Anno XXI, 1979, Numero 1, Pagina 4

 

 

Rivoluzione scientifica
e società post-industriale
 
GUIDO MONTANI
 
 
Crisi delle ideologie e progresso sociale.
La società contemporanea è scossa da fremiti, in ispecie nel mondo giovanile, il cui senso resta spesso oscuro, perché con gli orientamenti politici tradizionali risultano ormai incerti i confini fra progresso e protesta, fra libertà e licenza, fra ordine e anarchia.
Lo smarrimento di fronte ai nuovi problemi delle grandi correnti del pensiero politico europeo quella liberale, quella democratica e quella socialista, si manifesta in molteplici circostanze. L’ordine sociale si è fondato, fino a poco fa, sul modello autoritario, nella famiglia, nella scuola e nel mondo del lavoro. Ma da quando questo tipo di ordine, legato al rispetto della tradizione, è entrato in crisi, si confondono troppo facilmente i sussulti e le proteste corporative con il progresso e l’interesse generale, che non si riesce più a delineare con chiarezza e convinzione. Si sente di dover supplire alla mancanza di autorità attraverso la partecipazione popolare alle decisioni, ma non si sanno poi proporre effettive riforme istituzionali che consentano di conciliare la partecipazione degli individui alla gestione della cosa pubblica con l’ordine indispensabile per non far degenerare la democrazia partecipativa.
Analoghe considerazioni devono essere fatte a proposito delle lotte per una maggior giustizia. Oggi, le forze sociali prospettano rivendicazioni, come la politica della piena occupazione, certamente legittime per il fine che si propongono, ma che contrastano spesso nei mezzi impiegati con la realizzazione della giustizia internazionale e con l’avanzamento del progresso tecnologico. La difesa ad oltranza di obiettivi nazionali di produzione e sviluppo comporta anche la difesa di settori produttivi obsoleti, ormai in concorrenza con le produzioni dei paesi emergenti. Questa politica blocca pertanto lo sviluppo del Terzo mondo che aspira ad esportare sui mercati più ricchi i manufatti che solo ora comincia a produrre. Altrettanto stridente è il contrasto sul fronte della politica industriale dove, da un lato, si pretende che le imprese aumentino la produttività per occupato e, dall’altro, si ostacola l’introduzione delle nuove tecnologie automatizzate che possono garantire questi aumenti, solo perché ciò comporterebbe drastici ridimensionamenti nella quantità e qualità della manodopera. Si assiste così ad un occulto ritorno di pratiche protezionistiche e luddistiche che non si osa denunciare apertamente perché non si sanno proporre politiche alternative capaci di conciliare le esigenze di sviluppo economico e sociale dei paesi avanzati con quelle del Terzo mondo.
Vi sono infine problemi del tutto nuovi, come quelli relativi alla drastica riduzione della giornata lavorativa, alla riforma della struttura della proprietà dei mezzi di produzione (autogestione), alla qualità della vita e alla crisi dello Stato assistenziale, che pure sono connessi ai precedenti, ma che vengono trascurati perché non è ancora ben percepita la loro rilevanza per il futuro del genere umano.
La verità è che stiamo vivendo un’epoca di trasformazioni profonde, molto simili, per importanza e dimensione, a quelle che hanno accompagnato la prima rivoluzione industriale. Si può forse anche comprendere perché, di fronte a questi nuovi fermenti della società, il pensiero politico tradizionale, dal liberalismo al marxismo, si trova tanto impacciato. Queste ideologie sono sorte o agli inizi della industrializzazione o nella fase più avanzata del macchinismo e della formazione della grande industria. Esse conservano perciò una indelebile impronta ottocentesca, perché si sono concentrate prevalentemente sui problemi del superamento dello Stato monarchico e assolutistico e sulla lotta di classe fra aristocrazia e borghesia prima e fra borghesia e proletariato poi. In fondo, la presente generazione, quella successiva alla seconda guerra mondiale, ha ereditato questa vecchia visione del mondo direttamente dal secolo scorso perché vi è stato, nel frattempo, come un congelamento del rinnovamento ideologico. Dalla prima alla seconda guerra mondiale, la lotta al fascismo e al nazismo ha assorbito tutte le energie vitali delle forze democratiche e progressiste e, successivamente, la guerra fredda ha costretto i partigiani della democrazia a schierarsi a difesa del mondo occidentale e quelli della giustizia sociale a difesa di quello orientale senza che, né gli uni né gli altri, si avvedessero che i modelli da loro difesi non soddisfacevano ormai più una società che nel frattempo si era totalmente rinnovata. Quando, nella fase della distensione, sono esplose le contraddizioni fra una società ormai proiettata verso l’epoca post-industriale e le vecchie istituzioni politiche e sociali ottocentesche, i partiti, le forze sociali e quelle della cultura non hanno saputo far altro che proporre idee antiquate ad un mondo in fermento e in cerca di nuove verità. Così il movimento innovativo si è trasformato in protesta perché nessuno ha saputo indirizzarlo verso sbocchi istituzionali positivi.
Oggi siamo confrontati al problema enorme della rifondazione dello Stato e della società. È un problema di dimensioni mondiali perché mentre i paesi europei devono mettere in discussione il vecchio ordine fondato sullo Stato nazionale burocratico e accentrato, come lo abbiamo ereditato, senza modifiche sostanziali, dalla Rivoluzione francese, i popoli emergenti del Terzo mondo devono adattare le loro strutture politiche primitive alla nuova società di massa, alla economia industriale e alla democrazia, che ancora non conoscono.
Si tratta pertanto di iniziare una riflessione sulle grandi determinanti dello sviluppo sociale, ispirandosi all’insegnamento dei primi teorici della società industriale, come Adam Smith e Karl Marx. Solo individuando queste tendenze di lungo periodo sarà possibile distinguere di nuovo fra progresso e protesta, fra interesse corporativo e interesse generale.
Un elemento centrale di questa riflessione sembra dover consistere nella constatazione dell’esistenza di una sempre più stretta congiunzione fra scienza e produzione. Uno dei caratteri distintivi della nostra epoca e della nostra società è la transizione dal modo di produzione industriale a quello post-industriale. Corrisponde ad un fatto dell’esperienza quotidiana il continuo perfezionamento dei metodi di produzione grazie allo sfruttamento delle più recenti scoperte scientifiche. È questa osmosi fra scienza e produzione forse anche la spiegazione più semplice delle trasformazioni sociali più profonde e impressionanti della nostra epoca, come la fine tendenziale della condizione operaia, l’altrettanto tendenziale riduzione del tempo di lavoro e il miglioramento della qualità della vita.
 
Scienza e produzione.
Pur consistendo la scienza nella conoscenza disinteressata della realtà, nessuno può negare che vi sia una stretta connessione fra scienza e incremento delle risorse economiche. Lo sviluppo delle scienze fisiche, in particolare, ha consentito all’umanità di sfruttare sempre più a fondo le forze della natura per aumentare i beni ed i servizi di cui ha bisogno.
I rapporti fra scienza e produzione si sono andati modificando nel tempo. Agli inizi dell’era moderna, all’epoca di Leonardo da Vinci o di Copernico, l’invenzione di nuove macchine o la scoperta di nuove leggi della natura non aveva alcuna connessione con la loro immediata utilizzazione. È risaputo che quando iniziò la rivoluzione industriale in Inghilterra, nella seconda metà del secolo XVIII, vennero utilizzati parecchi meccanismi già noti da secoli o decenni, ma non ancora impiegati nella manifattura. Certamente senza il poderoso sviluppo della moderna fisica newtoniana nemmeno le applicazioni ingegneristiche avrebbero potuto vedere la luce e servire da supporto all’espansione del mercato inglese. Ma il rapporto fra sviluppo della scienza e rinnovamento del mondo della produzione restò quanto mai indiretto. La trasformazione del sistema economico feudale fondato sulle corporazioni e sul mercato locale in un sistema economico fondato sulla concorrenza generale e sul mercato mondiale richiese modificazioni istituzionali e sociali non meno importanti di quelle tecnologiche.
In una prima fase la borghesia mercantile ha dovuto travolgere, nella sua espansione, tutti i vecchi privilegi feudali e corporativi che soffocavano il mercato negli angusti confini del borgo. Solo in un secondo tempo divenne possibile accompagnare al rinnovamento dei commerci quello della produzione, introducendo le tecnologie che la nuova scienza rendeva disponibili. L’iniziativa individuale, accompagnata da una politica liberale dello Stato, costituì la principale forza del progresso, tanto che si poté affermare, in questa epoca, che l’imprenditore cercando di ottenere il massimo guadagno era condotto da «una mano invisibile» a perseguire, anche se non era nelle sue intenzioni, il fine dell’interesse generale.
Va anche osservato che se, da un lato, la scienza contribuisce al miglioramento dei metodi produttivi, dall’altro, continui stimoli al perfezionamento tecnologico provengono dallo stesso mondo del lavoro. Come esemplifica con molta semplicità Adam Smith, ad una delle prime macchine a vapore un ragazzo era adibito a chiudere e aprire alternativamente una valvola. Ma questo ragazzo, a cui piaceva, come a tutti i ragazzi, giocare, un giorno legò l’apertura della valvola a una ruota che girando l’apriva automaticamente. «Ecco così che uno dei più notevoli perfezionamenti che siano stati apportati a questa macchina fin da quando fu inventata, fu la scoperta di un ragazzo che voleva risparmiarsi lavoro».[1]
Questo esempio di Smith serve anche per illustrare una delle principali conseguenze della divisione del lavoro. Con la semplificazione e standardizzazione delle operazioni compiute da un operaio, si è in pratica già trasformato il lavoro artigianale in lavoro meccanico. Il passaggio alla macchina vera e propria è dunque sì dovuto al genio individuale, ma la sua invenzione è, per così dire, già contenuta nel grembo del processo produttivo. Le operazioni fatte dall’operaio diventano tanto semplici e ripetitive che anche un ragazzo può intuire un congegno meccanico che sostituisca il lavoro dell’uomo. È questa una delle principali ragioni del processo cumulativo che ha caratterizzato la crescita industriale del secolo scorso. Ogni innovazione ha consentito di sintetizzare in una macchina un certo numero di operazioni, ma, a sua volta, l’introduzione della macchina, come mostra Smith, consente di semplificare ed eliminare ulteriormente il lavoro manuale, creando così le premesse per una nuova, più progredita, tecnica di produzione.
L’interazione fra scienza e produzione, all’epoca della prima rivoluzione industriale, si fondò principalmente sull’iniziativa individuale. È l’imprenditore-innovatore che rende operante la tecnologia che lo scienziato ha solo progettato ed è il tecnico-inventore che perfeziona nella fabbrica le macchine già operanti. Ma questa fondamentale interdipendenza fra scienza e produzione entra in crisi con lo stesso sviluppo del sistema industriale. La dimensione su grande scala delle moderne imprese per soddisfare il mercato di massa ha praticamente condannato alla scomparsa la figura del capitano d’industria. Ogni innovazione dei processi produttivi nell’impresa di vaste dimensioni implica investimenti enormi e decisioni talmente complesse che sfuggono alla portata di un solo individuo. La grande impresa che non vuole soccombere alla concorrenza di un mercato ormai di dimensioni mondiali deve programmare con cura la sua produzione ed i suoi investimenti. «Il progresso tecnico — afferma Schumpeter, il principale teorico e difensore della funzione imprenditoriale — diventa sempre in maggior misura l’occupazione di squadre di specialisti che producono quello che viene domandato ed eseguono il loro compito in un modo prevedibile. L’epoca romantica delle prime imprese commerciali sta svanendo rapidamente perché troppe cose, che una volta dovevano essere scorte con un lampo di genio, oggi possono essere facilmente calcolate». Pertanto, conclude Schumpeter con nostalgia, «il progresso economico diventa spersonalizzato e automatizzato. Uffici e comitati sostituiscono sempre più l’azione individuale».[2] Tutto questo, tuttavia, non significa che l’iniziativa e l’intraprendenza del singolo non contino più nulla. Esse sono sempre doti indispensabili alla vitalità di un’impresa, ma devono essere temperate e disciplinate dalla rigorosa indagine delle possibilità di assorbimento del mercato e dallo studio sistematico delle caratteristiche dei costi e delle conseguenze delle nuove tecnologie.
Questo nuovo corso della produzione industriale è ormai evidente nella creazione di «settori per la ricerca e lo sviluppo» che non mancano in nessuna grande azienda. La scienza, che nella fase precedente aveva uno svolgimento completamente indipendente dal mondo del lavoro, ora non vi è più estranea. Naturalmente la ricerca universitaria resta ampiamente autonoma, ma, specie nei paesi anglosassoni dove la vita accademica è meno burocratizzata, sempre più frequenti sono i contatti fra imprese e istituti universitari di ricerca, con reciproci vantaggi. Stiamo così assistendo all’affermarsi della tendenza ad una più stretta unità fra scienza e produzione. Non è più possibile produrre senza programmare e non è più possibile programmare senza organizzare anche la ricerca scientifica.
La programmazione della produzione e della ricerca scientifica è diventata un imperativo talmente condizionante lo sviluppo economico che lo Stato stesso non può più disinteressarsi del problema. Vi sono, in particolare, alcuni settori, detti anche settori trainanti, che hanno poche probabilità di crescita senza l’intervento del potere pubblico. In effetti, sono tali i capitali richiesti, oltre che i tempi della ricerca e i rischi di un eventuale insuccesso, che nessuna impresa privata osa intraprendere con le sue sole forze queste attività.
Siamo così alle soglie di un rivolgimento profondo nel modo di produzione. Il vecchio sistema produttivo fondato sull’iniziativa individuale sta per essere soppiantato da un nuovo modo di produzione, che possiamo denominare post-industriale, caratterizzato dall’utilizzazione esplicita della scienza come forza di produzione. Rispetto al vecchio sistema produttivo, in cui il «progresso» si è imposto come una forza cieca e incontrollata, che ha travolto nel suo cammino la vecchia civiltà artigianale e contadina, creando enormi masse di proletari e diseredati, il nuovo modo di produzione fa intravvedere la possibilità che l’uomo organizzi e diriga lo stesso processo produttivo. Il luddismo e l’odio spesso incontenibile degli operai verso la macchina testimoniano a sufficienza il paradosso generato dalla prima rivoluzione industriale. Le macchine che pure sono state inventate ed utilizzate per risparmiare la fatica dell’uomo, si sono rivelate ben presto un mostro che ha soggiogato il suo creatore. Ma con l’affermazione della rivoluzione scientifica e del modo di produzione post-industriale sembra possibile un uso cosciente e razionale delle risorse naturali, un aumento generalizzato e di enormi proporzioni del benessere e la fine dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo che ha segnato indelebilmente la fase del capitalismo industriale.
 
Il lavoro ripetitivo e parcellizzato.
Al primo incipiente sorgere della società industriale, già si potevano intuire le conseguenze per la condizione umana della trasformazione del lavoro artigianale nel lavoro di fabbrica. Nella manifattura il lavoro viene organizzato dal padrone per ottenere, grazie alla cooperazione di più operai, una maggior produttività. Questo risultato può essere conseguito solo se ogni operaio si dedica a una specifica operazione, che sarà tanto più velocemente e precisamente eseguita quanto più è semplice e perciò ripetitiva. Ma un uomo che per tutta la sua lunga giornata lavorativa, e per tutta la settimana, e per tutta la vita, compie sempre la stessa semplicissima operazione, come afferma Smith, «non ha nessuna occasione di applicare la sua intelligenza… e in genere diventa tanto stupido e ignorante quanto può esserlo una creatura umana… Ma in ogni società progredita e incivilita questa è la condizione in cui i poveri che lavorano, cioè la gran massa della popolazione, devono necessariamente cadere… ».[3]
La divisione del lavoro determina non solo i ruoli — o le funzioni — all’interno della fabbrica, ma nella società in generale. Un individuo trova, nel momento in cui entra nel mondo del lavoro, delle professioni già determinate e deve pertanto adattare, o meglio costringere, la sua personalità alla funzione che la società gli ha assegnato. Si sbaglia a pensare che esistano differenti doti naturali sulla base delle quali viene organizzata dalla società la divisione del lavoro. Smith osserva acutamente che è vero il contrario. «Le diversissime inclinazioni che sembrano distinguere in età matura uomini di diverse professioni sono piuttosto effetto che causa della divisione del lavoro. La differenza tra due personaggi tanto diversi come un filosofo e un volgare facchino di strada, per esempio, sembra derivi non tanto dalla natura quanto dall’abitudine, dal costume e dall’istruzione ».[4]
Con il procedere dell’industrializzazione e dell’accumulazione del capitale, sia in Inghilterra che sul continente europeo, anche le condizioni della gran massa della popolazione si degradano drammaticamente. Milioni di proletari si concentrano nelle città, ai bordi delle fabbriche, in quartieri miseri e malsani. La povertà, che nella civiltà contadina, all’interno del borgo, veniva accettata come un fatto naturale, ora viene da tutti imputata alla civiltà delle macchine. E la condizione dell’operaio è tanto peggiore quanto più macchinizzata è la fabbrica. «Nella manifattura e nell’artigianato — scrive Marx quasi un secolo dopo Smith — l’operaio si serve dello strumento, nella fabbrica è l’operaio che serve la macchina. Là dall’operaio parte il movimento del mezzo di lavoro, il cui movimento qui egli deve seguire. Nella manifattura gli operai costituiscono le articolazioni di un meccanismo vivente. Nella fabbrica esiste un meccanismo morto indipendente da essi, e gli operai gli sono incorporati come appendici umane».[5] Il lavoro di fabbrica diventa così sempre più semplificato e sempre più monotono. Anche un fanciullo può essere utilizzato nelle operazioni più semplici. E in una situazione in cui non esistevano ancora né una legislazione sociale né le organizzazioni sindacali, vengono sfruttati anche i minori e le donne per lavori penosissimi. Il salario cade ai livelli di sussistenza, sia per la poca forza contrattuale del proletariato, sia per l’assoluta mancanza di qualificazione richiesta dal processo produttivo.
L’ultima fase, sulla via della degradazione del lavoro operaio, è costituita dall’introduzione, agli inizi del nostro secolo, della catena di montaggio. Con l’affermazione di questo metodo, il rapporto fra dirigente e diretto, fra caposquadra e operaio, che era sopravvissuto nella fase precedente, si spersonalizza totalmente e viene affidato alla stessa macchina il compito di controllare e comandare l’operaio. Il taylorismo costituisce il tentativo di teorizzare questa nuova fase della organizzazione del lavoro. Il ritmo di lavoro viene controllato dalla catena di assemblaggio e le capacità di giudizio e l’esperienza dell’operaio vengono ridotte al minimo. L’operaio non deve pensare, ma solo eseguire delle operazioni meccaniche nei tempi e nei modi richiesti dall’analista. La fabbrica si trasforma in un solo grande corpo in cui il lavoratore costituisce l’appendice di un complesso meccanismo. Così la produzione di massa, su larga scala, si accompagna a una totale dequalificazione e spersonalizzazione dell’operaio.
Si deve notare che queste conseguenze della divisione del lavoro sulla condizione operaia non dipendono dal modo in cui viene organizzato il controllo del processo produttivo, cioè attraverso la proprietà capitalistica o la pianificazione centralizzata. Lo Stato socialista può abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, può eliminare la borghesia e le forme di rendita parassitaria, può realizzare delle condizioni di effettiva giustizia economica per tutti i lavoratori, ma non può abolire la subordinazione dei lavoratori alle ferree leggi della produzione meccanizzata. Quando Lenin si pose il compito di rimettere in funzione l’economia russa, dopo la rivoluzione bolscevica, la necessità non lasciava altre possibilità. Egli non ignorava né i vantaggi né gli effetti crudeli del taylorismo. «L’ultima parola del capitalismo — scrisse Lenin nel 1918 — il sistema Taylor, racchiude in sé, come tutti i progressi capitalistici, la ferocia raffinata dello sfruttamento borghese unita a una serie di ricchissime conquiste scientifiche nell’analisi dei movimenti meccanici del lavoro, dell’eliminazione dei movimenti superflui e incomodi, dell’elaborazione dei metodi del lavoro più razionali, dell’applicazione dei migliori sistemi di inventario e di controllo, ecc. La Repubblica sovietica deve ad ogni costo far suo tutto ciò che vi è di prezioso nelle conquiste fatte dalla scienza e dalla tecnica in questo campo… Si deve introdurre in Russia lo studio e l’insegnamento del sistema Taylor…».[6]
 
Benessere e industrializzazione.
Queste negative conseguenze della divisione del lavoro costituiscono, tuttavia, solo un aspetto delle condizioni di vita della classe operaia nella società industriale. Tante sofferenze e costrizioni non si potrebbero comprendere, né sopportare, se al loro fianco, e come conseguenza della medesima causa, non si fossero manifestati dei benefici effetti. In realtà, il passaggio dal modo di produzione feudale a quello industriale ha rappresentato un progresso decisivo per la gran massa della popolazione. L’approfondimento della divisione del lavoro nella società industriale si è accompagnato ad una produzione crescente di beni e servizi, standardizzati ed a basso costo, ben presto alla portata di tutti gli strati sociali, anche i più umili. Un nuovo modo di produzione può affermarsi, e soppiantare il vecchio, quando possiede la capacità di soddisfare più bisogni e di assicurare un più elevato e diffuso benessere materiale.
Le ragioni della superiorità del modo di produzione industriale su quello feudale, risiedono negli aumenti di produttività che sono possibili con l’organizzazione del lavoro nella manifattura e nella fabbrica. Un artigiano per fabbricare uno spillo deve compiere una serie molto lunga di operazioni. Nella manifattura ogni operaio compie una sola operazione, e così, dovendo ripetere sempre lo stesso semplice gesto, diventa molto abile e si risparmia anche il tempo necessario per passare da un’operazione all’altra. Con le stesse ore di lavoro, si ottiene molto di più. Per questo la produzione artigianale non può reggere la concorrenza dell’industria. La divisione del lavoro rende possibile la produzione su larga scala di beni standardizzati a bassissimo costo.
Inoltre, la produttività del lavoro si accresce con l’approfondirsi della divisione del lavoro, che a sua volta dipende dall’ampiezza del mercato. Se la manifattura di spilli deve produrre solo per il mercato locale, il contado o la provincia, molto presumibilmente riuscirà a far fronte alla domanda con pochi operai e le basterà una rudimentale divisione di mansioni per raggiungere la produttività necessaria. Ma se deve far fronte al mercato nazionale, oppure a quello mondiale, non basteranno più pochi operai. Diventerà conveniente e necessario adottare macchine complesse e perfezionare al massimo grado l’organizzazione della produzione. Ecco perché sono tanto più prosperi quei popoli che hanno saputo abbattere tutte le frontiere che impediscono i commerci fra le regioni e gli Stati. Allo stesso modo, hanno contribuito all’allargamento del mercato le scoperte geografiche o la diminuzione dei costi di trasporto. Anche un aumento del potere d’acquisto della popolazione deve essere inteso come un ampliamento del mercato. Ford non sarebbe mai riuscito a impiantare la sua fabbrica di automobili con il nuovo metodo della catena di montaggio, se un americano medio — compresi i suoi stessi operai — non fosse stato in grado di acquistare un «modello T». Si realizza così un processo cumulativo di arricchimento generale dovuto alla provvidenziale circostanza che quanto più si produce e si consuma, tanto più efficienti diventano i metodi di produzione. Quando il mercato si allarga, si creano le premesse per un ulteriore aumento della produttività del lavoro, più reddito può essere distribuito e più reddito viene speso: il mercato si allarga di nuovo.
La storia europea degli ultimi due secoli illustra con dovizia come questi fattori del progresso economico abbiano effettivamente operato e quali benefici effetti siano derivati a tutta la popolazione dagli aumenti di produttività. Certo ogni aumento di produttività non si è trasformato immediatamente in aumento del tenore di vita. Anzi, gli effetti immediati della introduzione delle macchine nel processo produttivo sono stati, il più delle volte, disastrosi nel breve periodo, per la classe operaia che, come osservava Marx, veniva espulsa dall’industria e spinta ad ingrossare quell’esercito industriale di riserva che, premendo sul resto degli occupati, contribuiva a mantenere bassi i salari. Ma l’organizzazione della classe operaia in sindacati ed in partiti ha consentito un aumento progressivo del suo potere contrattuale e della sua influenza nella vita dello Stato.
In effetti, oggi dobbiamo constatare che il livello medio di vita di un operaio in Europa è incomparabilmente più elevato degli standards tipici della società pre-industriale. In queste società, l’occupazione prevalente per la quasi totalità della popolazione era l’agricoltura e, data la povertà dei mezzi a disposizione, erano richieste 12 e anche 16 ore di lavoro giornaliere per poter ottenere il minimo di sussistenza. Bastava un cattivo raccolto per ridurre alla disperazione, o condannare a sicura morte, intere regioni. Si calcola che nel XVIII secolo, in Europa, il 90% del salario dovesse essere riservato all’acquisto di generi alimentari, specialmente il pane. Un chilo di pane costava da due a cinque ore di lavoro. Occorrevano ancora due ore di salario per acquistarne un chilo a metà del secolo scorso. Oggi occorrono solo 15 minuti di salario per comprare la stessa quantità di pane. Ancora agli inizi del nostro secolo, per una famiglia operaia, consumare carne era considerato un lusso. Oggi lo Stato del benessere garantisce a tutti assistenza medica, pensioni, ferie annuali sempre più lunghe ed educazione gratuita fino all’età adulta. Infine, il dato più impressionante circa il miglioramento delle condizioni di vita è rappresentato dall’allungamento della vita media della popolazione. Un bambino su tre moriva prima di giungere al primo anno di vita, e la speranza di vita per chi sopravviveva era solamente di 25 anni; oggi la speranza di vita supera i 70 anni e si avvicina rapidamente alla durata biologicamente normale, cioè 80-90 anni.
L’umanità è così riuscita, là dove il processo di industrializzazione è più avanzato, ad uscire dallo stato naturale di necessità. Le stesse cause che hanno portato alla parcellizzazione e dequalificazione del lavoro hanno operato anche nella direzione di un sempre più diffuso benessere per tutti gli strati sociali, smantellando contemporaneamente anche le situazioni di privilegio e di ingiustizia distributiva, perché la produzione di massa può essere assorbita solo se tutta la popolazione aumenta il suo tenore di vita. Ma queste conquiste non bastano ancora all’uomo moderno. Non si vive per lavorare. La società industriale è ricca, ma infelice, perché è ancora dominata dalla necessità del lavoro e della fatica. Tuttavia, i prodigiosi sviluppi della scienza e della tecnologia lasciano ormai intravvedere nuove prospettive di progresso ancora più promettenti e decisive dei rivolgimenti che hanno consentito all’umanità di vincere la lotta per la sopravvivenza.
 
La fine della condizione operaia e l’autogestione.
Si è visto che il progresso economico, nella fase dell’industrializzazione, è consistito principalmente negli aumenti di produttività connessi ad una più avanzata divisione del lavoro, con la conseguente crescente dequalificazione del lavoro operaio. Oggi siamo alle soglie di un’epoca in cui si manifesta una netta inversione di tendenza: gli aumenti di produttività si accompagnano alla valorizzazione della personalità, all’utilizzazione delle conoscenze scientifiche e delle doti creative dell’individuo. Questa inversione di tendenza nella logica produttiva si poteva già intravvedere nel secolo scorso. L’avanzamento della scienza è il presupposto della meccanizzazione. «Il principio del sistema delle macchine — afferma Marx — che è di analizzare il processo di produzione nelle sue fasi costitutive e di risolvere i problemi che così risultano mediante l’applicazione della meccanica, della chimica, ecc., in breve delle scienze naturali, diventa ora principio determinante in ogni campo».[7] La fabbrica diventa così sempre di più il luogo in cui la scienza viene applicata, in cui la teoria si trasforma in tecnologia e produzione. Ma la trasformazione della scienza in macchina significa anche liberazione dal lavoro, come quando la macchina a vapore venne perfezionata grazie «alla scoperta di un ragazzo che voleva risparmiare lavoro».
Il punto di arrivo di questo processo è dunque quello della completa sostituzione del lavoro umano con quello meccanico, grazie allo sfruttamento sempre più intenso delle energie naturali. «L’astrazione del produrre — prevedeva Hegel con logica stringente — rende il lavoro sempre più meccanico e, quindi, alla fine, atto a che l’uomo ne sia rimosso e possa essere introdotta, al suo posto, la macchina».[8] L’uomo può dominare la natura e sottrarsi alla schiavitù del lavoro, solo se è la natura a lavorare per conto suo.
Oggi questa tendenza alla sostituzione completa del lavoro ripetitivo con la macchina si sta realizzando con l’automazione. In molti processi produttivi si compiono lavorazioni a ciclo integrale, dalla fase iniziale a quella finale, senza che intervenga mai l’operaio in qualche fase della lavorazione. Bastano alcuni tecnici specializzati, con l’ausilio di pochi addetti alla manutenzione degli impianti, a far funzionare fabbriche di imponenti dimensioni. Si stima che l’automazione elimini il lavoro degli operai non qualificati, degli addetti alle macchine, degli impiegati, ecc., nella misura dell’80-90% della manodopera preesistente. Inoltre, essa opera nel senso di una continua maggior richiesta di ingegneri e tecnici altamente qualificati. La figura dell’operaio, che non esisteva nelle società pre-industriali, sembra pertanto legata alla fase del macchinismo ed è destinata a scomparire con l’affermarsi del nuovo modo di produzione, fondato sull’automazione. Questa radicale modificazione dei processi produttivi è stata prevista, con incredibile lucidità, dallo stesso Marx, nel secolo scorso. «Nella misura in cui si sviluppa la grande industria, dice Marx, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro… Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore… L’operaio… si colloca accanto al processo di produzione, anziché esserne l’agente principale».[9]
Questa trasformazione dell’operaio in «sorvegliante e regolatore» del processo produttivo è possibile grazie agli enormi divari di produttività che i processi automatizzati hanno rispetto a quelli tradizionali. Basta pensare che in Europa, nel campo dell’editoria e del giornalismo, diventa conveniente introdurre metodi automatizzati, pur mantenendo nell’impresa la manodopera esuberante, a causa del periodo di recessione attraversato dall’economia. In effetti, come nella fase precedente, l’aumento di produttività è una condizione indispensabile per l’affermazione del nuovo modo di produrre, perché la società non vuole certamente rinunciare al benessere materiale conquistato, con tanta fatica e sofferenze, in due secoli di industrializzazione.
Inoltre, la trasformazione dell’operaio in «sorvegliante e regolatore» della fabbrica automatizzata realizza finalmente le premesse per la congiunzione tendenziale di scienza e produzione. La fabbrica diventa sempre più la sede della scienza sperimentale. Per questo, essendo ormai la scienza divenuta una forza produttiva, ogni nuovo aumento di produttività può essere conseguito solo incentivando la ricerca scientifica, cioè valorizzando la personalità e le capacità intellettuali degli individui. L’uomo non subisce più le cieche leggi del progresso che lo incatenavano come un passivo ingranaggio alla fabbrica meccanizzata.
Questo più elevato stadio di sviluppo dell’umanità è tuttavia legato ad una condizione, che la stessa automazione rende possibile: la riduzione della giornata lavorativa. Una diminuzione del tempo di lavoro comporta sempre una rinuncia ad una possibile produzione. Ecco perché solo in tempi recenti è stato possibile accorciare la giornata lavorativa a otto ore, poi ridurre il numero di giorni lavorativi nella settimana e, infine, il tempo totale dedicato nel corso della vita al lavoro, perché si inizia la professione sempre più tardi e si finisce sempre prima. Questa conquista del tempo libero è in effetti necessaria per consentire lo sviluppo delle capacità di un individuo e quindi anche delle nuove forze produttive. «Il risparmio del tempo di lavoro — afferma Marx — equivale all’aumento del tempo libero, ossia del tempo dedicato allo sviluppo pieno dell’individuo, sviluppo che a sua volta reagisce, come massima produttività, sulla produttività del lavoro. Esso può essere considerato, dal punto di vista del processo di produzione immediato, come produzione di capitale fisso; questo capitale fisso è l’uomo stesso».[10]
Come conseguenza di questa trasformazione dell’operaio in «sorvegliante e regolatore», anche l’organizzazione della produzione, finora fondata sul contrasto fra capitale e lavoro, fra dirigenti e diretti, dovrà subire una profonda modificazione. Il macchinismo, condannando l’operaio a poche semplici operazioni, spegneva ogni interesse dell’operaio e perciò anche quello relativo alla conoscenza del processo produttivo. Ciò che importava all’operaio erano la mansione e la qualifica. Su questa base operava il mercato del lavoro, nel quale il «lavoro astratto» poteva passare da una fabbrica all’altra senza difficoltà, perché nullo era il suo personale contributo alla produzione. Al contrario, con l’avvento dell’automazione, a mano a mano che la fatica fisica di produrre viene affidata alla macchina, è necessario che il «controllore» acquisisca conoscenze di tipo universale sul processo produttivo che controlla e dirige. Nella fabbrica automatizzata cade la distinzione fra attività fisiche e mentali. Certamente sopravvive la specializzazione delle conoscenze fra chimico, ingegnere, ecc., ma questa specializzazione non comporta affatto una mutilazione della personalità perché è frutto di una scelta, non di una costrizione.
La parcellizzazione del lavoro ha creato in fabbrica la distinzione fra dirigente e subordinato. La fonte del potere manageriale è l’obiettiva incapacità dell’operaio di conoscere cosa avviene al di là della sua specifica mansione. Nella fabbrica, così come sul mercato del lavoro, mentre massima è la mobilità orizzontale, pressoché nulla è quella verticale. Poiché l’opera del dirigente è spesso insostituibile è anche inevitabile che si formi e si perpetui una casta dirigente, come è avvenuto sia nei paesi capitalisti (la cosiddetta tecnostruttura) che nei paesi ad economia pianificata (l’apparato burocratico sovietico). Ma la trasformazione dell’operaio in tecnico specializzato e ricercatore abbatte queste barriere. Nella misura in cui svanisce la distinzione fra forza intellettuale e manodopera, tra attività mentali e fisiche, le responsabilità del «sorvegliante e regolatore» del processo produttivo vengono enormemente accresciute. L’organizzazione del lavoro in fabbrica si avvicinerà sempre più a quella di un laboratorio di ricerca. Non sarà più possibile sfruttare il lavoratore, perché la capacità intellettuale fiorisce solo dove vi è partecipazione. In questa situazione, in cui la produzione dipende dall’interesse e dalla dedizione dei singoli, il prodotto del lavoro non si contrappone più, come ai tempi di Marx, all’operaio come un «essere estraneo». Per questo sembra ormai concretarsi all’orizzonte l’idea dell’autogestione, cioè della partecipazione cosciente delle forze produttive alla gestione della produzione. E ciò comporterà anche la trasformazione della forma della proprietà dei mezzi di produzione, perché la proprietà capitalistica, sia essa privata o dello Stato, mal si concilia con l’autogestione.
In conclusione, con l’automazione sembrano maturate le condizioni storiche per l’affermazione di un ideale auspicato dai primi rivoluzionari socialisti, come Proudhon, e tenacemente radicato nel movimento operaio fin dal secolo scorso, come testimoniano i moti rivoluzionari parigini del 1848. A questa aspirazione di partecipazione e di controllo dei produttori, oltre che alle prospettive di liberazione dal lavoro ripetitivo, si riferisce anche Marx in una sua profetica pagina. «A mano a mano che l’uomo civile si sviluppa — scrive Marx — il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa».[11]
 
La società post-industriale.
Se l’industrializzazione ha creato le condizioni per l’emancipazione del proletariato in quanto classe, con la società post-industriale, come afferma M. Albertini, maturano le condizioni per la emancipazione dell’individuo. È l’uomo l’oggetto e il soggetto del processo produttivo. Questa è ormai una tendenza che si può scorgere con sempre maggior chiarezza nelle economie mature. A questo fine, distingueremo i principali mutamenti causati dalla rivoluzione scientifica e tecnologica in mutamenti quantitativi e qualitativi, anche se questa distinzione può apparire artificiosa perché il mutamento di un tipo non esclude l’altro.
È un fatto ormai universalmente riconosciuto che la previsione di una proletarizzazione crescente della società, che avrebbe dovuto accompagnare lo sviluppo del capitalismo, non si è verificata. Anzi, oggi stiamo assistendo ad una tendenza decisamente opposta. Mentre nell’epoca dell’industrializzazione gli aumenti di produzione si sono accompagnati ad aumenti della manodopera nel settore estrattivo e nell’industria, con il conseguente spopolamento delle campagne e la nascita delle grandi città, oggi la produzione complessiva aumenta senza che si verifichi più un aumento dell’occupazione industriale. Al contrario, la quota degli occupati nell’industria, che è arrivata fino ad una percentuale vicina al 30% nei paesi più avanzati, è in sensibile declino, nonostante la continua crescita del prodotto nazionale. In effetti, i soli settori in netta espansione, sotto il profilo dell’assorbimento dell’occupazione, sono quelli dei servizi pubblici e privati. Naturalmente l’espansione del settore terziario deve essere considerata come un fatto positivo. È un possibile indice del benessere, perché significa che la società si può concedere più scuole, più ospedali, più servizi di pubblica utilità. La società diventa più ricca e prospera grazie alla accresciuta produttività della minoranza degli occupati in agricoltura e nell’industria. Questo sviluppo del terziario nella società post-industriale, non solo è possibile, ma anche necessario. Solo con una accresciuta istruzione e valorizzazione della personalità si possono compiere ulteriori passi sulla via della rivoluzione scientifica e tecnologica.
Questo mutamento nella composizione e nella struttura delle forze produttive si deve accompagnare a modificazioni altrettanto radicali nella struttura dei consumi. La fase della catena di montaggio si è accompagnata al cosiddetto consumismo, cioè all’acquisto in massa di elettrodomestici, automobili, ecc. Ma questo tipo di espansione della domanda ha un limite. Nella misura in cui la società nel suo insieme diventa più ricca, aumenta il reddito pro-capite e si realizza una miglior giustizia distributiva, è prevedibile che l’individuo medio, sempre più istruito e ormai in grado di soddisfare i suoi bisogni materiali, si orienti verso consumi superiori, sempre più «personalizzati». Questi consumi possono essere di due tipi. Il primo consiste nei servizi per attività ricreative, culturali, ecc., cioè tutte quelle attività che Marx definiva «superiori», perché capaci di arricchire la personalità. Il secondo tipo riguarda i beni prodotti appositamente per soddisfare il gusto e le esigenze individuali. Le produzioni di massa, ormai facilmente ottenibili dalle fabbriche automatizzate, diventeranno sempre più a buon mercato. Si può perciò prevedere una rivalutazione delle produzioni artigianali, che saranno anche facilitate dalla accresciuta potenza, precisione e basso costo dei mezzi di produzione ormai disponibili. Questa rivalutazione del lavoro artigianale e manuale contrasta con la tendenza tipica dell’età del macchinismo verso la degradazione del lavoro operaio. Con l’artigianato, al cui sviluppo contribuisce la personalità sia di chi compra che di chi produce, rinasce anche la figura del «maestro» e della sua bottega, che sembravano definitivamente condannati dalla civiltà delle macchine.
Grazie all’aumento di ricchezza pro-capite ed alla realizzazione di una migliore giustizia distributiva, si può anche prevedere una inversione di tendenza nella composizione dei consumi, pubblici e privati. Il problema si pone seriamente, data la tendenza della società a dedicare una quota sempre più ampia del reddito a servizi ed alla tendenza parallela a provvedervi con spese pubbliche, che sono ormai pari a circa il 50% del prodotto interno lordo in tutti i paesi avanzati. Ma il bilancio dello Stato non può crescere all’infinito senza provocare una intollerabile pressione fiscale e ridurre praticamente a zero le possibilità di scelta degli individui.
Se l’uguaglianza dei punti di partenza viene garantita, ci si può forse aspettare una doppia modificazione nel settore dei servizi. Da un lato, al gigantismo statale si può sostituire una organizzazione da parte delle comunità locali, che possono differenziare e articolare le prestazioni tenendo in maggiore considerazione le esigenze dei loro cittadini. L’efficienza della prestazione può migliorare se si accompagna con il riconoscimento della sovranità fiscale al potere locale, perché in questo caso alla libertà di manovra sulla spesa pubblica si unisce la responsabilità verso i contribuenti. In secondo luogo, si può prevedere anche una riduzione delle spese per trasferimenti (che rappresentano oggi la parte preponderante dei bilanci statali) nella misura in cui si riconosce l’inutilità di trasferire da Caio a Tizio per poi ritrasferire da Tizio a Caio. Ad esempio, è inutile aumentare la burocrazia statale per raccogliere tasse e oneri sociali per finanziare spese che poi finiscono per giovare più o meno egualmente a tutti i cittadini. È assurdo che un padre di famiglia paghi oneri sociali e imposte per avere pensione, assistenza medica ed educazione gratuita per i propri figli se, spendendo direttamente lo stesso ammontare, può ottenere i medesimi benefici. Si potrebbe cioè, pur assicurando un rigoroso controllo pubblico sulla loro erogazione, ritornare ad una gestione privatistica di molti servizi sociali, (o, più semplicemente, esigere il pagamento di una tariffa che copra il costo del servizio) con il vantaggio di assicurare meglio l’osservanza degli standards di efficienza e di evitare la pletorica gestione e le lungaggini tipiche dell’amministrazione pubblica. Inoltre si garantirebbe così agli individui più libertà di scelta nella organizzazione della propria vita. Non si deve dimenticare che la politica dei trasferimenti è stata realizzata per consentire alle classi sociali più emarginate di raggiungere condizioni di vita dignitose. Lo Stato assistenziale che provvede «dalla culla alla bara» ai bisogni del cittadino, può aiutare l’individuo a giungere alla maturità, ma mal si concilia con una società di uomini liberi e responsabili.
Vi sono poi mutamenti qualitativi, dipendenti specialmente dalla riduzione della giornata lavorativa e del tempo di lavoro,[12] cui vale la pena di accennare, anche se brevemente. Essi riguardano la condizione di vita dell’individuo nella famiglia, nella scuola e nella città.
La famiglia ha subito in due secoli una profonda trasformazione. La durata media del matrimonio è passata dai 20 anni nel secolo XVIII ai 40 attuali ed è destinata ad aumentare grazie alla caduta dei tassi di mortalità. Ciò significa che la coppia, che prima non poteva fare altro che allevare figli, oggi può godere di un lungo periodo di libertà nella seconda parte del matrimonio. In particolare, la condizione della donna si è profondamente modificata grazie al largo impiego di elettrodomestici che riducono enormemente il lavoro di casa ed ora, con la rivoluzione scientifica, si può compiere un definitivo passo verso l’eguaglianza effettiva dei due sessi grazie alla progressiva sostituzione del lavoro manuale con quello intellettuale, per il quale le differenze naturali nelle doti fisiche sono irrilevanti.
Le istituzioni educative sono naturalmente destinate ad assumere sempre più importanza nella società post-industriale. Oggi una delle principali critiche che vengono giustamente rivolte alla scuola è quella di voler somministrare una cultura una tantum: negli indirizzi professionali come in quelli umanistici si ipotizza un rapporto statico tra alunno e vita, tra sapere e mondo del lavoro. Nella società post-industriale saranno le esigenze stesse della vita produttiva a scardinare questa vecchia concezione del ruolo della scuola. L’istruzione diventa sempre più una forza produttiva e l’individuo in futuro sarà continuamente stimolato ad aggiornare e arricchire le sue conoscenze, se vorrà mantenersi attivo in una società in cui la routine è ormai lasciata ai robots. Si accentuerà perciò la domanda per una scuola più aperta, meno specializzata, meno nozionistica. La vecchia scuola formava prevalentemente dei manichini, capaci solo di ben rivestire il loro futuro ruolo sociale. La nuova scuola dovrà invece formare degli uomini capaci di affrontare in modo autonomo i problemi della produzione, che al limite coincidono con i problemi stessi dell’avanzamento della cultura e della scienza.
Consideriamo infine gli sviluppi della vita comunitaria nelle città. Il gigantismo industriale e la catena di montaggio hanno provocato concentrazioni di grandi masse di lavoratori verso i centri urbani, contribuendo cosi alla loro alterazione e degradazione. L’equilibrio fra città e campagna è stato spezzato, con grave pregiudizio per i centri rurali. La qualità della vita nelle città e nelle campagne potrà essere veramente migliorata con la rivoluzione scientifica grazie alla possibilità di realizzare dei processi produttivi efficaci con pochissimo lavoro diretto e alla tendenza, già in atto, di dislocare le varie funzioni dell’impresa su vaste regioni. La disponibilità di mezzi di trasporto e di comunicazione a basso costo renderà possibile il ritorno all’equilibrio fra città e campagna. Inoltre, il più diffuso benessere e l’elevazione dei gusti dovrebbero consentire anche la sopravvivenza dei negozi e delle piccole botteghe di quartiere, che hanno una importanza fondamentale per la conservazione delle tradizioni e dei gusti locali, contro la tendenza livellatrice e massificante del supermercato. La rivalutazione del lavoro manuale ed artigianale consentirà di rivitalizzare alcuni centri storici ed alcune città che, come Venezia, proprio perché costruiti a misura d’uomo, oggi sembrano destinati allo spopolamento. In generale, aumenterà nella società post-industriale l’esigenza di risolvere i problemi che si pongono nel quartiere, nella città, nel comprensorio, con adeguate strutture federalistiche di autogoverno locale.
 
Ristrutturazione industriale e nuova divisione internazionale del lavoro.
Fino ad ora abbiamo considerato solo le modificazioni in profondità del processo produttivo, cioè l’introduzione dei processi automatizzati e le più rilevanti conseguenze sulla struttura sociale. Ma questa analisi resta incompleta se non si accompagna all’esame delle modificazioni in estensione provocate dal nuovo modo di produzione, vale a dire la nuova divisione internazionale del lavoro. Questi mutamenti nell’organizzazione della produzione, in ispecie nell’Europa occidentale, oggi vengono discussi in relazione al problema della ristrutturazione industriale, anche se, in verità, questo dibattito risulta spesso inconcludente perché vengono ignorati sia il quadro istituzionale, che è quello dell’Unione economica e monetaria europea, sia le dimensioni mondiali del problema.
Oggi, data l’interdipendenza orizzontale dei processi produttivi, esiste un mercato mondiale altamente integrato. Tutti gli Stati, anche quelli di dimensioni continentali come gli U.S.A. e l’U.R.S.S., non potrebbero troncare i loro rapporti commerciali con l’estero senza ridurre drasticamente il tenore di vita dei propri cittadini. Ma il mercato mondiale è attualmente male organizzato e questa cattiva organizzazione ostacola, invece che favorire, lo sviluppo delle forze produttive.
La struttura tipica del commercio estero dei paesi industrializzati, almeno fino alla seconda guerra mondiale, è consistita nell’importare materie prime per trasformarle ed esportare manufatti, sia sotto forma di semilavorati che di prodotti finiti, di consumo e di investimento. Questi traffici erano prevalentemente diretti verso le colonie che costituivano, insieme alla madrepatria, una economia spesso autosufficiente, ma in cui esisteva una netta divisione del lavoro fra chi possedeva ed esportava le materie prime e chi le lavorava ed esportava i prodotti finiti.
Questa eredità coloniale è pesata sulla ricostruzione post-bellica del mercato mondiale. Le superpotenze, ciascuna nella sua sfera di influenza, hanno cercato di regolare gli scambi internazionali in funzione della nuova situazione internazionale, che era quella della guerra fredda e del confronto ideologico e militare. Si è così avviata la ricostruzione sulla base di due modelli imperiali: quello orientale, in cui ai paesi satelliti veniva indicata come via maestra dello sviluppo quella della priorità dell’industrializzazione pesante seguita dall’Unione sovietica, e quello occidentale, fondato sul libero scambio e sulla economia di mercato. In questo contesto di relativa stabilità, si è potuto creare il Mercato comune e si è particolarmente sviluppato il commercio fra i paesi occidentali, che costituisce attualmente circa l’80% del commercio mondiale. Ma questa situazione ha nuociuto ai paesi del Terzo mondo che sono stati emarginati dal mercato mondiale e condannati alla loro antica funzione di fornitori di materie prime ai paesi avanzati.
L’attuale crisi economica mondiale è dovuta anche alla mancata soluzione del problema dell’inserimento del Terzo mondo nel mercato mondiale, a parità di condizioni con le economie più mature. Ciò è necessario non solo per consentire lo sviluppo economico e sociale di una popolazione che rappresenta ormai circa i due terzi dell’umanità, ma anche per superare le strozzature che impediscono, nei paesi avanzati, il passaggio dal modo di produzione industriale a quello post-industriale. In effetti, per alcuni settori tradizionali, come la siderurgia, dove l’automazione ha ormai aumentato considerevolmente la produttività, si manifesta una capacità produttiva eccedente, che non è solo dovuta al calo congiunturale della domanda mondiale. Nei paesi ricchi si è visto che la crescita economica si accompagna a modificazioni nella struttura dei consumi, che, a differenza di quanto accade nel modello consumistico tradizionale, sono sempre di più consumi per servizi sociali, attività ricreative, ecc., cioè beni forniti dal settore terziario. Per questo non è pensabile che gli aumenti di capacità produttiva dei settori dell’industria pesante, come quella siderurgica, possano essere assorbiti all’interno delle società avanzate. L’epoca della macchina a vapore, delle ferrovie e di una ulteriore espansione del consumismo è ormai finita. Quella del calcolatore elettronico e dell’energia nucleare non si fonda né su un allargamento dell’uso delle materie prime naturali, né su di una nuova estensione dell’industria pesante.
La situazione è naturalmente differente nel Terzo mondo, dove si tratta di compiere i primi passi sulla via dell’industrializzazione. L’attuale tendenza mostra che questi paesi possono riuscire ad inserirsi con successo nel mercato mondiale dedicandosi a quei tipi di produzione dove non si richiede una alta specializzazione della manodopera, né tecnologie d’avanguardia, come è ovvio, dato lo stato di arretratezza in cui versano. Ma in questo tipo di lavorazioni, come i prodotti tessili, aiutati anche dai più bassi livelli salariali, essi si sono ormai mostrati dei concorrenti temibili delle economie mature, che non hanno saputo far altro, sinora, che proteggere più o meno apertamente le loro industrie nazionali, bloccando così anche le possibilità di sviluppo dei paesi più poveri.
È ovvio che per uscire da questa situazione di crisi della produzione mondiale occorre rendere complementare, e non concorrente, lo sviluppo delle economie avanzate e del Terzo mondo. I paesi del Terzo mondo possono rappresentare una enorme domanda potenziale per beni di consumo, beni capitali e tecnologia intermedia, che oggi esistono in esuberanza in Europa, negli U.S.A. e in Giappone. Acquistando questi beni essi possono non solo accelerare notevolmente il loro sviluppo, ma anche evitare di impiantare in loco quel tipo di industria pesante che ha già causato sufficienti danni sociali ed ecologici nei paesi industrializzati. Questi ultimi paesi, per facilitare l’interscambio, devono aprire le loro frontiere alle importazioni di manufatti provenienti dal Terzo mondo, perché a nulla vale arroccarsi in difesa dell’occupazione di industrie ormai non più competitive. Le prospettive più serie, per una vera politica moderna della piena occupazione, devono puntare sullo sviluppo del settore terziario e sulla contemporanea automatizzazione dei processi produttivi industriali, che questa espansione rende possibile. Solo in questo modo, aiutando il Terzo mondo con capitali e tecnologie moderne ed acquistando i suoi prodotti, i paesi avanzati possono sfruttare a pieno la propria capacità produttiva e riorientare progressivamente loro processi produttivi verso una maggiore automazione.
L’Europa occupa una posizione cruciale, in questo processo di trasformazione e di rinnovamento. Il superamento del vecchio ordine economico mondiale, che frena l’espansione delle forze produttive, è possibile solo se all’equilibrio bipolare fra le due superpotenze si sostituirà un equilibrio multipolare, più flessibile, più aperto e più progressivo. Un’Europa unita politicamente e dotata di una propria moneta potrebbe spezzare il monopolio russo-americano di governo del mondo e avviare, insieme alla Cina, un sistema multipolare di relazioni internazionali in cui più stretti sarebbero i legami di cooperazione con i paesi sottosviluppati. In effetti, l’Europa e la Cina hanno un interesse particolare e comune a sostenere le rivendicazioni del Terzo mondo. La Cina deve circoscrivere l’influenza sovietica in Asia. E l’Europa dipende ancora fortemente per i suoi rifornimenti di materie prime dal Medio Oriente e dall’Africa. Gli Accordi di Lomé costituiscono una buona testimonianza di questa particolare attenzione dell’Europa verso il Terzo mondo, perché, per la prima volta, vengono resi operanti dei fondi di sostegno dei prezzi delle materie prime e vengono concessi sostanziosi aiuti finanziari e tecnologici. Ma ovviamente un vero salto di qualità nella cooperazione euro-africana potrà essere fatto solo dopo la creazione della moneta europea, perché senza cospicui prestiti e finanziamenti a lunga scadenza non si può attivare la domanda potenziale del Terzo mondo per beni e tecnologie europei. La divisione dell’Europa sul terreno monetario, oltre che la scarsa coscienza del problema da parte di tutte le forze politiche e sociali europee, è la vera ragione del suo tiepido impegno verso i nuovi popoli.
Per concludere, la politica della ristrutturazione industriale. presenta due aspetti che non possono essere scissi: quello relativo ai mutamenti tecnologici e quello relativo alla nuova divisione internazionale del lavoro. In Europa, è necessaria una politica che, da un lato, avvii l’economia europea più speditamente sulla via dell’automazione al fine di rendere competitiva l’industria europea con quella degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica e del Giappone e, dall’altro, consenta di aprire le frontiere ad un maggiore interscambio con il Terzo mondo. Ma questa politica si potrà realizzare, nel quadro dell’Unione economico e monetaria, solo se alla programmazione della ricerca scientifica si affiancherà un vasto piano per la riconversione industriale, il ridimensionamento dei settori maturi, la riqualificazione della  manodopera e lo sviluppo delle nuove attività terziarie.
 
La rivoluzione scientifica e l’unità europea.
Lo sviluppo delle forze produttive e le modificazioni dei processi produttivi non sono privi di conseguenze istituzionali e, a loro volta, possono essere accelerati o ritardati da particolari sovrastrutture, in ispecie la forma dello Stato. La rivoluzione industriale non ha potuto esprimersi compiutamente, senza che prima venissero eliminati gli intralci feudali al buon funzionamento del mercato. Gilde, corporazioni e un’incredibile serie di balzelli, dazi e imposte frenavano, nella società feudale, lo sviluppo dei commerci e dell’industria. Senza l’affermazione del moto di opinione pubblica ispirato al laissez-faire, laissez passer e dello Stato liberale non vi sarebbe stata in Europa alcuna rivoluzione industriale.
Ma, con il procedere della industrializzazione, il potere pubblico non si poté più limitare solamente a garantire il rispetto delle regole della concorrenza. Lo Stato nazionale divenne un vero fattore indispensabile allo sviluppo economico. Nel Continente europeo, gli Stati cosiddetti second comers, cioè i paesi arrivati più tardi alle soglie della rivoluzione industriale, divennero anche «imprenditori» per stimolare l’avvio dell’industrializzazione, che era frenata dalla concorrenza dei paesi più progrediti e che richiedeva capitali iniziali molto più massicci di quelli che erano serviti ai primi industriali inglesi. Inizialmente, l’intervento dello Stato fu indiretto, attraverso la protezione doganale o i consorzi bancari che facilitavano i finanziamenti ad alcuni settori strategici, ma successivamente lo Stato si assunse direttamente l’onere della gestione della produzione con la creazione dell’impresa pubblica, sulla spinta, in particolare, di motivazioni di pubblica utilità o di efficienza, quando il semplice funzionamento del mercato non consentiva risultati soddisfacenti (poste, trasporti, ecc.). Inoltre, gli interventi dello Stato nell’economia furono sollecitati da altre circostanze, come il gigantismo di certe imprese e la necessità di non lasciare che la loro gestione seguisse solamente criteri di utilità privata. In tempi più recenti, dopo la seconda guerra mondiale, si è infine realizzato con successo il controllo della domanda aggregata, attraverso lo strumento fiscale, ai fini di stabilizzare l’andamento congiunturale dell’economia.
Questo particolare tipo di organizzazione dell’economia europea, che viene denominata «economia mista», differisce sia dalla soluzione sovietica che da quella statunitense. Differisce da quella sovietica, che consiste nella abolizione totale della proprietà privata dei mezzi di produzione e nella pianificazione centralizzata di tutte le attività, perché in Europa occidentale a fianco della proprietà pubblica (ormai preponderante) coesiste quella privata e si accetta il funzionamento del mercato di concorrenza. L’esperienza ha mostrato che la democrazia e il pluralismo politico non sono compatibili con una pianificazione rigidamente organizzata dal centro. Ma l’economia mista dell’Europa occidentale differisce anche dal sistema statunitense in cui la proprietà privata capitalistica gioca un ruolo molto più spregiudicato nelle decisioni produttive. In molti paesi europei si è ormai realizzato un controllo molto efficace, da parte del potere pubblico e delle forze sindacali dei lavoratori, sulle decisioni strategiche dell’impresa e la Mitbestimmung tedesca, con tutti i suoi limiti, rappresenta una forma di cogestione che potrebbe divenire anche autogestione, quando le condizioni storico-sociali lo consentissero.
Per tutte queste ragioni, il sistema di economia mista realizzato in Europa sembra adatto a favorire un avanzamento della rivoluzione scientifica, che richiede insieme la libertà di iniziativa e la programmazione democratica delle risorse. Contrastano tuttavia con queste potenzialità dell’economia europea, l’attuale situazione di crisi in cui versa e la sua subordinazione tecnologica alle economie più avanzate, come quelle degli U.S.A. e del Giappone. Questa debolezza dell’Europa è causata dal permanere della sua divisione in Stati nazionali. Fino a che l’Europa avrà tante politiche economiche indipendenti e divergenti quanti sono i governi della Comunità, ogni pretesa di sottoporre veramente a controllo il processo di sviluppo sarà frustrata e sarà altrettanto vano sperare di realizzare gli obiettivi di pubblica utilità che si prefigge l’economia mista. È ovvio, ad esempio, che senza un potere europeo, le società multinazionali possono sfuggire facilmente ad ogni tentativo di controllo da parte dei governi nazionali e dei sindacati dei lavoratori, ancora divisi dai confini nazionali sulla base di ancestrali feticci. L’Europa non può sperare di affrontare e risolvere il grave problema della crisi economica senza prendere anche coscienza dei problemi ad essa connessi, che sono: la ristrutturazione industriale, i nuovi rapporti con il Terzo mondo e lo sviluppo della ricerca scientifica. In breve, l’Europa deve affrontare il problema della programmazione democratica su scala continentale, perché senza una prospettiva globale e di lungo periodo è impossibile realizzare la transizione dalla società industriale a quella post-industriale.
Questo compito è di natura tale da superare la consueta ottica di governo. Normalmente i governi si propongono compiti risolvibili nel medio periodo di una legislatura, per i quali basta il consenso della stretta maggioranza degli elettori. Ma questo non è il caso dell’Europa, dove per la prima volta nella storia si cerca di sottoporre a controllo il processo produttivo nella sua globalità. Si rende perciò necessaria la partecipazione di tutte le forze sociali, politiche e delle comunità intermedie (dal quartiere al governo nazionale) alla definizione di un programma europeo di ristrutturazione. In effetti, solo con la partecipazione popolare un simile programma, che implica enormi mutamenti sociali, economici ed ecologici, potrebbe venir realizzato. Per questo, sostiene giustamente Albertini, è necessario studiare un sistema nuovo di formazione della volontà politica, ad esempio delle elezioni a cascata che successivamente, a partire dal quartiere fino al governo europeo, consentano ad ogni comunità di esprimersi e di portare le esigenze non risolte al livello superiore di governo.
Ma al di là di questi problemi di procedura, che sono tuttavia essenziali per garantire la partecipazione popolare al programma europeo, esistono problemi di contenuto. Il governo europeo, se vuole effettivamente ridurre il divario tecnologico che ormai separa l’Europa dalle superpotenze, in particolare gli U.S.A., deve incentivare la ricerca scientifica, in quei settori in cui i governi nazionali hanno ormai dato prova di incapacità, e risollevarla dallo stato di abbandono in cui è caduta a causa delle gelosie nazionali, come testimonia la triste vicenda dell’Euratom. Oggi la base sociale della scienza è continentale e mondiale. Il quadro nazionale si è ormai rivelato una vera camicia di Nesso del sapere. Solo con lo Stato federale europeo, la nascente società post-industriale può superare le attuali strozzature istituzionali allo sviluppo economico e scientifico. L’attività scientifica, come ogni attività creativa, fiorisce maggiormente là dove lo scienziato sente di poter fare un lavoro utile e apprezzato dalla società. A tal fine sono decisivi sia il dibattito pubblico che accompagna la formazione del programma europeo, sia le concrete politiche di sostegno alla ricerca scientifica da parte del governo europeo. L’Europa, che è già terra di libertà, può diventare anche, come lo è stata nel secolo scorso, un centro propulsivo del sapere. Non bisogna dimenticare che, fino alla prima guerra mondiale, era considerato un vanto, anche per uno statunitense, venire a specializzarsi in una università europea. L’organizzazione della scienza in Europa è decaduta a causa della sua divisione politica. Ma l’antica tradizione non si è ancora spenta e forse non è lontano il giorno in cui assisteremo al «ritorno dei cervelli» fuggiti dall’Europa negli anni più difficili.
In particolare, le attenzioni del governo europeo dovranno rivolgersi allo sviluppo di un cruciale settore di ricerca, quello dell’energia nucleare (si tratta cioè di far funzionare effettivamente, e non solo a parole, l’Euratom). Le scoperte, prima dell’energia a vapore, poi dell’elettricità e del petrolio hanno cadenzato le fasi più importanti dello sviluppo industriale. Oggi il principale ostacolo ad una più ampia automatizzazione dell’economia è proprio l’indisponibilità di energia in abbondanza a basso costo. Lo sfruttamento dell’energia nucleare sembra aprire nuove possibilità, anche se ovviamente il suo uso comporta nuovi rischi e nuove responsabilità. Ma nessun progresso si è mai realizzato senza che l’umanità divenisse più consapevole dei suoi nuovi poteri e delle loro conseguenze, sia per il bene che per il male. Da quando Prometeo rubò il fuoco agli dei, l’uomo corre il rischio di bruciare sé stesso e la natura che lo circonda.
Solo così, facendosi il principale promotore della ricerca scientifica, lo Stato federale europeo potrà anche svolgere la sua funzione di orientare il processo produttivo. Se durante la fase dell’industrializzazione lo Stato si è dovuto fare imprenditore, nella nuova fase della rivoluzione scientifica e tecnologica lo Stato deve divenire pure il principale promotore e coordinatore dell’avanzamento della scienza. Ecco perché lo Stato federale è la sola istituzione che consenta di organizzare e controllare il processo produttivo nella fase sovrannazionale del corso della storia ed ecco perché la Federazione europea è una tappa decisiva nella faticosa marcia dell’umanità verso la libertà: libertà dalle necessità naturali, libertà dalla fatica del lavoro manuale, libertà di costruire il proprio futuro.
 
 
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
 
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[1] A. Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, trad. it. Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, ISEDI, Milano, 1973, p. 14.
[2] J.A. Scumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy, Unwin University Books, London, 1970, pp. 132-33.
[3] A. Smith, op. cit., pp. 769-70.
[4] A. Smith, op. cit., p. 19.
[5] K. Marx, Das Kapital, trad. it. Il Capitale, Editori Riuniti, Roma, 1964, vol. I, p. 467.
[6] V.I. Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma, 1970, pp. 1104-5.
[7] K. Marx, op. cit., p. 506.
[8] G.W.F. Hegel Grundlinien der Philosophie des Rechts, trad. it. Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Bari, 1974, p. 199.
[9] K. Marx, Grundisse der Kritik der politischen Ökonomie, trad. it. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze, 1968, vol. II, pp. 400-1.
[10] Questo passo prosegue così: «Il tempo libero — che è sia tempo di ozio che tempo di attività superiori — ha trasformato naturalmente il suo possessore in un soggetto diverso, ed è in questa veste di soggetto diverso che egli entra poi anche nel processo di produzione immediato. Il quale è, insieme, disciplina, se considerato in relazione all’uomo che diviene, ed esercizio, scienza sperimentale, scienza materialmente creativa ed oggettivantesi, se considerato in relazione all’uomo divenuto, nel cui cervello esiste il sapere accumulato dalla società». K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, op. cit., p. 410.
[11] K. Marx, Il Capitale, op. cit., vol. III, p. 933.
[12] Una inchiesta effettuata nel 1976 negli Stati Uniti dal Ministero per l’occupazione dimostra molto efficacemente l’operare di questa tendenza.
Di fronte allo sviluppo crescente della pratica del lavoro a tempo parziale, l’inchiesta ha messo in luce che il 16,2% degli intervistati preferisce lavorare di più e ricevere un miglior salario, mentre il 21 % preferisce lavorare di meno e guadagnare di meno. Dieci anni fa queste percentuali erano del 34% e del 10% rispettivamente. «La scelta dei valori americani si modifica — si commenta nell’inchiesta — i valori materiali cedono il posto alla preoccupazione per la qualità della vita».
L’inchiesta conferma poi la tendenza a sacrificare parte del proprio salario per aumentare il periodo di ferie e il tempo libero per altre attività utili per arricchire la propria personalità. «Il desiderio di maggiori possibilità di lavoro a tempo parziale e di periodi di intermittenza di lavoro-tempo libero, lavoro-educazione, può aprire una via che faciliti la transizione tra scuola e lavoro, permettendo ai giovani di acquistare esperienza e di ottenere una preparazione ulteriore ». Data questa importanza attribuita al tempo libero, ci si domanda nell’inchiesta se in futuro non sia «più umano e meno costoso redistribuire il lavoro invece del denaro» (Le Monde, 14 novembre 1978).

 

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