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I libri

Anno III, 1961, Numero 6, Pagina 300

 

 

Mario Bastianetto, Storia degli Europei, Il Mulino, Bologna, 1960, pp. 216, L. 1000.

 
 
In questo libro Mario Bastianetto, partendo dall’idea fondamentalmente esatta di una continuità dell’aspirazione unitaria degli europei, delinea, in sostanza, una storia dei concetti di «Europa» che gli uomini, diversamente di epoca in epoca, si sono costruiti. Nel medioevo all’universalismo romano succede da una parte un bilanciamento continuo tra le tendenze particolaristiche e i tentativi unitari culminanti nella costruzione politica di Carlomagno e, dall’altra, l’elevarsi a modulo religioso (a res publica christiana) dell’ideale unitario. Nell’epoca moderna, con lo sviluppo delle monarchie locali, il problema si pone, continua l’A., in termini di monarchia universale o di sistema di equilibrio tra i vari Stati; e comincia la lunga serie dei progetti teorici per l’unificazione politica dell’Europa. Dopo la seconda guerra mondiale tale problema ha assunto un’importanza ed un’urgenza assai più grandi che nel passato, con l’acquisita consapevolezza dell’importanza degli Stati nazionali.
Il pregio di questo libro sta unicamente nella scelta dell’oggetto da studiare: la storia dal punto di vista delle aspirazioni unitarie verso l’Europa, piuttosto che dal punto di vista dei vari Stati nazionali. Ma l’A. non possiede alcuno schema che serva quale discriminante tra tutte le concezioni dell’Europa prese in esame. Parrebbe, alla fine della lettura del libro, che tutti i modi d’intendere l’unità europea siano sostanzialmente validi e assimilabili l’uno all’altro; e che, perciò, non sia possibile mettere in luce quali sono le concezioni che concorrono realmente all’effettiva unificazione dell’Europa e quali quelle che non vi concorrono, o quelle che possono di fatto addirittura impedirla. Connessa con tale deficienza di fondo del libro, è la incapacità dell’A. di spiegare rilevantissimi fatti storici politici: la nascita del nazionalismo, ad esempio, sarebbe una semplice involuzione, non si sa perché avvenuta, del «nazionalismo liberale» assolutamente privo di «sacri egoismi» (p. 108). Per la stessa ragione viene a mancare l’accento sulla peculiarità dell’odierno tentativo unificatore che, cessando di essere puro ideale pacifista, si pone come progettazione politica.
La distinzione che avrebbe permesso all’A. di vedere con minore semplicismo ed univocità la direzione ideale della storia verso l’Europa, è quella definita chiaramente nella nostra rivista, tra «supernazionalità spontanea» e «supernazionalità organizzata». «Prima dell’affermazione — abbiamo scritto — dello Stato mononazionale, al fatto delle nazionalità spontanee corrispondeva quello, per così dire, delle supernazionalità spontanee. In questo contesto sta la repubblica europea dei letterati del tempo dei lumi, e sta soprattutto la res publica christiana che influenzò profondamente la storia europea…, e resiste ancor oggi come ideale in molti cuori umani. In effetti, prima dell’era del nazionalismo, le relazioni fra uomini di nazionalità diverse, perlomeno in Europa, si basavano sul convincimento di appartenere ad una società nella quale gli elementi unitari prevalevano su quelli divergenti; si svolgevano per molti aspetti su un piano semplicemente umano, non politico».[1] Dopo l’avvento dello Stato mononazionale si assiste alla decadenza dei valori supernazionali soppiantati da valori nazionali nel loro stesso campo d’influenza. Ma la crisi dei rapporti internazionali da una parte e la sopravvivenza, dall’altra, di ideali supernazionali (quali la pace, l’equilibrio ecc., ormai privati però di spontanea libertà d’azione) hanno ormai convertito tali ideali nell’idea di una organizzazione politica dell’Europa. Da una parte, dunque, abbiamo l’esistenza di fatto di un’Europa ideale a cui si appartiene umanamente, e dall’altra la progettazione di un’organizzazione politica europea che non esiste, e che solo la volontà politica degli uomini può mettere in essere.
Usando questa distinzione l’A. avrebbe capito che nella teoria politica di Mazzini esiste una notevole antinomia. Bastianetto sembra vedere in Mazzini il profeta dell’unità europea; un profeta che, per il suo profondo senso storico, avrebbe anche saputo che tale unità non si sarebbe fatta se non tenendo conto delle nazioni e, anzi, attraverso esse. Di fatto Mazzini nutrì realmente questa fiducia. Ma ciò che egli non aveva previsto è il volto demoniaco che avrebbe assunto la fusione di Stato e nazionalità, quel volto che avrebbe impedito agli Stati nazionali di fare dell’Europa un’unica grande famiglia. Egli aveva in mente soprattutto il fine dell’uguaglianza, della fratellanza di tutti gli uomini, tanto da dimenticare la ragion di Stato, vale a dire il fattore che tramutò i fratelli in nemici feroci. Non possiamo quindi, oggi, continuare a considerare Mazzini come «il vecchio profeta italiano (che) aveva avuto ragione ancora una volta» (p. 132).
Analoga osservazione può farsi per i tentativi odierni di unificazione che, come ho già accennato in principio, non sono colti in ciò che hanno di peculiare, con la conseguenza di non poter distinguere quelli efficaci da quelli inefficaci. L’A., ad esempio, afferma che il giudizio sul Mercato Comune e sull’Euratom può essere positivo perché essi sarebbero «mezzi per addivenire alla federazione» (pp. 189-190) senza dimostrare che lo sono davvero, senza la minima analisi della loro idoneità rispetto allo scopo. Ancora più chiaramente si vede che tale scopo (che, ripetiamo, è quello di fondare un’organizzazione politica) è perso di vista quando si trova che sono messe sullo stesso piano «iniziative federalistiche e culturali»: il C.P.E. (Congresso del Popolo Europeo) e l’A.E.D.E. (Associazione Europea degli Insegnanti). La prima infatti, è un’iniziativa (non entriamo qui nel merito della sua efficacia) che si propone di creare lo Stato federale europeo, e la seconda è una semplice iniziativa di organizzazione della cultura. Credere che tutto indistintamente, in qualche misura non precisata, concorra alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa, non serve a nulla. In tal modo si casca nella fiducia ingenua nel progresso, che, come è noto, costituisce un ostacolo alla volontà d’azione. Dire che «l’idea europea è in moto e ormai nessuna forza può più arrestarla» (p. 197), significa non agire per l’Europa; mentre il dirlo dipende dalla mancanza di un criterio discriminante tra l’europeo e il nazionale che permetta, sul piano dell’azione, di isolare sia il carattere del fine che la natura dei mezzi.
 


[1] Vedi Mario Albertini, Per un uso controllato della terminologia nazionale e supernazionale, «Il Federalista», a. III, gennaio 1961, p. 12.

 

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