Anno XXXVIII, 1996, Numero 1, Pagina 55

 

 

La strategia della lotta per l’Europa*
 
MARIO ALBERTINI
 
 
La strategia della lotta per l’Europa deve essere definita in funzione dell’obiettivo. Tale obiettivo è costituito dal minimo indispensabile per assicurare l’irreversibilità del processo unitario e la sua estensione graduale a tutta l’Europa, ossia da una Federazione europea comprendente almeno i sei paesi che hanno preso la testa del processo di unificazione. Bisogna dunque prendere in esame la natura di una decisione, quella di fondare la Federazione europea.
 
Il problema dell’atteggiamento favorevole.
 
La prima osservazione da fare al proposito è che si tratta della decisione più grave che si possa prendere nel dominio della attività politica, in quanto essa comporta la fondazione di uno Stato nuovo su un’area nuova, ossia la scelta del destino degli abitanti di parecchi Stati per molte generazioni.
Nella misura in cui gli Stati dell’Europa occidentale conservano un assetto democratico, questa decisione non può essere presa che dai governi nazionali. Ma la sua eccezionalità è tale che i governi, ammesso che vogliano o debbano prenderla, potranno farlo solo con il massimo possibile di copertura politica. Dunque, per quanto riguarda i partiti, col favore non solo di quelli al governo, ma anche di quelli all’opposizione, salvo le opposizioni nazionali di regime; e, per quanto riguarda la popolazione, col favore di tutti i cittadini di tutti i paesi interessati (che sentiranno perciò allora di costituire un solo popolo, anche se pluralista: un popolo di nazioni), salvo frazioni numericamente e moralmente insignificanti.
Questa sola considerazione permette già di escludere che la strategia della lotta per l’Europa possa essere portata a termine col mezzo del partito politico, sia pure federalista. Per definizione un partito divide la popolazione di uno Stato, mentre per giungere a questa decisione si tratta di realizzare una piattaforma comune a tutti i cittadini di tutti gli Stati.
In secondo luogo bisogna osservare che la decisione di fondare la Federazione europea è non solo estremamente grave, ma anche molto complessa. Ciò si deve al fatto che, come vedremo, l’atteggiamento favorevole alla Federazione europea non implica necessariamente la capacità di prendere l’iniziativa di fondarla, di tradurre questo sentimento in un’intenzione concreta. Di conseguenza l’atteggiamento favorevole comporta una certa ambiguità (si può essere favorevoli senza manifestare una vera volontà), e costituisce in ogni modo un elemento soltanto necessario, ma non anche sufficiente, della strategia europea. Noi dovremo perciò trattare separatamente sia il problema dell’atteggiamento favorevole, sia quello dell’iniziativa.
L’atteggiamento dei governi e della popolazione nei confronti della Federazione europea è condizionato sia da fattori ideologici che da fattori storici.
 
I fattori ideologici.
 
I fattori ideologici sono costituiti grosso modo dalle dottrine dei partiti e dei gruppi politici, cioè dalle grandi ideologie che dominano la scena e che forniscono i valori e i criteri che suscitano e indirizzano l’attività politica dell’Europa di oggi. Non occorre dimostrare che il liberalismo, la democrazia, il socialismo, nonché il cristianesimo nella vita politica, sono senz’altro favorevoli sul piano ideologico alla Federazione europea, quale che sia la mutevole consapevolezza dei singoli individui a questo proposito. Si tratta di forze che, senza questo obiettivo, beninteso come tappa verso l’affermazione universale dei loro valori, non potrebbero nemmeno esistere. Non v’è dubbio al proposito. I loro valori non possono né essere limitati a un solo paese senza degradarsi, né essere veramente estesi al di là del proprio paese senza il principio federalista. Per queste ragioni queste forze hanno sempre professato principi federalistici, sia pure in modo confuso (la confusione principale è quella del federalismo con l’internazionalismo) e sia pure con gli alti e bassi determinati dalle vicende storiche.
Sono invece contrari il nazionalismo (il nazionalismo come vera e propria dottrina, non come ingenuo attaccamento alla propria nazione), il fascismo e il comunismo. In realtà il comunismo diventa incoerente se rifiuta la Federazione europea (come tappa verso la Federazione mondiale), non solo perché in tal modo contraddice quanto ha sempre affermato nel periodo della sua formazione, ma anche perché senza il superamento delle barriere fra le nazioni non si può portare a termine l’emancipazione mondiale del proletariato. In ogni modo è un dato di fatto che, a partire dal tempo della scelta per il socialismo in un paese solo, esso si è schierato senza riserve, e addirittura con orgoglio, per la difesa intransigente delle sovranità nazionali; e che, in Europa occidentale, esso ha ribadito questa posizione anche nei confronti dell’unificazione europea. Tuttavia, a questo proposito, bisogna distinguere i dirigenti dagli elettori. La sovranità nazionale, difesa dai dirigenti comunisti solo in funzione delle esigenze del comunismo internazionale, non corrisponde in alcun modo agli interessi degli elettori, e di fatto non ha distrutto, nel loro cuore, il vecchio ideale della fraternità di tutti i lavoratori al di sopra degli Stati, espresso con forza nella parola d’ordine: Proletari di tutto il mondo unitevi!
Queste osservazioni valgono tanto per i governi quanto per la popolazione e mostrano che, sul piano ideologico, la copertura politica esiste. Sono infatti favorevoli tutti i partiti salvo le opposizioni nazionali di regime, e tutta la popolazione salvo frazioni insignificanti. Va da sé che l’atteggiamento favorevole sul piano ideologico non si traduce in azione politica sino a che non si manifestino circostanze storiche adatte, e può persino subire degli offuscamenti se le circostanze storiche sono contrarie. In concreto il favore ideologico significa solo che non ci sono ostacoli insormontabili.
 
I fattori storici.
 
L’elemento che mette in evidenza il capovolgimento della situazione storica dell’Europa occidentale (e che si manifesta embrionalmente, dietro l’oppressione, anche in Europa orientale) sta nel fatto che i conflitti armati tra la Francia, la Germania e gli altri Stati europei sono divenuti completamente impensabili. E’ una situazione riconosciuta da tutte le persone di buon senso, ma che non può essere compresa nel suo vero carattere finché non ci si rende conta che ciò significa che gli Stati nazionali, singolarmente presi, non assolvono più il compito fondamentale della garanzia della sicurezza, ossia che non sono più Stati nel vero senso della parola, che non controllano più il destino dei loro cittadini. Per cancellare le associazioni mentali legate alla terminologia nazionale del passato, che impedisce la comprensione di questa situazione, bisogna esprimerla con espressioni adeguate, che indichino con chiarezza ciò che sta per finire e ciò che sta per incominciare al suo posto. Queste espressioni ci sembrano le seguenti: le nazioni sono rimaste sovrane, ma assistiamo ai fenomeni collegati del declino delle sovranità nazionali e dello sviluppo dell’unità di fatto europea.
Il contenuto di queste espressioni diventa trasparente non appena ci si renda conto del loro collegamento con un altro dato di fatto, anch’esso tanto universalmente ammesso quanto misconosciuto nelle conseguenze. Eccolo. Allo stadio attuale di sviluppo del processo produttivo europeo, la dimensione dei grandi problemi di politica estera, militare, economica e sociale ha raggiunto un ordine di grandezza «supernazionale», ossia una grandezza superiore a quella degli Stati europei, che sono delle nazioni tipiche, con rappresentanza unitaria della sovranità secondo il modello francese (a questo proposito si ricordi che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica sono qualche cosa di più che semplici nazioni: sono delle federazioni, per quanto imperfette, vale a dire delle comunità politiche che, grazie alla duplicazione della rappresentanza sovrana, possono riunire diverse comunità nazionali e raggiungere dimensioni continentali).
Ed ecco le conseguenze. I maggiori problemi, a causa della loro dimensione, che ha scavalcato quella degli Stati, non sono più risolvibili nel loro ambito. In teoria, essi sono risolvibili solo nel quadro europeo. In pratica per la mancanza di un potere politico europeo, essi finiscono col trovare soltanto delle soluzioni imperfette nell’ambito dell’unità imperfetta compatibile col mantenimento della sovranità formale degli Stati. Ma ogni loro soluzione unitaria, per quanto imperfetta, modifica la situazione in modo tale che i nuovi problemi che si presentano richiedono, per la loro soluzione, un grado ancora maggiore d’unità.
Questa è la logica della storia europea del dopoguerra, dal Piano Marshall ad oggi. Questa logica delle cose, che di grado in grado di unità ci porterà alla federazione, ha trovato sinora la sua espressione più importante e più avanzata nel Mercato comune. Esso è inspiegabile finché non si tiene presente il declino delle sovranità nazionali. Finché gli Stati dovevano badare da sé alla propria sicurezza, erano costretti a curare la propria potenza in rapporto a quella dei vicini; e perciò a controllare gli scambi con i vicini in funzione della diminuzione della loro potenza. Caduta questa necessità, è caduto anche l’ostacolo che impediva all’allargamento degli spazi economici, a lungo termine inarrestabile perché coincidente con l’espansione della produzione e della vita, di manifestarsi anche in Europa occidentale e di raggiungere un grado di realizzazione pari al grado di unità di fatto.
 
La democrazia sul terreno dell’unificazione europea.
 
A noi interessa comunque rilevare in quale misura questa logica delle cose abbia prodotto e produca un atteggiamento favorevole alla Federazione europea non solo sul piano ideologico, ma anche su quello pratico. A questo scopo, bisogna tener presente che essa ha messo, e continua a mettere, i partiti e i governi nazionali di fronte alla seguente alternativa: o accettare la politica di unificazione europea, allo scopo di dare soluzione, sia pure per ora imperfetta, ai maggiori problemi; o limitarsi alla pura e semplice politica nazionale, accettando di lasciare del tutto insoluti i maggiori problemi. Basta osservare che questa alternativa è quella del mantenimento e dello sviluppo della democrazia o della sua eliminazione (la democrazia non può durare se dimostra di non saper risolvere i grandi problemi della politica interna e internazionale), per rendersi conto che i partiti il cui destino è legato a quello della democrazia, oltre ad essere favorevoli, sul piano ideologico, alla federazione, non possono nel contempo non essere favorevoli, sul piano pratico, alla politica di unificazione europea. Rifiutarla significherebbe scegliere la politica del peggio, del non risolvere i problemi per inasprire la situazione. Va da sé che questa politica non poteva essere praticata, come di fatto è accaduto, che dalle opposizioni nazionali di regime, e in particolare da quelle più forti, cioè dai partiti comunisti. Ciò non significa tuttavia che su questo terreno i loro elettori li seguano fiduciosamente. E’ vero piuttosto il contrario. I partiti comunisti non riescono più a mobilitare i loro elettori contro l’unità europea e non riuscirebbero certo, in futuro, a mobilitarli contro la decisione di fondare la Federazione europea col metodo democratico.
E’ a questo punto che si precisa la questione dell’ambiguità dell’atteggiamento favorevole. Si può infatti dire che i partiti democratici sono favorevoli alla costruzione dell’Europa, ma non si può dire tuttavia che essi manifestino, almeno per ora, la volontà concreta di fondare la Federazione europea. E’ un fatto che un’iniziativa di questo genere non si è profilata sinora in seno ad alcun partito, come vedremo meglio più avanti. Ciò non toglie che crei grandi possibilità a questo riguardo il fatto che tutte le forze che dovrebbero sostenere questa decisione (i partiti democratici sia al governo che alla opposizione e quasi tutti i cittadini) si siano portati sul terreno dell’unificazione europea e non possano uscirne.
Questo è diventato un dato permanente della vita politica. Il nazionalismo che si è sviluppato di nuovo in questi ultimi anni non è in grado di modificarlo. Questo nazionalismo dipende dalla ripresa degli Stati, ma la ripresa degli Stati dipende a sua volta dall’unità economica dell’Europa, ossia dal fatto che smentisce proprio il nazionalismo, gli impedisce di svilupparsi pienamente e finirà per distruggerlo.
 
Il problema dell’iniziativa.
 
Anche a questo proposito, invece di esaminare separatamente la posizione dei governi e quella della popolazione, bisogna esaminarla insieme, perché lo stesso dato, la situazione di potere e la sua evoluzione, condiziona sia i primi che la seconda. Ma prima di trattare questo punto specifico, ossia l’aspetto di potere della decisione di fondare la Federazione europea, conviene dare uno sguardo al rapporto tra la maturazione dell’intenzione di prendere questa decisione e lo sviluppo dell’integrazione europea. Non c’è altro modo per sgomberare il terreno da possibili equivoci.
1. Integrazione europea e iniziativa federale. Come ripresero, nel dopoguerra, un minimo di attività internazionale, gli Stati dell’Europa occidentale si trovarono subito coinvolti nel processo di unificazione europea, avviata dagli Stati Uniti col Piano Marshall. Sono passati ormai quasi vent’anni e grandi progressi, specie con la fase dell’Europa a sei, sono stati compiuti. Per valutarli, basta paragonare il primo dopoguerra col secondo. Nel campo dello sviluppo economico, dell’integrazione sociale, della situazione politica della Germania, e dei suoi rapporti con gli Stati democratici e via dicendo, la politica dell’unificazione dell’Europa, soppiantando la vecchia politica di divisione, ha modificato radicalmente, e in alcuni settori vitali addirittura capovolto, la situazione dell’Europa occidentale.
E’ un fatto che l’unità, procedendo gradualmente, ha permesso di ottenere risultati imponenti. Proprio per questo è tanto più importante osservare che il gradualismo unitario nel dominio dell’economia e della collaborazione fra gli Stati non è affatto seguito da un eguale gradualismo unitario per quanta riguarda la maturazione della volontà di prendere l’iniziativa di fondare la Federazione europea e nemmeno, a ben badare, per quanto riguarda l’evoluzione della lotta politica. Il trasferimento delle decisioni più importanti di politica estera ed economica dai campi nazionali a quello europeo, nonostante certe oscillazioni, è continuo e progressivo, tanto che si è ormai giunti a stabilire persino il prezzo dei cereali a livello europeo. Ma la vita dei partiti e la lotta politica, durante questo tempo, sono rimaste confinate, senza muoversi di un passo, nei campi nazionali. Sotto questo aspetto siamo sempre al palo di partenza.
Nella misura in cui non ci si rende conta di ciò si pensa, meccanicamente, che la decisione di fondare la Federazione europea sia semplicemente l’ultimo passo della serie progressiva di passi costituita dall’integrazione europea e non un fatto originale. Ma basta tener presente che al gradualismo nell’economia e nella collaborazione fra i governi non corrisponde un eguale gradualismo nella formazione, in seno ai partiti, della volontà di fondare la federazione, per capire che l’ultimo passo costituisce invece un problema di potere da risolvere, un problema facilitato ma non risolto dall’integrazione in corso.
Il passato conferma e integra questa interpretazione. Alla fine della seconda guerra mondiale sarebbe stato possibile fondare una federazione nella parte occidentale del continente europeo. Gli USA erano favorevoli, la resistenza era stata in gran parte europeista, gli interessi nazionali di carattere militare, burocratico e industriale erano a terra, la popolazione era virtualmente favorevole e il problema era aperto; si trattava di stabilire il nuovo assetto dell’Europa. Ma la classe politica al potere, invece di schierarsi per l’unità, ricostruì passivamente le divisioni nazionali del passato senza nemmeno capire che esisteva la possibilità di superarle. La possibilità si ripresentò con la CED, la quale, togliendo gli eserciti agli Stati e creando un esercito europeo, poneva il problema del governo europeo. Firmato dai sei governi, ratificato dai parlamenti di Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo, il Trattato della CED restò sul tappeto dal 1952 al 1954 e infine fu bocciato in Francia per pochi voti mentre sino a tutto il 1953 c’era stata una maggioranza a favore della CED nel Parlamento francese, e mentre l’Italia, non ratificandolo pur essendo largamente favorevole, non aveva fatto nulla per affrettare la decisione francese. Ciò mostra che l’integrazione europea non è un processo lineare bensì a fisarmonica, ossia un processo che può raggiungere diverse volte, senza sfruttarlo, il punto nel quale è possibile prendere la decisione di fondare la Federazione europea.
2. L’aspetto di potere dell’iniziativa federale. Sotto il profilo del potere la decisione di fondare la Federazione europea comporta il trasferimento del controllo dell’esercito, come della moneta, di parte delle entrate e così via, dai governi nazionali a un governo europeo. Più precisamente, e in termini più generali, il trasferimento della politica estera e militare, e di parte della politica economica e sociale, dagli Stati nazionali a uno Stato federale. Ne segue:
a) Che questa decisione non può essere graduale. Molti pensano che in realtà non si debba prendere una tantum la decisione di fondare la federazione, in quanto si tratterebbe di costituirla a grado a grado. Ma è evidente, innanzitutto, che un esercito non può essere controllato in parte dai governi nazionali e in parte, una parte sempre crescente, da una entità europea che non abbia ancora il carattere di un vero governo. Il trasferimento dell’esercito o si fa di colpo, dai governi nazionali al governo europeo, nell’atto stesso in cui lo si costituisce, o non si fa. E ciò non vale solo per l’esercito, vale in generale per la politica economica e sociale di competenza della federazione. Per trasferire queste materie, bisogna trasferire anche la «sovranità» in questione (in senso empirico la facoltà di prendere, in ultima istanza, le supreme decisioni nei settori stabiliti da una costituzione): ma la «sovranità» fa tutt’uno col fatto elettorale, il quale, a sua volta, non si può trasferire gradualmente ma solo di colpo.
b) Che nei governi non si forma, spontaneamente, la tendenza a prendere queste decisioni. L’ostacolo non sta solo nel fatto che il passaggio da un sistema nazionale a un sistema federale è svantaggioso per i partiti in quanto implica la distruzione di ruoli politici (un solo Capo di Stato al posto di sei, ecc.), la diminuzione dei seggi parlamentari importanti (un parlamento che si occupa di politica estera ecc. al posto di molti), e la ristrutturazione dei partiti. L’ostacolo maggiore sta nel fatto che la tendenza a prendere questa decisione, e la linea generale dei partiti, divergono sino a che il potere nazionale resta stabile. In questo casa la fortuna dei partiti dipende esclusivamente dalla loro capacità di governo o di opposizione, ossia, questo è il punto decisivo, da quanto riescono a fare (o a far sperare che si possa fare) nell’ambito della propria nazione per quanta riguarda la politica estera, militare, economica e sociale.
Questa è la posta del loro gioco, questa la base della formazione della loro volontà politica. L’integrazione europea li spinge ad accettare l’idea della federazione, ma il processo politico, elezione per elezione, li spinge a dire cosa dovrà fare la propria nazione nel campo della politica estera, militare, economica e sociale, ossia proprio al contrario del proposito di cedere queste competenze.
c) Che questa decisione può formarsi solo in un centro europeo supernazionale, e che i governi possono farla propria solo nel caso di crisi del potere nazionale. Il primo punto non richiede spiegazione. Va da sé che un movimento politico supernazionale, se lo è davvero, ossia se non dipende dalle elezioni nazionali, si rafforza proprio nella misura in cui mostra questa capacità. Il secondo punto invece va chiarito, e ciò richiede un esame puramente tipologico, dove la nozione di crisi di potere implica soltanto quella di mancanza di potere, senza alcuna conseguenza forzatamente drammatica e senza alcuna considerazione sul modo nel quale, storicamente, si potranno svolgere crisi di questo genere. E’ un fatto che in caso di crisi del potere nazionale, il problema centrale dell’azione dei partiti cessa di essere quello dell’esercizio del potere e diventa invece quello della creazione di un nuovo potere. Orbene, è vero che l’idea di un potere europeo, essendo estranea alle abitudini e alle posizioni acquisite dei partiti, non può formarsi spontaneamente nel loro ambito, ma è anche vero che essi potrebbero accettarla facilmente se venisse loro proposta dall’esterno, perché un potere europeo sarebbe più forte, più democratico e meno sovvertitore di qualunque potere che si formasse nell’ambito nazionale in alternativa a un precedente potere democratico. Tutto ciò esige, naturalmente, che il potere europeo venga formulato in termini perfettamente democratici, in modo da ottenere, con la prospettiva della partecipazione e del consenso del popolo, una forza sufficiente per risolvere la crisi. Questa formula non può essere che quella del potere costituente del popolo federale europeo, perché non c’è altro modo per riconoscere il diritto degli Europei di scegliere da sé stessi, con una costituente, le caratteristiche della federazione.
Con ciò sono venuti in luce i due aspetti essenziali della strategia europea: la crisi del potere nazionale, e l’azione di una avanguardia supernazionale capace di prendere l’iniziativa di chiedere la costituente europea. Si tratta di esaminarli.
 
La crisi del potere non è un fatto incerto, lontano, imprevedibile, bensì un fatto già presente in embrione. Nessuno Stato del continente europeo ha trovato uno stabile assetto democratico dopo la rivoluzione francese. La vita politica è stata sempre inframmezzata da crisi di regime a ripetizione. E anche oggi la crisi dello Stato costituisce in Europa occidentale uno degli aspetti fondamentali della vita politica, tant’è che non solo gli studiosi, ma anche le stesse forze politiche, affrontano ovunque, accanto ai normali problemi di governo, i problemi stessi della costituzione e del regime. Pur presentandosi con maggiore evidenza in Francia che altrove, il fenomeno è generale.
Non è necessario mostrare che la crisi dello Stato è la premessa della crisi del potere. Occorre invece identificarne la natura. I partiti cercano di risolverla nel quadro nazionale senza tener conto dell’integrazione europea, senza avvedersi che essa modifica radicalmente il funzionamento degli Stati, senza capire che essa è la causa della crisi. La crisi degli Stati e l’integrazione europea sono due facce dello stesso fenomeno. Lo stesso dato, la dimensione dei problemi, scatena sia l’una che l’altra. La tendenza irresistibile verso l’unità europea è dovuta al fatto che i problemi di governo (difesa, politica estera, economia) hanno assunto una dimensione supernazionale. Ma proprio questo fatto genera fatalmente il declino degli Stati nazionali, la loro crisi, e, a lungo termine, la crisi del loro potere. In ultima istanza l’integrazione europea è il processo di superamento della contraddizione tra la dimensione dei problemi e quella degli Stati nazionali. Per questo, nella misura in cui avanza, fa avanzare insieme tanto la crisi del loro potere quanto la formazione dell’alternativa sul terreno supernazionale europeo.
Per quanto pochi se ne rendano conto, la cosa è indubbia. Con il suo sviluppo l’integrazione europea crea giorno per giorno una società pluralistica europea, vale a dire distrugge la base stessa degli Stati nazionali, la società nazionale esclusiva. Si tratta tuttavia della preparazione di un momento acuto di trapasso, piuttosto che di uno slittamento graduale, non solo perché non c’è passaggio graduale dalla sovranità nazionale alla sovranità federale, ma anche perché mediante la formazione di una economia di grandi dimensioni, l’integrazione europea restituisce ai poteri nazionali esclusivi, prima di abbatterli, una apparenza di vitalità. In pratica il meccanismo di evoluzione della crisi è il seguente. Finché agli Stati si presentano problemi di dimensione europea per la soluzione unitaria dei quali basta la loro collaborazione, cioè una cosa che rientra nelle loro possibilità, essi conservano un po’ di potere. Ma quando si presentano problemi europei la cui soluzione unitaria esige un governo europeo, essi si trovano di colpo senza potere. Questo punto è di grande interesse perché mostra che la crisi, pur essendo il motore del processo di creazione del governo federale, potrebbe svolgersi esteriormente in un modo normalissimo. E’ un fatto che in casi di questo genere i governi si troverebbero di fronte a questa alternativa: o stornare (o risolvere in modo solo apparente) il problema, o creare un governo europeo per risolverlo. In altri termini, nel processo politico normale comparirebbe una possibile direzione supernazionale, e si presenterebbe, eccezionalmente, la possibilità di fondare un governo europeo, a patto che l’avanguardia federalista, rafforzata dalle circostanze, sappia far accettare ai governi la soluzione del problema che coincide con la creazione del governo europeo, anche se esso dovesse pigliare la forma costituente solo in un secondo tempo.
Una situazione del genere si è già presentata col problema dell’esercito europeo. E si ripresenterà tra il 1967 e il 1969. La fine del periodo transitorio del Mercato comune porrà i problemi della moneta, delle dogane e della politica economica europea. La scadenza del Patto atlantico quello della nuova difesa dell’Europa. Si tratta precisamente di problemi che non possono essere risolti senza un governo europeo. In teoria essi possono, per quanto la cosa non sia sicura, venire forse dilazionati grazie ad un allargamento e a una provvisoria diluizione dell’integrazione europea, essi non possono però venire accantonati per sempre, perché sono inerenti alla natura stessa dell’integrazione. La crisi dunque è inevitabile, anche se la sua maturazione dipende in parte anche dalla volontà umana; nella fattispecie, dal proposito dei governi di mantenere la piattaforma a sei e dalla capacità dell’avanguardia federalista di battersi.
C’è ancora da osservare che, in caso di crisi acuta per mancanza di senno da parte dei governi, la crisi non si manifesterà necessariamente negli stessi giorni in tutti i paesi. Tuttavia se essa colpirà prima, come è probabile, la Francia o la Germania, e se l’avanguardia federalista la incanalerà subito ovunque verso la costituente europea, basterà il fatto che il governo francese o tedesco chieda di convocarla allo scopo di evitare il peggio nel proprio paese, per aprire la crisi di potere anche negli altri paesi e per allinearli sulla alternativa europea.
 
L’avanguardia federalista è la coscienza teorico-pratica del carattere europeo dell’alternativa politica di fondo. Come coscienza specificamente teorica, essa si fonda sulla teoria del federalismo e sulla demistificazione della nazione. I nazionalisti, veri o di comodo (comunisti), affermano che non è possibile una realtà popolare al di là delle nazioni, quindi nemmeno un potere democratico europeo. Per smascherarli occorre: a) dimostrare che la nazione nella sua vera essenza è semplicemente un fenomeno spontaneo di carattere territoriale (il luogo della propria nascita) o culturale (la lingua), e per nulla affatto l’inesistente unità di stirpe dei Francesi, degli Italiani, dei Tedeschi, ecc. (la finzione ideologica per giustificare il carattere chiuso, esclusivo, e tendenzialmente monolitico dello Stato nazionale); b) identificare concretamente la realtà popolare che sta formandosi con l’integrazione europea: il popolo europeo, la riunione delle nazionalità spontanee europee (un popolo pluralista, federale).
Come coscienza specificamente pratica, l’avanguardia federalista implica l’opposizione di comunità, che si distingue dalle comuni opposizioni di governo o di regime per il fatto che, invece di rifiutare questo o quel governo o regime, rifiuta la comunità nazionale come comunità politica esclusiva. Solo a questo punto la scelta per la Federazione europea abbandona il limbo delle buone intenzioni per diventare una volontà concreta, un vero e proprio atteggiamento politico, ossia un rapporto quotidiano col potere. Chi non si eleva fino a questo punto agisce nell’ambito della gestione dei poteri nazionali esclusivi anche se desidera sinceramente l’unità europea, e vede perciò solo i fatti che li mantengono. Chi si eleva invece fino a questo punto, cioè agisce per abbatterli, si mette in grado di tenere sotto osservazione anche i fatti dell’integrazione europea che li minano, creando nel contempo, con l’unità di fatto, un potere europeo di fatto, e può sfruttarli politicamente.
Questo sfruttamento, ossia l’opposizione di comunità, non è facile. Il suo aspetto negativo, il rifïuto del potere nazionale esclusivo, è evidente, ma il suo aspetto positivo, la lotta per trasformare il potere europeo di fatto in un potere costituito, democratico, affidato alla volontà degli uomini invece che alla cieca spinta delle cose è complicato. Un potere non ancora costituito è invisibile. Nella fattispecie, solo scrutando la realtà con gli occhi della ragione si intravede, dietro la facciata dell’integrazione europea ciò che lo costituirà: il popolo europeo in formazione. D’altra parte un potere non ancora costituito non piglia decisioni, cioè non favorisce e non danneggia nessun interesse immediato: sta fuori dalla bilancia di questi interessi, e perciò anche fuori dalla politica normale. Per questo chi si batte per il potere europeo è come se si battesse per nulla. Non può organizzare interessi immediati, non può sfruttare le possibilità delle bilance di forza esistenti, deve agire solo allo scopo di introdurvi un elemento nuovo per creare una possibilità altrimenti inesistente. Siccome propone la costituente — una soluzione che si trova sempre, fino all’ora della crisi, fuori dal raggio della realtà — può battersi solo grazie alle contraddizioni del processo politico normale, che pone dei problemi che non sa risolvere.
Come abbiamo visto, i maggiori problemi politici ed economici non si possono risolvere soddisfacentemente nell’ambito degli Stati nazionali. Perciò, nella fase in cui si pongono, chi si batte per il potere europeo può entrare in campo unendosi con coloro che cercano una vera soluzione, mentre nella fase in cui, per risolverli con i suoi mezzi imperfetti (i governi nazionali e la collaborazione europea), la politica normale si accontenta di soluzioni imperfette e precarie, egli deve invece uscire dal campo, denunziare il compromesso, attendere ancora e sempre al varco coloro che rimangono nel quadro nazionale. E’ tutto. L’impegno per la vera soluzione di questi problemi coincide con la presa di coscienza del carattere europeo dell’alternativa politica, cioè con il rafforzamento della avanguardia federalista e con la preparazione dell’iniziativa della decisione di fondare la Federazione europea. Il compromesso su soluzioni precarie, o la continua fuga in avanti nell’illusione, coincidono con la persistenza della via nazionale.
 
La fondazione della Federazione europea.
 
Una lotta di questo genere, stante le sue difficoltà pratiche e intellettuali, può riunire solo una frazione delle persone che fanno della contraddizione tra i fatti e i valori un questione personale. Ma queste bastano. Finché il problema che scatena la crisi è lontano, si tratta solo di sopravvivere, di entrare e uscire nell’equilibrio politico con un’agile tecnica frontista e di inquadrare ciò che esiste già nel cuore del popolo, la speranza europea (europeismo diffuso), allo scopo di avere pronta, nel momento decisivo, una piattaforma popolare. Basta, per questo, l’europeismo organizzato (MFE, ecc.). D’altra parte, quando questo problema si avvicina e il carattere europeo dell’alternativa politica diventa più facilmente comprensibile, molte fra le persone del tipo sopra citato (europeismo organizzabile) finiscono con l’entrare nel campo federalista. E ciò costituisce una base sufficiente per accendere la miccia della decisione di fondare la Federazione europea. Come in ogni impresa tecnicamente rivoluzionaria, la crisi di potere, «con la sua alta conducibilità delle idee», fa il resto. In questa situazione le parole d’ordine che corrispondono al bisogno di potere «si creano da sole migliaia di canali».


* Questo articolo è stato pubblicato in francese in Le Fédéraliste, VIII (1966).

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