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Note

Anno LV, 2013, Numero 2-3, Pagina 162

 

 

IL DIBATTITO IN GERMANIA
SU DEMOCRAZIA E UNIFICAZIONE EUROPEA:
IL CONFRONTO TRA HABERMAS E STREECK*

 

 

La crisi esistenziale che attraversa il processo di unificazione europea sta suscitando un’ampia discussione, che coinvolge anche un aspetto particolarmente importante relativo alla questione del rapporto fra democrazia e unificazione europea. Il contributo a tale riguardo fornito dal dibattito fra Wolfgang Streeck, uno dei più noti sociologi europei,[1] e il filosofo Jürgen Habermas[2] (dibattito che ha avuto una grandissima eco nei mezzi di informazione) merita di essere esaminato attentamente, sia perché si tratta di due personalità intellettuali di grande calibro, sia perché dalla Germania dipende fondamentalmente il futuro dell’Europa. Vorrei pertanto richiamare le linee essenziali del discorso sviluppato da Streeck e le considerazioni critiche di Habermas, che ritengo complessivamente assai valide e chiarificatrici, ma con un limite che deve essere messo in evidenza.

Streeck sviluppa una critica radicale nei confronti dell’integrazione europea (condivisa nella sostanza in parecchi settori della sinistra europea) che sbocca nella proposta di smantellarla e di restaurare le sovranità nazionali. Questa critica si inquadra in una visione ampia e ben articolata della strategia portata avanti dalla classe dirigente capitalistica dopo la seconda guerra mondiale e che ha avuto un crescente successo a partire dagli anni Settanta. Il filo conduttore di questa strategia è la rivolta del capitale contro il regime dell’economia mista affermatosi nell’insieme degli Stati democratici occidentali dopo la seconda guerra mondiale. Per economia mista si intende in sostanza l’intervento strutturale degli Stati democratici nell’economia di mercato tramite forti politiche economiche (anche con le nazionalizzazioni, ma si tratta solo di un aspetto, e non essenziale) dirette ad affrontare gli squilibri sociali, territoriali, settoriali (e dagli anni Settanta anche ecologici) prodotti dal libero gioco delle forze economiche quando non è governato da una volontà politica orientata all’interesse generale. La classe dirigente capitalista ha operato in modo sistematico per sostituire al regime di economia mista (detto anche sistema keynesiano, in quanto ispirato fondamentalmente agli insegnamenti di Keynes) un regime neoliberista (detto anche regime neohayekiano, essendo Hayek il suo punto di riferimento dominante[3]), tendente a limitare il più possibile l’intervento statale nell’economia tramite le politiche riequilibratrici. In altre parole, dominio incontrastato della libera concorrenza e, quindi, eliminazione sistematica degli ostacoli alla ricerca del profitto, nella convinzione mitica che in tal modo si realizzi un equilibrio implicante il benessere generalizzato.

La via attraverso cui perseguire questo disegno è stata essenzialmente l’internazionalizzazione degli scambi e dei sistemi di produzione, la quale, favorita dalla rivoluzione nelle tecnologie di informazione e comunicazione e dalla fine della guerra fredda, è diventata sempre più globale. Le conseguenze dell’attuazione progressivamente più efficace ed incisiva della linea neoliberista sono state devastanti. Sul piano economico-sociale, una crescente disuguaglianza connessa con un decisivo indebolimento dello Stato sociale, crisi economico-finanziarie sempre più gravi, avanzamento del degrado ecologico. Al degrado economico-sociale-ecologico si è accompagnato, sul piano politico, un pauroso degrado della democrazia.

Oltre al fatto che la disuguaglianza rende sempre più asimmetrica la partecipazione democratica, viene sottolineato il processo di svuotamento del sistema democratico dovuto al fatto che gli Stati sono inseriti in una economia e una società sopranazionali, che sono governate da organismi tecnocratici. In un contesto in cui gli Stati democratici sono subordinati senza scampo ai mercati che non controllano (la necessità drammatica di finanziare un debito pubblico crescente, dal momento che le risorse fiscali nazionali, inaridite dalla concorrenza transnazionale, sono sempre meno in grado di coprire le spese statali è l’aspetto più evidente di questa subordinazione) e alle decisioni di tecnocrazie sostanzialmente controllate dalle élites capitalistiche, la democrazia gira a vuoto. “TINA” (there is no alternative) è in effetti la parola d’ordine, e la decrescente partecipazione popolare alle elezioni o la protesta ribellistica ne sono l’ovvia conseguenza. E in definitiva l’obiettivo finale della strategia neoliberistica portata avanti dall’attuale capitalismo è quello di liberarsi definitivamente della democrazia, consolidando un governo sopranazionale libero da condizionamenti, ispirato al software hayekiano di sostegno al libero mercato.

L’integrazione europea, secondo Streeck, si inquadra in questo processo e ne rappresenta la punta più avanzata. In Europa si è in effetti realizzata con la Comunità economica europea un’integrazione sopranazionale dei mercati e dei processi produttivi particolarmente approfondita. Al di là del mercato unico, che allo smantellamento delle dogane e dei contingenti ha aggiunto il superamento (non completo va detto) delle barriere non tariffarie (fisiche, tecniche e fiscali), si è realizzata l’unione monetaria. Lungo questa strada si è attuata essenzialmente un’integrazione economica negativa (eliminazione degli ostacoli al libero movimento di merci, persone, capitali e servizi), lasciando in sostanza cadere l’impegno inizialmente proclamato ad una integrazione positiva (politiche riequilibratrici dell’economia di mercato da realizzare a livello sopranazionale). Di conseguenza le spinte neoliberistiche allo smantellamento dell’economia mista si sono manifestate in modo particolarmente sistematico, così come la rigida subordinazione degli Stati ai mercati.

In questo contesto viene sottolineato il ruolo strategico dell’unione monetaria, la quale ha coinvolto paesi forti e paesi deboli, togliendo a questi ultimi lo strumento di protezione e di compensazione delle minori produttività e competitività rappresentato dalla possibilità di attuare manovre svalutative della propria moneta. L’impossibilità di “svalutazione esterna” ha obbligato gli Stati più deboli ad usare lo strumento neoliberista della “svalutazione interna”, ossia l’aumento della produttività e della competitività grazie alla creazione di mercati del lavoro più flessibili, salari più bassi, orari di lavoro più pesanti, mercificazione dello Stato sociale.

Sul piano politico-istituzionale, lo svuotamento della democrazia perseguito in generale dalla strategia neoliberistica si è manifestato in un’evoluzione che ha trasferito a livello sopranazionale i fondamentali poteri di governo dell’economia, ma concentrandoli in organi non democratici o tecnocratici, quali il Consiglio europeo, la Commissione e la Banca centrale europea. In definitiva si persegue qui la strutturazione di un nuovo modello di sistema politico sopranazionale, imperniato sulla tecnocrazia invece che sulla democrazia, che si pone come l’avanguardia di un’evoluzione globale.

Se questa è la situazione dell’integrazione europea, l’alternativa proposta dai federalisti è la lotta per la creazione di un sistema democratico federale europeo (che fungerebbe da modello e da spinta determinante rispetto ad una evoluzione democratica e federale a livello globale), che è il quadro insostituibile per realizzare un’integrazione economica positiva e, quindi, ristabilire il governo democratico dell’economia. Ma Streeck non è di questo avviso. In effetti, al di là della difficoltà che una tale lotta comporta nelle circostanze attuali, egli ritiene che una democrazia sopranazionale non sia una soluzione valida per l’Europa e adduce al riguardo quattro argomenti.

Il primo argomento riguarda la scarsa efficacia di politiche europee di riequilibrio territoriale dirette a rafforzare la concorrenzialità e la produttività e, in sostanza, a modernizzare i paesi arretrati dell’Unione europea. Come esempi fondamentali di questa inefficacia vengono ricordati la DDR dopo la riunificazione tedesca e il Mezzogiorno italiano rispetto ai quali le politiche regionali degli Stati nazionali e la politica regionale europea hanno chiaramente ottenuto risultati molto scarsi. In realtà secondo Streeck la svalutazione sarebbe più profondamente e rapidamente efficace e soprattutto più facile ad attuarsi perché non richiederebbe, a differenza di una consistente politica regionale europea, il consenso delle opinioni pubbliche dei paesi donatori.

Il secondo argomento si riferisce alla fragile integrazione sociale degli Stati nazionali incompiuti come il Belgio e la Spagna, ma il suo discorso si allarga al fenomeno delle spinte separatiste presenti in molti Stati membri dell’UE, compreso il micronazionalismo portato avanti in Italia soprattutto dalla Lega nord. Se i problemi di integrazione legati alle differenze e ai divari regionali risultano di assai difficile soluzione a livello nazionale, risulterebbero ancora più complicati nel quadro di un’Europa che gli europeisti propongono di rendere più unita tramite una federazione politica, che non potrebbe che essere strutturalmente instabile.

Se i due primi argomenti mettono in discussione la capacità di funzionamento e la stabilità di una più stretta unione politica, gli altri due argomenti contestano la sua desiderabilità. Da una parte, l’imposizione politica di una assimilazione delle culture economiche del Sud Europa a quella del Nord Europa comporterebbe anche un inaccettabile livellamento delle rispettive forme di vita. Dall’altra parte, la sostanza egalitaria dello Stato di diritto democratico è realizzabile solo sulla base dell’appartenenza nazionale, perché altrimenti sarebbe inevitabile la marginalizzazione e infine lo sradicamento delle culture minoritarie.

In conclusione secondo Streeck, invece di perseguire il disegno di un’unione federale europea (incapace di funzionare e non desiderabile per motivi di principio) occorre perseguire il recupero delle sovranità nazionali nel cui solo quadro è possibile la democrazia sociale. In termini economici ciò significa lo smantellamento dell’unione monetaria europea, il ritorno ai cambi flessibili, con la connessa possibilità di svalutazione come strumento fondamentale per affrontare gli squilibri territoriali, un sistema di protezionismo che viene detto “illuminato”, in quanto non si dovrebbe svalutare troppo spesso, onde evitare possibili spinte nazionalistiche.

Nei confronti delle tesi di Streeck, Habermas sviluppa delle considerazioni che coincidono sostanzialmente con la visione che hanno i federalisti dell’unificazione europea. In effetti egli si oppone, al pari di Streeck, alla linea neoliberista che mira a sostituire la giustizia di mercato alla giustizia sociale. Questa opposizione, va sottolineato, è propria, fin dal Manifesto di Ventotene, dei federalisti, per i quali la democrazia — cioè il valore che richiede la pace per poter essere pienamente realizzato — deve essere allo stesso tempo liberale e sociale (il che significa un impegno strutturale contro le disuguaglianze fra le persone e fra i territori) per essere reale.[4] Habermas condivide d’altra parte con i federalisti la convinzione che l’interdipendenza al di là degli Stati nazionali costituisca un processo irreversibile (e con le grandiose potenzialità progressive connesse con l’allargamento dei mercati) e che il prevalere nel processo di integrazione europea delle tendenze neoliberiste (dell’integrazione essenzialmente negativa) sia strutturalmente legato ai deficit di efficienza e di democrazia delle istituzioni sopranazionali europee.[5]

Superare il deficit di efficienza significa in effetti fornire le istituzioni europee delle competenze e dei poteri fiscali e macroeconomici necessari per realizzare un comune sforzo europeo (con i relativi trasferimenti economici e le responsabilità in solido degli Stati membri), il quale solo (e non la pretesa astratta di migliorare da soli la competitività nazionale) può portare avanti, oltre a un generale progresso sociale, la modernizzazione dei paesi europei con problemi di arretratezza. Superare il deficit di democrazia significa passare dall’attuale “federalismo degli esecutivi”, in cui la formazione della volontà politica dipende solo dagli estenuanti compromessi tra rappresentanti di interessi nazionali che si bloccano a vicenda, a una situazione in cui abbiano un ruolo di codecisione paritetico con i governi le scelte compiute a maggioranza da parte dei parlamentari europei. Si tratta in sostanza non di ritornare a sovranità nazionali strutturalmente impotenti di fronte all’interdipendenza sopranazionale, bensì di realizzare un’unione politica europea di carattere federale e democratico che sola può permettere il recupero, a livello sopranazionale, dell’economia mista e, quindi, del controllo della politica democratica sui mercati. Pertanto si deve procedere rapidamente, e superando l’incrementalismo dei piccoli passi evidentemente non più all’altezza delle sfide, a una seria modifica del Trattato di Lisbona, la quale in prima battuta comprenderebbe soltanto i paesi membri della comunità monetaria europea.

Partendo da questo approccio, di cui va sottolineato con grande soddisfazione la convergenza con quello dei federalisti, Habermas sviluppa delle puntuali repliche nei confronti degli argomenti specifici con cui Streeck giustifica la sua scelta del ripiegamento nazionale in opposizione a quella di un’Unione europea democratica.

In questo contesto si sostiene che se un’unione monetaria deve saper bilanciare o almeno contenere in forme permanenti gli squilibri strutturali di concorrenzialità fra le economie nazionali per poter rimanere intatta, l’efficienza di questa politica sopranazionale non è resa impossibile dall’eterogeneità storicamente motivata delle culture economiche dei paesi europei, bensì è minata dalla debolezza dei poteri fiscali e macroeconomici attribuiti alle istituzioni europee e dalla mancanza di una adeguata legittimità democratica a livello sopranazionale. D’altra parte l’idea secondo cui le svalutazioni monetarie siano la via del recupero dei ritardi è un mito che si basa sul non tenere conto, oltre che dei disastri economici che deriverebbero dallo smantellamento dell’unione monetaria europea, anche dei disastri politici che ne conseguirebbero, il più rilevante dei quali sarebbe rappresentato dallo scatenarsi, consustanziale alle svalutazioni competitive, dei nazionalismi.

Quanto alle tendenze micronazionaliste e separatiste, si osserva che i conflitti connessi con queste tendenze si manifestano sempre quando le parti più vulnerabili della popolazione scivolano in condizioni di crisi economica o di rivolgimento storico, quando cioè si trovano in condizioni di insicurezza e rispondono al timore di perdere il proprio status aggrappandosi a presunte identità naturali basate sulla stirpe, la religione, la lingua o la nazione. La risposta valida è il progresso economico e sociale, un aspetto fondamentale del quale è una politica di riequilibrio territoriale e di modernizzazione che solo un’unione politica europea efficiente e democratica può realizzare. Non si tratta ovviamente di eliminare le diversità socio-culturali delle regioni e delle nazioni, cioè di una ricchezza che distingue l’Europa da altri continenti e che non costituisce affatto una barriera all’integrazione. La via giusta è piuttosto il federalismo multilivello efficiente e democratico — in sostanza il federalismo sopranazionale integrato dal federalismo interno, come sostengono i federalisti — e non la creazione di nuovi microstati.

Venendo al discorso sulla non desiderabilità, sostenuta da Streeck, di una più stretta unione politica europea, Habermas si concentra nella critica alla tesi secondo cui la sostanza egalitaria dello Stato di diritto democratico sia realizzabile solo sulla base dell’appartenenza nazionale e quindi solo entro i confini di uno Stato nazionale, richiamando fondamentalmente due argomentazioni.

La prima argomentazione ripropone il discorso che egli ha incominciato a sviluppare sistematicamente da più di vent’anni e che, a onor del vero, a partire dagli anni Cinquanta è diventato, sulla base degli insegnamenti di Mario Albertini, una componente essenziale del patrimonio teorico del MFE. In sostanza gli Stati nazionali si basano sulla forma altamente artificiale costituita dalla costruzione giuridica dello status di cittadino. Anche in società relativamente omogenee sul piano etnico e linguistico la coscienza nazionale non ha nulla di naturale. E’ piuttosto il prodotto, valorizzato sul piano amministrativo, della storiografia, della stampa e del servizio di leva. Nella coscienza nazionale di società eterogenee di immigrati si mostra in maniera esemplare che qualsiasi popolazione può assumere il ruolo di uno Stato nazione capace di una comune formazione della volontà politica sullo sfondo di una cultura politica condivisa.

Il problema in Europa non è dunque l’impossibilità di creare un’unione politica che esprima una volontà politica comune solidale, dal momento che non c’è l’omogeneità nazionale. L’Europa è una realtà profondamente interdipendente e con un livello avanzato di integrazione economica e istituzionale (l’aspetto più avanzato è il primato del diritto europeo), ma in cui non si è ancora costruito pienamente lo status di cittadino. Il che richiede la creazione di un’unione politica federale e democratica, in cui si realizzi la codecisione paritetica fra l’organo rappresentativo dei governi nazionali e l’organo rappresentativo dei cittadini europei, cioè il Parlamento europeo. In tal modo ai compromessi fra gli interessi nazionali si affiancherebbe, attraverso le decisioni a maggioranza di parlamentari europei eletti secondo preferenze di partito, una generalizzazione degli interessi trasversale rispetto ai confini nazionali. I partiti devono cioè raccogliere il consenso in tutto il territorio dell’Unione, nelle zone avanzate e in quelle arretrate. In tal modo la prospettiva europea generalizzata di un “noi” dei cittadini dell’UE può rafforzarsi fino a diventare un potere istituzionalizzato. Un siffatto cambiamento di prospettiva è indispensabile per sostituire le regole comuni, che attualmente coordinano Stati solo apparentemente sovrani, con una comune formazione di una volontà politica solidale, in cui gli interessi nazionali si legano all’interesse europeo e al cospetto di esso si relativizzano.

La seconda argomentazione contesta in modo specifico il timore espresso da Streeck secondo cui una democrazia sopranazionale avrebbe tratti unitari-giacobini poiché, sulla via di una permanente marginalizzazione delle minoranze, non potrebbe che condurre ad un livellamento delle comunità economiche identitarie basate sulla vicinanza spaziale. E qui il discorso di Habermas è solo parzialmente valido.

Da una parte, ricorda come il federalismo sia fondato sulla sintesi fra unità e diversità e quindi come garantisca gli Stati più piccoli. In particolare ricorda la procedura della doppia maggioranza degli Stati e della popolazione e la composizione ponderata del Parlamento europeo che, proprio in vista di un’equa rappresentazione, tiene conto delle forti differenze numeriche tra le popolazioni dei paesi più piccoli e di quelli più grandi. Dall’altra parte, però, nega che l’approfondimento dell’Unione europea debba condurre a una sorta di repubblica federale europea. Lo Stato federale è considerato il modello sbagliato, dal momento che le condizioni di legittimazione democratica possono essere soddisfatte anche da una comunità democratica sovranazionale, ma sovrastatale, che permette comunque la realizzazione di un governo comune. In questa comunità, le decisioni politiche sarebbero legittimate dai cittadini nel loro doppio ruolo di cittadini europei e di cittadini dei vari Stati membri. In una siffatta unione “politica”, chiaramente distinta da un vero e proprio Stato, gli Stati membri resterebbero i garanti in ultima istanza dei diritti e delle libertà, conservando, quindi, un ruolo molto importante se paragonati alle articolazioni subnazionali di uno Stato federale.

Ciò che Habermas intende con queste affermazioni è sviluppato in modo più articolato e preciso nel testo Questa Europa è in crisi,[6] a cui la recensione del libro di Streeck fa esplicito riferimento. In sostanza, la tesi secondo cui in una federazione europea priva di natura statuale gli Stati nazionali avrebbero un ruolo più importante rispetto alle articolazioni subnazionali di uno Stato federale significa concretamente che l’unione democratica europea non deve avere la competenza della competenza, e pertanto deve decidere all’unanimità gli emendamenti alla costituzione, mentre il Consiglio europeo, che dovrebbe operare in regime di codecisione paritetica con il Parlamento europeo, dovrebbe, sulle questioni essenziali, decidere all’unanimità. Qui va sottolineato che i federalisti, se affermano che lo Stato federale europeo sarà diverso dagli Stati federali finora esistenti, in quanto fondato su Stati nazionali storicamente consolidati (sarà cioè più decentrato e con un ruolo più rilevante degli Stati membri rispetto a quello presente negli Stati federali esistenti — in sostanza una “federazione leggera”, ma pur sempre una vera federazione), rifiutano d’altra parte inderogabilmente il mantenimento in qualsiasi forma del diritto di veto nazionale, che è l’essenza del sistema confederale. Quanto al legame fra il ruolo così decisivo che gli Stati nazionali devono mantenere secondo Habermas in un’unione democratica europea e il fatto che essi sono i garanti dei diritti di libertà dei cittadini dei singoli Stati, egli precisa che gli Stati nazionali, come Stati di diritto democratici, non sono solo attori nel lungo percorso storico verso la civilizzazione del nucleo violento del potere politico, bensì conquiste permanenti e figure viventi di una giustizia esistente (con riferimento a Hegel). Quindi sono qualcosa di più di una mera incarnazione di culture nazionali degne di essere conservate: essi sono gli unici garanti del livello di giustizia e di libertà che i cittadini vogliono vedere conservato.

In questo discorso si possono rilevare due contraddizioni. Anzitutto non si può realizzare un sistema democratico sopranazionale (secondo Habermas indispensabile per garantire l’uniformità delle condizioni di vita, cioè per sconfiggere il neoliberismo) se permane un potere nazionale che può bloccare e non semplicemente ponderare le decisioni a maggioranza del Parlamento europeo. Che democrazia è quella in cui uno Stato può imporre la propria volontà di non decidere a tutti gli altri Stati e alla maggioranza del Parlamento europeo? E non è proprio il diritto di veto nazionale l’alleato strutturale del neoliberismo? In secondo luogo l’eternizzazione degli Stati nazionali (e quindi il mantenere il loro diritto di veto in un’unione democratica europea) non è coerente con il discorso, molto valido, relativo all’artificialità e non naturalità degli Stati nazionali. Non si percepisce in particolare in modo adeguato che, senza il completamento dell’unificazione europea, sarà inevitabilmente minata, come si dice nel Manifesto di Ventotene, la capacità degli Stati nazionali di conservare un vitale sistema democratico.

Questi limiti dell’argomentazione di Habermas a favore di una unione democratica europea indeboliscono il suo valido appello finale, contenuto nella recensione del libro di Streeck, in cui si invitano i partiti europei di sinistra a non ripetere i loro errori storici del 1914, cioè a non indietreggiare nella scelta per la democrazia europea per paura della propensione al populismo presente nella società europea in connessione con la attuale grave crisi finanziaria ed economico-sociale.

In conclusione si può asserire che nella difficile lotta per l’unificazione europea un compito di importanza decisiva per i federalisti deve consistere anche nello sforzo di contrastare non solo le timidezze, ma anche le incongruenze logiche degli europeisti.



*Si tratta della relazione svolta il 20 ottobre 2013 a Salsomaggiore Terme da Sergio Pistone in occasione della riunione dell’Ufficio del dibattito del Movimento federalista europeo

[1]Vedi Wolfgang Streeck, Die vertagte Krise des demokratischen Kapitalismus, Berlin, Suhrkamp Verlag, 2013; trad. it., Il tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, Feltrinelli, 2013.

[2]La critica di Habermas a Streeck è contenuta in Demokratie oder kapitalismus? Vom Elend der nationalstaatlichen Fragmentierung in einer Kapitalistisch integrierten Weltgesellschaft, Blätter für deutsche und internationale Politik, n. 5 (2013). Trad. it., Habermas: vi spiego perché la sinistra anti-Europa sbaglia, Reset on line, 3 settembre 2013.

[3]Su Hayek — i cui testi fondamentali da ricordare qui sono Monetary Nationalism and Industrial Stability, London, Longmans Green, 1937 e Individualism and Economic Order, Chicago, The University of Chicago Press, 1939 — si veda Fabio Masini, Lezioni della storia del pensiero economico, Il Ponte, n. 2-3 (2012), numero speciale su Federalismo. Proposte di riforma della convivenza civile, a cura di Fabio Masini e Roberto Castaldi.

[4]Al riguardo rinvio ai miei scritti: L’evoluzione della riflessione riguardo alla tematica economico-sociale e ambientale in seno al MFE, Piemonteuropa, n. 3 (2011); Il federalismo e la questione degli squilibri territoriali, Piemonteuropa, n. 1-2 (2012); Federazione europea subito come risposta alla crisi esistenziale dell’integrazione europea e per superare gli squilibri fra paesi forti e deboli dell’Unione Europea, Piemonteuropa, n. 1-2 (2013). Si veda anche l’ottimo testo di Massimo D’Antoni e Ronny Mazzocchi, L’Europa non è finita. Uscire dalla crisi rilanciando il modello sociale europeo, Prefazione di Roberto Antoni, Postfazione di Stefano Fassina, Roma, Editori Riuniti, 2012.

[5]Proprio per questo, va sottolineato, secondo i federalisti l’avanzata del neoliberismo nel quadro dell’integrazione europea richiama la responsabilità propria delle resistenze nazionalistiche (presenti nei governi sia conservatori che progressisti) ai trasferimenti di sovranità a livello sopranazionale.

[6]Questo testo pubblicato da Laterza nel 2012 è la trad. it. di Zur Verfassung Europas. Ein Essay, Berlin, Suhrkamp Verlag, 2011.

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