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I documenti

Anno III, 1961, Numero 6, Pagina 304

 

 

L. ROBBINS E IL
DISORDINE MONETARIO INTERNAZIONALE
 
 
La diminuzione dell’influenza degli U.S.A. sugli Stati della sfera atlantica — parallela della diminuzione del potere dell’U.R.S.S. sui suoi satelliti — sta facendo passare il mondo da una situazione di ordine ad una situazione di disordine. Ad uno ad uno ricompaiono tutti gli elementi dell’anarchia internazionale. Noi vorremmo attirare l’attenzione del lettore su che cosa si deve pensare del fatto che la diminuzione del potere degli U.S.A. nella sfera atlantica ha investito il settore monetario, mettendo in crisi un elemento strutturale dell’economia internazionale: il gold exchange standard. La crisi del gold exchange standard è la crisi del suo pilastro: la egemonia dell’economia nordamericana. La gravità del fatto e delle sue conseguenze prevedibili ha fatto emergere proposte di soluzioni radicali. In vista della sessione annuale del Fondo Monetario Internazionale, Triffin ha proposto la istituzione di una Banca centrale supernazionale, Rueff ha proposto il ritorno alla base aurea come criterio fondamentale della politica monetaria degli Stati occidentali.
Queste proposte mostrano sino a che punto si dovrebbe giungere per disporre di un ordine monetario internazionale sano. Più chiaramente ancora esse mostrano quale sia la linea di confine tra l’ordine e il disordine: una moneta internazionale che sia funzione degli scambi economici e non un mezzo politico per alterarli a vantaggio dell’una o dell’altra nazione, fatto che si traduce nel danno di tutte. Ma esse hanno il torto di nascondere l’aspetto essenziale del problema: dietro la Banca supernazionale di Triffin, o la base aurea di Rueff (a prescindere dalla discussione sul problema aureo) ci vorrebbe uno Stato supernazionale che sostenga la banca o assicuri la base aurea, o uno Stato egemone che imponga il suo sistema bancario o l’oro agli altri. Orbene, lo Stato supernazionale non c’è ancora, e quello egemone (egemone sino a questo punto) non c’è più. Il Fondo ha respinto le proposte di Rueff e di Triffin, ed ha preso — se così si può dire di un organo che non può prendere decisioni — misure interlocutorie. Il problema resta, e riguarda in ogni modo la politica, non l’economia. Il disordine monetario non è la conseguenza economica di un fatto economico, ma l’effetto economico di una causa politica. Sulla questione vale la pena di rileggere, prima di cercare qualunque soluzione del problema, uno dei nostri «documenti», una delle verità sepolte, alcune pagine di Lionel Robbins:
 
Noi siamo talmente abituati alle preoccupazioni relative alla bilancia commerciale internazionale, che chiedendoci perché esse esistano, abbiamo l’aria di voler discutere una cosa evidente. Ma una breve riflessione basterebbe a dimostrare che non è così. Se con uno sforzo di immaginazione riuscissimo a liberarci dai nostri paraocchi nazionalistici, vedremmo chiaramente che un problema esiste. Non vi è nulla entro le frontiere politiche in quanto tali — e distinte dalle politiche attuate entro i loro limiti — che ci consenta di ammettere che gli acquisti effettuati oltre le frontiere di uno Stato sovrano abbiano un significato fondamentalmente diverso dagli acquisti effettuati oltre i limiti del territorio di una Provincia. Sappiamo che tra la prosperità di diverse province di uno stesso paese esiste spesso la medesima differenza che c’è tra la prosperità di diversi paesi in diverse parti del mondo. Tuttavia, quando il Galles del Sud è in crisi, non esiste un «problema» di trasferimento monetario a Londra. Ma questo problema esiste quando l’Australia è in crisi. Ciò costituisce certamente un enigma che ha radici ben più profonde degli schiamazzi di una Borsa Valori. Perché nel primo caso si ha stabilità e, assenza di attriti, mentre nel secondo sorgono instabilità e difficoltà?
Questo fenomeno non è sicuramente dovuto a differenze nella mobilità del lavoro. Gli economisti classici distinguevano il commercio internazionale dal commercio interno in base al criterio che entro i settori politici nazionali il lavoro era libero di spostarsi da un’industria all’altra, mentre non godeva della stessa libertà di spostamento da una nazione all’altra. Questa distinzione può essere stata più o meno razionale a seconda dei fini che i classici si proponevano.[1] Ma nei confronti del problema del trasferimento monetario essa non ha alcuna importanza. Il lavoro può essere più mobile tra Londra e il Galles del Sud che tra Londra e Sidney; ma non sarà mai mobile fino al punto da livellare qualsiasi differenza di prosperità per tutto il periodo in cui il trasferimento deve essere effettuato. Tuttavia, col Galles del Sud non si è avuto alcun «collasso» dei cambi, mentre con l’Australia il «collasso» si è verificato.
Si dice spesso che la differenza è dovuta ai dazi doganali. Gli Stati sono circondati da barriere doganali, le province no. A prima vista questa affermazione sembra più plausibile. I dazi rendono più difficili le operazioni dei cambi. Se essi vengono bruscamente aumentati, sorge la necessità di rimaneggiare i prezzi e i salari, il che, nei paesi che possiedono sistemi bancari indipendenti, può presentare notevoli difficoltà. Ma con ciò non giungiamo al nocciolo della questione. E’ impossibile credere che l’esistenza dei dazi, in quanto tali, sia necessariamente connessa a un «problema» dei trasferimenti. Finché sopravviverà l’attuale struttura bancaria interna, non pare che anche istituendo dazi locali sui prodotti del Galles del Sud sorgerebbero difficoltà monetarie interregionali maggiori di quelle che si manifesterebbero nel caso d’aumento delle tariffe di trasporto locali. La depressione si accentuerebbe nel Galles del Sud e altrove (tranne che nelle miniere di carbone protette contro la concorrenza gallese). E questo è tutto.
Né possiamo accogliere la versione per cui la difficoltà risalirebbe a una sola causa: resistenza di diversi tipi di moneta. Quando esistono monete dai nomi diversi, sia contemporaneamente in una stessa regione, sia separatamente in paesi differenti, è evidente la necessità di accordi sul cambio di tali monete. Ma questo punto non rappresenta necessariamente una complicazione notevole. Si tratta più di una seccatura che di un «problema». Se i mezzi di scambio dei diversi paesi sono costituiti dallo stesso metallo, coniabile a domanda, e liberamente ammesso alla fusione e all’esportazione, il fatto che tali mezzi abbiano un peso e una finezza diversi è un particolare di secondaria importanza, incapace di dar luogo a serie difficoltà. Se in seguito a modificazioni intervenute nell’offerta o nella domanda, la corrente degli acquisti è più forte in una direzione che nell’altra, si produce allora una semplice ridistribuzione geografica del metallo prezioso di cui è composta la moneta. Le diverse monete o barre continuano a essere scambiate a corsi determinati dai loro rispettivi pesi e dalle loro qualità tecniche.
Se nessuna di queste teorie è corretta, allora sembra che la sola spiegazione possibile delle differenze esistenti tra i trasferimenti monetari locali e nazionali debba essere ricercata nelle differenze della struttura bancaria dei vari paesi. In un certo senso è vero. Il fatto che in pieno secolo XX all’interno di un territorio politico comune esista una sola riserva bancaria, mentre i diversi paesi non possiedono una riserva in comune, complica notevolmente le operazioni di trasferimento. Il trasferimento di una somma da una branca all’altra di un medesimo istituto bancario comporta una compensazione automatica del potere di acquisto per un valore pari alla somma trasferita. Il trasferimento da una banca all’altra in un sistema a riserva unica dovrebbe presumibilmente sortire, sebbene non in modo certo, lo stesso effetto. Ma il trasferimento da un sistema di riserva a un altro sistema può accompagnarsi a un risultato che rappresenti un’addizione o una sottrazione netta rispetto al volume totale del credito.
Ciò accade spesso. In questo caso, coloro che sostengono la tesi per cui vi è qualcosa di «naturale», d’inevitabile, dal punto di vista economico, nella differenza esistente tra il trasferimento locale e quello nazionale, credono di aver trovato una prova in favore del loro punto di vista. A dispetto dei sofismi dei critici superficiali, tipo David Hume con i suoi inutili sarcasmi sull’Eptarchia,[2] un’analisi economica veramente sottile prova vittoriosamente che, dopo tutto, tra nazioni e province esiste qualcosa di diverso!
Di fatto, tutto ciò pecca ancora, e molto, di superficialità. Se noi non sapessimo quanto sono profondamente radicate, anche nel migliore di noi, le prevenzioni nazionalistiche, sarebbe pressoché inconcepibile che un economista acconsentisse a fermarsi a questo punto. E’ a tutti noto che esistono mezzi tecnici grazie ai quali i trasferimenti tra diversi sistemi di riserva possono venire armonicamente elaborati. Non è necessario che la posizione tra i sistemi di riserva di paesi diversi differisca in modo evidente, dalla posizione tra le diverse branche dei sistemi bancari di uno stesso paese. Il «problema» del trasferimento sorge soltanto quando l’efficienza di questi mezzi tecnici viene frustrata da altre influenze.
Ora, proprio a questo punto si rivela in tutta la sua importanza la divisione politica del mondo in molteplici Stati sovrani, ciascuno dei quali rivendica il diritto di disciplinare la moneta locale e gli accordi bancari. Se il mondo fosse stato unificato in un solo Stato federale, è indubbio che sarebbero sopravvissuti problemi bancari della massima importanza. Ma possiamo affermare, quasi a colpo sicuro, che tra di essi non vi sarebbe stato posto per il «problema» del trasferimento e dell’equilibrio tra paese e paese nella forma in cui lo conosciamo.
Questo fattore politico ha operato sotto svariate forme. Innanzi tutto, dal giorno in cui le banche dei vari Stati sono state assoggettate a norme legislative diverse, il movimento mirante alla creazione di istituti bancari che trascendessero le frontiere nazionali ha subito un arresto improvviso, mentre è stato incoraggiato lo sviluppo dei sistemi di riserva nazionale. Sia che la struttura bancaria ideale comporti numerose banche di riserva indipendenti, sia che essa comporti invece un solo sistema centrale di riserva, è solare che, se non fosse stato per l’influenza dei fattori politici, l’attuale organizzazione bancaria avrebbe assunto una fisionomia del tutto diversa. Avremmo assistito a uno sviluppo assai maggiore di organizzazioni bancarie a carattere internazionale. In qualsiasi forma avesse funzionato il meccanismo dei prestiti, in ogni paese non sarebbe certamente esistita una banca centrale mirante alla sovranità politica. Le operazioni del clearing internazionale sarebbero state organizzate su basi completamente indipendenti dalle frontiere politiche.
Ma non è tutto. Il fattore politico agisce tanto positivamente quanto negativamente. Quando l’area abbracciata dal sistema di riserva locale coincide con la superficie su cui esercita la sovranità politica, allora esiste il grave pericolo che in caso di tensione le autorità del sistema siano messe nell’impossibilità di prendere le misure necessarie per ristabilire l’equilibrio. Esse possono ricevere il divieto di autorizzare la contrazione del credito locale, ovvero — cosa ancor più probabile in una società in evoluzione — il divieto di opporsi a che il credito si estenda con la stessa velocità che altrove. L’area di tensione coinciderà con l’area delimitata dalla volontà dell’autorità amministrativa. Ed è probabile che questa volontà verrà esercitata.
Ci possiamo forse rendere meglio conto di ciò ricorrendo di nuovo al nostro esempio del Galles del Sud. E’ una fortuna per la stabilità della vita economica interna del Regno Unito che il Galles del Sud faccia parte di un territorio unificato. Perciò, quando la situazione della bilancia commerciale tra il Galles del Sud e il resto del paese comporta una diminuzione del potere di acquisto del Galles del Sud, l’evoluzione è quasi automatica. I depositi effettuati nel Galles del Sud si assottigliano, quelli fatti altrove aumentano. Che le banche gallesi appartengono o no a un sistema generale, quanto sopra, nelle condizioni attuali, si verifica ugualmente. Nel Galles del Sud qualche impresa potrebbe fallire. Se esistessero banche locali, alcune di esse potrebbero crollare. Ma la gente continuerebbe a regolare i propri affari in lire sterline. Se esistesse una vera «penuria» di sterline, ciò offrirebbe ad altre banche l’opportunità di compiere le operazioni necessarie. Ma sarebbe da escludersi qualsiasi difficoltà permanente tra il valore della sterlina nel Galles del Sud e altrove.
Ma consideriamo ciò che sarebbe certamente avvenuto se il Paese del Galles fosse stato uno Stato sovrano, con una banca centrale indipendente posta sotto il controllo del Tesoro. Man mano che la situazione del Galles del Sud si fosse aggravata, avremmo cominciato a sentir parlare di una tensione sul cambio gallese. La banca centrale si sarebbe certamente trovata di fronte al divieto di prendere le misure necessarie per mantenere intatta la sua riserva e per conservare il cambio in armonia con Londra. I Gallesi più furbi e più previdenti, prevedendo l’imminenza di una crisi, per salvare i loro capitali avrebbero ritirato il loro denaro per tesaurizzarlo o per trasferirlo a Londra: sarebbero stati accusati di scarso amore verso la terra dei loro padri, ma la fuga dei capitali sarebbe continuata. Sarebbe scoppiata una crisi che avrebbe provocato l’abbandono temporaneo della base aurea. Alla crisi sarebbe succeduto un periodo di rigido controllo sui cambi (con conseguente aggravamento della situazione generale), di premi d’esportazione sul carbone gallese, ecc., ovvero un periodo di oscillazioni sul corso dei cambi gallesi. Schiere di esperti si sarebbero riversate su Cardiff per diagnosticare la causa del disastro e per scrivere volumi in materia. Gli esperti avrebbero attribuito il fenomeno a tutte le possibili circostanze, tranne che alla sola evidentemente responsabile: l’incapacità del sistema bancario, sottoposto alla pressione politica, di prendere misure destinate a mantenere l’equilibrio.
In ultima analisi, è il fattore politico che fa sorgere il problema economico dei trasferimenti monetari internazionali. Se le vicende storiche non avessero creato Stati sovrani indipendenti, con pretese di controllo indipendente sull’unità che serve a regolare i debiti e sulla gestione delle banche locali, simile «problema» non sarebbe mai nato. In uno Stato mondiale, con una moneta mondiale, alcuni paesi potrebbero trovarsi di fronte a gravi difficoltà finanziarie. Certe banche locali potrebbero accordare un credito eccessivo e fallire. Produttori locali potrebbero soffrire di tali diminuzioni nella domanda per i loro prodotti da trovarsi nell’impossibilità di pagare i debiti che hanno verso i loro creditori stranieri. Ma non si verificherà mai un abbandono della base monetaria internazionale, né un crollo dell’unità monetaria internazionale. Nulla di tutto ciò accadrebbe se non fosse per l’intervento degli Stati sovrani indipendenti…[3]
…Taluni pensano che per evitare tutte queste difficoltà basterebbe modificare i corsi dei cambi per mezzo di accordi internazionali. Si tenta di salvare il nazionalismo monetario presentandolo in veste di lega monetaria tra le nazioni — una confederazione, uno Staatenbund— nell’ambito della quale ciascuno Stato conserverebbe piena libertà d’azione, pur accettando di discutere con gli altri Stati i conflitti d’interesse che questa libertà inevitabilmente comporta. Quando la bilancia commerciale di un paese si modifica in senso sfavorevole, un accordo internazionale dovrebbe permettere un abbassamento dei suoi cambi.
Ora, nessuno vuol negare che la cooperazione internazionale intesa a restaurare un sistema monetario mondiale sia desiderabile. I recenti accordi tra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sono stati salutati ovunque, come un primo passo verso la rinascita. Se i mutamenti dei corsi dei cambi fossero sempre il risultato di accordi internazionali, i danni che ne derivano sarebbero innumero considerevolmente minore.
Ma resta ancora da chiedersi se accordi di questo genere siano possibili o desiderabili come meccanismo destinato a mantenere l’equilibrio. Possiamo ritenere quasi per certo che raramente verrà avanzata una proposta intesa a rialzare la parità aurea di una moneta locale; esisterà in genere una tendenza in senso opposto. Ma anche prescindendo da ciò, possiamo ancora chiederci se simili revisioni dei cambi siano facilmente attuabili o se non si accompagnino a nocive perturbazioni.
Esaminiamo la questione un po’ più da vicino. Perché accordi, del suddetto genere possiedano una certa efficacia, è necessario che avvengano senza soluzione di continuità. Uno squilibrio cui si potrebbe facilmente rimediare agli inizi mediante un piccolo cambiamento, può esigere modificazioni assai più profonde in seguito. Ma è proprio in questo caso che una domanda in vista di un rimaneggiamento apparirà meno plausibile. I rappresentanti dei paesi le cui esportazioni soffrirebbero qualora intervenisse un cambiamento, non si lasceranno verosimilmente impressionare dal pretesto invocato, cioè la correzione di lievi mali. Essi cercheranno di guadagnare tempo e proporranno l’adozione di altri mezzi. «Perché dovremmo assoggettarci a perturbazioni» essi chiederanno, «per rimediare ai risultati della maldestra politica di altri paesi?» Ma se si ritarderà a intervenire e se non saranno prese altre misure, lo squilibrio si aggraverà. La tensione politica si accentuerà. Si spargeranno voci di gravi lotte nelle arene finanziarie dello Stato. Si svilupperanno tutte le conseguenze secondarie che si accompagnano alla previsione di un mutamento, conseguenze notoriamente dannose. Mentre gli uomini politici discuteranno, gli affari mondiali incontreranno ogni genere di impedimenti. Infine, in mancanza di una suprema autorità federale, l’una o l’altra delle parti in conflitto potrà verosimilmente «dichiarare la propria indipendenza», con le conseguenze che in seguito agli avvenimenti di questi ultimi anni conosciamo ormai assai bene.[4]


[1] Questo postulato, infatti, ha permesso agli economisti classici di costruire una teoria del valore in regime di gruppi non concorrenti che ha un significato più generale della loro teoria principale. E’ chiaro che l’identificazione dei settori nazionali col concetto di gruppi non concorrenti non ha aggiunto nulla al significato analitico della teoria così elaborata. E v’è da dubitare, dal punto di vista empirico, che questa identificazione fosse giustificata.
[2] «Una lunga esperienza non ha ancora familiarizzato gli uomini con quel fondo di melanconiche riflessioni che i calcoli ispirano a un melanconico contadino dello Yorkshire, mentre egli valuta e rivaluta le somme che prendono la via di Londra, per le tasse, per i proprietari terrieri, per le derrate, trovando per contro di gran lunga inferiori gli oggetti offerti in contropartita? E senza dubbio, se in Inghilterra fosse durata l’Eptarchia, la legislazione di ciascuno Stato sarebbe stata tenuta in continuo allarme per il timore di una bilancia sfavorevole; e dato che con tutta probabilità l’odio fra gli Stati sarebbe stato estremamente violento a causa della loro vicinanza immediata, tutto il commercio si sarebbe trovato appesantito e paralizzato da una diffidenza tanto gelosa quanto inutile» (Essays Moral, Political and Literary, Green and Grose, vol. I, p. 335).
[3] Cfr. Lionel Robbins, L’economia pianificata e l’ordine internazionale, trad. ital., Milano, 1948, pp. 177-82.
[4] Lionel Robbins, op. cit., pp. 192-94.

 

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