Anno XLIII, 2001, Numero 1, Pagina 80

 

 

L’UNIONE MONETARIA E
L’ALTERNATIVA POLITICA EUROPEA*
 
 
Abbiamo dedicato questo numero alle relazioni presentate da Robert Triffin, professore all’Università di Yale, Rinaldo Ossola, Presidente del Comitato di esperti del Gruppo dei Dieci e vice-direttore generale della Banca d’Italia, e Mario Albertini, al Convegno sul tema: «Per un sistema europeo di riserva», organizzato a Torino il 20 giugno 1970 dal Centro di studi e informazioni, sulla base di un documento di lavoro elaborato dai militanti torinesi del MFE Alfonso Iozzo e Antonio Mosconi, già noto ai nostri lettori perché pubblicato sul n. 2, 1969 di questa rivista.
Lo scopo è quello di isolare, e di invitare a discutere, un elemento della situazione politica che potrà assumere, se la sua natura sarà veramente chiarita e convenientemente sfruttata, un interesse eccezionale per l’integrazione europea e il federalismo. L’elemento in questione è l’impegno dei governi di realizzare, nel corso dei prossimi dieci anni, l’unione monetaria ed economica. Gli aspetti che lo staccano dagli altri dati della situazione politica, e ne costituiscono il rilievo, sono: a) la consistenza, b) la soluzione (se ci sarà una soluzione).
Gli impegni dei governi per una Europa che vada al di là della somma degli interessi nazionali degli Stati non sono, per definizione, una cosa seria. Ma, fortunatamente, dietro l’impegno per l’unione monetaria ed economica, c’è la spinta dei fatti. L’unione monetaria ed economica non è ancora, a più di un anno dalla Conferenza dell’Aja, né la manifestazione di una vera volontà politica, né un programma realistico e realizzabile. Ma è un nodo da sciogliere. E’ un nodo creato dal grado di sviluppo del Mercato comune. I governi e i partiti non potranno non occuparsene fino a che i problemi posti dal grado di sviluppo del Mercato comune non saranno o risolti, o eliminati con l’eliminazione stessa del Mercato comune.
I governi, i partiti, i centri di informazione, in una parola la classe dirigente, non si rendono conto, salvo lodevoli eccezioni individuali, del crocevia cui è giunta l’integrazione europea. Alla vociferazione dei governi, alla loro pretesa infantile di fare la moneta europea senza costituire, prima, un governo europeo, fa eco, sulla stessa linea, e senza la scusante della reticenza talvolta necessaria a chi agisce, il coro dei grandi giornali, che arrivano persino, con un «pragmatismo» che fa impallidire quello di Pompidou, a giudicare come sterile esercizio dottrinario dei mistici dell’Europa il realismo razionale di chi fa presente il nesso fra moneta e governo.
Bisognerebbe dunque ribadire che il rifiuto del razionale è il rifiuto del reale; la fuga dal terreno della responsabilità, che comporta la razionalità del progettare; il rifugio nell’ignavia del «beneficio del tempo» (la suprema massima politica degli italiani alla fine del ‘400), che lascia ai fatti, cioè agli altri, in concreto ai Russi e agli Americani, il compito di progettare e costruire il futuro.
Ma vale piuttosto la pena di osservare che l’Europa moribonda si esprime proprio quando l’Europa nuova può nascere. E’ già accaduto con la CED. Nella coscienza della classe dirigente, ma non nel germe duro dei fatti, la CED era una farneticazione, l’idea di un esercito europeo senza uno Stato europeo, come se fossimo ancora all’epoca feudale degli eserciti raccogliticci.
Anche la moneta europea senza uno Stato europeo è una farneticazione. Ma finché i governi e i partiti dovranno occuparsene, ci sarà uno spazio per l’azione di una minoranza lucida e coraggiosa, capace di giocare il gioco della realtà, e non quello illusorio del narcisismo delle anime belle che infesta la politica europea al pari del pragmatismo della classe dirigente. Si tratta di accettare il gioco, imposto a tutti dalla situazione, dell’unione monetaria, e di puntare sul fatto elettorale europeo per spostare dal piano nazionale a quello europeo il meccanismo di motivazione e di formazione della volontà politica.
Ciò non comporta che i militanti federalisti debbano rinunziare a qualche cosa. La grande lezione del federalismo europeo nato nella Resistenza resta quella che è sempre stata: o l’Europa entra in una fase costituente globale, per adattare tutte le istituzioni politiche ed economiche alle esigenze della società, o è destinata alla morte storica.
I militanti federalisti sanno che questo disegno non sarà mai realizzato da una pattuglia di illuminati. Sanno che questo disegno non può essere che l’espressione storica della nascita, dell’affermazione e della vita del popolo europeo. Puntare sul fatto elettorale europeo è riconoscere questa verità semplice e nel contempo grandiosa, è riconoscere il ruolo del solo protagonista possibile di questo processo, e intanto liberarlo, con il mezzo elettorale europeo, dalle prigioni politiche nazionali nelle quali non può né pigliare coscienza di sé stesso, né unirsi, né provvedere al suo destino.
 
Mario Albertini


* Testo pubblicato in francese in Le Fédéraliste, XIII (1971).

 

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