Anno XXXIV, 1992, Numero 1 - Pagina 71

 

 

UN PROGETIO DI MANIFESTO DEL FEDERALISMO EUROPEO*

 

 

Introduzione.

 

Il federalismo come esperienza culturale e politica sembra essere poco importante e rimanere sostanzialmente ai margini della vita contemporanea. Il campo è tenuto dalle vecchie ideologie politiche, il liberalismo, la democrazia, il socialismo, il comunismo. Tuttavia il corso della storia è giunto ora ad una fase, quella della unificazione sociale del genere umano, che non può essere compresa e dominata dalle vecchie ideologie, le quali, di conseguenza, sono entrate in piena crisi. Ed il federalismo è proprio il nuovo strumento di pensiero e d’azione che va sempre più coincidendo con il corso storico, che permette quindi di comprenderlo e di dominarlo.

In realtà, sotto il profilo politico, il federalismo, e cioè lo Stato federale, rappresenta l’ultima grande scoperta di uno strumento di governo democratico. La democrazia diretta fu il governo democratico degli uomini appartenenti all’ambito di una città, e non realizzò alcuna divisione dei poteri per garantire la libertà. La democrazia rappresentativa fu il governo democratico degli uomini appartenenti ad una nazione e realizzò la divisione formale fra il potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Il sistema federale corrisponde ad un ampliamento ancora maggiore dell’ambito del governo democratico: è il governo degli uomini appartenenti ad uno spazio supernazionale, e che può giungere fino a quello del mondo intero. Esso realizza la divisione sostanziale dei poteri, dividendo la sovranità tra governo federale e governi degli Stati membri. Fu Alexander Hamilton, uno dei protagonisti della fondazione della Federazione americana, che comprese più di ogni altro e illustrò pertanto con chiarezza il senso del nuovo mezzo di governo.

Ma la democrazia federale non può funzionare stabilmente se non ha dimensioni mondiali, poiché la divisione sostanziale dei poteri e la struttura democratica tendono inevitabilmente a cadere sotto l’urto della violenza internazionale. Quando la democrazia federale si afferma in spazi più limitati, può permanere precariamente solo in quegli Stati che possono essere considerati isole politiche. Questi Stati sono esposti in misura minima ai mutamenti della bilancia mondiale del potere, e perciò non hanno bisogno di mantenere un impegno permanente di carattere militare e diplomatico, o di svolgere una politica di potenza nello scacchiere internazionale. Ma quando la bilancia mondiale del potere comincia a pesare su questi Stati, la loro condizione di «isola politica» scompare: essi devono assumersi in campo internazionale tutti gli impegni militari, diplomatici, economici e così via che il loro potere comporta. Ciò incrina e tende sempre più ad abbattere la loro fragile ossatura di democrazia federale. Questa è stata, ed è, la sorte degli Stati Uniti d’America. Ora, la verità è che la potente tendenza verso l’unificazione del genere umano, che caratterizza la fase della storia che viviamo oggi, annulla ormai sempre più tutti gli spazi vuoti che consentirono in passato il sussistere di «isole politiche». Le condizioni che permettevano la democrazia federale a livello non mondiale scompaiono. Perciò la piena e definitiva affermazione della democrazia federale corrisponde ormai alla eliminazione della guerra dal mondo con l’instaurazione della Federazione mondiale.

Per questa ragione il federalismo coincide ormai con il corso storico, che spinge vigorosamente gli uomini verso l’unificazione mondiale. Anzi, esso sembra coincidere con un momento straordinario dell’evoluzione dell’umanità: il passaggio dalla preistoria alla storia, e cioè l’abbattimento dell’ultimo importante ostacolo che si oppone al pieno spiegamento di tutte le capacità insite nella condizione umana. Come ha indicato Kant, nella condizione umana vi è la capacità potenziale di un pensiero e di una volontà autonomi; ma essa rimarrà solo potenziale, finché gli uomini non riusciranno a rimuovere gli ostacoli che si oppongono alla sua piena realizzazione. Dopo aver conquistato il controllo, nella misura del possibile, delle calamità naturali, e dopo aver superato, o stando per superare, la piaga della miseria, gli uomini sono ora di fronte all’ultimo ostacolo che si oppone al libero sviluppo della condizione umana e che mantiene la violenza dell’uomo contro l’uomo: la guerra. Il federalismo è il superamento della causa della guerra: la divisione del mondo in Stati sovrani. Con la Federazione mondiale, l’ultima roccaforte della violenza tra gli uomini, la guerra, viene debellata: l’anarchia internazionale è sostituita dal regno del diritto tra gli Stati. E la Federazione mondiale creerà, come ci ha insegnato Kant, un mondo in cui l’uomo possa considerare come fini gli altri uomini e in cui possa sviluppare pienamente e autonomamente tutte le capacità che sono in lui. La Federazione mondiale darà inizio alla storia del genere umano.

 

1. Il corso storico, spinto dall’evoluzione dei rapporti della produzione, dopo aver unificato gli uomini all’interno dei paesi più avanzati abbattendo le barriere di classe, sta per abbattere le barriere tra gli Stati e per unificare il genere umano.

 

La grandiosa e progressiva rivoluzione dei metodi e quindi dei rapporti di produzione, sulla base della scienza e della tecnologia moderne, ha impresso un impulso formidabile alla storia europea e dell’intera umanità. La trasformazione dell’organizzazione della produzione dal tipo artigianale, dotato di mezzi rudimentali e chiuso nel mercato ristrettissimo di una economia di consumo locale, al tipo industriale, dotato di strumenti meccanici sempre più potenti e perfezionati e aperto a mercati sempre più ampi, dalla regione, alla nazione, al continente, al mondo intero, ha imposto una graduale grande rivoluzione nei rapporti tra gli uomini. L’evoluzione dei rapporti della produzione ha messo in contatto e integrato tra loro individui che, nella precedente organizzazione della produzione, vivevano lontani e senza contatti gli uni con gli altri. Cresce, in una misura mai vista nella precedente storia umana, l’interdipendenza delle azioni umane.

Nella prima fase di questo corso storico si è verificata una grande crescita in profondità della interdipendenza delle azioni degli uomini nel campo economico, sociale, politico, culturale, e così via. Questa crescita in profondità dell’interdipendenza ha unito sempre più gli uni agli altri tutti gli uomini appartenenti ad uno Stato, eliminando tendenzialmente le divisioni ed i conflitti di classe. E’ l’epoca in cui nascono le grandi ideologie europee, con le quali gli uomini imparano ad interpretare la nuova realtà che stanno vivendo, e che riflettono il profondo sommovimento della società. Emergono nella coscienza degli uomini, con una potenza finora sconosciuta, i valori della libertà e della giustizia. Il liberalismo e il liberismo annunciano la liberazione della classe borghese, creata dalla rivoluzione nell’organizzazione produttiva, dai legami e dalle pastoie della vecchia società oligarchica e cristallizzata dell’antico regime. La democrazia esprime l’esigenza di far partecipare alle decisioni politiche tutti quegli uomini che, via via, i nuovi rapporti della produzione rendono consapevoli del ruolo attivo che svolgono nella vita produttiva del paese, rovesciando il vecchio principio di legittimità basato sul diritto divino. Il socialismo mostra l’ingresso della nuova classe del proletariato, emersa dalla nuova organizzazione economica, nella vita politica e il suo avanzamento sul piano economico e sociale.

Il quadro statale, ereditato dal passato, sviluppando il suo apparato burocratico, integra a grado a grado politicamente tutte le energie umane e materiali già unificate socialmente dai rapporti della produzione. Gli uomini si raffigurano questa unità politica come la «nazione», una parentela di sangue, di razza, di non si sa che, una ideologia che permette di legare psicologicamente al potere tutte le attività economiche, sociali, militari, culturali, scolastiche e così via. All’aumento dell’integrazione nazionale corrisponde però la disintegrazione internazionale. Il potere politico statale è costretto dalla bilancia internazionale del potere ad appropriarsi, per fini di potenza, di tutte le nuove grandi energie umane e materiali (si pensi alla coscrizione obbligatoria) emerse nel paese sulla base dell’onda sociale della interdipendenza, spezza le nazionalità spontanee regionali e la supernazionalità spontanea europea prima esistenti, e si presenta, nei confronti degli altri Stati, più potente e più aggressivo di prima. Non solo, dunque, continua la vecchia logica del sistema europeo degli Stati, sempre in bilico tra equilibrio ed egemonia e periodicamente scosso dalla guerra, ma quella logica diventa assai più violenta proprio in ragione dell’enorme potenziamento degli Stati in base al principio nazionale.

Ma ben presto entriamo nella seconda fase del corso storico contemporaneo, quella che stiamo vivendo appieno. In essa si verifica la crescita in estensione dell’interdipendenza delle azioni umane nel campo economico, sociale, politico, culturale e così via. Questa crescita in estensione dell’interdipendenza sta avvicinando sempre più gli uni agli altri gli uomini appartenenti a Stati diversi, tutti gli uomini del mondo, eliminando tendenzialmente le divisioni e le guerre tra le nazioni. Come la prima fase aveva unificato gli uomini nell’ambito statale nei paesi più avanzati, la seconda fase di questo corso storico sta ora marciando verso l’unificazione del genere umano. Le varie civiltà, i vari continenti si avvicinano sempre più e sono già giunti ad una grado di interdipendenza prima inimmaginabile. E tale interdipendenza aumenta costantemente, portando l’umanità verso l’unificazione sociale. Il Terzo mondo, il mondo dei paesi sottosviluppati ed ex-coloniali, si affaccia oggi alla prima fase dello sviluppo sociale, quella della eliminazione della divisione e dei conflitti fra classi, ma vi si affaccia in un momento in cui i paesi più avanzati vivono l’esperienza dell’unificazione sociale supernazionale. Anzi si può dire che i paesi ex-coloniali cominciano ora la prima fase dello sviluppo proprio a causa della potenza espansiva della società nei paesi più evoluti. Ed è ancora sull’interdipendenza in estensione dell’azione umana, e cioè sull’aiuto degli uomini che vivono nelle parti più evolute del mondo, che si basano grandemente le speranze di un celere e organico sviluppo dei popoli ex-coloniali. Il corso storico spinge vigorosamente l’umanità, nei suoi diversi gradi di sviluppo, verso l’unità.

 

2. La divisione politica degli uomini in nazioni, ereditata dal passato, trova la sua ultima roccaforte nella potenza continentale degli USA e dell’URSS le quali, fronteggiandosi nel mondo intero, cercano di tenerlo diviso in due campi di Stati per conservare il loro potere egemonico, e frenano il processo di adeguamento delle strutture politiche all’unificazione sociale del genere umano.

 

L’evoluzione dei rapporti materiali della produzione, integrando socialmente gli uomini in spazi sempre più vasti e accrescendo gli strumenti materiali di cui gli uomini possono servirsi, ha messo sempre maggiore forza nelle mani degli Stati nazionali e ha reso perciò sempre più dinamico l’equilibrio politico europeo basato sulla divisione dell’Europa in nazioni. Quando l’evoluzione economica e sociale raggiunge la dimensione degli Stati nazionali e comincia ormai a superarla, la potenza di questi Stati diventa massima e il loro potere deve diventare il più accentrato ed autoritario possibile per impadronirsi di ogni nuova energia destata e per evitare l’uscita dai loro ambiti delle forze economiche e sociali. E’ il momento tragico del nazismo e del fascismo da una parte e dell’anarchia internazionale dall’altra. Gli Stati nazionali sono all’apice della loro forza accentratrice e le tensioni e i conflitti di potenza hanno per legge la più completa anarchia internazionale. Il risultato è stato l’ultimo e più violento tentativo egemonico nel continente europeo, quello hitleriano.

Ma l’immane conflitto mondiale che ne è seguito ha chiuso ad un tempo la storia secolare del sistema politico europeo e del predominio dell’Europa nel mondo. L’evoluzione delle forze economiche e sociali aveva ormai superato la dimensione degli Stati europei e si allargava sempre più fino a raggiungere dimensioni continentali. La fine della seconda guerra mondiale ha fatto comprendere chiaramente questo fatto, mostrando le nazioni europee deboli e prostrate e il mondo alla mercè delle due superpotenze continentali degli USA e dell’URSS. L’equilibrio politico europeo ha fine e comincia la storia dell’equilibrio politico mondiale.

Nel dopoguerra le forze economiche, tecnologiche e sociali scavalcano ormai di fatto le barriere nazionali in Europa. La ricostruzione e l’espansione dell’economia degli Stati dell’Europa occidentale, e soprattutto dei Sei, si verificano a livello supernazionale. La contraddizione tra le forze economiche e sociali e le strutture politiche nazionali, che dividono ancora l’Europa, diventa perciò acutissima. La stessa contraddizione si manifesta, invece, soltanto embrionalmente, e, quindi, in misura molto più limitata, negli organismi politici di dimensioni continentali. La dimensione continentale della struttura politica permette la più perfezionata produzione contemporanea di massa, l’utilizzazione avanzata, se non proprio a pieno regime, del processo di automazione e dell’energia nucleare. In altri termini, una struttura politica di tali dimensioni riesce a controllare, entro ampi limiti, le energie economiche e sociali spinte vigorosamente avanti dal corso storico verso l’interdipendenza supernazionale. Ciò spiega, a un tempo, la debolezza degli Stati europei e la forza degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Sovietica Ed è per questo fatto che gli USA e l’URSS riescono a costituire i pilastri dell’equilibrio mondiale di potere.

Ma questo equilibrio mondiale bipolare, mentre da una parte è il segno indiretto della tendenza della storia verso l’unificazione sociale dell’umanità, dall’altra parte contrasta e frena tale tendenza, cristallizzando le strutture politiche in cui gli uomini sono organizzati. Gli USA e l’URSS si fronteggiano in ogni parte del mondo in un equilibrio, quello a due, estremamente rigido. Ogni spostamento sociale, politico o militare che si verifichi in qualsiasi parte del mondo, ha sempre, più o meno, il significato di un avanzamento di una delle due superpotenze e di un arretramento dell’altra. Ciascuna, quindi, deve raccogliere tutte le risorse materiali e umane di cui dispone, deve utilizzare tutte le possibilità di influenza che possiede nel mondo per impedire che l’altra sposti pericolosamente a proprio favore la bilancia dell’equilibrio di potere. In questo modo, sebbene riescano sempre meno a tenere adeguatamente tutto il fronte mondiale, gli USA e l’URSS, per mantenere il loro potere, tentano di dividere il mondo in due campi di Stati e irreggimentare e incatenare nei due blocchi tutte le energie materiali e ideali del mondo, confinando l’esigenza di unità nella falsa soluzione dell’ONU. L’unificazione del mondo è perciò concepita come la vittoria di uno dei due blocchi sull’altro. Il riflesso ideologico di questo equilibrio bipolare si manifesta nella contrapposizione tra comunismo e democrazia, corrispondenti ai due diversi modi in cui si è realizzata la prima fase dell’interdipendenza delle azioni umane in profondità, ma ormai superati dall’urgere dell’onda sociale verso l’unificazione dell’umanità. La contrapposizione tra comunismo e democrazia ha ormai soprattutto la funzione ideologica di mascherare, sotto i vecchi principi appartenenti alla fase storica precedente, la divisione dell’umanità tra i due poteri egemonici degli USA e dell’URSS. E sono proprio questi due poteri egemonici che permettono, con la loro spinta conservatrice verso il mantenimento dello status quo, il permanere delle strutture nazionali anche là dove, come in Europa, esse sono già superate dalle forze economiche e sociali supernazionali, e quindi enormemente indebolite. Così l’equilibrio mondiale a due, tra Stati Uniti e Unione Sovietica, mantenendo la divisione della Terra in nazioni, frena il processo di adeguamento delle strutture politiche alla unificazione sociale del genere umano.

 

3. Mentre il liberalismo, la democrazia, il socialismo e il comunismo degenerano perché non riescono a superare la contraddizione, ormai assoluta nei paesi più avanzati, tra giustizia e libertà da una parte, e, dall’altra, la divisione dell’umanità in nazioni, fondamento della guerra, il federalismo, che è il modo di instaurare l’ordine della pace nel mondo, dà agli uomini la capacità di conoscere e di dominare il corso della storia e di salvare, con la pace, la giustizia e la libertà.

 

Nella storia contemporanea, lo Stato nazionale, avendo soffocato le comunità politiche primarie all’interno della nazione, ha contrastato e contraddetto violentemente i valori della giustizia e della libertà che la prima fase dell’evoluzione dei rapporti materiali della produzione, tendente alla eliminazione dei conflitti di classe, aveva fatto emergere potentemente. Le ideologie europee tradizionali, intente a cambiare la struttura sociale e politica interna degli Stati, non si erano poste realisticamente il problema di conseguire l’ordine della pace. Sia i liberali che i democratici, sia i socialisti che i comunisti, avevano creduto che il problema della guerra sarebbe stato risolto automaticamente dalla modificazione, da essi propugnata, delle strutture interne degli Stati. Ciò permetteva loro di dedicarsi a questa modificazione, ma non permetteva loro di rendersi conto dell’opera di inasprimento della divisione internazionale che essi, fatti preda dell’ideologia nazionale, necessariamente compivano. Appropriandosi a fini di potenza di tutte le energie destate dall’evoluzione economica e sociale, lo Stato nazionale doveva aumentare sempre più il suo potere accentratore incrinando e rendendo precarie e deboli o addirittura abbattendo le fragili istituzioni sociali e politiche necessarie per il raggiungimento della giustizia e della libertà. Sul continente europeo gli uomini hanno già vissuto la tragica contraddizione tra giustizia e libertà da una parte ed il permanere della guerra dall’altra.

Ora, mentre l’evoluzione dei rapporti materiali della produzione ha già raggiunto la dimensione continentale e spinge ormai verso l’unificazione sociale del genere umano, la contraddizione tra i valori della giustizia e della libertà e la divisione politica sta riproducendosi nel mondo intero. La divisione politica, fondata sull’equilibrio bipolare, spinge i governi e gli uomini, e specialmente quelli delle due superpotenze che sopportano il massimo peso della bilancia mondiale del potere, verso il nazionalismo. La contraddizione è ormai assoluta: la giustizia e la libertà non possono essere compiutamente realizzate in una sola parte del mondo. La loro realizzazione ha come premessa necessaria l’instaurazione dell’ordine della pace mondiale. La giustizia e la libertà riguardano tutti gli uomini, e non solamente gli Americani, i Russi o gli Europei. Le vecchie ideologie europee non danno alcuna risposta a questo nuovo grande problema. Come esse avevano finito per servire lo Stato nazionale in Europa, degenerando sempre più fino a contraddire gli stessi valori di cui erano portatrici, così oggi servono la divisione politica bipolare del mondo mascherandola con il loro velo.

Esse, ormai in completa degenerazione, sono oggi ridotte a nascondere l’assurdo principio in base al quale bisogna concepire gli Americani, i Russi (e domani gli Europei) così fondamentalmente diversi tra loro (per razza, per stirpe, per chissà cosa?) da poter pensare senza alcuna difficoltà che è giusto che si distruggano a vicenda. Non diversamente le stesse ideologie tradizionali si erano già piegate servilmente in Europa a mascherare l’assurdo principio in base al quale i Francesi venivano concepiti come fondamentalmente diversi dai Tedeschi, dagli Inglesi o dagli Italiani, e per il quale gli Europei si sono distrutti a vicenda.

A tutte le alternative indicate in passato dalle vecchie ideologie si va oggi sostituendo nel mondo l’alternativa tra la divisione dell’umanità in nazioni ed il federalismo. Il federalismo ha infatti in sé le caratteristiche ideali e pratiche capaci di fame il nuovo mezzo per comprendere il corso della storia che stiamo vivendo e per guidare gli uomini verso l’unificazione politica del genere umano. Da una parte infatti, nella tradizione federalista (e soprattutto in Kant) vi è la chiara consapevolezza, che è diventata ormai realtà ai nostri giorni, che gli uomini non potranno raggiungere la loro piena condizione umana di esseri liberi e autodeterminantisi prima che sia cancellato dal mondo il governo della guerra attraverso l’unificazione politica dell’umanità. Dall’altra parte, la tradizione federalista (sulla base del pensiero di Hamilton) ci offre lo strumento tecnico adatto a instaurare un governo supernazionale che stabilisca l’ordine della pace, il metodo di governo, cioè, atto a dare assetto politico all’unificazione sociale del genere umano. Il federalismo, con il suo obiettivo ultimo della creazione della Federazione mondiale, è perciò, insieme, il pensiero con cui gli uomini possono prendere coscienza del corso storico che stanno vivendo e lo strumento istituzionale con cui possono dominarlo. Con il federalismo gli uomini, abbandonando le false piste delle vecchie ideologie che non riescono ad affermare i valori di cui sono portatrici, salveranno la libertà e la giustizia fondandole sulla solida base della Federazione mondiale.

 

4. In Europa occidentale l’unificazione sociale al di sopra delle barriere fra gli Stati accumula, contro i poteri nazionali e quello egemonico americano, una immensa forza supernazionale che può, con la fondazione della Federazione europea, spezzare l’equilibrio mondiale a due e superare nel suo seno, per la prima volta nella storia, le nazioni, scatenando materialmente e idealmente il federalismo nel mondo intero.

 

In quale zona del mondo sta per realizzarsi la coincidenza del federalismo con il corso storico? Non negli USA e nell’URSS, legate al nazionalismo dal loro orgoglio di potenze egemoniche; non nel Terzo mondo, che sta ora creando o consolidando gli Stati nazionali; ma in Europa, e particolarmente nell’Europa continentale occidentale, dove lo sviluppo sociale ha assunto un carattere supernazionale entrando in contraddizione con l’assetto politico nazionale.

Dalla fine della seconda guerra mondiale la Germania, la Francia e l’Italia non costituiscono più né i centri dove si prendono le decisioni fondamentali della politica internazionale, né i quadri della difesa dell’indipendenza e della sicurezza dei Tedeschi, dei Francesi e degli Italiani. Una politica francese di vera opposizione alla politica tedesca e viceversa, così come un ruolo politico dell’Italia nei rapporti fra la Francia e la Germania, sono divenute cose impensabili. E’ l’America che assicura la difesa dell’Europa occidentale. E negli Stati europei il potere, che serve ancora per mantenere l’ordine interno ma non per la difesa e l’indipendenza del paese, si distacca dai cittadini e tende verso l’autoritarismo. L’indebolimento del consenso all’interno e la fine dell’influenza internazionale generano l’eclisse delle sovranità nazionali.

Però l’Europa si arricchisce. Essa si era impoverita rispetto all’America quando la lotta fra gli Stati e il controllo dell’economia a fini di potenza militare, avevano soffocato la produzione nei ristretti mercati nazionali. Ma nel dopoguerra la convergenza degli Stati sotto la protezione americana determina una vera e propria unità europea di fatto, che si manifesta istituzionalmente solo attraverso soprastrutture confederali (le cosiddette Comunità) perché, avendo gli Stati conservato la sovranità assoluta, il potere e la lotta per il potere sono rimasti al livello nazionale. L’unità di fatto assicura tuttavia una base politica sufficiente per la liberalizzazione degli scambi, che dà anche all’Europa, entro i limiti di questa liberalizzazione, un mercato di vaste dimensioni. In questo mercato l’economia si sviluppa rapidamente, attribuendo carattere supernazionale a molti aspetti della vita sociale, economica, scientifica e tecnica. E questi aspetti si consolidano senza difficoltà perché trovano un solido fondamento nell’antica supernazionalità spontanea europea della religione, della cultura, della scienza e del diritto, spezzata ma non distrutta negli ultimi cento anni dal nazionalismo.

Questa unità è molto avanzata. Iniziata nel settore delle grandi concentrazioni industriali, ha toccato ormai il settore più lento e più protetto, quello dell’agricoltura, che pone problemi di governo e non di semplice liberalizzazione degli scambi. Essa sta influenzando i comportamenti abituali, sia nel campo della scienza e della tecnica, sia in quello della pubblicità e della mentalità dei consumatori. Si manifesta nei sindacati, che sentono il bisogno dell’unità a livello europeo anche se, senza una cornice statale, non possono conseguirla che in modo mediocre e precario. Nel suo complesso essa ha rafforzato a tal punto la società europea da modificare radicalmente i rapporti economici, e parzialmente la bilancia del potere, tra l’America e l’Europa, dando una consistenza embrionale all’idea stessa di recuperare su scala europea l’indipendenza perduta dagli Stati nazionali. In breve, essa ha ormai prodotto dovunque un forte europeismo diffuso.

A livello dei quadri della vita politica, la situazione del potere in Europa e l’unità europea di fatto hanno generato l’europeismo organizzato (Movimenti federalisti e Movimenti per l’unità europea) e l’europeismo organizzabile. Il primo è costituito dalle persone che, almeno in parte, hanno deciso di non occuparsi del problema di modificare il proprio governo nazionale ma di quello della lotta per la Federazione europea. Il secondo è costituito dalle persone che intendono ampliare la sfera della libertà e della giustizia nelle società nazionali, ma non vi riescono perché le leve del rinnovamento sono europee, non nazionali. Nella misura in cui non si piegano all’opportunismo, e restano fedeli a questi valori, queste persone possono trovare uno sbocco politico solo nel federalismo.

L’insieme di questi atteggiamenti costituisce una immensa forza virtuale, completamente frustrata sul piano politico, e parzialmente espressa su quello economico; l’Europa del Mercato comune ha acquistato un’influenza mondiale a livello economico, mentre è rimasta impotente rispetto alla Russia e all’America nella politica internazionale vera e propria per la mancanza di un governo europeo. Questa forza supernazionale preme contro il potere degli Stati nazionali e quello egemonico americano, che impediscono la sua piena espressione, e può stabilizzarsi solo con la fondazione della Federazione europea.

Esprimendosi attraverso un governo federale europeo, questa forza sarebbe in grado di costituire un terzo centro effettivo della bilancia mondiale del potere. Il mondo non sarebbe più il teatro della sfida di due colossi costretti alla gara di potenza, con la conseguenza di fare di ogni punto del mondo un elemento della propria sicurezza, di alzare il costo militare della sicurezza per tutti gli Stati, di irrigidire tutti i rapporti internazionali. Un terzo centro, spezzando l’equilibrio a due, farebbe diminuire dappertutto la tensione e il costo militare della sicurezza e invertirebbe il processo della politica mondiale, consolidando l’aspirazione universale alla distensione e alla fine della corsa agli armamenti. In particolare all’Europa federata, non più divisa in due da America e Russia, e capace di difendersi da sé, si aprirebbe la via dell’unificazione democratica con gli Europei dell’Est. Nella bilancia internazionale del potere acquisterebbero peso i fattori politico-sociali, avvantaggiando dappertutto le classi politiche favorevoli al progresso civile, e perderebbero peso gli elementi militaristici e nazionalistici. La stessa politica degli Stati più forti (America, Europa, Russia), costretta a manifestarsi più sul piano economico-sociale che su quello militare, finirebbe con l’avere una benefica influenza rispettivamente, grosso modo, sull’America latina, sull’Africa, e sull’Oriente, spingendo le nuove democrazie a partito unico verso una maggiore democratizzazione, e le esperienze comuniste verso linee politiche non staliniane. In breve, il mondo correrebbe velocemente verso la fine della fase nazionale, democratica e socialista della storia, creando dappertutto le condizioni della Federazione mondiale.

Ma la forza sociale supernazionale europea non si esprimerebbe soltanto attraverso il governo europeo. In Europa la spinta verso l’accentramento del potere federale prodotta dalla politica estera sarebbe per lungo tempo bilanciata dalla spinta centrifuga delle tradizioni nazionali. Questa tensione federale, e la cultura che si sprigionerebbe a seguito del superamento delle nazionalità senza spegnerle, farebbe nascere atteggiamenti mondialistici, opposti al governo e alla sua limitazione europea, e uniti a tutti gli atteggiamenti simili che nascerebbero in ogni parte della Terra. E a questo punto comincerebbe l’ultima fase della lotta federalista, quella per il governo federale mondiale.

 

5. I governi nazionali dell’Europa occidentale, costretti alla collaborazione europea per mantenere il loro potere, presentano falsamente questa collaborazione come la costruzione dell’Europa, e frenano la forza sociale supernazionale mantenendola divisa, impotente e senza coscienza di sé.

 

Come ogni forza sociale, la forza supernazionale europea – l’europeismo diffuso – non può raggiungere il suo obiettivo senza una direzione politica autonoma, cioè senza una propria avanguardia politica. Siccome questa avanguardia non si è ancora pienamente sviluppata a causa della divisione dell’europeismo organizzato, l’europeismo diffuso sta ancora completamente sotto il controllo dei governi nazionali, vale a dire delle forze politiche che lo controllano o lo limitano. E sotto questo controllo esso resta in primo luogo diviso, perché queste forze non possono organizzare la popolazione che Stato per Stato, separatamente; in secondo luogo impotente, perché queste forze non possono andare al di là di obiettivi confederali, che lasciano il potere e la lotta per il potere al livello nazionale; e in terzo luogo resta senza coscienza, perché queste forze che creano il loro potere dentro gli Stati e possono modificarli ma non scavalcarli, impongono una divisione del mondo in nazioni.

Ciò non dipende dalla pura e semplice volontà degli uomini, ma dalla struttura della lotta politica. Le modificazioni politiche normali, sia a vantaggio dei lavoratori, sia degli imprenditori, sia dei diversi interessi spirituali, sono esclusivamente nazionali, anche se il loro stimolo è supernazionale o internazionale, perché il quadro esistente nel quale si può agire, e il potere costituito che si può conquistare od influenzare, sono nazionali. Per questa ragione ogni intervento politico normale, e il processo politico ordinario nel suo insieme, generano solo risposte nazionali, contribuiscono a mantenere tutti i poteri nel quadro nazionale, e a mantenere lo Stato nazionale. Questa linea politica generale è propria, praticamente senza brecce, della classe dirigente e della classe politica che vedono il governo nazionale come qualcosa che dipende da loro, e il resto come qualcosa che dipende da altri. D’altra parte tutte le posizioni di influenza o di potere sono nazionali. Per mantenerle, o almeno per non metterle in rischio, bisogna mantenere il quadro nazionale, imporre la cultura nazionale, continuare a far pensare che si possa discutere e cambiare ogni atteggiamento politico (liberale, democratico, socialista, e persino comunista o fascista) ma che non si possa assolutamente mettere in discussione se conviene, oppure no, restare politicamente e giuridicamente tedeschi, francesi, italiani.

Il fatto che i problemi fondamentali mutino dimensione non muta, da solo, il funzionamento del sistema politico nazionale. In Europa i governi, non potendo più difendersi da soli, collaborano nel campo della difesa e della politica estera per mezzo di organismi internazionali ad hoc, dalla NATO all’UEO. I governi inoltre, non potendo più mantenere i rapporti economici nel loro quadro, hanno abbandonato la vecchia politica protezionistica e creato organismi ad hoc di collaborazione internazionale a vari livelli, dal Fondo monetario internazionale alle più circoscritte CECA, CEA, CEE. In questo modo essi soddisfano effettivamente in parte il bisogno di unità europea, la parte compatibile con la semplice collaborazione fra gli Stati e con il mantenimento della divisione politica. Ma questo non basta per dare soluzione efficace ai problemi supernazionali, e nemmeno per conservare la fiducia della popolazione. Per questo i governi cercano di ingannarla, di farle credere che stanno facendo l’Europa, che si occupano attivamente dell’unità europea, che fanno tutto il possibile per farla avanzare. A questo scopo essi presentano falsamente la collaborazione fra gli Stati come il processo di costruzione dell’unità politica vera e propria, e i fatti della politica nazionale di collaborazione europea come i momenti progressivi di questa costruzione, in modo da figurare come i veri artefici dell’unificazione.

Ma non c’è dubbio che nel campo politico non c’è stato, dopo anni e anni, alcun progresso. La lotta dei partiti, i partiti stessi, il potere politico, sono nazionali come sono sempre stati. L’unificazione sociale è molto avanzata, come abbiamo visto, e progredisce continuamente. Ma la struttura della lotta politica è rimasta quella di prima, senza alcuna modificazione in senso europeo. Non c’è alcun grado di lotta politica diretta, di intervento diretto dei cittadini, di voto popolare, per il potere di dirigere la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, l’Euratom o il Mercato comune. L’uomo della strada, la fonte del potere politico, non sa nemmeno che cosa siano questi organismi. E non potrebbe essere diversamente. Egli può votare un partito nazionale, può modificare il governo nazionale, ma non può votare un partito europeo, né modificare, poco o tanto, un governo europeo. Egli non può fare nulla per fare avanzare l’unità politica dell’Europa. Ne segue che non può unirsi agli Europei degli altri paesi, e non può nemmeno prendere coscienza della forza che otterrebbe unendosi agli altri Europei.

Naturalmente la politica nazionale di collaborazione europea non può durare eternamente. Essa è sottoposta a due erosioni, una esterna e l’altra interna. Quella esterna è prodotta dall’europeismo diffuso, che senza governo federale europeo non può stabilizzarsi e quindi non può dare stabilmente il suo appoggio alle forze politiche nazionali. Quella interna proviene dalle basi stesse delle forze nazionali, e si manifesta come distacco delle basi dai vertici. La politica di collaborazione europea delle forze nazionali non può infatti conseguire obiettivi democratici, sia di politica internazionale sia di politica sociale, perché controlla direttamente solo i governi nazionali, che non sono strumenti per questi fini, mentre non può governare l’Europa, che sarebbe il mezzo per conseguirli. Ciò mostra che il controllo dei governi nazionali sull’europeismo diffuso può essere combattuto vittoriosamente.

 

6. Soltanto una avanguardia federalista, con una politica di opposizione permanente agli Stati come comunità esclusive, può unificare la forza sociale supernazionale, liberandola dagli ostacoli posti dall’europeismo governativo, renderla potente e consapevole, e condurla verso il potere di costituire la Federazione europea.

 

Le forze e i partiti nazionali dividono politicamente l’europeismo diffuso, mantenendolo nell’impotenza e nella cecità. Per affermarlo, bisogna dargli forza con l’unità, con la consapevolezza dell’obiettivo e della direzione di marcia per raggiungerlo. Come fare?

In Europa continentale il processo politico inciampa ogni volta che si presentano problemi la cui dimensione reale è europea, problemi che i governi nazionali non possono risolvere o possono risolvere male. In queste circostanze, se si pensa che la causa della cattiva o della mancata soluzione sia nazionale, e si indica una alternativa nazionale, non solo non si elimina la causa del male indebolendo la propria forza, ma si dividono altresì, separandoli Stato per Stato, gli atteggiamenti politici degli Europei. Al contrario si unificano gli atteggiamenti politici a livello europeo se si riconosce la dimensione europea dei problemi, si identificano i fattori supernazionali in causa, e si indica l’alternativa non nella condotta del proprio governo ma nella Costituente europea. In questo caso infatti valgono, per tutta Europa, un solo punto di vista, una sola posizione politica (l’opposizione europea ai governi nazionali) e un solo obiettivo strategico (la Costituente europea). Ci si libera così dagli obiettivi e dalle posizioni nazionali, che dividono gli Europei in campi separati di lotta. E inoltre ci si rafforza, perché si entra veramente in contatto con la realtà della politica e si acquista la speranza positiva di poterla correggere.

La differenza tra il primo e il secondo atteggiamento è tanto teorica quanto pratica. Deformando in senso nazionale la realtà storica, si è infatti costretti ad assumere il primo atteggiamento, per una questione pratica: la decisione di agire nel campo nazionale, il desiderio di mantenere qualche legame con la classe dirigente nazionale, o una alleanza con qualche forza politica nazionale. Si può invece assumere il secondo atteggiamento, e far coincidere il proprio giudizio con la realtà storica, solo se si ha il coraggio di porsi decisamente fuori dal quadro nazionale, di agire indipendentemente dalle forze nazionali e contro il potere nazionale; in defInitiva, se si sceglie, nella lotta politica, l’opposizione di comunità, se si è davvero disposti ad andare non solo contro il governo, non solo contro il regime, ma anche contro lo Stato come comunità esclusiva. Non c’è altro modo di creare un fronte politico unito a livello supernazionale.

Si tratta dunque di portare il maggior numero possibile di militanti su questa posizione in modo che essi, lanciando da molte città in ogni occasione la giusta parola d’ordine europea, contrastino ogni volta le false soluzioni nazionali e confederali che le forze politiche nazionali cercano di imporre all’opinione pubblica nell’ambito dell’europeismo diffuso. Questa politica può essere intrapresa all’inizio solo da coloro che hanno deciso di occuparsi soltanto del problema europeo, cioè soltanto nell’ambito dell’europeismo organizzato. In realtà, essa si è fatta luce, sia pure imperfettamente, nel MFE. Ma è una politica espansiva. E’ l’unica che può gettare gradualmente nella lotta l’europeismo organizzato mantenendolo unito, l’unica quindi che può attribuire un embrione di forza alle sue prese di posizione e che può permettergli di esercitare, con l’aumento progressivo dell’influenza delle sue prese di posizione, una pressione unitaria sull’europeismo organizzabile, sulle persone che vogliono eliminare i mali delle società nazionali ma non hanno ancora compreso che ciò si può fare solo sul piano europeo (si tratta in fondo delle persone che fanno della contraddizione tra valori e fatti una questione personale). In sostanza è la politica unitaria dell’europeismo organizzato e organizzabile che può portare sulla piattaforma dell’opposizione di comunità, e della richiesta del potere costituente del popolo federale europeo, tutte le energie autenticamente progressive.

Con questa politica potrebbe nascere un vero e proprio Movimento politico supernazionale. Esercitando un’influenza sull’europeismo diffuso dell’opinione pubblica, esso acquisterebbe un peso proprio nell’equilibrio politico, introducendovi la componente europea che ora manca. Il solco tra il crescente carattere supernazionale della società e la politica nazionale dei governi e della classe dirigente nazionale è destinato ad aumentare. Il Movimento supernazionale sposterebbe dunque facilmente molte energie dal campo nazionale al campo europeo, sottraendole alle alternative storicamente false, che si formano all’interno degli Stati, tra destra e sinistra, liberalismo e socialismo, fascismo e comunismo. Ad un certo grado di sviluppo della forza supernazionale si formerebbe una bilancia di potere tra la sua influenza federalista e l’influenza confederale dei governi nazionali, e finalmente si fronteggerebbero il «federatore» e il nazionalismo nella sua ultima espressione: il confederalismo dei governi e dei partiti nazionali.

A questo punto, la prima grossa difficoltà europea in uno Stato nazionale importante, la Francia o la Germania, darebbe luogo alla crisi risolutiva. E’ evidente che non si può fare la Federazione senza togliere il potere agli Stati, cioè senza crisi di potere. Orbene, il Movimento supernazionale, trasferendo energie dal campo nazionale al campo europeo, porterebbe sul terreno europeo la crisi storica degli Stati e faciliterebbe la crisi del loro potere. Si tratterà probabilmente di una ennesima crisi del potere democratico nazionale, vale a dire, in mancanza di una alternativa europea, di una crisi sfruttabile solo da forze autoritarie, e in ultima analisi solo dal fascismo o dal comunismo. Allo scoppio della crisi, le forze democratiche nazionali perderebbero il controllo del potere, e perciò anche l’influenza sull’europeismo diffuso. L’europeismo diffuso, cioè la maggior parte della popolazione, sarebbe finalmente sganciato del tutto dalle sue guide nazionali, e del tutto disponibile per il Movimento supernazionale, che potrebbe dargli coscienza e unità con le parole d’ordine del «potere federale europeo» e della «Costituente». E’ indubbio che su questa posizione si raccoglierebbero molte più persone che sulle posizioni autoritarie, fasciste o comuniste. Non si può dire sin d’ora se la Costituente, che ricostruirà il potere sfuggito agli Stati, sarà legale, cioè convocata dagli stessi parlamenti nazionali, o rivoluzionaria. Ciò dipenderà dalla gravità della crisi del potere e dalla capacità delle forze nazionali di mantenere, oppure no, con la copertura della Costituente europea, il controllo dell’esercito e della polizia.

 

7. L’organizzazione di questa lotta per un potere futuro in un quadro, quello europeo, non ancora costituito, richiede un Movimento supernazionale e una azione che faccia di ogni interesse e di ogni sentimento supernazionale un elemento della costruzione e del rafforzamento del suo quadro politico, per impedire che la semplice inerzia trattenga gli Europei nell’orbita dei poteri nazionali e per farli convergere sul terreno europeo.

 

In quali forme può essere organizzata una politica di opposizione di comunità e di richiesta del riconoscimento del potere costituente del popolo europeo? Si tratta di reclutare progressivamente le energie dell’europeismo organizzato e dell’europeismo organizzabile, senza mai stabilizzare le proprie forze, quindi di fare un Movimento, non un partito. Si tratta di unificare queste energie a livello supernazionale, quindi di fare un Movimento supernazionale che non dovrà mai partecipare alle elezioni nazionali per non dividersi in tronconi nazionali ma dovrà invece, in caso di necessità, sabotarle. Si tratta di stabilire un contatto profondo tra l’azione dei militanti e le idee e i sentimenti della popolazione, quindi di dare alle sezioni locali il carattere di centri di agitazione dell’ opinione pubblica e di centri di elaborazione di una cultura politica nuova. Si tratta di dare al Movimento la capacità di chiamare a raccolta, nel momento decisivo, tutta la popolazione, quindi di costruire un interlocutore europeo visibile dei governi nazionali, che possa tenere la piazza nei giorni della crisi. Si tratta di assicurare la vita delle sezioni e del centro europeo senza legarsi ad alcuna forma di potere nazionale, quindi di autofinanziare il centro europeo e l’attività ordinaria delle sezioni. E si tratta infine di suscitare l’esigenza che incanali effettivamente in questi strumenti di azione le energie dell’europeismo organizzato, di quello organizzabile e di quello diffuso. Nella situazione attuale gli incentivi ad agire politicamente, in qualunque forma, dall’adesione ideale a una forza politica al militantismo vero e proprio, sono esclusivamente nazionali. Solo nel quadro nazionale si possono ottenere dei risultati politici. Nella lotta politica nazionale interesse e risultati, propaganda ed azione, coincidono. Basta modificare le opinioni dei cittadini per modificare la quantità di voti dei partiti, e quindi la condotta del governo. Il quadro nel quale agiscono i partiti, lo Stato, fa automaticamente coincidere la più semplice forma di propaganda di una idea politica con l’azione per darle del potere. Ma la lotta politica per il federalismo e l’Europa si svolge in un quadro non ancora costituito, su un terreno dove non esiste ancora una bilancia di potere, cioè il mezzo per tradurre l’aumento delle persone favorevoli all’Europa in un aumento del potere di farla. Questo fatto rende vani i sacrifici dei militanti, e fa girare a vuoto la propaganda, che, dissociata dall’azione politica vera e propria, non è in grado di ottenere dei risultati politici. Questa situazione può essere superata solo con un’azione ad hoc, che simboleggi in modo visibile il popolo europeo e il suo potere costituente, e faccia vivere il quadro europeo della lotta politica come una realtà psicologica nella mente di coloro che, in qualunque modo, partecipino a questa azione.

Naturalmente questa azione-quadro non deve escludere alcuna altra azione federalista, ma deve al contrario valorizzarle tutte, nella loro diversità necessaria per aderire alla realtà dell’Europa. Nella situazione attuale le varie iniziative federaliste contano poco perché rimangono fine a sé stesse. Esse potrebbero invece rafforzarsi se fosse possibile fare di ciascuna un fattore di rafforzamento del quadro europeo di lotta per il potere e del federatore visibile. Per ottenere questo scopo l’azione-quadro deve possedere i seguenti requisiti: a) deve essere fatta dagli Europei stessi, guidati dai federalisti; b) deve suggerire loro che sta nascendo e rafforzandosi la lotta per l’Europa; c) deve progredire senza interruzione nello spazio e nel tempo, in modo da far dipendere dagli Europei stessi, e da tutti gli uomini di buona volontà disposti ad entrare nei ranghi federalisti, il rafforzamento del quadro e del potere di fare l’Europa. Solo in questo modo, facendo coincidere impegno e risultati, propaganda ed azione, in ultima analisi lavoro e aumento della forza, si possono incanalare progressivamente nel Movimento supernazionale le energie disponibili, vale a dire l’europeismo organizzato, quello organizzabile e quello diffuso.

Al suo livello più elementare l’azione-quadro è il censimento volontario del popolo federale europeo. I suoi mezzi di espressione sono: a) adesione alla Federazione europea mediante firma su una scheda, conteggio progressivo delle schede sino ad ottenere la maggioranza almeno nell’ambito dell’Europa dei Sei, pagamento della scheda d’adesione da parte dell’aderente per autofinanziare la campagna; b) presa di posizione da parte dei censiti, su iniziativa dei federalisti, su fogli ufficiali della campagna, in ogni occasione nella quale gli Stati manifestino la loro impotenza a risolvere i problemi politici di dimensione europea.

A proposito del lancio e della diffusione di questa campagna si deve tenere presente che il MFE, o anche una parte di esso, è abbastanza forte per ottenere in un anno circa un milione di adesioni, e superare così l’attuale momento di inerzia. Sulla base di questo numero di adesioni è legittima la seguente previsione. In ogni punto dell’Europa si parla dell’Europa per la forza stessa delle cose. Orbene, nei punti toccati dalla campagna, ogni individuo che parli dell’Europa parlerà anche di questa campagna (Che cosa è questo censimento volontario del popolo europeo? Serve, non serve?). Questi individui parlerebbero così del fine della campagna – la maggioranza a favore della Federazione – come di una impresa il cui successo dipende da ciascuno e da tutti. La campagna si troverebbe pertanto, nella testa degli individui, un po’ più avanti rispetto al suo grado effettivo di realizzazione: lo scarto costituito dal fatto che tutti coloro che ne prendono conoscenza possono mandarla avanti con la propria adesione, o quella dei conoscenti e così via. In tal modo la campagna recluterebbe tutta la buona volontà europea disponibile e farebbe nascere, con la presenza dei federalisti in tutte le città e il loro contatto organico con la popolazione, dei veri e propri centri sia di agitazione dell’opinione pubblica sia di cultura politica.

A un certo grado di sviluppo l’azione-quadro, pur continuando nella sua forma elementare per estendere il Movimento supernazionale dappertutto, ci permetterà di rilanciare il Congresso del Popolo Europeo e di dotarlo di una maggioranza strettamente federalista. Stimolando la volontà di agire nei vecchi gruppi federalisti e creando gruppi nuovi, l’azione-quadro ci darà la possibilità di fare, tra non troppo tempo, le elezioni del CPE in un centinaio di città e nello stesso giorno. E quando faremo nello stesso giorno, in cento città, le elezioni del CPE, incentrandole sul problema dell’Europa politica, e sfruttando una situazione nella quale i cittadini ne sentano la necessità, e i governi non sappiano provvedere, faremo nascere, senza dubbio, un grande movimento di opinione, un reale potere europeo. Quel giorno, finalmente, comincerà davvero la lotta tra chi vuole l’Europa e chi non la vuole, nei termini decisivi della Costituente, da una parte, e del mantenimento della sovranità assoluta degli Stati nazionali, dall’altra, senza le comode scappatoie di oggi che permettono a tutti di dichiararsi a favore dell’Europa senza farla.

 

Mario Albertini

 


* Si tratta di un documento elaborato da Mario Albertini come contributo al dibattito (iniziato al Congresso del MFE sovrannazionale, tenutosi a Lione nel febbraio del 1962) sulla natura dell’organizzazione e della lotta del Movimento e sugli strumenti dell’azione. Il Progetto di Manifesto è stato proposto come alternativa al Progetto di Carta, ispirato al pensiero di Alexandre Marc, elaborato dalla cosiddetta «Commissione della Carta». Esso ha costituito il fondamento teorico e pratico della vita del MFE per molti anni e, al di là dei cambiamenti di prospettiva, di analisi e di azione legati all’evoluzione della realtà storico-politica, per molti aspetti rimane tuttora un valido strumento di riflessione sull’identità e sul ruolo dell’avanguardia federalista.

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