Anno XXII, 1980, Numero 4, Pagina 238

 

 

L’imperialismo
 
SERGIO PISTONE
 
 
1. — Introduzione.
Se i fenomeni che vengono usualmente collegati all’espressione «imperialismo» — l’estensione violenta da parte degli Stati o di sistemi politici analoghi dell’ambito territoriale della loro influenza o del loro potere diretto e le forme di sfruttamento economico a danno degli Stati o popoli soggiogati che sono normalmente connesse con questi fenomeni — si sono manifestati, con forme e modalità diverse, in ogni epoca della storia, tale espressione è invece relativamente recente (B. Semmel ritiene che essa si sia affermata originariamente negli anni settanta nell’Inghilterra vittoriana per designare la politica di Disraeli mirante a rafforzare l’unità degli Stati autonomi dell’impero, a creare cioè l’imperial federation) e solo verso la fine del secolo ha preso avvio lo studio sistematico di tale complesso di fenomeni, cioè sono emerse le prime teorie dell’imperialismo, dando vita a un filone di analisi, che non ha cessato di svilupparsi in quantità e in qualità fino ad oggi. Ciò dipende evidentemente dal fatto che negli ultimi decenni dell’ottocento (in particolare dopo il completamento delle unificazioni italiana e tedesca nel 1870) si è aperta una fase storica caratterizzata da una particolare intensità e qualità dei fenomeni imperialistici. In effetti, fra il 1870 e lo scoppio della prima guerra mondiale si è verificata la spartizione pressoché completa fra gli Stati europei dell’Africa e l’occupazione (cui hanno partecipato anche il Giappone e, in misura più limitata, gli USA) di vasti territori dell’Asia, o la loro subordinazione all’influenza europea (Cina, Persia, impero ottomano). Conclusasi questa fase, si è assistito, fra il 1914 e il 1945, allo scatenarsi dell’imperialismo particolarmente aggressivo della Germania, che per ben due volte ha cercato di realizzare la propria egemonia sull’Europa, del Giappone, che ha cercato di fare altrettanto in Asia, dell’Italia fascista, che ha occupato l’ultimo importante territorio indipendente in Africa (l’Etiopia) e cercato di attuare, in una posizione di alleanza subordinata con la Germania nazista, un più limitato disegno egemonico nell’area del Mediterraneo. Dopo il 1945 si è esaurita la spinta imperialistica degli Stati europei e del Giappone e si è verificato il processo di decolonizzazione, ma il fenomeno dell’imperialismo ha continuato a manifestarsi, ovviamente in forme diverse, sia nei rapporti egemonici instauratisi fra le due superpotenze e gli Stati del loro blocco, sia nella politica neocolonialista praticata soprattutto dagli USA (e, in minor misura, anche dalle altre potenze capitalistiche).
Da qui appunto l’emergere e lo svilupparsi del vasto filone culturale rappresentato dalle teorie dell’imperialismo, le quali hanno per oggetto essenzialmente i fenomeni imperialistici di quest’epoca, pur non escludendo in molti casi il confronto con altre epoche o, in taluni casi, il tentativo di elaborare teorie più generali, relative cioè ai fenomeni imperialistici di ogni epoca. Alla radice di questo fatto c’è però anche, a nostro avviso, l’emergere di un atteggiamento di critica e di rifiuto dell’imperialismo, che si diffonde sempre più, anche nei paesi imperialistici, su scala mondiale (in corrispondenza al fatto che con l’espansione imperialistica europea tutto il mondo si trasforma per la prima volta in un sistema interdipendente), e che ha il suo fondamento in ultima analisi nel fatto che l’imperialismo è sentito come contraddittorio rispetto al principio dell’autodeterminazione nazionale affermato dalla rivoluzione francese e ribadito dalla rivoluzione sovietica. Ed è in effetti significativo che le teorie dell’imperialismo siano in grande maggioranza orientate da un punto di vista contrario all’imperialismo, e che la stessa espressione «imperialismo» sia venuta ben presto acquistando, dopo essere emersa con un significato positivo, un significato generalmente negativo — interrompendo in tal modo una tradizione storica in cui l’espressione «impero», da cui deriva quella «imperialismo», aveva anche un significato positivo, essendo intesa (come emerge ad esempio nel De monarchia di Dante Alighieri) come sinonimo di pace internazionale.
Ciò precisato; si procederà ora ad individuare i punti essenziali delle principali teorie dell’imperialismo, le quali vengono raggruppate in quattro filoni principali: le teorie di ispirazione marxista, che fino a tempi recenti sono state di gran lunga le più diffuse; l’orientamento socialdemocratico, inteso come l’orientamento che si distingue sia dal liberalismo, sia dal marxismo rivoluzionario; l’interpretazione liberale; l’interpretazione fondata sulla teoria della ragion di Stato.
 
2. — Le principali teorie marxiste dell’imperialismo.
A questo proposito occorre anzitutto precisare che non si trova nelle opere di Marx una specifica teoria dell’imperialismo, né quindi un impiego di tale termine nella sua accezione moderna, e che sono rinvenibili solo alcuni accenni piuttosto generali al problema nei suoi scritti sul colonialismo. Il suo fondamentale contributo allo studio dell’imperialismo deve essere perciò ravvisato nella teoria circa le contraddizioni del capitalismo moderno (in particolare la caduta tendenziale del saggio di profitto e il problema della realizzazione del plusvalore, considerati fattori centrali del processo storico contemporaneo destinato a sboccare nella rivoluzione socialista), alla quale si sono più o meno fedelmente riallacciati i suoi seguaci che hanno elaborato le varie teorie marxiste dell’imperialismo. Queste infatti, pur divergendo anche nettamente fra di loro nell’individuare lo specifico o gli specifici aspetti contraddittori del sistema produttivo capitalistico che producono l’imperialismo, sostengono concordemente che, nel periodo del pieno sviluppo di tale sistema che inizia appunto negli ultimi decenni dell’ottocento, tutte le forme di violenza internazionale sono originate in ultima analisi o in modo preminente dalle contraddizioni strutturali del capitalismo, il quale in questo periodo giunge a strumentalizzare in modo sempre più efficace lo Stato ai propri fini. D’altra parte l’imperialismo appare lo strumento fondamentale per affrontare, esportandole sul piano internazionale — attraverso lo sfruttamento di altri popoli e la possibilità, con ciò connessa, di fare delle concessioni alla classe operaia delle metropoli capitaliste — le contraddizioni del capitalismo e quindi per prolungare la sua sopravvivenza. Strettamente legata a queste tesi è la convinzione che l’eliminazione dei fenomeni dell’imperialismo e della guerra è possibile solo tramite il superamento del capitalismo e che, d’altra parte, ciò è reso possibile dalle crisi profonde e potenzialmente rivoluzionarie che il capitalismo tende immancabilmente a produrre proprio in conseguenza delle sue manifestazioni imperialistiche.
Le teorie marxiste più importanti dell’imperialismo sono quelle di Rosa Luxemburg e di Lenin. In questo dopoguerra è emersa una nuova importante interpretazione dovuta ai marxisti americani Baran e Sweezy. Da quest’ultima corrente è emerso, oltre che il più importante contributo marxista all’analisi dei fenomeni del neocolonialismo e del sottosviluppo, anche un tentativo importante di fornire una spiegazione in termini marxisti dell’imperialismo sovietico.
 
2 a. — La teoria del sottoconsumo.
La spiegazione dell’imperialismo formulata da R. Luxemburg si fonda sull’inserimento nell’ambito dell’impostazione marxista della teoria del sottoconsumo elaborata in precedenza al di fuori di tale orientamento teorico ad opera soprattutto di Malthus, Sismondi, Rodbertus e Hobson, e che può trovare un aggancio, sia pure con una certa forzatura, con le tesi di Marx a proposito del problema della realizzazione del plusvalore. Si può riassumere la teoria del sottoconsumo nella versione della Luxemburg dicendo che, poiché la classe lavoratrice ha inevitabilmente un basso potere di acquisto, essendo tenuta ad un livello di vita miserevole in conseguenza delle leggi oggettive dell’accumulazione capitalistica, è indispensabile, perché possa essere assorbita tutta la produzione corrente, l’esistenza di una «terza persona», di un compratore esterno al sistema capitalistico. In sostanza, ci deve essere un mondo non capitalistico a fianco di quello capitalistico, affinché il funzionamento di quest’ultimo non si inceppi. Nei primi stadi dello sviluppo capitalistico la terza persona può essere fornita dall’economia rurale che ancora vive a fianco di quella capitalistica. Ma in uno stadio successivo, in conseguenza della trasformazione in senso capitalistico di tale settore, i mercati interni non bastano più e diventano indispensabili mercati esterni di sbocco della produzione, che vengono acquisiti con la conquista delle colonie. Poiché le aree da sfruttare sono limitate, prima o poi i conflitti diventano inevitabili, come inevitabile sarà la catastrofe finale del sistema capitalistico quando anche i mercati esteri non basteranno più.
 
2 b. — La teoria leninista dell’imperialismo.
La teoria marxista più comunemente accettata non è quella del sottoconsumo, bensì quella più ortodossa di Lenin. L’ipotesi centrale della teoria di Lenin non poggia sull’impoverimento del proletariato e sulla sua incapacità di consumare, ma riguarda invece la caduta tendenziale del tasso di profitto. La finanza monopolistica, negli stadi più avanzati del capitalismo, è costretta a sfruttare il mercato mondiale entrando in conflitto con altri gruppi finanziari che tentano di fare altrettanto perché i profitti conseguiti sul mercato interno tendono a scomparire. La caduta del tasso di profitto, nella teoria marxista, è grosso modo spiegata dalla crescente concorrenza fra i capitalisti. Questa legge del mercato li costringe a investire grossi capitali in macchinari sempre più perfezionati per battere la concorrenza. Ma se questa risponde alla sfida, ben presto queste nuove macchine saranno obsolete e sarà necessario il loro rinnovo se non si vuole essere battuti. Questa lotta senza tregua sottrae profitti ai capitalisti e qualche volta può portare ad un aumento temporaneo del tasso di salario, poiché i capitalisti sono disposti a pagare di più i lavoratori per accaparrarseli. Inoltre, a più lungo termine (ma questo aspetto dell’analisi di Marx non viene esplicitamente ripreso da Lenin), sostituendo in modo sempre più ampio le macchine (il «capitale costante») alla forza lavoro (il «capitale variabile»), restringe la fonte stessa da cui deriva il plusvalore (essendo solo il lavoro vivo in grado di produrre nuovo valore). La crescente ed inevitabile meccanizzazione della produzione provoca d’altra parte la concentrazione di questa nelle mani di pochi. A mano a mano che il capitalismo si sviluppa si passa dalla forma del mercato concorrenziale a quella monopolistica. Pochi individui, al limite uno solo, controllano dei complessi enormi con migliaia di lavoratori. È questa la fase più avanzata del capitalismo.
Naturalmente, con il crescere ed il rinforzarsi dei monopoli si sviluppa pure la tendenza al controllo del governo dello Stato da parte del potere economico. La politica nazionale non è altro che il risultato di questa influenza. In questa fase dello sviluppo capitalistico, data l’organizzazione della produzione su scala mondiale, l’attività dei monopoli non può essere limitata entro i confini dello Stato. Il «capitale finanziario», frutto della fusione fra capitale bancario e capitale industriale, cerca di assicurarsi il controllo delle materie prime e dei mercati su scala mondiale. Prima o poi differenti interessi entrano in conflitto tra loro. Il mondo viene diviso in aree d’influenza fra i differenti monopoli oppure, ma è la stessa cosa, fra differenti governi. Una volta che la divisione del mondo in aree d’influenza è completata, la tensione fra differenti gruppi si accresce e la guerra prima o poi diventa inevitabile, aprendo così la possibilità dello scatenamento della rivoluzione socialista.
Come si è già accennato, la dottrina leninista dell’imperialismo è la più diffusa fra i sostenitori del marxismo, ed ancora oggi, sia pure con alcune integrazioni, occupa una posizione centrale entro tale orientamento ed in particolare nella dottrina politica ufficiale dei paesi a regime comunista. Le ragioni per cui essa è stata generalmente preferita a quella della Luxemburg si possono riassumere in sostanza nelle seguenti tre considerazioni. In primo luogo la teoria leninista, non essendo fondata sull’ipotesi dell’impoverimento crescente del proletariato, è parsa essere più aderente alla realtà storica, che già ai tempi di Lenin, ma soprattutto negli anni successivi, ha sempre più inequivocabilmente contraddetto tale ipotesi. In secondo luogo Lenin ha saputo criticare in maniera convincente la Luxemburg in relazione al fatto che gli interessi imperialistici non si rivolgono solo ai paesi sottosviluppati, ma anche ad aree altamente capitalistiche. Le guerre tra Francia e Germania per la conquista dell’Alsazia-Lorena ne sono un chiaro esempio. In terzo luogo l’analisi di Lenin, pur essendo stata formulata come quella della Luxemburg in un’epoca in cui la forma più usuale dell’imperialismo era il colonialismo, essendo più elastica, ha una assai maggiore capacità di accogliere nel proprio ambito esplicativo fenomeni imperialistici diversi da quelli dell’espansione coloniale e delle guerre coloniali o fra potenze imperialistiche prodotte dall’espansione coloniale stessa. In particolare tale analisi ha potuto con alcune integrazioni essere estesa al fenomeno del neocolonialismo, tipico del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, alle situazioni cioè in cui i paesi sfruttati hanno un governo almeno formalmente indipendente dagli Stati sfruttatori.
 
2 c. — Il « capitalismo monopolistico » di Baran e Sweezy.
Di fronte ai dati nuovi emersi in questo dopoguerra (la sopravvivenza del capitalismo nonostante la decolonizzazione e l’affermarsi di un blocco di Stati socialisti, il sottosviluppo e il neocolonialismo, il ruolo degli USA in questa nuova fase dell’imperialismo) molti studiosi marxisti (o meglio «neomarxisti») hanno sentito l’esigenza di costruire una nuova teoria piuttosto che cercare di tenere in piedi ad ogni costo l’impianto concettuale elaborato da Lenin (o dalla Luxemburg). Fra questi vanno ricordati in particolare gli economisti americani Baran e Sweezy, il cui intento dichiarato è il superamento della teoria di Lenin, ancora troppo legata ad una economia di tipo concorrenziale, e la costruzione di un modello teorico che consideri più esplicitamente l’economia monopolistica come il principale fattore che spinge all’imperialismo. La parte più innovatrice di questa teoria (che è elaborata avendo come oggetto centrale di studio l’economia statunitense) rispetto alle tesi di Lenin è quella relativa al militarismo. Secondo questi autori uno dei principali impieghi del «surplus» (un nuovo concetto da essi introdotto al posto di quello classico di plusvalore, a loro avviso non più adeguato alle condizioni del capitalismo monopolistico) è rappresentato dalle spese militari. Gli USA non avrebbero potuto avere in questo dopoguerra uno sviluppo economico così rapido e di dimensioni così impressionanti se non avessero impiegato parecchio del loro bilancio in armamenti. Queste spese consentono di tenere occupata nei servizi militari diretti ed indiretti (settori produttivi che lavorano per la difesa) una grande massa della popolazione che altrimenti sarebbe improduttiva. E in più le spese militari sono uno strumento assai efficace per favorire lo sviluppo tecnologico, poiché gran parte delle più importanti invenzioni, usate poi anche nel settore civile, provengono dall’attività di ricerca del settore militare. Ne consegue che, se la politica americana di contenimento dell’URSS e di presenza politico-militare nel Terzo mondo risponde, da una parte, all’esigenza di ostacolare l’estensione dell’area socialista (il che spiega il superamento dei conflitti inter-imperialistici e la duratura accettazione da parte dei paesi capitalistici della leadership del più potente di essi e anche dei vantaggi economici che ciò comporta per esso), è, dall’altra, funzionale allo sviluppo della società opulenta.
Per quanto riguarda il problema del sottosviluppo, questa teoria sostiene (riallacciandosi però in questo caso a un filone di pensiero che è stato ampiamente sviluppato in questo dopoguerra ad opera di numerosi studiosi marxisti e no) che lo sfruttamento dei paesi arretrati ha potuto essere proseguito nonostante il raggiungimento dell’indipendenza, poiché questi sono rimasti inseriti nel sistema mondiale capitalistico, dominato dai paesi capitalisti più forti e dalle grandi imprese multinazionali (che sono le espressioni più tipiche dell’attuale fase di sviluppo del capitalismo monopolistico). Il sistema capitalistico, essendo dominato dalla ricerca del profitto, così come tende in modo organico a produrre squilibri sociali e territoriali all’interno degli Stati capitalistici, fa altrettanto e con ancora minori freni sul piano mondiale, ovviamente a danno dei paesi più deboli e poveri che, mancando di un adeguato potere contrattuale sul piano internazionale, vengono sempre più impoveriti. L’unica valida alternativa per essi è la uscita dal sistema mondiale capitalistico attraverso la guerra rivoluzionaria e quindi la creazione di una economia socialista. E nella misura in cui ciò avverrà in modo sempre più ampio, verrà meno la possibilità da parte delle metropoli capitaliste di esportare le loro contraddizioni nel mondo, e perciò il superamento rivoluzionario del capitalismo tornerà anche in esse all’ordine del giorno.
Per concludere, occorre ricordare che un recente sviluppo dell’analisi di orientamento marxista dell’imperialismo, nella quale ha un ruolo importante Sweezy, è rappresentato dallo sforzo di spiegare, sulla base delle categorie di derivazione marxista, il fenomeno dell’imperialismo sovietico. Dopo che, soprattutto a partire dall’invasione della Cecoslovacchia, è diventato sempre più difficile da parte di molti studiosi marxisti non subordinati all’ideologia ufficiale sovietica negare l’esistenza di aspetti imperialistici (sia nel senso dell’imposizione con la forza della propria volontà agli Stati satelliti, sia nel senso del loro sfruttamento economico) nella politica estera sovietica, Sweezy ed altri hanno aperto un nuovo discorso imperniato sulla tesi della restaurazione del capitalismo nell’URSS, e quindi delle tendenze imperialistiche organiche a tale sistema economico-sociale.
 
3. — L’interpretazione socialdemocratica dell’imperialismo.
Parlando di interpretazione socialdemocratica dell’imperialismo si intende individuare un orientamento interpretativo i cui elementi caratterizzanti sono: a) il rifiuto (comune del resto a tutte le teorie non marxiste dell’imperialismo) della tesi circa il nesso organico esistente fra imperialismo e capitalismo, dalla quale deriva che solo con il radicale superamento di questo sistema economico-sociale è possibile eliminare l’imperialismo e le guerre; b) la convinzione che le tendenze imperialistiche esistenti nel capitalismo (e che si possono alleare con le tendenze imperialistiche derivanti da gruppi sociali precapitalistici, come ad esempio le caste militari) possano essere eliminate attraverso le riforme democratiche e le riforme economico-sociali.
Fatta questa premessa, in questo orientamento si può far rientrare l’esponente della precedentemente menzionata teoria del sottoconsumo, Hobson, anche se sul piano ideologico deve essere definito più un liberaldemocratico che un socialdemocratico. Egli ha in effetti esercitato una notevole influenza negli ambienti della sinistra non marxista, ed in particolare nei partiti socialisti anglosassoni, formulando all’inizio del novecento la tesi secondo cui la cura per guarire la piaga del sottoconsumo delle classi popolari, con le sue implicazioni imperialistiche connesse con la ricerca spasmodica di mercati esteri in cui vendere e investire, consiste in una politica di riforme economico-sociali mirante ad accrescere, nel quadro di una economia capitalistica concorrenziale e libero-scambistica integrata però da un ruolo decisivo della spesa pubblica, la capacità di consumo dei lavoratori, ed a permettere quindi l’accrescimento costante ed il regolare assorbimento della produzione, senza dover ricorrere all’espansione imperialistica.
Rientrano inoltre ovviamente in questo orientamento le tesi dei massimi teorici della socialdemocrazia storica. Fra questi deve essere ricordato soprattutto Kautsky (con il quale converge sostanzialmente Hilferding, anche se le sue tesi a proposito del capitalismo finanziario costituiscono uno degli ingredienti fondamentali della teoria leninista dell’imperialismo), il quale sostiene, contro la tesi dei marxisti rivoluzionari circa l’inevitabilità delle guerre imperialistiche fra paesi capitalisti, che l’imperialismo aggressivo costituisce non una fase necessaria, bensì una politica del capitalismo, la quale può essere sostituita da una politica «ultraimperialistica», implicante la pacifica collaborazione fra le potenze capitaliste (la quale, tra l’altro, è più conveniente, dal momento che l’imperialismo aggressivo presenta costi assai maggiori dei guadagni) nell’organizzazione del mercato mondiale e nell’inserimento in esso dei paesi del mondo che ne sono ancora fuori. Questa politica non eliminerebbe la tendenza dei paesi capitalisti a spartirsi i paesi arretrati, soprattutto quelli fornitori di materie prime, e a sfruttarli, poiché la tendenza allo sfruttamento dei paesi arretrati è strutturale nel sistema capitalistico — e qui Kautsky sviluppa tesi anticipatrici delle moderne teorie del sottosviluppo, cioè un discorso che i marxisti rivoluzionari a lui contemporanei hanno meno approfondito, poiché partivano dal presupposto che il capitalismo stava per essere completamente soppiantato dalla rivoluzione socialista — e può essere superata solo tramite le riforme socialiste dirette a introdurre un sempre maggiore controllo politico dello sviluppo economico in funzione degli interessi generali (economia mista, programmazione, etc.). L’ultraimperialismo eliminerebbe però la rovinosa conflittualità fra le potenze capitaliste, e quindi la corsa agli armamenti e le guerre sia per la spartizione delle colonie, sia dirette all’espansione territoriale nella stessa Europa. Esso costituirebbe perciò una situazione assai più avanzata rispetto alla lotta per il socialismo, e la classe operaia ha di conseguenza interesse a favorire una evoluzione in tale direzione con una politica che favorisca le tendenze più pacifiche del capitalismo, che indebolisca il militarismo (che rafforza le tendenze imperialistiche del capitalismo) e che apra quindi le prospettive del progressivo realizzarsi di legami federali fra gli Stati.
Quest’ultimo aspetto del discorso di Kautsky, cioè il rapporto fra militarismo e imperialismo, è stato sviluppato in modo organico in questo dopoguerra, in riferimento all’imperialismo tedesco, da Hans-Ulrich Wehler, il quale ha dato il contributo più valido all’elaborazione della teoria del «socialimperialismo». Questa teoria in sostanza spiega l’imperialismo con il concetto di bonapartismo, sottolinea cioè come fattore decisivo la tendenza della casta nobiliare burocratico-militare dominante nella Prussia-Germania ad attuare, in alleanza con l’industria pesante, una politica estera di espansione imperialistica e di prestigio non tanto o non principalmente per ottenere diretti vantaggi economici, bensì per indebolire e sconfiggere le forze politico-sociali che perseguivano una radicale trasformazione democratica e tendenzialmente socialista delle strutture autoritarie, conservatrici e militaristiche dell’impero tedesco. Una tesi questa che, secondo il Wehler, è generalizzabile a molti altri casi di imperialismo, e che è vicina per alcuni aspetti all’impostazione, che ora vedremo, di Schumpeter, ma dalla quale si differenzia per altro in modo netto a causa del punto di vista critico del sistema capitalistico che la sorregge.
Infine, la linea interpretativa socialdemocratica in questo dopoguerra ha come caratteristica una posizione (comune ai partiti facenti parte dell’Internazionale socialista, e su cui convergono ad esempio le tesi del Club di Roma e pure le più avanzate tendenze revisionistiche del comunismo occidentale) sulla problematica del sottosviluppo, che può essere così riassunta: così come all’interno dei paesi industrializzati più avanzati le politiche dirette a subordinare lo sviluppo economico all’interesse generale pur senza eliminare radicalmente il ruolo della libera iniziativa e del mercato (programmazione economica, controllo degli investimenti, politica regionale, etc.) hanno aperto la strada verso il superamento degli squilibri economici, sociali e territoriali prodotti da un capitalismo incontrollato, altrettanto potrà avvenire su scala mondiale, per quanto concerne lo squilibrio fondamentale fra paesi ricchi e paesi poveri, nella misura in cui il mercato mondiale verrà governato con gli strumenti della programmazione, della politica regionale, etc., invece di essere abbandonato all’attività incontrollata delle grandi imprese multinazionali. Questa prospettiva è considerata un’alternativa più valida rispetto alla scelta di introdurre nei paesi arretrati rigidi sistemi collettivistici, i quali spezzano i legami di dipendenza dal mercato capitalistico mondiale, ma devono rinunciare con ciò anche ai vantaggi derivanti dall’interdipendenza con sistemi economici che sono fortemente dinamici, proprio perché in essi non si è verificata una completa burocratizzazione dell’economia (i cui limiti sono ormai abbastanza evidenti), come è avvenuto nei paesi della sfera sovietica.
 
4. — Schumpeter e l’interpretazione liberale dell’imperialismo.
Se le dottrine socialdemocratiche si distaccano nettamente da alcuni principi basilari del marxismo ortodosso o rivoluzionario, data la loro tendenza a considerare possibile la correzione degli aspetti imperialistici del capitalismo, la teoria elaborata da Schumpeter in un saggio del 1919 rappresenta un completo rovesciamento dell’impostazione marxista.
Attraverso un’erudita analisi dei fenomeni imperialistici dall’antichità fino alla prima guerra mondiale, questo autore giunge infatti alla conclusione che l’imperialismo moderno, lungi dall’essere un prodotto del modo capitalistico di produzione, è al contrario il portatore di condizioni politiche, culturali-psicologiche, sociali ed economiche precapitalistiche, che lo sviluppo capitalistico non è ancora riuscito ad eliminare. In sostanza, il capitalismo (che per Schumpeter, nel periodo in cui scriveva tale saggio, in assenza di interferenze politiche contro-operanti dovrebbe tendere naturalmente ad un equilibrio fondato sulla libera concorrenza ed il libero scambio, e non invece sul monopolio e sul protezionismo) è per sua natura essenzialmente pacifico, in quanto gli è intrinseca una potente tendenza razionalizzatrice — nel senso del calcolo razionale dei costi e dei ricavi — che estende progressivamente la sua influenza a tutti gli aspetti della vita sociale. In particolare esso tende a neutralizzare gli atteggiamenti aggressivi-irrazionali, che si manifestano nella prassi politica interna ed internazionale in varie forme di violenza, tra cui la guerra e l’espansione imperialista, canalizzandoli ed indirizzandoli verso la razionale e quindi pacifica competizione economica sul mercato e favorendo su tale base l’affermarsi di procedure democratiche. Data tale tendenza del capitalismo, il fatto che fenomeni rilevantissimi di politica imperialistica si manifestino nell’ambito della civiltà capitalistica non si può spiegare che in conseguenza del permanere in tale ambito di atteggiamenti psicologici e culturali e di concreti interessi di origine e di natura precapitalistica, i quali manifestano la propria influenza attraverso il potere politico, indirizzandolo appunto verso una politica imperialistica contraddittoria rispetto alla logica del capitalismo.
Concretamente Schumpeter richiama l’attenzione sulle passioni nazionalistiche irrazionali diffuse in vasti strati dell’opinione pubblica dei paesi europei e derivanti dal retaggio storico delle lotte di potenza incessanti svoltesi in Europa nei secoli passati. E soprattutto mette in luce l’orientamento accentuatamente bellicistico e filo-imperialistico delle caste militari-feudali e di ampi settori delle burocrazie degli Stati continentali europei. Questi gruppi sociali, che si sono costituiti o consolidati nel periodo dell’assolutismo e delle sue continue guerre di conquista, sono ancora assai forti in epoca capitalistica e contribuiscono in modo decisivo a determinare le spinte imperialistiche, non per un diretto interesse economico all’espansione territoriale, bensì perché questa politica giustifica il mantenimento ed il rafforzamento di enormi apparati militari e burocratici, e cioè della base materiale del loro potere, dei loro privilegi e del loro prestigio. Individuate in questi termini le radici dell’imperialismo, Schumpeter può pertanto giungere alla conclusione che «l’imperialismo è un atavismo», e confidare quindi in un suo progressivo superamento in conseguenza del pieno sviluppo del capitalismo.
Questa interpretazione dell’imperialismo ha avuto molto successo negli ambienti liberali, e soprattutto in quelli liberal-conservatori americani, poiché, mettendo completamente fra parentesi la problematica dell’imperialismo informale e quindi dello sfruttamento neocoloniale dei paesi arretrati, si adatta perfettamente all’immagine ideologica ufficiale di un paese che è insieme il più importante fra i paesi capitalisti e quello che non ha praticamente avuto una tradizione coloniale. Essa ha inoltre ispirato un modo di vedere assai diffuso sempre negli ambienti liberali, che, partendo dal nesso «pieno sviluppo del capitalismo e del sistema liberaldemocratico - superamento dell’imperialismo», tende a considerare la politica sovietica come la forma più rilevante, se non l’unica, di imperialismo in questo dopoguerra, e stabilisce un nesso organico fra l’imperialismo e l’alternativa collettivistica totalitaria al sistema democratico-pluralistico fondato sull’economia di mercato. Infine possono essere ricondotte all’impostazione schumpeteriana (ma hanno un legame anche con la teoria del socialimperialismo) le analisi dell’imperialismo americano che fanno riferimento al cosiddetto complesso militare-industriale.
 
5. — L’interpretazione dell’imperialismo sulla base della teoria della ragion di Stato.
Rientrano in questo filone interpretativo le analisi dell’imperialismo emerse nell’ambito delle correnti più moderne della tradizione di pensiero che fa riferimento alla teoria della ragion di Stato, in particolare nella dottrina tedesca dello Stato-potenza (vanno qui ricordati in particolare Paul Rohrbach, Max Weber, Otto Hintze, Hermann Schumacher) e soprattutto nella corrente federalista (soprattutto Lionel Robbins, Lord Lothian, Luigi Einaudi, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Ludwig Dehio, Mario Albertini). L’elemento distintivo di questo orientamento è costituito dalla tesi dell’autonomia della politica estera rispetto alle strutture interne degli Stati, la quale si contrappone alla tesi del primato della politica interna su quella estera che costituisce invece il fondamento teorico comune dei precedenti orientamenti interpretativi ed è un elemento caratterizzante dell’internazionalismo. In sostanza, mentre per questi orientamenti l’imperialismo deriva fondamentalmente dalle strutture interne politiche e/o economico-sociali degli Stati e può perciò essere superato solo trasformando tali strutture (ovviamente in direzioni diverse a seconda dei diversi punti di vista), l’orientamento che stiamo esaminando vede nell’imperialismo in ultima analisi una conseguenza della struttura anarchica, in quanto fondata sulla sovranità statale assoluta, dei rapporti internazionali — il che non esclude che il bonapartismo possa essere un importante fattore concomitante della politica di potenza e dell’imperialismo. L’anarchia internazionale stabilisce fra gli Stati, qualunque sia il loro sistema economico-sociale e il loro regime politico, la legge della forza, e traduce perciò inesorabilmente la diversa distribuzione del potere fra gli Stati in dominio dei più forti sui più deboli e quindi in possibilità di sfruttamento economico dei primi verso i secondi, e spinge d’altra parte ogni Stato, e in particolare le grandi potenze, a rafforzare incessantemente per esigenze di sicurezza la propria potenza anche mediante le conquiste territoriali, ovunque e non appena se ne presenti l’occasione e la possibilità, cercando di prevenire l’intervento delle potenze concorrenti. In questa situazione l’unico modo per eliminare alla radice l’imperialismo, così come più in generale le guerre, è il superamento dell’anarchia internazionale tramite una costituzione federale mondiale, la quale sostituisca la protezione giuridica dell’indipendenza delle nazioni alla politica di potenza. Una tesi, quest’ultima, occorre precisare, che solo la corrente federalistica ha formulato con chiarezza, mentre la dottrina tedesca dello Stato-potenza (e le correnti analoghe in altri paesi), che era orientata da un punto di vista nazionalistico, ha invece giustificato sulla base delle categorie della ragion di Stato la politica di potenza e l’imperialismo della Germania contemporanea.
La tesi relativa al nesso fra imperialismo e anarchia internazionale (che ha ricevuto un’infinità di conferme dall’esperienza storica, la quale mette in luce la continuità della politica di potenza e dell’imperialismo, pur nel cambiamento dei contenuti economici e sociali, al di là delle più radicali trasformazioni delle strutture interne degli Stati) indica un aspetto essenziale dei fenomeni imperialistici, ma di carattere molto generale, che da solo non permette una comprensione adeguata di tali fenomeni nella loro concreta determinatezza storica, in quanto prescinde dai contenuti economico-sociali dei rapporti interstatali e dalle concrete configurazioni del sistema degli Stati. Se essa perciò fornisce la base indispensabile per una teoria generale dell’imperialismo, cioè applicabile, ovviamente con le necessarie integrazioni, anche a contesti storici diversi da quello dell’imperialismo moderno, la spiegazione dei fenomeni dell’imperialismo nella loro specificità fornita da questo orientamento si fonda sul chiarimento di ulteriori determinazioni. Per ricostruire in modo adeguato questo sviluppo dell’analisi, conviene distinguere fra le analisi relative alla fase fra il 1870 e il 1945 e quelle relative a questo dopoguerra.
 
5 a. — L’imperialismo fra 1870 e il 1945.
Il fattore decisivo su cui si richiama l’attenzione per spiegare l’imperialismo in questo periodo, nel quale hanno un ruolo decisivo le potenze europee e, nel contesto asiatico, il Giappone, e in cui si passa dal colonialismo ai tentativi egemonici della Germania e del Giappone, è la crisi dello Stato nazionale. Con questo concetto (che è stato elaborato soprattutto dalla corrente federalista, alla quale si farà riferimento, ma che si fonda anche sui contributi dei teorici tedeschi dello Stato-potenza, i quali hanno però giustificato su tale base l’imperialismo tedesco) si mette in luce anzitutto la contraddizione che si è venuta manifestando dalla fine dell’ottocento in poi fra le dimensioni degli Stati nazionali europei (e ciò vale in una certa misura anche per il Giappone), e le esigenze dello sviluppo produttivo, le quali in conseguenza dell’avvio della produzione di massa richiedevano mercati di dimensioni continentali. La condizione fondamentale che ha reso possibile il manifestarsi e il progressivo acutizzarsi di questa contraddizione è individuato nel prevalere dalla fine degli anni ‘70 in poi della tendenza ad un crescente protezionismo economico. Derivando da ciò il pericolo di vedersi esclusi in misura crescente dai mercati esteri, e mancando la volontà politica di avviare forme di integrazione soprannazionale, poiché gli Stati nazionali europei erano all’apice della loro forza e non vi era quindi un reale spazio per una politica di limitazione della sovranità, prevalse la spinta ad assicurarsi il controllo politico diretto o indiretto di un territorio quanto più ampio possibile, ad espandere cioè l’area protetta (che i teorici tedeschi definiscono «spazio vitale») e quindi sottratta al protezionismo altrui. Da qui la fondamentale ragione economica dell’abbandono anche da parte della Gran Bretagna (che, pur restando liberista fino al 1931, riprende un’espansione coloniale in grande stile per mantenere più ampio possibile il territorio sottratto alle politiche protezionistiche praticate dagli altri Stati) della tendenza all’imperialismo informale che si era manifestata nettamente nell’epoca del libero scambio. Da qui la ragione economica della particolare aggressività della politica imperialistica attuata da Stati come la Germania, l’Italia e il Giappone, nei quali il problema delle dimensioni territoriali troppo ristrette in rapporto con le esigenze dello sviluppo economico era particolarmente grave anche per il ritardo con cui erano giunti a partecipare all’espansione imperialistica formale o informale. Da qui il nesso piuttosto evidente fra le fasi di acutizzazione della politica protezionistica e le fasi di più esasperato espansionismo. Basti pensare a come il protezionismo selvaggio affermatosi dopo la crisi del ‘29 ha dato una spinta decisiva all’imperialismo del Giappone verso la Cina, a quello italiano, e all’avvento in Germania di un regime programmaticamente orientato all’egemonia sull’Europa.
Per capire meglio la portata di questa linea interpretativa, occorre precisare come essa metta in luce un fondamentale punto debole di tutte le altre interpretazioni. In sostanza, i teorici precedentemente ricordati, pur prendendo anch’essi in considerazione il nesso fra protezionismo e imperialismo (Hilferding, Kautsky, Bucharin e lo stesso Schumpeter parlano in termini espliciti di tendenza alla espansione imperialistica dell’area protetta, per potere in essa esportare liberamente merci e capitali), o sostengono che il protezionismo è una conseguenza necessaria della fase monopolistica del capitalismo (Bucharin), o insistono, oltre che su questo aspetto, anche sulle esigenze per i paesi relativamente arretrati di ricuperare con il protezionismo il ritardo rispetto alla Gran Bretagna (Hilferding), o sottolineano la necessità per gli Stati capitalistici di crearsi aree riservate, mediante appunto il protezionismo, più ampie possibili in cui risolvere il problema della realizzazione del plusvalore (Luxemburg), o infine fanno derivare il protezionismo dalle pressioni in tal senso delle caste nobiliari e militari precapitalistiche (Schumpeter). In tal modo trascurano la radice fondamentale del protezionismo, e cioè la sovranità statale assoluta. Ciò è precisamente messo in luce dai teorici della corrente federalista, i quali richiamano l’attenzione sul fatto che le stesse tendenze sopraindicate, se costituiscono effettivamente dei fattori che spingono al protezionismo, con tutte le sue conseguenze, sul piano internazionale, non producono analoghe conseguenze nei rapporti fra le diverse regioni di uno Stato unitario e i diversi Stati di uno Stato federale. Ciò significa che la condizione istituzionale che rende possibile a questi fattori (e ad essi ne vanno aggiunti altri assai importanti: l’esigenza di sviluppare settori economici di importanza strategica ai fini della politica di potenza, anche se poco o punto redditizi da un punto di vista strettamente economico; l’esigenza di difendere l’occupazione o in generale le politiche dirette a fronteggiare le crisi economiche, le quali producono normalmente squilibri nei conti con l’estero) di operare effettivamente nel senso dell’introduzione del protezionismo o della sua esasperazione, è appunto la sovranità statale assoluta. Essa da una parte implica la subordinazione delle esigenze economiche alla ragion di Stato e dall’altra significa che non esiste un potere sovrano al di sopra degli Stati incaricato di tutelare l’interesse comune e avente perciò il potere di impedire agli Stati una tutela particolaristica dei propri interessi, destinata inevitabilmente a scatenare rappresaglie. L’incapacità di individuare nella sovranità statale assoluta la radice fondamentale del protezionismo, occorre precisare, è strettamente collegata ai limiti del punto di vista internazionalistico che sta alla base delle altre impostazioni. Essendo esso infatti fondato sulla tesi del primato della politica interna, non mette in discussione la sovranità assoluta, ma tende a considerarla come un dato naturale immodificabile (o, come nel caso di Kautsky, tende a vedere l’affermarsi di legami federali fra gli Stati come una conseguenza pressoché automatica del rafforzamento di tendenze socialiste all’interno degli Stati, e non come il frutto di una azione politica deliberatamente e specificamente diretta verso tale obiettivo), e di conseguenza è portato a non prenderlo in considerazione come il fattore decisivo del protezionismo e dell’imperialismo. Questo ostacolo ideologico è assente invece nei teorici della corrente federalista proprio perché essi contestano praticamente la sovranità assoluta.
Su questa base essi hanno tra l’altro potuto mettere in luce che l’imperialismo non è legato organicamente al capitalismo, anche se in quel concreto contesto storico hanno svolto un ruolo decisivo gli interessi capitalistici che (assieme ad altri interessi, compresi quelli di gruppi imponenti di lavoratori) hanno spinto al protezionismo. Ed hanno quindi previsto che in un futuro sistema di Stati socialisti sovrani, caratterizzati per le stesse oggettive esigenze della pianificazione da un fortissimo protezionismo, non sarebbe venuta meno l’esigenza economica di espandere l’area protetta e non sarebbero perciò venuti meno i conflitti fra di essi, a meno che l’ordine non avesse potuto essere garantito da una potenza socialista egemonica. Su questa base hanno inoltre criticato la tesi di Kautsky e di Schumpeter circa la non convenienza economica dell’imperialismo, chiarendo come in un contesto protezionistico l’espansione imperialistica ha soprattutto la funzione di evitare le perdite che deriverebbero dall’essere esclusi da certi territori, qualora cadessero in mano altrui. Questa esigenza, anche se assai spesso sono interessi particolari a imporre il protezionismo, corrisponde ad un interesse nazionale, cioè interclassista, poiché l’esclusione dai territori soggetti all’altrui protezionismo danneggia tutte le classi, e quelle lavoratrici normalmente in misura maggiore. Il che concorre in modo decisivo a spiegare il fatto che le politiche imperialistiche abbiano in definitiva riscosso il consenso della grande maggioranza delle popolazioni dei paesi imperialisti.
Oltre a richiamare l’attenzione sul nesso fra protezionismo e imperialismo, con il concetto di crisi dello Stato nazionale si inquadra l’imperialismo nel contesto della crisi del sistema europeo degli Stati, determinata dall’affermarsi della formula dello Stato nazionale, in generale, e dalla nascita dello Stato nazionale tedesco, in particolare. Nel quadro di una pace armata, diventata sempre più costosa e precaria a causa del rafforzamento inaudito della potenza degli Stati europei reso possibile dall’industrializzazione e dalla coscrizione obbligatoria (le caratteristiche tipiche del moderno Stato nazionale) e a causa dei fattori di conflittualità introdotti dalla stessa ideologia nazionale (irredentismo, forte indebolimento del sentimento, frutto della comune eredità culturale europea, di appartenenza ad una comunità soprannazionale, etc.), la creazione dello Stato nazionale tedesco, tanto potente, quanto incerti erano i suoi confini, ha, secondo questo punto di vista, sconvolto definitivamente l’equilibrio europeo e aperto una fase di crescente disordine internazionale. In questo contesto al declino della potenza britannica ha corrisposto l’incapacità da parte di essa di mantenere il libero scambio su scala mondiale, mentre la scelta di affrontare con la risposta imperialistica l’incipiente crisi dello Stato nazionale è sboccata fatalmente, una volta esauritisi i territori extraeuropei da occupare, nell’ultimo e più terribile tentativo egemonico verificatosi nella storia del sistema europeo degli Stati. L’imperialismo delle potenze europee (così come quello del Giappone) si è infine esaurito in seguito all’assorbimento dell’autonomia di questi Stati nel quadro del sistema mondiale bipolare dominato da USA e URSS. In questo quadro, nella zona di influenza americana (e in termini diversi anche in quella sovietica), ha potuto mettersi in moto, con il processo di integrazione europea, la risposta pacifica alla crisi dello Stato nazionale.
 
5 b. –L’imperialismo in questo dopoguerra.
Per quanto riguarda i fenomeni imperialistici successivi al 1945, in cui hanno un ruolo decisivo le superpotenze USA e URSS, l’analisi fondata sulla teoria della ragion di Stato si caratterizza essenzialmente per la tendenza a sottolineare l’influenza autonoma che deriva dalla configurazione concreta dei rapporti interstatali rispetto al manifestarsi dei fenomeni imperialistici e alle loro modalità.
Seguendo questo criterio, si richiama in generale l’attenzione sulle implicazioni imperialiste del sistema mondiale bipolare. Questo sistema ha certo il merito storico di aver posto termine alle sempre più rovinose convulsioni del sistema europeo degli Stati, e quindi alle avventure imperialistiche delle potenze europee e del Giappone. In questo quadro si è inoltre sviluppato il processo di liberalizzazione degli scambi (gli USA hanno cioè utilizzato in modo efficace la loro posizione egemonica rispetto agli Stati a economia di mercato per riprendere la politica di libero scambio attuata dalla Gran Bretagna nei decenni centrali dell’ottocento) e il processo di integrazione europea (sviluppatosi in forme diverse e più limitate anche nella sfera di influenza sovietica) e si è pure compiuto il grandioso processo della decolonizzazione. D’altra parte la creazione dei blocchi egemonizzati dalle superpotenze, derivante necessariamente dalla struttura bipolare del sistema, ha determinato rapporti di forte dipendenza fra le superpotenze e i loro satelliti e quindi la possibilità di imporre gli interessi delle prime ai secondi, non escludenti anche forme di sfruttamento economico, ovviamente con modalità diverse (ruolo del dollaro, imprese multinazionali, dipendenza tecnologica, etc., nella sfera di influenza americana; divisione internazionale del lavoro attuato in funzione degli interessi sovietici nel Comecon), connesse con la diversità dei sistemi politici ed economico-sociali, nelle due sfere egemoniche. Donde la necessità del superamento dei blocchi, che potrà però evitare il ritorno alla balcanizzazione dell’Europa solo se sarà la conseguenza dell’unificazione federale del continente.
Per quanto riguarda in particolare il neocolonialismo e il sottosviluppo, il discorso parte dalla convergenza con la tesi, sviluppata dall’orientamento socialdemocratico, secondo cui il capitalismo incontrollato tende a conservare e ad approfondire gli squilibri fra paesi poveri e paesi ricchi sul mercato mondiale, i quali possono perciò essere progressivamente superati solo con l’introduzione di efficaci strumenti di programmazione e di politica regionale su scala mondiale. In tal modo si realizza un’integrazione dell’analisi svolta dai teorici prebellici della corrente federalista, i quali avevano certamente visto il problema dello sfruttamento dei paesi arretrati da parte dei paesi ad economia capitalistica matura, ma avevano soprattutto insistito sul rapporto fra tale sfruttamento e le lotte di potenza fra i paesi avanzati, le quali, nel contesto della crisi del sistema internazionale fra il 1870 e il 1945, comportavano la necessità di ricorrere a qualsiasi mezzo pur di incrementare la forza economica e quindi politica di ciascun Stato. In base a questo punto di vista il prevalere della soluzione federale, invece che imperiale, del problema di creare più ampi spazi economici, facendo venir meno l’oggettiva necessità di trattare i popoli coloniali e in generale arretrati in funzione degli interessi vitali di potenza dei paesi avanzati, avrebbe automaticamente aperto la strada ad una politica comune di questi ultimi diretta, nel quadro di un sistema generale di libero scambio, a sviluppare i paesi arretrati e a condurre gradualmente all’autogoverno i popoli coloniali. Il limite di questa visione consisteva dunque nella carenza di una analisi rigorosa delle tendenze organiche allo sviluppo squilibrato proprie di un mercato mondiale capitalistico non inquadrato da strumenti di intervento pubblico diretti a far prevalere l’interesse generale contro quelli particolari. Il che rifletteva le troppo ottimistiche convinzioni liberistiche di alcuni di questi teorici (in particolare Robbins ed Einaudi) circa gli effetti positivi di un sistema generalizzato di libera concorrenza e di libero scambio, non ostacolato dall’intervento di fattori politici perturbativi come il protezionismo.
Se questa lacuna analitica viene dunque colmata attraverso una più chiara visione della necessità di allestire strumenti di politica economica capaci di sottoporre ad un efficace controllo le forze spontanee del mercato mondiale, il contributo specifico della corrente federalista a questo proposito consiste nel chiarimento della situazione di potere senza la quale tali strumenti non sono in grado di operare. Questa situazione di potere non può in definitiva che essere costituita dall’organizzazione del sistema democratico a livello internazionale, il che è possibile solo tramite le istituzioni federali. In effetti, è stato l’affermarsi e il consolidarsi del sistema democratico che ha permesso, nell’ambito degli Stati capitalistici, di realizzare (certo in modo non sempre efficace, poiché si tratta di un processo ancora in corso, e poiché le dimensioni degli Stati sono generalmente inadeguate alle dimensioni sempre più ampie dell’interdipendenza economica) forme di controllo dello sviluppo economico in funzione dell’interesse generale. L’esigenza dei governi democratici di ottenere il consenso da parte di tutte le classi e di tutte le regioni ha cioè permesso alle classi e alle regioni meno favorite di ottenere una assai maggiore considerazione delle loro esigenze e molti squilibrii hanno potuto così essere avviati a soluzione. Orbene, lo stesso processo potrà verificarsi su scala mondiale nella misura in cui le fondamentali decisioni di governo dell’economia mondiale non saranno più il frutto dei puri rapporti di forza fra gli Stati, bensì di un processo democratico mondiale implicante l’esistenza di organi di governo mondiale che debbano fondarsi sul consenso delle popolazioni dei paesi ricchi come dei paesi poveri. Ciò è possibile appunto solo tramite strutture federali, le quali, lasciando agli Stati membri il massimo di autonomia compatibile con il mantenimento dell’unità e permettendo a tutti i popoli di fare pesare democraticamente i propri interessi e non solo tramite le armi (che distolgono oltretutto enormi risorse dalle esigenze dello sviluppo civile), sono in grado di conciliare i vantaggi immensi di un mercato mondiale integrato con le esigenze di sviluppo dei paesi meno favoriti.
Questa prospettiva, ovviamente a lungo termine, di democrazia federale mondiale è integrata dall’individuazione di tappe intermedie. In primo luogo, si tratta di passare dal sistema mondiale bipolare a un più elastico sistema pluripolare, che realizzi una più duratura distensione e dia maggiore autonomia e quindi capacità di far valere i propri interessi anche agli Stati più deboli. Gli sviluppi degli ultimi anni hanno a questo proposito dimostrato che il declino della forza delle superpotenze ha aperto più spazio di movimento ai paesi del Terzo mondo, specialmente a quelli possessori di materie prime. In secondo luogo, si tratta di realizzare efficaci forme di integrazione regionale e quindi federazioni nelle regioni più omogenee, in modo da creare comunità politiche con dimensioni più adeguate alle esigenze dello sviluppo economico e capaci di una reale autonomia. Il processo di integrazione dell’Europa occidentale, nella misura in cui saprà raggiungere rapidamente il livello delle istituzioni federali, dimostrando la possibilità concreta di fondere in una più ampia comunità politica organizzata democraticamente nazioni storicamente consolidate, avrà un valore decisivo di esempio in tal senso e potrà dare il via all’era delle unificazioni federali.
 
 
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