa cultura europea che non ha mai conosciuto frontiere e che è da esse deformata e falsata. Ai ristretti quadri militari, diplomatici e amministrativi delle alte burocrazie nazionali, che sono le vere dominatrici degli apparati statali, si contrappongono le innumerevoli amministrazioni locali, cittadine, regionali e persino nazionali, che sono oppresse dalle pretese centralizzatrici dello Stato sovrano. Ai gruppi dirigenti delle organizzazioni politiche, che pensano solo alla loro partecipazione ai governi nazionali, si contrappongono le immense masse dei loro seguaci ed elettori, che credono agli ideali universali predicati da questi partiti. Ai gruppi monopolistici e corporativi, cui lo Stato garantisce mercati nazionali riservati, si contrappongono tutti quegli imprenditori e lavoratori che sarebbero avvantaggiati dall’apertura di grandi mercati, e tutti i consumatori che con l’abolizione delle frontiere vedrebbero aumentare il loro livello di vita. Ai profittatori delle tensioni e dei pericoli di guerra derivanti dalle divisioni nazionali, si contrappongono le immense masse di uomini e donne cui l’unità europea darebbe un’accresciuta garanzia di pace. Ai gruppi sociali che occupano in questo o quel paese situazioni privilegiate e che non potrebbero mantenerle ove venisse meno la sovranità nazionale, si contrappongono i gruppi sociali danneggiati da quei privilegi, e quelli condannati a restare in una situazione depressa nel quadro nazionale. Alle vecchie generazioni, abituate ormai a non concepire altra forma di esistenza politica che non sia quella dello Stato nazionale, si contrappongono le giovani generazioni per le quali lo Stato nazionale è sinonimo di immobilità politica e sociale, di umiliazione ed impotenza internazionale, di chiusura progressiva di orizzonti ideali. Agli interessi di alcune amministrazioni ed imprese egoisticamente legate alla continuazione della politica coloniale del proprio Stato nazionale, si contrappongono le aspirazioni dei gruppi più evoluti dei territori d’oltre mare, formati dalla civiltà europea e desiderosi di porre i rapporti fra i loro popoli e l’Europa su una base di uguaglianza di diritti e di solidarietà umana.
Tuttavia finché restano inquadrati, deformati e dominati dalle strutture nazionali, anche i gruppi più interessati all’unità europea non riescono nemmeno a scorgere in che modo essa possa essere realizzata, e continuano vanamente a tentare di perseguire i loro ideali ed i loro interessi nel quadro nazionale. In tutti questi gruppi della società europea i federalisti si propongono di destare la coscienza dell’alternativa fra Europa e vita politica nazionale, e di suscitare la volontà di realizzare quella.
A tutti coloro che riconoscono che il momento è venuto di opporre una protesta europea contro le abusive pretese degli Stati nazionali, a tutti coloro che rifiutano di accettare che tutta la loro vita politica si svolga nell’ambito nazionale, i federalisti chiedono di unirsi in un unico grande Congresso permanente del popolo europeo, il quale permetta a uomini e gruppi di diversi paesi di conoscersi, di riconoscere la profonda solidarietà che li lega fra loro al di là delle frontiere, di prepararsi uniti alla comune battaglia per l’abbattimento delle sovranità nazionali abusive e per la creazione della democrazia federale europea.
Il Congresso del popolo europeo non può e non deve rispettare né le divisioni nazionali né alcuna delle tradizionali divisioni interne a ciascuna società nazionale. Il Congresso fa appello a lavoratori e ad imprenditori, a intellettuali ed a gente semplice, a comunità locali ed a gruppi professionali, a gruppi religiosi ed a gruppi laici, a gente di sinistra ed a gente di destra. Esso non accetta altro criterio di distinzione fra le forze del progresso e quelle della reazione se non il criterio stabilito dalla lotta stessa per l’Europa: forze del progresso sono quelle che promuovono l’unità federale del popolo europeo, forze della reazione quelle che operano di fatto, quali che siano le loro parole, per la conservazione delle abusive sovranità nazionali.
I federalisti sanno che la trasformazione completa delle vaste simpatie per l’Europa in piena consapevolezza politica avrà luogo solo dopo che le istituzioni politiche europee saranno state create. Prima di allora molta incredulità si opporrà alla loro azione; molti verranno verso di loro in momenti favorevoli e li abbandoneranno quando la lotta apparirà dura ed incerta. Nel Congresso del popolo europeo sarà a lungo rappresentata solo la minoranza più cosciente del popolo europeo. Ma mentre la vita normale dei popoli è, in generale, determinata dalla coscienza media delle maggioranze, tutti i grandi cambiamenti nella vita dei popoli non sono mai opera delle maggioranze, né della coscienza media. Sono opera delle minoranze attive che sanno rappresentare ed esprimere gli interessi ed i sentimenti latenti delle maggioranze. Il Congresso del popolo europeo è il primo strumento di azione politica europea che grazie all’opera dei federalisti è messo a disposizione del popolo europeo, via via che esso acquista coscienza di sé.
 
L’Assemblea costituente europea.
 
Obiettivo primo e permanente del Congresso è la rivendicazione per il popolo europeo del diritto di darsi da sé stesso, con i metodi della democrazia, la costituzione federale di cui ha bisogno. Ai governi nazionali il Congresso non chiede di elaborare la costituzione europea e di farla approvare dai loro parlamenti. Essendo il luogo di incontro e di espressione degli interessi particolari nazionali, le istituzioni politiche dello Stato nazionale sono per loro natura incapaci di assolvere questo compito, e lo hanno abbondantemente dimostrato. La costruzione degli Stati Uniti d’Europa comincerà il giorno in cui, sotto la pressione dell’azione federalista, i governi nazionali riconosceranno la loro incompetenza a decidere delle sorti dell’Europa, e rimetteranno questo potere nelle mani del popolo europeo.
In precisi termini giuridici il Congresso deve chiedere ai governi nazionali che essi redigano ed approvino un trattato — l’ultimo trattato internazionale che essi saranno chiamati a concludere — il quale stabilisca l’atto di nascita della democrazia europea. I singoli Stati si impegneranno a far eleggere sul loro territorio dai loro cittadini, con suffragio libero e diretto, un’Assemblea costituente europea. Questa sola sarà competente per definire la costituzione di un governo federale europeo che amministri gli affari economici e sociali, esteri e militari del popolo europeo, ed assicuri a tutti i cittadini d’Europa la suprema tutela giuridica delle loro libertà. La costituzione votata dall’Assemblea europea sarà ratificata con libero e diretto plebiscito dalle singole nazioni, le quali decideranno così, senza intermediari, se trasferire o meno alcune prerogative sovrane del loro Stato alla federazione. La costituzione andrà immediatamente in vigore fra le nazioni che l’avranno ratificata, restando sempre aperta all’adesione ulteriore di tutte le altre.
Il giorno in cui, con le prime elezioni europee, la democrazia europea comincerà ad esistere, la sorte dell’Europa sarà infine sfuggita dalle mani dei suoi avversari. Certo, costoro si batteranno ancora con accanimento per difendere i loro privilegi, ma i vecchi equilibri politici nazionali, che facevano prevalere automaticamente i punti di vista nazionalisti, saranno sconvolti dalle elezioni europee. Sentimenti e interessi europei, possedendo infine il loro naturale e legittimo strumento d’espressione, prenderanno coscienza di sé, ignoreranno le frontiere nazionali, si raggrupperanno secondo affinità europee, eserciteranno un’influenza decisiva sulla composizione dell’Assemblea, resteranno vigilanti durante tutti i lavori di questa.
L’Assemblea costituente europea, sorgendo da un imponente voto popolare, e sentendosi perciò legittima rappresentante del popolo europeo e delle sue aspirazioni, avrà una forte e fiera coscienza della sua missione, non sarà disposta a cedere a lusinghe e pressioni nazionali, e, quale che sia la sua composizione, saprà trovare i necessari accordi e compromessi per giungere all’approvazione della costituzione federale.
Infine la costituzione europea, mostrando come ragionevolmente si possa garantire la permanenza delle nazioni ed assicurare tuttavia un efficiente governo europeo, getterà una tale luce sulle assurdità e meschinità delle sovranità nazionali, che con estrema probabilità i cittadini delle varie nazioni l’approveranno a forti maggioranze in tutti o quasi tutti i paesi.
 
La strategia dell’azione federalista.
 
Gli avversari, aperti o velati, dell’unità federale europea, i difensori, sinceri o ipocriti, delle sovranità nazionali sanno che il giorno in cui sarà data la parola al popolo europeo, il moto verso la federazione diventerà irrefrenabile. Essi perciò resistono accanitamente a questa richiesta e cederanno solo il giorno in cui saranno sotto il doppio fuoco di una possente azione del Congresso del popolo europeo e di un evidente e grave stato di fallimento del vecchio regime.
Né il Congresso del popolo europeo, né i suoi animatori — i federalisti — devono farsi la minima illusione sulla facilità con cui questa battaglia potrà essere vinta.
Il processo di degenerazione del vecchio regime europeo delle sovranità nazionali è ormai continuo ed irreversibile. Ogni giorno che passa infligge ora a questo ora a quel paese una nuova umiliazione diplomatica, mette in pericolo e distrugge l’indipendenza ora di questo ora di quel paese, minaccia ora questa ora quella economia nazionale, paralizza il progresso sociale di questa o quella nazione, suscita questa o quella rivolta coloniale. I singoli governi nazionali non possono più capovolgere questo corso della storia, ma escogitano ogni giorno nuove misure per trovare nuovi effimeri equilibri e per nascondere a sé ed ai loro popoli la malattia mortale che li mina. Ma la contraddizione fra ledimensioni, divenute europee, dei problemi di fronte ai quali la storia ha posto l’Europa tutt’intera, e le dimensioni, rimaste nazionali, dei governi che devono affrontarli, continua a serpeggiare, si approfondisce e periodicamente esplode come crisi non più di questo o quello Stato ma dell’intero regime degli Stati nazionali.
Solo in questi momenti di crisi acuta generale del regime europeo attuale le forze ed i gruppi della conservazione nazionale diventano improvvisamente consapevoli della loro impotenza, incapaci di pensare, di agire, di far prevalere il loro punto di vista; i governanti cercano smarriti una politica di ricambio, che non trovano più sul piano nazionale perché non esiste. Sono questi i momenti gravi e decisivi in cui il Congresso del popolo europeo, guidato dai federalisti, deve intervenire con tutte le sue forze e con tutta la sua volontà di contestare le pretese degli Stati nazionali, per ottenere da questi la prima abdicazione della propria sovranità ed il primo riconoscimento della sovranità del popolo europeo: il suo diritto ad eleggere l’Assemblea costituente europea, ed a ratificare con plebiscito la costituzione federale.
Se il Congresso del popolo europeo non sarà sufficientemente forte e risoluto, se si lascerà sedurre dalle promesse dei governi e delle forze politiche nazionali, questi prometteranno di costruire essi stessi l’unità europea, convocheranno a tale scopo conferenze diplomatiche, prepareranno trattati, li presenteranno ai parlamenti nazionali per la ratifica. La battaglia sarà allora necessariamente perduta. Unico fine di questa procedura è infatti di sottrarre alle forze europee il controllo della costruzione europea per metterlo nelle mani dei suoi avversari naturali. Finché la situazione resta drammatica, diplomazie governi e parlamenti nazionali lasciano credere di sapere e di volere mantenere quel che hanno promesso. Ma non appena il momento critico è passato, rivelano i loro veri intenti: diplomatici ed esperti nazionali si rifiutano di redigere progetti contrari al loro modo consueto di trattare gli affari internazionali; i governi non riescono a mettersi d’accordo; i parlamenti non trovano più maggioranze per amputarsi di una parte importante delle loro prerogative. Come tutte le crisi acute anche quelle del vecchio regime delle sovranità nazionali sono, per loro natura, transitorie. Dopo un breve periodo di tensione, in cui è possibile uscire dal circolo vizioso delle sovranità nazionali, un qualche nuovo equilibrio sociale, economico, diplomatico, militare tende a ricostituirsi entro i vecchi quadri nazionali. Diplomatici, stati maggiori, grandi monopoli e corporazioni, nazionalisti di qualsiasi tinta, riordinano le loro forze intorno allo Stato nazionale e ne riprendono il pieno controllo. La crisi del regime europeo non si svolge secondo una linea retta, ma lungo una spirale che, pur degradando sempre più in basso, ritorna tuttavia sempre su sé stessa. A periodi di angoscia, di umiliazione, di disordine e di disperazione, fanno seguito periodi effimeri di distensione, di tranquillità, di affari prosperi, di lievi progressi sociali.
La lotta per il popolo europeo non è neanch’essa una serie lineare e progressiva di piccole vittorie parziali. Seguendo il ciclo delle crisi del regime delle sovranità nazionali essa attraversa periodi in cui va contro corrente, perché va contro tutte le apparenze del momento. Essa allora non può realizzare, ma solo estendersi, consolidarsi, levare ogni giorno più alta la voce della sua opposizione. Giunge infine il momento critico in cui la sua forza costruttiva, coincidendo con il disordine crescente del vecchio regime europeo, rende possibile la prima e decisiva capitolazione degli Stati nazionali. Se questa non ha luogo, la sconfitta è inevitabile, ed i federalisti non hanno altra scelta che ricominciare da capo, con l’ostinazione che viene dalla certezza che non c’è altra via per l’avvenire dell’Europa fuorché quella della federazione.
[…]


* Parma, Guanda, 1957. In questa sede pubblichiamo alcuni capitoli.

 

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