Anno XLIV, 2002, Numero 3, Pagina 179

 

 

I fondamenti etici della politica
 
SALVATORE VECA
 
 
Ho conosciuto Mario Albertini nel 1981, ad un Convegno su Kant, l’Europa e la pace, promosso dall’Università di Pavia, la sua Università, in cui per tanti anni Albertini ha insegnato filosofia politica dalla cattedra su cui, circa dieci anni dopo, ho avuto l’onore di succedergli. Presentai a quel convegno una relazione su Giustizia locale e giustizia globale in Kant. Ricordo che ne discutemmo a lungo, al termine dei lavori, in Aula Foscolo. E ricordo anche con molta precisione il fatto che, al momento di salutarci, Albertini mi disse due cose: che gli sarebbe piaciuto continuare a discutere insieme e che secondo lui l’importante, per fare bene filosofia politica, era avere passione per la politica congiunta a una padronanza del mestiere filosofico, nel senso del suo amico Giulio Preti.
Abbiamo continuato a discutere sinché è stato possibile. Nel suo studio, che ora ospitava me, al Dipartimento, in via Luino. A casa sua, grazie all’ospitalità della signora Valeria. Ho cercato da allora di mantenere lealtà alla professione in filosofia politica nel senso di Albertini lavorando ai lineamenti di una teoria della giustizia internazionale. Una teoria che è incentrata sui criteri del giudizio etico sulle cose politiche, una teoria che cerca di prendere sul serio congiuntamente descrizioni di come stanno le cose e prescrizioni su come esse dovrebbero stare, alla luce di una dimensione di valore, quella che ci orienta nel progettare «ciò che è bene accada», per dirla con Albertini. Albertini è convinto che l’indagine sul presente debba metterne a fuoco il senso che è connesso al fatto che esso «contiene la possibilità della sua evoluzione verso una situazione nuova» e che l’esplorazione dello spazio delle possibilità future «non si presenta nella forma di una semplice descrizione, ma nella forma specifica di nuovi principi d’azione». L’arte del possibile deve andare insieme all’arte del far diventare possibile e la ricerca deve far leva sulla tensione o sulla contraddizione tra fatti e valori, una tensione che nella tradizione della scuola di teoria politica era cara e familiare a Mario Stoppino.
Le osservazioni che propongo fissano alcuni punti della ricerca nella filosofia politica incentrata sull’idea di giustizia senza frontiere cui è dedicato il mio ultimo libro, La bellezza e gli oppressi.* Esse sono, nel senso sostanziale che ho indicato, dovute a Mario Albertini e, a loro volta, dedicate alla sua lezione, filosofica, politica e umana.
 
1. L’incertezza chiede teoria. Ho mostrato nelle tre Meditazioni filosofiche di Dell’incertezza in che senso preciso e in quali circostanze effetti di incertezza significativa possano investire lo spazio in cui siamo alle prese con teorie a proposito di ciò che vi è, lo spazio in cui miriamo a giudicare ciò che per noi vale e, infine, lo spazio in cui siamo interessati a rispondere a domande a proposito di chi noi siamo: in breve, questioni di verità, giustezza e identità tra fatti e valori. Chiediamoci ora quale sia la natura dell’incertezza che genera la domanda di una teoria della giustizia senza frontiere e induce a prendere sul serio gli esercizi miranti a redigerne possibili prolegomena. Una prima risposta elementare è questa: il fatto della globalizzazione, quale che sia l’interpretazione favorita del termine controverso, scompagina il discorso bene ordinato delle teorie della giustizia.
Si consideri: le nostre teorie del valore politico si iscrivono nel quadro, stabile e immunizzato rispetto all’incertezza, di comunità politiche chiuse e definite da confini. E’ proprio questo quadro, in cui riconosciamo cose che ci sono familiari, che sembra essere alterato e trasformato dal fatto della globalizzazione. La geografia di ciò che vi è, la cartografia dello spazio politico sono messe in questione. Quando cerchiamo di orientarci nella geografia mutata, noi miriamo alla comprensione e alla spiegazione connettendo le cose familiari con quelle meno familiari, i tratti che persistono con quelli che cambiano, sottoposti a torsione dalla metamorfosi di un mondo eracliteo di incessante deformazione. Qualcosa del genere ha luogo anche quando il nostro scopo principale è la valutazione, quando la domanda investe direttamente i criteri etici del giudizio a proposito di ciò che vale, del giusto e dell’ingiusto: in breve, i fondamenti etici della politica. E non è difficile vedere che in queste circostanze è propriamente sottoposta a pressione d’incertezza la nostra identità di osservatori o partecipanti, impegnati nella manovra della comprensione, della spiegazione e della valutazione, come si usa dire, di un mondo che cambia.
La prima risposta elementare, quella secondo cui il fatto della globalizzazione scompagina il discorso bene ordinato delle teorie della giustizia, deve allora essere integrata. Diremo che il fatto della globalizzazione scompagina al tempo stesso i nostri discorsi a proposito della politica come essa è e della politica come essa dovrebbe essere. Sono messi a dura prova sia i nostri impegni descrittivi sia i nostri impegni normativi. Riconosciamo di nuovo all’opera la nostra tensione familiare tra fatti e valori. E riconosciamo congiuntamente che ciò ha effetti sulla definizione e il riconoscimento delle nostre identità di osservatori e partecipanti nel gran teatro del globo conteso e del pianeta spezzato, il teatro della «gran città del genere umano».
 
2. Consideriamo la questione preliminare delle nostre identità. Esse sono fatte di cose prese in prestito, di lealtà e attaccamenti, di impegni e di modi di guardare e valutare le cose che inevitabilmente dipendono da una storia contingente e situata e da una biografia. Se abbiamo una qualche identità, ciò dipende dal fatto che noi siamo essenzialmente eredi. Questo è un fatto della vita. Detto in altro modo: siamo creature di abitudini. Quando cerchiamo di comprendere un mondo che cambia e che ci cambia, quando ci impegniamo nel giudizio politico o morale a proposito di alternative inedite o semplicemente meno familiari, noi lo facciamo inevitabilmente, almeno in parte, da eredi. Eredi di che cosa? Eredi delle nostre controparti passate che in altri contesti e in altri mondi sociali hanno modellato le loro credenze e i loro atteggiamenti o le loro disposizioni a valutare, il loro senso di giustizia. Come potrebbe essere altrimenti? Una massima di saggezza confuciana ci prescrive di essere leali con noi stessi e attenti agli altri.
L’attenzione e la focalizzazione nei confronti degli altri e del mondo che cambia sono ingredienti indispensabili della nostra maggiore o minore capacità di rispondere al mutamento, mettendo letteralmente alla prova il nucleo delle nostre lealtà e credenze politiche. Le tradizioni di credenza politica vivono solo se la capacità di risposta ottiene un esito di equilibrio, instabile e provvisorio quanto si vuole, fra il retaggio delle credenze e l’esplorazione dei tratti mutati e incerti del paesaggio sociale in cui ci misuriamo con la sfida della comprensione e della valutazione. Qui siamo in presenza di un rompicapo: noi vogliamo elogiare congiuntamente la coerenza e l’integrità nel tempo di un nucleo di credenze e lealtà politiche e la capacità di risposta al mutamento che ci richiede a sua volta correzioni, innovazioni e mutamenti. Ma è naturale chiedersi: qual è il confine oltre il quale l’innovazione e il mutamento delle credenze alterano e intaccano inesorabilmente la nostra lealtà politica e noi erodiamo e dissipiamo il capitale di lealtà e devozione a una causa? In altri termini, c’è qualcosa che non è revocabile, qualcosa che non è negoziabile se vogliamo mantenere durevolmente, nella catena del tempo e delle generazioni, una tradizione di credenza e giudizio politico? Che cosa fa sì che noi continuiamo a riconoscerci come quelli che condividono una prospettiva di valore politico e, per questo, si distinguono da altri che hanno altre lealtà, credenze e identità che dipendono da altre e distinte tradizioni? Che cosa c’è nel nucleo delle credenze e lealtà politiche fra loro distinte di cui siamo eredi?
Si osservi che il requisito della distinzione o della distinguibilità fra prospettive di valore politico alternative è un ingrediente importante e familiare di quell’assetto delle istituzioni fondamentali e di quel regime politico che usiamo chiamare democrazia. Nella sua architettura, per come è venuta delineandosi per prove, errori e conflitti nel tempo, la costruzione di un regime democratico bene ordinato prevede lo spazio liberale dei diritti fondamentali e della condivisione degli elementi costituzionali essenziali e lo spazio della competizione democratica fra interpretazioni alternative degli interessi di lungo andare di una determinata comunità. E’ in questo secondo spazio, quello della competizione per l’acquisizione del potere di governare la società, una determinata società, che gioca un ruolo cruciale la distinguibilità fra prospettive di valore politico che dipendono da nuclei di tradizioni politiche ereditate.
Questo è dopo tutto uno spazio che ci è familiare: vorrei dire che è lo spazio politico per eccellenza cui siamo abituati in quanto eredi. In questo spazio hanno avuto luogo nell’ultimo secolo e mezzo, nella parte ricca del mondo, la nostra, movimenti collettivi e conflitti, si sono investite e consumate risorse di devozione e speranza politica, si sono modellati attori politici e sociali specializzati nella interpretazione, nella definizione e nella promozione di interessi e ideali di frazioni di popolazione, quali partiti e sindacati, si sono generate le condizioni per l’identificazione, la partecipazione e l’azione collettiva, si sono consolidate istituzioni. Qui si è esercitata la libera arte di associarsi alla Tocqueville e si sono plasmate le costellazioni pluralistiche di istituzioni poliarchiche. In due parole, in questo spazio si è venuta costruendo, in una sequenza a catena di effetti e di risposte, più che in una lunga marcia di conquista, in una gamma di processi in cui ha giocato ruoli significativi una gamma variegata e divergente di progetti, la cittadinanza democratica e si è definito e ridefinito nel tempo l’equilibrio instabile fra la politica e i poteri sociali.
La politica ha risposto, entro questo spazio, al mutamento sociale. E nella distinzione fra risposte alternative in termini di governo della società che cambia si è giocata la partita fra devozioni e credenze politiche alternative: destra e sinistra, dalle nostre parti. Naturalmente, non voglio sostenere che questa sia tutta la storia. E’ ovvio che questa vicenda abbia conosciuto i suoi tratti e i suoi percorsi entro il quadro geopolitico di un mondo per lungo tratto, nella seconda metà del ventesimo secolo, irreggimentato dalle potenze imperiali ostili. Quanto voglio sostenere è che lealtà e credenze politiche si sono consolidate e si sono durevolmente trasmesse sulla base della promessa che la politica potesse governare le società, territorialmente definite da confini, alla luce di una agenda dettata da distinti nuclei di distinte prospettive politiche.
Diremo allora che il conflitto democratico, nella forma che ci è familiare, presuppone la costellazione nazionale. Le sue istituzioni e i suoi movimenti collettivi, nonostante i casi delle intense identificazioni collettive internazionalistiche dotate a volte di grande forza motivazionale, seguono o meglio hanno seguito questa logica elementare: le istituzioni sono l’esito stabile nel tempo di risposte che hanno avuto successo nei confronti di movimenti e conflitti passati e sono ciclicamente sfidate da movimenti che avanzano nuove domande e pretese di riconoscimento di interessi o diritti, mirando all’inclusione universalistica entro la cerchia della cittadinanza democratica. Questo ha a che vedere con l’orgogliosa costruzione del pluralismo occidentale. Entro la costellazione nazionale, i contratti sociali sono esposti in questo modo a effetti di incertezza e si aprono spazi più o meno ampi e conflitti più o meno intensi per il rimaneggiamento, il negoziato e la ridefinizione dei loro termini di base.
 
3. Si consideri che è sempre su questo sfondo, entro lo spazio familiare del versante interno delle democrazie costituzionali, che possiamo riconoscere gli sviluppi del lavoro intellettuale di chi fa teoria politica. Nel caso delle teorie della giustizia, il riferimento al versante interno e alla comunità politica definita da confini stabili è implicitamente o esplicitamente costante nelle più importanti ricerche filosofiche degli ultimi decenni del ventesimo secolo. La controversia fra utilitarismo e contrattualismo, libertarismo e pluralismo, comunitarismo, repubblicanesimo e teoria della democrazia deliberativa è una controversia che verte sui principi di giustizia che rendono una comunità politica una società giusta per coloro che la abitano. I criteri del giusto e dell’ingiusto si applicano a istituzioni di base e pratiche sociali che sono proprie di una determinata società e presuppongono che essa sia concettualizzata come una unità chiusa da confini. Questa è la società di cui la teoria normativa definisce i requisiti di giustizia. Se quei requisiti sono soddisfatti, possiamo allora sostenere che quella società è una società bene ordinata.
Rawls aveva chiarito con grande onestà intellettuale in A Theory of Justice che questi erano i limiti e questa era la portata della teoria politica normativa e aveva aggiunto che, in caso di successo, si sarebbe potuto procedere a estensioni della teoria: una delle estensioni coincideva con la giustizia internazionale o lo ius gentium intra se. Il grande libro di Rawls, un’opera filosofica che esemplifica al massimo grado la lealtà alla tradizione di credenza politica della sinistra liberale ed evoca la lunga stagione della speranza politica e della fiducia nel potere della politica di governare una società riformandone le istituzioni nella direzione dei diritti di cittadinanza democratica e dell’equità sociale, ha istituito qualcosa come un paradigma. A Theory of Justice ha generato il quadro di sfondo della controversia filosofica e del discorso bene ordinato sulla giustizia. Questo quadro di sfondo e il discorso bene ordinato sulla giustizia sono scompaginati, come ho detto, dal fatto della globalizzazione. E torniamo così alle circostanze di incertezza che chiedono teoria. Potremmo dire: la migliore filosofia politica della seconda metà del ventesimo secolo ha risposto all’incertezza generata entro lo spazio, ora per noi familiare, del conflitto e della controversia democratica nella costellazione nazionale: lo spazio delle nostre distinte e confliggenti lealtà, credenze e tradizioni politiche. Al giro di boa del nuovo secolo, l’incertezza è generata dai tratti inediti della costellazione postnazionale entro lo spazio per noi meno familiare di un mondo la cui geografia politica è alterata e mutata: il globo conteso e il pianeta spezzato fra arcipelaghi di ricchezza e sterminate aree di povertà, fra lo sciovinismo del benessere e il fatto dell’oppressione. Allargando lo sguardo, noi ci misuriamo con l’ingiustizia della Terra.
 
4. Si consideri ora la seguente lista di proposizioni impressionistiche: l’economia è globale in un modo in cui non lo è la politica. La comunicazione è globale; l’informazione lo è; scienza e tecnologia lo sono. La distanza e lo spazio non contano per le transazioni finanziarie. Alcune élite sono globali. Moltitudini di uomini e donne vivono vite che sono inchiodate a nicchie e contesti locali. Decisioni e scelte prese da qualche parte nel mondo hanno effetti su vite di persone in altre parti del mondo, dello stesso mondo. Decisioni oligarchiche di pochi hanno conseguenze sulla qualità della vita di molti o moltissimi esseri umani, in termini di benessere, opportunità e diritti. Gli oligarchi sono distanti, ubiqui e opachi; gli oppressi non hanno voce. Le grandi istituzioni internazionali, a partire dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, sono per lo più modellate dagli equilibri di potenza emersi alla fine della seconda guerra mondiale, alla metà del secolo scorso, e operano con crescente debolezza in un teatro planetario drasticamente mutato dall’implosione dell’impero sovietico e dall’equilibrio probabilmente instabile ma certamente unipolare ascrivibile agli Stati Uniti. Le sovranità statuali vedono erodere progressivamente i loro gradi di libertà: si infittiscono i vincoli interni e esterni sulle scelte collettive. Dalle nostre parti, ha luogo il processo affascinante, inedito e complicato di costruzione e insorgenza dell’Unione europea. Il sisma geopolitico della fine del secolo scorso continua a propagare onde e scosse che ridefiniscono confini, generando nuove e fragili costruzioni di Stati. Guerre etniche e guerre tribali e guerre di religione e guerre terribili senza legge né fede si intrecciano qua e là per il mondo. Dopo l’11 settembre 2001 nell’agenda del ventunesimo secolo si iscrive, nello spazio della necessità pratica, la guerra contro agenzie del terrorismo ubiquo e globale. Il diritto internazionale, consumato il modello di Westfalia, è in via di profonda trasformazione, una trasformazione che risale certamente agli anni del secondo dopoguerra del Novecento ma che sembra accelerarsi fra incoerenze e lacune nel giro di boa del nuovo secolo. Prima dell’11 settembre 2001 la Nato si è autoinvestita di risorse di legittimità per il giudizio etico a favore di guerre «umanitarie». Prima dell’11 settembre 2001 il G8 ha celebrato i suoi riti di potere apparente in palazzi remoti o assediati. Si istituiscono Corti di giustizia internazionali. Si consolidano regimi internazionali che fissano equilibri cooperativi. Fiorisce la rete delle agenzie, delle associazioni e delle organizzazioni non governative miranti alla promozione e alla tutela dei diritti umani fondamentali e alla cooperazione per lo sviluppo di popolazioni che versano in condizioni di severo e, a volte, disumano svantaggio. Vige la lex mercatoria. Vi sono molte storie di schiavi e di schiave nel pianeta: a partire da bambini e donne. La differenza nei tassi demografici e la povertà generano durevolmente migrazioni. La contabilità globale della distribuzione di risorse e titoli su risorse per esseri umani è semplicemente intollerabile: ricchi sempre più ricchi; poveri sempre più poveri entro le società o fra le società del pianeta. Riconosciamo ora l’ingiustizia della Terra nel senso più radicale: pensando che nessuno ha scelto di nascere e di avere una vita da vivere da una parte o dall’altra del pianeta. E riconosciamo al tempo stesso che noi oggi possiamo dire, con l’immeritata consapevolezza dei posteri, che aveva ragione Kant, il Kant illuminista del federalismo e del diritto cosmopolitico della fine del diciottesimo secolo, quando asseriva che la violazione di un diritto in un punto della Terra è avvertita come tale in tutti i punti della Terra.
Ho affastellato la lista delle proposizioni impressionistiche per dare un’idea delle circostanze d’incertezza che generano la domanda di teoria: ricordo che si tratta di una domanda, insieme, di teoria che spieghi e comprenda, connettendo fatti familiari con fatti meno familiari del paesaggio mutato, e di teoria che ci orienti nel giudizio sul giusto e sull’ingiusto indicando la direzione per continuare a pensare le condizioni di possibilità politiche della giustizia senza frontiere ai tempi della globalizzazione. Come ho detto, il fatto della globalizzazione scompagina al tempo stesso i nostri discorsi bene ordinati a proposito della politica come essa è e della politica come essa dovrebbe essere. Ma ora dobbiamo cercare di considerare più analiticamente tutta la faccenda complicata.
 
5. Un modo per fissare le idee può essere quello di mettere a fuoco alcuni effetti che la geografia mutata del nostro paesaggio genera su quello spazio familiare che abbiamo identificato con lo spazio del conflitto democratico. Quello in cui si sono messe alla prova, per lungo tratto, le nostre distinte lealtà e credenze di valore politico. L’idea è la seguente: muovendo da dove siamo, io che scrivo e tu che mi leggi, cerchiamo di definire la connessione fra globalizzazione e democrazia. O, per dirla in altro modo, chiediamoci quali siano le trasformazioni salienti delle democrazie costituzionali entro la geografia mutata dal fatto della globalizzazione. De nobis, è ora facile vedere, fabula narratur.
Il primo aspetto che vorrei mettere a fuoco è quello della crescente debolezza della politica o, il che è lo stesso, della sua decrescente capacità di governo della società e, in particolare, dei poteri sociali. La debolezza della politica è debolezza della politica delle istituzioni di governo e di rappresentanza nazionali. I vincoli esterni sulla scelta pubblica, quella da cui dovrebbe dipendere la distribuzione di costi e benefici della cooperazione sociale, sono crescenti, come ho accennato in una delle proposizioni impressionistiche della lista affastellata. Si pensi al caso familiare, dalle nostre parti, dell’Unione europea cui anche ho accennato: è chiaro che la costellazione postnazionale dell’Unione vincola la politica degli esecutivi nazionali. Questo non vuol dire naturalmente che non persistano, entro i vincoli dati e crescenti, residui gradi di libertà nella scelta pubblica che possono corrispondere a interpretazioni alternative degli interessi di lungo andare della comunità politica nazionale. Questo vuol dire semplicemente che lo spazio democratico delle alternative è un dominio essenzialmente ristretto e che il potere di governo della società è un potere che può fare semplicemente meno cose: in altre parole, una politica dei fattori è pur sempre possibile ma solo entro il dominio ristretto.
Sotto il profilo della logica della scelta democratica, questo vuole anche dire che chi aspira ad acquisire il potere di governare una società nazionale può ottenere tale potere promettendo al demos politiche distinte e alternative rispetto ai competitori nello spazio della controversia democratica ma che, nell’esercizio del potere di governo, dovrà rispondere congiuntamente alla sua constituency e a poteri sovraordinati che non rispondono nello stesso modo alla logica della scelta democratica. Ma si consideri ora l’effetto di altro e più minaccioso tipo di poteri sociali e di vincoli esterni: quello che grosso modo possiamo ascrivere all’anonimo potere delle imprese e delle agenzie operanti su mercati globali, quello più direttamente connesso al fatto della globalizzazione.
Esprimendo al meglio la nostra lealtà alla democrazia, siamo tenuti allora a mettere a fuoco il deficit democratico, in primo luogo, dell’Unione europea e, in secondo luogo, la natura predatoria e dispotica di poteri sociali che hanno effetti su vite di persone, ma non hanno limiti né responsabilità o rispondenza e deformano sistematicamente il quadro familiare dell’esercizio democratico di autorità qua e là per il mondo. L’estensione di una teoria della giustizia è difficile ma in qualche senso ancora familiare nel primo caso. Nel secondo caso, ci muoviamo in una geografia nettamente più incerta e l’esplorazione dello spazio delle possibilità politiche è molto più a rischio.
 
6. Il secondo e il terzo aspetto che vorrei ora mettere a fuoco sono solo corollari del primo, che consiste nella tesi sui vincoli esterni crescenti al dominio della scelta democratica e sulla relativa debolezza del potere politico rispetto ad altri poteri sociali. Il secondo aspetto riguarda la trasformazione delle istituzioni di base dei regimi democratici in quanto regimi politici che esemplificano l’esercizio della sovranità del demos. Alla crescente debolezza del potere di governo della società si affianca il crescente aumento del potere di istituzioni terze che acquisiscono autorità ma non rispondono al demos: dal potere delle corti e dei giudici al potere delle autorità di controllo e garanzia in una varietà di arene o sfere sociali. Il secondo aspetto chiama in causa i vincoli interni e non esterni al dominio della scelta e della controversia democratica: questioni collettive controverse, in cui si misurano e si fronteggiano poteri sociali e diritti di cittadinanza, sono sistematicamente sottratte all’agenda della deliberazione propriamente democratica ed affidate al giudizio e all’arbitrato di autorità terze.
Il terzo aspetto tocca la trasformazione della natura degli attori collettivi di rappresentanza, interpretazione e tutela degli interessi di frazioni di popolazione entro la costellazione nazionale. La questione chiama ora in causa le trasformazioni dei partiti politici, quelle organizzazioni durevoli di azione collettiva che hanno contrassegnato e caratterizzato, almeno dalle nostre parti, il paesaggio familiare del pluralismo delle lealtà e delle devozioni politiche e il conflitto democratico. Si può sostenere che tre siano state, soprattutto nelle fasi del pluralismo democratico in statu nascendi, le funzioni svolte da agenzie come i moderni partiti di massa, a largo insediamento sociale: la prima funzione è quella della selezione del personale per il governo, la seconda è quella della distinzione programmatica, la terza è quella della integrazione sociale e della generazione di beni di identità collettiva o di appartenenza per ampie frazioni di popolazione inclusa territorialmente entro i confini di una comunità politica data. Se è riconoscibile la durevole persistenza della prima funzione, quella della selezione del personale per il governo, la seconda, quella della distinzione programmatica, è fortemente indebolita, anche se non azzerata — come alcuni sostengono —, dalla crescente cogenza dei vincoli esterni e la terza, quella della generazione di beni di identità, è nettamente compromessa dall’erosione delle devozioni proprie della politica ideologica e dalla marcata individualizzazione e frammentazione del paesaggio sociale.
La politica assume quindi, dalle nostre parti, la natura di un affare dei partiti come organizzazioni che competono per il potere di governo. La debolezza del potere di governo si trasferisce così sulle agenzie politiche che per quel potere e per la sua acquisizione nella costellazione nazionale competono, confliggono e a volte, inevitabilmente, colludono. Così, mentre i poteri sociali che hanno forza crescente ed effetti sulla qualità della vita, quando non sulla vita e la morte, di persone qua e là per il mondo, operano come potenze anonime, distanti e opache e operano come potenze sovrane senza limiti e senza frontiere, il sistema politico dei partiti entro le costellazioni nazionali appare e si mostra a frazioni di popolazione come un sistema di attori che sembra compensare i propri limitati poteri e la propria crescente debolezza con l’ossessione della propria visibilità sulla scena pubblica. Mentre le decisioni gravi e severe sono prese altrove, in luoghi opachi e appartati, i decisori democratici conversano in talk show permanenti. Di qui la revoca di fiducia nella politica e nell’azione collettiva; apatia, insicurezza, delusione e cinismo nella polis.
 
7. Per mettere a fuoco il quarto aspetto, consideriamo con più attenzione la natura degli atteggiamenti in cui si esprime variamente la revoca di fiducia nei confronti della politica: sappiamo che si tratta di atteggiamenti che hanno avuto presa in ampie frazioni di popolazione nelle democrazie della parte ricca del mondo negli ultimi anni del ventesimo secolo. Questi atteggiamenti, che possiamo classificare con il termine-ombrello dell’antipolitica, si basano anche sulla domanda di una politica che si eserciti, abbia effetti e sia giudicata in ambiti sociali e territoriali che non coincidono con l’ambito statuale, l’ambito per eccellenza in cui si è costituita e consolidata la politica democratica con le sue istituzioni e i suoi movimenti. Il punto è che la dimensione dello Stato è propriamente sottoposta a pressione dal fatto della globalizzazione. E dopo tutto, almeno dalle nostre parti, sono gli Stati territoriali che in un lungo, tortuoso e a volte drammatico processo, sono divenuti democratici.
Ora, come si usa dire, lo Stato sembra essere divenuto troppo grande per fare certe cose e sembra essere divenuto troppo piccolo per fare altre cose. Si delinea così una geografia mutata dei luoghi, dei modi e dei livelli del governo di distinte comunità. Si consideri una possibile tripartizione di ambiti e livelli in cui si formula una differenziata domanda di governo e di partecipazione di cittadinanza. Lo spazio della «gran città del genere umano» sembra chiedere istituzioni e convenzioni e modi di governo politico che rispondano globalmente e non più localmente alle potenze globali dei poteri sociali senza limiti. Lo spazio statuale sembra chiedere forme di federazione regionale al di sopra dei suoi confini porosi, qualcosa del genere inedito affine al processo e ai progetti dell’Unione europea e, entro i suoi confini, forme decentrate di governo che rispondano al demos pertinente.
Per saggiare e definire i tratti della geografia mutata delle forme della politica e delle distinte cerchie entro cui si fa avanti la domanda di governo di società che cambiano ai tempi della globalizzazione, credo sia più utile intellettualmente mettere alla prova la virtù di processi di insorgenza di istituzioni e pratiche, piuttosto che dedicarsi a esercizi di costruttivismo politico. E tuttavia possiamo concludere l’esame dei quattro aspetti che connettono globalizzazione e democrazia considerando un’ipotesi che è stata recentemente avanzata da Alessandro Pizzorno. Si può dire che i valori di cui è stata espressione, nel tempo alle nostre spalle della costellazione nazionale, la democrazia pluralistica e rappresentativa sembrano, nel quadro mutato, essere soprattutto realizzabili in una gamma di impegni per cause collettive o fini collettivi in ogni caso extra-statuali: si tratta o di cause localistico-populistiche (potenzialmente anti-democratiche, se trionfanti) o universalistico-planetarie. Nel primo caso, siamo in presenza dell’effetto di globalizzazione su identità collettive per dir così minacciate; nel secondo caso, siamo in presenza dell’effetto di globalizzazione su movimenti collettivi in cui l’impegno normativo è soprattutto sostenuto dall’immagine della potenziale appartenenza a una cittadinanza universale e, quindi, mira alla formazione di una inedita identità collettiva da costituire e di una più inclusiva cerchia di mutuo riconoscimento. (Scelte del primo e del secondo tipo sembrano motivare in un equilibrio instabile e precario l’azione collettiva di contestazione della galassia dei popoli di Seattle.) Le scelte di devozione universalistiche del secondo tipo sono, secondo Pizzorno, un segnale del fatto che persone che provano insieme il senso di ingiustizia a proposito del fatto dell’oppressione dai molti volti che tocca vite di altre persone qua e là per il mondo, si muovono come nell’ipotesi dell’obbedienza a un virtuale sistema normativo dell’umanità da costruire, quasi anticipando in tal modo la futura validità positiva di alcune sue norme e sin d’ora conformandosi attivamente a esse.
I prolegomena a una teoria della giustizia senza frontiere si connettono in questo senso preciso alle ragioni dell’anticipazione di possibili validità future. Questo, e nient’altro, suggerisce l’adozione della prospettiva dell’utopia ragionevole: la prospettiva che mette a fuoco la tensione tra fatti e valori e ci orienta nel definire principi di azione che mirano a «ciò che è bene accada», come ci ha insegnato Mario Albertini. A essa corrisponde la persistente lealtà ai valori universalistici di cui è stata, almeno in parte, espressione la democrazia di cui siamo eredi. Quella democrazia che, cammin facendo, dovremmo poter onorare nelle forme e nei modi del mutamento, nelle circostanze dei cantieri, dove i lavori sono sempre in corso, che usiamo chiamare storia: quella storia, come ha osservato Jean-Pierre Vernant, che esiste precisamente perché le cose diventano altre rispetto alle cose vissute o previste.


* Nei sette paragrafi che seguono riformulo argomenti esposti nella Introduzione a La bellezza e gli oppressi. Dieci lezioni sull’idea di giustizia, Milano, Feltrinelli, 2002.

 

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