Anno LIII, 2011, Numero 3, Pagina 148

 

 

Mario Albertini.
La politica tra scienza e filosofia
 
LUCIO LEVI
 
 
1. La nuova era del federalismo.
Mentre la figura di Mario Albertini si ritrae lentamente nell’orizzonte della storia, la pubblicazione di Tutti gli scritti[1]consente di trasmettere alle generazioni future il corpo di un pensiero straordinariamente innovativo sia sul piano delle scienze storico-sociali — e in particolare della scienza politica — sia sul piano della filosofia politica e della filosofia della storia. Ma ciò che è molto raro nella storia è il successo che Albertini ha conseguito nel difficile compito di accoppiare una teoria innovativa con un progetto politico riuscito.
L’opera di Albertini è un monumento dedicato al federalismo, inteso come nuova teoria dello Stato e delle relazioni internazionali e come progetto politico per unificare l’Europa e il mondo. L’affermazione del federalismo risale a oltre 200 anni fa, quando la Convenzione di Filadelfia elaborò la Costituzione degli Stati Uniti d’America, nella stessa epoca in cui nacque il movimento liberal-democratico, di cui a lungo il federalismo è stato considerato una variante. Dopo la seconda guerra mondiale, si è aperta una nuova fase della storia del federalismo, di cui Spinelli e Albertini sono protagonisti. In questa epoca, il federalismo non si presenta soltanto come nuova formula per organizzare lo Stato, ma anche come nuova forma di organizzazione internazionale, la cui finalità è la costruzione della pace, innanzi tutto in Europa, ma anche nelle altre grandi regioni del mondo e a livello mondiale.
Abbiamo ora la distanza giusta per valutare la portata delle innovazioni culturali che Albertini ci ha trasmesso e dei risultati politici che ha conseguito.
 
2. La pubblicazione delle opere complete.
Le opere complete di Albertini escono in un’epoca di tumultuosi cambiamenti determinati dalla rivoluzione scientifica, che sta mutando le forme di accesso alla conoscenza e le modalità di elaborazione e di trasmissione del sapere. Le nuove tecnologie stanno spodestando il libro e la carta stampata dal ruolo dominante e incontrastato di deposito e di veicolo del sapere. La rivoluzione in corso ha la stessa importanza delle due che l’hanno preceduta: l’invenzione della scrittura e della stampa. Le vie per la diffusione della cultura si moltiplicano con internet e con le biblioteche digitali online. La rete permette di ridurre i costi e di facilitare l’accesso ai testi, consentendo di condensare in uno spazio minimo migliaia di testi. In altre parole, è in corso un cambiamento che investe abitudini culturali radicate da secoli: il progressivo abbandono della carta stampata e di quel rassicurante potere di prendere in mano e sfogliare voluminosi libri dal profilo monumentale.
Si è deciso di affidare la trasmissione alle generazioni future delle opere dei due maggiori leader federalisti italiani del secolo scorso — Spinelli e Albertini — a due mezzi diversi: la rete per il primo, la carta stampata per il secondo.
La pubblicazione di Tutti gli scritti di Albertini è stata portata a conclusione per il concorso di due fattori irripetibili, che non si sono presentati nel caso di Spinelli. Da una parte, la dedizione totale della curatrice, Nicoletta Mosconi, la quale in soli quattro anni — è doloroso ricordare che sono stati gli ultimi della sua vita — è stata capace, anche grazie alla costante collaborazione di Giovanni Vigo, di dare alle stampe nove volumi di circa mille pagine ciascuno. D’altra parte, il costo dell’opera si è mostrato abbordabile grazie al sostegno finanziario del Centro studi sul federalismo e della Fondazione europea Luciano Bolis. Non lo sarebbe per le opere di Spinelli. La discussione sulla loro pubblicazione si è conclusa con una rinuncia, a causa della loro dimensione (circa 40.000 pagine), ripiegando sulla digitalizzazione e sulla pubblicazione a stampa di alcuni volumi di scritti scelti. Il corpo delle opere del fondatore del Movimento federalista europeo sarà quindi affidato alla rete. Entrambi erano consapevoli del carattere innovativo del patrimonio culturale da loro elaborato. Grazie al lavoro dei più stretti collaboratori — in particolare, è da segnalare quello trentennale di Giovanni Vigo per quanto riguarda gli scritti di Albertini — abbiamo ricevuto la raccolta ben ordinata dei loro scritti.
Tuttavia, essi avevano una concezione diversa sul modo di documentare la loro opera a beneficio delle generazioni future. Spinelli ha scritto una autobiografia, rimasta incompiuta, e un diario di dimensioni sterminate. Nulla di simile si trova tra gli scritti di Albertini, il quale, pur apprezzando la qualità letteraria della autobiografia e l’utilità dei giudizi politici contenuti nel diario, considerava la propensione memorialistica di Spinelli come una divagazione rispetto all’imperativo di dare in ogni momento la priorità alla prassi politica e, in ultima analisi, come un cedimento al narcisismo.
 
3. L’apporto di Albertini al pensiero federalista.
Mario Albertini ha rappresentato il punto di riferimento politico e intellettuale per la generazione di federalisti alla quale appartengo. E lo è stato in un modo speciale e differente rispetto a Spinelli, il fondatore del Movimento federalista europeo, colui che ha introdotto il comportamento federalista nella vita politica. L’apporto fondamentale di Spinelli consiste nell’avere portato il federalismo sul terreno dell’azione. Con Spinelli, per la prima volta nella storia, il federalismo diventa una priorità politica, l’obiettivo di un movimento politico indipendente dalle altre correnti politiche, che persegue la Federazione europea come alternativa all’organizzazione del continente in Stati nazionali, intesa come tappa sulla via della Federazione mondiale. È una trasformazione politica ben più profonda delle alternative di governo o di regime perseguite dalle altre correnti politiche (dal liberalismo al comunismo). È un’alternativa di Stato o di comunità politica.
Anche se talvolta avvertì l’esigenza di approfondire la teoria federalistica, Spinelli si è sempre comportato come se questa si trovasse già pienamente elaborata nelle opere dei classici. Albertini invece ha dato un grande contributo intellettuale alla definizione e al rinnovamento della teoria federalista. In questa direzione egli ha colmato una lacuna del federalismo di Spinelli. Il suo lavoro teorico si è fondato su grandi premesse: il pensiero e l’azione di Spinelli. In altre parole, egli è un continuatore di Spinelli. Ciò che lo accomuna a Spinelli è la volontà di condizionare l’intera vita a un solo progetto. È questo un carattere specifico degli uomini di azione impegnati in imprese politiche di portata storica. Va sottolineato che Albertini non ha mai concepito l’approfondimento teorico come un obiettivo fine a se stesso, ma come un mezzo per migliorare le capacità di azione del Movimento federalista. Tutto ciò che Albertini ha scritto è scaturito dalla pressione degli avvenimenti e delle esigenze politiche del suo tempo.
 
4. L’intellettuale e la politica.
Albertini non è stato solo uno scienziato e un filosofo della politica. Egli ritenne necessario abbandonare il terreno sicuro e confortevole della pura speculazione teorica per percorrere il cammino incerto dell’azione politica, accettando il rischio di un impegno diretto a governare gli eventi del nostro tempo, che esige risultati concreti e conferme qui e ora. È diventato anche un uomo di azione. E lo è stato nel senso più pieno della parola, perché il suo impegno teorico è servito a compiere progressi sulla via del più difficile cambiamento che si possa progettare nella sfera della politica: l’unificazione di più Stati. Lo aveva osservato Machiavelli nel sesto capitolo del Principe.
Per Spinelli la scoperta e la revisione del federalismo sono stati il risultato del suo talento eccezionale di uomo storico e di fondatore del Movimento federalista. Egli è stato innanzitutto un uomo di azione. C’è una osservazione di Hegel, particolarmente adatta a descrivere la personalità di Spinelli: “I grandi uomini nella storia […] non avevano nei loro scopi la coscienza dell’idea in generale, bensì erano uomini pratici e politici”.[2]
Invece Albertini ha concentrato i propri sforzi nell’ampliamento della portata della teoria federalista nella direzione della globalità, convinto com’era che un grande disegno politico esigeva una cultura nuova, un nuovo pensiero politico. Il suo approccio al federalismo è stato il frutto di studi severi e di una dura conquista intellettuale. Il tono di verità con il quale parlava e scriveva rifletteva la serietà del suo impegno. Egli non aveva una vocazione per la politica. Era un grande intellettuale, più un teorico che un politico. È una ragione etica che l’ha spinto a dedicare tutte le sue energie alla politica. In una lettera del 1976 egli motiva le ragioni della sua scelta di vita: “Fare politica per preparare il giorno nel quale gli uomini non siano più costretti a fare politica”. Quel giorno sorgerà quando il mondo sarà governato dalla ragione, vale a dire quando le istituzioni federali governeranno il mondo, facendo così cessare la violenza sociale dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la violenza politica dello scontro di potenza tra gli Stati. “Per questo”, spiega Albertini, “il mio federalismo è passato dal rigore, ma anche dalla limitatezza, del punto di vista istituzionale di Hamilton a quello globale di Kant e di Proudhon”. E conclude con questa confessione, che rivela la sostanza più intima della sua umanità: “Forse lei capirà perché io dica sempre che vorrei smettere, che non vedo l’ora di smettere”.[3]
Quando si evoca il progetto federalista, anche nella sua accezione limitata della Federazione europea, occorre sempre ricordare che è tuttora una costruzione incompiuta. La sua realizzazione è destinata a durare ben più a lungo dell’arco della vita dei suoi protagonisti, perché non è affidata all’azione rapida e violenta della guerra, che in passato è stata il veicolo delle unificazioni di Stati. La Federazione europea non può essere fatta in questo modo. In Europa non c’è uno Stato che possa svolgere il ruolo del Piemonte o della Prussia rispettivamente nell’unificazione italiana o tedesca. La costruzione dell’unità europea deve necessariamente passare attraverso la lenta e difficoltosa costruzione del consenso tra i governi e tra i cittadini.
Albertini ha ispirato due cambiamenti fondamentali sulla via della costruzione della Federazione europea: l’elezione diretta del Parlamento europeo e la creazione della moneta unica e della Banca centrale europea. Ma si tratta pur sempre di due tappe di un lungo cammino.
Una polemica con Norberto Bobbio del 1955[4] ha offerto ad Albertini l’occasione per chiarire la sua posizione sul ruolo dell’intellettuale in politica. Certo, egli condivideva l’atteggiamento di Bobbio il quale sosteneva che per l’intellettuale è possibile occuparsi di politica senza abbandonare, per perseguire finalità politiche, i criteri dell’analisi scientifica. Di per sé, l’esigenza di conoscere la realtà non è un fattore che divida l’intellettuale dal politico.
Ciò che per Albertini era inaccettabile era la linea scelta da Bobbio di stare “e di qua e di là”, per difendere ciò che di vero e di giusto c’è nelle diverse posizioni politiche. Non c’è dubbio che verità parziali e valori positivi esistano da una parte e dall’altra degli schieramenti politici. Ma se si sceglie di svolgere un ruolo politico, non si può stare nello stesso tempo con tutte le parti in conflitto. Le leggi della politica esigono che si agisca sugli equilibri politici e si persegua l’obiettivo di conservare oppure di modificare la bilancia del potere. La politica è governata da una priorità assoluta: la legge bronzea della conservazione e dell’estensione del potere, cui ogni altro obiettivo deve essere subordinato. Anche la formazione delle idee è condizionata dall’esigenza degli attori politici — i partiti e gli Stati in lotta tra loro — di incrementare il rispettivo potere. Poiché le idee sono strumenti della lotta politica, esse sono veicoli di verità parziali e spesso distorte.
L’unico mezzo a disposizione dell’intellettuale per sottrarsi alla logica degli equilibri politici in atto è quello proprio delle avanguardie, che contestano i poteri costituiti e si collocano nella prospettiva della costruzione di nuovi poteri. In questo modo, è possibile giungere sia a una migliore conoscenza della realtà politica sia alla trasformazione delle strutture politiche nel cui ambito si sviluppa l’azione politica normale. Dunque la verità può influire sugli equilibri politici attraverso gli intellettuali, a patto che questi ultimi si adeguino alle regole del gioco politico. Per esempio, attraverso la funzione critica che essi esercitano nei confronti dei poteri costituiti e/o attraverso la proposta di creare nuovi equilibri politici e nuove forme di organizzazione politica — come fanno i federalisti. Solo in questo caso gli intellettuali svolgono un ruolo politico attivo. Altrimenti finiscono con l’essere subalterni ora a questa ora a quella posizione politica.
Si arriva al nocciolo del problema se si considera la questione del dialogo tra le diverse posizioni politiche, che Bobbio difende incondizionatamente. È una posizione giusta sul piano culturale, ma sbagliata sul piano politico, dove è necessario stare o di qua o di là. Si vota un partito, non un po’ tutti. Praticare le virtù del dialogo con un interlocutore come Hitler equivarrebbe a parlare a orecchie sorde e in definitiva a incoraggiarne l’aggressività e le aspirazioni imperialistiche.
C’è una bella pagina di Albertini che illustra la durezza senza pietà della politica, che è una sgradevole necessità alla quale non ci si può assolutamente sottrarre: “Una cosa è dire: ci deve essere un lecito e un illecito, un’altra dire ‘questo è illecito’ e colpire […]. In politica è necessario, con la forza del diritto nel contesto della politica normale, con il rigore della morale della responsabilità nel contesto delle avanguardie, se non sono un gioco. Questa è la durezza della politica. Ma se non si accetta la durezza non si accetta la politica; se non si giunge mai a scelte dure e amare non ci si trova dentro la politica. La politica non è la sede della pietà. Per me è stata una lezione dell’antifascismo. Mi ha insegnato che bisogna colpire, che non colpire era una colpa, non confessarlo a sé stessi una ipocrisia; che la politica non coincide con la morale cristiana o kantiana, ma con la morale della responsabilità (che trovai poi in Weber) secondo la quale, purché il fine sia buono, e non personale, vale la massima machiavellica del fine che giustifica i mezzi. Siccome non volevo, e non voglio, essere corresponsabile del fascismo (nel senso più generale, sempre presente), ho accettato questa massima”.[5]
Albertini era polemico con il mondo accademico, al quale pure apparteneva, ma si considerava estraneo ad esso, perché gli accademici — come i filosofi idealisti che Marx criticava — si limitano perlopiù a contemplare la realtà, ma lasciano ai politici la responsabilità di cambiarla. Per questo, essi finiscono con l’essere subalterni ai poteri dominanti.
La scelta di Albertini è quella dell’intellettuale che ha un atteggiamento attivo verso la politica, che vuole conoscere la realtà per cambiarla. Il suo impegno politico si colloca sulla scia della filosofia della prassi del giovane Marx, del quale si ricorderà la undicesima Tesi su Feuerbach, dove si legge che i filosofi si erano sempre limitati a contemplare il mondo, ma che era giunto il momento di cambiarlo. Il criterio di verità del pensiero risiede nella pratica, nella sua capacità di cambiare il mondo. La prova decisiva della validità di una teoria è la conversione nella prassi, il successo nella trasformazione della realtà.
Le osservazioni che seguono vogliono mostrare la profonda coerenza tra il pensiero e l’azione di Albertini, tra la sua teoria e la sua prassi. Lo svolgimento di questo argomento sarà suddiviso in tre parti: lo scienziato, il filosofo e l’uomo di azione. Ho sviluppato le prime due parti in un saggio intitolato “Il federalismo dalla comunità al mondo”,[6] pubblicato su questa rivista. Qui mi limiterò a rapidi cenni.
 
5. Lo scienziato.
Bacone, il fondatore della scienza empirica moderna, pensava che la conoscenza è potere. In sintonia con questa concezione, Albertini ha inteso la scienza come strumento di controllo tecnico della realtà. In effetti, le scienze hanno finalità eminentemente pratiche. Come lo scopo della medicina è la salute, così quello della scienza politica è il buongoverno. In ultima analisi, è la società che decide il significato e il valore dei criteri di conoscenza e di azione.
L’orizzonte nel quale opera la scienza è quello dell’esperienza sensibile. Il metodo scientifico consente di mettere a disposizione di tutti una conoscenza empiricamente controllata, perché fondata sulla osservazione dei fatti. Le scienze sociali permettono di acquisire una conoscenza controllata di singole porzioni della realtà (politica, diritto, economia, psicologia, ecc.), che sono sistemi specifici regolati da leggi proprie. Benché non possano essere separati nettamente dal funzionamento del sistema globale, questi settori della realtà sociale possono essere studiati in modo indipendente.
Albertini era pienamente consapevole che gli uomini politici sono costretti quasi sempre a decidere prima di possedere una conoscenza adeguata della situazione sulla quale intendono agire. Però l’intervento politico volto a ottenere il profondo cambiamento istituzionale implicito nel progetto federalistico esige una conoscenza molto più ampia e precisa della realtà di qualsiasi altra azione politica. Coerentemente con questa premessa, Albertini ha praticato in modo intransigente il metodo scientifico che prescrive di interrogare pacatamente il reale e di accettare senza esitazioni le sgradevoli smentite che le ipotesi scientifiche possono subire dai fatti.
Naturalmente, Albertini sapeva che esistono aspetti della realtà che non sono accessibili alla conoscenza scientifica: la sfera dei valori. La scelta di metodo che sta alla base delle scienze si fonda infatti sul postulato dell’eterogeneità logica dei fatti rispetto ai valori. Di conseguenza, il piano dell’osservazione dei fatti (quello della scienza) deve essere separato da quello della affermazione dei valori (che appartiene alle sfere della politica, della morale, della religione e della filosofia).
Poiché le scienze sociali non possono fare esperimenti in laboratorio, come le scienze naturali, ci sono settori della realtà sociale che sfuggono alla sperimentazione, perché non hanno precedenti nella storia. Tipica è la grande innovazione spinelliana: il progetto di un’azione democratica per unificare un gruppo di Stati, un obiettivo che in passato è stato perseguito attraverso la guerra. La definizione della strategia federalista è il grande capolavoro politico di Spinelli. In casi come questo, la sperimentazione di nuovi schemi di azione non è possibile se non attraverso un’attiva partecipazione alla vita politica.
Il punto di partenza della riflessione albertiniana sulla politica sono le scienze sociali, le quali studiano le grandi strutture impersonali della produzione e del potere che costituiscono le condizioni oggettive nell’ambito delle quali operano gli attori sociali. L’uso che l’umanità fa della libertà può influire sul corso della storia solo se si colloca entro i vincoli del reale. Per plasmare il futuro, dobbiamo pensare e volere ciò che è nei confini delle possibilità del reale. L’ambizioso obiettivo di Albertini è quello di elaborare un modello per l’analisi della politica che contribuisca a comprendere meglio il nostro tempo e serva da fondamento per progettare il profondo cambiamento politico perseguito dall’azione federalista. L’obiettivo è l’elaborazione di una teoria molto ampia e astratta, proiettata verso l’identificazione delle forze motrici della storia, in modo da definire le condizioni oggettive entro le quali si sarebbe sviluppata l’azione per la Federazione europea. La lente con cui Albertini studia il corso oggettivo della storia è quella della politica, perché solo con gli strumenti della politica è possibile realizzare un grande progetto politico come quello federalistico.
Il modello rappresenta la riformulazione e la sintesi di tre grandi teorie elaborate da diverse scuole di pensiero: il materialismo storico, la teoria della ragion di Stato e la teoria dell’ideologia.[7]
In primo luogo, Albertini utilizza il materialismo storico, perché questa teoria permette di identificare le dinamiche profonde che determinano il corso della storia e interessano tutta la società, l’economia e la politica. Con questo schema concettuale è possibile dimostrare che l’evoluzione del modo di produrre è il fattore sociale che indebolisce progressivamente gli Stati nazionali e apre la via alla formazione di nuovi poteri di tipo federale sul piano internazionale. La seconda fase del modo di produzione industriale (linea di montaggio e aeronautica) determina la perdita del potere di decisione degli Stati nazionali e pone all’ordine del giorno della storia la formazione di Federazioni in Europa e nelle altre grandi regioni del mondo. Il modo di produzione scientifico (automazione e informatica) erode la sovranità degli Stati di dimensioni macro-regionali e fa emergere l’esigenza di un governo mondiale. Alla luce di questa interpretazione della storia, il superamento della divisione dell’Europa e del mondo in Stati sovrani si presenta come una necessità ineludibile, imposta dall’evoluzione economica, sociale e tecnologica. Quando la storia cambia il suo corso, fa crollare le certezze dei vecchi punti di riferimento e determina il declino dell’ordine costituito, si aprono spazi per l’intervento rivoluzionario che non esistono in tempi normali. Ma il cambio istituzionale diventa possibile solo se emergono gruppi politici che lo scelgono.
In secondo luogo, la teoria della ragion di Stato, che analizza la politica sotto il profilo dell’evoluzione della bilancia mondiale del potere, mette in luce che l’attuale assetto del potere non è in grado di governare né l’integrazione europea né la globalizzazione; che la semplice cooperazione internazionale non è più sufficiente; che riforme di stampo federale si impongono sia a livello europeo (dove una parte del disegno federalista è già realizzata, come mostrano l’elezione europea e la moneta unica), sia a livello mondiale (dove il Tribunale penale internazionale rappresenta un primo passo sulla via dell’affermazione di un diritto cosmopolitico).
In terzo luogo, il concetto di ideologia consente di mettere in rilievo che le idee in politica sono strumenti della lotta per il potere e spesso mascherano o distorcono la rappresentazione della realtà. L’obiettivo del federalismo è demolire l’ideologia nazionale, che dipinge l’umanità come se fosse composta da entità naturali, divise dall’odio nazionale; dimostrare che la nazione è un’entità illusoria, che serve a rafforzare la coesione del gruppo nazionale, la cui esistenza è minacciata in permanenza dalla pressione politico-militare che esso subisce ai suoi confini da parte delle altre nazioni; rompere il vincolo di fedeltà che si forma tra i cittadini e la propria nazione per il solo fatto che si nasce in un determinato territorio e ridare legittimità ai vincoli di appartenenza che legano gli individui alle comunità più piccole e più grandi della nazione.
Anche se Albertini non è riuscito nel compito di elaborare in modo sistematico quel modello in un’opera di sintesi, tutti i suoi lavori rappresentano un’applicazione di quel modello. La qualità delle analisi politiche di Albertini, che tengono allacciati i fili dell’attualità e della storia, è la prova della validità e dell’originalità di quella scelta di metodo. Ha scritto Hegel, riferendosi a Machiavelli, che coloro che hanno affrontato il problema pratico della costruzione di un nuovo Stato si sono spinti più in profondità nella comprensione delle leggi della politica.[8] Questa osservazione si applica sia a Spinelli sia ad Albertini.
La rilevanza del lavoro teorico di Albertini consiste nell’avere mostrato che un cambiamento così profondo come quello promosso dal progetto federalista esige un’analisi scientifica della realtà sociale e che il punto di vista federalista rappresenta la prospettiva migliore per comprendere il mondo contemporaneo.
 
6. Il filosofo.
L’approccio empirico della scienza politica non consente di giungere a un’analisi completa della politica. Infatti, i principali concetti del dizionario della politica (Stato, potere, legittimità, libertà, uguaglianza, pace, ecc.) indicano nello stesso tempo fatti e valori. Più precisamente, designano una situazione di fatto, che si presenta come qualcosa di limitato, di provvisorio e di incompiuto, e rinviano a una situazione nella quale il valore che essi includono sia pienamente realizzato. Questo duplice aspetto delle categorie della politica è espressione di una contraddizione che caratterizza la condizione umana, la tensione tra essere e dover essere, vale a dire la tendenza ad andare al di là delle realizzazioni concrete finora conseguite, per procedere verso traguardi sempre più avanzati nella direzione del compimento dell’idea di valore contenuta in quei concetti.
Albertini pensava che il metodo scientifico offrisse un importante, ma non l’unico, criterio di validità del pensiero. Come aveva osservato Max Weber, dalla scienza non può venire nessuna risposta alle domande cruciali sollevate da Tolstoj: che cosa dobbiamo fare? come dobbiamo dirigere la nostra vita?[9] Non c’è dubbio infatti che i criteri cui gli individui ispirano la loro condotta non sono suscettibili di essere sottoposti a qualche forma di verifica empirica e quindi a essere oggetto di conoscenza scientifica, perché appartengono alla sfera dei valori.
Tuttavia, se si accoglie la concezione del mondo dei valori di Max Weber, che è largamente condivisa tra gli studiosi contemporanei, si finisce con il confinare le scelte di valore nella sfera della soggettività, dell’arbitrio individuale e in definitiva dell’irrazionale. Contro il relativismo dei valori, che nella cultura contemporanea ha permeato il senso comune, Albertini invita a tornare all’insegnamento della filosofia kantiana, che suggerisce di sottoporre il mondo dei valori all’esame della ragione, vale a dire a un criterio di controllo diverso dalla verifica empirica proprio della scienza: quello della coerenza logica. In realtà, se non si possono trarre dall’esperienza i principi della morale, non ne consegue che questi siano mutevoli a seconda delle epoche e delle circostanze.
Gli uomini subiscono il processo storico come un processo naturale in cui si scontrano le forze sociali all’interno degli Stati e gli Stati sul piano internazionale. La direzione del corso storico è il risultato del parallelogramma delle forze. Ma questo stato di cose non può considerarsi definitivo. La storia è anche il terreno dei tentativi di sottoporre il processo storico al controllo della volontà umana. In altri termini, la storia è il terreno nel quale i valori morali si manifestano e si affermano progressivamente.
Secondo Kant, l’uomo ha una duplice natura: è istinto e ragione. In quanto essere naturale, l’uomo agisce in base allo stimolo dei propri bisogni e nel fare ciò entra in conflitto con gli altri individui. Sotto questo profilo, i comportamenti umani possono essere spiegati in modo deterministico. In quanto essere razionale, l’uomo introduce una finalità nella storia: la costruzione di una società nella quale il diritto permetta di comporre pacificamente tutti i conflitti e di espellere la violenza da tutte le relazioni sociali, anche quelle internazionali. L’istituzione che può assicurare il perseguimento di questo obiettivo è la Federazione mondiale.
Nella storia coesistono dunque necessità e libertà. La storia naturale dell’umanità (dominata dalla violenza sociale e politica) prepara una situazione nella quale gli uomini traggono dall’esperienza della distruttività dei conflitti (in primo luogo della guerra) la spinta a costruire la pace, la quale è la condizione per realizzare la libertà e l’uguaglianza di tutti gli uomini. Kant precisa che nessuna Costituzione può essere perfetta finché il genere umano non sarà governato da una Costituzione mondiale.[10] Prima che sia raggiunto quel traguardo, i singoli governi saranno costretti dalla ragion di Stato a esercitare rapporti di forza con i governi degli altri Stati e ciò li spingerà a privilegiare la sicurezza a spese della libertà.
La politica nel senso più alto della parola è l’attività che ha lo scopo di migliorare le sorti della condizione umana. È, in altri termini, il veicolo del processo di civilizzazione, la cui essenza consiste nella pacificazione di gruppi umani sempre più ampi attraverso l’affermazione di meccanismi costituzionali per regolare i conflitti con il diritto ed eliminare l’uso della violenza dalle relazioni sociali. L’uomo diventa più civile nella misura in cui la ragione, con l’ausilio dei meccanismi automatici delle istituzioni politiche, governa gli istinti, facendo prevalere la sua seconda natura razionale.
I valori sono i punti di riferimento che illuminano la storia nel suo divenire e la filosofia della storia è il campo del sapere nel quale il cammino dell’umanità nella storia assume un senso. Questa ipotesi postula che la ragione sia un elemento ordinatore e di indirizzo nella storia, la quale ha una direzione e un fine. La ragione, ha affermato Kant, prescrive “di agire sulla discendenza così da renderla sempre migliore”.[11] In altre parole, esiste una comunicazione e un dialogo ininterrotti tra le generazioni passate, le presenti e quelle future, che ha per oggetto il progresso verso il meglio. Kant ha elevato questo principio al rango di vero e proprio postulato della ragion pratica. L’ipotesi che ci sia progresso nella storia non esclude tuttavia che la storia conosca fasi di regressione. Il progresso non è unilineare, ma dialettico.
La creazione del governo mondiale rappresenta l’evento decisivo che segna il passaggio a una situazione nella quale il processo storico può essere assoggettato al controllo della volontà umana. Quella istituzione consentirà al genere umano di esprimere la propria volontà politica a livello mondiale e quindi di governare il mondo. La storia cesserà di essere un processo di carattere naturale e deterministico e sarà guidato dalla libertà.
La Federazione mondiale è dunque per Kant il punto di arrivo della storia del mondo. Che un grandissimo pensatore, forse il più grande filosofo della modernità, abbia elaborato un’interpretazione della storia in chiave federalista rappresenta per i federalisti contemporanei una legittimazione di straordinaria importanza del loro impegno politico. Lo ha sottolineato spesso Albertini, il quale ha anche sostenuto, ben prima di autori come Höffe, Habermas e Held,[12] l’attualità del grande disegno kantiano.[13]
Albertini non è un filosofo platonico. A decidere quale sia la migliore forma di governo non sono i filosofi, sono piuttosto i cittadini con il loro comportamento politico. Il federalismo non è il modello di una società perfetta, il quale, una volta scoperto, si impone da sé per la pura forza delle idee. Diceva Marx che il comunismo non è una teoria astratta, ma la coscienza del processo storico: “non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi”, ma “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”.[14] Oggi, a 150 anni di distanza, possiamo dire la stessa cosa del federalismo, come lo intendeva Albertini. Il federalismo si caratterizza per l’impegno costante a ricercare nel processo storico, e nelle sue contraddizioni, gli elementi per affermare il proprio progetto.
Una implicazione di questa concezione del federalismo è che si tratta di un sistema incompiuto. Non è una teoria bell’e fatta che si possa applicare alle circostanze sempre nuove che la storia e la politica presentano. La storia è il terreno della continua creazione del nuovo, il quale non può essere previsto in anticipo da nessuna teoria se non in termini molto generali. Le determinazioni storiche del federalismo sono destinate a precisarsi in relazione alle circostanze sempre nuove che la storia presenta. Un movimento che non sappia riconoscere queste circostanze finisce con l’essere travolto o emarginato.
Albertini era ostile a ogni forma di cristallizzazione del pensiero federalista. In questo senso non era “albertiniano”, proprio come Marx affermò di non essere marxista. Il compito attuale dei federalisti è di procedere sulla via tracciata da Spinelli e Albertini e individuare in ogni fase della storia le occasioni per progredire verso l’obiettivo.
Nel suo insieme, la realizzazione del federalismo è un processo di lungo periodo, che tende a trasferire potere dagli Stati sovrani verso l’alto e verso il basso e a ridistribuirlo tra una pluralità di livelli di governo, dalla comunità locale alle Nazioni Unite. È il potere preponderante degli Stati sugli altri livelli di governo l’ostacolo che impedisce all’umanità di prendere in mano il proprio destino. Per questa ragione, la Federazione europea, che sarà il primo esempio di unificazione federale di nazioni storicamente consolidate, resta l’avvenimento cruciale della nostra epoca e l’elemento propulsore che promuoverà l’affermazione del federalismo negli altri livelli di governo e nel resto del mondo.
 
7. L’uomo di azione.
Tutta la vita di Albertini è un esempio impareggiabile dell’unità dialettica di pensiero e azione. Le proposte che egli avanzava erano sempre la conseguenza delle teorie elaborate e delle conoscenze accumulate. Ciò significa che la conoscenza della società non era fine a se stessa, ma era sempre orientata verso l’azione politica. Come Lenin praticava “l’analisi concreta della situazione concreta”. E questo è il momento cruciale nel quale la teoria può dare prova della sua capacità di trasformare la realtà. In altre parole, questo è il terreno della conversione della teoria in prassi.
Nella ricerca costante della linea di fondo del corso della storia, il cui carattere essenziale consiste nella dimensione sovrannazionale, va rintracciata la radice della superiorità teorica delle analisi di Albertini. Solo facendo un’analisi di questo genere le forze politiche possono entrare in rapporto con la realtà del mondo contemporaneo.
Il declino dei partiti deve essere messo in relazione con la scelta del terreno di azione nazionale, che impedisce di giungere a una conoscenza adeguata dei processi di integrazione regionale e di globalizzazione e di governarli in modo efficace.
È noto che Spinelli aveva individuato nell’Assemblea costituente europea l’obiettivo della strategia federalista. L’ipotesi sulla quale si fondava questa scelta era che l’Assemblea costituente sarebbe stato il veicolo del salto di qualità del trasferimento della sovranità dagli Stati all’Europa e che la Costituzione federale avrebbe consentito di unificare quegli aspetti della politica, del diritto e dell’economia necessari a realizzare l’unità europea senza per altro cancellare gli Stati nazionali. L’Assemblea ad hoc, convocata nel 1953 per elaborare lo Statuto della Comunità politica europea che avrebbe dovuto rispondere all’esigenza di governare il progettato esercito europeo, ha rappresentato non solo una conferma di quella ipotesi, ma il risultato di un’iniziativa politica di Spinelli.
Fino all’abbandono, all’inizio degli anni Sessanta, dell’azione del Congresso del popolo europeo, il cui obiettivo era di creare una forza politica sovranazionale capace di imporre ai governi la convocazione della Assemblea costituente europea, la Federazione europea era intesa comeil risultato di un’azione diretta guidata dal Movimento federalista. Fino a quel momento, Albertini aveva dato un contributo subordinato all’azione progettata da Spinelli.
Il ruolo di Albertini come leader politico del Movimento federalista emerge nell’epoca della costruzione del Mercato comune e del suo successo dopo la caduta della Comunità europea di difesa e il fallimento del tentativo di creare una Comunità politica europea. I federalisti avevano pronosticato il fallimento del Mercato comune. Nel 1957 Spinelli aveva scritto un articolo, intitolato “La beffa del Mercato comune”,[15] nel quale, sulla base della teoria di Lionel Robbins[16] sulle relazioni tra Stato e mercato, sosteneva che l’integrazione economica non avrebbe portato spontaneamente all’unità politica, perché il mercato non può funzionare senza l’ordine giuridico e politico assicurato dallo Stato. Invece, il Mercato comune registrò un grande successo.
Già nel 1960 Albertini elaborò alcuni concetti per spiegarne le ragioni: l’eclissi di fatto delle sovranità nazionali in Europa e l’egemonia americana determinarono una convergenza delle ragion di Stato tra gli Stati membri della Comunità europea, che consentì al mercato europeo di funzionare, sia pure in modo precario e provvisorio, senza Stato.[17] Sono concetti precorritori di una nuova disciplina accademica e di un nuovo settore di studi — l’International Political Economy — che si svilupperà a partire dagli anni Settanta sulla base dei contributi di Charles Kindleberger e di Robert Gilpin.[18]
Anche Spinelli prese atto del successo del Mercato comune e si convinse che la Federazione europea sarebbe nata come uno sviluppo delle istituzioni della Comunità europea. Alla ricerca di alternative immediate alla contestazione del Mercato comune, egli perseguì alleanze politiche con il governo degli Stati Uniti durante l’amministrazione di Kennedy e con il primo governo di centro-sinistra in Italia, assumendo il ruolo di consigliere di Pietro Nenni. Ma non ottenne apprezzabili risultati sul terreno dell’avanzamento della unificazione europea.
Invece la lezione che Albertini trasse dal nuovo ciclo politico che si aprì con il Mercato comune fu quella di preparare il Movimento federalista per un impegno di lungo periodo, perché l’alternativa federalista alla sovranità degli Stati nazionali non si sarebbe ripresentata, dopo l’occasione perduta della CED, per molto tempo. All’inizio degli anni Sessanta le strade di Spinelli e Albertini si separano e Albertini concentra ogni energia nello sviluppo del Movimento federalista e nella costruzione di una struttura autonoma sotto il profilo culturale, politico, organizzativo, e finanziario. Nello stesso tempo, sviluppò un’azione popolare (il Censimento volontario del popolo federale europeo), che proseguiva con nuove modalità lo schema del Congresso del popolo europeo con il proposito di dimostrare che i cittadini erano favorevoli alla Federazione europea. La raccolta di adesioni per quell’obiettivo rappresentava il surrogato del voto nelle elezioni politiche nazionali.
La fine del periodo transitorio del Mercato comune aprì nuove prospettive all’intervento dei federalisti. Spinelli cercò nelle istituzioni europee il punto di appoggio per proseguire la propria azione. Più specificamente egli formulò l’ipotesi che la Comunità economica europea sarebbe diventata la sede nella quale si sarebbe formato un governo europeo. Di conseguenza, nel 1970 riuscì farsi nominare dal governo italiano membro della Commissione europea. Egli pensava che questa istituzione era l’embrione di un governo europeo. L’intuizione era giusta, ma la storia dimostrerà che non era quello il primo passo da compiere nella direzione della costruzione dell’unità politica europea.
Albertini comprese che il primo passo da compiere era l’elezione diretta del Parlamento europeo. L’obiettivo poteva essere perseguito sfruttando la contraddizione derivante dal fatto che nelle istituzioni europee esisteva un Parlamento, ma che questo, a differenza dai Parlamenti nazionali, non era eletto dai cittadini europei. Per aggirare il veto della Francia all’elezione europea, il MFE avviò una campagna per l’elezione unilaterale diretta dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo. La crisi monetaria internazionale, che spinse nel 1971 il governo degli Stati Uniti a sospendere la convertibilità del dollaro in oro, e la conseguente fluttuazione dei cambi, che determinò la crisi del mercato europeo, rappresentò l’occasione per giungere alla decisione (1975) di eleggere a suffragio universale il Parlamento europeo (1979). Giscard d’Estaing aveva fatto cadere il veto francese alla elezione europea e la questione della democratizzazione e del rafforzamento della Comunità europea entrò nell’agenda politica europea. Spinelli divenne membro del Parlamento europeo e qui guidò un nuovo tentativo di avvicinarsi alla Federazione europea con il progetto di Trattato di Unione europea, approvato dal Parlamento europeo nel 1984. Questo ambizioso progetto fu preso in esame da una Conferenza intergovernativa e poi accantonato a causa dell’opposizione del governo britannico. Tuttavia, negli anni successivi una parte di quel progetto è diventata realtà.
Mentre era ancora in corso la campagna per l’elezione diretta del Parlamento europeo, Albertini, nel 1975, propose di aprire un nuovo fronte che creasse le condizioni per effettuare un sostanziale trasferimento di potere dagli Stati all’Europa: quello della moneta unica. L’indebolimento dell’egemonia americana sull’Europa, la fluttuazione dei cambi, la disgregazione strisciante del mercato europeo erano i fattori che portarono al centro della politica europea il tema dell’unificazione monetaria. Con il Trattato di Maastricht (1992) si avviò il lungo processo che porterà nel 1999 alla nascita dell’euro e alla sua circolazione nel 2002.
Anche se sostenne l’obiettivo della moneta europea soprattutto quando questo entrò nell’agenda politica, Spinelli era più sensibile a un altro obiettivo: l’emissione di prestiti europei per promuovere investimenti necessari a sostenere la crescita dell’economia europea. È un progetto, promosso ma non realizzato da Jacques Delors quando era Presidente della Commissione europea, e che oggi, dopo l’acquisizione della moneta unica, è all’ordine del giorno della politica europea. Esso indica qual è la prossima tappa nel processo di costruzione dell’unità europea.
La scelta strategica di cercare di avvicinarsi all’obiettivo della Federazione europea attraverso acquisizioni parziali fu condivisa da Spinelli e da Albertini. Però Albertini le diede un nome — “gradualismo costituzionale”[19] — e identificò, come abbiamo visto, nell’elezione diretta del Parlamento europeo e nella moneta unica gli obiettivi intermedi sulla via della Federazione europea, che il Movimento federalista riuscì conseguire con successo.
Alla base di questo nuovo approccio c’era il successo del Mercato comune, che aveva dimostrato che gli Stati erano capaci di guidare il processo di integrazione europea senza che per un intero ciclo politico si ponesse il problema di trasferire potere dagli Stati alla Comunità europea. Naturalmente i progressi dell’integrazione europea rendevano sempre più inseparabili le sorti degli Stati membri della Comunità e questi ultimi dipendenti in misura crescente dalla società europea e dall’economia europea. Che l’integrazione europea fosse un processo che erode le sovranità nazionali rappresentava una conferma dell’ipotesi federalista secondo la quale gli Stati nazionali non erano in grado di governare, separatamente gli uni dagli altri, l’integrazione europea e che l’alternativa della Federazione europea si sarebbe inevitabilmente ripresentata. Più precisamente, l’integrazione economica non avrebbe portato automaticamente all’unità politica e anzi la stessa integrazione economica non sarebbe giunta a compimento senza un governo federale.
La strategia federalista nell’epoca delle Comunità europee e dell’integrazione economica consisteva nel tentativo di sfruttare le contraddizioni che il processo di integrazione avrebbe incontrato sul suo cammino nella prospettiva della trasformazione in senso federale delle Comunità europee. La linea strategica del gradualismo costituzionale tende a introdurre istituzioni di natura federale nel tessuto delle Comunità europee. L’elezione diretta del Parlamento europeo e la moneta unica si configurano come realizzazioni parziali del progetto federalista e come tappe di avvicinamento al traguardo della Federazione europea, ma non rappresentano ancora un rovesciamento della condizione di subordinazione delle Comunità europee (e oggi dell’Unione europea) rispetto agli Stati membri.
La lezione che i federalisti trassero dall’avvio dell’integrazione europea fu la rinuncia a perseguire l’Assemblea costituente europea come obiettivo di un’iniziativa diretta di mobilitazione popolare guidata dal Movimento federalista. Quest’ultimo, nel nuovo ciclo politico, accettò di considerare se stesso come l’avanguardia di un vasto schieramento di forze politiche e sociali europeistiche, che si sarebbe formato in un momento di crisi del processo di integrazione europea e avrebbe promosso il trasferimento del potere a livello europeo.
Così l’organo costituente non sarebbe stata un’assemblea espressamente convocata per redigere la Costituzione europea — questa era la concezione di Spinelli prima che si formassero le Comunità europee —, ma l’Assemblea parlamentare allargata della CECA, che redasse lo Statuto della Comunità politica europea (1953) e il Parlamento della Comunità economica europea, che approvò il Progetto di Trattato di Unione europea (1984). Più recentemente, il ruolo costituente è stato svolto da Convenzioni — composte da rappresentanti del Parlamento europeo, dei Parlamenti nazionali, della Commissione europea e dei governi nazionali —, che configurano una formula di co-decisione costituente fondata sulla partecipazione degli organi legislativi ed esecutivi degli Stati membri e dell’Unione europea. Questa procedura è stata adottata per elaborare la Carta europea dei diritti fondamentali e il progetto di Costituzione europea, il quale, dopo essere stato emendato, ha assunto il nome di Trattato di Lisbona. Qui c’è un’innovazione tra le più significative della nuova architettura delle istituzioni europee: il metodo della Convenzione è stato istituzionalizzato come procedura ordinaria per la revisione dei Trattati. Si tratta di un avanzamento sulla via della trasformazione in senso federale dell’UE, perché rompe il monopolio della Conferenze intergovernative in materia di revisione dei Trattati, anche se non rimuove il potere di queste ultime di prendere la decisione finale.
 
8. Uno sguardo sul futuro.
Con la globalizzazione il mondo ha subito una grande metamorfosi che ha scosso i paradigmi dominanti in modo molto più vistoso di quanto non abbia fatto l’unificazione europea. L’obiettivo teorico del federalismo è la demolizione del paradigma stato-centrico, riflesso di una cultura arcaica, superata dai processi di integrazione, in corso nelle grandi regioni del mondo, e di globalizzazione e dalla tendenza all’autogoverno regionale e locale.
Gli studiosi del federalismo internazionale, da sempre consapevoli di esplorare una specie di terra di nessuno tra politica interna e politica internazionale, hanno imparato a convivere tra diversi approcci allo studio della politica. Per essi, il venir meno dei confini tra la sfera della politica interna e quella della politica internazionale a causa della globalizzazione, dell’erosione della sovranità degli Stati e della tendenza alla costituzionalizzazione delle relazioni internazionali, rappresenta una conferma del fatto che l’organizzazione del potere politico nel mondo sta evolvendo verso una formula di tipo federale, sia pure con i tempi lunghi della storia e in forme diverse da quelle tradizionali. Più precisamente, la frattura tra la prima forma di federalismo, quella ideata allo scopo di organizzare una nuova forma di Stato, e la nuova forma di federalismo, quella internazionale, per organizzare secondo lo schema federale le grandi regioni del mondo e il mondo intero (riforma federale dell’ONU) è in via di superamento. In altri termini, è in corso una riorganizzazione del potere che erode la sovranità degli Stati, ma non fino al punto di sopprimerli, e che costituisce nuovi livelli di governo indipendenti e coordinati al di sopra e al di sotto dei governi degli Stati.
Il mondo cambia con un ritmo così veloce che la realtà che noi intendiamo trasformare secondo i lineamenti del progetto federalista non è più quello che stava di fronte agli occhi di Albertini. Nel secolo scorso, o almeno nella maggior parte di esso, non esistevano nemmeno alcune parole chiave per designare i caratteri del nuovo mondo e per dare un senso alla nuova realtà che si sta configurando davanti a noi. Per esempio, nelle opere di Albertini non troviamo la parola “globalizzazione”, che designa un processo che caratterizza la linea evolutiva di fondo della storia contemporanea e un argomento sul quale sono stati scritti migliaia di libri. Non intendo sostenere che gli sia sfuggita la rilevanza del problema nei suoi termini generali. Solo che egli usa una parola affine, ma di portata più ampia — “interdipendenza” — che può essere applicata indifferentemente sia all’integrazione dell’Europa sia a quella del mondo.
In realtà, i processi di integrazione europea e di globalizzazione appartengono a due differenti epoche storiche e a due differenti stadi dell’evoluzione del modo di produrre: rispettivamente la seconda fase del modo di produzione industriale e il modo di produzione scientifico. Come gli Stati nazionali dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale sono stati condannati al declino e ridotti al rango di satelliti delle due superpotenze, così oggi Stati, le cui dimensioni erano un tempo considerate gigantesche, come gli Stati Uniti e la Russia, stanno declinando sotto la spinta del processo di globalizzazione, che erode la loro sovranità. In particolare, è da segnalare la formazione di attori non statali globali, la cui azione sfugge al controllo degli Stati. Le banche, le borse, le agenzie di rating, le imprese multinazionali sottraggono agli Stati il controllo del mercato mondiale. Organizzazioni religiose, centri di ricerca, fondazioni, università elaborano e diffondono modelli culturali sul piano mondiale. Le reti televisive globali (CNN, Al Jazeera, ecc.) formano l’opinione pubblica globale. I movimenti della società civile attivano le prime forme di mobilitazione dei cittadini a livello mondiale. Le organizzazioni criminali e terroristiche minacciano il monopolio della violenza detenuto dagli Stati. In definitiva, la globalizzazione scava un fossato sempre più profondo tra gli Stati, che sono rimasti nazionali, e il mercato e la società civile, che hanno assunto dimensioni globali. Così gli Stati rivelano la loro inadeguatezza a governare la globalizzazione, perché hanno perduto il potere di decidere le questioni determinanti per il futuro dell’umanità. Il fatto politico nuovo che si sta affermando, e non era ancora chiaramente percepibile nel secolo scorso, è l’erosione della sovranità degli Stati di dimensioni macro-regionali, che pone il problema del governo del mondo, cioè del rafforzamento e della democratizzazione dell’ONU e delle altre organizzazioni internazionali.
L’elaborazione teorica di Albertini offre una prospettiva che consente di interpretare in chiave federalista i problemi del XXI secolo e di indicarci una direzione di marcia. Egli si è identificato a tal punto con i problemi del suo tempo e li ha interpretati in modo così esemplare che le sue indicazioni strategiche conservano ancora attualità nelle mutate circostanze di oggi.
Soprattutto il metodo del gradualismo costituzionale, che ha permesso di identificare le tappe intermedie sulla via della Federazione europea (l’elezione diretta del Parlamento europeo e la moneta unica) e di realizzare effettivi avanzamenti verso quell’obiettivo, rappresenta un’indicazione duratura. E non solo sul terreno del federalismo europeo, ma anche di quello mondiale.
Forse, alla fine del secolo scorso, era impossibile capire (cosa che invece è diventata evidente oggi) che un bilancio federale fondato su risorse proprie avrebbe rappresentato, dopo la moneta unica, il nuovo avanzamento verso un governo dell’economia dell’Unione europea. Il potere impositivo è un aspetto cruciale della sovranità degli Stati, cui questi ultimi devono rinunciare in parte a favore dell’UE se si vuole ridare alla politica il potere di governare i mercati. I federalisti sono dunque impegnati nel perseguimento di una nuova cessione di potere dagli Stati all’UE sul terreno del gradualismo costituzionale.
Questo approccio e questa indicazione strategica si è rivelata di importanza decisiva anche per quanto riguarda i primi passi verso la Federazione mondiale. A proposito di questo obiettivo è sufficiente evocare i contorni più generali del nuovo paradigma che suggerisce di studiare insieme il processo di globalizzazione e il federalismo, inteso come teoria che permette di governare la globalizzazione. Più precisamente, la Federazione mondiale si presenta come la forma di organizzazione del potere che permette di eliminare la guerra come mezzo per la soluzione dei conflitti internazionali, di superare la ragion di Stato come forza motrice della politica internazionale, di costituzionalizzare le relazioni internazionali e di governare queste ultime con la democrazia internazionale. E’ quanto è necessario per sanare la lacerazione della politica tra la sfera governata dal diritto e la sfera governata dalla violenza.
Per chi ha occhi per vedere, un processo che si muove nella direzione di questi obiettivi è già cominciato. Albertini aveva visto chiaramente che l’unificazione europea può rappresentare il modello e il motore dell’unificazione delle altre grandi regioni del mondo (America latina, Sud-Est asiatico, Africa, ecc.) e del mondo intero (rafforzamento e democratizzazione dell’ONU). A differenza delle unificazioni federali del passato, che hanno accettato la divisione del mondo in Stati sovrani come un fatto ineluttabile, e ne hanno subìto le conseguenze in termini di degenerazione centralistica, l’unificazione europea, proprio perché oggi si sta sviluppando nel contesto del processo di globalizzazione, si presenta come una tappa della storia, come l’avvio dell’unificazione del mondo. Per questa ragione, essa produrrà una nuova forma di federalismo.
D’altra parte, il sistema delle Nazioni Unite ha sviluppato una rete di istituzioni che anticipano, anche se non realizzano un governo mondiale, allo stesso modo in cui la Comunità europea deve essere intesa come un’istituzione precorritrice della Federazione europea. Nel 1998, appena un anno dopo la morte di Albertini, è stato istituito il Tribunale penale internazionale per punire crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio, una istituzione nata come reazione agli orrori e alle atrocità delle guerre civili in Jugoslavia, in Ruanda, nel Caucaso, i frutti avvelenati dei processi di disgregazione politica avvenuti alla fine della guerra fredda. L’obiettivo del Tribunale è quello di applicare il diritto internazionale agli individui e non più soltanto agli Stati. Esso riproduce indiscutibilmente a livello globale un carattere della statualità e, in quanto tale, si presenta come un primo passo sulla via della Federazione mondiale.
All’orizzonte si intravede un altro grandioso avanzamento verso questo obiettivo. La crisi finanziaria ed economica globale pone in termini imperativi il problema del governo dell’economia mondiale e in particolare quello della riforma del sistema monetario internazionale nella prospettiva della formazione di una moneta di riserva mondiale. La dimensione colossale del debito pubblico degli Stati Uniti e il rischio della insolvibilità del bilancio americano suggeriscono di sostituire il dollaro come moneta di riserva internazionale con un paniere composto dalle principali monete del mondo. È significativo il parallelismo con l’unificazione monetaria europea come risposta transitoria al problema del governo dell’economia europea, un problema sul quale i federalisti europei hanno impegnato le loro energie per un quarto di secolo. La lezione che si può trarre dalla storia dell’unificazione europea è che l’unione monetaria non può reggere senza un’unione fiscale, un governo europeo dell’economia e, in ultima istanza, senza un’unione federale.
In definitiva, il paradigma federalistico permette di vedere in una nuova prospettiva la realtà del mondo contemporaneo, perché favorisce una spiegazione semplice e diretta dei cambiamenti avvenuti e dà loro un nome. Attraverso la rivoluzione federalista, la fedeltà esclusiva alla propria nazione, che è già morta nel cuore dell’uomo contemporaneo, e soprattutto dei giovani europei per i quali ha perduto ogni significato, sarà sostituita dalla coscienza, resa evidente dal processo di globalizzazione, di appartenere all’umanità e, nello stesso tempo, alla propria comunità locale.


[1] M. Albertini, Tutti gli scritti, a cura di N. Mosconi, Bologna, Il Mulino, 2006-2010, 9 voll.
[2] G.W.F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Bari, Laterza, 2003, p. 28.
[3] M. Albertini, “A Giuseppe Usai”, 19 marzo 1976, in Tutti gli scritti, Bologna, Il Mulino, 2009, vol. VII, pp. 193-194.
[4] M. Albertini, “Politica e cultura nei saggi di Norberto Bobbio” (1955), in Tutti gli Scritti, Bologna, Il Mulino, 2006, vol. I, pp. 813-820.
[5] M. Albertini, “A Giuseppe Usai”, op. cit., p. 193.
[6] Il Federalista, XLIV, 2002, n. 3.
[7] Si veda il saggio “Il federalismo dalla comunità al mondo” sopra citato.
[8] G.W.F. Hegel, “La Costituzione della Germania”, in Scritti politici (1798-1831), a cura di C. Cesa, Torino, Einaudi, 1972, pp. 102-118.
[9] M. Weber, La scienza come professione. La politica come professione, Torino, Einaudi, 2004, p. 39.
[10] I. Kant, “Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, Torino, UTET, 1965, p. 131.
[11] I. Kant, “Sopra il detto comune: ‘Questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica’”,in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto op. cit., p. 265.
[12] J. Habermas, “L’idea kantiana della pace perpetua, due secoli dopo”, in L’inclusione dell’altro, Milano, Feltrinelli, 1998, pp. 177-215, D. Held, Democrazia e ordine globale, Trieste, Asterios, 1999, pp. 223-39, O. Höffe, La democrazia nell’era della globalizzazione, Bologna, Il Mulino, 2007.
[13] M. Albertini, “Cultura della pace e cultura della guerra” (1982), in Tutti gli Scritti, op. cit., vol. VIII, p. 597. Si veda anche “Verso un governo mondiale” (1984), ibid., 793-799.
[14] K. Marx, L’ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1969, p. 25.
[15] A. Spinelli, L’Europa non cade dal cielo, Bologna, Il Mulino, 1960, pp. 282-287.
[16] L. Robbins, Pianificazione economica e ordine internazionale, Milano, Rizzoli, 1948.
[17] M. Albertini, “La ‘force de dissuasion’ francese”(1960), in Tutte le opere, op. cit., vol. III, pp. 575-582.
[18] C. Kindleberger, The World in Depression, 1929-39, Berkeley, CA, University of California Press, 1973; R. Gilpin, The Political Economy of International Relations, Princeton, NJ, Princeton University Press, 1987.
[19] M. Albertini, “Elezione europea, governo europeo e Stato europeo”(1976), in Tutte le opere, op. cit., vol. VII, pp. 159-171.

 

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