Anno XLVII, 2005, Numero 1, Pagina 7

 

 

Il rivoluzionario*
 
FRANCESCO ROSSOLILLO
 
 
1. Flussi e strutture nella storia.
 
Il processo storico è mutamento. Ma si tratta di un mutamento differenziato e caratterizzato da diverse cadenze, che consiste, da un lato, in complesse e continue trasformazioni e, dall’altro, in momenti di equilibrio nei quali al contrario emergono non tanto i flussi, quanto le strutture della realtà storico-sociale, cioè le connessioni tra i suoi elementi che presentano un grado più o meno elevato di persistenza e di interconnessione. Per questo il tentativo di capire la natura del processo storico presuppone sia un approccio diacronico, che studia il mutamento, sia un approccio sincronico, che indaga l’aspetto statico delle strutture. Resta evidente il fatto che isolare artificialmente ciascuno dei due aspetti è arbitrario, e che ognuno di essi è inscindibilmente connesso con l’altro. Ma è altrettanto evidente che nello studio della storia non si può prescindere (malgrado il carattere più o meno arbitrario della separatezza tra i due aspetti) da approcci che mettono in evidenza la costanza, talora per lunghissime fasi, degli stessi comportamenti, delle stesse istituzioni, o degli uni e delle altre, come accade nel caso della divisione della storia in periodi, o dell’individuazione di aree omogenee di civiltà, o della costruzione dei tipi ideali di Max Weber, o della stessa organizzazione del linguaggio che descrive la trasformazione storica, che in ultima analisi non fa che rappresentare il passaggio da una struttura alla struttura successiva. Essi individuano ciò che nel flusso rimane uguale e ne costituisce il soggetto che, nel corso della trasformazione, mantiene la propria identità e così rende trasparente il senso del mutamento.
Se quindi è vero da un lato che gli attori del processo storico nascono, muoiono e si trasformano, è insieme vero che ognuno di essi è legato a tutti gli altri e deve coordinare, consapevolmente o inconsapevolmente, la propria condotta con quella di ciascuno di essi, dando luogo, in ogni diversa situazione storica, ad uno stato di equilibrio, cioè ad un sistema sociale. Ciò costituisce evidentemente un fattore di inerzia del processo. Sono proprio queste situazioni di equilibrio che permettono alla società di funzionare in quanto, grazie ad esse, ogni individuo o istituzione può prevedere grosso modo i comportamenti altrui, grazie alla loro più o meno accentuata ripetitività, e su questa previsione basare la propria condotta. Esse sono il fondamento della pace sociale, e quindi della stessa civiltà che fiorisce e si sviluppa in forza del contributo diverso e coordinato che ciascuno è in grado di prestare grazie al fatto che la struttura della società è articolata in ruoli definiti, che vengono assegnati dal sistema ai suoi attori. Se nella società tutto si muovesse con disordinata rapidità impedendo la formazione di qualsiasi equilibrio, ciò che ne deriverebbe sarebbe soltanto il caos. L’ordine che rende possibile l’espressione dei grandi valori della convivenza è quindi possibile grazie ad un grado relativamente elevato di rigidità che delimita la sfera di libertà all’interno della quale ciascuno si deve mantenere per consentire al sistema di funzionare correttamente, sotto pena di essere confinato ai suoi margini.
 
2. La società civile e le istituzioni.
 
Può essere utile distinguere a scopi analitici due componenti del processo storico, che peraltro una volta di più non si presentano mai separati: la società civile e le istituzioni. Si tratta di una distinzione che ha assunto una rilevanza sempre maggiore quanto più le società umane si sono differenziate e articolate nel corso dei secoli e la civiltà si è andata affinando: ma il cui germe è sempre stato presente fin dalle fasi più primitive del processo di emancipazione umana.
La società civile è la sede della trasformazione. Essa costituisce l’ambito nel quale si manifesta l’innovazione, l’attività economica progredisce o si contrae, la scienza e la tecnologia avanzano, l’arte fiorisce o decade. E’ evidente che questa spinta al mutamento non può non accompagnarsi ad un’esigenza di ordine e di stabilità, senza i quali il mutamento stesso non si potrebbe esprimere e degenererebbe nell’anarchia. Ma le forze spontanee della società non bastano da sole a garantire un sufficiente grado di coordinazione nella loro azione, e quindi a rispondere soddisfacentemente a questa esigenza e a far nascere situazioni di equilibrio che creino le condizioni indispensabili per lo sviluppo della civiltà. Perché ciò accada è necessario l’intervento della volontà deliberata della politica, cioè del potere, che si esprime attraverso le istituzioni, le quali quindi sono la sede della stabilità. Queste, emanando regole ed imponendone l’osservanza, anche con l’uso della forza, costituiscono lo specifico fattore di equilibrio e di inerzia del sistema sociale.
Va da sé, per contro, che qualunque assetto istituzionale, nel corso della propria durata, non è comunque immobile. Le istituzioni sono sufficientemente flessibili per adeguarsi, almeno fino ad un certo punto, alla mutevolezza della dialettica sociale senza per questo far venir meno la complementarietà tra i comportamenti, che ne definiscono la fisionomia di base. Ma la loro esistenza riposa su rapporti di comando e di obbedienza. Qualunque loro adattamento alle circostanze storiche non può quindi mettere in gioco la situazione di potere di cui sono l’espressione e insieme l’articolazione della società civile che la sostiene e che da essa viene consolidata. Ciò fa sì che in ogni caso, fino a che un sistema istituzionale, bene o male, funziona, la storia conosca, tranne che in caso di guerra, soltanto fasi di movimento lento e ordinato, che non alterano i grandi equilibri politici e sociali.
Un esempio significativo di questo processo di adattamento è dato dalla storia dell’integrazione europea. La nascita e lo sviluppo delle istituzioni europee sono stati il risultato del tentativo di adattare l’assetto istituzionale degli Stati che sono stati coinvolti nel processo al progressivo approfondimento dell’interdipendenza delle loro economie e delle loro società in un quadro europeo senza sacrificare la sovranità nazionale e l’equilibrio di potere che vi è connesso. Se quindi, da un lato, e per i primi tre decenni della loro esistenza, le istituzioni europee sono state in parte espressione di una fase evolutiva del processo, in quanto hanno accompagnato e favorito un periodo di grande sviluppo dell’economia europea, dall’altro, e con particolare evidenza nella fase storica che stiamo vivendo, esse sono state lo strumento del tentativo — anche se per lo più inconsapevole — di ritardare il momento della resa dei conti, quello in cui la contraddizione di fondo che non può essere risolta che con la cessione della sovranità ad uno Stato europeo, sarebbe esplosa in tutta la sua evidenza.
Si noti che questo quadro è complicato dal duplice aspetto interno ed esterno delle istituzioni politiche, che si rivolgono da un lato alla società civile e dall’altro alle istituzioni politiche degli altri Stati. Nel loro aspetto esterno le istituzioni politiche non hanno la funzione specifica di mantenere la pace sociale e il regno del diritto bensì, anche se sono interessate al mantenimento di un certo ordine internazionale, esse devono necessariamente subordinare questa esigenza alla promozione dei propri interessi di potere e di quelli della propria società civile. Esse vanno studiate quindi esclusivamente nel loro aspetto interno.
 
3. Lo scollamento tra società civile e istituzioni. Fasi di movimento lento e fasi di movimento rapido. Le crisi storiche.
 
La società civile e le istituzioni politiche hanno un nesso strettissimo l’una con le altre. Le istituzioni politiche sono sempre, originariamente, l’espressione della società civile, e riflettono i comportamenti che vi si manifestano. Ma, d’altra parte, consentendo loro di svolgersi ordinatamente, esse ne svelano tutte le potenzialità positive. Esse non si limitano cioè a riflettere, ma disciplinano i bisogni e le aspirazioni spesso confusi e contraddittori che vi si manifestano. In questo modo i due aspetti della società si condizionano reciprocamente.
E’ così che, nelle fasi evolutive della storia, l’azione di ciascuna delle due componenti della società rafforza l’azione dell’altra: il sistema sociale esprime tutta la sua forza creativa e la società conosce le sue fasi di espansione. Ma ciò accade soltanto nelle fasi evolutive del processo sociale, perché a più lungo andare i tempi dell’evoluzione della società civile non sono gli stessi di quelli dell’evoluzione delle istituzioni politiche, in quanto la prima è la sede specifica del mutamento, anche se questo ha bisogno di un quadro stabile per manifestarsi, mentre le seconde sono la sede specifica della stabilità, anche se esse devono evolvere, pur mantenendo la loro identità, per adeguarsi al mutamento della prima. Esse tendono quindi, con il tempo, a perdere il contatto con la società civile, a perdere la capacità di governarne i bisogni e le aspirazioni, e quindi a bloccarne lo sviluppo, soffocandone la spinta al progresso e facendola degenerare nell’anarchia e nella sterilità. E’ quindi inevitabile che l’inelasticità delle istituzioni dia luogo con il tempo a divergenze sempre più profonde, fino a produrre contraddizioni insanabili tra il grado di evoluzione raggiunto dalla società civile nel suo divenire e la capacità delle istituzioni e dell’equilibrio di potere che esse esprimono di rifletterle e di governarle. Sono queste le fasi nelle quali lo sviluppo della società civile non è più disciplinato e orientato, ma è rallentato, o bloccato, dall’incapacità delle istituzioni di adeguarsi ad essa: e nelle quali la civiltà conosce le sue fasi degenerative.
Ciò significa che le fasi di movimento lento vanno suddivise in due sottofasi. La prima segue la nascita di un nuovo assetto istituzionale ed è caratterizzata da un forte grado di compatibilità tra il funzionamento della società civile e il funzionamento delle istituzioni politiche. Si tratta delle fasi di espansione della politica, della scienza, dell’economia, della cultura e più in generale della civiltà. Mentre la seconda, che rimane pur sempre una sottofase della fase di movimento lento, risulta dalla crescente contraddizione tra le esigenze della società civile, al cui interno continuano ad agitarsi spinte, anche se confuse e disordinate, al rinnovamento, e il progressivo irrigidimento delle istituzioni politiche che non sono più in grado di farvi fronte.
Ma ciò non descrive ancora la natura dei grandi mutamenti che costituiscono le svolte salienti del processo storico. Questo non può essere inteso che come una successione di stati di equilibrio, nella quale il passaggio da uno stato all’altro, dopo aver attraversato una fase di espansione e dopo essere stato arrestato a lungo, in una fase successiva, dalla rigidità delle istituzioni, avviene attraverso improvvise e drammatiche crisi storiche, ossia attraverso fasi di movimento rapido. Si tratta dei momenti alti della storia nei quali in essa fa irruzione la libertà, sostituendosi alla determinazione.
Se le istituzioni sono la sede della stabilità, l’agire politico è, in senso specifico, quello che viene studiato dal realismo politico, l’ambito nel quale si manifesta più propriamente la determinazione. Ma ciò non toglie che comunque quest’ultima e la libertà dei comportamenti umani siano inestricabilmente connesse: e che ognuna di esse trovi la sua sede peculiare in un momento dello sviluppo storico. La determinazione si manifesta in particolare nelle lunghe fasi del processo nelle quali le leggi che descrivono l’azione politica si possono dispiegare, e governano, se pur con la necessaria flessibilità, il comportamento degli uomini; mentre la libertà si esprime nelle fasi acute di crisi in cui le leggi della politica vengono per così dire momentaneamente sospese, cioè perdono temporaneamente la loro validità lasciando il posto alla libertà e consentendo il passaggio da un equilibrio di potere a quello successivo.
Questa struttura del processo storico comporta che, proprio a causa del carattere inevitabilmente improvviso delle crisi, fino a che la contraddizione tra esigenze della società civile e assetto istituzionale non esplode, essa rimane virtuale e comunque non consapevole. La permanenza delle istituzioni, con i loro inevitabili adattamenti, significa permanenza del modo in cui vengono formulate e percepite le alternative politiche tra le quali i cittadini devono operare le loro scelte, della natura delle aspettative e degli incentivi, della struttura delle carriere. Il sistema tende a perpetuarsi, il che significa che esso non produce da sé l’alternativa a sé stesso.
 
4. La rivoluzione.
 
Il processo storico è quindi un succedersi di diversi equilibri, il che significa che ogni sistema viene soppiantato da un sistema diverso, adeguato alle nuove esigenze della società civile: e che pertanto la società civile possiede in sé la capacità di generare nuovi assetti istituzionali e quindi di rigenerare sé stessa. Ciò avviene perché i sistemi sociali non sono meccanismi, né comunità di api o di formiche che si comportano secondo schemi rigorosamente predeterminati. Essi sono formati da uomini, i cui comportamenti sono certo in parte determinati, a causa della necessità di rendere possibile l’ordinato funzionamento del sistema sociale, ma che non cessano per questo di essere animali dotati di ragione, e che quindi vivono la determinazione attraverso il filtro della coscienza e dispongono di una sfera di libertà: anche se spesso la prima rimane una falsa coscienza e la seconda una libertà virtuale. Ciò significa, in primo luogo, che, se rimane vero che il sistema non produce da sé in modo progressivo e consapevole l’alternativa a sé stesso, esso lascia però spazio per la nascita e la crescita, al proprio interno, dell’insoddisfazione e della disaffezione nei confronti delle istituzioni esistenti, che si manifestano sia nella stessa classe politica che nell’opinione pubblica. Ed è proprio l’esistenza di queste smagliature, cioè di questi spazi di libertà virtuale, che fa sì che una parte della classe politica e dell’opinione pubblica, quando lo iato tra società civile e assetto istituzionale incomincia ad allargarsi, senta e ricordi il messaggio rivoluzionario — anche se si limita ad accantonarlo in un angolo nascosto della propria coscienza, per farne un progetto consapevole soltanto quando la crisi si manifesta. E significa, in secondo luogo, che negli interstizi del sistema devono poter nascere gruppi capaci di farsi portatori consapevoli e attivi del messaggio rivoluzionario, cioè di vedere l’alternativa prima della crisi e di prepararne la venuta diffondendone la premonizione.
La forma più pura nella quale si manifestano le trasformazioni che sopravvengono attraverso le crisi è quella della rivoluzione, cioè di una trasformazione operata da forze interne al sistema di natura essenzialmente popolare (anche se le spinte popolari devono essere evidentemente interpretate e orientate da leader politici). Quando la base popolare è assente, o è suscitata surrettiziamente, ci si trova in presenza di un colpo di Stato, che nasce sempre in una situazione di profondo degrado politico, nella quale non si tratta di instaurare un ordine nuovo, ma di cercare di impedire la caduta dell’ordine esistente, o di ripristinare un ordine vecchio, ormai irrimediabilmente compromesso.
Quando invece le forze sul campo sono in tutto o in parte esterne al sistema, ci si trova in presenza di una guerra. Peraltro il risultato delle guerre può essere quello di aiutare a creare un equilibrio nuovo all’interno dello Stato o degli Stati che ne sono usciti sconfitti soltanto se all’interno di questo o di questi esiste un movimento popolare che autonomamente spinge nella stessa direzione e che le forze esterne aiutano a manifestarsi, mentre in caso contrario esse producono soltanto un rafforzamento dell’equilibrio preesistente, o semplicemente il caos. Si deve notare peraltro che la funzione principale delle guerre è un’altra. Infatti le crisi e le successioni degli equilibri che ne conseguono non caratterizzano soltanto le situazioni interne degli Stati, ma anche i sistemi di Stati, nei quali spesso la percezione che governi, politici, osservatori e cittadini comuni hanno dei rapporti di potere riflettono una distribuzione ormai superata delle risorse effettive che del potere costituiscono il fondamento. Questa errata percezione impedisce alla nuova situazione di potere virtuale, ormai matura, di trasformarsi in situazione di potere reale, sterilizzando le energie degli Stati in ascesa, mettendo quelle degli Stati in declino di fronte a sfide rispetto alle quali esse sono inadeguate e rendendo così i sistemi di Stati instabili e incapaci di promuovere lo sviluppo di tutti. Le guerre hanno la funzione di superare questa contraddizione. Si ricordi l’esempio del passaggio dall’equilibrio europeo all’equilibrio mondiale degli Stati sanzionato dalla seconda guerra mondiale, che risolse lo stato di incertezza lasciato dalla prima.
Ritornando in particolare all’assetto istituzionale delle società europee, si deve ricordare che esso, per il suo aspetto di regime, ha subito numerose trasformazioni, a partire dalla rivoluzione francese, ma è stato marcatamente stabile per quanto riguarda il suo aspetto di comunità, cioè le dimensioni della convivenza che, con le eccezioni dei processi di unificazione tedesca e italiana, è rimasta immutata attraverso i vari mutamenti di regime. L’obiettivo dell’unificazione politica dell’Europa, cioè della fondazione di uno Stato federale europeo, mette in discussione, con la sovranità dello Stato nazionale, proprio questo aspetto, che investe la convivenza civile in un modo assai più radicale di quanto non lo faccia, con il regime, la struttura delle istituzioni. Esso mette quindi in vista una profonda trasformazione rivoluzionaria.
 
5. La talpa.
 
Per tentare di capire più in profondità il senso delle trasformazioni storiche, è opportuno tornare brevemente al carattere sistemico degli equilibri. In particolare l’evento che è opportuno sottolineare è costituito dal fatto che gli equilibri si articolano in ruoli, cioè in funzioni, diversamente esercitati, delle istituzioni, dei gruppi e degli individui che compongono il sistema. I sistemi intesi nel loro complesso da un lato, i singoli ruoli dall’altro, costituiscono due facce della stessa medaglia. Il sistema definisce e assegna i ruoli e armonizza le loro funzioni. I ruoli, interagendo l’uno con l’altro, a loro volta sostengono il sistema, sono funzionali rispetto ad esso e ne mantengono la permanenza.
Bisogna quindi sottolineare che il carattere relativamente rigido degli equilibri determina il carattere improvviso delle loro trasformazioni. Ciò evidentemente non significa che le trasformazioni non siano sempre precedute da fasi, anche complesse, di preparazione. Ma significa che in queste fasi il movimento della società civile rimane in parte disordinato, in parte virtuale e in parte inconsapevole. In esse la società di fatto non evolve: o meglio non evolve che nel sottosuolo. Non per nulla Hegel e Marx usano per indicare queste fasi della trasformazione storica l’immagine misteriosa e impersonale della talpa, che scava gallerie sotto i palazzi del potere senza che nessuno se ne avveda, fino a che le loro fondamenta non ne sono completamente corrose e la costruzione crolla di colpo su sé stessa. Va da sé che i segni della trasformazione che si avvicina si accumulano col passare del tempo. Essi si manifestano attraverso una serie di smagliature e di contraddizioni, compromettono l’efficienza del sistema sociale, rendono meno stretta la complementarietà dei ruoli di cui esso si compone e abbassano il livello di tensione e il tono morale di coloro che ne sono i protagonisti. Ma tutti questi non sono che segni o presentimenti. Essi sono il segnale della presenza di una situazione prerivoluzionaria, che certamente segna la condizione necessaria della rivoluzione in senso proprio, ma che non ne costituisce la condizione sufficiente, e che può spesso risolversi in un nulla di fatto quando venga a mancare il detonatore. Le istituzioni politiche, per rigide che siano, dispongono comunque di un certo margine di adattamento. Esse possono quindi adeguarsi alla nuova situazione quel tanto che basta per impedire alle potenzialità rivoluzionarie della società civile di manifestarsi, senza peraltro alterare la situazione di potere che le sostiene. In questo modo le occasioni rivoluzionarie possono passare, e il degrado della società civile può continuare per secoli, come è accaduto in Grecia nell’antichità e in Italia nell’età moderna.
Può essere utile anche in questo caso citare l’esempio del processo di unificazione europea, che si è trovato più di una volta alle soglie di una vera e propria trasformazione rivoluzionaria, come nel caso della battaglia per la Comunità europea di difesa, o della creazione della moneta europea, o della profonda crisi di politica estera e monetaria in cui esso si trova attualmente dopo la guerra in Iraq, e l’allargamento della compagine dell’Unione europea. Ma che non ha saputo trovare in sé le energie necessarie per passare da una generica aspirazione al cambiamento all’elaborazione di un progetto preciso capace di dare inizio ad una vera e propria lotta politica.
 
6. Le condizioni della rivoluzione.
 
Perché l’evento rivoluzionario abbia luogo è necessario che si verifichino tre condizioni. La prima consiste, come si è già accennato, nel manifestarsi di una crisi che non si limiti ad un accumulo di contraddizioni relative alle crescenti divergenze tra le esigenze della società civile e le risposte che sono in grado di dare loro le istituzioni politiche, ma che abbia un carattere di acutezza e di drammaticità che metta in gioco la sicurezza dei cittadini e in pericolo le basi stesse del loro benessere. Questa crisi si può manifestare in disordini reali, o nel pericolo concreto che questi disordini si manifestino: ma in ogni caso essa deve essere concreta e imminente. Mettere in discussione l’ordine esistente significa mettere in discussione le basi stesse della propria esistenza. E’ quindi impensabile che una parte importante dell’opinione pubblica metta in gioco il proprio destino se le circostanze non la spingono a ritenere che esso è ormai messo in gioco dalla forza delle cose.
La seconda è che si attivino l’attore principale della rivoluzione, cioè il popolo, in quanto titolare effettivo della sovranità, senza il quale un evento di enorme portata storica come una rivoluzione non potrebbe mai aver luogo, e alcuni suoi leader, che sappiano orientare le pulsioni popolari, inevitabilmente generiche e istintive, e trasformarle in scelte politiche, cioè in una lotta che, seppure a prezzo di cammini tortuosi, di ritorni e di errori, porti alla creazione di un nuovo ordine.
Come già si è detto, le società umane, in quanto formate da individui dotati di ragione e di volontà, sono comunque caratterizzate da un grado di libertà, anche se questo ha per lo più sede in una sorta di spazio sotterraneo della coscienza e viene alla luce soltanto in momenti critici della storia. Ciò fa sì che gli individui recepiscano comunque, anche se in modo parzialmente inconsapevole, l’inadeguatezza delle istituzioni, quando questa si manifesta, anche se ciò non si esprime attraverso una opposizione attiva e cosciente. I messaggi che provengono dall’esterno del sistema si sedimentano così nel subconscio collettivo, pronti a diventare principi di azione quando se ne presentino le condizioni. Questo vale anche per chi occupa le istituzioni politiche, o comunque ruoli collegati con la politica, nei quali la necessità di adeguarsi alla logica del sistema non oscura del tutto la percezione della sua caducità, rendendo alcuni di essi pronti a guidarne la trasformazione.
Comunque, sia la parte del popolo che diventa un attore della rivoluzione, sia i leader che la guidano, si possono staccare dall’ordine esistente in quanto hanno un grado di autonomia relativa rispetto ad esso. Essi non potrebbero mettersi in antitesi con esso se ne facessero parte in modo meccanico e totale. Ma ciò non toglie che, se ciò che si è detto è vero, la loro autonomia, prima dell’esplosione dell’evento rivoluzionario, si manifesta non già come atteggiamento compiuto, ma come presentimento e come cattiva coscienza. In realtà i cittadini, prima che gli eventi precipitino, continuano a fare il loro mestiere, e i politici a giocare il loro ruolo, e a mantenere in piedi l’impalcatura del sistema politico-sociale. Essi continuano ad essere impegnati nelle loro carriere e a perseguire le loro scelte politiche. Per staccarsene, essi hanno bisogno d’altro: in particolare, oltre che del precipitare degli eventi, di un’iniziativa che venga dal di fuori.
 
7. I gruppi rivoluzionari.
 
Si tratta quindi di individuare i soggetti che preparino la rivoluzione prima dell’esplodere delle situazione che la scatena, e che spianino la strada alle forze che verranno. Essi devono presentare la caratteristica di attori liberi, che sappiano situarsi al di fuori dell’equilibrio, e che quindi non abbiano un ruolo nel sistema e non siano funzionali rispetto ad esso. Si tratta in poche parole di constatare se il grado di rigidità costituito dall’intreccio dei ruoli che formano il sistema è comunque tale da consentire quella ragionevole flessibilità necessaria per introdurre in esso il germe del cambiamento attivo, il granello di senape dei Vangeli. In realtà, questo grado di libertà esiste. Esso viene, come si è già accennato più volte, adombrato nelle contraddizioni che percorrono la società nelle fasi che precedono le rivoluzioni. Ed esso è impersonato dalla figura dei rivoluzionari, cioè dai piccoli gruppi la cui presenza precede tutte le rivoluzioni e che riflettono e agiscono prima, spesso molto prima, dell’esplodere degli eventi, e che non sono motivati dal loro sopravvenire, ma soltanto dalla loro previsione, e quindi non dalla necessità o dalla logica del potere ma soltanto dalla libertà e dalla lucidità del giudizio storico.
Il rivoluzionario, quindi, non può e non deve avere un ruolo nel sistema. Stare all’interno del sistema significa accettarne la logica, cioè non metterne in questione i fondamenti, svolgere più o meno correttamente le mansioni che sono connesse al proprio ruolo, cercare il consenso di coloro che hanno una posizione politica o sociale elevata, dire ciò che costoro desiderano sentirsi dire. Come già si è detto, quando istituzioni e società civile hanno un elevato grado di congruenza, la logica del sistema è la logica dell’avanzamento della civiltà, che non può avvenire normalmente che nell’ordine e nel rispetto dei ruoli e della loro gerarchia. Ma quando tra di esse nasce la contraddizione, quando l’assetto istituzionale soffoca la società civile e le impedisce di avanzare, quando il potere si separa dai valori perché ha esaurito la sua funzione, essere all’interno del sistema ed accettarne le regole significa sacrificare la propria libertà alla propria carriera rinunziando alla prerogativa di dire la verità. Non per nulla le fasi che precedono le rivoluzioni sono fasi di corruzione della politica e di tutte le attività che dalla politica dipendono o che con essa sono collegate.
 
8. Il fondamento della vocazione rivoluzionaria.
 
Ma se chi è nel sistema si adegua alle sue regole e si corrompe sempre più quanto più il potere diventa inadeguato rispetto alla sua funzione, mentre chi è fuori dal sistema non ha né potere, né danaro, né possibilità di mobilitare l’opinione pubblica, come sono possibili le rivoluzioni, cioè le grandi trasformazioni dei sistemi politico-sociali?
Ciò può accadere e accade nella storia, perché nella rete che costituisce il sistema sociale esistono comunque delle smagliature, che aprono spazi di libertà. Ciò consente a qualcuno di collocarsi al di fuori del sistema, e di contestarlo nella sua totalità, spianando così le vie della rivoluzione. Ma bisogna sottolineare che, fino a che la crisi acuta non si manifesta, gli spazi di libertà disponibili sono assai ridotti e la conquista dell’autonomia si paga a caro prezzo, perché la logica del sistema è quella di soffocare qualsiasi tentativo di sottrarsi ad essa. Si tratta di una situazione che spesso non è il risultato della deliberata volontà di qualcuno, ma che costituisce per lo più un fatto oggettivo. L’assetto esistente non prevede il ruolo del rivoluzionario, perché tutti i ruoli sono funzionali al mantenimento del sistema. Ne consegue che chi vuole mettere in questione il sistema è condannato all’emarginazione, e non è percepito da chi è al suo interno se non come un individuo bizzarro, che può essere meritevole di rispetto ma che non conta niente, perché non rappresenta mai una reale alternativa di potere nel breve termine, che è il solo nel quale si orientano i comportamenti politici. Ne consegue che, prima che il sistema venga investito da una crisi acuta, le piccole dimensioni dei gruppi rivoluzionari, la loro scarsa visibilità e la loro povertà di mezzi costituiscono caratteristiche sostanziali della loro identità.
Il fondamento reale della vocazione rivoluzionaria è la sola motivazione che sfugge ai condizionamenti dell’assetto politico-sociale: la libertà intellettuale e morale dell’individuo, che le gratificazioni e le punizioni del sistema di solito mettono a tacere, ma che esse non possono completamente spegnere. Certo, la partecipazione attiva in un gruppo rivoluzionario, specialmente quando si prolunga nel tempo, è psicologicamente, e talvolta anche materialmente, assai difficile. D’altra parte chi, pur avendo perseguito per qualche tempo (soprattutto in gioventù) un progetto rivoluzionario, non sopporta a lungo andare la solitudine politica e l’emarginazione, o esce dai ranghi del gruppo rivoluzionario per dedicarsi ad una carriera nazionale o tenta di far uscire il gruppo stesso dall’isolamento spingendolo ad abbandonare la sue posizioni di contestazione dell’assetto istituzionale e ad adottare la linea di compromesso che il sistema ha seguito per adeguarsi, senza mettere in questione i propri fondamenti, all’evoluzione della società civile. In ciascuno dei due casi il sistema riassorbe le spinte rivoluzionarie che si manifestano al di fuori di esso, o parte di esse, dà a chi le portava avanti un piccolo ruolo e una piccola visibilità, ma a prezzo di privarle della loro identità.
Resta il fatto che il rivoluzionario non può estraniarsi dal mondo né collocare la propria azione unicamente nel lungo termine. Ciò è tanto più vero in quanto, nell’ambito di una situazione rivoluzionaria, il tempo della crisi acuta è imprevedibile, e potrebbe essere anche prossimo, e di questo la preparazione dell’evento deve tenere conto. Il gruppo rivoluzionario deve quindi essere presente nel quadro politico e moltiplicare i suoi interlocutori, senza peraltro mai dimenticare la sua radicale alterità nei confronti dei partiti e di ogni altro raggruppamento politico, che si fonda sul fatto che la sua azione non pretende di cambiare l’equilibrio di potere tra di essi nel quadro esistente, ma di preparare l’alternativa al quadro esistente, istillando nella mente dei politici e dei cittadini, anche se come presentimento e non come consapevole volontà, l’idea del nuovo regime o della nuova comunità il cui avvento si sta preparando nel grembo della storia.


* Questo testo costituisce la stesura provvisoria di un saggio che l’autore non ha potuto portare a termine. Lo pubblichiamo rispettando in generale l’organizzazione data dall’autore, con pochi interventi nell’ultima parte, che presentava ancora diverse formulazioni abbozzate.

 

Condividi con