Anno XXIV, 1982, Numero 1, Pagina 10

 

 

Un governo mondiale per la pace e lo sviluppo:
il ruolo dell’Europa
 
GUIDO MONTANI
 
 
1. Il Movimento per la pace ha conquistato una nuova dimensione alla lotta politica. Al di là di ogni velo ideologico, esso ha saputo individuare la responsabilità primaria delle superpotenze nella corsa agli armamenti e nella minaccia alla pace mondiale. L’eliminazione dei conflitti internazionali (e dunque della guerra) impone il superamento della politica di potenza, che consiste nell’impiego sistematico della forza militare (o della minaccia del suo impiego) nelle controversie internazionali. La lotta per il superamento della politica di potenza coincide con la lotta per il disarmo universale e la pace.
Tuttavia, alla chiarezza nella individuazione del nemico non si accompagna ancora la medesima chiarezza nella identificazione di una strategia capace di avviare il mondo verso un assetto politico pacifico. Se non ci si vuole arrestare alla semplice testimonianza morale, è assolutamente indispensabile aprire un grande dibattito sugli obiettivi politici che possono, nella misura in cui vengono raggiunti, garantire gradi crescenti di sicurezza e di benessere alla comunità mondiale.
Il MFE nella sua risoluzione del 5 settembre 1981, dal titolo «La pace come supremo obiettivo della lotta politica»,[1] ha già indicato nella realizzazione della democrazia internazionale e di un governo mondiale democratico la sola soluzione al problema della eliminazione dei conflitti armati fra le nazioni. In questa prospettiva, si vuole ora contribuire, con la presente proposta, ad esplorare le vie praticabili per orientare la politica mondiale verso riforme istituzionali capaci di garantire le prime forme della democrazia internazionale. Si potrà dare in questo modo una risposta non solo al problema della pacificazione progressiva di tutti i popoli della Terra, ma anche a quello drammatico della lotta contro la povertà e il sottosviluppo del Terzo mondo.
 
2. Vi è una stretta relazione fra la lotta per la pace e quella per la giustizia internazionale. Dopo la seconda guerra mondiale, il governo bipolare del mondo ha consentito, in una prima fase di questo ciclo storico, a tutte le forze progressiste enormi possibilità di sviluppo. La liquidazione del colonialismo europeo e la emancipazione politica del Terzo mondo sono state incoraggiate e sostenute, contro l’ottusità delle ex-potenze coloniali, sia dagli USA che dall’URSS. Inoltre, a Occidente gli USA hanno garantito la stabilità monetaria internazionale e la creazione di un libero mercato, nel quale è potuta avvenire una crescita straordinaria del commercio internazionale, e hanno favorito il processo di integrazione dell’Europa che, grazie alla creazione di istituzioni comuni, ha potuto conquistarsi spazi sempre maggiori di indipendenza. A Oriente, nei paesi dell’Est europeo si è liquidata definitivamente la questione dei Balcani, perenne causa di tensione per tutta l’Europa, e si sono realizzate, in alcuni paesi arretrati, importanti riforme sociali che hanno loro consentito di uscire dalle condizioni di semi-feudalesimo in cui vivevano. Anche in Asia, la vittoria della rivoluzione in Cina e l’avvio della sua industrializzazione sono state favorite dall’URSS.
Ma, in un secondo tempo, la spartizione del mondo in due zone egemoniche e le conseguenti tensioni internazionali causate dal mantenimento dell’equilibrio del terrore si sono dimostrate il più possente fattore di conservazione nei confronti degli ideali di pace, libertà e giustizia che si sprigionano ovunque, anche all’interno di USA e URSS. L’Europa, sia quella dell’Ovest che quella dell’Est, la Cina, il Giappone, i paesi non-allineati e il Terzo Mondo non accettano più passivamente la logica dei blocchi contrapposti ed aspirano a posizioni autonome nella politica internazionale. Le due superpotenze reagiscono a queste spinte verso il multipolarismo con politiche sempre più conservatrici e persino repressive, ricorrendo in alcuni casi a soluzioni militari.
Nella fase attuale, la lotta per il superamento della politica di potenza si deve dunque porre come obiettivo prioritario quello dello scioglimento dei blocchi militari e la costruzione di un ordine internazionale in cui sia possibile la partecipazione di tutti i popoli della Terra (anche i più deboli) alla gestione degli affari mondiali.
 
3. Il solo foro in cui sia attualmente possibile dibattere i problemi mondiali con la partecipazione di tutti i popoli della Terra è l’ONU. Ma questa assise, mentre consente alle nazioni più deboli ed oppresse di far udire la loro protesta, non offre poi loro i mezzi istituzionali indispensabili per arginare i soprusi delle grandi potenze ed organizzare le relazioni internazionali su basi non violente. In verità, si può dire dell’ONU oggi ciò che diceva Einaudi nel 1918 a proposito della Società delle Nazioni: è un nome vuoto, perché nessuno Stato accetta limitazioni alla sua sovranità assoluta in vista della realizzazione del bene comune.
In effetti, l’esistenza dell’ONU non impedisce la corsa al riarmo nucleare, né rallenta la frenetica produzione ed esportazione di armi verso il Terzo mondo, che attualmente spende molto di più per il loro acquisto rispetto alle risorse che dedica alla lotta contro la fame e il sottosviluppo.
In ogni caso, il bisogno di un nuovo ordine mondiale è talmente pressante che l’ONU ha assunto un ruolo decisivo nel favorire il dibattito e le proposte di riforma necessarie a garantire la pace e lo sviluppo del mondo. Occorre tuttavia prendere atto che, dopo le speranze iniziali e due decenni di aspro confronto, l’attuale assetto del potere mondiale non concede speranze ad iniziative radicalmente innovative.
 
4. L’equilibrio bipolare non solo spinge le due superpotenze verso un impegno militare crescente, con drammatiche conseguenze per la pace mondiale, ma impedisce anche qualsiasi apertura significativa verso il Terzo mondo. Il dialogo Nord-Sud è bloccato. Le proposte del «gruppo dei 77» vengono continuamente ripresentate, ma vengono altrettanto sistematicamente ignorate da chi potrebbe accoglierle.
L’Unione Sovietica non si considera responsabile della povertà mondiale e non intende farsi carico degli oneri dello sviluppo del Terzo mondo. Gli Stati Uniti, d’altro canto, hanno sino ad ora fatto prevalere il cosiddetto punto di vista liberista, secondo cui lo sviluppo economico deve essere affidato alla spontanea iniziativa del mercato, come se i paesi nei quali mancano capitali e capacità tecnico-imprenditoriali potessero entrare in concorrenza con le economie avanzate senza subirne il predominio.
L’Europa ha mostrato buona volontà concludendo, principalmente con i paesi africani, l’importante e innovativa Convenzione di Lomé, che accoglie in linea di massima le rivendicazioni del «gruppo dei 77». Ma questa nuova forma di cooperazione fra Europa e Terzo mondo non ha assunto un significato di svolta per il mondo intero, stante la debolezza dell’Europa comunitaria nella politica internazionale (non è stata nemmeno invitata al vertice di Cancun) e la relativa scarsità di risorse (sono tuttavia il doppio di quelle degli USA) che l’Europa destina al finanziamento della cooperazione con i paesi in via di sviluppo.
 
5. La mancata soluzione dei problemi mondiali non dipende dall’incapacità della scienza di elaborare progetti adeguati alla sopravvivenza del nostro pianeta e all’accrescimento del benessere dei suoi abitanti, ma dall’assenza di un potere mondiale in grado, di imporre il predominio della ragione nei confronti degli egoistici interessi nazionali ed economici, cioè in ultima istanza di realizzare un piano mondiale di sviluppo ed assicurare il disarmo universale.
Sono ormai infatti innumerevoli le voci degli uomini di scienza che hanno denunciato le apocalittiche conseguenze di un eventuale conflitto nucleare. Così come innumerevoli sono i piani proposti da agenzie internazionali (come quelle dell’ONU), da comitati ad hoc, da clubs di esperti, da partiti politici e da singoli studiosi per affrontare il problema dello sviluppo del Terzo mondo. Ma, nonostante il generale accordo su alcune direttive essenziali, i governi dei paesi ricchi continuano ad ignorare lo stato di disperazione in cui versa l’altra metà dell’umanità. Essi mentono quando promettono, entro la fine del secolo, l’1% del loro PNL per aiuti. Al contrario, gli aiuti ufficiali calano di anno in anno. E mentono doppiamente quando affermano che con questo aiuto irrisorio si possa restringere il divario fra ricchi e poveri del mondo (secondo uno studio autorevole dell’economista Leontief occorrerebbe almeno il 3,1% del PNL dei paesi ricchi per dimezzare nel 2.000 l’attuale divario fra Nord e Sud).
Il vero difetto di tutti questi piani, spesso tecnicamente ineccepibili, consiste nel tacito assunto che si possano realizzare le politiche proposte senza modificare gli attuali equilibri mondiali di potere, cioè che si possa sperare un rinnovamento della politica internazionale da chi ha interesse al mantenimento dello status quo.
 
6. Si può superare questa impasse solo con una proposta che per sua natura modifichi il corso degli avvenimenti mondiali, consentendo alle forze che si battono per la pace, lo sviluppo e il superamento della politica di potenza, di prendere il sopravvento sulle forze della conservazione.
Questa proposta deve consentire anche di impostare in modo nuovo i rapporti dell’uomo verso la natura e le conquiste della scienza. È necessario infatti porsi l’obiettivo della salvaguardia degli equilibri naturali della biosfera, perché anche in questo caso è minacciata la sopravvivenza dell’uomo e di ogni forma di vita sulla Terra. Non è più perdonabile il selvaggio saccheggio nei confronti delle risorse naturali che, anche quando sono rinnovabili, vengono sfruttate con tale dispregio degli equilibri ecologici da provocare guasti irreversibili ai suoli, alla flora e alla fauna.
Occorre inoltre consentire alla ricerca scientifica e tecnologica, rispettando la sua vocazione universalistica, di organizzarsi liberamente su scala mondiale orientandosi verso il fondamentale obiettivo dell’accrescimento del benessere dell’umanità nel suo insieme, rifiutando la gretta concezione dominante che vorrebbe ancora mettere il sapere al servizio del prestigio e della potenza nazionali. L’utilizzazione delle conquiste della scienza allo scopo di annientare il genere umano è la massima perversità di cui si è dimostrata capace la politica internazionale. Ma non meno delittuoso è il mancato utilizzo delle potenzialità della moderna tecnologia e delle enormi risorse dei paesi ricchi per combattere la fame e la povertà nel mondo.
L’uomo può sperare di imporre il dominio della ragione sull’utilizzazione delle forze della natura, dell’economia e della tecnologia solo instaurando a livello mondiale un governo democratico, dotato di poteri effettivi nei settori in cui l’anarchia internazionale rischia di condurre il mondo verso la catastrofe.
 
7. Al fine di consentire una adeguata valutazione del significato e della portata della riforma della politica internazionale che qui si intende delineare, può essere utile rammentare un precedente storico di grande rilievo.
Nel 1950, in una Europa ossessionata dal clima della guerra fredda e stremata dallo sforzo della ricostruzione, stava per risorgere dalle sue ceneri il fantasma del conflitto franco-tedesco, nonostante si fosse già istituito il Consiglio d’Europa, simbolo delle aspirazioni unitarie dei popoli europei. La Germania, ancora sotto la tutela delle potenze vincitrici, non poteva rilanciare la sua economia a causa delle limitazioni imposte dai francesi, insieme agli inglesi e agli americani, alla gestione della Saar e della Ruhr. La produzione di carbone e acciaio, le principali risorse per la ricostruzione dell’industria pesante, veniva ostacolata dalla Francia che temeva — come era purtroppo avvenuto nell’ancora recente passato — un riarmo tedesco.
Una proposta di Adenauer di superare la tensione crescente fra i due Stati europei attraverso un patto di unione federale non venne accettata dalla Francia, che non era allora disposta a rinunce importanti di sovranità. La situazione fu sbloccata solo per merito di Jean Monnet che propose al ministro degli esteri Schuman, che lo fece proprio, un piano limitato al «punto essenziale» della controversia, cioè la devoluzione ad una Alta autorità europea della sovranità sul mercato del carbone e dell’acciaio. Con la nascita della CECA gli Stati europei inaugurarono allora un metodo per la soluzione pacifica delle controversie internazionali, grazie alla creazione di istituzioni permanenti per la cooperazione intergovernativa.
L’unità politica dell’Europa, a trent’anni da quella prima esperienza, non si è ancora completata, nonostante le speranze dei fondatori della Comunità. Ma due fatti sono incontestabili: a) nessuno Stato della Comunità sente più il bisogno di difendere militarmente i propri confini nei confronti degli altri Stati membri; b) la messa in comune delle risorse ha consentito uno sviluppo dell’economia europea di dimensioni inconcepibili per chi avesse voluto riproporre gli schemi autarchici prebellici.
 
8. Allo stesso modo, ispirandosi alla medesima saggezza che ha consentito l’avvio della prima esperienza comunitaria, occorre oggi prospettare a livello mondiale un’azione «che cambi il corso delle cose e faccia entrare nella realtà le speranze alle quali i popoli sono sul punto di non credere più ».
Si tratta, in sostanza, di accogliere — ma al fine specifico di creare un embrione di governo mondiale — le principali indicazioni emerse sia all’interno dell’ONU nel corso dei dibattiti sulla costituzione di un nuovo ordine economico internazionale, sia nei piani elaborati dalle varie agenzie, commissioni e gruppi di esperti.
Esse sono:
a) Il riconoscimento all’ONU della sovranità sui mari, gli oceani e tutte le risorse naturali dei fondi marini attualmente al di fuori dei limiti territoriali riconosciuti e considerate ancora res nullius. Occorre rendere effettiva la delibera dell’ONU del 1970 di considerare questi beni naturali come «la comune eredità del genere umano», per sottrarli ai tentativi, già in corso, di appropriazione da parte dei paesi più ricchi e potenti ed istituire, come richiesto dal «gruppo dei 77», una Autorità internazionale o un Governo mondiale con poteri e risorse adeguati alla gestione del primo patrimonio collettivo dell’umanità.
b) I primi compiti del Governo mondiale dovrebbero consistere sia nell’organizzare la ricerca scientifica per la prospezione e lo sfruttamento dei giacimenti dei fondi marini, sia nella conservazione e protezione dell’ambiente naturale. Il patrimonio di conoscenze e di tecnologie d’avanguardia così acquisite dovrebbe naturalmente essere messo a disposizione dei paesi del Terzo mondo, che si potranno in questo modo liberare dalla dipendenza verso le imprese multinazionali, il cui potere verrebbe in ogni caso grandemente ridotto.
c) Al fine di accrescere le sue capacità di assistenza e di aiuto allo sviluppo, dovrebbe essere affidato al Governo mondiale, secondo una proposta suggerita nel Rapporto Brandt, anche il potere di tassare il trasporto di merci, materie prime e passeggeri a livello internazionale.
d) Inoltre, al fine di coordinare sotto un’unica autorità le risorse destinate allo sviluppo, andrebbe affidata al Governo mondiale la gestione del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e di tutti i fondi dell’ONU per gli aiuti al Terzo mondo. Si avrebbero così le basi istituzionali indispensabili per gestire dei grandi prestiti internazionali e per sostenere l’emissione di una moneta mondiale che, col tempo, potrebbe anche soppiantare il dollaro e tutte le altre monete nazionali nelle transazioni internazionali. Senza questo punto di riferimento, ogni tentativo di riforma del sistema monetario internazionale è destinato all’insuccesso.
e) Infine, è indispensabile che il Governo mondiale venga messo in grado di garantire la completa smilitarizzazione dei mari e degli oceani, per mezzo di una propria flotta, così che nessuna potenza mondiale possa violare gli spazi marini sui quali l’ONU è sovrana.
 
9. Se questo progetto venisse realizzato, le risorse finanziarie a disposizione del Governo mondiale potrebbero ammontare a parecchie decine di volte l’attuale quantità di aiuti ufficialmente messi a disposizione dai governi per il Terzo mondo (senza contare le risorse che verrebbero risparmiate e riconvertite a fini pacifici in una prospettiva di stabile distensione internazionale). Diventerebbe dunque possibile l’attuazione di un vasto piano mondiale di sviluppo, dal quale trarrebbero giovamento non solo i paesi più poveri, ma anche le economie già industrializzate, grazie alla nuova domanda di macchinari e tecnologie intermedie.
Inoltre, si avrebbero importanti effetti positivi sul processo di distensione internazionale. Una volta avviato il dialogo Nord-Sud verso sbocchi concreti, il mondo prenderebbe coscienza che, così come è avvenuto per l’Europa comunitaria, si può sostituire nei rapporti internazionali il metodo della cooperazione, mediante istituzioni comuni permanenti, al metodo del confronto militare e dei rapporti di forza. Né deve poi essere sottovalutato il fatto che assegnando all’ONU la sovranità sugli oceani e sui mari si riducono gli spazi di manovra delle superpotenze e si eliminano molti pretesti per conflitti internazionali (incidenti come quello del Golfo della Sirte, fra USA e Libia, diverrebbero praticamente impossibili o comunque universalmente percepiti come flagranti violazioni alle norme della comunità internazionale).
Naturalmente, a questa accresciuta responsabilità mondiale dell’ONU, deve corrispondere una sua radicale riforma. La nuova Autorità o Governo mondiale, con poteri effettivi, anche se limitati, dovrà rispondere del suo operato ad un organismo democratico, che esprima la volontà della nascente comunità internazionale. Ma tale non è l’attuale Assemblea dell’ONU, in cui solo i governi, ma non i popoli, hanno diritto di parola. Occorre che anche l’ONU, così come sta facendo la Comunità europea, si metta sulla via di una sostanziale democratizzazione delle sue istituzioni. La sola alternativa alla politica di potenza è la democrazia internazionale.
 
10. La creazione di un embrione di governo mondiale non potrà effettuarsi con lo stesso metodo con il quale Jean Monnet è riuscito a creare la CECA. Una audace iniziativa di vertice poteva sbloccare l’impasse nell’Europa post-bellica, anche perché gli equilibri della guerra fredda non ne venivano modificati. Ma la situazione è completamente differente nel mondo attuale, in cui è necessario ridimensionare il ruolo di USA e URSS nella politica internazionale e dare nuovi poteri e responsabilità ai popoli emergenti del Terzo mondo.
Le speranze di successo di questo progetto rivoluzionario delle relazioni internazionali sono legate al fatto che esso diventi l’obiettivo prioritario della politica estera europea. Infatti, solo un governo europeo, forte di una moneta europea e di una difesa europea indipendente, potrebbe trattare da pari a pari con le due superpotenze lo scioglimento dei blocchi militari e far loro accettare l’istituzione di una autorità mondiale sovrana, capace di garantire la transizione pacifica dall’attuale assetto bipolare del mondo a quello multipolare. Intorno a queste prospettive, il governo europeo troverebbe come alleati naturali non solo i paesi satelliti dell’Est europeo, la Cina, l’India, l’America latina e tutti i popoli del Terzo mondo, ma anche quelle forze politiche e quelle correnti di opinione, già vivaci negli USA, ma presenti anche nella stessa Unione Sovietica, che aspirano ad un mondo più libero, più giusto e pacifico, ma devono oggi tacere o soccombere per la mancanza di alternative alla politica del confronto fra blocchi.
Per questo è necessario che tutti i partiti e le forze autenticamente progressiste in Europa sostengano la coraggiosa battaglia iniziata dal Parlamento europeo per dare alla Comunità una nuova Costituzione ed un efficace governo. Il completamento democratico dell’unità europea è indispensabile non solo per avviare un processo di rinnovamento della politica mondiale, ma anche per indicare al mondo intero la via della realizzazione della democrazia internazionale.
 
11. A più lunga scadenza, andrà certamente affrontato anche il problema, decisivo per il futuro dell’umanità, del disarmo nucleare universale. La presenza visibile di un embrione di governo mondiale dovrebbe consentire di porre sulla giusta via anche il dibattito sul disarmo, accantonando definitivamente l’ingenua proposta della distruzione fisica degli stocks di armi. Se non si vogliono sopprimere le stesse conoscenze scientifiche, o arrestarne lo sviluppo, la proliferazione degli armamenti sarà sempre possibile.
Il vero problema è quello di affidare al Governo mondiale il potere di controllare la produzione e l’utilizzo delle armi nucleari e di qualsiasi altra arma ad alto potenziale distruttivo.
In questa prospettiva, diventa credibile, dopo la conquista della sovranità sui mari e gli oceani, la lotta per estendere la sovranità dell’ONU sugli spazi celesti (che già oggi vengono sfruttati dalle superpotenze per scopi militari); si dovrebbe allora affidare all’ONU il monopolio di tutti i sistemi di telecomunicazione via satellite artificiale e quindi anche la detenzione e il controllo di tutte le armi nucleari e dei vettori per il loro trasporto.
Solo a questo stadio, cioè solo dopo aver abolito le sovranità nazionali sugli armamenti, sarà possibile sfruttare a fini pacifici tutte le potenzialità della scienza moderna, che oggi non può organizzarsi liberamente a livello mondiale per le gelosie imposte dalle esigenze nazionali di sicurezza.
Anche rispetto alla lotta per il disarmo universale, l’Europa può svolgere un ruolo decisivo proponendo per prima di affidare all’ONU il controllo del suo arsenale nucleare, a patto che USA e URSS (e qualsiasi altra potenza nucleare) facciano altrettanto.


[1] Apparsa come editoriale sul n. 3-4 del 1981.

 

 

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