Anno XLIV, 2002, Numero 3, Pagina 191

 

 

Il ruolo dei federalisti
 
FRANCESCO ROSSOLILLO
 
 
Premessa.
 
Albertini ha dato un contributo essenziale a tutti gli aspetti della teoria del federalismo. Ma uno dei più importanti riguarda il ruolo del MFE nel processo di unificazione europea. Si tratta del resto di un tema che non poteva non occupare un posto preminente nella riflessione di Albertini, la cui caratteristica essenziale è sempre stata quella di essere teorico-pratica, cioè di essere portata avanti in vista dell’azione e di essere in un certo senso azione essa stessa. Per questo era inevitabile che il tema del compito storico del Movimento e del profilo morale e politico di coloro che erano chiamati a realizzarlo, cioè dei suoi militanti, occupasse un posto cruciale nel suo pensiero.
 
Il processo e il ruolo dei federalisti.
 
Il processo di unificazione europea è stato e continua ad essere un evento di portata storica incalcolabile, e tale rimarrebbe anche se esso dovesse concludersi con un fallimento. Esso ha mutato, almeno in parte, l’equilibrio mondiale, ha dato un impulso irresistibile allo sviluppo economico europeo trasformando la struttura dell’economia del continente, o comunque della sua parte occidentale, ha orientato il comportamento delle forze politiche e ha alterato la situazione di potere all’interno degli Stati, ha cambiato profondamente la mentalità dei cittadini, è stato all’origine di quel fatto straordinario che è stato la creazione della moneta europea. Esso ha quindi mosso forze di enorme portata e schierato interessi imponenti. Di fronte ad un processo di questa importanza è legittimo chiedersi se un Movimento che conta in Italia e in Europa poche migliaia di iscritti e poche centinaia di militanti possa aver giocato e possa ancora giocare un ruolo abbastanza rilevante da giustificare l’impegno di coloro che portano avanti la sua battaglia.
 
Il problema della libertà nella storia.
 
Si tratta di un problema legato a quello della libertà nella storia. Si deve ricordare a questo proposito che le storie sono molteplici, e che in alcune di esse, e in particolare nella storia della cultura, al di là di alcuni evidenti condizionamenti storico-sociali, la libertà degli individui o di piccoli gruppi ha uno spazio enormemente superiore a quello che essa ha in altre storie, e in particolare nella storia politica e delle istituzioni. Ma noi stiamo parlando proprio di questa. E nella storia politica e delle istituzioni, gli individui, o i piccoli gruppi, non possono, in condizioni normali, influire sul corso degli avvenimenti. Gli individui e i piccoli gruppi sono inseriti in un quadro di potere che condiziona tutti gli aspetti pubblici della loro vita. Essi sono inevitabilmente in balia di forze impersonali immensamente più grandi di loro e non possono far nulla per orientarne la direzione. Gli stessi grandi leader non fanno la storia, ma sono fatti da essa. Esiste quindi una tendenza delle istituzioni esistenti ad autoperpetuarsi, perché esse detengono il potere, mentre coloro che sono soggetti ad esse non dispongono delle risorse necessarie per creare un potere alternativo.
 
La crisi.
 
Eppure la storia è caratterizzata da una serie di radicali trasformazioni istituzionali. Si tratta quindi di capire, ed era questa una delle principali preoccupazioni di Albertini, come questo può accadere, cioè qual è l’origine del cambiamento, pur in presenza di un enorme squilibrio di forze a favore dell’ordine costituito. La risposta di Albertini era che le grandi trasformazioni hanno sempre la loro origine nel fatto che l’evoluzione del modo di produrre rende col tempo obsolete e inadatte al governo della società le istituzioni che erano nate in uno stadio precedente per governare una rete di rapporti che si trovava ad un precedente livello di sviluppo. Quando ciò accade, le istituzioni perdono la capacità di decidere perché la loro struttura o le loro dimensioni (o l’una e le altre) non corrispondono più alla natura dei problemi che esse devono affrontare. Esse si scollano dal consenso dei cittadini sul quale si fonda il loro potere. In queste fasi le irresistibili forze impersonali della storia si paralizzano a vicenda, e cessano per ciò stesso di essere tali. Si tratta dei momenti di cui parla Burkhardt, nei quali l’ordine costituito si affloscia e il potere si disgrega e si diffonde. In questi momenti non agisce più la logica deterministica delle fasi normali, ma si apre nella storia di questa o di quella regione del mondo (spesso per richiudersi assai presto), una finestra di libertà. Senza le crisi non vi sarebbero quindi cambiamenti nei grandi equilibri di potere. Ma le crisi non bastano. Le istituzioni esistenti infatti non riescono a risolverle da sole instaurando un ordine più avanzato, perché esse sono nate per governare un certo tipo di equilibrio, nel caso del processo di integrazione europea, per gestire il potere degli Stati esistenti e non per superarlo. Inoltre, a parte l’eventualità di una guerra, le vecchie istituzioni conservano a lungo la capacità di dare alle contraddizioni del processo, di mano in mano che esse si manifestano, in assenza di una iniziativa innovativa, risposte precarie e provvisorie, ma sufficienti a rinviare indefinitamente nel tempo il collasso definitivo, anche se ciò avviene al prezzo del ristabilimento del vecchio equilibrio ad un livello sempre più basso. Questo accade anche nel caso del processo di unificazione europea, nel quale si manifesta una profonda discrasia tra la dimensione continentale dei problemi e quella nazionale (anche se parzialmente mascherata da una facciata europea) delle istituzioni, ma nel quale i momenti di difficoltà sono sempre stati superati con soluzioni che, pur essendo fragili e parziali, hanno comunque consentito agli Stati di conservare la loro debole sovranità. Occorre quindi che nel quadro si inserisca un altro fattore.
 
L’avanguardia.
 
Questo fattore è costituito dall’azione di iniziativa e di preparazione di una minoranza rivoluzionaria che si caratterizzi per la sua vocazione ad occuparsi esclusivamente del problema che ha provocato la crisi, e quindi, nel nostro caso, del problema dell’unificazione politica dell’Europa e non della gestione del potere nazionale; e che, proprio per questo, sappia suggerire la soluzione giusta al momento giusto. Questa minoranza, nel momento della crisi, può diventare decisiva, perché in una situazione di decomposizione del potere, e nel generale disorientamento che ne deriva, le sue parole d’ordine, che prima rimanevano inascoltate, trovano da sé i loro canali di diffusione, quale che sia la forza dei gruppi che le hanno formulate, e diventano il catalizzatore di nuove alleanze, e quindi della creazione di nuovi regimi, o addirittura di nuovi popoli. Ciò significa che nelle fasi di crisi acuta la verità diventa potere, mentre ciò non accade nelle fasi normali.
 
L’avanguardia nei periodi di normalità.
 
Resta il fatto che, perché un’avanguardia rivoluzionaria possa intervenire efficacemente in tempi di crisi, essa deve esistere fin da prima, cioè in tempi di normalità. Per tempi di normalità si intendono quelli in cui la crisi si delinea come crisi storica, ma non è ancora diventata crisi acuta. Queste non sono ancora le fasi nelle quali le forze impersonali della storia si paralizzano a vicenda e aprono fasi di libertà oggettiva, ma sono quelle di preparazione, nelle quali le istituzioni che rispecchiano l’ordine vecchio, pur incominciando a cedere sotto il peso della loro inadeguatezza, riescono ad adattarsi e a dare l’impressione di mantenere la loro solidità, e quindi non lasciano alcuno spazio apparente alle minoranze rivoluzionarie. Ma queste ultime possono nascere e sopravvivere perché, al di là di tutti i condizionamenti esercitati dalle forze impersonali della storia, cioè dal modo di produrre, dagli equilibri di potere, dall’assetto istituzionale, la libertà non può essere soppressa come scelta soggettiva: e quindi esiste sempre la possibilità che alcuni uomini liberi si incontrino, e formino gruppi motivati unicamente dalla consapevolezza della natura della situazione storica del loro tempo e dalla volontà di cambiarla, a dispetto dell’isolamento, della mancanza di mezzi finanziari e di potere.
 
L’autonomia.
 
La scommessa della vita di Albertini è stata appunto quella di dar vita ad un gruppo di uomini liberi che, sfidando la naturale tendenza ad accettare l’esistente e ad adeguarvisi per ottenere il successo e promuovere la propria carriera, sapesse battersi per l’unificazione federale dell’Europa. La caratteristica essenziale di questo gruppo doveva essere l’autonomia. Nel sottolineare questa esigenza Albertini faceva spesso riferimento ad un passo del capitolo VI del Principe di Machiavelli. Per Machiavelli è decisivo osservare se gli innovatori «stanno per loro medesimi o se dependano da altri; cioè, se per condurre l’opera loro bisogna che preghino o vero possono forzare. Nel primo caso capitano sempre male e non conducano cosa alcuna; ma quando dependano da loro proprii e possono forzare, allora è che rare volte periclitano». Il problema dei rivoluzionari è quindi per Machiavelli quello di «stare per sé medesimi», cioè di non dipendere da nessuno, anche se il gioco degli interessi, l’assetto istituzionale e le ideologie dominanti inducono a seguire la via della facilità e a schierarsi lungo le linee di divisione create dall’ordine esistente.
L’autonomia per Albertini doveva essere politica, organizzativa e finanziaria. L’autonomia politica significa la completa indipendenza dai partiti e l’adozione, nel giudizio sulla situazione storica, del punto di vista del popolo europeo, cioè di un’entità ideale che non esiste ancora, anziché di quello dei popoli nazionali. L’autonomia era stata identificata da Albertini nella figura del militante a tempo parziale, che vive per la politica, ma non di politica, cioè che assicura la propria sopravvivenza con il proprio lavoro e non è pagato per fare il federalista. Grazie a questa formula è stato possibile evitare, nella fase di formazione politica e morale del Movimento, che uno o più funzionari a tempo pieno, per di più costretti ad adeguarsi alle posizioni del potere esistente dalla necessità di promuovere la propria carriera, si appropriassero del MFE e ne provocassero la degenerazione burocratica e la paralisi politica. L’autonomia finanziaria infine aveva lo scopo di evitare che il Movimento in quanto tale dipendesse per la propria sopravvivenza da fonti di finanziamento esterne, che ne avrebbero condizionato l’azione e le posizioni e corrotto i militanti. Il mezzo per la realizzazione di questo fine, che Albertini riteneva essenziale, era l’autofinanziamento, cioè il pagamento di tasca propria da parte dei militanti delle spese necessarie all’esistenza del Movimento (senza che ciò pregiudicasse la possibilità di finanziamenti ad hoc per azioni specifiche).
Albertini non si è mai nascosto la grande difficoltà del compito di mantenere a lungo in vita una scintilla di libertà in periodi storici nei quali la crisi si prepara, ma non è attuale. Egli sapeva che il fatto di dover lottare contro tutto e contro tutti per sopravvivere rendeva il Movimento una creatura assai fragile. Ma sapeva anche che gli stessi fattori che determinavano la sua fragilità facevano anche la sua forza. Trovare, consolidare e, nella misura del possibile, allargare, un gruppo di uomini liberi sarebbe stato difficile, e la loro libertà sarebbe stata sotto la minaccia costante del suo contrasto con l’interesse personale, del conformismo, della prevalenza dell’ottica del presente su quella del futuro. Ma la finché fosse durata, sarebbe stata anche la garanzia dell’impossibilità, da parte di chiunque, di condizionare il Movimento con gli strumenti del dell’ ideologia e del danaro.
 
Il trasferimento della sovranità e i piccoli passi.
 
In conclusione, è opportuno mettere in rilevo tre corollari relativi alla strategia e alla fisionomia del MFE che discendono da quanto si è detto. Il primo è che l’unificazione politica dell’Europa, in quanto sarà la conseguenza di un momento di crisi acuta, non sarà un processo progressivo, ma un evento traumatico di breve durata. Si tratta evidentemente di un avvenimento che deve essere preparato (lo stesso Albertini aveva delineato la teoria del «gradualismo costituzionale» e si era battuto per la realizzazione di alcune importanti tappe di avvicinamento, come l’elezione diretta del Parlamento europeo e la realizzazione della moneta europea), ma che non toglie al trasferimento della sovranità il suo carattere di salto rivoluzionario. A questa conclusione è strettamente legato il carattere rivoluzionario dello stesso Movimento, per il quale qualsiasi illusione riformista, in quanto fondata su di un’analisi radicalmente falsa del processo, sarebbe fatale. L’idea che l’unificazione politica dell’Europa si realizzi attraverso un processo progressivo, cioè attraverso una serie di piccoli passi, senza crisi e senza scosse, è inconciliabile con le premesse e non trova conferma nella storia. Essa costituisce soltanto l’alibi per non fare l’Europa, per dare ai cittadini l’illusione che si avanzi senza mettere in gioco l’esistenza degli Stati nazionali.
 
La visibilità, il movimento di massa e la talpa.
 
Il secondo corollario riguarda la visibilità del Movimento, la sua capacità di trasformarsi in un movimento di massa. Albertini ricordava con insistenza la figura della talpa hegeliana che, senza che alcuno se ne avveda, scava gallerie sotto l’edificio del potere, fino al momento in cui questo, minato nelle sue fondamenta, crolla di colpo sotto il proprio peso. Prima del sopraggiungere della crisi, quella del Movimento rimane un’azione di preparazione, che non incide immediatamente sulla situazione di potere e sull’assetto istituzionale, anche se ne corrode le basi, e quindi è condannata ad una relativa invisibilità. Il destino del Movimento è quindi quello di rimanere un’organizzazione di pochi. Questa situazione è inevitabilmente difficile da vivere. Il lavoro sotterraneo di scavo è lungo e faticoso, e non offre compensi materiali. Molti sono quindi indotti a cercare la luce venendo a patti con il potere esistente e cercando piccoli effimeri successi. Ma così facendo essi negano l’ispirazione originaria che costituisce la ragion d’essere del Movimento e mettono in pericolo la sua sopravvivenza. Ci si chiede spesso di promuovere mobilitazioni di massa, come se fossimo un’organizzazione di potere. In realtà non lo siamo, o quantomeno non lo siamo nel senso tradizionale del termine, e fino al momento della crisi non potremo fare che mobilitazioni simboliche, che diano una testimonianza della nostra presenza. Se e quando le masse si mobiliteranno per l’unificazione federale dell’Europa, l’Europa sarà fatta, e il Movimento avrà esaurito la sua funzione politica, anche se non la sua missione ideale.
 
La verità come potere.
 
Il terzo corollario riguarda la natura stessa dell’azione politica dei federalisti. Albertini pensava che, se la verità è destinata ad essere la nostra fondamentale risorsa di potere, la ricerca della verità diventa una parte essenziale della nostra azione. E’ vero che potere e verità coincidono pienamente soltanto al limite, e che quindi il conflitto tra l’uno e l’altra non può oggi essere del tutto soppresso, anche nel più nobile degli impegni rivoluzionari. Così come è vero che anche i movimenti rivoluzionari devono fare i conti con i limiti della natura umana, con le sue insufficienze e le sue bassezze. Ma un movimento rivoluzionario può avere successo soltanto se non dimentica che comunque la verità è il suo principale strumento, che la vittoria della rivoluzione è la vittoria, anche se largamente parziale e imperfetta, della verità e che il fondamento dell’azione rivoluzionaria è la comprensione del proprio tempo e delle sue contraddizioni.

 

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