Anno XXXI, 1989, Numero 2 - Pagina 138

 

 

ESAME TECNICO DELLA LOTTA PER L’EUROPA*
 
 
POLITICA E TECNICA
 
Quando si parla di politica non si sa mai bene a che cosa si pensa, perché si parla soprattutto dei fini e ben poco dei mezzi. Per questo facilmente la politica diventa una guerra di parole, dietro le quali può stare qualunque cosa. Nei dominii evoluti della vita umana l’accento è sempre portato sui mezzi, cioè sulla tecnica con la quale si possono ottenere dei risultati. Viviamo in un mondo moderno perché l’attività umana sa formulare idee scientifiche, mettere in piedi le tecniche corrispondenti e raggruppare uomini per impiegarle. Nella politica la condizione umana non è diversa. Però questa situazione è nascosta dalle ideologie, questa specie di filosofia volgare applicata alla politica. Il risultato è proprio che si discutono soltanto i fini e mai i mezzi. Questi mezzi, che non vengono discussi, appaiono di conseguenza come cose «naturali», quasi come cose eterne, che gli uomini potrebbero soltanto accettare e non mutare. Di fatto i nostri mezzi politici — gli Stati-nazione, i partiti, i sindacati — sono molto recenti nella storia. Duecento anni fa non c’erano né partiti né sindacati, e gli stessi Stati erano molto diversi. Wieland, nel diciottesimo secolo, pensava che i Tedeschi fossero più di ogni altro popolo «tutelati contro la soggezione e la servitù politica» perché potevano scegliere tra diversi Stati. Anche dove c’erano Stati «nazionali» non c’era l’attuale lealismo nazionale: un Italiano poteva fare il ministro francese, Voltaire poteva consigliare il re di Prussia, pressappoco come oggi un ingegnere può scegliere di lavorare in un’azienda o nell’altra senza tradire nessuno.
Nella nostra epoca invece lo Stato è divinizzato. In realtà noi possiamo discutere se vanno bene il liberalismo o il socialismo, se vogliamo fare il governo nazionale in un modo o nell’altro, ma non possiamo discutere se vogliamo, oppure no, restare politicamente e giuridicamente francesi, italiani, tedeschi. Eppure non c’erano Stati-nazione alcuni secoli fa, come non ci saranno più fra un secolo perché lo sviluppo della tecnica allarga continuamente lo spazio dell’organizzazione dei rapporti umani. Ciò significa che tra un secolo la nostra attuale condizione giuridica e politica di francesi, italiani e tedeschi sarà comunque sorpassata. Tuttavia, quando si giunge a questo punto, il pensiero si arresta. Essere italiano non equivale più ad appartenere ad una certa organizzazione transeunte dei rapporti umani, ma diventa un fatto di natura, una condizione eterna, indiscutibile. In questo modo non si riflette sul modo di organizzarsi degli uomini e si accetta un certo stadio di questa organizzazione come definitivo, si è presi in un ingranaggio di conservazione assurdo che obbliga gli uomini a servire la loro organizzazione, lo Stato, ed impedisce loro di servirsene.
Che cos’è in realtà uno Stato, una nazione? Una cattiva filosofia romantica risponderebbe dicendo che è la rivelazione di Dio nella storia. Con qualche variante, e talvolta mettendo al posto di Dio un surrogato dello stesso come la Storia con la «s» maiuscola, Mazzini, Herder, Michelet e tutti gli esponenti del cosiddetto pensiero nazionale hanno costantemente ripetuto questa sciocchezza. Un pensiero moderno risponderebbe che lo Stato è un mezzo dei gruppi umani per ottenere certi risultati sociali. E che cosa è un mezzo? Un mezzo corrisponde ad una tecnica. Nell’industria, nell’agricoltura e via dicendo la tecnica è soprattutto materiale, fisica, dal martello ad una centrale atomica. Tuttavia c’è anche una tecnica (oggi in piena evoluzione) del raggruppamento degli uomini per l’ottimo impiego di questi mezzi fisici. In politica la «tecnologia» è pressoché tutta contenuta nel modo di raggruppare gli uomini. Ogni risultato politico è una decisione di gruppo, sia che questa decisione pigli la forma di una legge, di una linea politica di un partito, della condotta di un governo. Ebbene, ogni decisione richiede un raggruppamento di uomini adatto alle decisioni da prendere. Dalla base al vertice, dal comune al parlamento ed al governo, tutto ciò che si fa in politica è la somma dei risultati di decisioni di gruppo, ciascuno dei quali corrisponde a certe necessità. La politica scorre attraverso questi canali: i gruppi.
Per risolvere i grandi problemi politici, ci sono i gruppi che chiamiamo partiti. Ogni partito si riferisce ad una ideologia. Ma l’ideologia va molto al di là di ciascun partito. Se fossero in gioco soltanto le ideologie (cioè se i partiti fossero, secondo le definizioni tradizionali, soltanto le associazioni degli uomini che hanno gli stessi ideali), tutti i liberali del mondo sarebbero uniti, e via di seguito. Lo studio delle ideologie ci permette in realtà di esaminare come i partiti organizzano il consenso ma, da solo, non ci consente di apprezzare il carattere della loro azione, che sta più che nelle ideologie nel modo di raggruppare gli individui. C’è un esempio convincente: i partiti marxisti. Oggi essi si differenziano dal punto di vista della loro dottrina. Ma storicamente la loro differenza rimonta ad un’epoca nella quale entrambi avevano lo stesso pensiero marxista di tipo dogmatico ed ingenuo, eppure differivano. Li aveva resi differenti il diverso modo di raggrupparsi, di organizzarsi. Il partito socialista si basava sulla sezione, quello comunista sulla cellula. Nel primo caso i militanti ed i simpatizzanti, partecipando alle assemblee, potevano discutere la politica del partito, del governo, della municipalità. Nel secondo caso pochi operai ignoranti, riuniti nello stesso posto di lavoro, potevano confrontare la loro vita con quella del padrone senza rendersi conto della complessità dei rapporti sociali. Per questo il partito socialista dirigeva gli atteggiamenti psicologici dei suoi membri verso la politica parlamentare, il partito comunista verso una visione totale della vita ed una politica totalitaria. Sezioni e cellule costituivano due ambienti umani diversi, reclutavano uomini diversi, e costituivano la prima un canale di azione politica specializzata, democratica; la seconda un canale di azione politica generica, totalitaria. Si tratta di un esempio ripreso schematicamente per mostrare che ogni tipo di politica richiede un modo adatto di organizzare e di raggruppare. Comunque, in generale, il carattere comune a tutti i partiti è quello di essere organizzazioni adatte a prendere decisioni in rapporto al governo degli Stati. Perciò i partiti raggruppano gli interessi divergenti che esistono in uno Stato. Uno Stato, infine, è un gruppo nel quale ci sono interessi comuni ed interessi divergenti. Questi interessi diventano politica nella misura in cui si affermano e diventano pretese. I partiti sono forti e durano al governo o all’opposizione soltanto se sanno organizzare queste pretese, quelle riguardanti la condotta del governo nazionale. Se non ci riescono, si indeboliscono e scompaiono, quale che sia l’ideologia alla quale si riferiscono.
Poiché raggruppano pretese nazionali, e poiché non possono produrre che decisioni nazionali attraverso i parlamenti ed i governi degli Stati, i partiti non possono produrre risultati europei oltre la politica estera, oltre la collaborazione degli Stati (quando questa è possibile). Essi mantengono un confronto permanente tra i diversi punti di vista nazionali, non creano un punto di vista europeo. Questo fatto spiega il vuoto dell’Europa, l’assenza di un punto di vista veramente europeo. Il punto di vista europeo, che è ormai virtualmente molto diffuso nell’opinione pubblica, resta debole, ambiguo, senza vita, perché non c’è un raggruppamento visibile europeo che possa trasformare in pretese, organizzandoli, gli interessi ed i sentimenti proeuropei creati giorno per giorno dalla debolezza dei nostri Stati nei confronti della Russia e dell’America, e dalla stessa evoluzione della vita moderna.
Fare l’Europa non è governare gli Stati. Per questo motivo i raggruppamenti adatti a governare gli Stati non sono adatti a fare l’Europa. Fare l’Europa è compito unitario. Non si può fare l’Europa dei liberali, dei socialisti o dei democratici-cristiani: bisogna fare l’Europa di tutti, l’Europa dell’unità e della diversità. Le diversità, i partiti su scala europea, la governeranno. Ma per metterla in piedi, per fare il compromesso costituzionale federale, ci devono essere tutti. La lotta per l’unità europea comporta pertanto dei raggruppamenti diversi da quelli dei partiti. Bisogna, a questo scopo, fare un solo raggruppamento capace di canalizzare gli interessi europei; e farlo in modo tale da non lasciare strutture organizzative a livello nazionale, perché a quel livello ricomparirebbero fatalmente pretese ed idee nazionali, e verrebbero selezionati leaders europei a parole, ma di fatto devoti al punto di vista nazionale.
 
 
DA CHE COSA E’ DIVISA L’EUROPA?
 
Si parla da molto tempo del problema dell’unità dell’Europa, ma non si è riflettuto abbastanza sui fattori che la dividono. Noi sappiamo bene quale è il mezzo che la unirebbe: la federazione. Anche al di fuori del nostro ambiente la discussione sui mezzi per unire l’Europa è stata fatta, per quanto abbia dato risultati falsi ed abbia prodotto l’idea che l’Europa potrebbe essere unita da un sistema confederale di Stati sovrani, o dal funzionalismo (un numero sufficiente di organizzazioni internazionali, ciascuna dedicata ad un settore specifico). Ma né nell’ambiente federalista, né fuori di esso, si è fatta una discussione seria su ciò che divide l’Europa. Orbene, non si può avere un’idea chiara dell’unità dell’Europa, sia che la si pensi giustamente come federazione o erroneamente come confederazione, sinché non si ha un’idea chiara di ciò che la divide, perché ciò che la divide è l’ostacolo da superare per unirla.
E’ capitato a molti Europei di sentirsi dire da qualche Americano: «Perché non vi unite? La divisione vi è costata un prezzo enorme in vite umane ed in distruzione di ricchezze, mentre l’unità vi darebbe enormi vantaggi politici ed economici, e la possibilità di riprendere un ruolo di primo piano nel mondo. Unirsi è facile. Basta fare una federazione, come abbiamo fatto noi». Nove volte su dieci l’Europeo risponde: «Voi non potete capire. Non avete alle vostre spalle un lungo passato, la storia. Noi l’abbiamo, ed è questo che ci divide». Si tratta di vedere se questa risposta è ragionevole.
Per constatarlo, si deve far osservare a questo Europeo che gli basta uscir fuori dall’Europa, ed essere in Africa, in Asia, in America, per sentirsi europeo. In questo caso un Francese, un Tedesco, qualunque altro Europeo, si rendono benissimo conto che hanno tra loro molte cose in comune, e che queste cose comuni li distinguono come Europei dagli Americani, dagli Asiatici, e via dicendo. Questo senso di avere cose comuni diventa in tal caso molto più forte del senso delle differenze tra un Francese ed un Tedesco, che pur sembra così forte, quando si piglia l’angolo visuale di Parigi o di Berlino.
Su che cosa si basa, che cosa è questo qualche cosa di comune? Si basa proprio sulla storia, ed è la nostra civiltà. In realtà la storia ci unisce, non ci divide. Non c’è uomo in Europa che sarebbe quel che è se alle sue spalle ci fosse soltanto la storia di Francia, di Germania, d’Italia. Quando prega, prega lo stesso Dio, anche se il culto non è identico dappertutto (ma non lo è nemmeno all’interno delle nazioni); quando lavora, impiega mezzi giuridici, tecnici, scientifici relativamente simili perché nessuna nazione ne ha elaborato di propri, ma tutte hanno concorso insieme a crearli. L’uomo europeo non può avere una cultura filosofica se non aggiunge Kant a Cartesio, una cultura musicale se non aggiunge Vivaldi a Beethoven, una cultura artistica se non aggiunge Leonardo a Cézanne e via dicendo.
Tutto ciò che riguarda la vita umana nei suoi elementi di fondo unisce gli Europei in un modo anche più solido di quanto il costume non unisca gli Americani, gli Indiani o i Russi. Negli Stati Uniti d’America tra il Sud ancora razzista ed il Nord ci sono differenze morali più gravi che in Europa. Per avere un’idea della forza di questa unità degli Europei basta pensare al fatto che da cento anni a questa parte gli Stati hanno fatto sforzi disperati per darci l’idea che siamo diversi e non ci sono riusciti. Gli Europei hanno combattuto fra loro guerre terribili, e volta a volta alcuni tra essi hanno creduto di essere radicalmente nemici di alcuni altri (i Francesi degli Inglesi e poi dei Tedeschi, e similmente gli altri), ma questa opinione è caduta ogni volta che la politica è mutata. Le alleanze si sono permanentemente rovesciate, e le intese si sono sempre ricomposte, persino dopo Hitler e Mussolini.
Che cosa allora divide questa Europa unita dal costume, dal diritto, dalla religione, dalla cultura, dalla scienza, dalla tecnica? Soltanto ed esclusivamente gli Stati nazionali. Non c’è veramente in Europa nessun altro elemento della condotta umana nel quale le differenze siano tanto gravi da comportare la divisione. Nemmeno le lingue, che non impediscono l’unità svizzera e quella belga. La divisione è soltanto statale. Sottoposti a Stati separati, gli Europei frequentano scuole nazionali, pagano tasse nazionali, fanno il servizio militare nazionale, osservano i riti nazionali, leggono giornali nazionali e organizzano la loro vita politica, economica e sindacale sul piano nazionale. Il sottoprodotto di tali azioni, incanalate nelle divergenti correnti degli Stati nazionali, è proprio l’idea che gli elementi di divisione in Europa siano più importanti degli elementi di unità, idea del resto che non si sarebbe sviluppata senza il tradimento dei dotti che hanno falsato la cultura e la storia introducendo i concetti mitici della cultura nazionale e della storia nazionale.
Questa constatazione è di grande importanza politica. Se sappiamo dove sta la divisione non perdiamo tempo ad unire ciò che è già unito, come fanno coloro che riducono il problema europeo ad una questione di avvicinamento culturale, psicologico, propagandistico fra le diverse nazionalità, e possiamo invece tentare di togliere di mezzo la divisione dove essa si produce effettivamente. A questo proposito si deve osservare che non basta dire che sono gli Stati nazionali che dividono l’Europa. Gli Stati non esistono senza uomini che li governano e li sostengono. Dire Stati è dire classe politica (parlamentari, governanti, dirigenti). L’Europa è in sostanza divisa dalla classe politica, che mantiene gli Stati sovrani e quindi mantiene la divisione; che ha il potere di unirla perché controlla la produzione e l’esecuzione delle leggi con i parlamenti ed i governi e non fa nulla, adducendo il falso motivo della difficoltà di unire «popoli così diversi».
Nessuno nega che esistano delle difficoltà, ma l’ostacolo principale sta nei governi stessi. In realtà, se i governi potessero prendere, e prendessero, la decisione di convocare l’assemblea costituente, tutte le difficoltà marginali, dal comunismo agli interessi costituiti, sarebbero facilmente travolte. Ciò prova che solo i governi impediscono agli Europei di realizzare anche in termini politici la loro profonda unità di civiltà.
 
 
L’OBIETTIVO FEDERALISTA E I COMPORTAMENTI POLITICI
 
Il federalismo non è un’ideologia. Esso non pretende, come le vecchie ideologie, di dirci quale sia il motore della storia mettendo in evidenza qualche pseudoentità mistica come la nazione, il proletariato, la Libertà con la «l» maiuscola e via di seguito. Il federalismo indica soltanto un tipo di Stato, la federazione, cioè propone alla volontà umana un obiettivo preciso. Su questo ci si può mettere d’accordo perché si tratta di scegliere, oppure no, una cosa precisa. Al contrario, nel caso delle vecchie ideologie, questo non è possibile. Quando si raggruppano uomini intorno al liberalismo, al socialismo, e via dicendo, comincia subito una discussione su che cosa è il liberalismo, che cosa è il socialismo, ed ognuno dice la sua, e nessuno sa che fare, perché l’ideologia confonde il fine con il mezzo e tende a portare la discussione fuori dal campo storico, nel quale si tratta sempre di affrontare dei compiti precisi, di risolvere dei problemi, di superare certe sfide.
Il federalismo indica chiaramente il fine da raggiungere e non dice nulla quanto ai mezzi per raggiungerlo. Questo resta un compito da capire nella realtà storica presente, mediante l’intelligenza della situazione ed il ritrovamento della tecnica politica necessaria. In politica la tecnica corrisponde al modo di raggruppare gli uomini. Tuttavia non basta, come vogliono le vecchie concezioni del partito politico, mettere insieme tutti coloro che hanno lo stesso credo, nel nostro caso tutti coloro che verbalmente accettano il fine degli Stati Uniti d’Europa. Bisogna organizzare una lotta, cioè comprendere le idee, gli interessi e le aspirazioni che possono essere portate su terreno europeo, e fare un tipo di raggruppamento nel quale questi interessi siano canalizzati giustamente, non siano deviati sul piano nazionale e dirottati verso falsi obiettivi come quello della collaborazione fra Stati sovrani. Soltanto allora interessi, ideali, aspirazioni si trasformano effettivamente in pretese, cioè entrano nell’equilibrio politico contro altre pretese.
Per ottenere ciò abbiamo costituito il Congresso del Popolo Europeo. Vediamo che cosa significa tecnicamente. Grosso modo, in qualunque esperienza politica ci sono tre comportamenti umani, quindi tre gruppi corrispondenti. Ci sono prima di tutto degli individui che fanno di un certo obiettivo politico un obiettiva personale, il fine stesso della loro vita, anche se, per sopravvivere, fanno eventualmente anche un altro mestiere. Costoro sono i dirigenti, i militanti. Sono coloro che tengono in piedi i partiti e le formazioni analoghe. In secondo luogo ci sono degli individui i quali, pur avendo come fine della loro vita obiettivi non politici, partecipano alla vita politica con un certo interesse razionale e con prestazioni di una certa entità. Costoro sono i simpatizzanti, presenti, sia pure in modo meno attivo dei primi, in ogni partito ed in ogni gruppo di pressione. In terzo luogo ci sono degli individui poco attivi, che rispondono solo se chiamati a votare alle elezioni politiche, o che agiscono solo in momenti eccezionali.
Dal punto di vista della lotta per l’Europa, giudicati esistenti interessi ed ideali pro-europei, anche virtuali, si tratta di fare un’organizzazione che metta in moto questi tre comportamenti, li sappia collegare e portare verso l’unico obiettivo europeo che non si traduca in un obiettivo nazionale: la costituente. Soltanto in questo modo l’energia politica disponibile, che corrisponde ai comportamenti umani, può essere impiegata nella lotta per l’Europa. Il Congresso del Popolo Europeo è formulato in modo tale da rendere possibili tecnicamente sia questi tre raggruppamenti, sia la loro unità d’azione. Basta, per rendersene conto, tener presente il fatto che il suo fondamento organizzato sta nelle elezioni primarie. Queste comportano: a) individui che le organizzino e le forniscano di rivendicazioni politiche (i documenti di rivendicazione); b) individui che le sostengano con il loro prestigio, le loro idee, con offerte di denaro, entrando nelle liste, e via di seguito; c) individui che votino. Grosso modo ciò corrisponde all’impiego di militanti, di simpatizzanti, di cittadini comuni. Nella misura in cui si organizzano le elezioni del Congresso del Popolo Europeo, i tre comportamenti politici entrano in azione.
Vale la pena di discutere in modo più approfondito questa questione. Tuttavia, per intanto, una cosa è chiara. Se non si organizza un’azione che metta in moto i comportamenti effettivi degli uomini, non si fa nulla. Ciò accade quando ci si limita a dare una tessera a gente che dice sì verbalmente all’Europa. In tal caso le energie politiche effettive, che lo Stato nazionale organizza permanentemente sui tre livelli d’azione, restano soltanto nel campo nazionale, non sono trasferite nel campo europeo. Anche mentalmente, l’Europa diventa allora un puro sogno ideale, che non corrisponde mai a ciò che vogliono veramente gli individui, sottoposti di continuo dagli Stati e dai partiti alle sole scelte nazionali, mai alla scelta europea. In una situazione di questo genere il cittadino comune, la riserva di energia politica da mobilitare per portare a termine obiettivi politici, resta inattivo dal punto di vista europeo, anche se, idealmente, desidera l’Europa.
Per ogni scelta ci vuole una lotta; e non c’è lotta senza un’organizzazione adatta, un interlocutore che tenga in vista sulla scena politica, per così dire, un termometro visibile, misurabile, dell’andamento dell’azione. Se l’Europa non si vede sulla scena, l’Europa non c’è. L’Europa del giorno dopo, da fare quando altre cose siano fatte, da perseguire quando i compiti nazionali siano risolti, non si vede oggi e non si vedrà mai, perché ci saranno sempre cose nazionali da fare, compiti nazionali di politica estera ed economica da affrontare, sinché dureranno gli Stati nazionali sovrani. L’Europa di oggi è il Congresso del Popolo Europeo. Sostenerlo è il compito di chi vuole un avvenire per l’Europa.
 
 
I MILITANTI: LA CLASSE POLITICA
DELLA LOTTA PER L’EUROPA
 
Negli stages di Salice del 1957 Spinelli, analizzando i motivi per i quali i movimenti federalisti sorti nel dopoguerra nei nostri paesi non sono ancora divenuti una forza politica, dopo aver osservato che tali movimenti si sono dati sinora ciascuno un’organizzazione nazionale e si sono limitati al compito di consiglieri delle forze nazionali, disse: «In terzo luogo i federalisti non hanno sviluppato nel loro seno un nucleo di militanti. Non mi servo qui di questo termine nel senso corrente del piccolo propagandista che esegue i minuti lavori dell’organizzazione. I militanti, di cui ogni organizzazione che vuole divenire forza politica ha bisogno, sono uomini animati dalla passione politica, dall’ambizione di contare qualcosa fra i loro contemporanei, e che hanno deciso di far coincidere questa passione e questa ambizione con gli scopi dell’organizzazione cui appartengono. Non tutti gli appartenenti ad un’organizzazione sono militanti, e se in un’organizzazione politica non vi fossero che militanti, essa diverrebbe rapidamente una setta. Ma i militanti, quelli che si sono impegnati a fondo ed hanno messo il loro avvenire politico nella riuscita dell’operazione, sono il nerbo di qualsiasi organizzazione».
Per i federalisti il problema è decisivo, perché la loro possibilità di fare la lotta per l’Europa è condizionata dalla capacità di sviluppare e formare un numero crescente di militanti. Il Congresso del Popolo Europeo fu consapevole di questo problema sin dalla sua costituzione, e nella sua sessione di Torino decise di affrontarlo fermamente. L’attuazione di questo compito dipende dalla conoscenza della sua natura. Perciò è necessario aprire una discussione sul modo del reclutamento, della selezione e della formazione dei militanti. Ogni nostro gruppo deve saper fare una «politica dei militanti», per estendere e rafforzare il Congresso del Popolo Europeo.
Naturalmente, i militanti si formano nella lotta, non in cenacoli di studio. Tuttavia non si nasce militanti, e non si è buoni militanti senza un carattere politico ben definito. Di conseguenza, bisogna farsi in via pregiudiziale un’idea chiara su due questioni: quella del fondamento della personalità dei militanti e quella del loro reclutamento.
1) Fondamento della personalità dei militanti. Il Congresso del Popolo Europeo è lo strumento europeo di una politica europea, mentre tutti gli altri strumenti di azione sono nazionali. Per questo motivo esso può essere organizzato e guidato soltanto da persone che sappiano differenziarsi dai politici nazionali e che vogliano conquistare un modo europeo di vedere ed un modo europeo di agire. Il compito non è facile. Tutto ciò che ci circonda, e ci stimola ad agire e a giudicare, è nazionale: giornali, partiti, governi e persino, in larga parte, la stessa cultura politica. E’ questo il fatto che spiega l’incapacità di costruire l’Europa delle nostre classi politiche, incapacità ripetutamente dimostrata negli ultimi dieci anni. Se noi stessi non vogliamo cadere vittime di questa situazione, dobbiamo assolutamente evitare di formare il nostro giudizio politico, ed il nostro comportamento politico, scegliendo tra i punti di vista e le opzioni politiche che si sviluppano nel quadro delle vite politiche nazionali. Al contrario, dobbiamo basarci soprattutto sulla nostra ragione, ed esercitarla pazientemente in ogni situazione per sradicare dal nostro stesso inconscio i riflessi nazionali nascosti nel profondo della nostra personalità; dobbiamo nutrire i nostri giudizi politici con le fonti europee di cui disponiamo e che dovremo sviluppare; e dobbiamo decidere il nostro comportamento politico sulla base dei bisogni e delle tendenze del Congresso del Popolo Europeo e non sulla base dei bisogni e delle tendenze degli Stati nazionali e dei loro sostegni: i partiti nazionali.
Questi sono i rilievi essenziali. Ma i vari aspetti di questo comportamento, che noi dobbiamo maturare in noi stessi e diffondere negli altri per farne dei militanti, devono essere permanentemente discussi, studiati ed approfonditi per definire sempre più efficacemente la cultura politica necessaria, le fonti di informazione indispensabili, il lavoro organizzativo da fare.
2) Il reclutamento. Al di fuori del Congresso del Popolo Europeo, non esistono ambienti nei quali si formi spontaneamente il desiderio di divenire militanti dell’Europa. Le forze nazionali posseggono tradizioni radicate da tempo, che si sono impiantate nelle scuole, nelle famiglie, nella società, nei gruppi organizzati. Perciò gli Stati ed i partiti nazionali determinano il comportamento politico della maggior parte delle persone e possono contare meccanicamente su un rifornimento normale della classe politica. Il Congresso del Popolo Europeo non possiede nulla di simile. Per reclutare militanti esso deve fare una politica apposita, ed intervenire in tutti i settori nei quali si formano e si modificano la coscienza e la volontà politica, a cominciare dagli ambienti giovanili, particolarmente importanti perché i giovani non sono legati agli Stati dagli interessi personali allo stesso modo degli anziani.
Nel perseguire questo intervento, una cosa soprattutto è da tenere presente. La situazione dei nostri Stati e la loro storia recente spingono molti uomini alla considerazione del problema dell’unità europea. Ma costoro restano praticamente militanti o simpatizzanti degli Stati nazionali perché il punto di vista nazionale è stato loro impresso sin dall’infanzia sotto forma di sentimenti e di immagini, ed è costantemente alimentato dalla maggior parte degli stimoli e degli incentivi attuali. Per questo motivo la coscienza nazionale, anche quando subisca la spinta contraria dell’aspirazione all’unità europea, resta prevalente sinché una lunga esperienza in un ambiente adatto non riesca a sradicarla dall’inconscio. La nostra politica di reclutamento dei militanti deve perciò riuscire ad attirare sempre nuove persone ed a far fare loro una esperienza profonda. Ogni nostro gruppo deve studiare e risolvere questo problema.
 
 
IL MILITANTE COME GUIDA POLITICA
 
Dobbiamo approfondire la questione dei tre comportamenti, cioè dell’azione dei militanti, dei simpatizzanti e dei cittadini comuni. Ciò comporta l’elaborazione di un complesso di regole di pensiero e d’azione. Naturalmente queste regole non sono le stesse per i tre comportamenti. La prima cosa da osservare a questo proposito è che il comportamento dei simpatizzanti e quello degli elettori dipendono da quello dei militanti. Per molti aspetti la fondazione di un Comitato del CPE corrisponde proprio alla fondazione delle regole con le quali raggruppare, e far entrare in azione, i comportamenti secondari della lotta politica. Sono dunque i militanti che devono fondare le regole d’azione dei simpatizzanti e degli elettori. Tuttavia questa scienza del militante, questa capacità di raggruppare uomini su un certo cammino non servirebbe a nulla se il militante non esercitasse, oltre a questa scienza, un’arte. Si tratta dell’arte del pilota. I militanti formeranno un gruppo e lo metteranno in cammino applicando le regole organizzative del CPE con le riunioni e le elezioni. Ma essi potranno ingrossare il gruppo strada facendo soltanto se sapranno, ad ogni crocevia, scegliere la strada giusta e dare a coloro che li seguono l’impressione che c’è una direzione di marcia.
Non è facile parlare di un’arte. Pilota sarà colui che lo diverrà, non colui che oggi ha fama, autorità, competenza. Nella situazione presente gli «arrivati», anche quando pigliano la maschera europea, pilotano vie nazionali. Dalla parte dell’Europa stanno gli oscuri, quelli che non contano ora ma di cui ci sarà bisogno nell’avvenire, quando non ci sarà più che la nostra scelta, o la rovina finale.
Come prendere ogni giorno la direzione di marcia europea nell’Europa degli Stati nazionali? In ogni momento noi saremo di fronte soltanto a scelte nazionali perché il sistema dei partiti, gli esponenti dei grandi interessi materiali e morali, e l’opinione pubblica sono prigionieri degli Stati, e gli Stati sono lo strumento delle decisioni politiche nazionali. Se non apriremo una breccia nelle mura di questa prigione tutti gli uomini proseguiranno ad ogni svolta il loro folle cammino nazionale, senza nemmeno vedere la via d’uscita. E’ ciò che accade oggi in Francia ed in Germania. La Francia non può, da sola, risolvere il problema coloniale. Ma fattasi acuta la crisi algerina, i capi della democrazia, dimentichi dell’Europa di cui parlano alla domenica, non hanno pensato che a scelte nazionali. La Francia nazionale era costretta al dilemma del fronte popolare, per mollare l’Algeria, o del colpo di Stato militare, per tenerla. Privi di scelte democratiche nazionali, i capi della democrazia, votati da elettori socialisti, radicali, cristiani, hanno consegnato il paese al dittatore illuminato che scambia la Francia per la principessa delle fiabe. Ma la Francia meravigliosa che De Gaulle promette alla gioventù francese è veramente una fiaba, buona per prendere sonno sognando, non per preparare l’avvenire. Similmente la Germania non può risolvere da sola il problema della difesa e nel contempo garantire la sua democrazia contro un forte potere militare tedesco. Ma fattosi acuto il problema militare per la questione delle rampe per i missili, i capi della democrazia tedesca, altrettanto immemori dell’Europa di cui parlano la domenica, non hanno pensato che a scelte nazionali, le quali sono: o non difendersi, o far rinascere un forte potere militare.
Nei giorni duri delle scelte, chi dirà queste cose ad altri uomini? Questa è la grave difficoltà del militante. Quando giunge il momento della scelta, il momento della verità, e bisogna esercitare l’arte del pilota, egli deve parlare. Ma egli è solo. Tutto ciò che ha l’apparenza della forza e dell’importanza è contro di lui. Con lui sono soltanto altri militanti, come lui oscuri. Tuttavia, se i militanti avranno il coraggio di parlare e romperanno una breccia nel muro della prigione nazionale, molti uomini li seguiranno perché molti uomini aspettano l’Europa, ed il gruppo crescerà continuamente sino a che un giorno, per risolvere qualche crisi grave, non si potranno più chiamare i rappresentanti del culto del passato, ma si dovrà ricorrere al Congresso del Popolo Europeo.
Chi è solo può cominciare parlando ad un altro. L’unico principio che si può suggerire corrisponde a ciò che hanno fatto i gruppi di militanti che tengono già bene il campo: bisogna formare équipes di amici. Ogni comunità di amici dovrà esplorare seriamente il mondo della politica, studiarne a fondo i problemi, discutere e migliorare continuamente le regole d’azione del CPE ricorrendo a Popolo Europeo ed alla bibliografia federalista. Conosco gruppi che hanno tenuto settimanalmente riunioni di studio nelle quali ognuno arricchiva gli altri parlando delle letture fatte e dei problemi affrontati. Con una tenacia sorprendente questi gruppi continuarono anche quando il gruppo, inizialmente numeroso, si ridusse a tre o quattro persone. Ma questi tre o quattro potevano tenere bene il campo perché avevano rafforzato la ragione ed il carattere, perché erano il frutto di una selezione severa e paziente. Questa è la regola del gruppo dei militanti. Ogni gruppo che l’avrà seguita, dopo un lavoro oscuro un giorno uscirà dall’ombra, e metterà in cammino sulla strada dell’Europa nuovi simpatizzanti e nuovi cittadini europei.
 
 
REGOLA E COMPITI DEL MILITANTE
 
I compiti fondamentali del militante sono tre: applicare le regole del CPE per raggruppare sulla base delle elezioni popolari simpatizzanti e cittadini, esercitare l’arte del pilota per mantenere sulla direzione di marcia europea queste persone, procurarsi l’autonomia finanziaria mediante una autoquotazione mensile per dipendere solo da sé stessi nella presente situazione di potere nazionale. Facile a dire, difficile a fare. A prima vista sembra che ci sia una certa sproporzione fra questi compiti ed il mezzo necessario per divenire capaci di affrontarli: formare delle équipes di amici con la regola della discussione settimanale di problemi e situazioni della politica. Bisogna dunque mostrare le ragioni di questa affermazione.
Prima di tutto chi legge deve immaginare che cosa può accadere quando un piccolo gruppo di uomini abbia fatto fermamente almeno per un anno un’esperienza di questo genere. A guardare dal di fuori, ci saranno state una trentina di riunioni. Con una ventina di persone all’inizio se ci sarà stata abilità nel lanciare l’impresa; con tre o quattro persone dopo qualche riunione; con una decina di persone verso la fine se i tre o quattro avranno tenuto duro svolgendo regolarmente le riunioni quando l’animo li avrebbe spinti ad abbandonarle. A guardare dal di dentro, questi tre o quattro, ed anche gli altri, saranno assai mutati. Erano probabilmente all’inizio uomini incerti nel giudicare le situazioni ed i problemi della politica, uomini obbligati a prendere l’imbeccata da giornalisti e politici di grido. Alla fine penseranno con la loro testa e vaglieranno le idee altrui, da qualunque fonte provengano, sulla misura del loro giudizio. Anche nel carattere saranno mutati: all’inizio costoro non sapevano certo di essere uomini capaci di guidare altri uomini; alla fine sapranno di esserlo, perché avranno temprato l’animo restando soli sul campo ed avranno acquistato il carattere severo di chi sa guidare una lotta politica difficile.
In altri termini, sarà nata una classe politica europea, e sarà stato fondato il mezzo organizzativo per reclutarla, mantenerla e avvicendarla. Questa classe politica, con le regole della sua azione esterna, terrà in campo, mediante le elezioni del CPE, una forza politica europea nella sua città. Per comprendere la portata della regola dei militanti, basta pensare al fatto, messo bene in luce da Duverger, che il tipo di raggruppamento degli uomini decide del loro pensiero politico. Poniamo che uomini si radunino, come nelle sezioni dei partiti, nelle assemblee dove si votano mozioni e si eleggono dirigenti. Questi uomini faranno in comune l’esperienza della cucina politica, mentre il loro pensiero politico profondo si formerà in altri ambienti. Poniamo invece che uomini si radunino, come nell’organizzazione dei militanti che dobbiamo costruire, allo scopo di studiare e discutere. Questi uomini elaboreranno insieme il loro pensiero politico profondo nell’ambiente federalista ed impareranno ad impiegarlo, ad esporlo, a battersi.
Per questo motivo ci può essere formazione di militanti soltanto se esiste, dentro il CPE ed al servizio del CPE, questa organizzazione speciale. Essa dovrà agire indipendentemente dalle riunioni ufficiali degli organi locali del CPE, dove anche noi useremo una cucina politica per tener legato alla prospettiva europea il mondo esterno a noi, che tenderà sempre a spostarsi verso la prospettiva nazionale sinché non ci sarà un potere politico europeo.
Può parere strano che per compiere un’impresa politica si debba mettere in piedi, dentro un’organizzazione di lotta, un’organizzazione di studio che avrà regole e strutture più simili a quelle delle scuole di pensiero che a quelle delle associazioni politiche. Eppure in tutte le imprese rivoluzionarie qualcosa di questo genere è sempre esistito, perché il compito più difficile del rivoluzionario è proprio quello di usare bene la ragione per dirigere la lotta verso un obiettivo nuovo in un mondo dove le abitudini, i pensieri fatti, i luoghi comuni indirizzano gli uomini verso i vecchi obiettivi. Del resto, se si vogliono trovare precedenti vicini a noi, si pensi all’organizzazione fabiana rispetto al partito laburista, alla passione dottrinaria dei marxisti che fecero la rivoluzione russa.
Detto ciò, apparirà chiaro come i militanti possano — e come i militanti debbano, perché nessun altro può farlo — esercitare l’arte del pilota oltre che la scienza della politica. Qualcuno potrà obiettare che formare in una città tre o quattro militanti di ferro, ed un piccolo gruppo di militanti tenaci, è ben poco di fronte alla forza dei partiti. Ma in realtà, dietro ogni partito, in ogni città, ci sono pochi uomini forti. Ma in realtà, quando gli Stati sono in situazioni difficili e sono possibili i grandi mutamenti, ciò che conta soprattutto è avere buoni generali e buoni ufficiali, ed una buona scelta politica. Se si ha ciò, le truppe vengono al momento giusto. Se non si ha ciò, ma si hanno le truppe, al momento della lotta le truppe si sbandano e non servono a nulla. Questo capitò alla democrazia italiana ed alla democrazia tedesca nel primo dopoguerra, questo rischia di capitare alla democrazia francese e domani alle altre. Infine, in Francia, c’erano da una parte i partiti con le loro truppe numerose, dall’altra un uomo solo. Ma costui aveva carattere di ferro, ed una scelta. Per questo ha guadagnato la partita. Ed è vero che è debole rispetto al futuro; ma è debole non perché è solo, ma perché ha una scelta debole, una scelta francese in un mondo dominato dai grandi Stati continentali.
Forti della loro scelta continentale, i militanti si mettano all’opera per costruire la loro organizzazione speciale al servizio del CPE. Nelle città dove c’è con noi qualche persona dotta di politica, meglio. Dove non c’è, si proceda ugualmente. Ci sono, per cominciare, i federalisti che hanno già molti anni di esperienza ed i loro scritti, c’è la bibliografia federalista, c’è Popolo Europeo per rimanere aggiornati, e c’è, in ciascuno di noi che lo voglia, la possibilità di apprendere. Fare l’Europa, o non farla, dipende dal numero di queste persone.
 
 
IL PROBLEMA DEI SIMPATIZZANTI
 
Avevamo detto che, grosso modo, si possono distinguere tre comportamenti politici: quello molto attivo di chi fa della politica il fine della sua vita, quello di chi dedica alla politica qualche azione e qualche riflessione ma fa sostanzialmente altro, e quello di chi tendenzialmente non dedica alla politica né azioni né riflessioni, ma viene attirato soltanto dai grandi fatti politici, come le elezioni, le crisi e via dicendo. Ed avevamo detto che la tecnica dell’azione politica sta nel modo di raggruppare gli uomini. Naturalmente un modo di raggruppare può concretarsi oppure no, secondo il tipo dei rapporti, in tessere e statuti, ma consiste soprattutto nel tipo di azione e di discorso che lega di fatto degli uomini. Con tali criteri abbiamo esaminato il problema dei militanti e trovato: a) che sta ad essi di mettere in azione, con le regole del CPE, simpatizzanti ed elettori; b) che sta ad essi di guidare gli Europei verso l’obiettivo mediante le scelte politiche; c) che l’azione tipica del loro raggruppamento speciale — e quindi del loro mantenimento e del loro reclutamento — sta nell’elaborazione in comune di un pensiero politico.
Esaurito l’argomento dei militanti, con gli stessi criteri dobbiamo esaminare quello dei simpatizzanti. Si tratta, prima di tutto, di stabilire bene tra quali uomini noi possiamo avere dei simpatizzanti. Evidentemente abbiamo ora in vista le persone che dedicano alla politica qualche azione e qualche riflessione, ma fanno sostanzialmente altro. Data la loro condizione, queste persone conoscono approssimativamente la politica, e bene l’altro. Questo altro sarà il commercio, l’industria, la scuola, il giornalismo e via dicendo: tutte le attività umane. Però queste persone — che pensano anche alla politica — avranno delle idee politiche indipendentemente dal loro lavoro e non si limiteranno a valutare la politica dal solo punto di vista corporativo, cioè secondo quanto può rendere alla loro categoria, ma cercheranno di valutarla anche dal punto di vista dell’interesse generale, cioè secondo quanto può rendere a tutti, il che comporta il riferimento a certi valori: libertà, giustizia, pace e così via. Tuttavia, proprio perché ciò che conoscono bene è quanto può essere visto dall’angolo visuale della loro vera esperienza — il loro lavoro — essi tenderanno a valutare la politica dallo stesso angolo visuale: se sono produttori, in quanto essa rende espansiva o stagnante la produzione; se sono lavoratori, in quanto essa migliora o peggiora la giustizia sociale; se sono uomini di cultura, in quanto essa favorisce, oppure no, la scienza e l’affermazione di certi valori, e via dicendo.
Da ciò discende che, della politica, essi conosceranno meglio l’aspetto che si può chiamare dei problemi politici, peggio quello che si può chiamare della linea politica. I problemi politici sono quelli che la politica deve affrontare: essi stanno su una vasta scala, che va dalla politica estera — ad esempio la liquidazione del colonialismo o i rapporti tra l’Occidente e l’Oriente —, alla politica economica — organizzazione della produzione e della distribuzione in questo o quell’ambito —, alla politica interna — burocrazia, scuola, ordine pubblico — e così via. Per ognuno di questi problemi c’è l’interesse diretto di tutti, o c’è l’interesse di gruppi diversi. La linea politica invece è normalmente l’indirizzo globale di governo, o la proposta di tale indirizzo da parte di un partito d’opposizione. Tale indirizzo riguarda naturalmente la politica estera, militare, economica, sociale e via dicendo; e perciò tocca gli individui ed i gruppi i cui interessi e ideali dipendono dall’azione del governo. Ma esso non può venire elaborato soltanto in funzione della migliore soluzione possibile dei diversi problemi in vista, perché ciò non avrebbe alcun senso se non servisse a costruire una maggioranza, il che comporta soluzioni di compromesso, un minimo comune denominatore tra molti ideali e molti interessi. In sostanza una linea politica è proprio: problemi politici più ricerca del compromesso migliore, che servirà a realizzare quella maggioranza senza la quale i migliori progetti del mondo resterebbero sulla carta. Questa ricerca del compromesso migliore costituisce il compito specifico dei politici, compito che richiede una esperienza particolare.
Possiamo esemplificarla proprio accennando ad una differenza tra la linea politica dei partiti e la nostra. La linea politica di un partito è quella adatta a realizzare un indirizzo di governo o di opposizione (che ha come scopo di diventare governo). Perciò il suo compromesso richiede: a) la richiesta del 50% più uno dei votanti (al di là il compromesso sarebbe troppo diluito, e pertanto debole; al di qua il compromesso non potrebbe mai essere, o diventare, governo); b) questa maggioranza deve essere disponibile per un lungo periodo di tempo, durante il quale il governo incide sugli interessi immediati dei gruppi e degli individui, perché governare è scegliere, quindi favorire gli uni e danneggiare gli altri. Invece la nostra linea politica, che è quella adatta a individuare il cammino per fondare uno Stato nuovo, deve realizzare un compromesso che possa: a) mantenere attiva per un periodo di tempo lungo soltanto una piccola minoranza; b) realizzare sopra le divisioni di parte tipiche dei governi (liberali, socialisti, cristiani), per un periodo di tempo breve che non incide sugli interessi immediati della popolazione — quello della Costituente e dei suoi lavori — una specie di unità di quasi tutta la popolazione.
Naturalmente tutte le questioni che sorgono nell’impostazione di una linea politica interessano direttamente soltanto coloro che ne hanno piena esperienza — i militanti — e non coloro che non l’hanno — simpatizzanti, elettori. Perciò i simpatizzanti potranno accettare e seguire la nostra linea politica popolare costituente soltanto nella misura nella quale i militanti, e l’azione globale del CPE, sapranno collegarla con i problemi politici che interessano — o possono interessare — direttamente tale categoria di persone. Da questa constatazione deriva l’importanza decisiva dei documenti di protesta e di rivendicazione, che devono presentare la visione europea dei grandi problemi politici. Come vedremo nel prossimo articolo, il problema dei simpatizzanti e quello dei documenti di protesta e di rivendicazione si legano direttamente, tanto che si può dire che non c’è una nostra seria azione nei confronti dei simpatizzanti (cioè del secondo tipo di comportamento politico), se non c’è una seria elaborazione, presentazione e diffusione politica dei documenti di protesta e di rivendicazione.
 
 
IL RECLUTAMENTO DEI SIMPATIZZANTI
 
L’azione che può permetterei di raggruppare dei simpatizzanti ha dunque il suo fondamento nella elaborazione, nella diffusione e nella pubblica discussione dei documenti di protesta e di rivendicazione. I «documenti» affrontano problemi circoscritti, e per questa ragione dicono qualcosa a coloro che quei problemi esperimentano nella loro stessa vita. I «documenti» mostrano che la chiave della soluzione non è nazionale ma europea, e per questa ragione possono legare alla lotta per l’Europa gli individui a cui si rivolgono.
Di quali individui si tratta? Di quella vasta cerchia di persone che, prima di tutto, vivono seriamente il loro lavoro e, secondariamente, sanno legare i problemi che sorgono nel loro orizzonte a qualche prospettiva politica. Le persone di questo tipo sono attratte dai movimenti politici che professano gli ideali della nostra civiltà politica, e li giudicano sulla base della loro capacità di formulare e risolvere certi problemi, quelli che essi stessi conoscono. E’ questo il grado di coscienza nel quale si formano le idee, le simpatie e le adesioni del cerchio sociale che fornisce i simpatizzanti ai movimenti politici. Se valutiamo la situazione da questo punto di vista possiamo constatare:
1) Se il CPE «produce» soltanto il richiamo ideale all’unità europea non può reclutare seriamente simpatizzanti. In qualche misura molti movimenti politici hanno aggiunto l’«Europa» come quarta parola alle tre parole-chiave degli ideali politici del nostro tempo: democrazia, libertà, giustizia sociale. Ma i grandi ideali non dividono più la classe politica ed i simpatizzanti lungo lo spartiacque dei partiti perché sono divenuti un patrimonio comune a tutti i partiti, e quindi gli individui giudicano, nella misura in cui possono, la traduzione dei principi nei fatti. Il CPE deve «produrre» la giusta formulazione di singoli problemi politici, economici e sociali; negare a ragion veduta la chiave nazionale; e mostrare la chiave europea. In tal modo può seriamente attrarre tutte le persone sensibili ai problemi che solo con tale chiave possono essere risolti.
2) Il quadro nazionale — partiti, esperti, giornalisti — difficilmente formula secondo l’ottica europea i singoli problemi. Si tratta di persone che devono la loro influenza, o il loro potere, allo Stato nazionale, entro il quale hanno fatto esperienza ed hanno avuto fortuna. Per queste persone vale questa legge: «Le idee e le convinzioni dei gruppi dominanti sembrano congiungersi così strettamente agli interessi di una data situazione da escludere qualunque comprensione dei fatti che potrebbero minacciare il loro potere» (Mannheim). Questa legge spiega perché tanti politici e tanti scrittori scrivono spesso che gli Stati europei morranno se non si uniscono, e poi assegnano a questi moribondi compiti grandiosi come la liquidazione dci colonialismo, la fine della guerra fredda, il conseguimento della ricchezza e della giustizia sociale nell’era dell’atomo e dell’automazione, e via dicendo. In ogni modo, per questo fatto, se il CPE non «produce» impostazioni europee dei singoli problemi, il cerchio sociale dei simpatizzanti virtuali resta di fronte soltanto a soluzioni nazionali. Perciò, in tal caso, anche laddove esistono propensioni generiche per l’Europa, gli individui restano legati solo alle prospettive ed ai partiti nazionali, e i movimenti europeistici tradizionali vivono come fantasmi.
3) Il rapporto «documenti»-simpatizzanti mette in evidenza l’azione fondamentale che può procurare ai militanti ogni sorta di contatti con gli ambienti della città nella quale essi agiscono. Questa azione costituisce dunque la premessa necessaria per giungere lentamente ma sicuramente alla conquista di possibilità finanziarie, di influenze culturali, di prestigio politico; e per rompere il vuoto che sta ancora attorno alla lotta per l’Europa. L’efficacia di questa azione riguarda anche le nostre questioni organizzative, e mostra: a) l’importanza del lavoro culturale dei militanti, dal quale devono uscire le soluzioni europee dei problemi politici; b) l’importanza delle riunioni preliminari alle elezioni del CPE, nelle quali queste soluzioni devono essere proposte ad ambienti omogenei e selezionati.
Per questa ragione il rapporto «documenti»-simpatizzanti può dinamizzare tutta la nostra azione; può procurarci candidature serie per le liste del CPE; può darci delegati al Congresso capaci di rappresentare davvero le diverse esigenze del popolo europeo; e può conferire al nostro dibattito politico la forza ed il prestigio necessari per condurre la nostra lotta. Naturalmente alla base di questo lavoro deve stare il coraggio morale ed intellettuale dei militanti, ai quali spetta di vincere il conformismo nel quale si sono adagiati i nostri Stati per poter presentare a tutti il vero volto dell’Europa, il significato che essa potrà avere per la vita di tutti. Il volto dell’Europa sarà molto diverso dalle facciate squallide dei nostri vecchi Stati. I nostri documenti saranno veramente europei nella misura nella quale sapranno contrapporre, problema per problema, alla vita di oggi la vita di domani, e dire ogni volta una parola nuova rispetto alle parole fruste della politica attuale.
 
 
L’OPINIONE PUBBLICA
 
Resta il problema del terzo grado di comportamento politico (rispetto al CPE l’elettore, il cittadino comune). Gli individui in questione sono abitualmente chiamati «opinione pubblica», «popolo» e via dicendo. Il loro carattere politico si chiarisce se si tien conto del fatto che essi hanno normalmente un interesse molto superficiale per la politica, alla quale partecipano solo quando sono attratti da grandi avvenimenti. Sia gli Stati che i partiti abitualmente li adulano, sino ad elevarli al ruolo di autentici ed esclusivi protagonisti. L’ideologia democratica afferma che essi, come cittadini, come elettori, sono i veri detentori del potere, i controllori del governo (i ministri ed i parlamentari non sarebbero che i loro rappresentanti). L’ideologia socialista afferma che essi, come classe lavoratrice, sono l’unico elemento autonomo non solo della politica, ma addirittura della storia. L’ideologia nazionale (che organizza il consenso dei cittadini agli Stati attuali, così come le ideologie dei partiti organizzano il consenso delle parti) afferma che essi sono la «nazione», e perciò la sostanza ed il fine della politica, della storia, della cultura, della morale e talvolta persino della religione.
Tutto ciò non serve per capire che cosa fanno e che cosa pensano politicamente questi individui, mentre tale conoscenza è necessaria se si vuole ottenere un loro raggruppamento europeo. In generale si conosce solo ciò che si fa. Di conseguenza gli individui di cui parliamo, poiché fanno politica superficialmente, la conoscono superficialmente, per approssimazioni grossolane che l’ideologismo (fascista, democratico, socialista e nazionale) traduce nei miti primitivi che tengono attualmente il campo in Europa. Ciò riguarda il loro stato mentale normale. C’è tuttavia un aspetto della politica nel quale, pur con questo stato mentale confuso, questi individui si rendono conto di quel che accade, e compiono azioni positive. Per individuarlo dobbiamo tener presente che la politica presenta: a) il livello dell’elaborazione delle linee politiche, corrispondente al comportamento della classe politica che lotta per acquistare o mantenere il potere; b) il livello dell’elaborazione e della soluzione dei problemi politici (che dipende per la realizzazione dal primo, perché l’esecuzione di un programma politico non è che il sottoprodotto della lotta per il potere, secondo l’incisiva espressione di Schumpeter); c) il livello delle grandi scelte, delle alternative di fondo, corrispondente al comportamento del cittadino comune (che dipende dal primo e dal secondo perché il cittadino comune non partecipa né al processo di elaborazione delle linee politiche, né a quello della formulazione dei problemi).
Ciò non comporta la passività del cittadino comune. Al contrario comporta la sua attività, il suo grado di autonomia politica. Quando i problemi sono messi in evidenza, e le grandi scelte politiche sono state formulate, la classe politica ed i simpatizzanti escono per così dire di scena, ed entra in scena il cittadino comune. La sua scelta si impone. Egli non è attivo sinché le grandi scelte non giungono sulla scena. In questi lunghi intermezzi il cittadino comune è passivo, è suddito, sia nei regimi democratici che in quelli totalitari. Ma quando le grandi scelte maturano perché un potere si sta sgretolando ed un altro sta formandosi, chi decide è questa massa di persone che non può avere il potere, ma può scegliere chi lo avrà, e generalmente non sceglie male perché in questi casi la politica diventa molto semplice: o gli uni o gli altri. Quando il potere è realmente conteso, poche forze, estremamente visibili, restano sulla scena.
Questo è il dato decisivo circa il terzo grado di comportamento politico. Per ottenere dai cittadini comuni un’azione, una partecipazione, bisogna riuscire ad organizzare ciò che essi hanno di autonomo, bisogna cioè portarli sul terreno politico delle grandi scelte. Molti ritengono che le masse si conquistano con la semplice propaganda, con gli slogans vuoti di verità, con le menzogne. In realtà ciò non accade mai. La propaganda deformatrice della verità è efficace solo quando le masse sono già legate ad un potere stabile (sono in stato di passività), e questo potere (normalmente statale) mobilita l’apparato grandioso di tutti i suoi mezzi di informazione, a cominciare dalla scuola, per dirigere i sudditi verso certi obiettivi e verso certi stati d’animo (l’idea nazionale, cioè il fatto che ci sentiamo francesi, italiani, tedeschi dipende da ciò, ed ha lo stesso carattere di «religione laica» del comunismo e via dicendo). Ma quando si tratta di ottenere dei cambiamenti, e nessuno ha un potere decisivo perché quello vecchio sta cadendo e quello nuovo sta formandosi, questo tipo di propaganda non si può fare, e non serve a nulla. In questo caso bisogna sfruttare l’attività, e non la passività, delle masse.
Ciò non si ottiene né con la propaganda generica, né con le menzogne, né con il lavaggio dei cervelli, ma mediante la lotta per il potere, che manifestando le scelte fa entrare in gioco il comportamento spontaneo delle masse. Si tratta di situazioni nelle quali tutti desiderano sapere che cosa accade e sono in grado di capirlo, e nelle quali tutti vogliono partecipare per contribuire a determinare la scelta. La manifestazione delle scelte è, formalmente, ancora propaganda. La sua forza dipende dalla sua verità. Tutti vogliono e sanno capire e partecipare: il consenso delle masse si organizza pertanto rapidamente e spontaneamente attorno a coloro che conoscono meglio ed espongono più veracemente i dati reali della situazione e delle alternative di potere, indipendentemente dall’uso di forti apparati di mezzi di informazione. Nei casi di tal genere la massa torpida, impermeabile all’argomentazione politica, che solitamente la disdegna ed eleva a suoi eroi i canzonettisti, le dive, gli atleti, si sveglia. Migliaia di canali di comunicazione delle idee si aprono da soli. Certe immagini, certe parole d’ordine, quasi senza carta stampata e contro la carta stampata, arrivano dappertutto e formano una possente corrente d’opinione che travolge partiti ed idee considerati fino al giorno prima assolutamente stabili (l’ultimo caso forte è la rivoluzione ungherese, l’ultimo caso fiacco l’avvento al potere di De Gaulle). L’esempio limite è dato dalla rivoluzione russa. I bolscevichi erano pochissimi e praticamente privi di potere. Ma nella sconfitta militare il potere tradizionale stava sgretolandosi e Lenin seppe formulare le parole d’ordine (famosa «Terra e pace») dello stato d’animo delle moltitudini. Trotzky commenta in questo modo il successo: «La povertà dei mezzi di cui disponeva l’agitazione bolscevica era evidente. Come dunque, con un apparato così debole, e stante il numero insignificante delle tirature di stampa, le idee e le parole d’ordine del bolscevismo si sono potute imporre al popolo? Il segreto dell’enigma è molto semplice: le parole d’ordine che corrispondono al bisogno acuto di una classe e di un’epoca si creano da sole migliaia di canali. L’ambiente rivoluzionario, portato all’incandescenza, si distingue per un’alta conducibilità delle idee».
Ciò equivale a dire che la propaganda, considerata a sé stante come insieme di conferenze, di manifesti, di volantini, non serve a nulla. Le grandi masse acquisiscono certe idee, le fanno proprie, ed agiscono di conseguenza, soltanto quando i modi tipici del terzo comportamento politico entrano in azione. Se il potere è stabile le masse restano torpide e nessuna propaganda può modificare i loro comportamenti (solo lo Stato può eccitarli). Se il potere è instabile, chi possiede un’alternativa di potere entra in comunicazione diretta con le masse anche se possiede un debolissimo apparato di mezzi di informazione. In realtà la vera propaganda politica non è che un aspetto della lotta per il potere: quello decisivo perché riguarda il comportamento delle moltitudini e quindi il compimento delle grandi scelte di potere. Nessuno legge, nessuno ascolta, nessuno sente se non ha un incentivo. E l’incentivo politico non si crea con mezzi artificiali perché le masse sono autonome a questo proposito. L’incentivo si forma da sé, quando l’evoluzione della situazione di potere determina grandi scelte. In questo momento è forte solo chi ha la possibilità di prendere il potere e di formulare parole d’ordine corrispondenti al reale stato d’animo delle masse, anche se il giorno prima era ignorato.
 
 
L’OPINIONE PUBBLICA DALLE NAZIONI ALL’EUROPA
 
Il problema dell’utilizzazione europea del terzo comportamento politico è, per le ragioni esposte, un problema di azione, non di generica propaganda. Naturalmente il cittadino comune non sarebbe raggruppabile a livello europeo se non esistessero: a) uno stato d’animo virtuale europeo (non si organizza ciò che non c’è); b) la debolezza dei nostri Stati. Tuttavia questi dati non costituiscono attualmente un forte incentivo per le masse perché i nostri Stati sono deboli, ma non sono ancora in crisi manifesta di potere. L’ambiente politico pertanto è nazionale e torpido (come gli Stati). Si potrà dunque creare un raggruppamento europeo solo creando un ambiente europeo, contrapposto al dominante ma fiacco ambiente nazionale. Un «ambiente» è una situazione nella quale l’incentivo a fare e ad informarsi si manifesta da sé. I federalisti hanno saputo realizzarlo con le elezioni primarie ed i seggi all’aperto. Ciò spiega il loro successo. Ignoti a tutti, praticamente senza mezzi e senza influenza, essi hanno potuto interessare, nelle città dove hanno fatto i primi esperimenti popolari, decine di migliaia di persone.
Il voto europeo è una regola d’azione che presenta (virtualmente) la scelta europea. Il seggio all’aperto costituisce un «ambiente» e perciò ottiene un risultato che nessuna propaganda può conseguire, l’interesse politico della popolazione, senza del quale la propaganda parla a chi non ascolta. La combinazione di questi due elementi costituisce una piattaforma d’azione che nessuno deve subire, ma alla quale tutti possono partecipare, e stimola l’ondata perché tutti comprendono che la loro partecipazione individuale aumenta l’importanza del fatto. Chi si trova in questo ambiente constata la nascita di una nuova lotta politica e percepisce, sia pure in un modo ancora confuso, la possibilità della cittadinanza europea.
Il voto del CPE non crea un potere parlamentare, ma vale piuttosto come una protesta, una rivendicazione del diritto elettorale europeo. Per questa ragione difficilmente potrebbe suscitare un «ambiente» europeo se venisse organizzato esclusivamente con seggi in locale chiuso, vale a dire con una procedura analoga a quella delle elezioni nazionali. L’elezione europea, in questo caso, rischierebbe di venire scambiata per una manifestazione «europeistica» dei partiti e delle autorità nazionali; e richiederebbe comunque un’azione preventiva di informazione che nell’attuale clima politico potrebbe avere soltanto una portata molto limitata. Il seggio all’aperto invece informa mentre offre la partecipazione; è visibile, e mostra in una immagine vivente i dati reali del problema europeo (la lotta di una classe politica europea e la scelta europea della popolazione); si differenzia da tutte le manifestazioni politiche attuali; desta moltissimi propagandisti improvvisati; tira fuori dalla coscienza di ognuno cose che ognuno sa sull’impotenza degli Stati nazionali e sulla necessità dell’unità europea; e mette in evidenza gente nuova: gli uomini del Congresso del Popolo Europeo. Il terzo comportamento politico è impermeabile alla propaganda, sensibile alle scelte, e queste elezioni sono l’unica scelta europea oggi possibile.
Naturalmente non si tratta di organizzare le elezioni europee una volta sola, ma di ripeterle entro un piano generale rivolto all’aumento del numero dei votanti. Bisogna perciò sapere che cosa si deve fare tra un’elezione e l’altra. In questo periodo può sorgere la tentazione di mantenere il contatto organizzativo diretto di carattere politico con le migliaia di persone che hanno votato. Sarebbe fatica sprecata. Il potere dominante è nazionale, di conseguenza dopo il voto gli elettori europei ritornano nel letargo nazionale. Nella fase intermedia, valendosi del primo successo popolare e delle prime influenze conquistate, bisogna puntare sui comportamenti politici che restano attivi indipendentemente dall’esistenza di un «ambiente» e dall’imminenza di grandi scelte. Dopo la prima elezione si ha più forza di attrazione su questi elementi, e si può sfruttare questa forza sia per reclutare nuovi militanti, sia per reperire nuovi appoggi, anche finanziari[1], se si imposta subito l’obiettivo delle nuove elezioni: un numero x, molto maggiore del precedente, di votanti (l’obiettivo è assicurato dall’aumento del numero dei militanti e quindi dei seggi, e dalla possibilità di organizzare le elezioni in un quadro più vasto e più pieno).
Il significato politico generale di questo piano di lavoro a scadenza lunga è in sostanza il seguente: tendere verso l’egemonia dell’europeismo diffuso. Oggi l’europeismo è politicamente una forza zero perché, in mancanza di un interlocutore europeo visibile, viene incanalato in mille rigagnoli politici nazionali che parlano d’Europa, e spento. Ma con le elezioni primarie si può rovesciare questa situazione e stabilire progressivamente il contatto politico tra le leaderships europee del CPE e l’europeismo diffuso. Come oggi chi ha reazioni liberali, socialiste, sindacali e via dicendo le riferisce immediatamente al tal partito o sindacato, così domani chi avrà reazioni europee le riferirà al Congresso del Popolo Europeo e non più agli «europeisti» dei partiti nazionali. Quando ciò sarà fatto, l’europeismo sarà una forza politica. Si tratterà allora di usare bene questa forza e di impiegarla decisamente quando giungeranno situazioni di crisi di potere. In queste situazioni le scelte diventano forti, le masse si destano dal loro torpore abituale ed acquistano il potere di scegliere. Allora il CPE potrà dare la battaglia decisiva.
L’analisi delle possibilità di sfruttamento del terzo comportamento politico equivale all’analisi delle possibilità di realizzare gli Stati Uniti d’Europa, perché i grandi mutamenti politici sopravvengono quando il popolo entra in azione. Orbene, i dati obiettivi dell’azione popolare europea ci sono: i nostri Stati sono deboli e la loro debolezza crea l’europeismo diffuso che noi possiamo trasformare in forza politica; i nostri Stati avranno, come hanno avuto nel passato, crisi gravi di potere perché sono impotenti rispetto ai loro maggiori problemi politici. I dati incerti stanno nella volontà umana. Se un numero sufficiente di uomini organizzerà politicamente l’europeismo, e se questi uomini faranno quello che devono nel momento decisivo, l’Europa si farà. Il momento decisivo potrà essere relativamente facile se avremo di fronte governi «europeistici» disposti facilmente a cedere, ad esempio a trasformare sotto la nostra pressione l’elezione diretta per l’Assemblea delle Comunità europee (prevista dai Trattati di Roma) in una elezione per una assemblea col mandato di elaborare il potere politico europeo. Ma il momento decisivo potrà essere anche difficile, se avremo di fronte governi nazionalistici incattiviti dalla loro stessa viltà, ed allora si dovrà ricorrere alla resistenza passiva, ed all’ultimo momento tenere la piazza. Ad ogni modo, se gli uomini basteranno al compito, entro una decina d’anni avremo gli Stati Uniti d’Europa.
 
 Mario Albertini


* Questa serie di articoli, scritti nel 1957 da Mario Albertini nel quadro della politica di formazione dei militanti del Movimento federalista europeo, è stata in seguito pubblicata nel numero 2 della prima annata del Federalista in lingua italiana (1959). Ci è parso opportuno riprodurla a trent’anni di distanza perché la maggior parte del suo contenuto risulta oggi straordinariamente attuale, a testimonianza della continuità del pensiero federalista nel tempo intercorso dalla fondazione della rivista ad oggi. Questa constatazione è tanto più significativa in quanto questi scritti sono nati come riflessione su di un’azione (le elezioni del Congresso del Popolo Europeo) che ha avuto una grande importanza nella storia del federalismo europeo, ma che è chiaramente datata e che, vista a tre decenni di distanza, appare caratterizzata dal massimalismo tipico delle lotte politiche alloro inizio. Si deve anche notare che qua e là in questi articoli compaiono affermazioni che oggi non potremmo più sottoscrivere, come quella che il federalismo non è un’ideologia (dove questo termine era usato allora in un’accezione diversa da quella in cui lo usiamo oggi). Tutto ciò non toglie nulla all’attualità dello scritto, che non deve essere letto come una curiosità storica, ma come una teorizzazione tuttora valida dell’azione federalista.
[1] Il finanziamento può, e dovrebbe, essere anche popolare. Probabilmente l’unica possibilità di restare organizzativamente in contatto con buona parte degli elettori sta proprio nella campagna popolare di raccolta di fondi per l’Europa. La cosa è possibile, perché ha carattere morale più che politico; e, realizzata, aumenterebbe molto la temperatura politica della lotta per l’Europa. Il mezzo adatto è forse il «salvadanaio europeo», che, lasciato nell’abitazione dell’elettore, ricorderebbe a lui e da chi frequenta la sua casa l’impegno europeo.

 

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