Anno LXI, 2019, Numero 1-2, Pagina 113

 

 

L’EUROPA E IL MONDO DOPO IL 1989*

 

 

Le profonde trasformazioni che hanno sconvolto il panorama politico e costituzionale dell’Europa dell’Est nel corso dell’anno 1989 sono da mettere sullo stesso piano delle grandi rivoluzioni del passato, dalla rivoluzione francese a quelle del 1848 e del 1917-18. Con esse hanno in comune due caratteristiche.

La prima è costituita dal fatto che le forze del rinnovamento hanno finora più distrutto che costruito, come non può non accadere nella fase esplosiva di ogni rivoluzione. L’itinerario storico del comunismo si è concluso. Sono caduti regimi autocratici, la cui identificazione con l’ideologia alla quale si richiamavano stava del resto diventando sempre più problematica. Al loro posto vi sono oggi grandi speranze, ma pochissime certezze. Non è ancora chiaro quale sarà l’ordine politico-sociale che nascerà dalle ceneri di quello distrutto. Il futuro deve essere ancora pensato e organizzato, e ovunque si presenta gravido di minacce.

La seconda è costituita dal fatto che, come in tutte le rivoluzioni del passato, le trasformazioni istituzionali nell’Europa orientale hanno rispecchiato all’interno dei singoli paesi una profonda trasformazione dell’equilibrio internazionale. Il declino del bipolarismo russo-americano era in corso da tempo, ed era stato fortemente accelerato dalla sempre più evidente assurdità della logica della dissuasione fondata sulla corsa suicida agli armamenti nucleari. Non per nulla l’impulso al processo — grazie alla felice concomitanza della comparsa di un uomo storco — è stato dato dall’Unione Sovietica, cioè dal paese che si trovava ad essere più pesantemente schiacciato dal peso insostenibile di un tipo di equilibrio che i rapporti di forza reali avevano reso obsoleto da tempo.

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I fattori interni e quelli internazionali non possono essere disgiunti nel tentativo di comprendere quali possibili direzioni potrà prendere nei prossimi anni la storia europea e di conseguenza, in un mondo ormai strettamente interdipendente, quella mondiale.

Ciò che sembra di poter affermare con sicurezza è che, se un nuovo ordine sufficientemente stabile ed evolutivo non prenderà forma in tempi brevi, la strada che imboccherà l’Europa centro-orientale sarà quella del nazionalismo e dell’anarchia internazionale. Ciò sarà inevitabile perché, in mancanza di nuove forme di organizzazione della convivenza civile e dei rapporti tra gli Stati, la fine dell’equilibrio bipolare e la caduta concomitante dello schermo ideologico del confronto tra democrazia e comunismo lasceranno sul campo, come solo principio di legittimità comunemente accettato, il principio nazionale. Del resto i segnali d’allarme che danno la misura della realtà e dell’importanza di questo rischio si moltiplicano. Essi si manifestano in tre distinti scacchieri: quello tedesco, con la riapertura del problema della riunificazione; quello dei paesi ex-satelliti dell’Unione Sovietica, con i problemi di confine legati all’inestricabile groviglio etnico che già aveva reso ingovernabile la regione nel periodo tra le due guerre; e quello dell’unione Sovietica stessa, che le numerose spinte autonomistiche e secessionistiche a sfondo etnico e/o religioso mettono di fronte al pericolo di un vero e proprio processo di disgregazione.

Sarebbe irresponsabile nascondersi la gravità delle conseguenze che si manifesterebbero in Europa e nel mondo se gli eventi imboccassero la strada del nazionalismo. Gli Stati dell’Europa orientale non dispongono di un territorio abbastanza vasto per garantire — in assenza di un forte grado di integrazione in uno spazio continentale — uno sviluppo economico compatibile con il mantenimento della democrazia appena conquistata. Né questa ha una base abbastanza solida per reggere alla prova alla quale sarebbe sottoposta da forti tensioni nazionali. E’ quindi prevedibile che i loro regimi degenererebbero rapidamente verso forme autoritarie di nazional-populismo.

D’altro lato, se le due Germanie imboccassero risolutamente la strada della riunificazione — il che sarebbe inevitabile in mancanza di alternative credibili — l’intero equilibrio europeo ne verrebbe sconvolto. La nascita, o la sola forte aspettativa della nascita, al centro dell’Europa, di uno Stato nazionale di ottanta milioni di abitanti e dotato di un formidabile potenziale economico darebbe impulso al disegno della creazione di una zona di influenza tedesca e di un’area di egemonia del marco allargata ad alcuni paesi dell’Est; un disegno certamente debole e instabile a lunga scadenza, ma che nell’immediato avrebbe forza sufficiente per mettere in discussione l’esistenza stessa della Comunità.

Le spinte centrifughe all’interno dell’Unione Sovietica infine non potrebbero essere controllate che facendo leva sul nazionalismo grande-russo. Sarebbe la sconfitta della politica di Gorbaciov — magari ad opera dello stesso Gorbaciov. L’Unione Sovietica ritroverebbe la sua unità non più sotto il segno del comunismo, ma sotto quello del nazionalismo attraverso il dominio del gruppo nazionale più forte.

Certo è che la storia non si ripete, e che, anche se tutte queste ipotesi si realizzassero, nulla ritornerebbe ad essere come prima. Sarebbero verosimilmente poste le premesse per un nuovo inizio, in un quadro più vasto, del processo di integrazione europea. Ma i tempi si allungherebbero indefinitamente e nel breve-medio termine risorgerebbero le tensioni politiche e il disordine economico. Si dissolverebbero le speranze suscitate da Gorbaciov e l’equilibrio mondiale riprenderebbe la strada tradizionale dei rapporti di forza, anche se la sua fisionomia si trasformerebbe e il suo baricentro tenderebbe di nuovo a spostarsi verso l’area del Pacifico.

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E’ un fatto che la via al nazionalismo dell’Europa centro-orientale è vista in molti settori dello schieramento politico in tutti i paesi europei — a cominciare dalle due Germanie — con lucida preoccupazione. Così come è sentita dovunque l’esigenza di trovare forme di unità e di collaborazione tra le nazioni grazie alle quali sia possibile contenere le spinte nazionalistiche e creare in Europa un equilibrio stabile e pacifico.

Il quadro più ampio che si sta delineando in questa prospettiva è quello dei paesi partecipanti alla Conferenza di Helsinki, comprendente quindi sia l’Unione Sovietica che gli Stati Uniti. E’ il quadro nel quale si colloca la proposta di Gorbaciov della “Casa comune europea”. Ed è indubbio che questa è la dimensione nella quale si pone il problema della sicurezza in Europa. Molti, troppi, dimenticano che ciò che è accaduto e sta accadendo in Europa orientale è stato ed è una conseguenza del corso politico voluto e lanciato da Gorbaciov, e che il processo di democratizzazione negli Stati della regione può continuare soltanto perché Gorbaciov mantiene il controllo delle leve del potere nel suo paese in un quadro di distensione internazionale. Proporsi di sfruttare gli avvenimenti dell’Est europeo in chiave antisovietica sarebbe quindi oggi il massimo dell’insensatezza e dell’irresponsabilità. Il processo va gestito con e non contro l’Unione Sovietica, così come va gestito con e non contro gli Stati Uniti, che rimangono un polo decisivo del nuovo equilibrio. Quello della conferenza di Helsinki deve diventare quindi il quadro nel quale si istituzionalizza la distensione e si liberano le risorse necessarie non solo per avviare grandi progetti di cooperazione economica tra Ovest e Est, ma anche per impostare su nuove basi i rapporti tra Nord e Sud del pianeta, ponendo così le premesse per la creazione di quello che Einstein chiamava un governo mondiale parziale. In questo modo sarebbe possibile realizzare un decisivo rafforzamento dell’ONU, che può funzionare efficacemente — fino a che il mondo rimane diviso in una pluralità di Stati sovrani — soltanto sulla base di una stabile collaborazione tra gli Stati che esercitano le massime responsabilità mondiali.

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Il quadro di Helsinki è essenziale per bloccare la rinascita del nazionalismo, per garantire la sicurezza in Europa e nel mondo e per creare il primo embrione di un governo mondiale parziale. Ma oggi il progetto della “Casa comune” è ancora poco più di uno slogan, che esprime un’esigenza più che proporre una soluzione. Anche se dovesse essere rafforzato da un’impalcatura istituzionale di tipo confederale, esso rimarrebbe pur sempre, nella misura in cui si basasse esclusivamente sugli Stati nazionali esistenti, un quadro instabile, incerto nella sua fisionomia e incapace di contenere le spinte alla disgregazione che il processo ha finora sprigionato.

Perché si consolidi e prevalga sul corso alternativo della ripresa del nazionalismo, si dovranno risolvere molti e difficili problemi di sistemazione interna dell’Europa attraverso la definizione della struttura dei vari raggruppamenti di Stati già esistenti, l’eventuale creazione di nuovi raggruppamenti e la sistemazione dei loro rapporti reciproci. Sarebbe un esercizio inutile, allo stato dei fatti, pretendere di far profezie sulla durata e sulle possibili trasformazioni della NATO e del Patto di Varsavia, sugli esiti finali del processo di riforma del COMECON, sulla nascita di qualche nuova forma di collaborazione istituzionalizzata tra paesi dell’Est europeo, sull’evoluzione dei rapporti di questi ultimi con l’EFTA e la CEE e tra queste e il COMECON nel suo insieme.

Una cosa però è certa. Perché il progetto della “Casa comune” acquisti la capacità di stabilizzare la distensione in Europa e nel mondo, essa deve mettere in vista prospettive che diano una risposta chiara e comprensibile per tutti alle speranze suscitate dal nuovo corso di Gorbaciov. Essa deve presentarsi come un quadro capace di evolvere verso forme irreversibili di integrazione sempre più stretta e di progressivo consolidamento della democrazia.

Ciò potrà avvenire soltanto se avrà inizio, al suo interno, un processo di costruzione federale. Esso imporrebbe con l’evidenza dei fatti alla coscienza di tutti la verità che oggi la sola alternativa storica al nazionalismo è il federalismo, in quanto esso è l’unica formula che consenta di affermare la democrazia in un quadro internazionale. Qualunque soluzione di tipo confederale, come nella più favorevole delle ipotesi non potrà che essere nella sua fase iniziale quella della “Casa comune”, può quindi essere accettata e promossa unicamente in quanto stazione di passaggio verso uno sbocco federale.

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Il solo ambito nel quale questo grande esperimento storico può essere iniziato è quello della Comunità europea, o il quadro più ristretto di quelli tra i suoi Stati membri che saranno disposti a fare da battistrada, nella consapevolezza che gli altri seguiranno. Del resto, soltanto dando un deciso impulso al processo di unificazione federale in questo quadro sarà possibile porre in termini non destabilizzanti il problema dell’unificazione delle due Germanie. Il nodo politico decisivo da sciogliere oggi è quindi quello dell’Unione monetaria europea e della struttura delle istituzioni della Comunità. Il corso che gli eventi della politica mondiale imboccheranno nel prossimo futuro non dipende più da Gorbaciov — che pure ha messo in moto il processo — né da Bush, ma dalle decisioni che sapranno o non sapranno prendere i Capi di governo dei Dodici. E non a caso la Comunità ha recentemente assunto una posizione centrale nella visione politica sia del leader sovietico che di quello americano.

I risultati del Consiglio europeo di Strasburgo inducono a pensare che i Capi di governo della Comunità — con l’eccezione d’obbligo della Signora Thatcher — siano consapevoli delle loro responsabilità storiche. Il governo della Repubblica Federale in particolare, seppure in un clima emotivo reso difficile dall’apertura del muro di Berlino, posto di fronte alla scelta tra proseguire sulla strada dell’Unione monetaria e cedere alla tentazione — probabilmente più produttiva dal punto di vista elettorale — di sacrificarla sull’altare dell’unità tedesca e del rafforzamento e dell’estensione dell’area di egemonia del marco, ha scelto la prima alternativa. L’Unione monetaria, e quindi la prospettiva dell’Unione politica, hanno fatto a Strasburgo un importante passo avanti. Lo stesso ingresso dell’Italia nella banda ristretta dello SME è un segno del fatto che le aspettative del pubblico e degli operatori sono orientate nel senso dell’irreversibilità del processo.

Certo molto resta ancora da fare. Il processo di unificazione monetaria non ha nemmeno concluso la sua prima fase, di gran lunga la meno impegnativa delle tre previste dal piano Delors. L’Unione politica, incessantemente evocata ed auspicata da più parti, e che ha ricevuto la solenne approvazione del popolo italiano con il referendum del giugno scorso, è ancora al punto di partenza. Ma ormai tutti gli alibi sono caduti e gli avvenimenti dell’Europa orientale, con il loro ritmo incalzante, costringono — almeno temporaneamente — al silenzio tutti coloro che finora hanno frenato il cammino dell’Europa in nome del “realismo”. Gli obiettivi, le procedure e gli strumenti, dopo anni di proposte e di dibattiti, sono chiari davanti a tutti. Non resta che agire, e agire in fretta.

Il Federalista


* Si tratta dell’editoriale pubblicato su Il Federalista, 31, n. 3 (1989), p. 199.

 

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