Anno XXIV, 1982, Numero 4, Pagina 163

 

 

La cooperazione euro-africana e la lotta per la giustizia internazionale*
 
GUIDO MONTANI
 
 
 L’agonia del vecchio ordine internazionale.
 
Della situazione mondiale attuale si potrebbe dire ciò che Jean Monnet affermava nel 1950 di fronte alla crescente tensione fra Est e Ovest e alla incombente minaccia di un nuovo conflitto mondiale: «Da qualsiasi parte ci si rivolga, nella situazione attuale del mondo, non si incontrano che delle impasses». Oggi, ancor più che allora, il mondo sembra sull’orlo di una catastrofe. La guerra termonucleare è ormai diventata una ipotesi operativa della politica del confronto fra superpotenze. I rapporti internazionali finiscono sempre più col degenerare in aperti conflitti militari. Il dialogo Nord-Sud è bloccato. Inflazione e disoccupazione sembrano mali incurabili sia a occidente che nei paesi socialisti dell’Est. Infine, l’intera biosfera è minacciata dall’inquinamento provocato dall’uso insensato delle forze della scienza e della tecnologia.
Nella società e negli affari politici una situazione di impasse non può considerarsi stabile e duratura: quando non si avanza, inevitabilmente si retrocede. E in effetti oggi stiamo assistendo al precipitoso crollo dell’ordine internazionale consolidatosi dopo il secondo conflitto mondiale. Le due superpotenze non sono più in grado di governare la situazione mondiale. Nella prima metà del dopoguerra, l’equilibrio bipolare ha garantito una soddisfacente ripresa ed espansione dell’economia internazionale e nel Terzo mondo ha favorito il processo di decolonizzazione. Nonostante i limiti evidenti di questo «ordine imperiale», scosso qua e là da rivolte e conflitti locali, perché troppe sono le ingiustizie e le libertà soffocate in ogni parte della Terra, non è arbitrario affermare che il primo dopoguerra è stato caratterizzato da una situazione di relativa stabilità politica e di progresso economico-sociale. Ma oggi la situazione è radicalmente mutata. Le forze che lottano per affermare la libertà, la giustizia sociale e la pace non solo non prendono più come punto di riferimento ideale della loro lotta la politica delle due superpotenze, ma vengono sempre più apertamente da esse soffocate o, quanto meno, ostacolate. Così, chi vuole battersi seriamente per il rinnovamento deve cercare vie alternative agli attuali equilibri mondiali di potere. Ecco perché sono sorti alcuni nuovi poli della politica internazionale che tentano di agire in piena autonomia. La Cina, il Giappone, l’Europa, i paesi non-allineati e il Terzo mondo rifiutano il ruolo di paesi satelliti loro imposto dalla logica dei blocchi contrapposti. La politica internazionale vive oggi la ricerca affannosa della transizione al multipolarismo.
Ma ogni processo di transizione incontra come ostacolo il vecchio mondo che non vuole morire e, nello stesso tempo, nuove difficoltà generate dalla fluidità della situazione. In effetti, i maggiori pericoli che oggi incombono sull’umanità derivano proprio dal mancato riconoscimento dell’apertura di una nuova fase della politica internazionale e dal conseguente disorientamento delle forze politiche e sociali di fronte ai grandi problemi mondiali. Il mutamento progressivo dei ruoli e delle alleanze sta degenerando in una situazione di anarchia internazionale, in cui l’uso della forza militare viene considerato come normale. L’indebolimento della leadership russo-americana ha consentito che salissero alla ribalta della scena planetaria governanti di seconda grandezza, solo perché privi di scrupoli, ma senza alcuna preoccupazione di costruire un ordine mondiale alternativo, più giusto e pacifico dell’attuale. Israele e Iran stanno mettendo a ferro e fuoco il Medio Oriente senza rendersi conto che nessuna vittoria delle armi potrà mai consentire una pace durevole fra popoli che non vogliono rinunciare né alla loro identità, né alla loro indipendenza, né alla loro libertà. Con la medesima insulsa arroganza, la Gran Bretagna e l’Argentina hanno provocato un bagno di sangue per contendersi uno scoglio nel gelido Atlantico del Sud. È triste constatare che l’Europa, in pace dalla seconda guerra mondiale, abbia deciso di impugnare le armi e sacrificare vite e risorse per conservare anacronistici privilegi dell’età coloniale.
Si può arrestare questo imbarbarimento della politica solo indicando uno sbocco positivo e pacifico verso il multipolarismo. Il punto di arrivo, per lontano che sia, deve consistere nella affermazione della democrazia internazionale, cioè nella costruzione di un nuovo ordine mondiale che garantisca la libertà e l’eguaglianza di tutti i popoli e tutti gli Stati del mondo, indipendentemente dalla loro dimensione geografica e dalla loro importanza relativa: ogni popolo, come ogni individuo, ha diritto alla vita e alla convivenza pacifica con gli altri popoli della Terra. Il punto di partenza deve però consistere in una modificazione degli attuali equilibri mondiali di potere capace di avviare un processo che consolidi e dia una prospettiva a tutte le forze dell’avvenire, si trovino esse in URSS, negli USA, in Europa o nel Terzo mondo.
L’occasione del rinnovo della Convenzione di Lomé è particolarmente importante per discutere di queste prospettive. L’Europa e l’Africa sono due continenti in cerca della propria identità. Il rinnovamento dell’Europa e quello dell’Africa sono in gran parte complementari e tutto fa ritenere che una efficace cooperazione euro-africana costituisca anche l’asse portante di una riorganizzazione dell’intera politica internazionale su basi democratiche. È vero che oggi la cooperazione euro-africana è sottoposta a severe critiche. Molti giudicano inadeguata la Convenzione di Lomé e certamente, come si vedrà in seguito, essa potrà essere di molto migliorata. Ma occorre saper cogliere il nuovo, anche quando esso non è che un embrione. «Quando noi desideriamo vedere una quercia nella robustezza del suo tronco non siamo soddisfatti se al suo posto ci venga mostrata una ghianda». E non vi è dubbio che oggi la cooperazione euro-africana è solo un fragile germoglio. Per intravvedere la quercia dobbiamo sforzarci di comprendere in quale direzione Europa e Africa stanno evolvendo. Il dialogo può svilupparsi con successo quando nessuno dei due interlocutori è reticente sulla propria identità.
 
L’identità politica dell’Europa.
Il primo problema è chiarire la natura dell’unità europea. L’Europa è attualmente una entità ambigua, che si presenta a volte con una personalità unitaria sulla scena mondiale (per esempio per quanto riguarda il commercio) e a volte come un semplice aggregato di tanti punti di vista nazionali (ad esempio, nei settori della politica monetaria e della politica estera). La stessa Commissione delle Comunità europee afferma spesso che la Comunità «non è né una nazione né uno Stato». Orbene, che non sia una nazione, né che lo possa diventare, è evidente. Ma che la Comunità non sia uno Stato è una affermazione che deve essere discussa. Quando nel 1950 Jean Monnet presentò al governo francese il suo progetto per la creazione della CECA, sostenne che «questa proposta realizzerà le prime basi concrete di una federazione europea». Non si può, in verità, dare un giudizio soddisfacente sulla natura della Comunità se la si considera staticamente e non nelle sue potenzialità di sviluppo politico-istituzionale.
La storia del processo di unificazione europea mostra come il pressante bisogno di dare una risposta unitaria ai problemi della società europea abbia continuamente costretto i governi nazionali a promuovere nuove iniziative per rafforzare le istituzioni comunitarie. Appena sorta la CECA, si pose il problema della difesa comune dell’Europa. Il progetto della CED falli a causa del rifiuto francese del 30 agosto 1954, ma la grande tensione europeistica scaturita da questa impresa fu sufficiente a mettere in moto il Mercato comune europeo. Attualmente, la Comunità è in crisi perché non ha saputo andare oltre la fase dell’unione doganale. L’integrazione europea ha marciato a gonfie vele sino a che si è trattato di abbattere delle barriere doganali fra i paesi membri. Ma per avanzare ulteriormente occorre conferire alla Comunità una capacità effettiva di governo dell’economia europea e di azione nella politica internazionale.
La Comunità attuale non può più essere considerata una semplice unione doganale. Nel 1979, con l’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale, è iniziata una nuova fase del processo di unificazione europea. Da allora, oltre ai governi, anche il popolo europeo, per mezzo dei suoi legittimi rappresentanti, può diventare un attore della politica comunitaria e contribuire con la sua volontà al rafforzamento dell’Unione. E questo è in effetti ciò che è avvenuto all’interno del Parlamento europeo, che il 6 luglio 1982 ha approvato, su iniziativa di un gruppo di deputati federalisti guidati da Altiero Spinelli, un primo progetto di riforma dei Trattati con le seguenti caratteristiche fondamentali: 1. trasformazione dell’attuale Commissione in un vero e proprio governo, responsabile di fronte al Parlamento; 2. estensione delle competenze della Comunità al settore monetario e aumento dei suoi poteri di bilancio; 3. «passaggio progressivo delle azioni nazionali di cooperazione con i paesi del Terzo mondo a una vigorosa politica comune di sviluppo volta a promuovere un ordine economico mondiale più giusto»; 4. «formazione progressiva di una politica comune europea in materia di relazioni internazionali e di sicurezza». Questo progetto, nelle intenzioni del Parlamento, dovrebbe essere pronto nella sua stesura definitiva entro la fine del 1983, per essere poi sottoposto al giudizio degli elettori nel corso della prossima elezione europea del 1984. Naturalmente, per entrare in vigore, dovrà poi essere ratificato dagli Stati membri. E questa, come il precedente della CED insegna, è la fase più difficile della rivoluzionaria impresa costituente del Parlamento europeo.
In questo clima di rilancio del dibattito sull’avvenire dell’Europa, anche i governi hanno predisposto un progetto per il rafforzamento della Comunità. Il Piano Genscher-Colombo prende atto della crisi in cui versa la Comunità e propone di estendere le sue competenze dal terreno economico a quello della politica estera e della difesa. Inoltre, per quanto riguarda lo sviluppo delle istituzioni già esistenti, si auspica il passaggio alla seconda fase dello SME, cioè la creazione di una Banca europea di emissione, di un Fondo europeo di riserve e l’utilizzazione dello Scudo come moneta per i pagamenti internazionali.
In conclusione, non si può ragionevolmente sostenere che la Comunità sia una semplice confederazione di Stati. Nella storia non è mai esistita una confederazione con un Parlamento comune eletto a suffragio universale. L’attuale Comunità è uno Stato federale, con poteri e capacità esecutive debolissimi. Ma se il progetto del Parlamento europeo ed il Piano Genscher-Colombo — in larga misura complementari perché è impensabile una estensione delle competenze dell’Unione senza un rafforzamento delle sue capacità di governo — verranno realizzati, la capacità di azione della Comunità sarà finalmente adeguata alle attuali sfide della politica internazionale. Non solo essa sarà messa in grado di predisporre efficaci piani di rilancio dell’economia europea, ma con una moneta europea più forte del dollaro sui mercati finanziari internazionali (non solo le riserve in oro dell’Europa sono maggiori di quelle degli USA, ma anche la quota del commercio estero europeo è molto più rilevante di quella statunitense), la capacità per l’Europa di agire sulla scena internazionale sarà enormemente accresciuta. Ecco perché anche se il problema di una difesa comune europea non troverà subito una soluzione, sembra legittimo affermare che nel prossimo futuro la Comunità europea potrà portare un contributo decisivo al superamento della divisione del mondo in blocchi contrapposti e alla costruzione di un nuovo ordine internazionale di giustizia e di pace.
 
L’identità politica dell’Africa.
Se la ricerca dell’identità politica dell’Europa pone problemi, difficoltà ancora maggiori presenta l’identificazione di una identità politica per l’Africa. È noto come si sia cominciato a parlare di panafricanismo già verso la fine del secolo scorso. Ma l’idea vaga di una comunità di destino di tutti i popoli del Continente nero assunse una precisa connotazione politica solo nella fase delle lotte di emancipazione nazionale. Nel momento in cui ci si pose sul fronte della indipendenza e della libertà, non divenne più possibile ignorare la questione dei rapporti fra gli stessi Stati africani e del loro ruolo nel mondo. Fu allora evidente che solo unita l’Africa avrebbe potuto occupare, per la ricchezza del suo potenziale di risorse naturali ed umane, una posizione di rilievo nel mondo, a fianco delle altre potenze continentali, come l’URSS e gli USA.
La storia del processo che condusse alle prime forme di unità africana è forse ancora più ricca e complessa di quella che riguarda l’Europa. Ma ciò che più importa qui sottolineare sono le contingenti motivazioni politiche che spinsero i primi 30 Stati indipendenti dell’Africa a fondare ad Addis Abeba nel 1963 l’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA). Ad Addis Abeba si scontrarono una corrente federalista, che puntava alla costituzione di un vero governo panafricano, con poteri effettivi di politica estera, di difesa e di controllo dell’economia, ed una corrente confederalista, che si accontentava di forme molto più modeste di unione, tali in ogni caso da salvaguardare la sovranità assoluta degli Stati partecipanti. Vinse la corrente confederalista. L’OUA consiste infatti nella istituzionalizzazione di conferenze al vertice coordinate da un segretariato permanente. Le ragioni di questa scelta si possono comprendere. Nell’esaminare il dibattito e le motivazioni politiche che portarono alla fondazione dell’OUA, lo storico Ki-Zerbo afferma ad un certo punto che «il concetto di unità africana venne precisato nel senso che non si trattava di una unità a qualunque prezzo e per chiunque, ma piuttosto di un raggruppamento antimperialista, per la pace mondiale, in vista della liberazione e del progresso politico ed economico dell’Africa sotto una guida politica sola».[1] In sostanza, l’OUA sotto l’aspetto simbolico ha certamente rappresentato per gli africani l’incarnazione degli ideali dell’unità africana, ma sotto l’aspetto operativo ed istituzionale è servita ad organizzare più modestamente un minimo di unità negativa contro gli ultimi residui del colonialismo europeo e mondiale. E poiché nella situazione internazionale del secondo dopoguerra il colonialismo poteva considerarsi storicamente battuto ed in ritirata su tutti i fronti, una semplice coalizione degli Stati africani era sufficiente a garantire il raggiungimento dell’obiettivo.
Oggi, a venti anni di distanza, le motivazioni che hanno costituito le ragioni ed il cemento unificatore dell’OUA sono venute a mancare in gran parte. La lotta contro l’ultimo vergognoso baluardo del razzismo riguarda ormai gli «Stati della linea del fronte», non l’OUA nel suo complesso. Inoltre, nel momento in cui si è dovuto affrontare un problema solamente africano — e risolvibile dagli africani — come quello dello status giuridico del popolo sahroui, l’OUA si è spaccata in due «partiti» contrapposti, come è prima o poi inevitabile se l’unione si fonda solo sulla momentanea convergenza delle ragion di Stato e non su motivazioni più profonde e patti più vincolanti. In un mondo che scivola sempre più velocemente verso il disordine e l’anarchia internazionale, la disgregazione delle prime forme di unità africana può pericolosamente incoraggiare l’arrembaggio dei paesi più prepotenti e spregiudicati alle ricchezze di un’Africa divisa e indebolita.
Per queste ragioni, è forse venuto il momento che tutte le forze sinceramente progressiste ricomincino a riflettere sulla natura e sul futuro dell’unità africana. E poiché i federalisti europei si considerano parte integrante di queste forze — anche se il loro terreno di lotta contingente è il continente europeo — chiedo scusa agli amici africani se mi permetto di proporre loro qualche riflessione sull’avvenire dell’unità africana. Forse queste proposte sembreranno avventate, ma non si pensa il futuro senza correre il rischio di commettere errori.
La crisi dell’OUA, al di là del problema occasionale dello status giuridico del popolo sahroui, è un segno importante di svolta nella storia dell’unità africana. L’unità negativa, l’unità contro le forze internazionali dell’imperialismo, non è più una ragione di vita sufficiente. Occorre progettare e realizzare una unità positiva, una unità per un obiettivo interno che, nella misura in cui viene realizzato, faccia convergere progressivamente intorno alle istituzioni comuni africane il consenso delle forze politiche progressiste e delle masse popolari. Questo obiettivo, non credo ci siano molti dubbi in proposito, è lo sviluppo economico-sociale dell’Africa. A questo proposito, bisogna riconoscere che l’OUA si è già incamminata con preveggenza in questa direzione. Un osservatore esterno non può non restare stupito di fronte alla chiarezza e alla competenza con cui sono formulate le strategie di sviluppo per l’Africa nel Piano d’Azione di Lagos.[2] Queste sono certamente le politiche che, se realizzate, consentiranno un futuro di dignità e di benessere alle giovani generazioni dell’Africa indipendente. Tuttavia, l’osservatore esterno non può trattenersi dal denunciare la propria delusione nel constatare: a) che l’obiettivo principale del piano, cioè la creazione di una Comunità economica africana, non viene proposto per l’immediato, ma al termine di un lungo e difficile processo di integrazione. I capi di Stato e di Governo riaffermano infatti nell’Atto finale il loro impegno «di creare prima dell’anno 2000, sulla base di un Trattato da stipulare, una Comunità economica africana al fine di assicurare l’integrazione economica, culturale e sociale del nostro continente»; b) che la costituzione di questa Comunità economica non prevede alcuna moneta comune, ma tutt’al più «l’armonizzazione delle politiche finanziarie e monetarie». Orbene, a me sembra che questa procedura vada contro l’insegnamento della storia e sia tale da non consentire di realizzare nemmeno gli obiettivi secondari del Piano d’Azione di Lagos. L’esperienza del Mercato comune europeo è eloquente. Quando nel 1957 vennero sottoscritti i Trattati di Roma non si ebbe il coraggio di affrontare il problema di una moneta comune. Ciò nonostante il Mercato comune poté funzionare, e con molto successo in una prima fase, perché di fatto la moneta europea era costituita dal dollaro. Ma quando verso la fine degli anni ‘60 cominciarono le fluttuazioni delle monete, rese poi permanenti dalla fine della convertibilità del dollaro nel 1971, il Mercato comune entrò in una crisi gravissima, perché non è ovviamente concepibile un mercato se i prezzi delle materie prime e delle merci mutano in modo assolutamente caotico di giorno in giorno sulle differenti piazze. Per questo si sta rafforzando sempre più in Europa l’opinione che la moneta europea è indispensabile per salvare l’unità del mercato europeo.
Per l’Africa una moneta unica è ancora più indispensabile. In Europa si trattava di integrare un mercato e una capacità produttiva che in larga misura esistevano di già. Ma nel continente africano bisogna sviluppare un potenziale produttivo agricolo ed industriale che attualmente esiste solo allo stato latente. Senza una oculata politica del credito e senza una pianificazione continentale degli investimenti produttivi lo sviluppo economico dell’Africa è impossibile. Rinunciare alla moneta africana significa accettare la subordinazione dello sviluppo africano alle forze della finanza internazionale. Un valente economista africano, Tchundjang Pouemi, ha scritto un libro,[3] dal significativo sottotitolo La répression monétaire de l’Afrique, in cui dimostra con argomentazioni molto convincenti come l’attuale dipendenza monetaria dell’Africa sia un ostacolo di primaria importanza al suo sviluppo economico. È necessario mettere nelle mani di un potere africano indipendente il controllo della politica monetaria africana. E questo risultato è impossibile senza un rafforzamento istituzionale dell’unità africana. Le scappatoie nazionali sono una mera illusione. Nessuno Stato africano è in grado di difendere la parità di una propria moneta sul mercato finanziario internazionale. La soluzione nazionale conduce inevitabilmente all’inflazione galoppante e ad una ancor più accentuata dipendenza economico-monetaria dall’estero. Non vi sono alternative all’unità africana. Venti anni fa, Kwuame Nkrumah scriveva: «In Africa abbiamo innumerevoli risorse agricole, minerarie ed idriche. Queste ricchezze pressoché favolose possono essere pienamente sfruttate e utilizzate nell’interesse dell’Africa e del popolo africano, solamente se verranno gestite dal Governo dell’Unione degli Stati africani. Questo governo dovrà gestire una moneta comune, una zona monetaria e una banca centrale di emissione. I vantaggi di questi accordi finanziari e monetari saranno inestimabili, poiché le transazioni monetarie fra i nostri numerosi Stati saranno facilitate e si accelererà certamente lo sviluppo dell’attività finanziaria. Una banca centrale di emissione è una necessità ineliminabile al fine di riorientare l’economia africana e sottrarla al controllo straniero».[4] Forse è venuto il momento di passare dalle parole ai fatti. Chi vuole lo sviluppo dell’Africa deve volere anche la sua unità monetaria e politica.
 
Il futuro della cooperazione economica euro-africana.
Una volta chiarita la natura e le potenzialità dell’interlocutore europeo e di quello africano, diventa molto più semplice formulare un giudizio sul Memorandum[5] preparato dalla Commissione delle Comunità europee in occasione del rinnovo della Convenzione di Lomé. Se consideriamo l’Europa e l’Africa come entità statiche, così come appaiono oggi sulla scena internazionale, non vi è dubbio che le prudenti proposte della Commissione si debbano considerare soddisfacenti. Ma se teniamo presenti le possibilità di rafforzamento istituzionale dell’unità europea e di quella africana, possiamo avanzare qualche osservazione di rilievo.
 
1. In primo luogo, nell’attuale Convenzione di Lomé i due interlocutori non sono ancora posti sul medesimo piano. È vero che sono state create, a differenza di altri accordi di cooperazione, delle istituzioni comuni euro-africane — fra cui è molto importante l’Assemblea consultiva parlamentare — per decidere le linee fondamentali e gestire la politica di cooperazione. Ma al di là del problema giuridico, ne esiste uno sostanziale. Le istituzioni comuni possono svolgere correttamente la funzione di definire le linee della cooperazione euro-africana a patto che un piano africano di sviluppo esista ed esista una volontà africana di realizzarlo. Ma sotto questo aspetto la cooperazione euro-africana è zoppa e l’Europa gioca una parte di gran lunga predominante perché, come si è appena detto, una Comunità economica africana non esiste ancora. In verità, la Convenzione di Lomé dovrebbe rappresentare uno degli strumenti fondamentali della realizzazione del Piano di Azione di Lagos. È evidente che la cooperazione euro-africana non deve entrare in contraddizione con le grandi priorità di sviluppo definite dagli stessi africani. Ma qui si manifesta tangibilmente a quali conseguenze nefaste conduca la mancanza di un governo unitario dell’economia africana. In sua vece, gli interlocutori dell’Europa diventano i singoli Stati africani. Nel Memorandum si dice esplicitamente che «saranno i governi dei paesi beneficiari dell’aiuto della Comunità a determinare sovranamente le loro priorità, a definire l’impiego delle proprie risorse e dei mezzi che la Comunità mette contrattualmente a loro disposizione».[6] Le conseguenze di questo rapporto bilaterale fra Comunità e singoli paesi africani — che si traduce operativamente nelle procedure applicate dal Fondo europeo di sviluppo — conducono ad un rovesciamento dell’ordine di priorità fissato dal Piano d’Azione di Lagos. È chiaro che una somma di progetti nazionali non produrrà mai alcun progetto africano coerente e che di fronte ad una serie di proposte alternative l’opinione della Comunità finirà col risultare decisiva, così che la pianificazione dello sviluppo africano finisce con l’essere fatta dall’Europa. Naturalmente non si può porre un rimedio a questo «rapporto ineguale» sino a che non si metteranno in funzione delle reali strutture di governo dell’economia africana. Una politica già praticabile a breve scadenza — ma certamente non sostitutiva dell’unità africana — potrebbe consistere nel favorire la partecipazione, come interlocutori dell’Europa nella formulazione ed esecuzione dei piani di sviluppo, di entità regionali, come la CEDEAO, il cui rafforzamento viene indicato nel Piano d’Azione di Lagos come un obiettivo intermedio nella strategia per la creazione della Comunità economica africana.
 
2. La seconda importante questione riguarda i rapporti monetari. Nella Convenzione di Lomé essi sono affrontati in via indiretta: al posto di garantire la stabilità monetaria, e dunque dei terms of trade, si è preferito cercare di mantenere stabili i guadagni dei produttori. Si è così creato prima lo Stabex, poi il Sysmin e ora si pone l’esigenza di una loro estensione e di un loro rafforzamento. Questi meccanismi risulterebbero utili e necessari anche in assenza di problemi di cambio. Ma dovrebbe risultare chiaro che essi potrebbero svolgere con maggiore efficacia la loro funzione di garantire un livello minimo di reddito ai produttori nel caso in cui venisse eliminata ogni componente puramente monetaria delle variazioni di prezzo. Una cooperazione monetaria efficace diventa inoltre quanto mai urgente in una situazione in cui la fluttuazione ha già creato vistosi sconquassi nell’economia mondiale. Il passaggio alla seconda tappa dello SME con l’emissione dello Scudo come moneta internazionale comporterà in ogni caso una revisione degli attuali accordi fra monete europee e monete africane. Si dovrebbe allora cogliere l’occasione per mettere i rapporti monetari euro-africani al riparo da ogni possibile critica di «neocolonialismo». La soluzione più ovvia dovrebbe consistere nella creazione di uno SMEA (Sistema monetario euro-africano) in cui siano previste e rese operanti delle procedure per mantenere stabili i rapporti fra moneta europea e moneta africana (o, in una fase transitoria, di un sistema monetario africano). In questo modo si risolverebbero una quantità di problemi: non solo quello della stabilità dei prezzi, dei terms of trade e degli introiti, ma anche quello, più importante, del ruolo autonomo e indipendente dell’Africa e dell’Europa nel mondo.
 
3. Infine, va affrontata con coraggio e senza ipocrisie la questione degli aiuti comunitari all’Africa. A questo proposito occorre subito dire che le proposte della Commissione delle Comunità europee sono assolutamente inadeguate. Infatti la Commissione «propone che la Comunità si prefigga di destinare all’aiuto comunitario per lo sviluppo l’1 per mille (attualmente è lo 0,5 per mille) del PNL della Comunità, obiettivo da realizzare gradualmente nel corso dei prossimi dieci anni. A tale orizzonte, la parte dell’aiuto comunitario nello sforzo complessivo d’aiuto degli Stati membri passerebbe dal 10% (livello del 1980) al 14% qualora gli Stati membri raggiungessero collettivamente l’obiettivo dello 0,7% (attualmente è lo 0,5% del PNL)».[7]
Vediamo ora di commisurare questo obiettivo, giudicato dalla Commissione «ambizioso ma non utopistico», alle reali esigenze di sviluppo dell’Africa. La situazione socio-economica dell’Africa è già sufficientemente nota, ma conviene citare qualche dato statistico oggettivo. La stessa Commissione riconosce che «nell’ultimo decennio i paesi poveri dell’Africa hanno registrato una diminuzione del reddito pro-capite dello 0,4% l’anno». Questo basta, mi sembra, per capire che la quantità di aiuti promessa per il prossimo decennio — anche nell’ipotesi che gli aiuti nazionali non diminuiscano — non modificherà per nulla la situazione. Questo giudizio sommario viene confermato da un rapporto, più analitico, della Banca mondiale. «Dall’analisi contenuta nel Rapporto si deduce che se l’aiuto raddoppiasse in valore reale entro la fine degli anni ’80… l’Africa potrebbe sperimentare un tasso di crescita per abitante di circa il 2,5% annuo in media per il resto del decennio. Per converso, se la situazione attuale non si modifica, il tasso globale di crescita per abitante sarà nullo o negativo e certi paesi correranno persino il rischio di cadute particolarmente brutali dei loro tassi di crescita».[8]
Queste previsioni sono già per conto loro abbastanza impressionanti, ma va purtroppo aggiunto che persino una crescita modesta del 2,5% nel prossimo decennio non è sufficiente per far colmare all’Africa il divario che la separa dai paesi più ricchi. Bisogna avere il coraggio di affrontare la realtà. L’economista W. Leontief ha calcolato[9] che se vogliamo ridurre del 50% nel 2000 il divario fra il reddito dei paesi sviluppati e quello dei paesi sottosviluppati, è necessario che la quantità di aiuti dei primi ai secondi passi al 3,1 % del loro PNL (in questa prospettiva, il 75% delle importazioni delle regioni povere potrebbe essere finanziata con crediti a lunghissima scadenza).
Se questi calcoli sono corretti — e l’autorità da cui provengono lascia supporre che lo siano — allora non si possono più nascondere le responsabilità dell’Europa per il mancato sviluppo dell’Africa. Occorre lanciare nella Comunità un grande dibattito per suscitare la solidarietà con i popoli del Terzo mondo e per tradurre questi sentimenti — che in larga parte già si manifestano nel popolo europeo — in efficaci piani d’azione. Il Parlamento europeo è già sulla buona via. Le proposte di riforma istituzionale approvate il 6 luglio 1982 prevedono il progressivo trasferimento alla Comunità delle politiche nazionali di aiuti. Questa riforma certamente potenzierà la capacità complessiva dell’Europa nel settore della cooperazione per lo sviluppo, ma non basta. La dimensione quantitativa del problema non deve essere sottovalutata. Anche a questo proposito, segni incoraggianti non mancano. Molti deputati europei hanno lanciato la parola d’ordine di «un piano Marshall europeo per l’Africa». Sussiste tuttavia il pericolo che le forze favorevoli alla battaglia per una maggiore giustizia internazionale non riescano a concentrare i loro sforzi in una strategia efficace. Per questo, risulterà probabilmente decisiva la creazione dell’unione monetaria europea, perché solo un accresciuto potere dell’Europa nell’economia mondiale potrà consentirle di affrontare, con strumenti adeguati, il finanziamento di un piano di solidarietà per il Terzo mondo.
 
5. La cooperazione euro-africana e la democrazia internazionale.
Si potrebbe obiettare alle proposte appena fatte che esse privilegiano eccessivamente gli aspetti economici della cooperazione e lasciano in ombra altri non meno importanti settori, come quello della sicurezza. La questione è decisiva, perché in un mondo in cui la guerra, o la minaccia di guerra, diventano sempre più gli aspetti dominanti della politica internazionale, non sembra che resti un margine molto ampio per il dialogo Nord-Sud.
La risposta non è semplice, ma non bisogna prima di tutto commettere l’errore di sopravvalutare l’importanza dei fattori militari nella politica internazionale. Le due superpotenze, mentre continuano ad ammassare armamenti, perdono prestigio e capacità di leadership di fronte ad un mondo che reclama pace, solidarietà e libertà. La politica concerne l’azione umana nella sua totalità e, nel mondo attuale, l’emancipazione dal bisogno per gran parte dell’umanità significa la conquista della dignità umana e della libertà, senza contare che anche i rapporti economici fanno parte della politica della sicurezza (si pensi all’approvvigionamento di materie prime importanti). La cooperazione euro-africana su basi rinnovate darebbe un contributo decisivo al rovesciamento dell’attuale tendenza verso l’anarchia internazionale. La realizzazione dello SMEA muterebbe radicalmente gli attuali equilibri mondiali di potere. L’area del mondo interessata alla cooperazione monetaria euro-africana rappresenta grosso modo il 35% del commercio mondiale (se includiamo anche i paesi arabi, le cui esportazioni si dirigono prevalentemente verso l’Europa). Sarebbero dunque poste, con lo SMEA, le basi per una salutare riforma del sistema monetario internazionale. Una moneta mondiale, gestita da una autorità responsabile democraticamente verso tutti i paesi della comunità internazionale, è ormai indispensabile per consentire un corretto funzionamento dell’economia mondiale. Ma è impossibile fare sostanziali progressi in questa direzione senza prima creare grandi aree continentali di stabilità monetaria, liberando il dollaro dalla sua attuale funzione di moneta-egemone, che non è più in grado di svolgere. Il multipolarismo monetario è la prima concretizzazione del multipolarismo politico.
Ma non si tratta solo di questo. Le speranze di mutamento e di progresso, che oggi vengono suscitate ad ogni solenne apertura di qualche conferenza internazionale dedicata al dialogo Nord-Sud per poi venire sistematicamente deluse alla sua chiusura, troverebbero nella cooperazione euro-africana un solido punto di riferimento per estendere al mondo intero la realizzazione dei primi principi di giustizia internazionale già alla base dei rapporti fra i due continenti. È questo fattore politico-culturale che è decisivo introdurre in un mondo ormai senza speranze e che viene continuamente ignorato dai cosiddetti realisti, che escludono dal mondo degli uomini proprio ciò che più li rende tali: l’aspirazione ad un futuro migliore e la volontà di modificare la loro condizione presente. La nostra è un’epoca rivoluzionaria. Una fase della storia mondiale si è chiusa con la fine della seconda guerra mondiale e la lotta vittoriosa dei movimenti anticolonialisti. Oggi siamo di fronte al compito grandioso di costruire il mondo dell’interdipendenza pacifica di tutti i popoli liberi ed eguali. Ma per costruirlo occorre avere il coraggio di abbandonare i miti del passato, anche se sono talmente radicati nella nostra società da sembrare verità eterne. Uno di questi miti è quello della sovranità nazionale, che viene concepita per ogni Stato come esclusiva ed assoluta. La politica internazionale si riduce così allo scontro fra Stati sovrani, ciascuno geloso dei propri privilegi e deciso a far prevalere, anche con la forza delle armi, la difesa dei propri interessi. È evidente che questa concezione della politica estera è in radicale opposizione con ogni idea di cooperazione, di eguaglianza e di giustizia fra i popoli. L’ideologia della sovranità assoluta trova la sua giustificazione più seria nell’idea che essa sia indispensabile per garantire l’indipendenza di un popolo. Ma questo non è vero. Secondo i federalisti è necessario cominciare a denunciare «la convinzione errata secondo la quale l’indipendenza delle nazioni coinciderebbe con l’eguaglianza fra le nazioni. L’indipendenza nazionale è una fase necessaria dello sviluppo storico, e realizza lo scopo di affidare gli Stati ai popoli; ma una volta acquisita essa riflette, e non corregge, la diseguaglianza fra le nazioni che può essere superata solo affidando alla democrazia anche i rapporti fra le nazioni. Bisogna dunque tener presente che la diseguaglianza fra le nazioni è molto più grande, e più inumana, della diseguaglianza fra le classi che ancora persistono nell’ambito delle nazioni più industrializzate».[10]
Il consolidamento dell’unità europea, le prime forme di unità africana e un’efficace cooperazione euro-africana costituirebbero per il mondo intero l’affermazione più evidente che la democrazia internazionale non è un’utopia. Non bisogna nasconderci che questo obiettivo non è facile e forti saranno le resistenze di tutte le forze che traggono la loro ragione di vita dalla conservazione dello status quo (lobbies economico-finanziarie, imprese multinazionali, corporazioni, ecc.). Ma l’esperienza dell’unificazione europea dimostra che risultati consistenti possono essere conseguiti ancor prima che il processo giunga al suo compimento. Senza l’avvio dell’esperienza comunitaria la fase della decolonizzazione avrebbe trovato molte più resistenze in Europa e, in ogni caso, senza un polo europeo autonomo il dialogo Nord-Sud avrebbe marciato al passo imposto dal governo russo-americano (oggi, pertanto, non avremmo nemmeno la Convenzione di Lomé). Analoghe considerazioni devono essere fatte per la sconfitta dei regimi fascisti e l’avanzata della democrazia nei paesi rivieraschi del Mediterraneo. Anche in questo caso il polo comunitario ha esercitato una benefica influenza. Per queste ragioni non bisogna rinviare ulteriormente la ripresa della lotta per l’unità africana. Essa avrà come risultato immediato e certo di cominciare a formare una classe politica capace di guardare al di là dei particolarismi nazionali e di elaborare progetti che si propongono come bene supremo la prosperità di tutti gli africani e la loro partecipazione, su un piede di parità, alla società mondiale. Battersi per l’unità africana significa costruire le istituzioni che renderanno effettiva l’indipendenza, oggi solo nominale, dell’Africa e le consentiranno di partecipare alla pari con le altre potenze continentali alle grandi decisioni della politica internazionale.
Certo un giorno si porrà esplicitamente anche il problema della sicurezza. L’Europa è oggi angosciata dalla possibilità che una guerra nucleare provocata dalle due superpotenze si scateni proprio sul suo territorio e l’Africa non può più ignorare che una somma, ancora superiore alle risorse impiegate nei piani di sviluppo, viene spesa dai suoi governi per l’acquisto di armi. La guerra è nemica dello sviluppo e della democrazia, perché dove domina la ragion militare prima o poi il potere civile soccombe di fronte alla dittatura delle armi. Chi vuole l’emancipazione dei popoli non può dunque ignorare i problemi della sicurezza.
Oggi non è ancora possibile prevedere se matureranno le condizioni per un sistema collettivo di sicurezza euro-africano. Ma si può certamente prevedere sin da ora che il bisogno di pace dell’Europa e le esigenze di sicurezza dell’Africa (così come di ogni altro paese non-allineato) impongono la messa in atto di una strategia per il rafforzamento dei poteri di governo dell’ONU, sottraendolo al controllo quasi esclusivo delle due superpotenze. Una volta iniziato il cammino per la realizzazione della democrazia internazionale non dobbiamo temere di compierlo sino in fondo. L’eguaglianza fra tutti i popoli della Terra e la pace universale saranno impossibili sino a che non esisterà un governo mondiale democratico capace di far rispettare il diritto internazionale. Solo allora potrà dirsi conclusa la lotta contro l’imperialismo e la politica di potenza che i popoli africani hanno saputo iniziare nell’epoca gloriosa dell’emancipazione coloniale.


* Si tratta del testo dell’intervento al Convegno internazionale su: «Les Conventions de Lomé: Fondements, Applications Pratiques et Perspectives», organizzato a Lomé (Togo) dal 15 al 20 novembre 1982 dal Club d’Afrique, dalla Comunità economica europea e dall’Association des Universités Africaines.
[1] Joseph Ki-Zerbo, Histoire de l’Afrique noire. D’hier à demain, Hatier, Paris, 1972; Ch. XIII, III; trad. it. Storia dell’Africa nera, Einaudi, Torino, 1977, p. 833.
[2] Organisation de l’Unité Africaine, Plan d’Action de Lagos pour le développement économique de l’Afrique 1980-2000, Genève, 1981.
[3] Joseph Tchumdjang Pouemi, Monnaie, Servitude et Liberté. La répression monétaire de l’Afrique, Edition J.A. (Editions Conseil), Saint-Armand-Montrond (Cher), 1981.
[4] Kwame Nkrumah, Africa must unite, Heinemann, London, 1963, p. 220. Trad. it. in Guido Montani, Il Terzo mondo e l’Unità europea, Guida, Napoli, 1979, pp. 131-2.
[5] Commissione delle Comunità europee, Memorandum sulla politica comunitaria di sviluppo, Com (82) 640 def, Bruxelles, 7 ottobre 1981.
[6] Ibidem, p. 20.
[7] Ibidem, p. 42.
[8] Banque mondiale, Le développement accéléré en Afrique au sud du Sahara. Programme indicatif d’action, Washington, 1981, pp. 8-9.
[9] W. Leontief, “The World Economy of the Year 2000”, Scientific American, September 1980.
[10] Mario Albertini, Rapporto al X Congresso dell’Unione europea dei federalisti, Strasburgo, 14-16 marzo 1980. Pubblicato su Il Federalista, n. 3, 1980, col titolo «Politica e cultura nella prospettiva del federalismo».

 

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