Anno LIII, 2011, Numero 1, Pagina 17

 

 

Il difficile equilibrio tra Stato e mercato
 
ANNA COSTA
 
 
Nel mondo ci si chiede quanto pesantemente abbia inciso e inciderà sulla società la crisi finanziaria e, da più parti, si cerca la ricetta che consenta all’economia di riprendersi. Ci si domanda se il mercato sia ancora in grado di innescare una nuova fase di sviluppo oppure se questo sia compito dello Stato. Si confronta il capitalismo di mercato con quello di Stato sempre più presente nell’economia mondiale anche attraverso i fondi sovrani. Si sente insomma l’esigenza di realizzare un più giusto equilibrio tra Stato e mercato. Ma che possibilità ci sono per Stati sempre più oberati dal debito pubblico, come gli USA ed i paesi europei, di aprire un nuovo ciclo di crescita e sviluppo? Per cercare di rispondere a queste domande è utile prendere in esame i lavori pubblicati nel 2010 da Ian Bremmer,[1] Joseph E. Stiglitz[2] e Jacques Attali.[3]
Il libero mercato.
Negli ultimi decenni uno dei pensieri dominanti del dibattito economico-politico è stato quello secondo il quale la diffusione del liberismo economico sarebbe bastata di per sé a produrre sviluppo e benessere. Da questo punto di vista la fine della guerra fredda e del comunismo sembrava aver sancito definitivamente la vittoria del capitalismo e dell’economica di mercato; e le parole chiave di questo successo erano diventate globalizzazione, privatizzazione, deregulation, imprese-rete. Il ruolo dello Stato sembrava essere sempre più marginale e l’idea di governo veniva sostituita da quella di “global governance”. L’ideologia neo-liberista, propugnata negli anni Ottanta da Ronald Reagan negli USA e da Margareth Thatcher in Gran Bretagna, trionfava: la loro politica, che aveva favorito la deregulation e le privatizzazioni in molti campi quali l’energia, i trasporti e le telecomunicazioni, veniva adottata anche da un numero crescente di paesi. E in effetti essa contribuì a far sviluppare produzione, commercio e occupazione. Come ricorda Bremmer, “Tra il 1980 e il 2002 il commercio mondiale è più che triplicato, mentre i costi delle transazioni – soprattutto nei trasporti e nelle comunicazioni – si sono ridotti drasticamente… Durante questo periodo gli indici tariffari (intesi come percentuale dei costi totali di importazione) si sono dimezzati in America, più che dimezzati in Europa e ridotti dell’80% in Canada”.[4]
Tuttavia la spinta più decisa all’ulteriore sviluppo del capitalismo e della globalizzazione doveva venire non a partire dall’Occidente, ma dall’Asia, ad opera della Cina, già dagli anni Novanta, e massicciamente dal 2001 col suo ingresso nel libero mercato. L’adesione al WTO della Cina ha infatti determinato un cambiamento delle forze in campo, nuovi equilibri e veloci trasformazioni nelle classifiche economiche, contribuendo ad innescare enormi trasferimenti da e verso l’Asia, e a creare nuovi squilibri nell’accumulo di riserve di capitale. Aprendo le porte al capitalismo, ad iniziare dalle città costiere con Den Xiao Ping e proseguendo in questa opera con Hu Jintao, un mondo a lungo escluso dall’economia di mercato mondiale si è infatti gradualmente re-inserito nel commercio mondiale, senza tuttavia che il governo di Pechino rinunciasse ad esercitare un forte controllo sull’intera economia cinese. I crescenti investimenti da parte delle grandi imprese mondiali hanno a loro volta determinato una moltiplicazione di transazioni, investimenti e iniziative imprenditoriali, con nuove forme di investimenti finanziari al seguito del grande business.
Il credo secondo il quale il mercato è mondiale e bisogna eliminare ogni ostacolo al libero commercio internazionale, ha giustificato una ancora più decisa deregulation negli anni Novanta, soprattutto negli Stati Uniti, a partire dal settore finanziario, con il benestare del Fondo monetario internazionale: “Liberalizzazione dei mercati finanziari e dei capitali significava che le banche estere potevano ottenere guadagni elevati sui prestiti, e quando i prestiti diventavano inesigibili, l’FMI imponeva la socializzazione delle perdite, il che significava mettere sotto grande pressione intere popolazioni per rimborsare le banche estere”.[5] “Le istituzioni finanziarie globali… sollecitavano (i governi) ad adottare le teorie economiche liberali note con il termine di ‘Washinghton Consensus’, che consiste sostanzialmente di tre idee: disciplina fiscale e di bilancio; economia di mercato comprensiva di diritti di proprietà, tassi di cambio in competizione, privatizzazioni e deregolamentazione; e apertura all’economia globale attraverso la liberalizzazione del commercio e degli investimenti esteri diretti”.[6]
Come ha osservato Stiglitz, “l’amara verità è che le innovazioni nei mercati finanziari americani erano mirate ad aggirare le regole, le norme contabili e l’imposizione fiscale”, e a svuotare in particolare la legge Glass-Steagal del 1933 che invece aveva separato “le banche commerciali (che prestano denaro) dalle banche di investimenti (che organizzano la vendita di obbligazioni e azioni) per evitare i chiari conflitti di interesse che vengono a crearsi quando la stessa banca emette azioni e concede prestiti”.[7] Quella legge aveva infatti avuto anche lo scopo di “fare in modo che le persone incaricate di custodire il denaro del comune cittadino nelle banche commerciali non intraprendessero attività rischiose come quelle delle banche di investimenti, il cui obiettivo è massimizzare i guadagni di chi già è ricco”. Con la sua abrogazione venne “meno la separazione fra banche di investimenti e banche commerciali e quelle di investimento hanno preso il sopravvento”.[8] E infatti, la crisi dei mutui americani, che ha dato origine alla più grave crisi del sistema capitalistico occidentale dopo il 1929, non è stata altro che la conseguenza della rottura di questi delicati meccanismi di regolazione, che ha consentito alle istituzioni finanziarie di favorire, contro ogni logica, il fatto di legare il valore dei beni immobiliari a prodotti altamente speculativi.[9]
In questo modo “l’ideologia del libero mercato si è trasformata in una scusa per nuove forme di sfruttamento. ‘Privatizzazione’ significava che società estere potevano acquistare a basso prezzo miniere e giacimenti petroliferi nei paesi in via di sviluppo. Significava inoltre che potevano trarre enormi profitti da monopoli e quasi-monopoli, come nel settore delle telecomunicazioni”.[10]
Il ruolo delle imprese globali.
Uno dei fattori fondamentali dello sviluppo del commercio e dell’economia mondiale nell’ultimo mezzo secolo è sicuramente legato al ruolo e alla natura delle imprese globali. Queste imprese sono infatti in molti casi diventate dei soggetti finanziariamente ed economicamente competitivi rispetto agli Stati. Si tratta di una logica che era già presente nell’attività delle multinazionali sorte nel dopoguerra, come testimoniava già negli anni Sessanta del secolo scorso Jean Jacques Servan-Schreiber.[11] Ma il fenomeno ha subito sicuramente un salto di qualità:nel 2000 un rapporto dell’Institute for Policy Studies faceva emergere che “dal confronto tra il fatturato delle maggiori imprese multinazionali e il prodotto interno lordo dei paesi più ricchi del mondo… 51 delle più grandi economie del pianeta erano grandi imprese, e solo 49 erano paesi... Nel 2008, nel World Investment Report delle Nazioni Unite si osservava che il numero delle multinazionali era passato da 7250 alla fine degli anni Settanta a oltre 60.000 tre decenni dopo”.[12]
Questi dati spiegano perché, da più parti, attualmente ci si chieda se si possa ancora parlare di imprese nazionali trainanti per sostenere lo sviluppo economico di un paese. Le imprese nazionali sono sempre state considerate il motore dello sviluppo e della crescita nel sistema economico classico, ma nell’era della globalizzazione queste imprese, soprattutto quando operano a partire da piccoli Stati, proprio in nome della logica della massimizzazione del profitto, non hanno né vincoli né motivazioni ad operare per il miglioramento del sistema nazionale cui appartengono, perché questo non costituisce più l’ambito privilegiato da cui dipende la loro sopravvivenza, ma anzi viene percepito come un ostacolo per l’espansione delle loro attività (salvo sfruttarne tutte le opportunità di finanziamento e sostegno). Perciò queste imprese sviluppano un interesse ed un’attenzione crescenti nei confronti della politica degli Stati verso i quali intendono sviluppare le loro attività produttive e commerciali.
Già nel 1996 Susan Strange aveva indicato come conseguenza dei cambiamenti globali “un intensificarsi della separazione delle imprese dai governi dei loro paesi di origine. Le imprese americane, britanniche, persino giapponesi che individuino nuovi mercati nei quali esiste una domanda in crescita, scoprono anche che per loro è necessario prestare maggiore attenzione ai desideri dell’autorità, centrale o locale, statale o non statale, che governa questi mercati”.[13] Sempre negli anni Novanta Robert Reich aveva individuato nelle imprese-rete, o reticoli globali, le nuove forme di impresa che stavano modificando profondamente il sistema produttivo e le forme dello sviluppo: “Dappertutto, i campioni nazionali si stanno trasformando in reticoli industriali globali che non hanno più legami particolari con una singola nazione”.[14] “Nella vecchia economia di massa, la maggior parte dei prodotti, al pari delle aziende che li avevano originati, aveva nazionalità ben precisa. Indipendentemente dal numero di confini internazionali attraversati, non esistevano dubbi sul loro paese di origine. La vecchia azienda multinazionale americana era controllata dalla sede centrale situata in America. Le sue consociate estere erano in pratica delle emanazioni della casa madre”.[15] In quel quadro la proprietà e il controllo erano indiscutibilmente in mani americane e la pianificazione strategica veniva svolta negli USA. Invece con l’impresa rete, “anziché una piramide, l’azienda ad alto valore aggiunto assomiglia di più alla tela tessuta dal ragno. I responsabili dell’intermediazione strategica stanno al centro, ma ci sono connessioni di tutti i generi, che non li interessano direttamente, mentre nuove connessioni vengono continuamente create. Negli anni Novanta, la maggior parte degli ‘scambi’ non è avvenuta con transazioni a distanza tra acquirenti in una nazione e venditori in un’altra, ma tra individui all’interno della stessa rete… Può darsi che questi individui facciano parte della medesima società multinazionale, fonte comune delle retribuzioni di tutti quanti, oppure può darsi che lavorino alle dipendenze di società diverse che hanno una compartecipazione agli utili derivati dal lavoro svolto in collaborazione, o può darsi, infine che tra loro esistano solo rapporti contrattuali per la fornitura di determinati servizi per un onorario prestabilito”.[16]
A fronte di questo nuovo sistema economico-produttivo mondiale si sarebbe dovuto affrontare seriamente il problema di come governarlo, senza cadere nell’illusione che bastasse affidarsi ad un vago concetto di global governance. Infatti, come aveva messo in evidenza Susan Strange, “l’ipotesi implicita racchiusa nelle due parole global e governance è che la funzione di governo (government) viene oggi espressa su scala mondiale da un’autorità mondiale. Tuttavia la verità, come qualsiasi studioso di organizzazioni intergovernative sa bene, è che i limiti e la natura di qualsiasi potere decisionale di una burocrazia intergovernativa sono definiti dai governi più potenti che ne fanno parte. L’organizzazione internazionale è soprattutto un mezzo a disposizione del governo nazionale, uno strumento per conseguire l’interesse nazionale con altri mezzi… Troppo spesso un regime è raffigurato solo quale mera conseguenza di un processo di armonizzazione, mediante il quale i governi hanno coordinato i loro interessi comuni. L’elemento costituito dal potere viene sminuito. Tuttavia, molti regimi internazionali non sono stati tanto il risultato di un’unità di intenti fra eguali, quanto il risultato finale della strategia espressa da uno Stato dominante o, a volte, da un ristretto gruppo di Stati dominanti… Persino i segretariati delle istituzioni internazionali interessate sono socializzati, in modo subliminale, ad amministrare un ‘ordine’ internazionale niente affatto neutrale sia nelle intenzioni, sia nelle conseguenze”.[17]
Non può quindi stupire il fatto che, dopo la crisi economico-finanziaria del 2008, anche se alcuni economisti difensori ad oltranza del libero mercato insistono nel ridurre questa difficile fase ad una semplice e contingente conseguenza delle fluttuazioni cicliche tipiche del capitalismo, che alterna fasi di espansione a fasi di recessione, la scena torni ad essere nuovamente dominata dalla presenza attiva degli Stati nell’economia, avendo la politica del laissez faire evidenziato i suoi enormi limiti. Secondo Stiglitz, “oggi solo degli illusi (compresi tanti conservatori americani, ma molti di meno nei paesi in via di sviluppo) avrebbero ancora il coraggio di sostenere che i mercati si correggono da soli… Il 15 settembre del 2008, data del tracollo della Lehman Brothers, sta al fondamentalismo di mercato (ovvero il concetto che i mercati, da soli e liberi da ogni vincolo, possano garantire la crescita e la prosperità economica) come l’abbattimento del muro di Berlino sta alla caduta del comunismo… Il tracollo delle grandi banche e delle società finanziarie, unito al conseguente scompiglio nel mondo economico e ai caotici tentativi di salvataggio, segna la fine del trionfalismo americano. Lo stesso vale per il dibattito sul fondamentalismo di mercato”.[18] Del resto, proprio a proposito del sistema bancario americano, origine della crisi, Stiglitz ha messo in evidenza quanto questo negli ultimi venticinque anni non solo abbia goduto di ampia libertà ma anche come, “invece di autoregolarsi sia stato più volte tratto in salvo dallo Stato”.[19]
La situazione di grave difficoltà attualmente attraversata dalle economie di gran parte del mondo ripropone dunque, come osservaStiglitz, il dibattito su quale tipo di sistema economico possa essere più efficace.[20] Anche se è opportuno mettere in evidenza come tutto ciò non dimostri affatto la fine del capitalismo a tutto vantaggio dei regimi comunisti, in quanto, come ha notato Bremmer “il segnale più chiaro della morte del comunismo è giunto proprio della crisi finanziaria internazionale” perché “se il subbuglio sollevato da queste crisi non è stato in grado di resuscitare il cadavere del comunismo, è difficile immaginare cosa potrebbe riuscirci”.[21]
Capitalismo di Stato.
Tutto ciò chiarisce perché il dibattito sul futuro dello sviluppo economico mondiale sia tornato a concentrarsi sulla scelta tra “capitalismo di mercato” e “capitalismo di Stato”; dove con il primo si tende a sottolineare come la libertà delle imprese nel mercato dovrebbe essere temperata da una presenza discreta dello Stato nell’imporre il rispetto delle regole, mentre con il secondo si vuole affermare il ruolo dominante che ogni Stato sarebbe chiamato a giocare nel promuovere, indirizzare e sostenere nel mercato le diverse economie nazionali. Resta in ogni caso da chiedersi, vista la dimensione globale del mercato, se gli Stati, soprattutto quelli di più piccole dimensioni, siano in qualche modo in grado di far rispettare le regole, e se nelle diverse epoche storiche, le forze produttive ed economiche abbiano mai potuto godere di condizioni di partenza e d’azione davvero paritarie. In effetti, secondo Bremmer, “due sono le differenze fondamentali tra capitalismo di libero mercato e capitalismo di Stato. Primo, quest’ultimo non costituisce un’opzione temporanea, mirata alla ricostruzione di un’economia disastrata o al rilancio in seguito a una recessione, ma configura una scelta politica strategica di lungo termine; secondo, il capitalismo di Stato vede nei mercati anzitutto uno strumento al servizio degli interessi nazionali (o quantomeno quelli dell’élite al potere), invece di una fonte di opportunità per l’individuo. I fautori del capitalismo di Stato usano i mercati per estendere la propria influenza politica ed economica, sia all’interno della società nazionale, sia a livello internazionale”.[22] “Forse”, osserva sempre Bremmer, “il capitalismo di Stato non durerà nei secoli, ma la crisi finanziaria e la recessione globale gli hanno senza dubbio allungato la vita di parecchi anni, e in buona salute. La crisi ha coperto di discredito il capitalismo di mercato di stile americano e la nozione stessa di globalizzazione”.[23]
Il comunismo non è dunque tornato in auge, ma emerge fortemente l’idea che il capitalismo debba essere messo (o più semplicemente debba tornare) al servizio degli Stati soprattutto di quelli di dimensioni continentali e di quelli più ricchi di risorse prime (energetiche e non).
I fondi sovrani.
Esistono alcune imprese, poche, ma potentissime, che svolgono il ruolo di esecutori materiali della politica degli Stati di cui sono emanazione: i fondi sovrani. Non si tratta di una novità. Esse esistevano già negli anni Cinquanta, ma hanno conosciuto una travolgente fase di sviluppo solo dal 2005 in poi. Attualmente esse sono una cinquantina (metà delle quali sono nate dopo il 2000). Tra queste vi sono “le compagnie petrolifere pubbliche (che) controllano i tre quarti delle riserve mondiali di greggio”.[24] “Si tratta di veicoli di investimento gestiti direttamente dai governi e utilizzati per investire i surplus di liquidità. I profitti che ne derivano possono essere utilizzati a scopi politici. I governi possono anche servirsi dei fondi per acquistare quote in imprese e istituzioni di valenza strategica, soprattutto all’estero… I fondi sovrani attingono i loro capitali da tre fonti principali. Primo, la valuta estera derivante dall’esportazione di risorse naturali – soprattutto petrolio e gas –, un’importantissima fonte di entrata per la Russia, i paesi arabi del Golfo Persico e numerosi Stati nordafricani. Secondo, il surplus finanziario derivante dall’attivo della bilancia commerciale. Per esempio, la Cina finanza i suoi fondi sovrani con la valuta estera che introita grazie alle esportazioni di enormi quantità di prodotti finiti negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone… Terzo, i fondi sovrani sono occasionalmente finanziati mediante trasferimento una tantum dal bilancio dello Stato o dalle riserve in valuta estera. In genere questi fondi includono nel proprio portafoglio un ampio ventaglio di assets finanziari, con livelli di rischio variabili: valuta estera, azioni, titoli del Tesoro e corporate, metalli preziosi, proprietà immobiliari… Comprano partecipazioni (talora di maggioranza) in imprese nazionali, compresi gli hedge funds”.[25]
A titolo d’esempio si può citare il più importante fondo commodity per ammontare nel 2009, che era l’Abu Dhabi Investment Authority con assets di 627 miliardi di dollari. I fondi commodity sono quelli creati con liquidità proveniente dalla vendita di materie prime, in questo caso petrolio. Ma tra i fondi non commodity, cioè quelli creati da un surplus di valuta estera derivante da esportazioni, i primi due posti e il quarto spettano tuttora alla Cina con la SAFE Investment Company, con assets per 347 miliardi di dollari e la China Investment Corporation con quasi 289 miliardi di dollari, e la National Social Security Fund con 146,5 miliardi di assets. Al terzo posto troviamo la Government of Singapore Investment Corporation con 247,5 miliardi di dollari. Non considerando quest’ultimo fondo, la Cina detiene quindi senza dubbio il primo posto tra i fondi sovrani.[26] Questi dati restano indicativi e sono in parte da ridimensionare per effetto della crisi finanziaria, ma non si può sottovalutare il ruolo che giocano a livello mondiale.
Secondo Bremmer questi fondi sono ormai una minaccia per i liberi mercati, in quanto “chi li gestisce non risponde agli azionisti. Un fondo sovrano ha infatti un solo stakeholder: il governo che lo ha creato”.[27]
Gli effetti della crisi sul mondo occidentale e il problema del debito pubblico.
I fondi sovrani sono meno utilizzati dagli Stati occidentali, ad eccezione di Norvegia e Canada, a causa della ormai cronica mancanza di surplus nelle loro bilance commerciali o dei pagamenti, tutte in gran parte in deficit, e dalla loro scarsità di materie prime ed energetiche.
Una delle differenze fondamentali tra i Paesi del mondo occidentale e quelli che hanno adottato una chiara strategia di capitalismo di Stato, è quindi rappresentata dal fatto che i primi, rispetto ai secondi, hanno una situazione economica pesantemente condizionata dall’enorme debito pubblico che hanno accumulato. Un debito che già esisteva prima della crisi, ma che è stato aggravato dalle politiche di salvataggio che gli Stati hanno dovuto attivare per non far affondare i rispettivi sistemi bancari e produttivi, con il rischio di gravi ripercussioni in termini di ordine politico e sociale. Infatti, nonostante la crisi economica abbia prodotto effetti in gran parte del mondo, alcuni Stati ne sono stati colpiti più pesantemente, in particolare gli Stati da sempre ai vertici dell’economia mondiale come gli USA, i paesi dell’Unione europea e il Giappone. Per questo gli Stati Uniti, in particolare, hanno dovuto rivedere la loro posizione in campo economico, passando in breve tempo da sostenitori di un’economia fortemente liberista a sostenitori di un’economia fortemente dominata dalla presenza dello Stato (in una misura paragonabile a quanto era avvenuto in precedenza solo in occasione dei due conflitti mondiali). I piani di salvataggio delle imprese bancarie sono stati attuati in questa ottica dalle amministrazioni americane, proprio per favorire la ripresa del mercato e nel tentativo di creare nuova occupazione.
Come scrive Attali, “nel 2010, il debito pubblico netto più elevato è quello del Giappone con il 204% del PIL, il debito pubblico degli Stati Uniti raggiunge gli 11.000 miliardi di dollari, cioè il 54% del PIL e il 674% dei redditi fiscali americani… Il debito pubblico europeo rappresenta l’80% del PIL dell’Unione”.[28] Il fatto è che mentre gli Stati Uniti, pur avendo il debito più alto del mondo, sembrano in parte in grado di scaricare, anche attraverso le politiche monetarie del dollaro, parte di questo debito sul resto del mondo, i paesi dell’Unione europea, in assenza di un vero piano europeo, si trovano nella condizione di doverlo subire. Come è noto in questo contesto è diventata particolarmente grave la situazione di almeno cinque paesi, che vengono ormai considerati a rischio default. Sono i cosiddetti paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). Sta di fatto che “al ritmo attuale, il debito sovrano dei principali paesi occidentali supererà ben presto la ricchezza che producono attualmente, senza una fase di forte crescita né di inflazione, contrariamente a quanto è avvenuto ogni volta che il debito è esploso… La rovina dell’intero Occidente costituisce dunque uno scenario credibile, così poco prevista dai contemporanei come lo fu a suo tempo quella di Venezia, di Genova o di Madrid… La sola cosa certa è che, in Occidente, siamo entrati tutti in una zona pericolosa, quella dove lo Stato e il mercato si osservano, chiedendosi chi dei due premerà il grilletto per primo… Per evitare una conclusione di questo tipo… occorre comprendere e far capire a tutti che il peggio è possibile, che il nostro mondo è sull’orlo di un precipizio, che il debito pubblico deriva dalla difficoltà di aumentare le entrate allo stesso ritmo delle spese. La vera soluzione della crisi del debito è effettivamente la crescita, che presuppone investimenti concorrenziali, che esigono infrastrutture pubbliche”.[29]
Capitalismo di Stato e di mercato in Europa.
La presenza dello Stato nell’economia nei diversi paesi europei è sempre stata importante soprattutto per sostenere un certo modello di Stato sociale. Come nota Bremmer, storicamente il modello europeo di capitalismo di mercato è stato molto meno liberista di quello americano, in quanto “il modello socialdemocratico europeo… confida maggiormente nello Stato nella sua funzione di custode dei diritti dell’individuo”.[30] Il fatto che la crisi economico-finanziaria abbia colpito anche l’Europa in una fase in cui il Vecchio continente sembra aver perso parte del suo ruolo nel mondo, ha quindi messo in discussione non solo le prospettive di sviluppo, ma anche la stessa sopravvivenza del modello sociale che gli europei hanno costruito durante gli ultimi due secoli.
La situazione è così riassunta da Attali: “Per alcuni l’Unione europea (e più ancora i paesi accomunati dall’euro), rispetto al problema del debito sovrano, è nel suo insieme in una situazione favorevole, molto diversa da altri paesi e continenti. Il bilancio dell’Unione è abbastanza equilibrato, moneta unica forte e alto tasso di risparmio delle famiglie, la disponibilità degli Stati a pagare i loro debiti. Tutto ciò prima della crisi… Tuttavia, osservandola più da vicino, la situazione non è per niente rassicurante. Le finanze pubbliche dei paesi dell’Unione non sono assolutamente sotto controllo. E i mercati lo mostrano ogni giorno di più. Dal 2009 al 2010, secondo cifre ufficiali del tutto sottovalutate, il debito pubblico è aumentato in media – soprattutto per finanziare la crisi bancaria – di quattordici punti e mezzo del PIL (e per alcuni, come la Gran Bretagna e l’Irlanda, anche di trenta punti!), una cifra enorme. Alcuni di questi paesi hanno già debiti pubblici superiori al 100% del PIL… I prestiti necessari annualmente superano, praticamente ovunque, l’ammontare dei bilanci… Nel 2010, i bilanci degli Stati membri dell’Unione hanno avuto bisogno di prendere in prestito 1600 miliardi di euro, cioè quanto gli Stati Uniti. Il risparmio interno, in particolare l’assicurazione sulla vita, ha portato loro 900 miliardi; il resto viene dall’estero, cioè dal Giappone, dalla Cina e dai fondi sovrani. Alcuni paesi cominciano ad avere difficoltà a ottenere prestiti: la Grecia, la Spagna, il Portogallo li pagano particolarmente cari, e in questo modo non fanno che aumentare i loro debiti. Saranno presto tutti insolventi… Di fronte a questa deriva, non c’è neppure vagamente un’idea comune di quali azioni mettere in atto: nessuna armonizzazione delle politiche nazionali di raccolta del risparmio; in particolare, nessuna strategia comune del trattamento fiscale del risparmio e del capitale. Molti prodotti derivati sono vietati in alcuni paesi e autorizzati in altri… non esiste un equivalente paneuropeo dell’Autorità dei mercati finanziari o della Securities and Exchange Commission (SEC)”.[31] “Questa frammentazione della gestione del risparmio europeo”, prosegue Attali, “porta i piccoli paesi dell’Unione a pagare i loro prestiti più cari rispetto ad altri: la differenza dei costi dei prestiti è nell’ordine di cinquanta punti base (0,5%) tra Germania e Austria, quasi altrettanto con la Francia, e molto di più (seicento punti) con gli altri paesi dell’Unione, soprattutto quando questi si trovano in difficoltà… A legislazione sociale e fiscale invariata, senza cambiamenti nei tassi d’interesse e senza ulteriori nuove crisi bancarie, il debito pubblico dei paesi dell’Unione europea, come si è visto, raggiungerà nel 2014 il 100% del PIL”.[32]
Inoltre, in prospettiva, l’economia europea si trova in una situazione di ulteriore depauperamento anche per effetto di processi di delocalizzazione da parte delle imprese dei vari paesi europei che tendono a spostare in aree a più basso costo del lavoro e con minori regolamentazioni e vincoli sociali le loro produzioni. Queste imprese trovano infatti da un lato sempre meno appetibile il contesto europeo per programmare investimenti nel medio e lungo termine, e dall’altro lato hanno degli interlocutori istituzionali, a livello dei governi nazionali e delle istituzioni europee, che perseguono politiche spesso in contrasto tra loro e al di fuori di una programmazione coerente. I singoli Stati europei sono del resto troppo piccoli o poveri di materie prime per costituire imprese che si confrontino sul mercato mondiale e non sono ancora in grado, data la mancanza di unione politica europea, di proporre un piano di sviluppo europeo collegato ad una politica estera e di sicurezza comune. Questo spiega la recrudescenza, dopo gli anni Settanta del secolo scorso, del fenomeno della disoccupazione, soprattutto giovanile. Un fenomeno destinato ad acuirsi nella misura in cui la Cina, che sta attuando una politica di forte penetrazione anche in aree, come l’Africa ed il Mediterraneo, che finora erano rimaste legate economicamente e commercialmente all’Europa, sottrarrà agli europei sempre più mercati e regioni di approvvigionamento. Questo spiega perché, in assenza di politiche alternative, tutti gli Stati, compresi quelli europei, non disdegnino di ricorrere, direttamente o indirettamente al protezionismo. Infatti, nonostante nel 2009 i Paesi del G20 si fossero impegnati a non innalzare barriere protezionistiche “la Banca mondiale ha scoperto che durante i cinque mesi di preparazione del summit, diciassette dei diciannove Stati partecipanti avevano introdotto 47 misure di restrizione del commercio a spese di altri paesi”.[33]
Come tentare di arginare la crisi e avviare un nuovo sviluppo nell’UE.
Quando si passa dall’analisi della situazione e delle difficoltà di fronte alle quali ci troviamo ai rimedi, il quadro si fa più confuso. Per restare al quadro europeo, secondo Attali bisognerebbe ridurre nei prossimi anni il debito pubblico dei paesi europei, seppure molto lentamente, e aumentare di almeno sei punti (sic!) il PIL aumentando le imposte o riducendo le spese. Si tratta, come è facile intuire, di azioni molto difficili da intraprendere, in quanto una riduzione della spesa pubblica può ulteriormente peggiorare la depressione.
Per questo, secondo Attali, l’Unione europea dovrebbe trovare nuovi strumenti per incamerare fondi. Uno di questi strumenti potrebbe essere rappresentato dall’emissione di bonds europei, un debito considerato “buono” da Attali, perché “un debito d’insieme”. Ma per realizzare questo progetto, avverte Attali, occorrerebbe un “finanziatore del bilancio europeo di ultima istanza, che non potrà essere né la Banca centrale europea (incaricata della valuta), né la Banca europea per gli investimenti (che prende in prestito a lungo termine), ma un’istituzione nuova, un’Agenzia europea del Tesoro che abbia l’obiettivo di fornire ai bilanci dei paesi europei delle nuove risorse finanziarie a breve termine per alleggerire i loro debiti sovrani attuali… L’Agenzia europea del Tesoro emetterà ‘bonds europei’ a nome degli Stati membri dell’Eurogruppo o di alcuni di loro… Questo genere di meccanismo rassicurerà immediatamente i mercati e metterà fine alla crisi di liquidità che colpisce alcuni Stati dell’Eurogruppo”.[34] Ma anche questo, spiega Attali, non sarebbe sufficiente. Infatti, prosegue Attali, “affinché i prestiti possano essere facilmente sottoscritti dai paesi debitori, occorre che l’euro sia solido… Si tratta anche della messa a punto di una migliore gestione finanziaria europea: gli Stati membri dell’Eurogruppo, meglio ancora tutti quelli dell’Unione, si dovranno dotare di istituzioni capaci di sorvegliare gli operatori finanziari europei, di proibire alle istituzioni finanziarie di lavorare con piazze finanziarie offshore e con paradisi fiscali situati fuori dell’Unione, e di proibire, secondo una definizione comune a tutti, l’impiego speculativo dei Credit Default Swaps. A tale scopo occorre un fondo di bilancio europeo, distinto dall’Agenzia europea del Tesoro..., in grado di fornire risorse di bilancio al paese in difficoltà; questo fondo dovrà essere alimentato da risorse di bilancio proporzionali al PIL degli Stati membri o in base alla loro condotta rispetto alle regole del Trattato di Maastricht”.[35]
Tuttavia, il punto dolente resta quello della crescita. Su questo punto Attali è chiaro: “Infine, e soprattutto, per rimborsare in modo continuativo i suoi debiti pubblici, l’Europa dovrà rilanciare una crescita forte e duratura… D’altra parte, l’Unione europea dovrà continuare a finanziare con le imposte, e senza prestiti, i suoi consumi collettivi, cioè le sue spese di sovvenzione e di funzionamento. A questo fine dovrà aumentare il tetto del bilancio comunitario pur conservando l’obbligo dell’equilibrio e, in caso di crisi, integrare i mezzi di finanziamento dei bilanci gestionali, in attesa del ritorno all’equilibrio, ricorrendo all’Agenzia europea del Tesoro e al Fondo di bilancio europeo. Per preservare il suo modello sociale, dovrà, peraltro trovare i mezzi per finanziare il suo ruolo di assicuratore, in particolare in materia di sanità, di pensioni, di assistenza e di occupazione. Come entità sovrana (il corsivo è dell’autore della presente nota), l’Unione dovrà, a regime, finanziare con prestiti a lungo termine solo gli investimenti della BEI, il vero fondo sovrano europeo. In particolare, come prevedeva la strategia di Lisbona… l’Unione europea dovrà investire in maniera massiccia in conoscenza, tecnologia, cultura, sociale, istruzione, sanità, ambiente… Lavori immensi con scadenze molto lunghe, ben lontani dall’asfissia attuale. Ma che conviene tutto sommato enunciare; almeno per mostrare che il meglio non è impossibile, che esiste una soluzione realistica alla crisi attuale, e per aprire così una strada a quella che dovrà diventare una tappa dell’avventura europea: ancora una volta, una crisi permetterà all’Europa di diventare più forte”.[36]
“Come entità sovranascrive Attali pensando all’Europa, ma senza porsi il problema di come e in quale quadro realizzare questa condizione. Eppure basterebbe prendere in esame lo stato del bilancio europeo, sempre più prigioniero dei vincoli e dei contributi nazionali, soggetto pro forma al controllo del Parlamento europeo, per rendersi conto che l’Europa non dispone ancora nemmeno di risorse proprie – indipendenti dalle politiche dei singoli Stati – per finanziare dei piani davvero europei. Il fatto è che Attali, come altri analisti e studiosi, quando parla delle prospettive di sviluppo economico dell’Unione europea pensa in realtà a quel che dovrebbe fare l’Eurogruppo, senza capire bene come questi due quadri potrebbero e dovrebbero intersecarsi e operare. Il punto è che la sovranità europea non è ancora un dato della realtà, ma va costruita. In effetti è l’unità politica il vero traguardo che gli europei devono ancora realizzare per poter attuare almeno alcune delle soluzioni tecniche che vengono proposte, altrimenti l’attuale crescente “costo della non Europa” si tradurrà in un drammatico debito politico che graverà sulle future generazioni europee e che peserà negativamente anche sulle prospettive di sviluppo del quadro mondiale.


[1] Ian Bremmer, La fine del libero mercato, Milano, Gruppo Il Sole 24ore, 2010.
[2] Joseph E. Stiglitz, Bancarotta, Torino, Einaudi, 2010.
[3] Jacques Attali, Come finirà. L’ultima chance del debito pubblico, Roma, Fazi Editore, 2010.
[4] Ian Bremmer, La fine del libero mercato, op. cit., p. 19.
[5] Joseph E. Stiglitz, op. cit., p. 319.
[6] Ian Bremmer, op. cit., p. 19.
[7] Joseph E. Stiglitz, op. cit., p. 12. La legge Glass-Steagal venne de facto abrogata con l’approvazione nel 1999 del Gramm-Leach-Bliley Act.
[8] Joseph E. Stiglitz, op. cit., pp. 234-35.
[9] “La bolla è stata alimentata dalle politiche creditizie perverse adottate dalle banche, che hanno accettato come garanzie reali dei beni il cui valore risultava gonfiato dalla bolla speculativa”, Joseph E. Stiglitz, op. cit., p. XVIII.
[10] Joseph E. Stiglitz, op. cit., p. 316.
[11] Jean Jacques Servan-Schreiber, La sfida americana, Milano, Etas Kompass, 1968.
[12] Ian Bremmer, op. cit., p. 16.
[13] Susan Strange, Chi governa l’economia mondiale?, Bologna, Il Mulino, 1998, pag 277. E’ da segnalare in proposito il titolo originale dell’opera, pubblicata nel 1996 dalla Cambridge University Press, molto più esplicito di quello dell’edizione italiana: The Retreat of the State. The Diffusion of Power in the World Economy.
[14] Robert B. Reich, L’economia della nazioni, Milano, Il Sole 24ore, 1993, pag. 149.
[15] Robert B. Reich, ibidem, pp. 125-127.
[16] Robert B. Reich, ibidem, p. 129.
[17] Susan Strange, op. cit., p. 12.
[18] Joseph E. Stiglitz, op. cit., p. 316.
[19] Joseph E. Stiglitz, op. cit., p. XII.
[20]  “Ritengo che i mercati siano il cuore pulsante di qualsiasi economia efficiente, ma penso anche che i mercati, da soli, non possono funzionare… Le economie hanno bisogno di equilibrio tra ruolo dei mercati e quello dello Stato… Negli ultimi venticinque anni, l’America ha perso questo equilibrio e ha diffuso il suo sbilanciamento in tutto il mondo”, in Joseph E. Stiglitz, op. cit., p. X.
[21] Ian Bremmer, op. cit., p. 2.
[22] Ian Bremmer, ibidem, p. 68.
[23] Ian Bremmer, ibidem, p. 253.
[24] Ian Bremmer, ibidem, p. XIV.
[25] Ian Bremmer, ibidem, pp. 96-98.
[26] Se si sommano le attività dei tre fondi indicati si arriva ad un totale di 782,5 miliardi di dollari controllati dal governo di Pechino (fonte: Sovereign Wealth Fund Institute Inc. 2008-2009).
[27] Ian Bremmer, op. cit., p. 97.
[28] Jacques Attali, op. cit., p. 89.
[29] Jacques Attali, ibidem,  pp. 15-19.
[30] Ian Bremmer, op. cit., p. 254.
[31] Jacques Attali, op. cit., p. 161.
[32] Jacques Attali, op. cit. p. 162.
[33] Ian Bremmer, La fine del libero mercato, op. cit., p. 225.
[34] Jacques Attali, Come finirà. L’ultima chance del debito pubblico, op. cit., pp. 164-165.
[35] Jacques Attali, Come finirà. L’ultima chance del debito pubblico, op. cit., pp. 167-168.
[36] Jacques Attali, Come finirà. L’ultima chance del debito pubblico, op. cit., pp. 169-171.

 

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