Anno XLVII, 2005, Numero 2, Pagina 71

 

 

La pace come condizione
della democrazia*
 
SERGIO PISTONE
 
 
Uno degli aspetti più validi del pensiero politico di Immanuel Kant e di Alexander Hamilton è il contributo da essi fornito alla chiarificazione della questione, di grande rilevanza e di grande attualità, del rapporto fra pace e democrazia. E’ questo un punto in cui emergono piuttosto nettamente la sostanziale convergenza e la complementarità fra i due studiosi, sul terreno della teoria politica, che è stata messa in luce, per primo, da Mario Albertini.[1] Nella mia relazione mi propongo di ricostruire gli aspetti essenziali delle loro argomentazioni sul rapporto fra pace e democrazia e di svolgere, quindi, alcune brevi considerazioni dirette a sottolineare, alla luce dell’esperienza storica, la validità delle loro tesi.
Gli insegnamenti di Kant ed Hamilton sul tema qui esaminato possono essere schematizzati nei seguenti termini.
— La loro scelta a favore del regime repubblicano equivale in sostanza, tradotta in termini moderni, ad un orientamento liberaldemocratico. Nella loro visione in effetti la repubblica non è contrapposta alla monarchia, ma indica un sistema costituzionale caratterizzato dalla rappresentanza e dalla separazione dei poteri, che sono appunto i pilastri del sistema liberaldemocratico. Il fatto che il principio della rappresentanza non sia esplicitamente collegato a una rivendicazione immediata del suffragio universale è indice di un atteggiamento gradualistico (il suffragio universale fu introdotto negli Stati Uniti nel 1828), non certo di un rifiuto. Parlando di democrazia e di repubblica in riferimento a Kant e Hamilton si intende dunque la liberaldemocrazia.
— L’orientamento democratico si accompagna a una visione dei rapporti internazionali e specificamente delle cause della guerra convergente con il pensiero politico realistico. Questo filone di pensiero aveva avuto all’epoca dei nostri due studiosi come esponenti principali Machiavelli, i teorici della ragion di Stato, Hobbes e Hume. Successivamente esso avrà i suoi sviluppi fondamentali nella dottrina tedesca dello Stato-potenza (in particolare Hegel, Ranke, Hintze e Meinecke) e nella corrente realistica sviluppatasi nella teoria contemporanea delle relazioni internazionali (da Niebuhr a Waltz).[2] Lo schema concettuale fondamentale che i nostri autori hanno in comune con il realismo politico è la dicotomia sovranità statale-anarchia internazionale. Quindi ritengono che ciò che ha permesso di eliminare la violenza nella vita interna degli Stati sia la sovranità, vale a dire la realizzazione del monopolio della forza nelle mani dell’autorità politica suprema. In questo modo lo Stato è diventato capace di imporre ai membri della società il rispetto delle norme giuridiche e di eliminare di conseguenza il ricorso alla forza per risolvere le loro controversie. Ma se la sovranità è la garanzia dei rapporti pacifici, cioè giuridici, all’interno dello Stato, essa è, d’altro canto, la causa della guerra nei rapporti fra gli Stati. Nel contesto internazionale la sovranità dello Stato significa infatti che esso non è sottoposto a leggi fatte valere da una autorità sopraordinata fornita del monopolio della forza, significa cioè l’esistenza di una situazione anarchica. Non potendo pertanto i contrasti che insorgono nelle relazioni interstatali essere risolti attraverso le decisioni di un potere sovrano capace di imporre un efficace ordinamento giuridico, gli Stati ricorrono in ultima analisi alla prova di forza e sono costretti, avendo sempre presente la possibilità di essa, ad armarsi l’un contro l’altro. Qui è la causa strutturale delle guerre, al di là delle motivazioni contingenti.
Questa visione è opposta alla teoria del primato della politica interna, che nel 1800 sarebbe diventata la base concettuale dell’internazionalismo liberaldemocratico e che era già presente all’epoca in cui scrivevano Kant e Hamilton. Il primato della politica interna indica in termini generali la convinzione che le tendenze aggressive e bellicose degli Stati dipendano essenzialmente dalle loro strutture interne e che di conseguenza verrebbero eliminate con il cambiamento di queste strutture. In particolare, all’epoca dei nostri autori era diffusa fra quanti condividevano un orientamento liberaldemocratico la convinzione che le guerre avessero la loro radice strutturale nei regimi dispotici e che sarebbero perciò state sradicate in seguito alla trasformazione liberale e democratica degli Stati.[3] Al primato della politica interna i nostri autori contrappongono la tesi della inevitabilità della guerra in un sistema di Stati anarchico in quanto fondato sulla sovranità assoluta degli Stati.
— Se convergono con il realismo politico nella visione dell’anarchia internazionale come causa strutturale della guerra, Kant e Hamilton se ne distaccano in modo netto nel momento in cui sostengono che l’anarchia può essere superata tramite il federalismo. Come vedremo, ci sono differenze fra i due autori sia per quanto riguarda la concettualizzazione del federalismo, sia in relazione alla sua realizzazione come un sistema comprendente il mondo intero. Sembra d’altra parte evidente che entrambi vedano nel federalismo lo strumento in grado di superare la sovranità statale assoluta, cioè l’istituzione che garantisce i rapporti pacifici all’interno dello Stato, ma che, allo stesso tempo, è causa della guerra nei rapporti fra gli Stati. Superano pertanto un orientamento di fondo che caratterizza normalmente il pensiero politico realistico, e cioè la visione dell’anarchia internazionale come una situazione naturale e non storicamente determinata e perciò storicamente superabile. Un punto va sottolineato a questo riguardo. Il rifiuto in termini di principio (altra cosa è il mettere in luce la grande difficoltà del disegno, che deve perciò essere concepito come un disegno graduale e a lungo termine) di riconoscere che l’anarchia internazionale può essere superata riflette una scelta ideologica di tipo nazionalistico, cioè contraria all’universalismo che è l’ispirazione profonda dell’Illuminismo.[4]
— Sulla base delle considerazioni che ho fin qui schematizzato i nostri due autori esprimono la convinzione che il sistema liberaldemocratico può realizzarsi durevolmente e pienamente solo in una situazione di strutturale pace internazionale. Ciò perché in una situazione di guerra strutturale, in cui cioè la guerra è sempre possibile e ad essa ci si deve pertanto costantemente preparare anche quando non è in atto, le necessità della sicurezza hanno il primato rispetto a quelle della libertà e della democrazia e vengono perciò inevitabilmente favorite le tendenze e le strutture autoritarie. E’ di nuovo evidente la contrapposizione netta rispetto alla teoria del primato della politica interna. Non si tratta semplicemente di trasformare in senso liberaldemocratico gli Stati per realizzare rapporti strutturalmente pacifici fra essi. Occorre bensì superare la sovranità assoluta per sradicare la guerra e creare quindi il contesto indispensabile perché la libertà e la democrazia possano prosperare.
 
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Passiamo ora ad esaminare i contributi specifici dei nostri due autori, che si ricompongono in una visione sostanzialmente convergente, ma che presentano delle differenze che occorre mettere in luce. Per esigenze analitiche conviene incominciare da Hamilton.
I testi fondamentali da prendere in considerazione sono i saggi 6°, 7°, 8° e 9° del Federalist (ma l’argomento è ripreso in altri scritti che qui tralasciamo).
L’argomentazione sviluppata nei primi due saggi riguarda l’inevitabilità di una situazione di anarchia, cioè di conflittualità gestita con le prove di forza, cioè con le guerre, se gli Stati americani rifiuteranno il passaggio dalla confederazione, che non intacca la sovranità statale assoluta, alla federazione, che invece ne comporta il superamento. In questo contesto vengono individuati i motivi di conflitto che in generale emergono nei rapporti fra Stati vicini e vengono quindi sottolineati i motivi specifici di conflitto destinati ad emergere nei rapporti fra gli Stati americani e ad alimentare una situazione di guerra permanente. Queste considerazioni sono riassunte in un passo famoso: «Il cercare di ottenere che un certo numero di Stati sovrani, siti sullo stesso territorio e indipendenti l’uno dall’altro e privi di ogni vincolo reciproco, si mantengano a lungo in pace tra loro, equivarrebbe a dimenticare quel che è stato tutto il corso della storia dell’umanità ed a porre in non cale l’esperienza accumulata attraverso i secoli».[5]
Questo ragionamento viene integrato dalla critica del fondamentale argomento a cui ricorrevano gli oppositori della costituzione federale per sostenere «la tesi paradossale della verosimiglianza di una pace perpetua tra gli Stati anche qualora essi siano smembrati e divisi l’uno dall’altro».[6] Si tratta appunto della teoria del primato della politica interna che viene così presentata da Hamilton: «Lo spirito delle repubbliche è sostanzialmente pacifico; il commercio tende ad educare i modi degli uomini e ad estinguere quelle tendenze bellicose che così spesso sono degenerate in conflitti. Delle repubbliche mercantili come le nostre saranno molto difficilmente disposte a perdersi in rovinose lotte intestine. Esse si ispireranno a un reciproco e comune interesse e coltiveranno uno spirito di reciproca amicizia e concordia».[7] La contestazione di questo argomento si svolge essenzialmente attraverso due considerazioni fondate sull’esperienza storica. Questa indica inequivocabilmente che i governi popolari si sono dimostrati altrettanto proclivi alla guerra di quelli monarchici e che il commercio ha prodotto infinite cause di guerra.
La tesi sulla federazione come garanzia di pace perpetua fra gli Stati americani viene ulteriormente rafforzata dall’argomentazione sulla pace come condizione della democrazia, che costituisce il contributo specifico del saggio 8°. Il filo conduttore di questo saggio si può così riassumere. La federazione è indispensabile per evitare che nasca nel Nord-America un sistema di Stati sovrani analogo a quello del continente europeo. Un simile sistema non solo significherebbe una situazione di guerra perpetua, ma produrrebbe, anche sul piano dei rapporti interni agli Stati, una situazione analoga a quella delle potenze continentali europee. In sostanza le libertà americane «sarebbero preda di quegli stessi strumenti che avremo istituito a nostra difesa contro le reciproche avidità e ambizioni».[8]
L’analisi che in questo scritto viene svolta del sistema europeo degli Stati contiene una lucida visione dell’influenza decisiva delle relazioni internazionali sull’evoluzione interna degli Stati. Hamilton comprese cioè che il sistema europeo, sempre in bilico fra un’ondata egemonica e un equilibrio conservabile soltanto a condizione di una continua vigilanza, aveva provocato, all’interno degli Stati continentali, la formazione di un apparato burocratico e militare accentrato e autoritario, rispondente all’esigenza di un rapido ed elastico funzionamento dei mezzi di difesa e offesa. La situazione continentale di tensione continua nei rapporti internazionali e la necessità di difendere estesi confini terrestri avevano infatti oggettivamente imposto di dare importanza preminente alle esigenze della sicurezza e della difesa. L’influenza dei mezzi di difesa e offesa, soprattutto dei grandi eserciti permanenti, aveva d’altro canto spostato l’asse su cui si regge l’evoluzione interna dello Stato dai fattori di libero e spontaneo sviluppo della società ai fattori politici portatori dell’accentramento e dell’assolutismo.
Hamilton però capì che l’America avrebbe potuto sottrarsi a questo destino se si fosse impedita la formazione di Stati sovrani. «Se saremo tanto saggi da mantenere la nostra unione, noi saremo in grado di godere, per secoli, di una posizione di privilegio analoga a quella di un’isola».[9]
E, per illustrare i vantaggi della situazione insulare, descrisse talune caratteristiche dello Stato inglese con queste parole, che costituiscono un insigne esempio di schietto pensiero politico: «…una posizione geografica insulare, una marina potente, che rappresentano una salvaguardia quasi completa da una possibile invasione straniera, rendono superfluo mantenere nel Regno un esercito numeroso… Nessuna ragione di politica nazionale ha mai richiesto un più ampio organico militare… Questa situazione, particolarmente fortunata, ha contribuito largamente a preservare la libertà di cui quel paese gode oggi a dispetto della venalità e corruzione dilaganti… Se, invece, la Gran Bretagna fosse stata sita sul continente, e da ciò stesso fosse stata forzata a costituire il proprio esercito, della medesima entità di quello delle altre grandi potenze europee, essa, come queste, sarebbe oggi, con ogni probabilità, vittima del potere assoluto di un solo uomo».[10]
Hamilton si inserisce dunque con grande autorevolezza nella tradizione del pensiero politico realistico. Non solo vede nell’anarchia internazionale la causa strutturale della guerra, ma coglie anche con estrema lucidità l’influenza delle relazioni internazionali sull’evoluzione interna degli Stati, anticipando gli insegnamenti di Ranke,[11] Seeley,[12] Hintze,[13] Dehio[14] sulla differenza fra Stati continentali e insulari nel sistema europeo. Su queste basi rovescia l’impostazione fondata sul primato della politica interna. Non è l’affermarsi della democrazia negli Stati a produrre automaticamente la pace perpetua, ma al contrario la pace perpetua — che solo il superamento della sovranità statale assoluta tramite il federalismo può garantire — è la condizione insostituibile per il prosperare della democrazia.
E’ evidente che Hamilton non si pone il problema dell’estensione del federalismo su scala universale e quindi della pace perpetua su tale scala. Il federalismo è concepito come lo strumento per realizzare la pace perpetua fra gli Stati americani e per ottenere una condizione di insularità che proteggerebbe la democrazia americana dalla influenza negativa derivante dalle tensioni internazionali su scala globale. D’altra parte il fatto stesso di aver chiarito nel modo più acuto e completo, fra i padri fondatori della costituzione americana, la natura dello Stato federale rappresenta un contributo di importanza determinante per affrontare in modo valido la questione della pace universale. A questo riguardo l’attenzione va richiamata soprattutto sul saggio 9°, in cui viene sviluppato il tema dell’allargamento dell’orbita del governo democratico reso possibile dal sistema federale. Qui infatti si chiarisce che, mentre la democrazia diretta ha permesso di realizzare la libertà nella città-Stato, e la democrazia rappresentativa e la divisione dei poteri hanno permesso di realizzare la libertà nello Stato moderno, la struttura federale permette di unificare diverse comunità statali evitando un centralismo incompatibile con una effettiva partecipazione democratica. Essa permette quindi di organizzare la partecipazione democratica in spazi di dimensione continentale. Da questa argomentazione emerge in modo particolarmente chiaro la potenzialità mondialista dello Stato federale. Se l’articolazione federale dei poteri, della rappresentanza, dei freni e contrappesi permette di realizzare la statualità democratica su dimensioni continentali, è concepibile — attraverso lo sviluppo e il perfezionamento di questa articolazione, cioè con un coordinamento fondato sul principio di sussidiarietà, delle comunità locali, regionali, nazionali e continentali — la sua estensione tendenziale su scala mondiale. L’invenzione dello Stato federale è dunque anche l’invenzione del sistema costituzionale in grado di realizzare la pace perpetua sulla base di un sistema democratico mondiale.[15]
 
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Passo ora ad esaminare le tesi di Kant. Incominciamo con l’evidenziare gli aspetti caratterizzati da una sostanziale convergenza con il pensiero di Hamilton, per poi mettere in luce i contributi del filosofo tedesco che arricchiscono in modo sostanziale le argomentazioni del teorico dello Stato federale.
Al pari di Hamilton, Kant ha una visione delle relazioni fra gli Stati in sintonia con il realismo politico. Afferma in effetti che la società interstatale fondata sulla sovranità assoluta, «la libertà selvaggia», è inevitabilmente dominata da puri rapporti di forza, perché gli Stati sono, per la loro stessa libertà, antagonisti. La società degli Stati si trova in sostanza, a suo parere, nella stessa situazione di libertà senza freni in cui si trovava la società umana, prima che, nell’ambito degli Stati, si sottoponesse alla coazione, vale a dire a una costituzione civile, allo scopo di porre termine alla guerra di tutti contro tutti. In questa situazione, in cui il criterio ultimo della soluzione dei contrasti sta nella prova di forza delle parti, la guerra rientra nell’ordine normale delle cose ed è sempre possibile. Essa è perciò presente anche quando non è materialmente combattuta perché, negli intervalli tra una guerra e l’altra (che sono momenti di tregua e non di pace), gli uomini devono tener conto della possibilità permanente della guerra e adattarvi sia le inclinazioni del loro animo che le strutture degli Stati.
D’altra parte, proprio perché esiste un nesso di carattere oggettivo fra l’organizzazione dei rapporti fra gli Stati fondata sulla sovranità assoluta e la tendenza degli Stati alla politica di potenza, la pace non può essere per Kant una questione di buona volontà, il proposito unilaterale di non fare violenza ad alcuno. La pace deve bensì consistere nell’eliminazione definitiva di ogni pericolo attuale o potenziale di guerra, implica cioè una situazione nella quale gli uomini possano prescindere dalla ipotesi della possibilità della guerra in ogni loro azione. Deve pertanto coincidere con un’organizzazione che abbia il potere di impedire agli uomini, isolati o in gruppo, di impiegare la violenza per risolvere i loro contrasti e di costringerli a risolverli col mezzo del diritto. «Non vi è qui altro mezzo possibile fuorché un diritto internazionale fondato su pubbliche leggi sostenute dalla forza (Federazione universale) alle quali ogni Stato dovrebbe sottoporsi (ad analogia del diritto civile o pubblico, cui i singoli individui si sottopongono), poiché una pace universale durevole ottenuta mediante il cosiddetto equilibrio delle potenze europee è semplicemente una chimera, come quella casa di Swift, che era costruita secondo tutte le regole dell’equilibrio così perfettamente che, appena un passero vi si posava, subito crollava».[16]
Tralasciando l’idea della pace universale (che è al di fuori dell’orizzonte di Hamilton, e che esaminerò specificamente più avanti), è chiaro che Kant converge con la visione hamiltoniana del federalismo come strumento indispensabile per assicurare la pace permanente fra gli Stati. Egli è, d’altra parte, pure in sintonia con le tesi di Hamilton sull’influenza negativa della guerra perpetua sulla situazione interna degli Stati e sulla necessità della pace strutturale per rendere possibile il pieno e duraturo sviluppo della democrazia.
Di fondamentale importanza è al riguardo l’intestazione della tesi settima delle Idee per una storia universale da un punto di vista cosmopolitico: «Il problema di instaurare una costituzione civile perfetta dipende dal problema di creare un rapporto esterno tra gli Stati regolato da leggi, e non si può risolvere il primo senza risolvere il secondo».[17] Questa affermazione viene sviluppata in particolare attraverso tre osservazioni. Nella prima si chiarisce in termini generali come lo stato di guerra permanente ostacoli in modo decisivo il progresso morale dell’umanità:[18] «Fino a che gli Stati rivolgono tutte le loro energie in vani e violenti propositi d’ingrandimento, ostacolando per tal modo di continuo i lenti sforzi dei loro cittadini tendenti a formare interiormente la loro educazione mentale, non prestando loro alcun aiuto, nulla vi è da aspettarsi di questo genere, poiché a ciò si richiede una lunga preparazione nel seno di ogni comunità per la educazione dei propri concittadini. Ogni bene, che non si inserisce in un sentimento moralmente buono, non è altro che mera apparenza e miseria brillante. In questa condizione rimarrà la specie umana finché non si sarà sforzata di uscire, nel modo che ho detto, dallo stato caotico dei suoi rapporti internazionali».[19] La seconda osservazione precisa meglio le implicazioni autoritarie dell’anarchia internazionale: «La natura umana in nessun altro campo si dimostra così poco amabile come nei rapporti dei popoli tra loro. Nessuno Stato è, rispetto agli altri, minimamente sicuro della sua indipendenza o dei suoi beni. La volontà di soggiogarsi a vicenda o di ingrandirsi a spese degli altri Stati è di ogni tempo: e gli armamenti per la difesa, che rendono spesso la pace più oppressiva e più funesta per il benessere interno che non la guerra, non possono mai essere abbandonati».[20] La terza considerazione, pur senza un esplicito riferimento alla distinzione fra Stati insulari e Stati continentali, riconosce in termini che ricordano Seeley che il primato della sicurezza è tanto più cogente quanto maggiori sono le minacce che gravano su uno Stato: «Per ciò che riguarda i rapporti esterni tra gli Stati, non può pretendersi da uno Stato che esso debba abolire la sua costituzione, anche se dispotica (ma che è pur sempre la più forte in rapporto ai nemici esterni), finché tale Stato corre il rischio di essere assorbito da altri Stati».[21] Perciò «l’accordo della politica con la morale è solo possibile in una unione federativa… e ogni prudenza politica ha per fondamento giuridico la fondazione di una tale unione nella misura più larga possibile».[22]
Chiarita la convergenza con Hamilton, vediamo ora i due aspetti del pensiero politico di Kant in cui emerge un decisivo ampliamento degli orizzonti propri del teorico dello Stato federale.
Il primo aspetto è l’idea della federazione universale e cioè il concepire la pacificazione dei rapporti fra gli Stati come un disegno non limitato a una zona del mondo, ma che deve e può in una prospettiva storica abbracciare il mondo intero. Occorre qui sottolineare che il progetto kantiano della pace perpetua non può essere considerato una semplice espressione del pensiero utopistico, dal momento che è fondato sulla chiara consapevolezza che la sua realizzazione richiederà una lunghissima maturazione da parte dell’umanità, e che questa maturazione ha delle basi concrete di sviluppo. Da una parte, c’è l’esperienza storica che ha visto il superamento dell’anarchia nei rapporti fra gli individui attraverso la creazione di un’autorità statuale capace di imporre il rispetto del diritto nei rapporti interni. Questo progresso storico impedisce di escludere a priori — come pensano generalmente i realisti — che si produca un ulteriore progresso in grado di condurre al superamento dell’anarchia internazionale. Dall’altra parte, un simile progresso sarà favorito dalla spinta combinata di due potenti forze storiche. Una è rappresentata dallo sviluppo del commercio, che renderà l’umanità sempre più interdipendente e in tal modo moltiplicherà le occasioni di conflitto ma porrà nello stesso tempo sempre più fortemente, per non annullare i vantaggi derivanti dal commercio, l’esigenza di apprestare gli strumenti per la soluzione pacifica dei conflitti, cioè di realizzare l’allargamento della statualità. L’altra è individuata nella crescente distruttività della guerra — indotta dal progresso scientifico e tecnico —, la quale imporrà in modo sempre più imperativo di affrontare la necessità di superare il sistema della guerra per sfuggire a un destino di autodistruzione collettiva.
Un esempio particolarmente felice di questa argomentazione è il seguente brano: «La natura pertanto si è valsa della discordia degli uomini, e persino di quella delle grandi società e di quegli speciali enti che sono i corpi politici, come di un mezzo per trarre dal loro inevitabile antagonismo una condizione di pace e di sicurezza; cioè essa, mediante la guerra, mediante gli armamenti sempre più estesi e non mai interrotti, per la miseria che da ciò deriva ad ogni Stato, anche in tempo di pace, sospinge a tentativi dapprima imperfetti, e da ultimo, dopo molte devastazioni, rivolgimenti, e anche per il continuo esaurimento interno delle sue energie, spinge a fare quello che la ragione, anche senza così triste esperienza, avrebbe potuto suggerire: cioè ad uscire dallo Stato eslege di barbarie ed entrare in una federazione di popoli, nella quale ogni Stato, anche il più piccolo, possa sperare la propria sicurezza e la tutela dei propri diritti non dalla propria forza o dalle proprie valutazioni giuridiche, ma solo da questa grande federazione di popoli… da una forza collettiva e dalla deliberazione secondo leggi della volontà comune. Per quanto chimerica questa idea possa apparire (e come tale fu derisa da un abate di Saint-Pierre o da un Rousseau, forse perché essi la credevano di realizzazione troppo vicina), certo è che questa è l’inevitabile via di uscita dai mali che gli uomini si procurano a vicenda».[23]
Come si vede, c’è in Kant, che scrive ai primordi della rivoluzione industriale, una eccezionale capacità di cogliere l’interdipendenza crescente che essa è destinata a indurre su scala continentale e globale. E vengono quindi intuite le sfide esistenziali che ne deriveranno e il loro rapporto con i processi di integrazione sopranazionale.[24] Questa visione grandiosa relativizza chiaramente l’idea di una pace perpetua separata, garantita a tempi indefiniti dall’insularità, e comporta un salto di qualità del pensiero politico di Kant rispetto a quello di Hamilton. Va d’altra parte sottolineato che l’argomentazione kantiana a favore della pace perpetua rimane carente in relazione alla definizione della struttura istituzionale, il federalismo, indispensabile nella prospettiva della pacificazione dell’umanità. Le imprecisioni e le ambiguità a questo riguardo hanno portato molti studiosi ad attribuire a Kant una concezione confederalista.[25] Io ritengo invece che ci sia da parte sua un’opzione a favore dello Stato repubblicano mondiale, e che le incertezze nella definizione della federazione universale dipendano da una conoscenza carente della capacità dello Stato federale di estendere la statualità su dimensioni sempre più vaste senza compromettere la democrazia a vantaggio del dispotismo. Le straordinarie osservazioni di Hamilton sull’allargamento dell’orbita del governo democratico sono apparse a posteriori un completamento fondamentale della perorazione kantiana a favore della pace perpetua. Ma nel momento in cui furono formulate, oltre ad essere poco conosciute, non erano suffragate dall’esperienza, cioè dall’effettivo e duraturo funzionamento del modello statuale federale.[26]
Il secondo aspetto del pensiero politico di Kant dal quale emerge un arricchimento rispetto al contributo di Hamilton sul tema che stiamo esaminando riguarda la spinta strutturale a favore della pacificazione interstatale, e quindi della federalizzazione delle relazioni internazionali, che proviene dalla democrazia. Questo aspetto è, a ben vedere, implicito in Hamilton. Egli sottolinea con molta forza che non basta l’ordinamento interno democratico a fondare la pace permanente, ma nello stesso tempo mette in luce in modo molto convincente che la federazione fra gli Stati risponde ad una esigenza vitale delle democrazie. Queste hanno bisogno della pace come gli esseri viventi dell’aria per respirare. Kant però rende esplicita questa tesi allorché nel Primo articolo definitivo per la pace perpetua indica il regime repubblicano come premessa basilare per la costruzione della pace strutturale. E qui precisa che nei sistemi politici fondati sul governo del popolo le tendenze alla guerra sono oggettivamente ostacolate dal fatto che sono i cittadini a decidere e non i sovrani e che sono i cittadini d’altra parte a pagare direttamente le conseguenze negative delle guerre.
Questa argomentazione è stata oggetto di fraintendimenti che hanno indotto molti studiosi, di fatto gli stessi che interpretano Kant in senso confederalista, a considerarlo anche un sostenitore della teoria del primato della politica interna, cioè un internazionalista liberaldemocratico ante litteram.[27] Una simile interpretazione è in realtà contraddetta senza scampo dal fatto che Kant individua nella sovranità statale assoluta e non nel dispotismo la causa strutturale della guerra e sostiene di conseguenza la necessità del superamento, tramite la federazione, della sovranità assoluta per realizzare la pace perpetua. Perciò mi sembra decisamente più congruente con l’impianto complessivo del pensiero politico di Kant interpretare le considerazioni svolte nel Primo articolo definitivo per la pace perpetua nei seguenti termini:
— la repubblica, a differenza del dispotismo, è caratterizzata da un potere limitato attraverso i meccanismi combinati della rappresentanza e della separazione dei poteri, e ciò ostacola oggettivamente le tendenze bellicose;[28]
— proprio in quanto sistema di potere limitato da meccanismi liberaldemocratici, la repubblica ha un bisogno vitale della pacificazione strutturale dei rapporti fra gli Stati, mentre il dispotismo è più funzionale al sistema della guerra;
— solo i sistemi politici fondati sulla limitazione del potere sono predisposti alla limitazione della sovranità su cui si fonda il sistema federale soprastatale, mentre i sistemi dispotici sono adatti solo a unificazioni di tipo imperiale.[29]
Dal discorso di Kant emerge in definitiva che la forza storica che alimenta l’affermarsi della democrazia contiene anche la spinta alla pacificazione globale dei rapporti fra gli Stati.
 
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Dopo questa ricostruzione dei contributi convergenti e complementari di Kant e Hamilton sul tema della pace come condizione della democrazia passo a svolgere alcune considerazioni a posteriori, cioè alla luce dell’esperienza storica, sulla validità di questi contributi.
La prima considerazione riguarda la vicenda storica degli Stati Uniti d’America. Gli insegnamenti di Kant e Hamilton sono una guida essenziale per capire in profondità l’evoluzione sul piano interno e per quanto riguarda la politica internazionale di questo paese. Al riguardo vanno sottolineati tre punti.
— La Costituzione federale del 1787 si è effettivamente dimostrata capace di pacificare i rapporti fra gli Stati americani che si sono uniti sotto di essa. Negli oltre due secoli di storia degli USA c’è stata, è vero, la terribile esperienza della guerra di secessione, imposta dalla necessità di mantenere l’unione federale. Ma, con questa temporanea eccezione, si è trattato di una storia di strutturale pace interstatale che ha portato gli USA a diventare il paese centrale del mondo. Per contro il sistema europeo degli Stati è stato caratterizzato da guerre continue e dalla preparazione permanente delle guerre, che sono infine sboccate nel crollo della centralità europea nel sistema mondiale.
— L’insularità americana è venuta meno molto prima di quanto pensasse Hamilton e si può dire che Kant aveva colto meglio la potente dinamica dell’interdipendenza crescente prodotta dalla rivoluzione industriale. Il pieno coinvolgimento, a partire dalle guerre mondiali, nelle lotte di potenza e il fatto che gli USA sono progressivamente diventati la massima potenza del sistema mondiale degli Stati hanno d’altro canto favorito un’evoluzione interna di questo paese che conferma la validità degli insegnamenti dei nostri due autori relativi all’influenza delle relazioni internazionali sull’evoluzione interna degli Stati. E’ noto a tutti il rafforzamento abnorme sia del potere centrale a scapito di quello degli Stati, che porta a mettere in dubbio la natura federale degli USA, sia dell’esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario, che evoca l’immagine della repubblica imperiale. Ed appare molto difficile non riconoscere che i crescenti impegni degli USA sul piano internazionale e la conseguente formazione di un enorme apparato industriale-militare rappresentino un fattore decisivo di questa involuzione.[30]
— Al processo di globalizzazione è connesso l’emergere di sfide esistenziali per l’umanità, che è ormai diventata una comunità di destino. Non è qui il caso di chiarire la rilevanza di questioni quali l’interdipendenza economica non governata (con le sue implicazioni in termini di catastrofiche crisi economico-finanziarie, di divario fra paesi ricchi e poveri, di emigrazioni bibliche), la proliferazione delle armi di distruzione di massa, il terrorismo e la criminalità organizzata transnazionali, la crisi degli equilibri ecologici. Il punto è che queste sfide possono trovare una valida risposta solo nella graduale ma effettiva costruzione della kantiana pace perpetua. L’attualità storica di questo disegno ci permette di capire, al di là della cronaca, le tendenze di fondo che emergono nella vita politica della massima potenza mondiale. Si vedono chiare spinte a favore del passaggio dalla politica di potenza ad una politica che si proponga un mondo più giusto e pacifico (anche per invertire le tendenze involutive sopraricordate) e che accetti pertanto la prospettiva della limitazione della sovranità americana.[31] Sono però dominanti per ora — perché la limitazione della sovranità e la rinuncia ad enormi privilegi economici sono costi difficili da accettare in un paese che ha un potere privo per ora di significativi controbilanciamenti — le tendenze a dare una risposta di tipo egemonico-imperiale al problema del governo del mondo.[32]
La seconda considerazione riguarda l’esperienza europea dopo il 1945. Anche in questo caso si può constatare la forza chiarificatrice degli insegnamenti dei nostri due autori. Quattro sono i punti su cui va richiamata l’attenzione.
— Le distruzioni materiali e spirituali prodotte dalle guerre e che hanno avuto il loro culmine nell’epoca delle guerre mondiali sono state alla base della svolta storica successiva al 1945 e cioè del processo di integrazione pacifica che ha gradualmente coinvolto l’Europa intera. L’avvio del processo è stato di certo potentemente favorito dalla spinta americana e dal timore della dominazione sovietica. Ma il fatto che esso sia proseguito anche con il venir meno di questi due fattori indica che la presa di coscienza dell’alternativa «unirsi o perire»[33] è la radice profonda e di lunga durata del processo di integrazione-pacificazione fra gli Stati europei.
— L’integrazione non è ancora giunta al traguardo della federazione indicato dalla Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 e voluto in modo determinato e consapevole soprattutto dalle organizzazioni federaliste europee. Ma le istituzioni europee vanno ben al di là dei legami di tipo confederale propri delle organizzazioni internazionali puramente intergovernative ed il processo ha una vocazione federale, nel senso che se non progredisce in tale direzione è destinato a bloccarsi e a compromettere i vantaggi grandiosi che ha permesso di acquisire. Su tali basi l’Europa integrata è diventata la regione del mondo all’avanguardia nella pacificazione interstatale, nel progresso economico-sociale e quindi nello sviluppo democratico, che non è più stato ostacolato dalle lotte di potenza fra gli Stati europei. La Comunità europea (successivamente unione europea) è diventata pertanto un polo di attrazione che ha favorito in modo decisivo il superamento in modo pacifico dei regimi autoritari di destra e di sinistra presenti in Europa. La vicenda della dissoluzione della Jugoslavia rappresenta un’eccezione a questa regola ed è chiaramente legata alla carente capacità di azione unitaria dell’Unione europea sul piano internazionale dovuta ai ritardi della sua federalizzazione.
— L’esperienza di pacificazione sulla base della limitazione della sovranità statale ha fatto nascere un orientamento di fondo da parte dell’Unione europea a favore della pacificazione mondiale. Manifestazioni fondamentali di questo orientamento sono in particolare: la forte posizione in favore della Corte penale internazionale e del Protocollo di Kyoto; un atteggiamento favorevole al rafforzamento dell’ONU e alla globalizzazione dei diritti umani; una politica diretta a favorire le integrazioni regionali; il fatto che dall’Unione europea e dai suoi Stati membri provenga la maggior quantità di risorse per l’aiuto allo sviluppo; l’esistenza in Europa dei più grandi movimenti per la pace e la solidarietà globale.[34] Ciò detto, appare d’altra parte evidente che l’Unione europea, proprio a causa della sua incompleta federalizzazione, non è in grado di trasformare la sua vocazione in una efficace e sistematica strategia di unificazione mondiale.
— Piena federalizzazione dell’Unione europea significa una politica estera (incluso l’aiuto allo sviluppo), di sicurezza e di difesa unica; il che, va sottolineato, non comporta un aumento della spesa militare complessiva, ma il far confluire le dispersive spese militari nazionali in una incomparabilmente più efficiente spesa militare europea. Piena federalizzazione significa inoltre un potere sopranazionale di tassazione e un potere di revisione costituzionale sottratto ai diritti di veto nazionali. Queste scelte sono indispensabili per rendere irreversibile il processo di integrazione europea e per dare all’Unione europea una capacità di azione autonoma sul piano internazionale, che le permetterebbe di riequilibrare lo strapotere degli USA e di realizzare con essi una partnership tra eguali. Su tale base si può formare il nucleo trainante della politica di unificazione e democratizzazione mondiale, che, in un mondo minacciato da sfide esistenziali, corrisponde all’interesse vitale di tutti i popoli del mondo ma richiede un impegno prioritario delle democrazie.[35]
L’ultima considerazione riguarda la teoria della pace democratica. Questa teoria è la versione più aggiornata dell’internazionalismo liberaldemocratico fondato sulla tesi del primato della politica interna. In sostanza si sostiene che l’esperienza storica indica una netta prevalenza delle guerre che contrappongono gli Stati non democratici fra di loro o agli Stati democratici rispetto alle guerre fra questi ultimi. Questa tendenza è diventata talmente dominante dopo il 1945 per cui si parla addirittura di una pace perpetua separata fra le democrazie fondata precisamente sull’orientamento strutturalmente pacifico di queste forme di governo.[36] Si tratta di un modo di vedere che non è certo in sintonia con gli insegnamenti di Kant e Hamilton e che nega in effetti la centralità della connessione fra pace, democrazia e limitazione della sovranità statale. A mio avviso i rapporti fra le democrazie dopo il 1945 possono essere convincentemente chiarificati tenendo presenti i seguenti fattori, la cui rilevanza cruciale non è adeguatamente percepita dagli schemi concettuali propri della teoria della pace democratica.
In primo luogo, l’egemonia americana sui paesi democratici, che si è costituita nel quadro della guerra fredda, e che sussiste ancora, anche se attenuata, nel sistema post-bipolare, ha chiaramente svolto una funzione pacificatrice anche se di natura tendenzialmente imperiale. In secondo luogo, il processo di integrazione europea a vocazione federale costituisce un fattore determinante della pacificazione fra i paesi europei, oltre che della loro generale democratizzazione, avendo, con la limitazione della sovranità statale, scalzato le basi strutturali della politica di potenza. In un’Europa non integrata e, quindi, strutturalmente arretrata e instabile ci sarebbero state meno democrazie e più tensioni anche fra le democrazie. In terzo luogo, nel mondo successivo al 1945, caratterizzato dall’esistenza delle armi di distruzione di massa combinata con la crescente interdipendenza economica, la guerra fra i paesi avanzati è diventata equivalente a un suicidio collettivo. Questa situazione ha influenzato tutti gli Stati tecnologicamente avanzati e più nettamente ancora gli Stati democratici, che sono più progrediti e più profondamente inseriti nel sistema dell’interdipendenza economica. La guerra ha riguardato essenzialmente gli Stati arretrati ed ha prevalentemente assunto la forma di guerra civile.
La teoria che connette in modo organico la democrazia, la pace e la limitazione della sovranità statale tramite il federalismo è dunque più convincente. E si può affermare in conclusione che l’esistenza di molte democrazie, la profondità della loro interdipendenza non solo economica, l’interesse vitale che esse hanno alla pace, l’esistenza di sfide alla stessa sopravvivenza dell’umanità, hanno creato le condizioni favorevoli al lancio da parte delle democrazie di un grande disegno di pacificazione e democratizzazione globale. L’unica via adeguata è quella della costruzione di legami federali, i quali sono l’unico strumento in grado di gestire democraticamente l’interdipendenza e sono quindi l’alternativa ai legami imperiali. In questo contesto l’Europa, con la sua piena federalizzazione, è chiamata a svolgere un ruolo trainante.


* Relazione al Convegno internazionale su «Immanuel Kant e Alexander Hamilton, fondatori del federalismo. Attualità di una teoria politica». Il Convegno, svoltosi a Torino il 26-27 novembre 2004, è stato organizzato in occasione del duecentesimo anniversario della morte di Immanuel Kant e di Alexander Hamilton dal Centro studi sul federalismo. Esso ha inteso mettere a confronto le idee sulla politica dei due personaggi, i quali sono accomunati per il contributo che hanno dato a fondare una nuova visione della storia, della politica, dello Stato, del diritto, delle relazioni internazionali e per la nuova definizione della pace che hanno fornito. Con il loro pensiero, che si configura come complementare, essi sono stati gli autentici fondatori delle moderne dottrine del federalismo.
[1] Cfr. Mario Albertini, Il federalismo e lo Stato federale. Antologia e definizione, Milano, Giuffrè, 1963 (ristampa ampliata con il titolo Il Federalismo, Bologna, il Mulino, 1993). Sulla collocazione di Albertini nella storia del pensiero federalista cfr. Lucio Levi, Il pensiero federalista, Bari, Laterza, 2002 e Corrado Malandrino, Federalismo. Storia, idee, modelli, Roma, Carocci, 1998.
[2] Sul rapporto di Kant e Hamilton con il pensiero politico realistico si vedano: Lucio Levi, «La federazione: costituzionalismo e democrazia oltre i confini nazionali», saggio introduttivo alla ristampa di Alexander Hamilton, James Madison, John Jay, Il Federalista, Bologna, il Mulino, 1997; Sergio Pistone, Friedrich Meinecke e la crisi dello Stato nazionale tedesco, Torino, Giappichelli, 1969; ID. «Il federalismo, la ragion di Stato e la strategia federalista», in Mario Albertini, Sergio Pistone, Il federalismo, la ragion di Stato e la pace, Istituto di Studi federalisti Altiero Spinelli, Pavia, Pi-Me Editrice, 2001; ID. «Imperialismo, Ragion di Stato, Relazioni internazionali, Storicismo», in Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Il Dizionario di Politica, Torino, UTET, 2004.
[3] Sull’internazionalismo e la teoria del primato della politica interna si vedano: Sergio Pistone (a cura di), Imperialismo e politica di potenza. L’analisi dell’imperialismo alla luce della dottrina della ragion di Stato, Milano, F. Angeli, 1973, e L. Levi, «Internazionalismo», in Enciclopedia delle Scienze Sociali, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1966. Nel libro di Kenneth N. Waltz, Theory of International Politics, New York, Newberry Award Records, 1979, la teoria del primato della politica interna rientra nelle teorie riduzionistiche della politica internazionale, che si concentrano sulle cause a livello individuale e nazionale, e si contrappongono alle teorie sistemiche, che si concentrano sulle cause che operano a livello internazionale.
[4] Cfr. Mario Albertini, Lo Stato nazionale, Milano, Giuffrè, 1960 e ID., Nazionalismo e federalismo, a cura di Nicoletta Mosconi, Bologna, il Mulino, 1999.
[5] Cfr. Il Federalista, cit., p. 164.
[6] Ibid., p. 166.
[7] Ibid., p. 166. Fra i più autorevoli sostenitori di questa tesi vanno ricordati Benjamin Constant, De l’esprit de la conquête et de l’usurpation, 1814 (Oeuvres, Parigi, 1957) e Joseph A. Schumpeter, «Zur Soziologie der Imperialismen», in Aufsätze zur Soziologie, Tübingen, J.C.B. Mohr, 1953.
[8] Cfr. Il Federalista, cit., p. 182.
[9] Ibid., p. 182.
[10] Ibid., pp. 181-2.
[11] Di Leopold von Ranke vanno in particolare ricordati due eccezionali scritti, Le grandi potenze (1833) e Dialogo politico (1836), raccolti in Sergio Pistone (a cura di), Politica di potenza e imperialismo, cit. Va sottolineato che il chiarimento, euristicamente valido, da parte di Ranke delle differenze fra Stati insulari e Stati continentali si inquadrava in una concezione ideologica che giustificava il regime autoritario della Prussia e poi della Germania unita.
[12] Di John Robert Seeley, la cui opera più importante è The Expansion of England, Londra, Macmillan, 1883, è famosa la frase: «La libertà interna di uno Stato è inversamente proporzionale alla pressione esercitata sui suoi confini» (Introduction to Political Science, Londra, Macmillan, 1902). Occorre sottolineare che in Seeley l’orientamento teorico realistico si accompagna a un orientamento ideologico favorevole alla pacificazione interstatale tramite il federalismo. Si veda il suo scritto «The United States of Europe», pubblicato nel 1871 sul Macmillan’s Magazine, Londra, vol. XXIII (ripubblicato in Il Federalista, XXXI (1989), n. 2 con un saggio introduttivo di Luigi Vittorio Majocchi). Si vedano anche Sergio Pistone «Le critiche di Luigi Einaudi, Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati alla Società delle Nazioni nel 1918», in ID. (a cura di), L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1975, e ID. «Il pensiero federalistico in Piemonte e il federalismo internazionale», in Corrado Malandrino (a cura di), Alle origini dell’europeismo in Piemonte. La crisi del primo dopoguerra, la cultura politica piemontese e il problema dell’unità europea, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1993. In questi scritti si chiarisce come l’opera di Seeley abbia influenzato le prese di posizione a favore dell’unità europea di Luigi Einaudi (cfr. La guerra e l’unità europea, a cura di Giovanni Vigo, Bologna, il Mulino, 1986) e di Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati (Federazione europea o Lega delle Nazioni?, Torino, Bocca, 1918, ristampa anastatica a cura di Sergio Pistone, Torino, Edizione E.T.L., 1979).
[13] Cfr. Otto Hintze, Staat und Verfassung. Gesammelte Abhandlungen zur allgemeinen Verfassungsgeschichte, Göttingen, Vandenhoeck/Ruprecht, 1970. Inoltre Pierangelo Schiera, Otto Hintze, Napoli, Guida, 1974.
[14] Cfr. Ludwig Dehio, Gleichgewicht oder Hegemonie. Betrachtungen über ein Grundproblem der neueren Staatengeschichte, Scherpe, Krefeld, 1948; trad. inglese The Precarious Balance. Four Centuries of European Power Struggle, New York, Knopf, 1962. Inoltre Sergio Pistone, Ludwig Dehio, Napoli, Guida, 1977.
[15] Cfr. Mario Albertini, «Unire l’Europa per unire il mondo», in ID., Nazionalismo e federalismo, cit.
[16] Cfr. Immanuel Kant, «Sopra il detto comune: questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica», in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto di Immanuel Kant, a cura di Norberto Bobbio, Luigi Firpo, Vittorio Mathieu, Torino, UTET, 1956, p. 280.
[17] Ibid., p. 132.
[18] Va ricordato che per Kant la repubblica, in quanto fondata sull’autonomia, cioè la possibilità degli uomini di obbedire a leggi che essi stessi hanno concorso a formare, è un momento cruciale del progresso morale dell’umanità.
[19] Ibid., p. 134.
[20] Ibid., p. 280.
[21] Ibid., p. 319.
[22] Ibid., p. 334.
[23] Ibid., pp. 132-133. Questa argomentazione, svolta in Idee per una storia universale da un punto di vista cosmopolitico, e ripresa in Per la pace perpetua e in altri scritti, indica come nel pensiero di Kant vi sia una sia pure embrionale concezione dialettica dello sviluppo storico. Egli vede in effetti nelle lotte fra gli uomini e quindi anche nelle guerre un motore della storia e giunge a dire che le guerre hanno favorito la libertà perché i sovrani hanno dovuto fare delle concessioni ai popoli per far accettare i pesi derivanti dalla politica di potenza. Questa concezione implica il superamento dell’idea molto diffusa nell’Illuminismo del progresso inteso come lineare miglioramento dell’umanità, ma tiene ben ferma la convinzione di un avanzamento, sia pure attraverso dinamici e radicali rivolgimenti, verso la condizione di pieno spiegamento della ragione e della moralità. Si distingue perciò nettamente dalla concezione rankiana ed hegeliana della guerra perpetua, che non sa cogliere le implicazioni della crescente distruttività della guerra e ritiene in definitiva ineliminabile la violenza nei rapporti fra gli Stati. Cfr. Antonello Gerbi, La politica del romanticismo, Bari, Laterza, 1932, pp. 191-236.
[24] Cfr. Mario Albertini, Introduzione a Immanuel Kant, La pace, la ragione e la storia, Bologna, il Mulino, 1985; Lucio Levi, «L’unificazione del mondo come progetto e come processo. Il ruolo dell’Europa», in Il Federalista, XLI (1999), n. 3; Francesco Rossolillo, «La sovranità popolare e il popolo federale mondiale come suo soggetto», in Il Federalista, XXXVII (1995), n. 3; Guido Montani, Il governo della globalizzazione. Economia e politica dell’integrazione sovranazionale, Manduria, Lacaita, 1999; ID., Ecologia e federazione. La politica, la natura e il futuro della specie umana, Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli, Pavia, Pi.Me Editrice, 2004; Sergio Pistone, «L’unificazione europea e la pace nel mondo», in Umberto Morelli (a cura di), L’Unione europea e le sfide del XXI secolo, Torino, Celid, 2000.
[25] Per l’interpretazione confederalista di Kant si vedano, tra gli altri: Paul Riley, Kant’s Political Philosophy, Totowa, Rowman and Littlefield, 1983; Massimo Mori, «Pace perpetua e pluralità degli Stati in Kant», in Studi kantiani, 1995, VIII; Daniele Archibugi, «Immanuel Kant e il diritto cosmopolitico», in Teoria Politica, 1993, n. 2; Arthur Leslie Mulholland, Kant’s System of Rights, New York, Columbia University Press, 1990, Pier Paolo Portinaro, «Foedus pacificum e sovranità degli Stati», in Iride, 1996, IX.
[26] Per l’interpretazione federalista di Kant si vedano in particolare: Mario Albertini, Introduzione a Immanuel Kant, La pace, la ragione e la storia, cit.; Y. Yovel, Kant and the Philosophy of History, New Jersey and Oxford, Princeton University Press, 1980; Lucio Levi, Federalismo e integrazione europea, Palermo, Palumbo, 1978; Anna Loretoni, Pace e progresso in Kant, Napoli, ESI, 1996; Giuliano Marini, Tre studi sul cosmopolitismo kantiano, Pisa, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 1998.
[27] Vedi la nota 25.
[28] A questo riguardo sono valide le osservazioni di Bruce Russet, (Grasping the Democratic Peace, Princeton, Princeton University Press, 1993) quando chiarisce che il comportamento internazionale delle democrazie antiche, nelle quali manca la rappresentanza e la separazione dei poteri, è assai diverso da quello delle liberaldemocrazie. Meno convincenti sono le sue conclusioni sul legame fra liberaldemocrazie e pace, che hanno come punto di riferimento fondamentale la teoria del primato della politica interna.
[29] Ciò non toglie che anche nei regimi democratici vi sia una strutturale resistenza alla limitazione della sovranità. La legge dell’autoconservazione del potere, chiarita da Machiavelli, vale anche per questi regimi, con la differenza che in essi hanno più possibilità di azione le tendenze favorevoli alla pacificazione interstatale. Come ha chiarito Altiero Spinelli in Una strategia per gli Stati Uniti d’Europa (a cura di Sergio Pistone, Bologna, il Mulino, 1989), i governi democratici sono strumenti e ostacoli rispetto all’unificazione federale.
[30] Cfr. Mario Albertini e Francesco Rossolillo, «La decadenza del federalismo negli Stati Uniti d’America», in Mario Albertini, La politica e altri saggi, Milano, Giuffrè, 1963; Sergio Pistone, «Fattori internazionali e fattori interni della politica estera americana», in Il Politico, 1972, n. 1; Francesco Rossolillo, «Come l’Europa può aiutare gli Stati Uniti», in Il Federalista, XLI (1999), n. 3; Franco Spoltore, «La guerra al terrorismo e il futuro degli Stati Uniti», in Il Federalista, XLVI (2004), n. 3.
[31] Cfr. Michael Walzer, Arguing About War, New Haven - Londra, Yale University Press, 2004.
[32] Cfr. Luisa Trumellini, «La nuova politica americana per la difesa e la sicurezza», in Il Federalista, XLIV (2002), n. 1 e Sergio Pistone, «La doctrine Bush et l’alternative européenne», in Fédéchoses, 2003, n. 110.
[33] Si tratta della parola d’ordine formulata da Aristide Briand quando nel 1929 presentò all’Assemblea della Società delle Nazioni il suo progetto di unione europea. Cfr. Mario Albertini, Una rivoluzione pacifica. Dalle nazioni all’Europa, a cura di Nicoletta Mosconi, Bologna, il Mulino, 1999 e Sergio Pistone, L’integrazione europea. Uno schizzo storico, Torino, UTET, 1999.
[34] Cfr. il documento, Secure Europe in a Better World. European Strategy in the Field of Security, preparato dall’Alto Rappresentante per la PESC, Javier Solana, e approvato dal Consiglio europeo a Bruxelles il 12 dicembre 2003.
[35] Cfr. Tommaso Padoa-Schioppa, Europa forza gentile. Cosa ci ha insegnato l’avventura europea, Bologna, il Mulino, 2001; Tzvetan Todorov, Il nuovo disordine mondiale. Le riflessioni di un cittadino europeo, Milano, Garzanti, 2003; Sergio Pistone, «Gli obiettivi della politica estera europea e la natura del suo sistema difensivo», in Il Federalista, XLVI (2004), n. 2.
[36] Una chiara e approfondita presentazione della teoria della pace democratica è contenuta in Angelo Panebianco, Guerrieri democratici, Bologna, il Mulino, 1997.

 

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