Anno XXXIV, 1992, Numero 3 - Pagina 246

 

 

Economia internazionale povertà e desertificazione

 

PAPE AMADOU SOW

 

 

1. Il Sud del mondo deve affrontare tuttora problemi prioritari che implicano terribili condizionamenti esterni ma anche interni.

Tra le altre cose, deve trovare immediatamente i mezzi per sfamare centinaia di milioni di persone malnutrite, mentre le terre disponibili sono già sature. Deve, peraltro, pagare il proprio debito, quando i prodotti della foresta portano valuta, ma lo Stato non si fa carico degli investimenti necessari. Infine, ha bisogno di energia, e i prodotti fossili (petrolio, carbone, gas) devono essere pagati in valuta forte ai prezzi che tutti conosciamo. In quantità assolute, i bisogni energetici dei paesi in via di sviluppo, di legna da ardere in particolare, continuano a crescere. Più di due miliardi di individui vivono tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno con tassi di crescita demografica che superano talvolta il 3%. La foresta tropicale si offre loro come l’unico mezzo per saziare la loro fame, una nuova frontiera che costeggia un Eldorado vergine, meraviglioso, grande, aperto a chi vuole conquistarlo. La povertà è forse il peggior nemico della natura.

 

2. Il rapporto dell’uomo con l’ambiente non è sempre stato fondato sul disprezzo. Quando l’agricoltura era il pilastro principale della loro economia, le società tradizionali comprendevano la necessità di mantenere un equilibrio costante tra la produttività della terra e la capacità di rigenerazione del suolo.

E’ in questo contesto che è stato sviluppato, nel corso dei secoli, un sistema collaudato di sfruttamento del suolo, che consiste nel lasciare la terra a riposo dopo un periodo di coltura di qualche anno per permetterle di ricostituire la propria fertilità.

Questa tecnica, detta maggese, viene praticata dalla notte dei tempi. Tuttavia, essa implica una riduzione delle terre coltivabili, in quanto una parte di queste deve essere lasciata vacante per un periodo di due, tre anni. Nel Sahel, per esempio, ci vogliono in media 2,5 ettari di terre agricole per nutrire un uomo in quelle condizioni.

Ma se la densità della popolazione aumenta, come ha costantemente fatto durante tutto questo secolo, grazie soprattutto ai progressi della medicina, diventa sempre più difficile rispettare il rapporto di equilibrio ecologico di 2,5 ettari per abitante. Si presentano allora due vie d’uscita: a) ricorrere a tecniche più avanzate al fine di accrescere la produttività delle terre messe a frutto. Questa soluzione presuppone che le comunità agricole possiedano i mezzi necessari all’introduzione del progresso tecnologico, che passa attraverso nuovi investimenti; b) dissodare nuovi terreni in vista del loro sfruttamento a fini agricoli, a scapito di una strategia di salvaguardia della superficie forestale. Questa seconda strada è generalmente la più diffusa, a causa degli scarsi redditi dei contadini che hanno capacità molto limitate di investimento nei macchinari moderni portatori di progresso tecnologico.

In queste condizioni, la crescita demografica si ripercuote direttamente sull’equilibrio dell’ambiente. Nel caso del Sahel, si è passati da una popolazione di 1.400.000 abitanti nel 1920 a 30.000.000 nel 1980, e nel 2000 se ne potrebbero raggiungere circa 44.000.000. Essendo rurale circa 1’85% della popolazione, la terra è la principale risorsa da cui essa trae la legna da ardere (da 700 grammi a un chilogrammo giornalieri per abitante) e l’essenziale per il suo nutrimento (agricoltura e allevamento). Essa ricava anche una parte del suo denaro dalla monocoltura dell’arachide e del cotone, che lasciano però, pochissime possibilità al terreno di ricostituire la propria fertilità.

Le povere condizioni di vita non permettono di accontentarsi unicamente di una parte delle terre sulle quali vive, così come i mezzi di cui dispone non permettono di accedere ad un certo livello di produttività. Allo stesso tempo, l’impossibilità di accesso alle attrezzature moderne, che si traduce in un mancato utilizzo delle energie commerciali – elettricità, prodotti petroliferi, carbone –, costringe queste popolazioni allo sfruttamento della legna da ardere come fonte di energia.

In sostanza, esiste uno squilibrio strutturale tra i bisogni di società la cui popolazione aumenta rapidamente con l’introduzione di sistemi sanitari sempre più avanzati, e le tecniche rudimentali di sfruttamento dell’ambiente, la terra in questo caso. Tale squilibrio, ripercuotendosi sull’ambiente, costituisce un fattore non trascurabile di desertificazione, e al di là della problematica legata a quest’ultimo fenomeno, è ben evidente una vera crisi dello sviluppo.

 

3. I paesi industrializzati, che rappresentano il 30% della popolazione mondiale, possiedono da soli l’80% delle ricchezze del pianeta. Essi consumano più del 70% dell’energia utilizzata nel mondo, il che provoca lo stesso aumento di anidride carbonica nell’aria che comporterebbe una deforestazione annuale di 80 milioni di ettari. Mentre il mondo sviluppato diventa sempre più ricco, la situazione della maggior parte dei paesi in via di sviluppo si degrada anno dopo anno.

I paesi che la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) ha classificato come i meno avanzati (PMA) sono passati da 31 nel 1981 a 42 nel 1990. Essi hanno una popolazione totale di 400 milioni di abitanti e un reddito annuo medio pari a poco più di 200 dollari pro capite. Tra i più poveri di questo gruppo ritroviamo alcuni paesi del Sahel. Secondo uno studio effettuato dalla Comunità economica europea, su 343 aziende dei paesi africani meno avanzati, solo una ventina funzionano in modo soddisfacente.

Lo stato di degrado di questi paesi si inserisce logicamente in un processo che risale al passato. La loro quota nelle esportazioni mondiali era nel 1960 dell’1%, ed essa è diminuita progressivamente fino allo 0,3% nel 1988. E’ certo che la crescita della popolazione dei PMA, oggi in media del 2,7%, contro un tasso di crescita del settore agricolo pari solamente all’1,7% tra il 1981 e il 1989, ha imposto di destinare una parte delle risorse nazionali ai bisogni alimentari sempre crescenti. Ma non potremmo tacere il peso del deterioramento sempre crescente delle ragioni di scambio, che sono peggiorate del 15% tra il 1980 e il 1988 per la totalità dei paesi meno avanzati. Peraltro, la situazione del debito è particolarmente grave. Questo ha raggiunto all’inizio del 1989 più di 69 miliardi di dollari, ossia i tre quarti del loro Prodotto interno lordo.

E’ evidente che in queste condizioni le popolazioni di questi paesi non possono che aggrapparsi alle risorse che procura loro l’ambiente direttamente, e la preoccupazione di rispettare le condizioni di riproduzione del loro habitat naturale diventa irrisoria rispetto all’esigenza di sopravvivere. Così l’energia, base essenziale dei comportamenti economici e sociali di ogni società, viene ricavata dallo sfruttamento del legname, e, di fronte a bisogni sempre crescenti, la pressione esercitata sull’ambiente naturale continua, al di là di considerazioni relative al futuro.

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