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I libri

Anno III, 1961, Numero 6, Pagina 295

 

 

Achille Albonetti, Preistoria degli Stati Uniti d’Europa, Giuffrè, Milano, 1960, pp. 366, L. 1800.

 
 
In questo libro l’Albonetti racconta il cammino percorso dalle varie politiche nazionali della piccola Europa sulla strada dell’unificazione europea dal Congresso dell’Aja al piano De Gaulle. L’indagine muove da un’analisi sufficientemente chiara delle ragioni per cui alla fine della seconda guerra mondiale il progetto europeo ha cessato di essere meno ideale di buongoverno nella testa di alcuni studiosi per tradursi in concreta alternativa politica. I rapporti di forza sono mutati in Europa e nel mondo. Il rapido sviluppo delle grandi potenze continentali, Stati Uniti e Unione Sovietica, si accompagna al declino dei singoli Stati dell’Europa occidentale. Il sistema europeo degli Stati cessa di essere il centro dell’equilibrio politico mondiale. Anche la gravità dei problemi economici e il delinearsi della guerra fredda agiscono come forze centripete in Europa, e «costituiscono stimoli addizionali per l’azione». Il problema tedesco, a sua volta, condiziona largamente le scelte della politica francese e britannica. Quali sono gli effetti di una situazione di questo tipo? Nelle menti di taluni uomini politici europei va facendosi strada l’idea che da tanti vicoli ciechi possa uscirsi soltanto con la costruzione di un nuovo Stato: gli Stati Uniti d’Europa.
L’idea non è nuova; ma nella testa dei politici soltanto ora comincia a farsi strada. La prima dichiarazione veramente impegnata è di Churchill. Ad essa ne fanno seguito altre. Il fronte si delinea; il problema più grave sembra quello della scelta del metodo per attaccare.
La storia dell’Europa dal 48 ad oggi (o meglio la preistoria, come ci avverte Albonetti stesso, giacché «il sostantivo fornisce l’idea di qualcosa di incerto e di poco noto») è sostanzialmente un susseguirsi di tentativi degli europeisti di perseguire questo ideale, e anzitutto di individuare gli strumenti più adeguati al suo raggiungimento.
In questa luce vanno esaminate le diverse istituzioni europee: dall’OECE al Consiglio d’Europa, alla CECA, alla CED, al MEC, all’EURATOM. Gli anni dal 47 al 49, gli anni dell’OECE e del Consiglio d’Europa sono descritti dall’Albonetti come anni di grande fervore e attività europeistici: «Churchill, Schumann, Bidault, De Gasperi, Adenauer, Spaak, Reynaud ed altri uomini politici eminenti si batterono contemporaneamente per dare concretezza all’ideale dell’Europa unita… Ai primi entusiasmi ed alle prime realizzazioni successero… le prime sconfitte e le prime delusioni. Ma le discussioni, le polemiche ed anche le sconfitte furono tutt’altro che inutili. Esse temperarono gli spiriti affinandone le idee e gli strumenti per realizzarle. Una selezione severa fu fatta, inoltre, quasi automaticamente tra coloro — uomini governi e nazioni — che veramente erano disposti a battersi per l’unificazione del nostro continente e coloro, invece, per cui tale obbiettivo non era che un pretesto per operazioni di politica interna od estera più o meno valide». Esaminando le diverse politiche nazionali di fronte al problema europeo, ad Albonetti sembra di riuscire ad isolare con sufficiente precisione i comportamenti che tendono all’Europa e quelli che tendono a rallentare il processo di integrazione o addirittura a ostacolarlo. Dall’esame delle politiche dei vari Stati emerge sostanzialmente come, fatta eccezione per le vocazioni delle estreme destre e delle estreme sinistre in Italia e in Francia, della socialdemocrazia in Germania, di certi tentennamenti della diplomazia olandese e belga, la classe politica dei vari Stati nazionali abbia vocazioni segnatamente europee: vocazioni che si maturano nella costante lotta per acquisire alla piattaforma europea la politica britannica, o quanto meno, per procedere per la strada intrapresa nonostante i continui tentativi britannici di frapporvi ostacoli.
In una situazione così prospettata riesce difficile intendere come la politica europea sia sostanzialmente caratterizzata da continue sconfitte di coloro che intendevano per unificazione dell’Europa la creazione di uno Stato nuovo e non di una sorta di alleanza tra Stati sovrani, soggetta a vacillare ad ogni minimo mutamento nella politica di uno qualsiasi dei suoi membri, di una federazione in ultima analisi anziché di una confederazione.
E riesce ancora difficile seguire l’Albonetti nella giustificazione che egli fornisce agli uomini politici nazionali nel momento in cui si apprestano al rilancio europeo con la formulazione del progetto di istituzione del MEC. Secondo l’A., gli europeisti in questa circostanza hanno fatto della vera strategia europea. Il mercato comune, non comportando nessuna sostanziale limitazione alla sovranità degli Stati (chi vuole andarsene dall’oggi al domani è libero di farlo), è passato alla prova dei sei parlamenti. Il mercato comune, afferma l’A., è diventato una realtà, nel senso che ha condizionato e condiziona le scelte degli operatori economici, ha inciso e incide tuttora sul volume della produzione, sulla distribuzione dei fattori produttivi, sulla loro remunerazione e via di seguito. Senza che i suoi avversari se ne accorgessero esso è diventato una realtà operante. Nel giro di pochi anni si incominceranno a sentire i suoi effetti sia negativi che positivi. Di fronte ai primi grossi ostacoli l’alternativa sarà questa: 1) buttare all’aria tutto quello che era stato fatto e tornare alla certezza dell’incerto ieri, 2) fare un passo decisivo in avanti. I popoli della Comunità, dice Albonetti, opteranno per il coraggio e la speranza. Riesce difficile comprendere tutto questo perché non si vede ancora bene quale sia davvero il nemico contro cui questi Don Chisciotte si battano. La situazione, come abbiamo visto, spinge all’integrazione, gli Stati della piattaforma a sei sembrano favorevoli: da che le sconfitte, perché l’esistenza di strategie che sanno di sottili e subdoli sotterfugi?
La verità è che, secondo Albonetti, gli europeisti «si accorsero che la necessità obiettiva di unire l’Europa e la tensione internazionale, che ne costituiva un incentivo di carattere immediato, non rappresentavano una spinta sufficiente. Ciò del resto è spiegabile. Il concetto di sovranità nazionale e le tradizioni di popoli differenti — anche se di civiltà comune — strutture e interessi politici economici e sociali diversi e spesse volte contrastanti, sono tutte realtà che hanno ostacolato e ostacolano tuttora il processo di unificazione del nostro continente». Ma bastano queste considerazioni a spiegare le apparenti sconfitte e le apparenti vittorie dei cosiddetti europeisti, o non si dovrà, piuttosto, tentare di dare una spiegazione politica strutturale, come vedremo, all’emergere dei loro atteggiamenti e delle istituzioni «europee» da essi messe in opera?
Nell’analisi dell’Albonetti ci sono molte cose che non convincono. Ma ciò che soprattutto colpisce nella sua indagine sono alcune contraddizioni fattuali, di natura simile a quella sopra notata, tra le volontà espresse in un certo momento di molti protagonisti dell’«europeismo» e le loro azioni in un altro momento. Tali contraddizioni non sono però tali se si adotta lo schema di riferimento dei fatti storici che l’Albonetti impiega per selezionare e spiegare i fatti stessi. Si tratta di uno schema di riferimento volontaristico che spiega i comportamenti degli uomini in rapporto esclusivo — o quasi — con la loro volontà e le loro idee. Per esempio, come già si era accennato, Albonetti attribuisce a Churchill un importante ruolo nella preistoria dell’Europa.
Nel 1946 egli tenne un lungo discorso sull’opportunità dell’unità europea. Nel 1950 lanciò un appello per «la immediata creazione di un esercito europeo unificato sottoposto ad un controllo democratico europeo». Altrove Albonetti rileva come, alla caduta dei laburisti, con l’avvento al potere di Churchill, si assistesse ad una vivace ripresa delle speranze europee. «Ma ben presto» egli aggiunge «(gli europeisti) dovettero rassegnarsi alla realtà. In effetti la politica dei governi conservatori succedutisi al potere dal 1951 non rivelò sostanziali mutamenti dalle direttive della politica laburista…». I conservatori europeisti avevano semplicemente mutato parere?
E ancora, parlando della politica francese, dopo averla descritta come caratterizzata, nell’immediato dopoguerra e fino al 1950, dal tentativo di ribattere le vie tradizionali con la costante preoccupazione di garantire la propria sicurezza nei confronti della Germania attraverso una serie di alleanze, Albonetti scrive: «Una forte evoluzione nella politica estera francese doveva tuttavia avvenire, più tardi, agli inizi del 1950. All’antagonismo franco-tedesco si sostituì infatti, quasi all’improvviso e dopo una delle guerre più dure, un tentativo di superamento delle vecchie posizioni antitetiche». E, una volta isolati gli atteggiamenti antieuropei dei gollisti e della estrema sinistra, emerge il chiaro atteggiamento europeo del resto dello schieramento politico che appunto sul problema tedesco prende coscienza delle posizioni da tenere e da allora sarà fonte inesauribile di iniziative e progetti di schietto stampo europeo. Cionondimeno, all’atto di varare l’esercito europeo, cioè proprio su quel problema che aveva, a detta di Albonetti, selezionato gli atteggiamenti europei in Francia, la fedeltà e la vocazione europea dei francesi subiscono un gravissimo scacco. Gli europeisti francesi hanno semplicemente mutato parere?.[1]
Come è possibile giustificare queste contraddizioni? Una via potrebbe essere, come si è detto, quella di imputare i comportamenti politici incoerenti dei diversi individui a incertezza morale e politica. Ma un criterio di questo tipo ci porterebbe a questa conclusione pragmatica: il problema europeo è esclusivamente un problema di uomini di buona volontà e che soprattutto facciamo quello che promettono. Per fortuna, o sfortuna che dir si voglia, la scienza politica, pur nelle sue incertezze, ci fornisce ben altre giustificazioni ai comportamenti politici.
La seconda via è quella di cercare di dare ragione politicamente di queste apparenti contraddizioni, di cercare una spiegazione nel contesto politico generale in cui sono sorte. In verità, in Europa si sta assistendo all’eclissi di fatto delle sovranità nazionali. Germania, Francia, Italia dovrebbero e vorrebbero fare delle politiche nazionali. Ma non lo possono; devono fare, volenti o nolenti, una comune politica europea. Questa è la base politica dell’europeismo. La convergenza europea non è una scelta, un’alternativa politica degli Stati nazionali europei: «Nella presente situazione i governi dei Sei, per la loro incapacità di controllare completamente i processi della difesa e della produzione, hanno lasciato mano libera agli interessi non più costringibili nelle dimensioni nazionali. La loro politica comune europea è in sostanza nell’ordine economico un semplice laissez faire, laissez passer dovuto a cause di forza maggiore; nell’ordine della difesa un vassallaggio rispetto agli Stati Uniti. L’unità europea è dunque una sorta di anarchia basata sull’eclisse di fatto delle sovranità nazionali, sulla protezione americana e, in ultima istanza, sulla bomba atomica che impedisce alla Russia di lasciar straripare la sua potenza nel vuoto politico dell’Europa occidentale».[2]
In una situazione di questo tipo si comprendono perfettamente le incertezze degli uomini politici nazionali che vogliono l’Europa oggi e non la vogliono più domani, che parlano di Europa oggi e del Commonwealth domani, della vocazione tedesca alla rinuncia della sovranità nazionale oggi e della sacra vocazione alla riunificazione domani, che inventano cento strade diverse per l’integrazione e mettono in scacco il più serio progetto, inventato dalla diplomazia europea e dal suggerimento dei federalisti, per perseguirla.
Albonetti mette abbastanza bene in vista il contesto che seleziona gli atteggiamenti europei, ma non si accorge che quegli stessi uomini politici che nel contesto europeo sono condizionati ad essere europei, inseriti nel contesto nazionale esprimono i comportamenti politici che sono loro imposti dal fatto di avere in mano una fetta del potere francese o italiano o tedesco, di avere solo quello a disposizione, e di doverlo, in quanto uomini politici, mantenere e, se possibile, aumentare. Il non avere, del resto, potuto disporre di uno schema di riferimento, con cui selezionare ed interpretare i fatti storici, che tenesse contemporaneamente conto dell’eclisse di fatto delle sovranità nazionali e delle ineluttabili vocazioni nazionali di chi sta al potere in uno Stato nazionale, ha consentito all’Albonetti di considerare per politica di integrazione europea la politica di istituzione delle diverse comunità e per forze politiche europee i comportamenti europei dei diversi politici nazionali.
 
Luigi Vittorio Majocchi


[1] Altre osservazioni potrebbero muoversi ad altre valutazioni dell’Albonetti. Una delle quali particolarmente facile potrebbe muovere dal rilievo da lui operato secondo cui in Germania all’atteggiamento europeistico di Adenauer ha sempre fatto riscontro l’atteggiamento nazionalistico della socialdemocrazia, quando ben si sa dell’evoluzione costante delle posizioni della C.D.U. su posizioni sempre più coscientemente nazionalistiche. Il che del resto è nella natura delle cose. Era facile e soprattutto strategicamente più opportuno opporre al mito revanchistico-nazionalistico di Schumacher la vocazione europea alla fine della II guerra mondiale. Facile perché si trattava in fondo di offrire o rinunciare a una sovranità che non si aveva. Strategicamente più opportuno perché si dimostrava con questo di aver molto meglio capito del rivale lo stato d’animo dei tedeschi, offrendo loro un mezzo di riabilitazione morale di fronte all’Europa. Ma, ricostruito lo Stato nazionale, con tutte le sue antiche prerogative e competenze, non furono più solo i socialdemocratici che auspicarono un nuovo orientamento della politica tedesca, che desse la priorità a ciò che per un frammento di Stato-nazione deve avere la priorità, cioè alla politica della riunificazione e della potenza nazionale. Le ultime elezioni tedesche né sono ampia conferma. Vedi Spinelli, Tedeschi al bivio, in questa rivista, anno II, marzo 1960, p. 94.
[2] «Il Federalista», a. III, p. 64.

 

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