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I fatti e le idee

Anno III, 1961, Numero 5, Pagina 220

 

 

CRONACHE MINIME DI STRASBURGO
 
 
Il rapporto della Commissione della C.E.E. — Dopo l’Alta Autorità, anche la Commissione della C.E.E. e quella dell’Euratom, hanno pubblicato le loro relazioni annuali. Quanti ancora dubitano della nostra tesi — secondo la quale le «Comunità» non sono altro che delle particolari organizzazioni istituzionalizzate di diritto internazionale — non hanno che da leggersi le relazioni dei sedicenti «Esecutivi» di Bruxelles o del Lussemburgo, e paragonarle con quelle che vengono pubblicate con ugual fervore ogni anno dall’O.E.C.E. dall’E.C.E. o dal B.I.T. Fra queste relazioni non c’è alcuna differenza: sono tutte scritte nel tipico linguaggio degli esperti — tecnico e spoliticizzato, proprio di chi consiglia ma non ha il potere di decidere — contengono tutte proposte ragionevoli, che di solito rimangono sulla carta; tutte infine si esprimono al condizionale, suggerendo, proponendo, spiegando quello che bisognerebbe fare, e che questi «Esecutivi» non banno il potere di fare.
Se un Marziano scendesse sulla terra e gli si domandasse di scegliere, fra tutte queste relazioni, quale appartiene ad una «Commissione», a un organo comunitario, insomma a un «Esecutivo dotato di poteri reali», siamo pronti a scommettere che non saprebbe scegliere. Forse certi rapporti dell’E.C.E. — soprattutto dell’epoca in cui questa era diretta da Gunnar Myrdall (per esempio l’Economic Survey of Europe since the war del 1952) gli sembrerebbero meglio congegnati e più solidi, ed egli finirebbe con l’indicarne uno di quest’ultima istituzione, che in realtà è la più debole e politicamente inconsistente.
Qui non si vogliono contestare i progressi realizzati (grazie a una congiuntura eccezionalmente favorevole) dal mercato comune, così come non si possono contestare i progressi realizzati negli anni scorsi dall’O.E.C.E. (grazie all’imponente aiuto americano). Si tratta invece, in un caso come nell’altro, di comprenderne la natura e i limiti e di valutare, oltre allo sforzo positivo che è stato compiuto, tutto quello che si sarebbe potuto fare con altri metodi e che è rimasto irrealizzato. E in effetti, se l’unione doganale fra i sei ha fatto dei notevoli passi in avanti, che fine hanno fatto l’integrazione economica e la politica comune? Lasciamo la parola alla relazione annuale della C.E.E. Quale è dunque la politica congiunturale comune?
«Nel corso del 1960 la politica finanziaria dei paesi membri si è infatti adattata più o meno bene alle necessità della politica congiunturale. Nei Paesi Bassi in particolare non soltanto è stato limitato l’incremento degli investimenti pubblici, ma sono stati altresì emessi prestiti, al fine di assorbire le liquidità eccedentarie. Nella Repubblica Federale di Germania l’incremento delle spese è stato certamente un po’ troppo sensibile dal punto di vista della politica congiunturale, ma grazie al forte aumento degli introiti fiscali e all’ampiezza delle spese all’estero, i bilanci delle amministrazioni hanno contribuito a riassorbire le liquidità interne in una misura ancora più forte che nell’anno precedente. Negli altri paesi membri, in particolare in Francia e in Belgio, non è stato necessario adottare una politica finanziaria intesa a frenare la congiuntura, in Italia è stato anzi possibile continuare ad applicare in materia di bilancio una politica d’espansione».
Ogni paese, dunque, agisce per suo conto: la Commissione non fa che consigliare, esattamente come faceva l’O.E.C.E.: «La Commissione della C.E.E. ha sottolineato a più riprese che una migliore utilizzazione delle riserve di sviluppo rappresentate dalle eccedenze delle bilance dei pagamenti, consentirebbe di evitare il pericolo di squilibri fra la domanda e l’offerta globale. Essa ha altresì richiamato l’attenzione non soltanto sulla possibilità di compensare le troppo elevate eccedenze della bilancia dei pagamenti correnti mediante una intensificazione delle esportazioni di capitali — tal mezzo ha del resto un effetto soltanto ristretto sulla congiuntura — ma anche sul fatto che una modifica delle correnti di scambio con l’estero di beni e di servizi, contribuirebbe in maniera rapida ed efficace all’equilibrio interno. A tal proposito la Commissione ha insistito sull’importanza di una politica commerciale liberale e si è rallegrata per le nuove misure di liberalizzazione delle importazioni che sono state prese da alcuni Stati membri».
D’altra parte, se qualcuno degli Stati membri prende delle decisioni unilaterali e senza consultare nessuno, non resta che fingere che tutto fosse stato concertato in precedenza: «Si è constatato che la Repubblica Federale di Germania registrava permanentemente eccedenze assai elevate nella sua bilancia dei pagamenti. Non soltanto tale situazione provocava sfavorevoli conseguenze nella ripartizione delle liquidità internazionali, ma, a causa delle sue ripercussioni sul mercato interno, ostacolava la politica di stabilizzazione dei prezzi. In mancanza di una rivalutazione del marco ci si poteva attendere che l’adattamento si realizzasse grazie ad un sensibile aumento dei prezzi e dei costi tedeschi, e la Commissione ha espressamente richiamato l’attenzione delle autorità tedesche su tale eventualità. In effetti il governo federale ha deciso il 4 marzo 1961 di rivalutare il marco del 5%. I Paesi Bassi l’hanno seguito il 6 marzo, rivalutando nella stessa proporzione il fiorino. Tale paese, infatti, registrava anch’esso, in maniera permanente, un’eccedenza della sua bilancia dei pagamenti e si trovava, come la Repubblica Federale di Germania, nella necessità di ritornare ad un migliore equilibrio dei pagamenti con l’estero, onde mantenere la stabilità dei prezzi».
La Commissione ha delle idee precise e interessanti (le proposte ragionevoli, delle quali parlavamo poco sopra) riguardo «alla instaurazione di un mercato comune per il petrolio greggio ed i prodotti derivati dalla raffinazione. In realtà tale obbiettivo è ancora lontano. Gli scambi fra i paesi membri si riferiscono ancora a quantitativi limitati e tra i diversi mercati esistono disparità di prezzo che negli ultimi anni hanno manifestato tendenza ad accentuarsi. Dinanzi alla nuova situazione creata dalla sempre crescente disponibilità di petrolio greggio nelle diverse regioni del mondo e dal ribasso dei noli — fattori che hanno determinato una decisiva riduzione dei prezzi dei prodotti petroliferi — i vari governi hanno reagito molto diversamente. I governi dei paesi che producono soltanto quantità limitate di carbone cercano di far beneficiare completamente gli acquirenti del ribasso dei prezzi, gli altri governi invece cercano di limitare i riflessi politici e sociali che tale ribasso rischia di avere sulla loro industria carbonifera. Se i notevoli scarti già osservati fra i prezzi dell’olio combustibile nei vari paesi della Comunità dovessero mantenersi o aggravarsi, sarebbe indubbiamente assai difficile porre termine al frazionamento del mercato dei prodotti energetici. Si comprenderà tutta la gravità di questa situazione ove si tenga presente la funzione esercitata dal prezzo dell’energia in taluni importanti settori dello sviluppo economico. In determinate industrie ne risulterebbe una distorsione dei costi che potrebbe compromettere la piena attuazione del mercato comune nel suo complesso. La Commissione europea è stata quindi indotta a studiare il coordinamento delle politiche petrolifere nei paesi della Comunità». E che cosa ha fatto in particolare? Ha inviato un certo numero di questionari ai governi! E non abbiamo bisogno di ricordare che spesso, anche quando ha presentato delle proposte più precise, come nel caso dell’agricoltura, l’onnipotente volontà dei governi o di un governo ha fermato tutto.
 
Lo statuto europeo dei minatori. — Se si tiene conto di questa completa impotenza degli «Esecutivi» si comprende la strana procedura che si è immaginata per quello che è stato pomposamente chiamato lo «Statuto europeo dei minatori». Si tratta, in due parole, come si legge nel rapporto della commissione sociale dell’A.P.E., della «stabilità della manodopera nelle miniere di carbone. Per raggiungere questo obbiettivo, è necessario far sì che i minatori godano di condizioni di vita e di lavoro corrispondenti alle dure caratteristiche della loro professione e alle necessità della economia e della produzione carboniera. Sul piano comunitario, sarebbe utile armonizzare queste condizioni di vita e di lavoro, nel quadro di uno statuto europeo del minatore». Questo statuto, sempre secondo la commissione sociale dell’A.P.E., dovrebbe fondarsi inoltre sui seguenti principii: «a) livello salariale medio superiore a quello delle altre categorie professionali; b) garanzia di reddito mensile od annuo minimo, qualunque sia la situazione dell’industria carboniera; c) orario di lavoro ridotto rispetto agli altri settori professionali; d) garanzia della massima sicurezza possibile; e) garanzia di un’effettiva stabilità dell’occupazione».
Tutto questo è molto ragionevole e degno di approvazione. Ebbene, ha forse l’Assemblea elaborato un progetto di legge in proposito, o ha almeno invitato l’Alta Autorità ad occuparsene? No; essa si è affidata agli interessi e alle forze costituite: «l’Assemblea Parlamentare Europea considera che il mezzo più adeguato per pervenire all’elaborazione di questo statuto consista in regolari e periodiche riunioni della Commissione mista che riunisce i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro dell’insieme dell’industria carboniera della Comunità. Tale Commissione mista verrebbe incaricata di elaborare delle convenzioni fondamentali sulle condizioni di lavoro e di vita dei minatori della Comunità».
 
Il rapporto della Commissione dell’Euratom. — Vogliamo ancora accennare al rapporto della Commissione della C.E.E.A. Qui non dobbiamo neppure sfogliare le pagine del rapporto per dimostrare la nostra tesi: dal momento stesso della sua nascita, dal momento in cui i governi hanno rinunciato a fare dell’Euratom un organo politico, incaricato del problema degli investimenti, di una industrializzazione atomica comune nei 6 paesi, questo organismo ha cessato di essere quello che all’inizio si era sperato (una Autorità comunitaria, anche se nel senso limitato in cui lo sono la C.E.C.A. o la C.E.E.) ed è diventato un’Agenzia internazionale per l’energia atomica, come lo sono le altre agenzie atomiche esistenti presso l’O.E.C.E. o a Vienna. Nel rapporto si può al massimo trovare una conferma di questa realtà.
Innanzitutto del fatto che la C.E.E.A. non ha alcuna competenza reale nello sviluppo dell’industria atomica dei diversi paesi: il rapporto si limita a fare un elenco (esattamente, ancora una volta, come il rapporto di una qualsiasi altra Agenzia internazionale) dei progressi, più o meno rapidi, realizzati nei vari Paesi membri (si veda la prima parte del III capitolo «Industria ed economia»). Secondariamente, del fatto — che i federalisti avevano da tempo denunciato — che la vera funzione dell’Euratom in questo campo è soprattutto quella di compiere gli studi e le ricerche non redditizie, a livello comunitario e pubblico, per permettere più facilmente ai grandi monopoli di sfruttare in proprio i vantaggi e gli utili che derivano da quelle ricerche. Il rapporto l’ammette in una maniera quasi ingenua: «Se da una parte il ricorso all’energia nucleare rappresenta un mezzo del futuro, indispensabile per far fronte all’aumento dei fabbisogni energetici, dall’altra, le centrali nucleari potranno assumere il loro compito nelle condizioni richieste di continuità, sicurezza e pieno valore economico soltanto quando la loro costruzione sarà fondata su un potenziale industriale adeguato. Per promuovere in conformità dei suoi compiti lo sviluppo di questo potenziale industriale e accelerare in tal modo l’avvento alla concorrenza dell’energia nucleare, la Comunità deve contribuire a creare le competenze indispensabili, favorendo la costruzione di reattori di potenza, su scala industriale. Soltanto nel quadro di una simile esperienza sul piano della tecnologia e dell’adattamento industriale: a) le industrie potranno affrontare e risolvere i problemi connessi alla fabbricazione di tutti gli elementi di cui si compongono i reattori o che verranno da questi utilizzati; b) gli architetti ingegneri potranno familiarizzarsi con i problemi di progettazione dei reattori e di gestione dei cantieri di costruzione; c) potranno essere create ex novo o sviluppate industrie per prodotti o servizi specificamente nucleari; d) i gerenti di centrali elettriche potranno acquistare esperienza nell’avviamento e nell’esercizio delle centrali nucleari; e) potranno essere costituiti gruppi competenti di personale specializzato per seguire i vari sviluppi della tecnica nucleare.
Soltanto l’esperienza acquisita nella costruzione di centrali a grandezza reale consentirà di mettere in evidenza i problemi tecnologici nelle loro vere proporzioni e rapporti, di verificare i risultati delle ricerche precedenti e di operare in condizioni che rispondano alle esigenze della pratica della produzione di energia. Nelle attuali circostanze la sola iniziativa dei produttori di elettricità non potrebbe certo condurre ad un numero di realizzazioni concrete sufficiente per una discreta esperienza e gli sforzi delle industrie della Comunità mancherebbero senza dubbio di coordinazione. Per tali ragioni si rivela indispensabile un’azione della Comunità tendente a promuovere la costruzione di reattori di potenza; tale azione dovrà cercare di: a) dare impulso ad un minimo ragionevole di realizzazioni nei paesi della Comunità; b) suscitare l’interesse del maggior numero possibile di costruttori e gerenti, grazie ad una vasta diffusione delle cognizioni acquisite; c) promuovere la costruzione di tipi di reattori diversi, promettenti dal punto di vista tecnologico ed economico».
E l’on. Battistini, parlando a nome del gruppo democristiano, l’ha affermato in un modo altrettanto chiaro, nella sessione dell’A.P.E. del mese di giugno: «L’attività sempre più importante dell’Euratom — ha dichiarato — consiste nella ricerca del perfezionamento dei mezzi tecnici che dovranno permettere che l’energia nucleare possa concorrere a prezzi competitivi con l’energia tradizionale».
Ci sono, senza dubbio, dei lati positivi della Comunità atomica, come la Protezione Sanitaria o il Controllo di Sicurezza. Ma se tutto si riduce a questo, valeva proprio la pena di edificare una «Comunità Supernazionale», con Consiglio dei Ministri, Esecutivo Assemblea, Corte? Una struttura ben più modesta, come quella di una qualunque organizzazione internazionale, sarebbe stata largamente sufficiente.
 

 

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